minimum fax Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/minimum-fax/ un blog di approfondimento culturale Thu, 17 Jul 2025 13:20:20 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=7.1 https://minimaetmoralia.it/wp-content/uploads/2025/07/cropped-cropped-309290503_464034925751050_1790831071097755281_n-32x32.jpg minimum fax Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/minimum-fax/ 32 32 “Il vento ara il cielo” di Dario Lanfranca: un estratto https://minimaetmoralia.it/letteratura-italiana/il-vento-ara-il-cielo-di-dario-lanfranca-un-estratto/ https://minimaetmoralia.it/letteratura-italiana/il-vento-ara-il-cielo-di-dario-lanfranca-un-estratto/#respond Thu, 17 Jul 2025 13:20:20 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=55387 Pubblichiamo, ringraziando l'autore e l'editore minimum fax, un estratto dal romanzo d'esordio di Dario Lanfranca, "Il vento ara il cielo".

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Pubblichiamo, ringraziando l’autore e l’editore minimum fax, un estratto dal romanzo d’esordio di Dario Lanfranca, Il vento ara il cielo.

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Tornato da scuola, subito dopo pranzo, ogni pomeriggio Marco all’insaputa del padre scavalcava il muretto da poco rifatto oltre il quale s’estendeva il regno incantato di sua madre: come gli arredi in una chiesa richiamano l’incombere del divino, così nello Iardinè la vegetazione, spontanea e rigurgitante, la rievocava in ogni angolo del grande giardino abbandonato. Il torpore che regnava tra gli alberi mai potati, il silenzio che pesava su quel groviglio a tratti inestricabile di piante inselvatichite, rotto di tanto in tanto dai versi inarticolati della fauna segreta che lo popolava, erano i segni della sua presenza.

Ogni giorno che passava Marco imparava cose nuove e inattese: mai avrebbe immaginato che l’odore del limone, da lui associato alla brezza fresca dei fiori bianchi che in primavera crescevano sugli alberi dietro casa, potesse essere così intenso da risultare nauseabondo; e che, al contrario, gli escrementi delle bestie abbandonati sotto la calura del vecchio fico nascosto nel folto del fogliame evocassero qualcosa di antico e benigno. Si sarebbe detto che in quel labirinto di frutti marci e fiori maleodoranti il bene puzzava e il male profumava. Marco sentiva confusamente che per il tramite di quell’esibizione selvaggia di germinazione e degenerazione, sua madre gli stava impartendo una lezione. Era un apprendistato di segni, nell’intersecarsi dell’ombra e della luce, nell’assenza di parole, al cospetto del divino. Era mistero e preghiera.

Liana lo vedeva arrivare da dietro la persiana della foresteria e le veniva l’impulso di chiamarlo, ma quel bambino triste che andava seguendo col capo chino per terra l’ordito degli enigmi della sua età acerba, la turbava. Rinchiusa in quello spazio esiguo riadattato a stanza, lei aveva smesso di cercare; sovrastata da un profondo senso d’inutilità, non invocava più i santi né si affidava al Signore: parlava con la propria solitudine. Un forte mal di testa di tanto in tanto le provocava delle fitte, ma il dolore aveva perso i connotati del sacro e non rimandava ad alcuna trascendenza: quei lampi improvvisi non schiudevano aperture verso il bagliore di un altro mondo; si dissolvevano in scie indistinte che la lasciavano esanime. L’altrove e il sempre si erano dissolti nel qui e nell’ora. La gravità della contingenza la schiacciava a letto senza che riuscisse a muovere un passo. Si rianimava quando intravedeva il bambino erratico o le rare volte che suonava il telefono: erano i suoi figli che, del resto, la chiamavano solamente per regolare i loro conti, senza neppure chiederle come stava. Di quei due non avvertiva alcuna mancanza, ma sorprendentemente cominciava a sentire vicina la figlia di cui s’era sempre vergognata: nello squallore in cui si trovava, quell’anima non finita condivideva forse la sua stessa condizione… anche lei doveva essere oppressa dallo stesso indicibile vuoto. Provava un crescente senso di colpa nei suoi confronti, via via che prendeva coscienza delle cause che l’avevano spinta a trattarla tanto duramente e che ora le apparivano in tutta la loro chiarezza: il disagio per la sua scandalosa disabilità certo, ma anche l’invidia per la prorompente femminilità che lei non aveva mai posseduto. Non la crucciava più solo l’essere stata una credente bigotta e una moglie sprovveduta; ora l’angustiava anche il percepirsi, senza il beneficio di un’attenuante, come una madre snaturata. Nelle sue ore d’inedia, il pensiero di Sabrina la visitava sempre più spesso con l’evidenza del rimorso.

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“Non è un pranzo di gala. Indagine sulla letteratura working class” di Alberto Prunetti https://minimaetmoralia.it/letteratura/non-e-un-pranzo-di-gala-indagine-sulla-letteratura-working-class-di-alberto-prunetti/ https://minimaetmoralia.it/letteratura/non-e-un-pranzo-di-gala-indagine-sulla-letteratura-working-class-di-alberto-prunetti/#respond Wed, 09 Nov 2022 09:57:44 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=51460 Pubblichiamo, ringraziando autore ed editore, un estratto da "Non è un pranzo di gala Indagine sulla letteratura working class" di Alberto Prunetti, uscito per minimum fax.

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Pubblichiamo, ringraziando autore ed editore, un estratto da Non è un pranzo di gala. Indagine sulla letteratura working class di Alberto Prunetti, uscito per minimum fax.

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Chiudo questa appendice con tre consigli per aspiranti scrittrici e scrittori working class. Lasciano il tempo che trovano e non prendetemi per il grillo parlante. Se non vi convincono, tirateli ai maiali. Prima però vi racconto la storia di una scrittrice working class americana.

Probabilmente avrete visto Maid, la serie Netflix, ma il memoir di Stephanie Land a cui si ispira è ancora più bello. Al contrario di quel che succede nella serie Netflix, nel racconto di Land nessuna donna ricca ed etnicamente caratterizzata salva la protagonista. Stephanie si fa il culo da sola e si salva con l’aiuto di qualche persona amichevole e una borsa di studio per studenti poveri (quanto sono importanti le borse di studio!). Al massimo dai ricchi ottiene qualche piccolo regalo, qualche atto di gentilezza, ma sono i poveri quelli che più l’aiutano. Il centro di assistenza per donne vittime di violenza nella serie Netflix è un posto paradisiaco, la signora anziana e nera che lo gestisce è una figura che offre sicurezza e la musica della colonna sonora ogni volta che lei compare sullo schermo si eleva su un timbro quasi spirituale. Nel romanzo invece Stephanie parla di un posto piccolo e sudicio in cui il fatto di essere povera la espone a controlli notturni polizieschi sulle proprie urine (se sei povera devi essere per forza anche alcolista e tossica).

Leggetelo, quel libro. Stephanie Land racconta cosa significa essere una donna povera nell’America dei nostri giorni. Racconta cosa significa prendersi cura delle case dei ricchi senza riuscire ad avere una casa per sé che non sia un monolocale muffoso. Cosa significa non poter dedicare attenzioni alla propria figlia e tirarla su da sola perdendosi nei mille ricatti dei programmi di assistenza sociale e di workfare. Ne esce. Come, nel libro lo capiamo poco. La solidarietà di altre donne povere conta. L’amore per sua figlia le fa fare sforzi disumani. La scrittura l’aiuta. Oggi è una scrittrice working class nota in tutto il mondo, grazie soprattutto al successo della serie Maid. Ma quando era povera se provava a leggere un libro le persone middleclass la guardavano male, perché quelle come lei che non hanno i soldi per curare l’otite della figlia e fanno la spesa con gli aiuti sociali non si meritano di leggere libri. Figurarsi se possono scrivere e pubblicarli. Ecco come ricorda quei giorni:

Era come se certi membri della società cercassero l’occasione buona per giudicare e rimproverare i poveri per quello che, a parere loro, non si meritavano. […] Di sicuro qualcuno teneva d’occhio quel che facevo io. A volte avevo l’impressione che lo facessero anche in quella che doveva essere l’intimità della mia casa. […] Era come se starmene seduta volesse dire che non stavo facendo abbastanza, la pigra beneficiaria di sussidi pubblici che si presumeva fossi. Poltrire a leggere un libro sembrava una concessione eccessiva; come se un tale lusso fosse riservato a un’altra classe sociale. Io dovevo lavorare di continuo.

Stephanie scrive il suo libro rubando le ore al sonno, piena di ibuprofene per non sentire i dolori alla schiena causati dai turni estenuanti di pulizie di cessi. Racconta la durezza della sua vita e quanto sono stronzi i padroni delle case che pulisce. Oggi quel libro è un capolavoro working class. Chiamatelo anche in Italia col suo nome. Un fottuto bestseller di letteratura working class.

Detto questo, il primo consiglio è fare quello che ha fatto lei: leggete nonostante tutto. Leggete tantissimo. Leggete nel bus mentre andate al lavoro. Chiudetevi nel cesso simulando una diarrea e leggete. Leggete a lavoro se capite che stanno per licenziarvi. Leggete sempre, prima di scrivere. Assumerete per osmosi le strutture del racconto. E, soprattutto, leggete la letteratura working class. Nel corso degli ultimi anni ho accumulato una serie di titoli in svariate lingue, assieme ad alcuni saggi sulla letteratura di classe lavoratrice. Queste opere hanno occupato un’intera libreria, che ho chiamato l’armadio dei libri working class. Alcuni titoli li avete già incontrati nei capitoli precedenti, ma li ritroverete tutti, insieme a molti altri, nelle prossime pagine, in cui faccio l’inventario di quell’armadio, senza preoccuparmi troppo di discernere tra le lingue in cui le opere sono state scritte o dividere tra saggi critici e opere letterarie o tra monografie, riviste, antologie eccetera. Ho aggiunto alcuni titoli che pur non essendo letteratura working class mi hanno fornito degli attrezzi utili a scandagliare il fondo della mia ricerca. Quell’armadio è l’impalcatura su cui ho cstruito una buona parte del mio lavoro ed è a vostra disposizione. Prendete da lì e cominciate a leggere.

Secondo consiglio: oltre a leggere tantissimo, dovete fare qualcosa di importante. Non credete alle stronzate romantiche che i ricchi si sono inventati sugli scrittori poveri chiusi in una camera d’albergo a immaginare mondi di fantasia. Cazzate. Neanche gli scrittori fighetti di classe media stanno chiusi nella torre d’avorio a fare i vati, ormai. Per scrivere dovete tenere il naso e il culo nel mondo. E dovrete aprirvi al mondo. Facile a dirsi, lo so, per chi non se ne sta murato vivo in un ristorante. Purtroppo in certi lavori il mondo non entra. Nelle cucine ad esempio, che sono carceri coi fornelli e la lavastoviglie. Sforzatevi però di frequentare sindacati, centri sociali, associazioni di base. Andate alle manifestazioni, fate attivismo. Leggete i giornali. Sono cose che servono per stare coi piedi dentro la realtà. È lì che troverete l’ingrediente che manca alle vostre storie di fame e di rabbia. Serve il lievito della ribellione e della solidarietà a far sollevare le nostre storie.

Detto questo, facciamo due conti: lavorate dieci ore al giorno. E vi ho appena detto che per scrivere un libro dovete leggere tanto, e pure fare attivismo, e ancora a scrivere non avete cominciato. È un macello. È questa una delle ragioni per cui siamo fuori dai giochi della narrativa. Però se riuscite a rubare ore al sonno, si può fare. Tutta questa fatica, questa rabbia, questa dedizione vi torneranno indietro. Infine, non vergognatevi di scrivere. Ci hanno raccontato che scrivere è roba da iniziati (ossia da privilegiati), ma in realtà gestire una cucina in linea con trecento persone in sala è difficile tanto quanto scrivere un racconto breve. Mandate un qualsiasi scrittore laureato il sabato sera nella cucina di un ristorante e getterà la spugna dopo cinque minuti. Scrivere è più facile che spedire dieci comande in sala in tempi da cucina express. Quindi non abbattetevi e provate, provate, provate. Scrivete non per vanità, ma per fare il culo al capo. O alla professoressa snob che vi umiliava. O al fighetto con la villa che andava in settimana bianca che vi bullizzava a scuola. Ce la farete. I piedi nella realtà, il culo sulla sedia, la penna sulla carta. Dategliene secche.

Stephanie Land, mentre ancora lavorava come donna delle pulizie, se l’era tatuato sulle dita della mano destra: «s-o-w-r-i-t-e», «E allora scrivi», lettera per lettera, una per ogni dito. Therry White, scrittrice working class britannica, lo dice così: «I’ve read and heard a lot of writing advice over the years, and the only advice that actually makes any real sense/works is just write the fucking thing». Tradotto: scrivi quel cazzo di libro, maremmacane! E ha ragione lei: è l’unico consiglio che conta.

 

 

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Sei saggi per l’estate https://minimaetmoralia.it/letteratura/sei-saggi-per-lestate/ https://minimaetmoralia.it/letteratura/sei-saggi-per-lestate/#respond Fri, 29 Jul 2022 07:00:29 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=50902 Azar Nafisi, Goffredo Fofi, Bobi Bazlen, Mark Fisher, Alfonso Fasano, Reza Negarestani: sei saggi per l'estate.

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  • Azar Nafisi, Quell’altro mondo. Nabokov e l’enigma dell’esilio (Adelphi)
  • Azar Nafisi, scrittrice iraniana costretta a lasciare l’Iran per trasferirsi negli Stati Uniti, in La Repubblica dell’immaginazione, un libro dedicato a raccontare il valore dei libri e ciò che essi veicolano, scrive commentando la tecnocratizzazione delle scuole e della società: «Io sostengo che la conoscenza immaginativa è indispensabile – in termini molto pratici – per la formazione di una società democratica, per la sua concezione di sé stessa e del proprio futuro, e che riveste un ruolo importante nella tutela dell’ideale democratico». C’è da credere ciecamente a quello che scrive Nafisi che, costretta a licenziarsi dall’università di Teheran a seguito dei continui controlli del regime, scelse di fare lezione privatamente a casa sua (esperienza da cui nacque Leggere Lolita e Teheran) e Quell’altro mondo. Nabokov e l’enigma dell’esilio (tradotto da Valeria Gattei) è un’ulteriore prova del potere e l’aiuto della letteratura nella costruzione e comprensione della propria esperienza individuale dentro la collettività. Per rintracciare questo valore della letteratura Nafisi non può che rivolgersi all’amato Nabokov a cui è legata da innegabili analogie (l’esilio prima di tutto) che le danno la possibilità di arricchire sia il suo percorso biografico che l’interpretazione dell’opera di Nabokov, in un duplice procedimento che ben emerge dalla citazione in esergo al volume tratta da La gloria: «Ma un giorno, infrangendo strati di pensiero e immergendomi alla sorgente, vidi riflesso, oltre a me stesso e al mondo, altro, altro, altro». Attraverso i capitoli di questo libro, ognuno dedicato a una o più opere dello scrittore russo (da Parla, ricordo a Il dono, da Invito a una decapitazione a Pnin, da Fuoco pallido a Lolita), Nafisi non solo legge e commenta Nabokov, ma illustra anche le motivazioni per cui Nabokov possa essere significativo per chi vive nella Repubblica islamica, l’importanza della letteratura russa per lei e per altri intellettuali iraniani, in un continuo percorso tra dentro e fuori (la sua vita, l’opera e la vita di Nabokov, la situazione dell’Iran, gli iraniani, ma anche i dispotismi di ogni luogo) che vive attraverso un pensiero che si avvicina a Nabokov, «alla sua celebrazione dell’individualità e della dignità individuale, al suo impegno nei confronti della vita dell’immaginazione, alla sua presa di posizione senza compromessi contro qualunque forma di totalitarismo, non solo a livello di Stato ma anche nelle relazioni personali». Nafisi scrive di come la confisca della storia iraniana a opera di Khomeini la facesse «sentire orfana, senza una casa, nell’amato paese dove ero nata. Non era solo una questione politica, era ormai esistenziale»: Quell’altro mondo è la prova plastica e concreta di come la letteratura aiuti a sopravvivere e a riconoscere l’assurdità di ciò che accade.

    • Goffredo Fofi, Cari agli dèi (Edizioni E/O)

    La scomparsa di amici, donne e uomini, che sono stati compagni di viaggio, maestri, più giovani sodali o punti di riferimento sembra in qualche modo poter essere smussata, seppure in nessuna misura rispetto al dolore dell’assenza, dal ricordo e dal tentativo di provare a continuare discorsi interrotti, progetti intrapresi o solo immaginati, perseverare alla luce di una presenza fievole ma costante camminando sulla strada tracciata e percorsa insieme. Cari agli dèi è un libro dove Goffredo Fofi, che ha conosciuto grandi intellettuali italiani almeno dal dopoguerra in poi, costruisce una galleria di questi amici scomparsi mettendo a punto un’autobiografia di traverso, dove proprio attraverso chi non c’è più emergono relazioni, eredità e ricordi che fanno dell’autore ciò che è e che consegnano al lettore la possibilità di solcare itinerari poco battuti riconoscendo l’importanza di figure più o meno celebri. Da Aldo Capitini (a cui non solo il libro è dedicato, ma a cui Fofi è anche debitore rispetto al titolo del suo saggio La compresenza dei morti e dei viventi) a Rocco Scotellaro, da Raniero Panzieri a Danilo Dolci, da Fabrizia Ramondino a Piergiorgio Bellocchio, sono molti gli esponenti culturali che abitano queste pagine, ma ancor più toccanti e commosse appaiono le pagine dedicate a morti meno conosciuti o comunque dimenticati (i quaranta che furono uccisi a Gubbio in una rappresaglia dai nazisti, Alceste Campanile o anonimi rappresentati di un’Italia marginale che Fofi ha conosciuto nei suoi continui pelleginaggi per il paese delle “cento città” per usare il titolo di un altro suo libro) e il capitolo finale dedicato ad Alessandro Leogrande, la scomparsa più recente e dolorosa per Fofi. Cari agli dèi è quindi un libro che costruisce una storia culturale dell’Italia del Novecento attraverso le immagini e i ricordi di Fofi, una storia diversa, fatta di tanti personaggi noti, ma anche di altri, decisivi, che questa notorietà non la hanno, marginali rispetto al racconto maggioritario e anche per questo ancor più importanti da scoprire e conoscere. Come da ogni libro di Fofi, anche Cari agli dèi offre l’opportunità di conoscere, imparare e avere la misura di quella che l’autore definisce «la mia irrequietezza in anni irrequieti», un mai soddisfatto desiderio di muoversi, fare rete e comprendere; un segnavia importante per tempi in cui generazioni confuse desiderano capire.

    • Aa. Vv., Bazleniana (Acquario)

    Provare a disegnare i contorni di una figura fumosa e fluttuante come Bobi Bazlen, imprendibile nella sua essenza, potrebbe porsi come impresa quasi impossibile perché pochi sono gli appigli concreti. Ma questo fa parte della magia di un personaggio come Bazlen, figura che assume i contorni della leggenda nel mondo editoriale, tra le menti di Adelphi, tra i primi divulgatori della letteratura mitteleuropea allora poco conosciuta in Italia (Musil su tutti), della cultura orientale, vicino a Montale e scopritore di Svevo: sono questi solo alcuni dei meriti e delle attività che hanno segnato l’esistenza di Bazlen e i radi punti di appoggio sono anche dovuti al poco che Bazlen ha effettivamente scritto (raccolto in un volume unico per Adelphi), ma d’altronde, come Calasso racconta nel libro a lui dedicato, fu lo stesso Bazlen a dargli un importante suggerimento: «Se qualcuno mi chiedesse quale fu, in quei primi mesi, l’effetto maggiore che provocò in me Bazlen, dovrei dire: mi dissuase dallo scrivere». Ma come accade con tutte le esperienza straordinarie, l’eredità di Bazlen è qualcosa che si può avvertire e in cui ci si può immergere, sicuri che si tratterà di un’esperienza in cui sarà possibile ritrovare, per dirlo con una sua perifrasi, «la prima voltità», l’emozione e lo stupore che solo un primo incontro, che può voler dire anche vedere le stesse cose con occhio diverso, può generare. Si tratta di ciò che accade leggendo lo splendido Bazleniana, volume collettaneo pubblicato in un’edizione molto curata da Acquario, una raccolta di saggi che dà misura delle varie e centripete direzioni che hanno preso il lavoro e l’eredità del critico triestino corredato da piccoli disegni di Bazlen, evocativi, leggeri e imprendibili, com’era nella sua natura. Tra i vari contributi si trova un saggio di Edoardo Camurri che insegue il fantasma di Bazlen, maestro a cui non si dovrebbe pensare ma con cui si dovrebbe pensare, un articolato resoconto dei rapporti di Bazlen con Einaudi e alcuni dei suoi protagonisti scritto da Marco Belpoliti, il ricordo di tempi in sua compagnia di Chiara Mattioni o una splendida lettera per Bazlen scritta da Anna Foà. Un volume prezioso, un’operazione che non si ferma assolutamente all’omaggio infruttuoso a un autore ma si pone piuttosto come un imprescindibile punto di partenza per muoversi e viaggiare tra gli itinerari spalancati da Bazlen, tutti da scoprire e frequentare.

    • Mark Fisher, Desiderio postcapitalista. Le ultime lezioni (minimum fax)

    Provare a intuire quali direzioni avrebbe potuto prendere il pensiero di Mark Fisher a partire da quella introduzione alle nuove linee del suo ragionamento contenuta in Comunismo acido (saggio che si legge in Il nostro desiderio è senza nome. Scritti politici sempre pubblicato da minimum fax) espone da un lato a una vertigine derivata dal fatto di immaginare i sorprendenti percorsi ermeneutici fisheriani, dall’altro alla tristezza per ciò che sarebbe potuto essere e non si è compiuto. Desiderio postcapitalista (volume curato da Matt Colquhon e tradotto in italiano da Vincenzo Perna) aiuta in parte a provare a completare il percorso teorico fisheriano anche se la trascrizione delle lezioni che il teorico inglese tenne alla Goldsmith University nell’anno accademico 2016/2017 si interrompe improvvisamente a causa del suicidio di Fisher e così delle lezioni che seguono la sua scomparsa possiamo leggere solo nel programma del corso (ma il libro è arricchito anche da una preziosa bibliografia, strumento eccezionale per conoscere ciò a cui avrebbe fatto riferimento Fisher). Certo è che la trascrizione fedele delle lezioni con gli interventi degli studenti rende bene la misura sia dei processi mentali che caratterizzano il pensiero di Fisher nel suo farsi (che si muove spesso attraverso analogie e improvvisi, e illuminanti, paragoni) sia il rapporto alla pari con gli studenti, come testimonia l’attenzione ai loro interventi o il dialogo continuo con loro. Il titolo dato al corso indica bene l’argomento scelto da Fisher che riflette sullo statuto del desiderio, su come questo abbia assunto forme diverse nel corso del tempo, sulle varie forme di accelerazionismo, su come la macchina capitalistica plasmi i pensieri e su quali possono essere le vie per immaginare futuri ulteriori. Proprio all’interno di questo spazio prende piede una riflessione, forse non del tutto compiuta ma di estremo interesse e ben puntellata nei suoi nodi principali, sulla psichedelia come strumento di conoscenza in un percorso interpretativo che unisce, come sempre accade nei suoi ragionamenti, musica e filosofia, arte e letteratura.

    • Alfonso Fasano, Pep Guardiola, il calcio come rivoluzione infinita (66thand2nd)

    I lettori si sono ormai abituati, o comunque dovrebbero farlo, alla qualità della collana di 66thand2nd “Vite Inattese”, racconti di vite e momenti di sport in cui l’elemento precipuo si mescola sempre con aspetti sociali, culturali e, semmai possano essere slegati dal resto, politici. Non sfugge a questo spazio dorato il libro di Alfonso Fasano su Pep Guardiola, oggi allenatore del Manchester City, che già dal titolo mette in luce il carattere continuamente in movimento, instancabile nei suoi processi, del gioco del calcio per l’allenatore spagnolo. Parlare di Guardiola non è una sfida facile perché, come bene sottolinea Fasano nelle prime pagine del libro, si tratta di un personaggio che più di ogni altro incarna la dialettica che caratterizza il gioco moderno, quella tra gli allenatori “giochisti”, che credono agli aspetti teorici e teoretici del calcio, e quelli “risultadisti”, per i quali l’unica cosa che conta è il risultato. Detrattori, adulatori, nemici, allievi sono le polarizzazioni che genera l’allenatore, suo malgrado verrebbe forse da aggiungere, ma se si osserva Guardiola al lavoro, a bordo campo o nelle conferenze stampa, appare nitida l’immagine di un uomo che crede ciecamente nelle sue convinzioni e nella sua verità come «una trascendenza che si è manifestata ai suoi occhi». Dopo una prima breve parte dedicata alla nascita e crescita di Guardiola come giocatore (in cui Fasano descrive bene, con rapidi tratti, anche gli aspetti più puramente politici del Barcellona, della Catalogna e di chi, come Guardiola, è nato da quelle parti), il libro si snoda attorno alle vicende del Guardiola allenatore, descrivendo con minuzia le sue varie esperienze (Barcellona appunto, e poi Bayern Monaco e Manchester City) attraverso momenti topici in cui sembra rivelarsi agli occhi dell’allenatore «teologo» nuovi possibili sviluppi del suo gioco e del calcio più in generale e ponendo attenzione alle tecniche di allenamento e comunicazione messi a punto da Guardiola. Dal gioco posizionale (incarnato nella definizione di tiqui-taca) alla rapidità verticale inglese, la rivoluzione di Guardiola sembra in continua costruzione e sarà divertente vedere dove andrà a posizionarsi la sua creatura in perpetua mutazione.

    • Reza Negarestani, Tortura concreta. Jean-Luc Moulène e il protocollo dell’astrazione (TLON)

    Autore di Cyclonopedia (tradotto in italiano da LUISS University Press), libro oscuro in cui una pseudo-narrazione letteraria (la storia di una ragazza americana che a Istanbul ritrova uno strano manoscritto e di un archeologo cacciato dall’università) si sfilaccia in un puro e articolato percorso teoretico sul potere del petrolio, la «petropolitica», che avvinghia inconsapevolmente ogni società occidentale, il filosofo iraniano Reza Negarestani nel 2014 ha scritto questo breve libro (dove la lunghezza limitata è inversamente proporzionale alla complessità e profondità dei ragionamenti) come una speculazione sull’opera dell’artista francese Jaun-Luc Moulène. Ma come ben sottolinea l’introduzione di Gioele P. Cima, anche traduttore del volume, indispensabile e approfondita per comprendere non solo la nascita di questo scritto ma anche l’opera di Negarestani, questo saggio è certamente minore rispetto ad altre opere, eppure è «fondamentale per legare in senso pratico la questione dell’umano con quella della ragione e della sua apertura all’inumano». Partendo dalle forme delle installazione di Moulène, oggetti bizzarri come fiori metallici o nodi di bronzo, in cui la materia sovrasta le decisioni dell’artista, Negarestani si sofferma sul concetto di astrazione che spinge la mente verso nuove possibilità attraverso «una forza in grado di lacerare la materia e imprimere a ciò che è inerte uno slancio noetico in grado di definire la traiettoria del pensiero e dell’immaginazione». Tra le pagine di Tortura concreta il concetto chiave per la storia dell’arte dell’astrazione viene rivisto e ripensato, tanto che Negarestani vede nel lavoro di Moulène la trasformazione dell’astrazione in un protocollo universale (secondo la stessa definizione dell’artista di protocollo come sistema performativo) che governa la creazione dell’artista rappresentando alla perfezione «la ramificazione dei transiti tra il pensiero e la materia», momento topico in cui tutte le modalità attraverso le quali si muove il pensiero confluiscono in un unico, decisivo, zenit.

     

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    Dentro il crollo: “L’amore dell’ultimo milionario” di Fitzgerald https://minimaetmoralia.it/letteratura/dentro-il-crollo-lamore-dellultimo-milionario-di-fitzgerald/ https://minimaetmoralia.it/letteratura/dentro-il-crollo-lamore-dellultimo-milionario-di-fitzgerald/#respond Fri, 29 Apr 2022 07:00:46 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=50367 Fitzgerald nonostante gli anni complessi che caratterizzano la stesura di "L'amore dell'ultimo milionario" nutriva grande fiducia in questo lavoro dove condensava non solo alcuni elementi autobiografici, ma anche un'idea più generale dell'arte e della letteratura, della loro funzione e del loro peso all'interno di una società brutalmente risvegliata dalla crisi del 1929

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    «Ho in serbo un grande romanzo e mi piacerebbe andare in Francia a scriverlo quest’estate. Sarà breve come Gatsby ma allo stesso tempo avrà un approccio trascendentale, sarà il tentativo di mostrare la vita di un uomo attraverso alcuni segmenti osservati con passione». Questo scriveva Francis Scott Fitzgerald nel 1938 a Beatrice Dance, con cui aveva avuto una relazione anni prima, parlando di The Love of the Last Tycoon, romanzo pubblicato postumo un anno dopo la morte dello scrittore e ultimo grande frutto incompiuto di un’opera maestosa e che non perde nulla, con il trascorrere dei decenni, della sua potenza. Paolo Simonetti nella prefazione al romanzo, recentemente tradotto da Mara Baiocchi e Anna Tagliavini per minimum fax con il titolo L’amore dell’ultimo milionario, sottolinea da subito come le aspettative di Fitzgerald espresse nella lettera a Dance non possano che essere tradite: a differenza del Grande Gatsby, che effettivamente Fitzgerald scrive in Costa Azzurra nel 1924, L’amore dell’ultimo milionario non solo nasce e si muove in un territorio geografico diverso, Hollywood dove Fitzgerald si è trasferito nel 1937 per lavorare come sceneggiatore per la Metro-Goldwyn-Mayer, ma è anche scritto in uno stato d’animo del tutto diverso, funestato dalla malattia della moglie Zelda, dal fallimento incipiente della sua esperienza hollywoodiana nonché dal fallimento commerciale di Tenera è la notte (su questi anni finali dell’esistenza di Fitzgerald, minimum fax ha recentemente pubblicato anche il romanzo di Stewart O’Nan, Di là dal tramonto, dove l’autore mette bene in luce lo sforzo fitzgeraldiano di riordinare la sua vita dentro una patina di frustrazioni che non possono che farlo pensare, con rimpianto e nostalgia, al suo passato fulgente).

    Per dare bene la misura di cosa si muovesse nella testa di Fitzgerald e delle direzioni che di conseguenza la sua opera letteraria stava imboccando, si può pensare al trittico che compone Il crollo, tre testi apparsi su “Esquire” nel 1936, in un momento in cui la schizofrenia di Zelda e il progressivo disinteresse dei lettori avevano fatto sprofondare lo scrittore nell’alcolismo fino a spingerlo a un tentativo di suicidio. «Anatomia di una coscienza delirante, autopsia effettuata sulla propria pelle, sermone funebre, canto del cigno», queste le definizioni di Ottavio Fatica dei tre scritti (emblematicamente intitolati Il crollo, Attenzione, fragile e Incollare), nelle pagine scritte per “Esquire” Fitzgerald fa i conti con se stesso e sfiora la consapevolezza della percezione di un fallimento esistenziale: si tratta di una confessione su una disgrazia (la «bancarotta emotiva») ma anche una nuova osservazione sulle sfaccettature della scrittura, qui dipinta nella sua impressionante inanità (anche se Fitzgerald è meraviglioso pure scrivendo della sua impossibilità di scrivere). L’anno dopo aver scritto questi testi come detto Fitzgerald si trasferisce in California, nel cuore della terra dell’ambizione e del successo, con l’impressione di essere, come scrive nel Crollo, «uno scrittore e basta», percezione di sé che forse gli sarà stata confermata anche dal fallimento hollywoodiano, dal mancato rinnovo del contratto con la MGM nel 1939 e dalla preoccupazione per poter pagare la casa di cura di Zelda e la scuola che frequenta la figlia. Eppure, come confessa anche in alcune lettere proprio alla figlia, Fitzgerald nonostante gli anni complessi che caratterizzano la stesura di L’amore dell’ultimo milionario (pubblicato postumo e poi ricostruito, nella versione che leggiamo qui, da Matthew J. Bruccoli, corredata da un importante apparato che riporta una selezione degli appunti di Fitzgerald e da alcune lettere che completano il discorso interrotto del romanzo) nutriva grande fiducia in questo lavoro dove condensava non solo alcuni elementi autobiografici, ma anche un’idea più generale dell’arte e della letteratura, della loro funzione e del loro peso all’interno di una società brutalmente risvegliata dalla crisi del 1929.

    Protagonista del romanzo è Monroe Stahr, un uomo che ha costruito dal nulla la sua fortuna come produttore cinematografico e ispirato a Irving Thalberg, vicepresidente della MGM, ultimo tycoon dell’industria cinematografica: Fitzgerald aveva conosciuto Thalberg negli anni Venti, durante la sua prima esperienza hollywoodiana, e con lui non era mai andato troppo d’accordo anche se, come ricorda Simonetti, a Fitzgerald Thalberg «piaceva enormemente», come racconta lo stesso scrittore: «Thalberg mi ha sempre attratto. Il suo fascino eccezionale, la sua straordinaria bellezza, il suo immenso successo, la tragica fine della sua grande avventura». In una lunga lettera che scrive nel 1939 in cui racconta la trama del romanzo che ha in mente in quel momento, con una dovizia e precisione che testimoniano la fede nella serietà della letteratura che ha sempre nutrito lo scrittore americano, Fitzgerald mette già bene in luce il carattere di chi narrerà la storia, Cecelia, figlia di un produttore di Hollywood («una ragazza moderna né buona né cattiva, meravigliosamente umana. […] Lei è del cinema, ma non nel cinema. È nata probabilmente il giorno dell’anteprima di Nascita di una nazione, e quando ha compiuto cinque anni alla sua festa c’era anche Rodolfo Valentino») che si innamora di Stahr. Sempre attraverso il suo sguardo conosciamo l’altra protagonista di questo rapporto, Thalia, donna di cui invece è Stahr a essere innamorato e la cui relazione amorosa, traballante, dolorosa e confusa, è uno dei luoghi centrali del romanzo.

    L’amore dell’ultimo milionario sembra essere un romanzo che Fitzgerald scrive mentre intorno a lui tutto crolla, crolla lui, crollano le sue speranze rispetto a un riscatto hollywoodiano e crolla l’intera società della post-depressione con i suoi personaggi più in vista, mentre il cinema hollywoodiano scimmiotta un benessere e una ripresa che sono molto lontani dal vero per buona parte della popolazione americana. Nello stesso tempo però Fitzgerald continua a scrivere, e lo fa fino alla morte che impedirà la conclusione di questo romanzo, fedele alla religione della scrittura, alla possibilità che narrare delle storie possa costruire un mondo diverso, con una speranza incrollabile nel mezzo letterario di cui questo romanzo è estrema e preziosa testimonianza. Deleuze ha scritto che alcune pagine di Fitzgerald sono esemplari rispetto al tema «di una “incrinatura” dell’Io, in rapporto essenziale con la forma del tempo intesa come istinto di morte» e L’amore dell’ultimo milionario, così come Il crollo, sembra incarnare perfettamente questa pulsione profonda dell’opera dello scrittore americano, che coglie la potenza della vita in tutte le sue declinazioni e cerca di restituirne l’essenza attraverso la parola scritta.

    In questo romanzo, meritoriamente ripubblicato in questa nuova e ricca edizione, Fitzgerald riesce a condensare, in una storia che ha forti legami con la realtà, un’intera gamma di comportamenti e atteggiamenti che esulano dal singolo e dipingono l’umanità e la lotta, impari e continua, che l’uomo compie con la Storia e con i suoi simili attraverso la figura epica, vincente e perdente, fortunata e fallimentare allo stesso tempo di Stahr. Proseguendo nella sua analisi, Deleuze sottolinea come Fitzgerald abbia trovato nel ricorso all’alcol una delle modalità attraverso le quali poter sopportare questo spirito dionisiaco della vita e poter trasferire questa incrinatura sulla pagina senza soccombere. Continuando a leggere l’opera di Fitzgerald appare sempre più evidente come lo scrittore americano sia riuscito davvero ad avere una concezione profonda della vita senza rimanerne schiacciato e a raccontare, attraverso il dettato autoriale, questo nucleo profondo e pericoloso, a esprimere la potenza, eccitante, elettrizzante, tempestosa e atroce dell’esistenza.

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    Sei saggi sotto l’albero https://minimaetmoralia.it/libri/sei-saggi-sotto-lalbero/ https://minimaetmoralia.it/libri/sei-saggi-sotto-lalbero/#respond Mon, 20 Dec 2021 13:25:45 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=49742 Sei saggi, recentemente pubblicati, da leggere o regalare a Natale

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    Maurizio Serra, Il caso Mussolini, Neri Pozza

    Ex ambasciatore, membro dell’Académie Française, autore di meravigliose e documentate biografie (Malaparte. Vita e leggende, Antivita di Italo Svevo o L’immaginifico. Vita di Gabriele D’Annunzio), Maurizio Serra dedica, sotto invito di un editore francese (Le Mystère Mussolini, Perrin), l’ultimo suo lavoro a Benito Mussolini e lo fa con un libro che diventa imprescindibile per chiunque si interroghi sulla sua figura e su ciò che di quella esperienza è rimasto nella società italiana. Prendendosi carico di molta letteratura, intrecciando questa con una lettura serrata degli eventi e dei caratteri di Mussolini, decostruendo molte idee ormai date per scontate e poco discusse (come quella che il fascismo sia nato per reagire alla fragilità della società italiana del 1918 quando in realtà se ne servì per raggiungere il potere) e dando ampio spazio a importanti riflessioni sulla politica estera dell’Italia fascista, Serra costruisce un ritratto di Mussolini che muove dalle bugie che ne hanno guidato l’ascesa (i pericoli di una rivoluzione bolscevica sull’onda delle proteste del Biennio Rosso e il risentimento per una vittoria “mutilata”) e lentamente disvela i caratteri veritieri che si sono persi nel corso dei decenni e che hanno costruito di Mussolini un’immagine falsata e fondata sul mito. E d’altronde, come sottolinea Serra sin dalle prime pagine, Mussolini era un bugiardo («Benito Mussolini ha sempre mentito, dall’inizio alla fine; a volte senza esserne consapevole. Questa vocazione alla dissimulazione permanente non derivava da una tara caratteriale, da un’imposizione della vita politica, nemmeno da un riflesso di vecchio cospiratore. Vi traspariva un sovrano disprezzo per gli uomini, tutti intercambiabili ai suoi occhi, alleati o nemici, complici divenuti avversari o viceversa») e su molte bugie è stato edificato anche il suo mito che ha costruito un’eredità con cui tuttora l’Italia fa, talvolta, i conti. Un governo costruito sulla dissimulazione perenne da un uomo «indifferente, nutrito di un’impassibilità rara nel nostro carattere e nella nostra storia» pienamente responsabile, sottolinea Serra, del disastro verso il quale ha condotto l’Italia. Il caso Mussolini è un libro che rimette in discussione e sgretola, con precisione e acume filologico, tesi dubbie ed errate che nel corso degli anni sono diventate certezze incrollabili.

    Louis Armstrong, Un lampo a due dita. Scritti scelti, Quodlibet (traduzione di Giuseppe Lucchesini)

    Il 6 luglio del 1971, a New York, moriva Louis Armstrong, uno dei musicisti più importanti e influenti del Novecento che rivoluzionò la musica jazz aprendo le porte dell’improvvisazione e modificandone per sempre la natura con la sua tromba e la sua voce. Nel cinquantenario della sua morte, Quodlibet, nella sua preziosa collana Chorus diretta da Fabio Ferretti, pubblica un’ampia raccolta di scritti di Armstrong, curati da Thomas Brothers. Come annota immediatamente Stefano Zenni, curatore dell’edizione italiana, può sorprendere sapere che Armstrong fosse anche uno scrittore «compulsivo», fatto che sgretola il pregiudizio che vedeva nella comunità nera degli Stati Uniti solo ignoranza, ma questo volume permette altresì di conoscere Armstrong da un’altra e inedita angolatura. Gli scritti differenti che compongono Un lampo a due dita, ognuno introdotto da Brothers, danno al lettore la possibilità, oltre che di conoscere la storia del jazz attraverso le parole di uno suo protagonista assoluto (e sono storie di emarginazione e di multiculuralità coatta), anche di percorrere la storia sociale degli Stati Uniti attraverso lo sguardo eccezionale di uno dei suoi più brillanti protagonisti armato sempre, oltre che della sua tromba, di una macchina da scrivere (in una lettera a Joe Glaser, Armstrong si rammarica proprio di non avere più la sua macchina da scrivere). Questi scritti (il favoloso e commovente Louis Armstrong + la Famiglia Ebrea a New Orleans, Louisiana, nell’anno 1907, scritto in ospedale nel 1969 o l’Arrivederci a tutti dello stesso anno che si conclude con quel «non esiste una roba come “essere pronti ad a andarsene”, finché si fa qualcosa di interessante e di buono. Si è sempre in ballo finché si respira» che dà la misura dell’effervescenza della personalità di Armstrong) sono anche una rivendicazione, durata tutta la vita, dell’esistenza in una società profondamente razzista in cui le migrazioni e gli incroci inaspettati ne erano però vita pulsante.

    John Julius Norwich, I normanni nel Sud. 1016-1130, Sellerio (traduzione di Elena Lante Rospigliosi)

    Basta guardare una foto di John Julius Norwich, visconte di Norwich, all’anagrafe Joh Julius Cooper (1929-2018), per intuire, dall’allegria e la profondità del suo sguardo, la passione che ne guidò il lavoro di scrittore, curatore e documentarista, e l’erudita eccitazione per tutto ciò su cui il suo occhio si posava. La casa editrice Sellerio ha cominciato da qualche anno a pubblicare le sue opere e così dopo i bei Breve storia della Sicilia e Il Mare di Mezzo. Una storia del Mediterraneo, è uscito adesso I normanni nel Sud, una voluminosa e accuratissima ricerca che ripercorre le gesta e le imprese dei normanni nell’Italia meridionale. Oltre all’accuratezza filologica e al rigore nella consultazione delle fonti, ciò che stupisce di questo libro di Norwich è la gioia narrativa e la capacità di raccontare una storia lunga e complessa, oltre che decisiva per un’intera regione del mondo Occidentale nell’anno Mille, dandole le forme di una sorta di saga epica affascinante e avvincente, con personaggi che finiscono per avere le forme e le fattezze di eroi. Il libro nasce da una vacanza di Norwich in Sicilia negli anni Sessanta e dalla impreparazione davanti ad architetture che senza sforzo né tensione riunivano «quanto di più bello vi è nell’arte e nell’architettura di tre grandi civiltà di quell’epoca: la nord-europea, la bizantina e la saracena». Ecco l’origine di questo libro che presenta una prima parte della storia della Sicilia normanna, di questi condottieri che, un po’ per caso e un po’ per curiosità, da un piccolo villaggio della Francia del Nord finirono, contro ogni aspettativa, per battersi vittoriosamente con bizantini, longobardi e saraceni.

    Roland Barthes, Cos’è uno scandalo. Testi su se stesso, l’arte, la scrittura e la società, L’orma (traduzione di Filippo D’Angelo)

    I tomi francesi dell’opera completa di Roland Barthes riservano continuamente al lettore italiano sorprese e luoghi di estremo interesse, all’interno di un corpus molto vasto che continuamente si apre a nuove suggestioni, una riserva di inediti nella nostra lingua che reclama continuamente una traduzione. Anche per questo la pubblicazione di questa serie di scritti di Barthes per L’Orma (a cura di Filippo D’Angelo) rappresenta un’occasione importante per avvicinarsi o per approfondire l’opera del teorico francese morto poco più di quarant’anni fa nel 1980. Come suggerisce il titolo si tratta di scritti che hanno a che fare con l’aspetto scandaloso del nostro vivere il mondo nell’accezione barthesiana di sorprese, meraviglie e interrogativi che nascono dall’osservazione della realtà. Questo sentimento emerge dagli scritti letterari dedicati, tra gli altri, ad André Gide (piccole e rapidissime riflessioni sconnesse capaci, con la classica abilità barthesiana, di cogliere gli elementi più profondi della sua opera) o alla concezione della storia di Michelet («La Storia michelettiana è quindi davvero una Natura: i fatti vi si susseguono gradualmente, in correlazione, riproducendosi gli uni dagli altri attraverso variazioni di apprenze, come gli esseri»), ma anche dal testo dedicato alla relazione tra De Gaulle, i francesi e la menzogna nella letteratura o a quelli che si concentrano sulle arti figurative (Matisse per esempio, ma anche Guido Crepax). In questa bella selezione di testi insomma, si ritroverà quella sottigliezza dell’occhio di Roland Barthes capace di utilizzare gli interstizi di ciò che ci appare quotidianamente come unica e preziosa «moneta logica», l’occhio esploratore di una delle menti più acute del Novecento.

    Alexander S. Neill, La libera scuola di Summerhill, eleuthera (traduzione di Elena Cantoni)

    In tempi di continue discussioni sulla scuola in tutti i suoi risvolti e di letture più o meno disgraziate di questo universo, prendere tra le mani questo libro dell’educatore scozzese Alexander Sutherland Neill (nato a Forfar nel 1883 e morto a Leiston nel 1973) rappresenterà certamente una deliziosa boccata d’aria. Questo libro racconta la nascita, la natura e le forme della scuola di Summerhill fondata circa cento anni fa da Neill e ubicata prevalentemente a nord est di Londra, nel Suffolk. Questo esperimento rappresenta ancora oggi un simbolo di rivoluzionarie pratiche educative e del successo di una certa pedagogia libertaria, emblema di quella che il pensatore libertario Paul Goodman definì «educazione incidentale», capace di generare negli studenti un apprendimento migliore e più duraturo dell’insegnamento diretto. Da questo racconto emerge la natura dell’educazione come educazione all’essere e non al dover essere, ovvero l’idea di una libertà assoluta nello sviluppo della personalità e delle caratteristiche individuali, ma si può rintracciare anche il pensiero di una pratica educativa imperniata sulla relazione come ingrediente di base per la trasformazione di una società basata sul dominio e sulla continua concorrenza. La libera scuola di Summerhill funziona allora come una lettura fondamentale per conoscere una concezione della scuola e dell’insegnamento differente, incentrata sull’allontanamento di qualsiasi paura o sentimento di soggezione e sulla conoscenza come riconoscimento fruttuoso dell’altro, rispetto per le vocazioni ma anche, e soprattutto, come riguardo per i timori e le debolezze.

    Leonardo Bianchi, Complotti! Da Qanon alla pandemia, cronache dal mondo capovolto, minimum fax

    In tempi pandemici, sentire parlare di complotti è diventata un’occorrenza pressoché quotidiana, ma che cos’è un complotto? E quali sono i principali archetipi che ne guidano la formazione? Esiste un modo per discutere queste teorie senza scivolare nell’assenza completa di dialogo? A tutte queste domande, e a molte altre a cui si possa pensare, risponde, o quantomeno aiuta a comprenderle, il nuovo libro di Leonardo Bianchi che, dopo Gente e l’analisi dei caratteri del populismo, decide, con la consueta attenzione e acribia giornalistica, di immergersi proprio nel mondo magmatico e inafferrabile delle teorie del complotto. Dopo una necessaria ed esaustiva parte introduttiva dedicata proprio all’origine della definizione, Bianchi si concentra, tra le altre e interessanti cose, su due eventi fondamentali di questi anni, la pandemia appunto e l’assalto al Campidoglio degli Stati Uniti del 6 gennaio 2021. «Un complotto è tutto quello che la vita normale non è. È il gioco segreto, gelido, sicuro, attento, per noi eternamente inaccessibile» ha scritto Don DeLillo in Libra (citazione scelta per l’esergo del libro) e in Complotti! Bianchi compie un lavoro straordinario analizzando le idee che nutrono questi immaginari, mostrano le conseguenze eversive di tali pensieri (dai protocolli dei Savi di Sion a Qanon) ma, soprattutto, prende estremamente sul serio ciò che potremmo essere portati a risolvere facilmente con accuse di follia o poca lucidità analizzando le radici di questi atteggiamenti e di queste farneticazioni e fornendo strumenti imprescindibili per conoscere un mondo certo marginale, ma che è assolutamente necessario individuare per affrontarne i rivoli che abitano la nostra quotidianità.

     

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    Il coraggio della complessità: “Quel che ci è dato” di Marilynne Robinson https://minimaetmoralia.it/letteratura/il-coraggio-della-complessita-quel-che-ci-e-dato-di-marilynne-robinson/ https://minimaetmoralia.it/letteratura/il-coraggio-della-complessita-quel-che-ci-e-dato-di-marilynne-robinson/#respond Mon, 08 Mar 2021 07:00:45 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=48018 I saggi di Marilynne Robinson sembrano un miracolo: ogni pagina, ogni riga invita infatti a un approfondimento continuo, in un processo di lettura che pare senza fine.

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    Il processo di semplificazione che attraversa ogni ambito del mondo contemporaneo sembra, più o meno lentamente e con più o meno resistenza, inesorabile. La semplificazione non è per definizione qualcosa di negativo ovviamente, ma quando questa si accompagna al desiderio di dare maggiore velocità alle informazioni veicolate, addormentare il ragionamento e la critica, il processo diventa qualcosa di esecrabile, un movimento da condannare perché inutile. Il rischio più grosso è quello di una anestetizzazione del pensiero, l’abitudine alle cose semplici e la conseguente difficoltà dentro le complessità. Non è esente da questo rischio certamente la letteratura che se, come scrive Nabokov nelle sua lezioni di letteratura, afferisce al regno dell’inutile, è anche ciò che può dare «l’appagamento puro e assoluto», contribuendo alla serenità e al «benessere mentale più genuino». I libri che si pongono in controtendenza rispetto a questo processo, che non concedono semplificazioni al lettore, ma che invece lo trattano con il grado di difficoltà che una materia complessa come la scrittura e la letteratura deve scatenare, senza adombrare scorciatoie, sono dei gioielli rari e preziosi.

    La sensazione che generano i saggi di Marilynne Robinson raccolti in Quel che ci è dato (appena tradotti da Eva Kampmann per minimum fax che ha in catalogo anche un’altra raccolta di saggi di Robinson, Quando ero piccola leggevo libri) è proprio questa e pare quasi di trovarsi davanti a un miracolo: ogni pagina, ogni riga di questi saggi invita infatti alla rilettura, all’approfondimento, ad andar a controllare le pagine precedenti, in un processo di lettura e interpretazione che pare senza fine. Questo accade non perché Robinson indugi in una complessità fine a se stessa, che potrebbe anche essere consona agli argomenti complessi che vengono trattati, ma perché ogni pagina e ogni parola risulta così densa di significati da spalancare continui spazi ermeneutici troppo intriganti per non essere percorsi.

    Si prenda a esempio il testo che apre questa raccolta, intitolato Umanesimo: qui Robinson parte dalla definizione di Umanesimo, tratteggia in poche parole ma con grande precisione il clima e il significato delle azioni di quel gruppo di appassionati studiosi dell’antichità e poi getta in campo l’annosa domanda sull’utilità degli studi umanistici in un mondo come quello contemporaneo dominato dalla scienza e dalla tecnica, dove l’imaging cerebrale probabilmente non evidenzierebbe nulla di diverso nel cervello di Shakespeare rispetto a quello di qualsiasi altra persona: per un momento Robinson sembra quasi convincerci e convincersi del predominio della tecnica ma poi, improvvisamente, il ragionamento scivola in un vicolo cieco gnoseologico che non può che riportare alla questione descritta all’inizio del saggio, mostrando l’importanza del «valore dell’io umano». Nel giro di una manciata di pagine scorrono davanti agli occhi del lettore principi di critica letteraria, di neuroscienze, di storia della scienza (Darwin) e di teologia, magnificamente aderenti al ragionamento perché, ed è questo un altro pregio di Robinson, non c’è mai nessun eccesso di conoscenza, nessuna esposizione tronfia delle capacità di ragionamento; Robinson, come una saggia alchimista, dosa il suo sapere, ne utilizza quel che basta per rendere la scrittura e i ragionamenti brillanti e multiformi, come se osservasse il mondo attraverso una pietra preziosa e ci donasse la possibilità di gettare l’occhio anche a noi attraverso questo straordinario punto di vista.

    Questo porta a una visione ben precisa della scrittura e della cultura, ben esemplificata nel saggio intitolato Riforma dove Robinson si muove tra i personaggi principali della grande riforma del cristianesimo nel Cinquecento, «soprattutto storia di libri e pubblicazioni», come Giovanni Calvino, Martin Lutero e John Wycliffe, tutti promotori di un cristianesimo più vicino e accessibile al popolo anche grazie al loro lavoro di traduzione della Bibbia, personaggi che si fecero carico di cogliere «la bellezza del parlato corrente» mostrandosi «sensibili alle qualità estetiche di qualunque cosa una cultura abbia stigmatizzato come un marchio d’ignoranza». Nelle storie della Riforma che si snodano attorno alla traduzione della Bibbia e al viaggio dei puritani verso gli Stati Uniti, viaggiatori antenati della Robinson come lei stessa suggerisce e che stridore tra la società da loro immaginata e quella americana di oggi, la scrittrice americana insiste sul fatto che le lingue vernacolari insieme alla «bellezza misconosciuta e la capacità di esprimere significati profondi che racchiudevano» rese «l’ampia diffusione del sapere possibile e urgente, oltre che un atto di godimento estetico e di grandissimo amore».

    La diffusione del sapere avvertita come un bisogno urgente, come un atto d’amore, è forse una delle chiavi più profonde per comprendere l’opera di una delle più grandi scrittrici contemporanee che nei suoi romanzi, tradotti in Italia da Einaudi e forse non letti quanto meriterebbero, ha creato un mondo basato su una serie di interrogativi attorno a una meditazione religiosa onesta e profonda, suggerendo l’esistenza di un futuro che, come ha scritto Nicola Lagioia, «vale la pena di essere vissuto», illuminando «la dimensione dello spirito a cui potremmo accedere se avessimo la meglio su una serie di ostacoli interiori che rappresentano la nostra vera dannazione». L’afflato religioso è ovviamente presente in tutti i saggi di Quel che ci è dato, una sovrastruttura del pensiero che diventa decisiva per indagare i fenomeni della società (come il razzismo o l’economia contemporanea affrontati nei capitoli Risveglio, Declino e Paura, o la presenza della violenza nel vertiginoso capitolo Teologia), una questione di scontro e possibile pacificazione in un mondo come quello americano dove la religione diventa un modo, come scrive Robinson, per dividere la popolazione «in fasce». Robinson, che è calvinista, percorre il percorso della fede con coraggio e intelligenza (come emerge anche da questa intervista di Fabio Donalisio), non tirandosi mai indietro anche davanti ai luoghi più complessi, quelli dove il pensiero sembra girare a vuoto, ma la fede nel fatto che in ogni essere vivente è celata quella bellezza a cui «potremmo dare il suo momento di gloria» la spinge sempre ad andare avanti.

    «Nella narrativa e nella vita c’è una grande differenza tra il conoscere qualcuno e l’essere informato su qualcuno. Quando un autore è informato su un personaggio scrive per la trama. Quando conosce il suo personaggio, scrive per esplorare, per percepire l’impatto della realtà su un sistema nervoso che non è assolutamente il suo»: questo scrive Robinson nel saggio Libertà di pensiero, contenuto in Quando ero piccola leggevo libri, e questa è una delle sensazioni che nascono nel lettore scorrendo le pagine narrative o saggistiche di Robinson, la forza di conoscere ciò di cui si parla e si scrive, l’audacia di vedere il mondo attraverso l’occhio dell’altro, il sentir risuonare una voce onesta e luminosa capace, davvero, di rischiarare i percorsi all’apparenza più tenebrosi.

     

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    Mark Fisher, il weird e l’eerie. Conversazione con Gianluca Didino https://minimaetmoralia.it/interviste/mark-fisher-weird-leerie-conversazione-gianluca-didino/ https://minimaetmoralia.it/interviste/mark-fisher-weird-leerie-conversazione-gianluca-didino/#comments Fri, 26 Oct 2018 05:04:52 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=38412 Conversazione con Gianluca Didino, che ha curato la postfazione a "The weird and the eerie" di Mark Fisher (pubblicato in Italia da minimum fax, con la traduzione di Vincenzo Perna).

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    Non potendone parlare col diretto interessato, ossia l’autore – Mark Fisher si è suicidato il 13 gennaio del 2017 – ho pensato che non sarebbe stata una cattiva idea approfondire The weird and the eerie con Gianluca Didino, a cui è stata affidata la preziosa postfazione all’edizione italiana del libro (pubblicato ad agosto 2018 da minimum fax, con traduzione di Vincenzo Perna). Gianluca, per chi non lo avesse incontrato sulle pagine di minima&moralia, ha scritto anche per Internazionale, Studio, Esquire, Pagina99 e Il Mucchio Selvaggio. Nel corso degli ultimi dieci anni ho seguito la sua scrittura con enorme piacere, soprattutto per la sua capacità di passare da un argomento all’altro – principalmente letteratura, filosofia, città – con grande lucidità e chiarezza. Per questo sono stato molto felice di trovare il nome di Gianluca sulla copertina di un libro, quello di Mark Fisher, per certi versi di culto, sicuramente seminale. Quella che segue è la nostra conversazione, in cui si è parlato, tra le altre cose, anche di Geoff Dyer, Simon Reynolds e… Luca Morisi.

    Per iniziare, mi chiedevo se avessi mai sperimentato una sensazione di weird o di eerie in prima persona e ce la volessi raccontare, prescindendo per un attimo dal libro. Lo stesso Mark Fisher scrive che “è possibile sperimentare la sensazione del weird e dell’erie ‘dal vivo’, senza ricorrere a specifiche forme di mediazione culturale”.

    Credo che chiunque abbia mai avuto un attacco di panico, provato ansia o avuto momenti di depressione anche passeggeri abbia sperimentato sensazioni di weird o eerie. Non dobbiamo dimenticarci che questi due termini, per quando indichino sentimenti diversi, hanno una radice comune, quella che Fisher chiama sulla scorta di Heidegger “demondificazione”, il processo in cui il tuo mondo (inteso come un costrutto di senso) diventa un non-mondo (qualcosa che non riesci più ad afferrare con le categorie mentali che usi tutti i giorni). Heidegger in Essere e tempo spiega come questo processo sia intimamente legato proprio al sentimento dell’angoscia, che per lui è sì terribile ma anche iniziatico, nel senso che segna l’inizio di un percorso di ricerca che può portare alla scoperta di un’identità più autentica. Non sono certo che Fisher concordasse su questo punto, però, anche perché nella sua lettura weird e eerie sono sentimenti decisamente più “impersonali”. Io trovo interessante la lettura di Fisher ma per mia formazione sono più heideggeriano a riguardo, diciamo che la mia posizione si situa da qualche parte nel mezzo.

    Passiamo al libro. Lo stile di Fisher – gran ritmo e capacità affabulatoria – è piuttosto accessibile, qualità che non gli impedisce di imbastire ragionamenti molto raffinati. Leggere The weird and the eerie significa anche provare il piacere di reimmergersi in opere che abbiamo amato, raccontate spesso con uno sguardo diverso. A proposito di Interstellar, ad esempio, Fisher ribalta le critiche al “sentimentalismo kitsch” del film di Nolan facendone il perno della sua riflessione sull’eerie; mentre a proposito di Tempo fuori di sesto mette in luce alcuni aspetti dell’arte di Philip K. Dick che forse erano sfuggiti anche al Carrère di Io sono vivo, voi siete morti.

    Il libro di Fisher raccoglie saggi e analisi precedentemente pubblicate altrove, su riviste accademiche o sul suo blog k-punk. Questo si vede riflesso dalla struttura del libro che è diviso in capitolo “verticali” dedicati a uno o più libri, film, dischi eccetera. Dall’altro lato Fisher si è occupato di weirdness e speculative fiction fin dai suoi esordi, basti pensare che la sua tesi di dottorato era – in pieno stile CCRU – dedicata al “materialismo gotico e alla theory-fiction cibernetica” (quest’ultima mi piacerebbe capire cos’è, dovrei leggere la tesi). Quindi in buona sostanza ha riflettuto, scritto e raccolto materiali su questi temi per tutto il corso della sua vita. Infine alcuni temi, discorsi, testi o autori, come ad esempio Nolan, che citi, o Shining, o ancora il post-punk, sono vere e proprie ossessioni fisheriane, che tornano più e più volte nel corso della sua opera – ad esempio ci sono saggi bellissimi dedicati al rapporto tra The Caretaker e Shining o a Inception nell’altra raccolta di saggi pubblicata da Fisher quand’era in vita, Ghosts of My Life. Questo per dire che sì, hai certamente ragione: uno degli aspetti più interessanti e anche più piacevoli per il lettore di The weird and the eerie è il fatto di ripercorrere brani di “testualità” contemporanea, letteraria, filmica o musicale, e di vederli filtrati dallo sguardo molto personale di Fisher. Ma d’altronde credo che questo è esattamente quello che un critico culturale dovrebbe fare, e Mark Fisher è stato un grandissimo critico culturale.

    A proposito di eerie, ho trovato un parallelo con alcune storie di Geoff Dyer. Sebbene Dyer non citi mai The weird and the eerie, mi sembra che in alcuni momenti di Sabbie bianche metta quasi in scena le teorie sull’eeriness di Fisher. Penso alle pagine sul dipinto The Questioner of the Sphinx di Elihu Vedder, ma anche a quelle sul campo da calcio abbandonato in Polinesia o sullo Spiral Jetty e il Lightning Field. Per certi versi Dyer si spinge addirittura oltre, applicando il filtro eerie alla Fisher a opere e monumenti di una civiltà – la nostra – le cui “strutture simboliche che conferivano un senso” non si sono ancora estinte: immaginando insomma un’eeriness futura a partire dalle nostre macerie.

    Vedo due possibili risposte alla tua domanda. Da un lato c’è sicuramente una specificità britannica che Fisher e Dyer condividono, perché anche se si tratta di autori molto diversi condividono grossomodo una generazione (Dyer ha dieci anni più di Fisher), un certo substrato culturale direi post-marxista e post-punk e un interesse per la weirdness (pensa a Zona di Dyer, che è il racconto di Stalker di Tarkovskij, un film che sarebbe stato benissimo in The weird and the eerie). Quindi sicuramente c’è una sensibilità comune. In secondo luogo Dyer è un grandissimo narratore di sensazioni. Se dovessi dire cosa mi rimane dei suoi libri direi che mi rimangono essenzialmente delle sensazioni, prima ancora che delle storie o delle idee: se penso a Sabbie bianche ad esempio quello che ricordo è la eeriness del campo di calcio abbandonato in Polinesia, la potenza numinosa dei luoghi sacri, l’angoscia latente del viaggio in auto con il (presunto) evaso o la nostalgica bellezza dell’ultima notte cinese nel testo che apre la raccolta. Fisher è naturalmente più teorico di Dyer, e certo molto meno svagato e sarcastico, ma a sua volta è molto bravo a cogliere e lavorare con le sensazioni: alla fine dei conti, concetti come quello di “realismo capitalista” o di “hauntology” funzionano non solo perché il loro valore teorico, ma anche perché sono capaci di cogliere sensazioni come l’assenza di alternative o la strana fine del futuro che tutti noi abbiamo provato molte volte prima di essere in grado di dar loro un nome. Nel caso di weirdness e eeriness è se possibile ancora più vero.

    Ancora a proposito di rappresentazione di teorie altrui e di weird, stavolta. Sono molto interessanti le pagine su Lovecraft e Borges. Secondo Fisher, Lovecraft avrebbe concretamente messo in scena la finta erudizione storico-letteraria di Borges: il Necronomicon è la versione credibile, che si stacca dalle pagine per diventare mito reale nel mondo del lettore, di ciò che in Borges resta pura affabulazione letteraria (il Don Chisciotte di Pierre Menard).

    Qui devo dire che concordo solo in parte con Fisher, nel senso che capisco il punto (ci torno tra un attimo) ma non condivido la comparazione tra Lovecraft e Borges che finisce a scapito del secondo. Personalmente trovo Lovecraft immensamente interessante, ma spesso anche un po’ noioso da leggere (tutte le dichiarazioni di ineffabilità degli esseri di cui racconta puntualmente smentite da descrizioni minuziose degli stessi esseri mi infastidiscono un po’) mentre penso che potrei continuare a rileggere Borges per sempre. Insomma per me Borges è uno scrittore molto migliore di Lovecraft, mettiamola così. Ma come dicevo capisco quello che Fisher vuole dire, ed è un punto molto interessante: in pratica si tratta di equiparare l’attitudine postmoderna e quella ipermoderna alla realtà, e in questo con il senno di poi Lovecraft si è rivelato più precursore dei tempi persino di Borges, che già precorreva i suoi tempi pre-postmoderni, se mi passi l’espressione. Mentre Borges, come tutti i sudamericani della sua generazione – e direi anche come i bibliotecari, per deformazione professionale – non dà molto peso alla realtà, ma preferisce le descrizioni della realtà (atteggiamento questo tipicamente postmoderno), Lovecraft è indubbiamente un realista, nel senso che le sue creature innominabili e i suoi mostri venuti dallo spazio esistono proprio nella stessa dimensione in cui esiste la sonnolenta provincia del New England in cui sono ambientati tanti racconti. Il piano ontologico è lo stesso, non ci sono realtà dentro realtà o mondi dentro mondi o realtà che sono sogni e sogni che sembrano la vita ma la cruda brutalità dell’inconcepibile e dell’innominabile che squarcia la stessa realtà che viviamo tutti i giorni. Questo credo sia l’aspetto più interessante dell’opera di Lovecraft e sicuramente è un aspetto molto in linea con il realismo della nostra epoca.

    Come spieghi nella postfazione, l’influenza di Mark Fisher nella cultura contemporanea è sterminata: accelerazionismo, vaporwave, meme come strumento di propaganda. Mi chiedevo: hai dato un’occhiata al curriculum vitae di Luca Morisi? Scorrendolo non ho potuto fare a meno di pensare che il deus ex machina della Bestia, specie ora che è al Ministero dell’Interno, dev’essere una sorta di accelerazionista infiltrato che sta portando il sistema al collasso per azzerare tutto e ripartire da capo. (È un paradosso, ma non troppo.)

    Uno dei vantaggi di non vivere in Italia è che puoi ignorare l’esistenza di certe dinamiche politiche e vivere bene lo stesso. Quindi la mia opinione a riguardo non è molto stratificata. Ma scorrendo il CV quello che mi sembra di vedere non è un accelerazionista ma un filosofo con la passione per i media che è riuscito a fare della sua laurea qualcosa di redditizio invece che finire a lavorare come supervisore all’Ikea o farsi mantenere dai genitori mentre tenta di avviare una carriera letteraria. Quello che voglio dire è che viviamo in un mondo dove la manipolazione dell’opinione altrui è diventato un business incredibilmente redditizio. Questo è un “mestiere” a cui puoi dedicarti in maniera istituzionale, come Morisi, oppure attraverso varie forme di guerriglia mediatica come quelle che abbiamo visto dispiegarsi nel caso della campagna presidenziale di Trump, ma in entrambi i casi si tratta di una carriera vera e propria. Per venire a quello che mi sembra il punto principale della tua domanda, l’accelerazionismo per me costituisce un problema filosofico non da poco. Da un lato ammetto che lo trovo attraente nello stesso modo in cui trovo attraente Bataille, i Situazionisti o Nietzsche, per il rifiuto radicale dell’ordine borghese, l’accento sulla creatività, il futurismo eccetera. Inoltre è chiaro che un appassionato di speculative fiction come me trovi interessante questo immaginario che va a braccetto con la fantascienza (alcuni testi della CCRU, almeno quelli leggibili, sono letterariamente interessanti). Più di tutto però mi piace il senso di alternativa, di un altro mondo possibile, sotteso al pensiero accelerazionista. Detto questo, altri aspetti mi lasciano perplesso. L’idea per cui se tutto va male allora tutto va bene mi sembrava poco consistente già quando a vent’anni bazzicavo i collettivi della sinistra autonoma, ma adesso la trovo anche pericolosa: quando Žižek diceva che lui avrebbe votato per Trump ho fatto fatica a leggerla come una provocazione, mi è sembrato semplicemente un messaggio sbagliato e in fin dei conti stupido da trasmettere. Non che Žižek sia un accelerazionista, ovviamente, ma è per spiegare il concetto. Alla base del pensiero accelerazionista c’è questo luogo oscuro in cui desiderio e morte sfumano uno nell’altra, gioia creativa e nichilismo fanno parte di un unico continuum. Lo trovo affascinante, ma va preso con le pinze.

    Quest’estate ho sentito Simon Reynolds rispondere a una domanda sulla xenofobia citando, come possibile antidoto, quella che ha definito la xenofilia di Mark Fisher: un genuino interesse per tutto ciò che ci è estraneo, sconosciuto. In effetti è evidente il parallelo tra l’interesse eerie di Fisher per il “fuori” e la sua ossessione per il superamento delle logiche culturali del capitalismo attuale. Anzi, credo che in Realismo capitalista si percepisse forte il desiderio, rimasto un po’ “in canna”, di mettere a fuoco una visione politica da opporre concretamente a quel terrificante eerie cry che era (ed è ancora) il “There’s no alternative” di Margaret Thatcher. Secondo te cosa c’è dopo Mark Fisher, oltre il suo sistema filosofico e la sua influenza?

    Ti rispondo in due modi: sul primo punto (quello sulla xenofilia) concordo con te, sul secondo (quello sulla prospettiva politica) meno. Fisher e Reynolds erano amici e condividevano un genuino amore per il futuro, per l’innovazione, per il superamento dei nostri limiti culturali e tutto questo genere di cose. Sicuramente su questo punto il loro sguardo era aperto, inclusivo, dinamico e volto ad abbracciare la diversità quanto più possibile. L’accenno di Reynolds alla xenofilia fisheriana da questo punto di vista è molto bello, e sicuramente molto giusto: questa apertura all’esterno e all’ignoto è tra gli aspetti più vitali del pensiero fisheriano. Entrambi però hanno finito per diventare celebri con libri dedicati al passato e all’impossibilità di accedere a quel futuro promesso. Nel caso di Reynolds nessuno si fa problemi, perché in fondo è un critico musicale e ai critici musicali non si richiedono posizioni politiche forti. Invece ho sentito molte persone, alcune delle quali stimo molto dal punto di vista intellettuale, derubricare l’opera di Fisher a un generico post-marxismo sostenendo che dal punto di vista dell’elaborazione politica i suoi libri non apportino niente di nuovo. Qui si tratta anche di punti di vista, e sicuramente c’è chi la pensa diversamente da me e che ha buone ragioni di farlo perché ha conosciuto Mark Fisher di persona, a differenza mia, ma io tendo a mettere in guardia dal dare un’interpretazione troppo politica dell’opera di Fisher. Non che la dimensione politica non ci sia, figuriamoci, ma forse cercare una coerenza o un pensiero strutturato non è l’approccio migliore al suo lavoro. La scrittura di Fisher è molto personale, ed è anche questo a renderla tanto potente e affascinante. Come ogni scrittura personale lavora molto sulle proprie ossessioni, il Regno Unito del patto sociale, il post-punk, le serie di fantascienza trasmesse dalla BBC negli anni Sessanta, il paesaggio inglese, la depressione e via dicendo. Fisher ha poi la bravura e l’ampiezza di respiro di saper trarre da queste substrato molto intimo alcune categorie in cui tutti possiamo riconoscerci, come quella di realismo capitalista che citi, o quella di hauntology, o appunto il weird e l’eerie dell’ultimo libro. Ma la sua è essenzialmente la riflessione personale di un critico culturale, non un sistema filosofico o politico strutturato. Come tutti i bravi critici culturali ci aiuta a leggere il presente e il passato recente, più che presentare una proposta per il futuro.

    (Fonte foto)

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    I vivi e i morti: la ripetizione e il frammento https://minimaetmoralia.it/libri/i-vivi-e-i-morti-la-ripetizione-e-il-frammento/ https://minimaetmoralia.it/libri/i-vivi-e-i-morti-la-ripetizione-e-il-frammento/#comments Fri, 06 Apr 2018 08:30:24 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=36821 I vivi e i morti ossia né i vivi né i morti, meglio ancora né la fiaba e nemmeno l’epica. Nega subito il nuovo poderoso romanzo di Andrea Gentile, I vivi e i morti (Minimum Fax) e lo fa partendo dalle fondamenta, prendendo subito le distanze da una fisicità e da una carnosità linguistica che […]

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    I vivi e i morti ossia né i vivi né i morti, meglio ancora né la fiaba e nemmeno l’epica. Nega subito il nuovo poderoso romanzo di Andrea Gentile, I vivi e i morti (Minimum Fax) e lo fa partendo dalle fondamenta, prendendo subito le distanze da una fisicità e da una carnosità linguistica che lascerebbero subito dedurre un viaggio agli inferi del misticismo agreste e arso del Sud d’Italia.

    Una fuga da quei luoghi dimenticati da Dio, e ancora abitati dall’uomo ricordati sempre e solo attraverso millenarie superstizioni e atroci privazioni, unici veri respiri possibili di un eterno fatto di ferite e terra bruciata.

    Andrea Gentile declama una negazione per frammenti, ricostruendo in questo modo lo spazio fuggito tra un’istantanea e un’altra. Nega in sostanza un’origine per poterne non tanto liberarsene, ma per costruirne l’interpretazione muovendo la propria scrittura tra gli esergo di Omero, Béla Tarr e Franz Kafka. Uno sfaldarsi continuo sostenuto da un impianto solido, quello della sparizione, in cui le ombre divengono nel vuoto il cuore di un discorso dettato da accadimenti singolari e al tempo stesso occasionali. La ripetizione e l’accadimento vanno così interpretati come movimenti temporali sì causali, ma in sempre sostanziali e necessari alla storia.

    I vivi e i morti non racconta né il vero né il falso e rifuggendo dal gioco banale e usurato della verosimiglianza, accetta la sfida di un discorso scollegato dagli uomini eppure totalmente immerso nei fatti naturali. Una sorta di doppia coscienza attraverso la quale Andrea Gentile matura un movimento ambizioso di racconto che non contempla alcuna visione prospettica, come in un vecchio teatro di carta. Dentro a I vivi e i morti tutto è schiacciato in primo piano, ma al tempo stesso tutto è tridimensionale e vivido, compito dello scrittore scultore è dare la luce al momento giusto.

    I vivi e i morti oltre che un romanzo totale è anche infatti una dichiarazione su come il romanzo contemporaneo non possa essere, ma sia costretto ad essere e debba dunque esistere quale oggetto assoluto e realmente materico. Tuttavia si rischia di fraintendere il lavoro letterario di Andrea Gentile se lo si legge con lo sguardo antropologico che l’ambientazione apocalittica di Masserie di Cristo e di Monte Capraro potrebbero indurre. Certamente esiste un retroterra che respira del lavoro e delle intuizioni di Ernesto De Martino e di Roberto Leydi, di Giuseppe Cocchiara e di Alberto Mario Cirese, ma l’azione di letteraria elaborata da Andrea Gentile va rintracciata partendo dal suo penultimo lavoro, Volevo tutto: la Vita nuova (Rizzoli) che solo apparentemente pare un’estraneo all’interno di un percorso che vedrebbe un sicuro collegamento tra I vivi e i morti e l’esordio (in verità linguisticamente e concettualmente lontanissimo) L’impero familiare delle tenebre future (Il saggiatore).

    Volevo tutto segnava infatti il salto di un autore che attraverso l’accettazione di una contemporaneità incontenibile sa recuperare il passato e i suoi movimenti all’interno di una continua mobilità evitando con cura le facili riduzioni consolatorie e anche lasciando per strada le ambizioni letterarie oggi quasi sempre imitative e mai capaci di un afflato originale.

    L’incontentabilità si trasforma ora nella disperata forma del frammento che riluce quale elemento archeologico di una storia millenaria inutile da raccontare, perché non già nota, ma perché già potente nelle sue possibili rifrazioni. I vivi e i morti agisce allora sulla negazione come strofinamento della realtà percepita, diffida appunto dei sensi per ricercare ostinatamente un senso nonostante l’inquietante e terribile possibilità che proprio al senso, al significato ricercato con così tanta fatica non si appartenga più.

    Un romanzo efficace, dentro al quale le intuizioni si fanno subito vivide, un testo in cui la scrittura non si concede mai ad un banale saggismo o peggio ancora ad un superficiale citazionismo di maniera, ma anzi capace di rilanciare sempre con inquieta leggerezza e rapida ironia.

    Un romanzo ricchissimo e godibile, teatro di luci e di umbratili presagi che ricordano a tratti l’enigmatico e ridente cinismo di alcune pellicole di Ingmar Bergman. I vivi e i morti agisce sul nulla, sul dimenticato, sull’essere stato, su un passato che è puro scivoloso presente. Un lavoro letterario prezioso ed originale che non contempla facili paragoni, ma prova una volta tanto ad aggiungere la propria voce senza doverla mischiare nel coro.

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    Quel burattino di Christian Raimo https://minimaetmoralia.it/interventi/quel-burattino-di-christian-raimo/ https://minimaetmoralia.it/interventi/quel-burattino-di-christian-raimo/#comments Mon, 09 Jun 2014 05:38:29 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=21349 Riceviamo e pubblichiamo questa risposta all’articolo di Christian Raimo del 7 giugno scorso (che potete leggere qui), e lo facciamo senza apportarvi alcuna modifica. di Claudio Morici Gentile redazione di Minima&Moralia, vi scrivo queste righe con la speranza che le pubblicherete, nonostante il ruolo che Christian Raimo ha in questo sito e, molto probabilmente, la […]

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    Riceviamo e pubblichiamo questa risposta all’articolo di Christian Raimo del 7 giugno scorso (che potete leggere qui), e lo facciamo senza apportarvi alcuna modifica.

    di Claudio Morici

    Gentile redazione di Minima&Moralia,
    vi scrivo queste righe con la speranza che le pubblicherete, nonostante il ruolo che Christian Raimo ha in questo sito e, molto probabilmente, la sua influenza informale. Confido nella vostra autonomia intellettuale e nel vostro bisogno di trasparenza, visto l’articolo che lui recentemente mi ha dedicato. Sarà o no un mio diritto dare la mia versione? O davvero permetterete che siano pubblicate online tutte quelle bugie senza la mia replica?

    Dunque. Se ci fossimo conosciuti davvero nel 1996, come afferma Raimo, lui allora avrebbe avuto 21 anni e mi sembra chiaro che a quell’età è impossibile essere laureati. Ma siamo indulgenti con la memoria di Raimo. La verità è che ci siamo conosciuti nel 1999. È vero che io ero leggermente fuori corso. Ma solo perché ero costretto a lavorare quattro volte a settimana in un pub, per pagarmi vita e studi. Lui era il classico “mirafiorino” generosamente finanziato dalla sua famiglia. Forse non tutti sanno chi è il nonno di Raimo. Ecco, basterebbe una piccola ricerca su Google e il mio intervento potrebbe anche finire qui: spiegherei di colpo metà della sua vita e gran parte della sua visibilità. Se non fosse che ciò che ha scritto sabato su di me è profondamente falso e sento il “sano” bisogno di presentare la verità anche su altri punti cruciali.

    Come sul fatto che sia stato lui a contattarmi la prima volta. In quegli anni andava di moda Mozzi, e Raimo stava organizzando un concorso narrativo per esordienti intitolato “La realtà delle cose”. Qualcuno gli disse che scrivevo racconti e mi accalappiò insieme ad altri 10-15. Ricordo che c’era anche un giovanissimo Giuseppe Rizzo, che poi pubblicherà con Feltrinelli. L’iscrizione, comprensiva della sua “scheda lettura”, costava 75 euro. Li pagammo tutti, errori di gioventù. Illudendoci che il vincitore sarebbe entrato in un’antologia che si sarebbe dovuta intitolare Voi siete qui edita da Minimum Fax. Una promessa comunicata a voce da Raimo, di cui la casa editrice, a quanto mi risulta, era completamente all’oscuro. Fatto sta che Raimo, dopo averci tormentato con mille mail per accertarsi dell’iscrizione, scomparve per due mesi per poi ricomparire con un mail sintetica e molto evasiva. S’inventò dei fantomatici “brogli” e un “compagno” organizzatore fuggito non so dove. Il concorso, ci disse, è andato a monte; il progetto dell’antologia volatilizzato, ai 75 euro nemmeno fece cenno. Lo incontrai qualche giorno dopo a una presentazione. Era abbronzatissimo. Io invece ero bianco cadaverico: non uscivo più di casa per scrivere, per imparare a scrivere.

    Purtroppo sarebbe stato il caso anche di imparare la lezione, cosa che non feci. E anni dopo gli mandai, è vero, una copia del manoscritto di Actarus che poi pubblicò Meridiano Zero. Uno degli editori migliori che abbiamo avuto in Italia negli ultimi 20 anni. Altro che editore a pagamento, come dice lui. Me lo ricordo ancora come andò. Raimo mi invitò a prendere una birra “al volo”. Gli raccontai gli studi su telegiornali che avevo fatto per scriverlo, la ricerca sui Manga, i tentativi di metarealtà con i comunicati di Al-Qaeda. Ma soprattutto delle ore a sbattermi di notte, a scrivere e riscrivere, con la sensazione di essere arrivati, forse, a qualcosa di originale, insieme alla difficoltà nel vederlo già ben focalizzato quel qualcosa. Insomma, gli raccontai l’esperienza di un giovane scrittore che aveva fatto il primo giro di boa, sapendo che ce ne sarebbero stati altri centocinquanta. Lui mi ascoltò messaggiando per tutto il tempo. Non si prese una birra, se ne prese tre e le bevve con una avidità impressionante. Poi disse solo: “Tu non hai capito come funziona nella realtà…”. Digitò qualcosa sul cellulare, si inventò una scusa e se ne andò senza neanche salutare. Restai basito, cosa era successo? Che cosa avevo detto? Ancora non avevo capito. Mi fu tutto più chiaro alla cassa. Non aveva pagato. Mi accollai le sue tre birre medie “al volo”: 20 euro o qualcosa del genere.

    Decisi allora di non frequentarlo più. Ogni tanto seguivo quelli che lui chiama “successi” sul giornale o sui blog. La questione era semplice. Se il giornalista o il blogger stavano per chiedere un favore a Raimo, ne parlavano bene. Se non gli dovevano chiedere nulla, ne parlavano male. Lo sapevano tutti. Anche grazie a lui, a metà degli anni Duemila, assistemmo a un incrocio di recensioni tra amici e colleghi che credo non abbia pari nella storia della letteratura italiana. Mi ricordavano quei circhi di provincia, dove ti fa il biglietto una cicciona, entri dentro e te la ritrovi sul trapezio dopo lo spettacolo del fachiro. Lo stesso fachiro che ti ha venduto i pop-corn mezz’ora prima. E, sul finale dello spettacolo, entra anche il pop-corn stesso, che ti fa pure l’inchino. Ma io e i miei pochissimi scrittori amici di quegli anni lo sapevamo bene. Lo davamo praticamente per scontato. Ogni tanto ci dovevamo sorbire questo teatrino come l’interruzione pubblicitaria in un film straordinario, perché noi volevamo scrivere davvero. E quando Raimo fiutò la cosa, purtroppo, provò a contattarci per i TQ.

    Mi disse al telefono: “Stiamo facendo una roba politica. Ti piace il nome TQ? È efficace vero?”. Risposi “Non molto”. Aggiunsi: “Sembra la targa di Tarquinia”. Allora lui: “Tu non hai capito come funziona nella realtà…”. Mi misi una mano sul portafoglio, per istinto. E cominciò a dirmi del progetto. Non starò certo qui a raccontarvi cosa c’era dietro i TQ. Del nonno di Raimo, dei fondi europei per l’editoria, dei soldi con cui è nato questo stesso sito di minimaetmoralia… Molte delle cose che mi disse quel giorno hanno comunque girato in rete. Non voglio alzare un altro polverone, visto poi che diversi TQ ormai sono collaboratori stabili di minimaetmoralia. Io scrivo solo romanzi, possono piacere o meno, ma non aspiro certo a quella squallida figura di critico/letterato/opinionista che quando scrive gli fanno contratti editoriali da 36 mila euro (il numero non lo dico a caso…) con le prime venti pagine spedite. La “letteratura su commissione” che Raimo incarna più di ogni altro.
    “Vince solo la Coppa del nonno”, dice sempre un mio amico, un altro scrittore che conosce bene la sua famiglia.

    Passò altro tempo. Ho vissuto all’estero per un po’, anche viaggiando ma non certo per i motivi che insinua Raimo. Semmai me ne andai proprio per allontanarmi da gente come lui, che a Roma, in quegli anni, sembrava imperversasse in qualsiasi ambito. Una volta tornato a Roma ogni tanto lo incrociavo, ci salutavamo al volo ma cercavo sempre di evitarlo. Altro che stalker, come dice lui. Un giorno mi piombò addosso a una festa al Pigneto, aveva saputo che pubblicavo con Bompiani. Sapeva anche che, purtroppo, non ero stato tanto bene di salute (era il motivo per cui ero tornato) e allora mi spiegò che “voleva togliersi una curiosità”. Disse proprio così. Quindi domandò secco, come fosse la cosa più normale del mondo: “Alla Sgarbi hai detto di avere un tumore?”. Io mi misi a ridere, anche perché, fortunatamente, non avevo un tumore e la cosa, comunque, mi sembrava assurda. Lui invece rimase imperturbabile, alzò le mani: “Era solo una curiosità”. Poi però mi confessò che voleva dirglielo lui del tumore alla Sgarbi, per il suo nuovo manoscritto. “Non vorrei che si accavallassero le cose. Capisci? Solo per questo”, disse. È così che è andata.

    Dopo il libro con Bompiani ripartii. Vivevo a Berlino e mi misi sotto seriamente per scrivere il nuovo romanzo. Ore e ore di isolamento e concentrazione, iniziavo a parlare con gli altri solo dopo le 19. Ero felicissimo di essere lontano dal mondo culturale italiano, le sue chiacchiere e il suo asfissiante provincialismo. Ma quando navigavo, ogni tanto, incappavo in articoli di Raimo. Certo: non ne leggevo neanche uno, mi fermavo sempre al titolo e, a volte, non finivo di leggere neanche quello. Ma non potevo fare a meno di notare che erano tantissimi. E su facebook mi accorgevo anche che postava a un ritmo da posseduto. Sapeva tutto di tutti, commentava, recensiva, interveniva, tirava su polemiche. Mi inquietava molto. Me lo immaginavo curvo sullo schermo dalla mattina alla sera, con la testa piena di quella spazzatura che gli avrebbe impedito senz’altro di scrivere ciò che voleva davvero. Fatto sta che quando uscì il mio romanzo con E/O, poco dopo uscì anche il suo. Mi arrivò solo un messaggio che diceva: “Ce l’ho più lungo. Il romanzo, che hai capito!”. In effetti si trattava di una mattonata da 600 pagine. Con un senso dell’umorismo pari a quello del suo messaggio. Il peso della grazia, lo sapete bene, parlava di un ragazzo-scrittore che ha un tumore e cerca di pubblicare il suo primo libro. Vi ricorda niente?

    E arriviamo così all’ultimo anno. All’episodio forse che ha scatenato l’articolo e le bugie di Raimo pubblicate sabato. Nell’ultimo anno vivo a Roma, faccio un figlio, è vero. Ma non commento neanche le accuse infamanti del suo articolo a questo proposito, e la sua feroce mancanza di rispetto nei confronti di mia moglie (che qui voglio anzi ringraziare pubblicamente) e del mio piccolo, che non si chiama certo David Foster (Raimo non ha nemmeno il minimo senso dell’ironia e ha scambiato una battuta per la realtà).
    In ogni caso, ho capito che Raimo ha sviluppato un complesso di inferiorità molto intenso. E forse è semplicemente ferito dal fatto che quello che ormai lui scrive è opinionismo da facebook, mentre io sono riuscito a diventare uno scrittore. La letteratura potrebbe essere la mia terra, mentre facebook è di sicuro la sua piscinetta. Solo nell’ultimo anno ho fatto più di cento reading. Raimo me lo trovo spesso tra il pubblico. Mi fa un sacco di complimenti a mezza bocca, bofonchia che sono bravo, se la prende un po’ con il mio socio Ivan Talarico, sostenendo di potermi accompagnare meglio lui alla chitarra. Poi non lo vedo per un po’ ed ecco che mi contatta una stagista di minima&moralia (che tra l’altro si lamenta di come venga trattata proprio dal “compagno” Raimo). Raimo le ha chiesto di chiedermi se voglio pubblicare sul sito dei video racconti. Io che effettivamente li stavo girando, accetto. Ne postano quattro. La stessa stagista mi chiede l’indirizzo di casa, per mandarmi del materiale. Tempo tre giorni e mi arriva la fattura. 50 euro a video, per avermeli pubblicati su minima&moralia… Ora vediamo se avete il coraggio, per una volta, di raccontarla questa verità! E dei finanziamenti che prendete per il sito, quando ne parliamo?… Chiedo consiglio a Carolina Cutolo, un’amica scrittrice che si occupa anche di truffe editoriali. Mi dice di non arrabbiarmi neanche per telefono, ma di fare finta che non mi è arrivato nulla. E sopratutto di stare molto attento, perché Raimo è “un po’ vendicativo”, dice. “Lo sai che ha combinato a chi gli chiedeva i soldi di Orwell?”

    Seguo il suo consiglio. Per questo motivo quando, recentemente, lo incontro in un bar del centro alle due di notte, non gli meno subito. Ma mi avvicino, voglio guardarlo negli occhi. E mi accorgo che ce li ha rossi. È distrutto. Continua a battere sulla tastiera come un matto. Cavolo! Per la prima volta mi fa pena veramente. Gli metto una mano sulla spalla, chiedo: “Cosa hai Christian?” e lui non risponde. Fissa lo schermo del suo portatile aperto su Facebook. Sta scrivendo uno status sulla crisi del libro. “La realtà! Hai letto Schriffin? La realtà è…”, prova a spiegarmi ma delira, non lo seguo e a un certo punto si ferma. Ha una sorta di intuizione nell’intuizione. Mi fissa, aggressivo: “Perché non mi commenti mai su facebook?”. Io resto imbarazzato. Gli dico che mi dispiace per questa sua acredine, ma lui insiste: “Che ne sai tu! Che ne sai tu della realtà!”. E in un attimo si alza, chiude il computer e corre via. All’inizio mi preoccupo, dove va in quello stato? Ma anche stavolta, vi giuro, sembra una barzelletta ma è andata così: la realtà mi piomba addosso inaspettata. Stava lì dal primo pomeriggio, 7 birre, 29 euro. Il barista si accanisce su di me che lo conosco.

    Il giorno dopo vedo pubblicato quest’articolo infame. Non mi sarebbe mai venuto in mente di rispondere, ma il mio avvocato (già) mi ha consigliato di farlo, come Raimo ben sa, questa vicenda ha dei risvolti legali molto pesanti. E non sarà per nulla facile per lui cavarsela con le sue solite scuse democristiane.
    Spero che questa lettera sia postata senza censure, nel caso contrario anche qui ci saranno ripercussioni legali.

    [Aggiornamento: qui – scorrendo – ci sono un po’ degli articoli e dei citati video di Morici, qui c’è una riflessione nel merito di questa discussione di Giulio D’Antona]

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    Quello che spero io (un piccolo regalo per Pasquetta) https://minimaetmoralia.it/estratti/quello-che-spero-io/ https://minimaetmoralia.it/estratti/quello-che-spero-io/#comments Mon, 21 Apr 2014 09:38:35 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=20130 Uno dei migliori scrittori americani viventi è David Means. Jonathan Franzen gli dedicò Le correzioni. Gli attestati di ammirazione dei suoi colleghi scrittori sono negli anni cresciuti a dismisura. In questi giorni Einaudi ha mandato in libreria la sua ultima straordinaria racconta di racconti, Il punto (The spot), uscita negli Stati Uniti nel 2010, tradotta […]

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    Uno dei migliori scrittori americani viventi è David Means. Jonathan Franzen gli dedicò Le correzioni. Gli attestati di ammirazione dei suoi colleghi scrittori sono negli anni cresciuti a dismisura. In questi giorni Einaudi ha mandato in libreria la sua ultima straordinaria racconta di racconti, Il punto (The spot), uscita negli Stati Uniti nel 2010, tradotta ora da Silvia Pareschi. Prima del Punto, di Means in Italia erano uscite altre due raccolte di racconti (ne ha scritte quattro in tutto, solo la prima A Quick Kiss of Redemption non è tradotta): Il pesce rosso segreto (2004) pubblicato da Einaudi nel 2006 sempre con la traduzione di Silvia Pareschi; e Episodi incendiari assortiti (2000) pubblicato da minimum fax nel 2003 tradotti da Matteo Colombo. Un’introduzione amorosa all’opera di Means la potete trovare su Rivistastudio, in un articolo di Cristiano De Majo, qui. Una lunga, bellissima, intima intervista gliela fece ormai dieci anni fa Martina Testa e la potete trovare qui.
    Quello che invece potete leggere qui sotto è un brevissimo racconto tratto dalla raccolta
    Episodi incendiari assortiti. Buona Pasquetta con David Means. Tanto noi ne continueremo a parlare, anche a breve.

    di David Means

    Non voglio più che nei miei racconti la gente muoia. D’ora in poi dovrà essere una vita meravigliosa. La luce della sera che si vede dal traghetto per l’isola baluginerà un istante per poi sparire dietro l’orizzonte, portandosi dietro l’ultimo spicchio di sole; loro due si appoggeranno sul parapetto spalla contro spalla, avvertiranno il tenue rollio della barca, e sapranno che una volta arrivati al bed and breakfast – il sacchettino di pot pourri appeso nell’armadio e la mentina sul cuscino – si svestiranno e si ammireranno a vicenda nel loro nudo splendore. Il giorno dopo affitteranno due biciclette e pedaleranno controvento finché non avranno le cosce indolenzite (a casa, in città, non vanno mai in bicicletta); andranno a fare un pic-nic lontano, sull’altro capo dell’isola, in una caletta riparata dal vento. Di tanto in tanto un soffio di vento spargerà sabbia sulla loro insalata di patate. Lì si baceranno lentamente e lui le leccherà la salsedine dalle labbra e si stupirà del contrasto tra il calore della sua bocca e il freddo intenso dell’aria in fondo alla cala, dove si infrangono le onde. Tornando indietro, questa volta con il vento a favore, proveranno l’ebbrezza di un jet che sfreccia lasciando la scia, allargheranno le braccia, spinnaker per catturare il vento. Parcheggeranno le biciclette sulla veranda, chiuderanno i lucchetti delle catene e si dirigeranno a passi incerti verso l’ingresso, con le gambe che non li reggono. Dio come saranno stanchi, con le gambe meravigliosamente molli, come se poggiassero i piedi a terra per la prima volta dopo anni; e nell’angoscia di quello sfinimento faranno l’amore di nuovo, su in camera, semisvestiti, dopodiché si addormenteranno saltando la cena, svegliandosi soltanto quando ormai fuori è già buio pesto e con il brivido del temporale che imperversa, con la sensazione appena percepibile di essersi persi qualcosa, qualcosa di estremamente importante. Nel corridoio la porta cigola e l’uomo laggiù in fondo, che loro immaginano essere un lupo solitario, avanza lentamente verso il bagno (in comune), e tutti e due restano in ascolto, trattenendo il fiato per sentire lo scroscio della pipì nell’acqua, che non li fa più ridere come la prima volta che l’hanno sentito, al mattino, ma che ora suona invece come qualcosa che va fatto, acqua fredda e immobile contro altra acqua in una tazza di porcellana. Se nel racconto nessuno morirà, ecco come andrà a finire: con loro due che il giorno dopo salgono di nuovo sul traghetto e fanno ritorno alla terraferma, osservando il paesaggio scivolare dietro la barca, con i gabbiani che sfrecciano al di sopra della scia, e l’iniziale forma a V della scia stessa che si allarga stemperandosi nell’eterno tumulto dell’Oceano Atlantico settentrionale.

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    Rogitare anziché investire in cultura a Roma (e altrove). La miseria dei privati ricchi. https://minimaetmoralia.it/interventi/rogitare-anziche-investire-in-cultura-a-roma-e-altrove-la-miseria-dei-privati-ricchi/ https://minimaetmoralia.it/interventi/rogitare-anziche-investire-in-cultura-a-roma-e-altrove-la-miseria-dei-privati-ricchi/#comments Thu, 20 Feb 2014 18:14:22 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=18684 Da qualche giorno Repubblica Roma dedica molte delle sue pagine alla situazione della cultura nella capitale. Non sono pezzi teneri. Interpellato sull'argomento, ho ritenuto di dover parlare per una volta tanto dei privati. Quello che scrivo per Roma credo valga per molti altri luoghi d'Italia. Almeno nell'editoria, la sproporzione tra gli abbienti sensibili alla cultura e i reali investitori mi sembra penosa. Ho anche elaborato un mio personalissimo parametro di frequentabilità. Chiunque abbia un reddito annuale superiore ai 100mila euro (al netto delle tasse) e/o un patrimonio (immobili inclusi) superiore ai 2 milioni di euro e si lamenti dello sfascio culturale italiano senza aver investito denari o magari dissipato somme considerevoli sull'altare della causa, non mi si avvicini per le lamentazioni di rito a meno che proprio non mi voglia male e non abbia altri obiettivi nella vita. Se progressista, non si avvicini per le suddette lamentazioni a meno che non voglia male anche a se stesso.

    Difficile negare che negli ultimi anni Roma abbia perso posizioni anche sul piano della sua importanza culturale. Mi limito ad analizzare il fenomeno guardando al settore che conosco meglio, editoria e letteratura. Da questo punto di vista la città sconta un paradosso. Da una parte, a livello di iniziative spontanee, c'è grande vitalità. Librerie indipendenti che organizzano serate a tema. Riviste. Reading. Associazioni culturali. Dall'altra, mancano contenitori di peso che tesaurizzino e moltiplichino le energie in circolo. Avere buoni muscoli ma niente biciclette. Ottimi piloti e niente motori.

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    Da qualche giorno Repubblica Roma dedica molte delle sue pagine alla situazione della cultura nella capitale. Non sono pezzi teneri. Interpellato sull’argomento, ho ritenuto di dover parlare per una volta tanto dei privati. Quello che scrivo per Roma credo valga per molti altri luoghi d’Italia. Almeno nell’editoria, la sproporzione tra gli abbienti sensibili alla cultura e i reali investitori mi sembra penosa. Ho anche elaborato un mio personalissimo parametro di frequentabilità. Chiunque abbia un reddito annuale superiore ai 100mila euro (al netto delle tasse) e/o un patrimonio (immobili inclusi) superiore ai 2 milioni di euro e si lamenti dello sfascio culturale italiano senza aver investito denari o magari dissipato somme considerevoli sull’altare della causa, non mi si avvicini per le lamentazioni di rito a meno che proprio non mi voglia male e non abbia altri obiettivi nella vita. Se progressista, non si avvicini per le suddette lamentazioni a meno che non voglia male anche a se stesso.

    Difficile negare che negli ultimi anni Roma abbia perso posizioni anche sul piano della sua importanza culturale. Mi limito ad analizzare il fenomeno guardando al settore che conosco meglio, editoria e letteratura. Da questo punto di vista la città sconta un paradosso. Da una parte, a livello di iniziative spontanee, c’è grande vitalità. Librerie indipendenti che organizzano serate a tema. Riviste. Reading. Associazioni culturali. Dall’altra, mancano contenitori di peso che tesaurizzino e moltiplichino le energie in circolo. Avere buoni muscoli ma niente biciclette. Ottimi piloti e niente motori.

    Gli anni Novanta, da questo punto di vista, sono stati l’ultimo momento forte della capitale. Se uno come me è potuto venire ad abitarci, è stato anche per questo. Per il fatto che alcuni coraggiosi esploratori della carta stampata – non di rado parvenu con pochi quattrini, e per questo più apprezzabili – si fossero lanciati nell’ impresa di creare o rivitalizzare iniziative editoriali. Si chiamavano Alberto Castelvecchi, Sergio Fanucci, Elido Fazi, Sandro Ferri (e/o), Domenico Procacci (Fandango), Marco Cassini e Daniele Di Gennaro (minimum fax), Paolo Repetti e Severino Cesari (i quali a per conto di Einaudi avevano creato a Roma Stile Libero), Ginevra Bompiani (Nottetempo)… Per non parlare di riviste come «Lo Straniero». Mi scuso per le omissioni, l’elenco sarebbe assai più lungo. A ogni modo vitalità e non comune senso del rischio mise in circolo a suo tempo (con pochi capitali) nuove idee e creò anche nuovi posti di lavoro.

    E dopo? Dopo è successo pochissimo, e sempre a opera di piccoli e piccolissimi imprenditori che hanno rischiato il poco che avevano (cioè tutto) in iniziative editoriali per le quali sono spesso stati lasciati soli.

    E le istituzioni?

    Ma io mi chiedo anche: e i privati di peso? I grandi imprenditori? Quelli che potrebbero investire capitali importanti? I romani benestanti o facoltosi, insomma, quelli che hanno sempre disertato, che si lamentano di continuo dei mancati primati culturali della città ma poi preferiscono rogitare anziché investire? Giulio Einaudi era il figlio del Presidente della Repubblica e Giangiacomo Feltrinelli proveniva da una delle famiglie più ricche d’Europa. Il senso di colpa del benessere e il complesso della cultura un tempo facevano miracoli. Possibile che la grande borghesia romana, il generone e i progressisti pieni di immobili intestati o ereditati, i vecchi e nuovi ricchi minimamente sensibili e alfabetizzati siano così gretti, così privi di orgoglio e di ambizione, amino così male la propria città e ritengano di doverle così poco da non mettere la mano al portafogli per dare vita a una scena editoriale e culturale più ambiziosa?

    Se oltre a quello delle istituzioni si iniziasse a guardare all’immobilismo dei privati che, potendosi permettere il contrario, perdono occasione di continuo perché un giorno se ne conservi buona memoria, allora della palude culturale in cui rischiamo di impantanarci si capirebbe qualcosa in più.

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    La leggerezza del leggere https://minimaetmoralia.it/cultura/la-leggerezza-del-leggere/ https://minimaetmoralia.it/cultura/la-leggerezza-del-leggere/#respond Thu, 20 Jun 2013 09:03:58 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=14702 Inizia oggi a Ivrea La grande invasione, la prima edizione del festival della lettura organizzato da minimum fax e Galleria del libro in collaborazione con l'associazione Liberi di scegliere. Pubblichiamo la riflessione che Marco Cassini e Gianmario Pilo hanno scritto per presentarla. 

    di Marco Cassini e Gianmario Pilo

    Nei mesi passati a immaginare La grande invasione abbiamo pensato alla parola “leggerezza” come alla sostantivazione del verbo leggere.

    Leggerezza è dunque per noi l’atto, anzi la sostanza stessa del leggere.

    Qui vogliamo affrontare il tema della lettura con una leggerezza che non vuol dire né sbadataggine né mancanza di serietà: siamo molto seri e molto concentrati nel volerci divertire, nel voler condividere un testo, e il piacere della sua lettura.

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    invasione

    Inizia oggi a Ivrea La grande invasione, la prima edizione del festival della lettura organizzato da minimum fax e Galleria del libro in collaborazione con l’associazione Liberi di scegliere. Pubblichiamo la riflessione che Marco Cassini e Gianmario Pilo hanno scritto per presentarla. 

    di Marco Cassini e Gianmario Pilo

    Nei mesi passati a immaginare La grande invasione abbiamo pensato alla parola “leggerezza” come alla sostantivazione del verbo leggere.

    Leggerezza è dunque per noi l’atto, anzi la sostanza stessa del leggere.

    Qui vogliamo affrontare il tema della lettura con una leggerezza che non vuol dire né sbadataggine né mancanza di serietà: siamo molto seri e molto concentrati nel volerci divertire, nel voler condividere un testo, e il piacere della sua lettura.

    Vogliamo vivere con voi, con noi, un incanto: la sensualità della parola ­– letta, ascoltata, analizzata, scelta, tradotta, interpretata, commentata, assaggiata, cantata.

    Per quattro giorni ci divertiremo, e quello che ad alcuni può sembrare anomalo o nuovo è che ci divertiremo con i libri, e grazie ai libri. Una casa editrice e una libreria si sono incontrate e hanno messo intorno a un tavolo, e intorno a un’idea, tante realtà: piccole e grandi, locali e nazionali, pubbliche e private; e tutte hanno aderito con entusiasmo alla creazione di questo festival, che di entusiasmo è fatto e si nutre. Nella nostra idea, è una invasione (pacifica, s’intende) dei libri nella città, nella vita di ciascuno di noi, nel nostro tempo.

    Sentiamo dire da sempre che si legge poco, troppo poco. Molti se ne lamentano (ed è giusto nutrire una viva preoccupazione per questo fenomeno) ma sembrano aspettare risposte, o soluzioni, dall’alto. A noi piace cercarle dal basso, tra la gente, fra i lettori giovani o meno giovani, nelle strade e nelle scuole, in rete e in libreria, al bar o all’enoteca, in viaggio e a casa. La grande invasione ha l’ambizione di essere una piccola significativa risposta, nei modi e con lo spirito che ci sono vicini.

    Già da tempo parliamo di questa come “la prima edizione del festival”, perché sappiamo che continuerà. Vorremmo che questa esperienza lasciasse un segno, e che fosse un segno.

    Un segno che questa leggerezza pesa.

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    minima & moralia – #DirettaSalone https://minimaetmoralia.it/editoria/minima-moralia-direttasalone/ https://minimaetmoralia.it/editoria/minima-moralia-direttasalone/#comments Thu, 10 May 2012 08:27:03 +0000 http://www.minimaetmoralia.it/?p=7772 Venti saloni fa, nel 1993, minimum fax fece il suo debutto al Lingotto e in editoria, realizzando una versione quotidiana della sua rivista via fax in diretta dal Salone del Libro. Quest’anno ripeteremo l’esperienza avvalendoci della nostra rivista online minima & moralia, il 2° blog letterario in Italia secondo la classifica ebuzzing.

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    minimaetmoralia – #DirettaSalone

    minimum fax e i suoi lettori raccontano il Salone del Libro

    Venti saloni fa, nel 1993, minimum fax fece il suo debutto al Lingotto e in editoria, realizzando una versione quotidiana della sua rivista via fax in diretta dal Salone del Libro. Quest’anno ripeteremo l’esperienza avvalendoci della nostra rivista online minima & moralia, il 2° blog letterario in Italia secondo la classifica ebuzzing.

    Ogni giorno gli “inviati” di minima & moralia – #DirettaSalone (redattori del blog, autori minimum fax e soprattutto voi, lettori e visitatori del Salone) andranno a sentire conferenze, eventi, convegni, letture per raccontarle poi in dieci righe. Le pubblicheremo immediatamente sul blog: i lettori potranno così seguire in diretta da casa il programma della fiera grazie alle vostre “corrispondenze”.

    Ogni giorno dal 10 al 14 maggio (alle 10.30 e alle 14.30) ci saranno due riunioni di redazione allo stand minimum fax (G102) per coordinare il lavoro dei collaboratori.

    A partire da questo momento ci si può prenotare, dopo aver dato un’occhiata al programma del Salone, mandandoci una mail, con l’indicazione degli eventi (e: sala, data, ora) che si intende seguire.

    Qui info e regolette pratiche su minima & moralia – #DirettaSalone.

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    Tutta la fortuna dello stare un sabato pomeriggio a Librinnovando in una Torvergata deserta (ps. la parte polemica è in fondo) https://minimaetmoralia.it/approfondimenti/tutta-la-fortuna-dello-stare-un-sabato-pomeriggio-a-librinnovando-in-una-torvergata-deserta/ https://minimaetmoralia.it/approfondimenti/tutta-la-fortuna-dello-stare-un-sabato-pomeriggio-a-librinnovando-in-una-torvergata-deserta/#comments Tue, 01 May 2012 19:11:03 +0000 http://www.minimaetmoralia.it/?p=7672 La novità dell'edizione di Librinnovando di quest'anno è stato il suo carattere schiettamente politico. Chi c'è stato, il weekend dal 27-28 a Roma, l'ha potuto constatare. Chi non c'è stato può farsene un'idea dallo storify, o dal report del Tropico del Libro. Molte delle persone intervenute, tra organizzatori e partecipanti, Luisa Capelli o eFFe o Andrea Libero Carbone o Simone Ghelli o o o hanno mostrato nel corso dell'ultimo anno come lo sforzo di innovazione nell'editoria non può e non dev'essere disgiunto da una militanza culturale o politica tout-court: per le politiche culturali cittadine (vedi il caso del festival dell'Inedito), per le questione del reddito e della qualità del lavoro (vedi i questionario di Re.re.pre, Precariementi, TQ sul lavoro editoriale), per le questioni legate alla proprietà intellettuale (vedi il libro di Boldrin & Levine), etc...

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    La novità dell’edizione di Librinnovando di quest’anno è stato il suo carattere schiettamente politico. Chi c’è stato, il weekend dal 27-28 a Roma, l’ha potuto constatare. Chi non c’è stato può farsene un’idea dallo storify, o dal report del Tropico del Libro. Molte delle persone intervenute, tra organizzatori e partecipanti, Luisa Capelli o eFFe o Andrea Libero Carbone o Simone Ghelli o o o hanno mostrato nel corso dell’ultimo anno come lo sforzo di innovazione nell’editoria non può e non dev’essere disgiunto da una militanza culturale o politica tout-court: per le politiche culturali cittadine (vedi il caso del festival dell’Inedito), per le questione del reddito e della qualità del lavoro (vedi i questionario di Re.re.pre, Precariementi, TQ sul lavoro editoriale), per le questioni legate alla proprietà intellettuale (vedi il libro di Boldrin & Levine), etc…
    Per questo gli interventi delle istituzioni culturali di inizio mattinata sono parsi fiacchi e poco centrati. Perché le istituzioni stanno cambiando, e o si prendono a cuore direttamente le questioni politiche oppure parlano un linguaggio autoriferito.
    Così è stato particolarmente deprimente al limite dell’insultante (per i ragazzi volontari che si stavano sobbarcando l’organizzazione della giornata senza neanche un bar aperto) il saluto di Rino Caputo, preside della facoltà di Lettere e Filosofia, che ha fatto un discorsetto di grazie e prego, con una competenza dell’argomento che manco mio nonno, con una chiusa autoincensatoria, ha detto che anche lui adesso ha “una rivista digitale”. Ha voluto sottolineare che tra libro e ebook ci sono differenze ma pure affinità. Per esempio sono tutte e due parole di cinque lettere, ma le lettere sono diverse.
    Anche Flavia Cristiano del Centro per il libro e la lettura non è stata particolarmente brillante. Non ha espresso nessuna visione, non ha delineato nessun progetto a lungo termine, non ha fatto alcuna analisi profonda nazionale o internazionale, non si è espressa sulle questioni urgenti per l’editoria, si è limitata a dire che “bisogna fare rete”, che il Cepell è disposto a “dare visibilità alle iniziative”, che sarà organizzato un flash-mob tutti con i libri in mano, che il bookcrossing viva…
    Io ero abbastanza inviperito per l’ignoranza di Caputo (il Presidente della Conferenza Nazionale dei Presidi delle Facoltà di Lettere e Filosofia delle Università italiane!!) e deluso per l’understatement eccessivo di Cristiano. Ormai quando sento dire “fare rete”, penso che qualcuno sta sfruttando il lavoro di qualcun altro. Allo stesso modo quando penso che il Cepell possa dare visibilità alle iniziative dal basso, mi viene da pensare: quale visibilità ha il Cepell in più rispetto a decine di riviste di riferimento del panorama italiano? Se voleva dare visibilità, poteva occuparsi dello streaming e dello storify invece dei volontari, no? Oppure dargli qualche soldo.
    Ancora di più si è constatato come la politica di Gian Arturo Ferrari in questo momento così delicato per l’editoria (“Fotografare la realtà”, ha detto alla conferenza stampa di presentazione dei dati Nielsen) è una politica perdente e colpevole. Occorre militanza.
    Cosa mi veniva da chiedere a Caputo e Cristiano? Di formare e autoformarsi, come stanno facendo centinaia di persone. Per esempio come? Beh, per esempio restando per la durata dei lavori, e non scappandosene dopo i saluti di rito.
    La stessa impressione che il discorso sull’editoria -toccasse temi centrali del dibattito politico, si è avuto negli interventi molto interessanti di Roncaglia e Spedicato, proprio perché capaci di ragionare sull’editoria ai tempi di Amazon, Apple e Google, ossia tre aziende che non hanno nel loro core business l’editoria. Lo stesso bisogno di confronto politico era palpabile nell’incontro sulla scuola: Doriana Bardi, i rappresentanti del gruppo Garamond e di Giunti Scuola tutti e tre uniti nel difficile compito di dover parlare di un’editoria scolastica che – per come è oggi – pensata, realizzata, voluta da decreti politici, somiglia a una manualistica tolemaica ai tempi di Copernico. Ottocentomila euro di fatturato per cosa? Libri con i CD Rom! Edizioni che di anno si rinnovano solo per modo di dire! Insegnanti che non sono capaci di usare gli strumenti informatici! È impossibile, viene fuori chiaramente, cercare di capire e alimentare le trasformazioni se non si cambiano le infrastrutture della conoscenza, delle quali l’editoria, in questo caso quella scolastica, è solo una parte della sovrastruttura.
    Stesso discorso sulle biblioteche. La battaglia che porta avanti Agnoli la conoscete, anche se ogni volta che parla dal vivo c’è da imparare proprio perché aggiunge i dettagli degli incontri che fa in tutta l’Italia dove va a presentare il suo libro.

    L’incontro più acceso è stato invece quello sul selfpublishing. Acceso soprattutto perché tra gli invitati a parlare c’era Edoardo Brugnatelli, editor di Strade Blu Mondadori e incaricato sempre da Mondadori a progettare e coordinare una nuova piattaforma sul selfpublishing che pare, si dice ormai da mesi, dovrà essere inaugurata a breve. Brugnatelli ha fatto un discorso molto enfatico su quello che ha in mente, citando come sua fonte di ispirazione Dave Eggers e la sua idea di letteratura (“ognuno ha una storia dentro di sé”) e di lavoro sulla scrittura (la scuola Valencia 826, famosa scuola di scrittura per ragazzi, che si trova in un quartiere difficile di San Francisco). Oltre a Dave Eggers ha citato wikipedia, modelli collaborativi di apprendimento, ha parlato di comunità, e ogni tanto ha citato – quasi fosse un claim del progetto ancora in progress – questa frase “Se hai una storia, raccontala bene”, esplicitando che rispetto al progetto ilmiolibro.it, che si propone innanzitutto come piattaforma di print-on-demand, quello di Mondadori ha più un interesse nella cura editoriale.
    Alla fine della sua prolusione, la domanda che io gli ho fatto, ma che era quasi automatica, era: “Ma è un progetto profit o no-profit”. Brugnatelli ha risposto: “Beh, ci vorremmo rientrare delle spese”. “Quindi no-profit?”. Ha cincischiato, puntualizzando che nemmeno minimum fax è una onlus. E questo è chiaro, ho pensato, ma proprio per questo non si occupa di selfpublishing, ossia di volontariato per come ci veniva descritto da Brugnatelli. Allo stesso modo Valencia 826 o Wikipedia ricevono un sacco di donazioni e vengono tenute in piedi da un sacco di lavoro volontario proprio perché non sono delle società come minimum fax o come Mondadori.
    L’impressione che si aveva in tutto il discorso di Brugnatelli era quello di un’ansia di fronte a un enigma economico di difficile soluzione. Feltrinelli con la scuola Holden e Repubblica l’ha risolto per adesso. Ha trovato come fare soldi sulle speranze e le velleità delle persone. È ilmiolibro.it – come recita il sito oggi: “Tutto quello che hai scritto diventa un libro”. E ancora una volta uno si chiede: perché? Oppure: contento tu.
    Io sarò un uomo col cuore duro, ancorato alla cittadella oscura della vecchia editoria feroce, da quando è aperto ilmiolibro.it, non conosco nessuno – nessuno, nessun lettore! zero! – che abbia comprato un libro del miolibro. È chiaro che i duecentomila visitatori del sito e i ventimila utenti non sono una comunità di lettori, o sono lettori debolissimi simili a quelli che prendono anabolizzanti per avere il fisico da mostrare in palestra senza esercitarsi un minimo coi pesi. Guardate la vetrina dei più venduti e dei più consigliati, non vi prende una grande tristezza?
    Quello che le case editrici sono tentate di fare, e Feltrinelli c’è riuscita, è ciò che spiegava Andrea Libero Carbone l’altro giorno a Librinnovando. Siccome c’è un mercato in cui diminuisce
    (meno lettori che comprano libri) e la domanda invece è sempre stabile se non aumenta (“Se l’hai scritto va stampato”, ma anche “C’è una storia dentro di te, raccontala bene”), gli editori pensano di trasformare parte di quest’eccesso di offerta in domanda. Invece di pensare a come creare nuovi lettori (promuovere la lettura no, eh?), è molto più semplice creare un mercato di scrittori. Come Feltrinelli e ilmiolibro.it, anche Brugnatelli insisteva molto sulla possibilità di Mondadori di promuovere gli scrittori sefpublisher. Ma anche qui la domanda che uno si fa è: come? come promuovere una comunità di ventimila o centomila scrittori? Che vuol dire promuovere? Chi promuove cosa?
    Brugnatelli replicava che non era così: che il suo progetto si basa sulla cooperazione, e sulla qualità del lavoro editoriale. (Non sulla militanza sociale, come Valencia o Wikipedia dunque?) Ma anche qui le controrepliche che venivano erano altre: ma non avete già Nuovi argomenti come palestra di scrittori esordienti e critici che discutono i lavori di narrativa e poesia? Ma questo ruolo di apprendimento cooperativo non è semplicemente quello che dovrebbe fare e potrebbe fare l’università pubblica, i corsi di letteratura, lo studio dei classici, etc… che è il luogo in cui molti di noi hanno imparato a confrontarsi con la scrittura? Non vi sembra un po’ colpevole nel momento in cui l’università pubblica sta collassando e la scuola uguale, non occuparvi di creare lì i nuovi possibili lettori e non illuderli che ci sia una piattaforma tipo Valencia 826 o tipo Wikipedia dove tu sei parte del gioco ma i soldi vanno a qualcun altro?

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    Il monopolio del libro: la figura dell’editore-distibutore come anomalia italiana del mercato https://minimaetmoralia.it/editoria/il-monopolio-del-libro-la-figura-delleditore-distibutore-come-anomalia-italiana-del-mercato/ https://minimaetmoralia.it/editoria/il-monopolio-del-libro-la-figura-delleditore-distibutore-come-anomalia-italiana-del-mercato/#comments Thu, 08 Mar 2012 13:04:19 +0000 http://www.minimaetmoralia.it/?p=6919 Questa intervista a Marco Cassini, uscita oggi su La Repubblica, fa parte di un ciclo che il giornale dedica ai protagonisti dell'editoria italiana per indagarne lo stato attuale e le previsioni future. Dopo Roberto Calasso e Luca Formenton, tocca dell'editore di minimum fax, che ci espone il punto di vista di un marchio indipendente.

    di Loredana Lipperini

    Correva l’anno 1993 e i possessori di fax si videro recapitare una rivista che era stata concepita unicamente per quello strumento. Era fatta di brevissime recensioni e di letteratura comica, di attualità e di laboratorio narrativo. Minimum fax nasce così, dall’idea di due amici, Daniele di Gennaro e Marco Cassini, insieme a Francesco Piccolo e Antonio Pascale conosciuti in un corso di scrittura: i contenuti per la rivista c’erano, i soldi per stamparla no. Allora, meglio il fax.

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    Questa intervista a Marco Cassini, uscita oggi su La Repubblica, fa parte di un ciclo che il giornale dedica ai protagonisti dell’editoria italiana per indagarne lo stato attuale e le previsioni future. Dopo Roberto Calasso e Luca Formenton, tocca dell’editore di minimum fax, che ci espone il punto di vista di un marchio indipendente.

    di Loredana Lipperini

    Correva l’anno 1993 e i possessori di fax si videro recapitare una rivista che era stata concepita unicamente per quello strumento. Era fatta di brevissime recensioni e di letteratura comica, di attualità e di laboratorio narrativo. Minimum fax nasce così, dall’idea di due amici, Daniele di Gennaro e Marco Cassini, insieme a Francesco Piccolo e Antonio Pascale conosciuti in un corso di scrittura: i contenuti per la rivista c’erano, i soldi per stamparla no. Allora, meglio il fax.
    La parola è rimasta nel nome della casa editrice, che vede la luce l’anno successivo (con Scrivere è un tic di Francesco Piccolo) e che oggi vanta quattrocento titoli in catalogo, una decina di collane e un marchio indipendente, SUR, dedicato alla letteratura latinoamericana: “E nonostante tutto pubblichiamo meno libri – racconta Marco Cassini, che della discussione sulla necessità di una “decrescita felice” in editoria è stato protagonista qualche mese fa –: lo scorso anno sono usciti quaranta titoli, di cui tre in SUR. Quest’anno manderemo in libreria venticinque novità minimum fax e sette SUR”.

    Partiamo da SUR: perché non è una collana ma una casa editrice indipendente?
    Perché vogliamo provare a sperimentare: non solo nei contenuti, ma soprattutto nella distribuzione. Quella di SUR è una filiera corta. Andiamo direttamente alle librerie senza passare per il distributore. Volevamo che editore e libraio, che sono principalmente due intellettuali, tornassero a parlare di libri, perché negli ultimi anni la discussione sembrava essersi spostata solo su sconti, campagne, prezzi di copertina. A SUR hanno aderito, finora 96 librerie indipendenti (per il 2012 puntiamo all’obiettivo di 200) che potranno ricavare così, fino al 51% del prezzo di copertina, circa il doppio dei loro normali ricavi. Per noi significa poter avere i nostri libri più a lungo sugli scaffali: i primi tre titoli sono usciti a ottobre, i prossimi saranno pubblicati ad aprile. Il libraio ha sei mesi di tempo per lavorarci: può leggere le bozze prima di ordinarli, sentirsi parte del progetto. E, pur non essendo best seller, si continuano a vendere.

    Il nodo, dunque, è nella distribuzione: pensa che rischi di soffocare i medi e piccoli editori?
    L’Italia è un paese meraviglioso e pieno di unicità. Fra queste, un mercato editoriale in cui pochi soggetti posseggono tutta la filiera del libro. I principali distributori sono anche i principali gruppi editoriali e le principali catene librarie. Un qualunque editore non sa mai se il soggetto che sta lavorando per lui è, in quel momento, il suo distributore, l’editore concorrente o il libraio. Insomma, c’è il legittimo sospetto che a volte le cose possano non andare nel modo più trasparente possibile. Pensi anche al modo in cui i libri vengono esposti. Soprattutto nelle grandi superfici delle librerie di catena o dei supermercati: il lettore meno avveduto non sa se quei libri sono in vetrina o in posizione strategica perché il libraio ci crede, e quel modo di proporli fa parte di un progetto culturale o perché qualcuno ha comprato lo spazio. In questi casi si dovrebbe fare come nelle televendite: far apparire la scritta “questo spazio è stato acquistato dall’editore”.

    La strategia di vendita attuale, però, si fonda sul prezzo del libro. Anzi, sul basso prezzo. minimum fax è stata fra i sostenitori dell’attuale legge che limita gli sconti. Provvedimento che non sembra essere stato molto amato dai lettori, che premiano comunque i libri che costano meno di dieci euro.
    Il recente fenomeno Newton Compton ha l’indubbio merito di aver innescato una discussione, e di aver messo in crisi soprattutto i grandi editori. Quelli di noi che hanno lottato per la legge Levi sugli sconti potrebbero anzi farsene un vanto. Avevamo sottolineato come i prezzi fossero “drogati”: erano troppo alti, e si fingeva fosse un grande vantaggio per i lettori poterli acquistare con lo sconto. D’altra parte, è rischioso abbassare troppo a discapito soprattutto dei librai, che restano l’anello debole della catena. E dei lettori: esiste la possibilità che per vendere a prezzi bassi si tagli sui costi, a discapito, in questo caso, della qualità. Una politica simile può essere sostenibile solo a determinate condizioni.

    Qual è il vostro prezzo di copertina, mediamente?
    Fra i 13 e i 14 euro, con punte di 18, come per Il tempo è un bastardo, del premio Pulitzer Jennifer Egan. Non vogliamo cadere nel tranello di abbassare i prezzi per timore che i nostri libri non vendano. Anche perché la nostra porzione di lettori afferisce alla parte alta della piramide: quella dei lettori forti, che sanno attribuire il giusto valore a un libro di qualità.

    Torniamo alla questione che continua a essere centrale: vince, o resiste, la casa editrice con un’identità forte, dunque?
    Sì. E l’identità è data dal catalogo, non certo dal prezzo di copertina. Come editori forse non saremmo in grado di inseguire una moda editoriale, anche perché lavoriamo in modo meticoloso, e probabilmente rischieremmo di arrivare a moda già finita. Ci interessa invece rivolgerci a un pubblico attento, che finisca col fidarsi del marchio.

    Come si arriva a ottenere fiducia?
    Col tempo. Noi abbiamo avuto un unico best-seller in senso stretto, Acqua in bocca di Camilleri e Lucarelli: abbiamo raggiunto numeri mai toccati, siamo rimasti tre mesi in classifica e abbiamo, per una volta, misurato le forze con altre grandezze. Però abbiamo alle spalle libri che hanno totalizzato decine di migliaia di copie vendute, portando a questo risultato tanto autori esordienti come Giorgio Vasta o Valeria Parrella, quanto grandi scrittori internazionali. Siamo stati i primi editori al mondo a tradurre David Foster Wallace quando era poco conosciuto anche negli Stati Uniti. Cinquecentomila lire di anticipo per Una cosa divertente che non farò mai più. Abbiamo riesumato Carver dalla morte editoriale, visto che in Italia era stato abbandonato. Abbiamo riscoperto Richard Yates e Revolutionary Road ben prima del film. Insomma, oggi i lettori capiscono da dove arriva Jennifer Egan e perché è nel nostro catalogo.

    La fiducia vi aiuterà a resistere al tempo di crisi? Crede, insomma, che il ruolo dell’editore diminuirà d’importanza con gli eBook?
    Abbiamo il vantaggio di poter trarre esperienza da quanto è avvenuto all’industria discografica e a quella dell’audiovisivo. Anche per questo abbiamo immaginato il progetto SUR come qualcosa di molto fisico: un po’ come fosse il nostro vinile. D’altro canto, minimum fax ha già oltre cento titoli in eBook e le novità vengono proposte anche in formato digitale. Non sono spaventato, ma entusiasmato: è una fortuna fare l’editore mentre c’è un cambiamento di questa portata in atto.

    E degli editori che si accostano al self-publishing, come Penguin e, da noi, Mondadori, cosa pensa?
    Che la definizione stessa è ambigua. Se è self non può essere publishing. Mettere a disposizione una piattaforma per pubblicare gratuitamente dei testi è come dire: accomodatevi alla mia scrivania e leggete qualunque manoscritto mi inviino. Sono comunque io, editore, a invitarvi e a dare il mio nome a qualcosa che si pretende sia self, e che di certo non può avere una finalità filantropica: i supporti editoriali in senso stretto (editing, ufficio stampa, promozione) l’autore deve pagarli. E allora, che differenza c’è con l’editoria a pagamento?

    Infine: cosa deve essere un editore. Un filtro, una scuola, oppure?
    Per me editoria dev’essere discussione. Con il lettore e, ancor prima, nella casa editrice. Quanto più è forte e approfondita all’interno, tanto migliore sarà la discussione che ne seguirà all’esterno.

    L'articolo Il monopolio del libro: la figura dell’editore-distibutore come anomalia italiana del mercato proviene da Minima et Moralia.

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