miniTube Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/minitube/ un blog di approfondimento culturale Sat, 09 Mar 2013 12:43:42 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=7.1 https://minimaetmoralia.it/wp-content/uploads/2025/07/cropped-cropped-309290503_464034925751050_1790831071097755281_n-32x32.jpg miniTube Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/minitube/ 32 32 miniTube #5: Il gattino e lo scrittore https://minimaetmoralia.it/video/minitube-5-il-gattino-e-lo-scrittore/ https://minimaetmoralia.it/video/minitube-5-il-gattino-e-lo-scrittore/#respond Sat, 09 Mar 2013 12:43:42 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=13447 Un video caricato su YouTube il 15 ottobre 2008. Protagonisti lo scrittore parmigiano Paolo Nori e, incidentalmente, un gatto. Quella che doveva essere una clip girata con strumentazione forse amatoriale, caricata in rete per gioco o per promuovere un testo (“La vergogna delle scarpe nuove”, Bompiani, 2007) si trasforma inaspettatamente in una sorta di clip LOLcat, per quanto sui generis, quindi in un manufatto apparentabile al più grande fenomeno del folklore digitale: i gattini sulla rete.

L'articolo miniTube #5: Il gattino e lo scrittore proviene da Minima et Moralia.

]]>

Un video caricato su YouTube il 15 ottobre 2008. Protagonisti lo scrittore parmigiano Paolo Nori e, incidentalmente, un gatto. Quella che doveva essere una clip girata con strumentazione forse amatoriale, caricata in rete per gioco o per promuovere un testo (“La vergogna delle scarpe nuove”, Bompiani, 2007) si trasforma inaspettatamente in una sorta di clip LOLcat, per quanto sui generis, quindi in un manufatto apparentabile al più grande fenomeno del folklore digitale: i gattini sulla rete.

Con la differenza che, in questo caso, il video non fa ridere, non è buffo, non intenerisce, non commuove, non desta in noi nessun ingenuo stupore (nessun: “oooohh!!”) non innesca la gamma di reazioni e sentimenti amorosi e paragenitoriali che di solito proviamo di fronte ad un meme LOLcat, ma racconta qualcosa di più profondo, come in una scena di Michelangelo Antonioni, con Nori nei panni di Marcello Mastroianni e il gatto (o una gatta?) nel ruolo di Monica Vitti: l’incomunicabilità amara, la difficoltà universale di rapporto, nella fattispecie tra un gatto ed essere umano.

L'articolo miniTube #5: Il gattino e lo scrittore proviene da Minima et Moralia.

]]>
https://minimaetmoralia.it/video/minitube-5-il-gattino-e-lo-scrittore/feed/ 0
miniTube #4: Ingiustizie cinematografiche https://minimaetmoralia.it/cinema/minitube-4-ingiustizie-cinematografiche/ https://minimaetmoralia.it/cinema/minitube-4-ingiustizie-cinematografiche/#comments Sun, 16 Dec 2012 09:00:23 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=12045 Da molto tempo non mettevo piede in una chiesa. Domenica scorsa ho fatto qualcosa di più, qualcosa che non facevo da molto più tempo: sono andato a messa. Sono entrato nella chiesa dei padri gesuiti a Bergamo, una chiesa piccola fuori dal centro, non lontano dalla stazione. Sono arrivato in largo anticipo, involontariamente, e senza fretta, al termine, me ne sono andato. Poi ho raggiunto il centro, e davanti alle locandine fuori da un cinema lungo via Torquato Tasso ho deciso di assistere all’unica proiezione serale di Jagten (la caccia, tradotto per l’Italia con Il sospetto).

Trovo l’ultimo di Thomas Vinterberg un film grandioso, ai livelli di Festen, che lo ha reso celebre e premiato (Cannes ’98). Il film mi ha scosso, dico fisicamente; accade così quando il tema è quello dell’ingiustizia, se in discussione è la lotta dell’umano contro l’emergere dell’ingens sylva, la barbarie, per affermare il bisogno di civiltà.

L'articolo miniTube #4: Ingiustizie cinematografiche proviene da Minima et Moralia.

]]>

Da molto tempo non mettevo piede in una chiesa. Domenica scorsa ho fatto qualcosa di più, qualcosa che non facevo da molto più tempo: sono andato a messa. Sono entrato nella chiesa dei padri gesuiti a Bergamo, una chiesa piccola fuori dal centro, non lontano dalla stazione. Sono arrivato in largo anticipo, involontariamente, e senza fretta, al termine, me ne sono andato. Poi ho raggiunto il centro, e davanti alle locandine fuori da un cinema lungo via Torquato Tasso ho deciso di assistere all’unica proiezione serale di Jagten (la caccia, tradotto per l’Italia con Il sospetto).

Trovo l’ultimo di Thomas Vinterberg un film grandioso, ai livelli di Festen, che lo ha reso celebre e premiato (Cannes ’98). Il film mi ha scosso, dico fisicamente; accade così quando il tema è quello dell’ingiustizia, se in discussione è la lotta dell’umano contro l’emergere dell’ingens sylva, la barbarie, per affermare il bisogno di civiltà.

Si parla di questo in Jagten, e non a caso cito l’ingens sylva, perché simbolicamente circonda il piccolo centro danese in cui è ambientata la storia. Una foresta ritratta magistralmente da Vinterberg, territorio del mistero naturale e dei cacciatori di cervi, gli uomini del villaggio, che con spaventosa facilità diventano in un istante cacciatori di uomini, di un loro simile (Lucas), condannato senza prove e per una colpa non commessa, giudicato non dalla giustizia di Stato ma da quella naturale, animale: della comunità divenuta branco.

Non riesco a organizzare un discorso su Jagten, ma non posso smettere di pensare a una scena del film, forse anche per via della situazione con cui aprivo questa puntata di miniTube. Si tratta della scena principale, una delle ultime, usata persino come promo del film (motivo per il quale non rischio di rovinare alcuna visione, anzi spero di promuoverla).

È Natale. Lucas, il protagonista, entra nella chiesa gremita per la messa, zoppicante e pestato. Il pastore è in piedi davanti alla comunità, la accoglie con delle parole dedicate alla ricorrenza. Due file di candele accese illuminano i lati del corridoio centrale. Lucas prende posto in uno dei primi banchi sulla fila di destra. Dunque si gira, fissa un altro uomo (Theo) nella fila opposta, il suo principale accusatore-cacciatore, seduto in uno dei banchi retrostanti. Theo si agita, è sconvolto; «lo vedo nel suo viso» dice alla moglie, che domanda: «vedi che cosa?»

Mi è parso di notare nella scena una criptocitazione del «cenno con la testa» di Regina Olsen a Kierkegaard, se non altro per la coincidenza di luogo, gesto e provenienza.

«Il primo giorno di Pasqua, alla funzione del pomeriggio nella Chiesa di Nostra Signora (alla predica di Mynster), “lei” mi fece un cenno con la testa, non so se per pregarmi o per perdonarmi, ma in ogni caso con molto slancio. Io ero seduto in disparte, ma ella mi scoprì: volesse il cielo che non l’avesse fatto! Ecco un anno e mezzo di sofferenze sprecate, tutti i miei sforzi enormi: ella non crede, malgrado tutto, che io sia un impostore, mi conserva ancora fiducia! Attraverso quali prove non le toccherà allora passare. […] Oggi Lunedì fra le 9 e le 10 del mattino ella m’incontra. Io non ho fatto neppure un passo per questo». (S. Kierkegaard, Diario, trad. di C. Fabro, Morcelliana, Brescia 1980 – 19833, t. 3, pp. 79 – 80, n. 888 [IV A 97])

Il finale del film va oltre l’agnizione di cui sopra, si rivela sorprendente ancorché morbido, rispetto ai toni forti che tendono il film in tutta la sua durata, ma non priva lo spettatore di un interrogativo ulteriore e potente. 
E al di là di tutto questo, il finale ha risvegliato in me delle emozioni precise, provate al cinema in altre due occasioni, e uno stesso ordine di pensieri.
 Saltando alle conclusioni: Jagten, Dogville di Lars Von Trier e Il vento fa il suo giro di Giorgio Diritti propongono tre soluzioni differenti al problema dell’ingiustizia (di gruppo) e della vendetta (privata). 
Il primo splendido lungometraggio di Diritti racconta un’ingiustizia non risolvibile per via istituzionale e anche senza vendetta personale:

Dogville racconta l’ingiustizia e la violenza subite nella finzione d’essere inerme, risvegliate per assurdo dall’innocenza, dalla grazia; e una vendetta finale atroce, sterminatrice:

Di Jagten non oso dire molto (è ancora fresco nelle sale italiane), ma non svelerò nulla se scrivo che propone una terza via di soluzione, in certo modo socratica; un saldo senso della giustizia collettiva nei gesti di un singolo, seppure vessato, il quale non ricorre a ritorsioni ma a una lotta disciplinata, personale, contro il gruppo inferocito, l’ingens sylva imperante. Una lotta, però, senza garanzie per una giustizia che sia finale, che ha come risultato una pace soltanto apparente, e non può impedire alla caccia subita (esteriormente) di farsi interiore, interiorizzata, un tormento insopprimibile della psiche.

L'articolo miniTube #4: Ingiustizie cinematografiche proviene da Minima et Moralia.

]]>
https://minimaetmoralia.it/cinema/minitube-4-ingiustizie-cinematografiche/feed/ 2
miniTube #3: Abruzzese Giovanni. Breve storia dello stare in coda https://minimaetmoralia.it/societa/minitube-3-abruzzese-giovanni-breve-storia-dello-stare-in-coda/ https://minimaetmoralia.it/societa/minitube-3-abruzzese-giovanni-breve-storia-dello-stare-in-coda/#respond Sun, 09 Dec 2012 09:37:06 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=11925 Non si tratta, qui, di una coda allo sportello, ma di un incolonnamento. Decine di automobili obbligate a fermarsi e a spegnere il motore. Qualcosa è accaduto più avanti, lungo la strada. Può darsi che l'incidente - o il blocco del passaggio a livello per via di un guasto, di una catastrofe ferroviaria - si siano verificati molto lontano da noi. Così lontano che la causa dello stop ci resta aliena e invisibile. Per cui alle nostre orecchie, una volta abbassato il finestrino, arriva soltanto il solfeggio di un indefinito passaparola. Non rimane che girare la chiave, scendere dalla macchina e cercare un posto per urinare. Oppure socializzare e collegarsi a questo momento di attesa incerta. Si può godere di un'uscita dal tempo, dal palinsesto quotidiano; fruire di un imprevisto non così spiacevole.

L'articolo miniTube #3: Abruzzese Giovanni. Breve storia dello stare in coda proviene da Minima et Moralia.

]]>

Non si tratta, qui, di una coda allo sportello, ma di un incolonnamento. Decine di automobili obbligate a fermarsi e a spegnere il motore. Qualcosa è accaduto più avanti, lungo la strada. Può darsi che l’incidente – o il blocco del passaggio a livello per via di un guasto, di una catastrofe ferroviaria – si siano verificati molto lontano da noi. Così lontano che la causa dello stop ci resta aliena e invisibile. Per cui alle nostre orecchie, una volta abbassato il finestrino, arriva soltanto il solfeggio di un indefinito passaparola. Non rimane che girare la chiave, scendere dalla macchina e cercare un posto per urinare. Oppure socializzare e collegarsi a questo momento di attesa incerta. Si può godere di un’uscita dal tempo, dal palinsesto quotidiano; fruire di un imprevisto non così spiacevole.

Un altro genere di coda e incolonnamento. Seimila aspiranti per un posto da spazzino. Inizio anni ’80. Il numero 6000, illuminato nel titolo e messo in relazione con la parola ‘spazzini’ – professione creduta un tempo così bassa da doversi rimodernare nella dicitura ‘operatore ecologico’ – evoca uno sfondo di crisi economica e sociale. La notizia viene così a ritagliarsi in primo piano, in quanto prova e testimonianza di un drammatico frangente: quella crisi che, in realtà, ci risuona da sempre nelle orecchie.

La colonna è fotografata dall’alto. Un’aria minerale, un fiume di lava e cenere, seccato dentro il palinsesto dell’esistenza. Un uomo si volta, in direzione della macchina fotografica. Ci guarda. Gli altri sono di spalle e procedono verso, sembrerebbe, un’ampia cancellata. Dalle chiome spoglie degli alberi cola sullo scatto uno strato di pigra, appiccicosa atmosfera cimiteriale: no future. La foto sembra girarci un interrogativo: ma che senso ha vivere? Come se, più precisamente, fosse quell’uomo voltato a domandarcelo.

“La snervante attesa…”, dice la didascalia. Fine anni ’70. Ma in questo caso la coda – che precede l’ingresso ad un palazzo Inps – forma un’ansa, una curva, che si sarà costituita in ragione di qualche necessità pratica o per un disegno seguito, spontaneamente, dalla massa dei corpi in colonna. È una forma, questa specie di ‘S’, che riesce a rallentare la vibrazione ansiogena e sociofobica solitamente emanata nell’immagine di una lunga coda. La ‘S’ genera un’impressione di fluidità e gradevolezza.

1985. Ufficio del catasto. In questo caso il racconto è invece drammatizzato dalla scansione della foto in quattro riquadri, che c’informano dell’apertura degli uffici, del graduale affollarsi degli spazi, ora per ora, e della reiterazione del gesto immortalato nei tre riquadri superiori: un uomo, una donna e ancora un uomo fotografati mentre, probabilmente, lasciano una firma su un elenco. La tensione aumenta, l’insofferenza fermenta in mulinelli, vorticando dentro i crocchi di tre, quattro cittadini, che popolano il riquadro inferiore. Montano fino a toccare un apice in quello sguardo, al centro della casella, rivolto verso di noi, che sembra estenderci una richiesta di aiuto e comprensione. Sopra la testa di questo uomo di mezz’età si nota poi uno strappo bianco. Possiede la forma di un uccello, una sorta di torpido gabbiano, di fantasma italiano della burocrazia, che aleggia cieco e apatico sopra le teste dei contribuenti.

“I disoccupati esistono” si legge, nei primi secondi della clip, su di un manifesto affisso ad un muro. Una folla di senza lavoro, in un caldo mattino romano, gremisce lo spazio tra strada e marciapiede, di fronte ad un ufficio di collocamento. Inizio anni ’80. Poi si solleva la saracinesca: un borbottio  metallico accompagna la scorrimento della grande scritta ‘W HITLER’ – dipinta a spray sull’avvolgibile – senza trovare sponde nell’assonnata indifferenza di chi è lì in cerca di lavoro; forse preservata intatta dall’indolenza cinica del personale, che avrà ritenuto irrilevante e inutile cancellarla. Aperto l’accesso, la folla si riversa dentro il recinto degli uffici.

Appare sull’interno di uno stipite anche una piccola falce e martello. Più simboli si fanno guerra e contendono questo brandello materiale di amministrazione pubblica, in cui la democrazia entra in affanno e si muta in acquitrino. Un impiegato chiama allo sportello i senza lavoro: “Abruzzese Giovanni: 300; Mansueti Angela: 300 e 1; Moschetti Ezio: 300 e 2”. Prima il cognome, poi il nome seguito da una cifra. Le voci di un secondo, di un terzo, di un quarto impiegato si levano dagli sportelli con timbro apatico e brusco contegno: “La patente originale indove sta? La patente! […] Hai timbrato luglio?  […]  Il K! Il K ce ll’hai? […] Devi aspettare […] Novanta giorni!”. Non c’è calore, non c’è umanità, ma sembrano comunque portarsi dentro, quelle voci d’impiegato, una vecchia e nauseabonda saggezza: che vi siete svegliati a fare? Non c’è senso in questa vita, tantomeno in questo Paese.

L'articolo miniTube #3: Abruzzese Giovanni. Breve storia dello stare in coda proviene da Minima et Moralia.

]]>
https://minimaetmoralia.it/societa/minitube-3-abruzzese-giovanni-breve-storia-dello-stare-in-coda/feed/ 0