Miranda July Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/miranda-july/ un blog di approfondimento culturale Sat, 24 Jul 2021 08:23:54 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=7.1 https://minimaetmoralia.it/wp-content/uploads/2025/07/cropped-cropped-309290503_464034925751050_1790831071097755281_n-32x32.jpg Miranda July Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/miranda-july/ 32 32 Kajillionaire, il miglior film di Miranda July https://minimaetmoralia.it/cinema/kajillionaire-il-miglior-film-di-miranda-july/ https://minimaetmoralia.it/cinema/kajillionaire-il-miglior-film-di-miranda-july/#respond Wed, 28 Jul 2021 07:00:42 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=49108 Non sembrerà il complimento che vuole essere, ma Miranda July ha realizzato il suo miglior film nel momento in cui ha deciso di farsi da parte. L’artista americana, del resto, ha sempre amato cimentarsi in campi diversi: ha all’attivo due dischi usciti per l’etichetta indipendente Kill Rock Stars; ha scritto due libri, entrambi pubblicati in […]

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Non sembrerà il complimento che vuole essere, ma Miranda July ha realizzato il suo miglior film nel momento in cui ha deciso di farsi da parte. L’artista americana, del resto, ha sempre amato cimentarsi in campi diversi: ha all’attivo due dischi usciti per l’etichetta indipendente Kill Rock Stars; ha scritto due libri, entrambi pubblicati in Italia da Feltrinelli, oltre a numerosi racconti apparsi su riviste come The Paris Review e The New Yorker; ha anche creato opere presentate al MOMA di San Francisco e alla Biennale di Venezia. Più che naturale per lei, dunque, cambiare direzione pure in ambito cinematografico: dopo essersi messa al centro di Me and You and Everyone We Know (2005) e The Future (2011), con Kajillionaire, premiato al Festival del cinema di Roma come miglior film nella sezione Alice nella città, ha realizzato il suo primo lungometraggio che non la vede come protagonista. Restare dietro la macchina da presa le ha dato finalmente l’opportunità di avvalersi di un cast di alto livello; ha potuto cioè affidare i suoi personaggi a quel tipo di attori con i quali, per sua stessa ammissione, avrebbe avuto difficoltà a condividere la scena, forte comunque di un’impronta autoriale ormai ben definita e conosciuta tanto dal pubblico quanto dagli addetti ai lavori.

Al posto della stessa regista, al centro di Kajillionaire c’è la famiglia Dyne, composta dalla ventiseienne Old Dolio, interpretata da Evan Rachel Wood, e dai suoi genitori Robert e Theresa, rispettivamente Richard Jenkins e Debra Winger. L’espressione “famiglia disfunzionale”, per quanto abusata, li descrive alla perfezione: la madre e il padre di Old Dolio sembrano non provare, o quantomeno non manifestare, alcun affetto nei confronti della figlia, trattata alla stregua di una semplice partner in crime. I tre sono infatti dei piccoli truffatori, e attraverso le loro imprese Miranda July fa due operazioni molto interessanti. Innanzitutto ribalta la premessa stessa del film, che si presenta come un heist movie ma poi mette in scena truffe così terribili da spostare altrove l’attenzione; non c’è dubbio alcuno sul fatto che i Dyne vivrebbero meglio facendo qualsiasi altra cosa: con i colpi messi a segno quando va bene ottengono pochi dollari, somme che non rassicurano né allontanano i creditori, quando va male racimolano qualche oggetto da barattare magari per qualcosa di più utile. Appare chiaro allora come la loro sia principalmente una forma mentis, e Kajillionaire si rivela così una riflessione su un certo stile di vita, sperimentato della stessa regista nei suoi anni da giovane punk e qui portato fino alle estreme conseguenze; veniamo insomma messi di fronte a una scelta di libertà che comporta un prezzo da pagare, come nel capolavoro di Agnès Varda Senza tetto né legge.

L’altra operazione si lega a quello che è forse l’unico vero tema ricorrente in tutta la filmografia di Miranda July: le situazioni quotidiane in cui ciascuno di noi si comporta come un artista. Nel compiere i loro colpi i Dyne in effetti agiscono spesso come se fossero impegnati in una performance; e non a caso sia in italiano che in inglese esistono espressioni come “artista della truffa” o “con artist”. La regista americana enfatizza tale aspetto, ma ha sempre la sensibilità necessaria a evitare uno sguardo troppo estetizzante su queste situazioni, andando a legarle invece a un vissuto con cui lo spettatore può facilmente relazionarsi: a chi non è mai capitato, in un modo o nell’altro, di recitare una parte, di impersonare un ruolo diverso dal proprio, di esibirsi per qualcuno, di indossare una maschera o un costume? Di fare insomma ciò che fa un artista per il suo pubblico? La grande intuizione qui è che se per i Dyne la normalità è relazionarsi l’uno con l’altro come farebbero i componenti di una banda, la recita sarà far finta di essere i membri di una famiglia comune. Lo faranno a un certo punto nella casa di un malato terminale, in una scena di grandissimo cinema che da sola vale la visione del film. Nonostante il sentimento sia diverso – in Kajillionaire è un momento davvero toccante – a qualcuno, vedendo quella scena, verrà forse in mente il Truman Burbank che urla dal finestrino della sua auto “somebody help me, I’m being spontaneous”, dopo aver iniziato a sospettare di trovarsi intrappolato in un reality show.

Anche Old Dolio, senza neppure averne piena coscienza, è intrappolata dai suoi genitori; ma si tratta di una situazione destinata a cambiare, perché un elemento esterno arriverà a turbare gli equilibri esistenti: i Dyne a un certo punto incontreranno per caso Melanie, interpretata da Gina Rodriguez, una ragazza latinoamericana che dopo averli conosciuti vorrà unirsi a loro per partecipare ad altri colpi. Melanie può essere considerata, senza troppe forzature, un personaggio meta-filmico: i suoi film preferiti sono quelli di Ocean’s Eleven, dichiara con entusiasmo, ma ben presto, seguendo lo stesso percorso già fatto dallo spettatore, capisce che non sta per vivere un’esperienza da heist movie; sta piuttosto per iniziare a fare i conti con la tossicità dei rapporti all’interno della famiglia Dyne. A partire da una situazione molto particolare dovrà quindi decidere se tirarsi fuori, e se aiutare Old Dolio a fare altrettanto. Per quest’ultima in ogni caso non sarà facile intraprendere un percorso di emancipazione e di conoscenza di sé. Evan Rachel Wood interpreta il personaggio con notevole bravura e restituisce con efficacia alcuni tratti peculiari della ragazza, dalla diffidenza verso il prossimo al profondo disagio che le causa ogni contatto fisico, fino a una fluidità sessuale evidenziata dal tono di voce estremamente basso – il vero tono di voce dell’attrice, che di solito ne usa uno più alto frutto del lavoro con un vocal coach.

Un’altra scena straordinaria segnerà una svolta nella storia di Old Dolio: senza anticipare troppo, si svolge completamente al buio e va senz’altro letta come l’allegoria di un parto, dunque come la metafora abbastanza scontata di una possibile rinascita, scritta e diretta però con una maestria tale da consegnare anche questi minuti alla collezione del miglior cinema visto negli ultimi anni. Il film, più tardi, finirà con un bacio: non tanto una scena romantica, quanto un momento di autodeterminazione e di liberazione. Kajillionaire può allora essere considerato, alla luce della sua conclusione, come il racconto di quanto possa essere difficile arrivare a quel bacio: di tutti gli ostacoli che ognuno di noi incontra oppure si fabbrica da solo, mettendosi i bastoni tra le ruote, attaccandosi a falsi convincimenti, trovando una giustificazione per tutto e per tutti, lavorando contro di sé e contro il proprio desiderio. Ogni spettatore, al termine della visione, a quel bacio potrà sostituire un momento della propria vita.

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La realtà va e viene: Il primo uomo cattivo di Miranda July https://minimaetmoralia.it/letteratura/primo-uomo-cattivo-miranda-july/ https://minimaetmoralia.it/letteratura/primo-uomo-cattivo-miranda-july/#respond Tue, 21 Jun 2016 13:00:16 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=31338 Questa recensione è uscita su Repubblica, che ringraziamo.

Cheryl Glickman è una donna single di quarantatré anni. Vive a Los Angeles, lavora per un'organizzazione no profit che produce dvd di autodifesa per le donne, è innamorata di un uomo più grande di lei di ventidue anni. L'uomo si chiama Phillip, ed è innamorato a sua volta di una sedicenne.

Cheryl vive da sola, fino al giorno in cui i suoi datori di lavoro le chiedono di ospitare la figlia diciannovenne Clee. Cheryl e Clee si detestano, litigano e fanno a botte, poi si innamorano, fanno sesso, diventano temporaneamente una coppia, provano a crescere insieme un bambino (di Clee). Cheryl continua ad amare Phillip, che fa sesso con donne più giovani di lei.

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Questa recensione è uscita su Repubblica, che ringraziamo.

Cheryl Glickman è una donna single di quarantatré anni. Vive a Los Angeles, lavora per un’organizzazione no profit che produce dvd di autodifesa per le donne, è innamorata di un uomo più grande di lei di ventidue anni. L’uomo si chiama Phillip, ed è innamorato a sua volta di una sedicenne.

Cheryl vive da sola, fino al giorno in cui i suoi datori di lavoro le chiedono di ospitare la figlia diciannovenne Clee. Cheryl e Clee si detestano, litigano e fanno a botte, poi si innamorano, fanno sesso, diventano temporaneamente una coppia, provano a crescere insieme un bambino (di Clee). Cheryl continua ad amare Phillip, che fa sesso con donne più giovani di lei.

Anche Cheryl fa sesso con una donna più giovane di se stessa, e diventa madre di un bambino che non è suo. Nessuno si sente in colpa di niente, e si sa: senza colpa non c’è peccato. La complessità della vita sentimentale (e sessuale) degli umani viene splendidamente riassunta e raccontata nel primo romanzo della scrittrice, artista e regista americana Miranda July (sua l’impeccabile raccolta di racconti Tu più di chiunque altro pubblicata nel 2009 da Feltrinelli).

Il libro si chiama Il primo uomo cattivo (Feltrinelli, traduzione di Silvia Rota Sperti, pagg. 272, 18 euro) e prende di petto in modo felicemente anticonvenzionale alcune questioni per molte donne inevitabili: amore, sesso, maternità, malattie (vere, immaginarie), tristezza, crisi di mezza età, vecchiaia (propria, altrui). Cheryl, protagonista e voce narrante della storia, a volte è l’alter ego di July, altre volte è solo una persona inventata. È sempre simpatica anche quando fa cose antipatiche, non cerca di essere un modello per nessuno, soprattutto si sforza di essere se stessa.

A quelli che si domandano quanto di vero ci sia nel romanzo, la risposta è a pagina 91 del libro. Cheryl è in terapia, Ruth-Anne è la sua psicoterapeuta. Entrambe cercano di migliorare lo stato delle cose (è la ragione per cui uno va in terapia), che non significa per forza inchiodare i piedi al pavimento ed evitare le fughe. Brava July nel farlo dire a Ruth-Anne: “La realtà va e viene e non è molto interessante”.

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Ragazza Y https://minimaetmoralia.it/ritratti/tavi-gevinson/ https://minimaetmoralia.it/ritratti/tavi-gevinson/#respond Tue, 21 Oct 2014 15:00:50 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=23842 Questo pezzo è uscito sul Venerdì di Repubblica. (Foto: Annie Leibovitz)

A diciott'anni ha fondato e dirige una delle riviste di cultura pop e moda indipendenti più belle e nuove d'America. Tavi Gevinson è nata nel 1996 a Chicago ed è cresciuta a Oak Park, Illinois. Ha iniziato a farsi notare (dalle sue coetanee e non solo) quando di anni ne aveva dodici e ha aperto il suo primo blog di moda, Style Rookie. A quindici anni ha esteso il blog alla cultura pop (letteratura, musica e fumetto soprattutto) e al neo-femminismo, e lo ha trasformato nella bellissima webzine Rookie Magazine. Nel frattempo ha iniziato a scrivere per Harper's Bazaar, a essere regolarmente invitata alle settimane della moda di New York e Parigi e fotografata e/o intervistata a ogni sua apparizione pubblica.

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Questo pezzo è uscito sul Venerdì di Repubblica. (Foto: Annie Leibovitz)

A diciott’anni ha fondato e dirige una delle riviste di cultura pop e moda indipendenti più belle e nuove d’America. Tavi Gevinson è nata nel 1996 a Chicago ed è cresciuta a Oak Park, Illinois. Ha iniziato a farsi notare (dalle sue coetanee e non solo) quando di anni ne aveva dodici e ha aperto il suo primo blog di moda, Style Rookie. A quindici anni ha esteso il blog alla cultura pop (letteratura, musica e fumetto soprattutto) e al neo-femminismo, e lo ha trasformato nella bellissima webzine Rookie Magazine. Nel frattempo ha iniziato a scrivere per Harper’s Bazaar, a essere regolarmente invitata alle settimane della moda di New York e Parigi e fotografata e/o intervistata a ogni sua apparizione pubblica.

Oggi di anni ne ha diciotto e il materiale raccolto nel suo blog è stato felicemente raccolto in due grandi libri (Rookie Yearbook OneRookie Yearbook Two, pubblicati entrambi dall’editore canadese Drawn & Quarterly) pieni di foto, collage, adesivi, tarocchi da staccare e collezionare, playlist, contributi e interviste a varia celebrità come Miranda July, Lena Dunham, Jon Hamm, Zooey Deschanel, David Sedaris, John Waters, Chloe Sevigny, Liz Phair, Daniel Clowes, Carrie Brownstein, Chris Ware e Morrissey. Il terzo volume è in arrivo in ottobre (Rookie Yearbook Three, uscirà per Razorbill, il marchio young adult di Penguin) con interviste a Sofia Coppola, Greta Gerwig e Kim Gordon, e contributi di Dakota e Elle Fanning, Grimes e Kelis.

Gevinson nel frattempo ha intrapreso la carriera di attrice che l’ha vista esordire nel corto First Bass, dare voce insieme a Kathy Bates al corto di animazione Cadaver e a uno dei personaggi dell’ultima stagione dei Simpson, e ottenere una parte nel lungometraggio Non dico altro della regista Nicole Holofcener. Compare anche nel bel documentario sulla musicista, attivista e riot grrrl Kathleen Hanna The Punk Singer, a rappresentare le più giovani, quelle che si riconoscono come figlie spirituali di Joan Jett o M.I.A., hanno usato al meglio i loro insegnamenti e negli anni duemila cercano di essere riot a modo loro.

Su vimeo c’è un video in cui Gevinson canta (bene) Heart of Gold di Neil Young, e su youtube c’è una sua conferenza in cui spiega “l’imprevedibilità della Generazione Y” (quella che raduna la moltitudine di gente nata dagli anni ottanta in avanti) e insiste su quanto la rapidità di tecnologie e mode renda più democratico tutto ampliando così tanto la gamma delle possibilità che fare diventa una necessità. Lei dimostrazione vivente.

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Sia Lode Ora a una Città di Fama. New York, un personal essay https://minimaetmoralia.it/reportage/new-york-un-personal-essay/ https://minimaetmoralia.it/reportage/new-york-un-personal-essay/#comments Thu, 16 Jan 2014 11:22:00 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=17554 di Leonardo Merlini

1.

Lo skyline lo si affronta subito, sull'Airtrain che unisce i terminal dell'aeroporto JFK: è lì, chiarissimo nel controluce che sagoma, con la sua evidenza sfumata dalle nuvole. L'Empire State Building marca il proprio territorio e non ammette rivali, la Liberty Tower è solo una periferia della percezione, alta sì, ma distante dal cuore di una linea di iconicità che si staglia precisa prima nella testa di chi arriva a New York, piuttosto che nella effettiva percezione visiva dell'occasione. Come in un gioco di filosofie che si specchiano, la potenza, ossia l'idea di un panorama costruita pazientemente in anni di applicazione alla cultura di massa, prevale senza fatica sulla limitata portata dell'atto, condannato a una definizione di confini che lo rende automaticamente poco interessante. Così non è un caso, anzi è la manifestazione delle leggi di Harold Bloom[1], che alcuni giorni dopo tra gli scaffali di Strand Books trovi una copia autografa e scontata di How Literature saved my Life di David Shields, uno scrittore e critico che da anni si interroga sulla incommensurabilità tra il linguaggio e l'esperienza. Tradotto, tra l'arte e l'esistenza, quindi tra ciò per cui vale la pena vivere e ciò che dovrebbe essere questa cosa chiamata "realtà"... Potenza e atto di una settimana a New York[2], già racchiusi nella prima occhiata alla città, gettata da un ponte alla Arthur Miller, pochi minuti dopo aver superato i test d'ingresso dell'Immigration degli Stati Uniti. Prima che le cose succedano, prima che l'atto si manifesti, la potenza ha già giocato, e stravinto, la sua partita. Affannarsi, dunque, non vale la pena.

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 (Fonte immagine)

di Leonardo Merlini

1.

Lo skyline lo si affronta subito, sull’Airtrain che unisce i terminal dell’aeroporto JFK: è lì, chiarissimo nel controluce che sagoma, con la sua evidenza sfumata dalle nuvole. L’Empire State Building marca il proprio territorio e non ammette rivali, la Liberty Tower è solo una periferia della percezione, alta sì, ma distante dal cuore di una linea di iconicità che si staglia precisa prima nella testa di chi arriva a New York, piuttosto che nella effettiva percezione visiva dell’occasione. Come in un gioco di filosofie che si specchiano, la potenza, ossia l’idea di un panorama costruita pazientemente in anni di applicazione alla cultura di massa, prevale senza fatica sulla limitata portata dell’atto, condannato a una definizione di confini che lo rende automaticamente poco interessante. Così non è un caso, anzi è la manifestazione delle leggi di Harold Bloom[1], che alcuni giorni dopo tra gli scaffali di Strand Books trovi una copia autografa e scontata di How Literature saved my Life di David Shields, uno scrittore e critico che da anni si interroga sulla incommensurabilità tra il linguaggio e l’esperienza. Tradotto, tra l’arte e l’esistenza, quindi tra ciò per cui vale la pena vivere e ciò che dovrebbe essere questa cosa chiamata “realtà”… Potenza e atto di una settimana a New York[2], già racchiusi nella prima occhiata alla città, gettata da un ponte alla Arthur Miller, pochi minuti dopo aver superato i test d’ingresso dell’Immigration degli Stati Uniti. Prima che le cose succedano, prima che l’atto si manifesti, la potenza ha già giocato, e stravinto, la sua partita. Affannarsi, dunque, non vale la pena.

Poi, in un modo che ogni volta mi lascia basito testimone di un ennesimo miracolo, i fatti accadono, in un battibaleno. Così sul volo Delta che mi riporta a Milano, appena finito il vegetarian meal puntualmente fornitomi dalla compagnia – molto prima che agli altri passeggeri, in virtù della precedenza che va educatamente riservata alle categorie protette – mentre in cuffia sto ascoltando una canzone dei R.E.M. interpretata da Thom Yorke, nel libro di Shields mi imbatto, per l’ennesima volta, ma in questo caso la scossa è di magnitudo poderosa, in una serie di frasi che so con certezza essere state scritte solo perché io le leggessi, perché mi fornissero l’interpretazione, lasca finché volete, ma univoca, della possibilità di senso – perdonatemi l’eccesso, ma è di questo che voglio parlare – di tutte le cose, compresa New York, dalla rampa del Guggenheim al negozio di specialità italiane di Francesco “Frank” Caputo, che senza falsa modestia, mi ha detto che la sua home made mozzarella è la più famosa della città, e forse anche di tutti gli Stati Uniti.

Citando il giovane poeta e studioso Ben Lerner, Shields mi ricorda che la letteratura è l’altro lato di uno specchio, che possiamo interpretare solo grazie al riflesso della nostra lettura. Ma questo riflesso ci permette di prestare attenzione a noi stessi, di esperire la nostra stessa esperienza che, aggiungo io, altrimenti resta inesplicabile, un aborto, un ingranaggio senza applicazione né utilità, un cappotto sulla spiaggia di Coney Island in pieno agosto. Al tempo stesso, e nello specifico si parla di una poesia di John Ashberry, la vera letteratura resta altro da noi, incisa nel punto più lontano dello specchio. You have it but you don’t have it / You miss it, it misses you / You miss each other[3]… Benvenuti a casa mia, dove ogni porta conduce in due stanze diverse al tempo stesso, egualmente immaginarie e reali. Come una città-mondo che, ingenuamente, mi ostino a chiamare “New York”.

2.

La mattina presto, quando il jet-lag perde il controllo e mi abbandona a una totale incertezza percettiva, le strade di Carrol Gardens sono luminose e fredde. Molti negozi sono ancora chiusi, ma un barbiere è già al lavoro con almeno un paio di clienti nel salone, mentre tre operai apparentemente russofoni discutono con una certa animazione, ma senza animosità, davanti a una chiesa cattolica. Ho in mano la mia copia di Roth Unbound[4], la nuova biografia dello scrittore di Newark e ancora non so che, due giorni dopo più o meno, il vento gelido che soffia dall’Hudson River mi respingerà letteralmente via dalla sponda del West Side, impedendomi di gettare uno sguardo vagamente morboso su quel New Jersey che tanto ha significato per il buon Philip, lasciandomi così una volta di più solo la mia immaginazione, ben istruita dai racconti rothiani, ma senza quell’aggancio alla “realtà” che in fondo mi ostino, con dabbenaggine donchisciottesca, a cercare di raggiungere e, soprattutto, codificare.

Mi torna ancora in soccorso Shields – una specie di doppelganger, per dirla con lui e con la mia megalomania – e la sua Reality Hunger[5] che si è fatta manifesto (mi verrebbe da dire futurista, ma perché di questo andrò a parlare al Guggenheim) sfruttando citazioni altrui, creando, una volta di più qualcosa che ha per me l’evidenza della “verità”, ma che deriva dall’accostamento, e qui si si potrebbe anche spendere la parola “dadaista” senza vergognarsi troppo, di una serie di apocrifi che, sommati e giustapposti, conducono lo sperduto giornalista alla rivelazione impudica dell’originalità. E quindi quando chiedo un tè e un muffin al cioccolato nella caffetteria Brooklyn Bread – dove le commesse parlano tra loro in spagnolo e sono decisamente diffidenti nei miei confronti, pur senza perdere un centimetro di gentilezza (ma con la mia abitudinarietà nei giorni successivi sono certo di averle almeno un po’ conquistate) – ho la sensazione di compiere una azione reale, il che, al tempo stesso, mi gratifica e mi terrorizza. La temperatura infernale dell’infuso, che incautamente cerco di assaggiare appena seduto al mio tavolo, ricorderà però subito alla mia lingua che i livelli di realtà sono un tema interessante, ma talvolta doloroso. Dalla mattina dopo solo succo d’arancia.

3.

La trilogia di New York di Paul Auster, che un po’ tautologicamente è l’unico testo di fiction che mi sono portato in viaggio[6], si apre con un telefono che squilla nella notte. Sul taxi che attraversa il Manhattan Bridge, guidato senza tassametro attivo da un indiano al tempo stesso spregiudicato e timido, non è squillato nessun telefono. Ma la sensazione che provo quando mi trovo faccia a faccia con i grattacieli del distretto finanziario illuminati in maniera del tutto innaturale, eppure così precisa, ha la stessa evidenza di quella chiamata cui Quinn alla fine decide di rispondere inventandosi una nuova identità. Da quella prospettiva notturna, sopraelevata e aggettante, respiro a pieni polmoni l’odore dolciastro e appiccicoso della fantascienza, il gusto proustiano di una madeleine che ho sognato di intingere nel tè per tutta la vita (e ci ho provato più di una volta, ma senza epifanie, probabilmente perché sbagliavo a decodificare l’oggetto della transizione mnemonica) e che adesso assaporo, nella irrefrenabile vaghezza di un attimo in movimento, che è insieme scoperta e deja-vu.

Mi sembra, dalla mia prospettiva pervicacemente provinciale, di comprendere il significato della parola “futuro”, ma è una comprensione che nasce già mediata dal peso strutturale della consapevolezza che sia un approdo banale e semplicistico. Per un attimo però quel futuro si è librato sotto di me, libero come un verso di Eliot, sempre quel verso di Eliot[7] buono per tutti i ponti del mondo, benché ambientato solo sul London Bridge, che nella mia ostinazione mi capiterà di declamare con voce sommessa nel sotterrano di Strand nella mia personale interpretazione dell’inglese dalla Waste Land. Poco prima mi ero imbattuto tra i banchi della literary non fiction, nella versione peluche di Kurt Vonnegut, e la cosa curiosa è che io lo avevo riconosciuto, il che testimonia sì la perizia di chi ha realizzato il gadget, ma pure, e in modo piuttosto chiaro che:

a) la professione giornalistica ha ridotto drasticamente la mia capacità di genuino stupore

b) è molto probabile che in me ci sia qualcosa che non va, e che la colpa potrebbe essere, almeno in parte, della letteratura.

Nonostante il titolo di Shields, infatti, è evidente che la letteratura non salva la vita di nessuno (e lo stesso critico lo ammette)[8] e che anzi, in molte situazioni, è un fardello da portarsi addosso come l’uomo bianco di Kipling, abbandonato in una giungla ostile nella quale le buone maniere britanniche hanno perso la loro rassicurante certezza, schiacciate dalla rabbia visionaria di un colonnello Kurtz qualunque che predica verità indecifrabili e che, se solo potesse, non esiterebbe un attimo ad applicare il fuoco alla stessa Biblioteca di Babele, forse anche a ragione. Ma perso nella notte newyorkese, dopo aver aspettato per mezz’ora al freddo di essere ammesso nel ristorante cinese più in voga del momento[9], ciò che avevo imparato dai libri, da quelli di Remarque e di Robert Lowell, da Miranda July, naturalmente da Philip Dick e perfino da Olivier Adam (citare un francese nella notte di New York ha qualcosa di iconoclasta che ancora titilla il mio ego infantile, anche se ormai l’era di George W. Bush sembra lontana anni luce), era la mia unica ancora di salvezza, l’unica speranza di comprensione, per cui, mentre guardavo rapito quell’inenarrabile casino architettonico, che non avrei più rivisto in quel modo nei giorni successivi, mi sono accorto di essermi messo segretamente a pregare lo spirito impenitente di Nathan Zuckerman, chiedendo a lui di rassicurarmi, di restituirmi – dall’alto della sua grandezza di personaggio di fiction – un briciolo di normalità, un attimo di appercezione, una pillola di cinismo che fosse antidoto efficace al morso vipereo di tanta bellezza.

In due, su quel taxi, abbiamo guardato Medusa negli occhi – e abbiamo guardato, con altrettanto stupore, i nostri stessi occhi che reciprocamente si riconoscevano nella notte – e non ne siamo stati pietrificati, forse per buona sorte, forse per intrinseco coraggio, chissà, forse perché, temerari, avevamo in realtà già vissuto mille volte quel momento. Probabilmente in un libro, o quantomeno nella sua proiezione interiore, un’ombra simile a quelle che rendevano arbitrarie le percezioni dei poveri cristi filosofici incatenati per l’eternità alla Caverna del primo grande mentitore idealista. Uno scrittore, per l’appunto. Anche se Platone, come ogni duro che si rispetti, probabilmente non ballava. Ma sul cadavere della Gorgone, in quel breve e infinito istante di distinzione e unità, noi abbiamo danzato per sempre, certi che le luci di Lower Manhattan, dove ho scelto di non tornare nelle mie giornate di nomadismo urbano, non si sarebbero spente mai più (e che avremmo vissuto in eterno, ovviamente, ma questo lo pensa chiunque e parlarne in toni semplicistici non è interessante). Per sempre lassù, scriveva David, l’altro, quello di cui mi sono spesso sentito (come tutti direbbe Walter Siti) una sorta di alter ego. Ed ecco che mi rendo conto che pure io ho trattenuto il fiato, mentre sorvolavamo l’immagine warholiana dell’idealtipo della metropoli moderna (il contemporaneo, con le sue risapute asprezze, in certi campi non abita più qui, guarda ad Oriente), come se il ponte non fosse altro che il trampolino dal quale quel ragazzino si è affacciato un giorno, e da cui continua ad affacciarsi, senza mai saltare[10].

4.

Dalla biografia di Roth apprendo che, da giovane, lo scrittore in certe serate di cameratismo maschile divorava anche “una mezza dozzina di bagel”. Poi, tra parentesi, l’autrice nota che lui ci ha tenuto a precisare che, all’epoca, i bagel non erano grandi come adesso. Altrove vengo informato (con una certa dose di autocompiacimento conseguente, ndr) che l’adolescente Philip prevedeva in un questionario che in futuro avrebbe svolto la professione di “giornalista” e che il college dei suoi desideri si chiamava “Northwestern”. La parentesi, che subito accorre, precisa che in realtà Roth non sapeva nulla di questa scuola, solo che gli piaceva il nome. Una terza parentesi creativa contempla la presenza dell’avvenente Betty Powell nascosta sotto il letto nel dormitorio maschile del futuro romanziere… Insomma, mentre negli spazi ufficiali si svolge il rito formale e accademico della biografia, la vita di Philip Roth, quella che lui deve aver percepito di avere effettivamente vissuto (quindi quella che per lui, o quantomeno per i suoi ricordi di uomo maturo, è stata la vita vera) ci viene proposta in sordina, stretta tra quei caratteri pudichi a forma di mani che tendono a restringere e contenere, neanche fossero quel colonnato infame del Bernini che per Giulio Carlo Argan stringeva in una morsa di controllo e repressione le folle cattoliche adunate in piazza San Pietro a Roma…

Dunque le informazioni, quelle che smuovono i fondali, quelle che “esistono”[11], si trovano ai margini, e il lettore è quasi invitato a trascurarle, come se fossero solo facezie. Ma David Foster Wallace – ovviamente è lui il secondo David di cui si parla qui –  potrebbe replicare, e lo ha fatto, investendo una grande fetta della propria vita e tagliando freneticamente il suo romanzo totale per ridurlo a poco più di mille pagine, che la facezia è per sua stessa natura infinita[12] e che il mondo, la splendida e impossibile antinomia della Ragione di Kant, trova la propria possibilità di senso forse SOLO tra parentesi, nell’angolo del trascurabile, dietro il banco dove corre a nascondersi il bambino timido insopportabilmente vessato dai bulli. Luoghi che, come la letteratura, sono talmente specifici e intimi per il singolo, da non poter fare altro che diventare universali, pertanto sconfinati, infiniti. Parentesi che contengono tutto e di più, parentesi che ho scelto di aprire arrivando, solo e profano, a New York sulla linea A della Subway in un pomeriggio di sole radente. E dentro queste parentesi ho potuto toccare il mondo contenuto nell’uovo di cristallo che avevo perso mesi a fissare, e che credevo di conoscere in ogni suo piccolo dettaglio, e ne parlavo come se realmente lo conoscessi. Solo che, miopia o miniaturizzazione, non ne coglievo le parentesi, e quindi in “realtà” non avevo ancora visto nulla.

Come l’impostore di Dick, nell’arco di cinque giorni ho capito che io ero quello che, passando davanti alla sede orwelliana dei testimoni di Geova a Dumbo – un enorme palazzo stalinizzante con la scritta “WATCHTOWER” sul tetto – si è messo a ricordare l’omonimo racconto di J.G. Ballard[13] nel quale gli alieni osservavano gli umani da delle misteriose torri pendenti dal cielo, senza fare nulla, senza neppure farsi vedere, solo… essendoci. Ho capito che di notte a Williamsburg il vento freddo fuori e i diner anni Cinquanta dentro erano evidenti metafore della possibilità postmoderna di essere felici, e in questo quadro (chiaramente una copia di Nighthawks di Hopper) ero, per una volta, attore. Ho capito che i newyorkesi erano come me è che io ero i newyorkesi, tutti loro, indistintamente, insieme. Le parentesi erano fatte di Rosenquist e formaggio fritto, bottiglie di San Pellegrino e J-walking, lunghe dita femminili in un bar a Cobble Hill e proiezioni della Città di vetro, viste dalla terrazza del New Museum oppure dal locale di proprietà del musicista Moby[14], bagel alla cipolla fraintesi è comprati per colazione e la poliziotta che, un lunedì mattina spruzzato di neve, mi ha sorriso su President St. a Brooklyn dicendomi: “First taste of winter”. Le parentesi, per una volta, erano fatte di me.

(Io sono il corvo Joe, ripetono i Baustelle in cuffia, mentre trafiggo da solo il cuore della metropolitana, nell’ora di punta di un giorno qualunque. Faccio spavento).

5.

È domenica quando attraverso a piedi il ponte di Brooklyn, una mattina di sole nella quale il lampo d’acciaio di Frank Gehry è signore assoluto (seppur sfuggente) dell’altra sponda dell’Hudson. Di qui invece le scale di pietra, strette, e la necessità di arrivare a salirle solo dopo avere raccontato un pezzo di sé a qualcun altro, con intimità e meno reticenza, tra vortici di foglie innescati dal vento e desiderio di assomigliare a quei mattoni del ponte, fotografie di un altro tempo che persiste nella memoria rinnovata, parole materiche disarmanti. Come accade per le scalinate penitenziali dei devoti, sul ponte si può approdare soltanto con il cappello in mano e fare contrito. Perché lassù non sai che cosa capiterà, e, se fortunati, si potrà pure incontrare l’America.

Molte razze, molti popoli, molte nazioni – scrive un ispirato D.H. Lawrence a proposito di Moby Dickal riparo della bandiera a Stelle e Strisce. Uomini segnati dalle strisce di molti scudisci. A volte fino a veder le stelle. In una nave folle, al comando di un folle capitano, impegnati in una folle e fanatica caccia. […] È un’impresa pratica, estremamente pratica nel suo funzionamento. L’industria americana!”[15].

È questo ciò che mi arriva, dritto alla mascella, quando sbuco sotto la luce perfetta del disteso mezzogiorno: un jab di folla e slogan religiosi, e magliette stampate per l’occasione, e gente che vuole dire la sua al mondo, da uno dei luoghi simbolo del mondo. Sono organizzati, in gruppi subito riconoscibili, e ciascuno brandisce la propria appartenenza con orgoglio, e un sottile alito di fastidio verso quelle altrui, peraltro ben mascherato sotto i sorrisi e la comunanza confessionale. Si muovono con determinazione, al tempo stesso felici (in modo ingenuo e quasi commovente, per certi versi) e incuranti dell’assoluta anti-ordinarietà dello scenario della loro sfilata domenicale. Come se tutto fosse dovuto, come se la loro fede, da sola, bastasse a garantire quella sensazione di cittadinanza che è la cifra e la chimera più profonda di questo luogo. Precisi nel marcare il territorio, inappuntabili nel rivendicare il proprio spazio vitale, vivi, e consapevoli di esserlo, al limite della tracotanza. Come se fosse facile, come se fosse naturale… Certo, Achab tarda a farsi vedere sul ponte (arriverà quando io meno me lo aspetto), ma la sua ciurma è schierata, pronta una volta di più a soggiogare il mondo con la forza di una convinzione[16].

Così, circa a metà del ponte, dopo che una striscia burlona di vernice ha regalato qualcosa da raccontare ai miei pantaloni, mi rendo conto che in mezzo a tutti questi credenti è inevitabile che si aggiri anche un Mickey Sabbath[17], furtivamente osceno, con indosso una giacca a vento troppo larga, sbiadita, e in tasca ancora il ricordo delle mutandine dell’ultima conquista immaginaria. Inevitabile, perché è  l’America a esigerlo, con la sua magnifica ossessione per le possibilità. Non l’ho incontrato – statisticamente era improbabile – ma sono certo di averlo sentito bisbigliare alle mie spalle un commento ammirato sulle tette di una manifestante afroamericana particolarmente infervorata. E lei, perfettamente a proprio agio, le ha scosse con più entusiasmo, mentre intonava il ritornello di un inno al Signore, guardando Sabbath dritto negli occhi.

God bless you all.

God bless New York City.

6.

Questa storia finisce, come era prevedibile, dove era cominciata, a fissare la luce precisa del pomeriggio sul treno velocissimo che unisce i terminal dell’aeroporto Kennedy. Vedo degli stagni e un aereo che, decollando, li sorvola con gentilezza, vedo dei francesi che ondeggiano pericolosamente a ogni fermata del convoglio, vedo me stesso riflesso nei finestrini e la mia espressione mi è indecifrabile, come se fosse sospesa sopra qualcosa che non c’è, definitivamente condannata all’incertezza. Sono da solo, come raramente mi era capitato di essere in questi giorni americani[18] e mi sento come un qualunque Alessandro Magno, euforico e al tempo stesso perso davanti alla grandezza del mondo e all’ardimento dell’impresa. Uso la strategia dell’ordinario, mi concentro su ogni passo, su ogni aspetto tecnico della procedura d’imbarco, con la conseguenza di dilatare a dismisura la consapevolezza della fine di qualcosa. Il volo, per quanto segnato da turbolenze di lunga durata, sarà solo un dettaglio, quasi una presa in giro, e nell’istante in cui prenderò in mano lo spazzolino da denti, ormai sui cieli italiani, mi sembrerà di non essere mai arrivato a New York, e mi ricorderò dei sogni fatti negli anni Novanta in cui questo nome aveva di volta in volta immagini diverse, proiezioni di coscienza e di paure, fantasie che neanche Bruno Schulz. Come se niente…

E ad aggravare questa sensazione arriveranno anche i miei “no” alle domande di parenti e amici: “Hai visto Ground Zero? E il Rockefeller Center? Sei salito sull’Empire? (Lo so, la Lonely Planet diceva che era obbligatorio, lo so) E la Statua della Libertà?” L’ho vista, risponderò. L’ho vista, piccola ma inconfondibile, dalla fermata della metro di Smith St., e in mezzo a noi c’era una grata di metallo, cui mi sono aggrappato più di una volta, cercando di fermare la città e di abbracciarne ogni sfumatura, dalle cartoline agli angoli più spigolosi, amandole tutte nello stesso modo infantile, inutile e doloroso. E quando mi chiederanno, perché lo faranno, “Ma allora che cosa hai visto?”, per questa volta non tirerò fuori la storia del non-lo-so-neppure-io o dell‘in-fondo-New-York-non-esiste, oppure è-solo-uno-stato-d’animo, l’ho già detto e scritto troppe volte, mi sto annoiando da solo. No, questa volta non parlerò di come sia difficile vedere qualunque cosa o di come in fondo la filosofia ci insegni che non possiamo mai dire che cosa abbiamo visto “davvero”. Basta. Ci hai rotto i coglioni. Hanno ragione (almeno in parte). Stavolta dirò che nelle mie percezioni confuse e nei miei dubbi c’ero io, che le mie storie e le mie incertezze nascondono (e svelano) la mia vita, e che proprio per la loro stranezza frastagliata sono l’unica prova del fatto che io di lì, in mezzo a giorni di novembre quasi sempre ventosi e assolati, ci sono passato realmente. Dirò anche, nonostante Italo Calvino e le sue città che si modellano sull’occhio e soprattutto sul racconto di Marco Polo, che mi terrò molti segreti, tutti quei ricordi di cui non ho scritto, e di cui inevitabilmente, a un certo livello conscio, (non) mi dimenticherò. Perché lì dentro, oltre a un’idea chiamata New York ci sono (stato) anch’io.

Ancora una cosa

Quando stiamo per entrare alla Neue Gallery il cielo si fa cupo e si alza il vento. Del resto è Vienna quella che adesso attraversiamo, non più un angolo dell’Upper East Side. Vienna fine Ottocento, un posto dove le cose accadevano e dove neppure il perbenismo asburgico riusciva a spegnere le braci oltraggiose del desiderio. È giusto quindi che ad accoglierci ci siano almeno un paio di Egon Schiele, e che all’ingresso dello shop facciano bella mostra di sé occhiali da sole ispirati al dottor Freud. Ma l’emozione più intensa non sarà la splendida libreria a darmela e neppure il rinomato caffè che mette in coda tanti raffinati newyorchesi. Sarà qualcosa di più scontato, sarà Kandinsky, visto e rivisto, amato e poi dimenticato, una specie di vecchio amico d’infanzia reincontrato per caso, se credete nel caso, molti anni dopo. Più vecchio, un po’ imbolsito, ma per me sempre così inspiegabilmente evidente. Il buon vecchio Vassilij, come se gli ultimi vent’anni non fossero mai passati. Ho paura di pensare di essere venuto a New York (anche) per questo…

In ogni caso i temporali, prima o poi, passano, e all’uscita dalla Neue una signora ci invita ad affrettarci a entrare a Central Park perché c’è ancora da vedere un frammento di tramonto sopra il lago intitolato a Jackie Kennedy[19]. E allora corriamo.

 


[1] E anche di Jonathan Lethem, visto che ho cercato per giorni di diventare parte dell’anima di Brooklyn, con una determinazione cocciuta che mi ha fatto pensare che magari il quartiere fosse spaventato dalla mia nitida sensazione di sentirmi a casa su Court St. e pure passando di notte sotto le impalcature da film noir della metropolitana sopraelevata a Smith St.

[2] E per estensione di tutti i miei ultimi 25 anni, passati a pensare l’America, passati ad aspettare, drogandomi follemente di rappresentazioni, il momento in cui sarebbe successo qualcosa, quella cosa che è Hemingway e Philip Roth, Wes Anderson e Billy Crystal, Joan Didion e Blue Train, la birra di Pollock, l’ingresso al MoMA e la mia personale religione che ruota intorno alle grandi tele di Mark Rothko, le lacrime durante il volo di andata guardando un film di fantascienza con tanto di robot giganti, e le ragazze, una in particolare, che fanno acquisti da Uniqlo sulla Fifth Avenue, tutto questo insieme, in un unico momento espanso, l’esplosione nucleare nel suo momento perfetto, solo deflagrazione e spettacolo, prima dello strazio inalienabile del fall out…

[3] John Ashberry, Paradoxes and Oxymorons

[4] Claudia Roth Pierpont, Roth Unbound  – A Writer and his Books, Farrar Straus and Giroux. Il libro l’ho acquistato la mattina di sabato in una libreria molto cool a Dumbo. La sera, ritrovandomi con l’amico che viaggiava con me, ne ho ricevuta in regalo da lui un’altra copia. Nessun dubbio che i libri scelgano noi con una certa perseveranza.

[5] Fame di realtà, edito in Italia da Fazi. Un testo di teoria letteraria che ha portato un’aria nuova.

[6] Nei giorni successivi andrò a spasso per Park Slope con la segreta speranza di incrociare Auster o, per lo meno, il suo personaggio Quinn, ossia uno che finge di essere l’investigatore privato che nel libro risponde al nome di Paul Auster, circolo piuttosto intrigante che si chiuderà in maniera del tutto imprevista, io ormai tornato a Milano senza aver coronato l’incontro, con una dedica per me sul suo ultimo libro che le mani eleganti di un’amica hanno consegnato proprio allo scrittore, come documentato da una foto fatta con l’iPhone.

[7] Stetson! You who were with me in the ships at Mylae

[8] Ovviamente è altrettanto chiaro che, a un prezzo che a molti potrebbe apparire troppo alto, in un’altra delle molteplici dimensioni dell’universo delle SuperStringhe la salva effettivamente, almeno la mia di vita, e forse anche quella dell’ottimo David – chissà che, attraverso vie piuttosto imperscrutabili non lo abbia fatto anche per un altro David, che nel 2008 ha deciso di avere visto abbastanza – fornendoci una chiave interpretativa per il completo caos di una qualunque ordinaria giornata, quotidianamente folle come Achab che attraversa frenetico il ponte del Pequod, battendo ostinatamente il proprio arto artificiale.

[9] Essendo pure venerdì – qualunque cosa significasse a quel punto della mia giornata iniziata 23 ore prima in un’alba ordinaria della provincia milanese – l’attesa per le vie di Chinatown era stata in fondo più che ragionevole.

[10] (Qualcosa che assomiglia all’immortalità). Cfr. David Foster Wallace, Brevi interviste con uomini schifosi

[11] Per quanto ancora David Shields mi ricordi in modo inconfutabile che per chi è affetto dalla sindrome letteraria l’unica dimensione di possibile verità – possibile, si badi – risiede nella parola scritta, cioè, cosa che terrorizzava il giovane Salinger che probabilmente ne aveva visto su di sé le nefaste conseguenze, un fatto si libera dal suo essere una cosa del tutto priva di significato e di rilevanza solo nel momento in cui viene scritto o, per estensione, letto, e in entrambi i casi lo scenario, per quanto esaltante, ha pure senza dubbio uno sfondo di Terra Desolata individuale, e individualista. Per la precisione Shields scrive: “Se non la scriverò, l’esperienza non verrà realmente registrata. Il linguaggio, prima passato da prigione a rifugio, torna a essere prigione”.

[12] Cfr. Infinite Jest, l’opera mondo di DFW.

[13] Essi ci guardano dalle Torri. Titolo originale: The Watchtowers

[14] Lui non c’era quel pomeriggio, ma il gestore è stato squisito, perfetto anche senza l’aggravante della celebrità.

[15] D.H. Lawrence, Classici Americani

[16] (E i lillà continuano, facendosi beffa della storia, o meglio delle balbuzie dei suo analisti razionali, a fiorire nel prato davanti alla casa. Anche se il Capitano – mio Capitano – se ne è andato, anzi, soprattutto perché lui se ne è andato.

[17] Il protagonista del monumentale romanzo di Philip Roth, Il Teatro di Sabbath, National Book Award nel 1995. Difficile dirlo, ma molto probabilmente è il capolavoro di Roth. Harold Bloom e J.M. Coetzee concordano

[18] Anche se perfino gli addetti alla security del JFK saranno gentili con me, in modi che mi indurranno, ciclotimico quale sono, a preziosi e strazianti attimi di commozione: piangerò, di nascosto, riconsegnando a un’altra viaggiatrice i guanti di lana di alpaca che aveva dimenticato nel cestino degli effetti personali dopo il body scan.

[19] (Gli eredi Onassis non me ne vogliano)

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Lo scaffale ideale https://minimaetmoralia.it/libri/ideal-bookshelf/ https://minimaetmoralia.it/libri/ideal-bookshelf/#comments Sat, 02 Mar 2013 15:34:09 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=13341 Questo pezzo è uscito sul Venerdì di Repubblica. (Immagine: lo "scaffale ideale" di Jennifer Egan.)

Cosa pensate di trovare nello scaffale dei libri più amati da Patti Smith? E in quello di James Franco? Di Jennifer Egan? Miranda July? Jonathan Lethem? David Sedaris? Sfogliate My Ideal Bookshelf (Little, Brown and Company, $ 24,99) e ogni risposta vi verrà data. Raccolti online nel sito idealbookshelf.com e poi pubblicati in un meraviglioso volume cartonato di 226 pagine, ecco gli “scaffali ideali” di più di un centinaio di varie celebrità. Sono prevalentemente scrittori (in buona compagnia dei sopra citati ci sono Rick Moody, Michael Chabon, Vendela Vida, Junot Díaz, Stephenie Meyer, George Saunders, Daniel Alarcón e Chuck Klosterman), ma anche musicisti (Kim Gordon, Thurston Moore, Rosanne Cash e Stephen Merritt), registi (Judd Apatow, Mira Nair), illustratori (Maira Kalman, Christoph Niemann), giornalisti (il critico musicale Alex Ross e il direttore della Paris Review Lorin Stein), skater (Tony Hawk), ballerini (Adrian Danchig-Waring e Pontus Lidberg), cuochi (Hugh Acheson, Dan Barber, Gabrielle Hamilton) e curatori di musei (Paola Antonelli di design per il MoMA). Queste alcune delle celebrità contenute nel volume, ognuna disegnata in forma di scaffale con sopra i rispettivi libri preferiti.

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Questo pezzo è uscito sul Venerdì di Repubblica. (Immagine: lo “scaffale ideale” di Jennifer Egan.)

Cosa pensate di trovare nello scaffale dei libri più amati da Patti Smith? E in quello di James Franco? Di Jennifer Egan? Miranda July? Jonathan Lethem? David Sedaris? Sfogliate My Ideal Bookshelf (Little, Brown and Company, $ 24,99) e ogni risposta vi verrà data. Raccolti online nel sito idealbookshelf.com e poi pubblicati in un meraviglioso volume cartonato di 226 pagine, ecco gli “scaffali ideali” di più di un centinaio di varie celebrità. Sono prevalentemente scrittori (in buona compagnia dei sopra citati ci sono Rick Moody, Michael Chabon, Vendela Vida, Junot Díaz, Stephenie Meyer, George Saunders, Daniel Alarcón e Chuck Klosterman), ma anche musicisti (Kim Gordon, Thurston Moore, Rosanne Cash e Stephen Merritt), registi (Judd Apatow, Mira Nair), illustratori (Maira Kalman, Christoph Niemann), giornalisti (il critico musicale Alex Ross e il direttore della Paris Review Lorin Stein), skater (Tony Hawk), ballerini (Adrian Danchig-Waring e Pontus Lidberg), cuochi (Hugh Acheson, Dan Barber, Gabrielle Hamilton) e curatori di musei (Paola Antonelli di design per il MoMA). Queste alcune delle celebrità contenute nel volume, ognuna disegnata in forma di scaffale con sopra i rispettivi libri preferiti.

I bellissimi disegni (delle coste, scelte nostalgicamente perché è ciò che di un libro è andato perduto nell’era digitale) sono dell’artista e designer Jane Mount (@janemount) mentre l’idea e curatela del libro è di Thessaly La Force (@Thessaly), blogger della Paris Review, che a ognuna delle tavole ha affiancato un breve testo scritto in prima persona dai più di cento intervistati. Le coste disegnate sono quelle dei “libri a cui sono più legati, che definiscono i loro sogni e le ambizioni e che in molti casi li hanno aiutati a trovare una strada nel mondo”, scrive La Force introducendo il progetto. In breve, i più amati di altri, i preferiti tra i preferiti, i libri ideali.

Si scopre così da dove arriva la coralità dei romanzi di Jennifer Egan, che ispirata da Middlemarch di George Eliot dichiara di scrivere per “rendere giustizia alla complessità che ci circonda”. O che Patti Smith, bambina, si sedeva ai piedi della madre e assorta la osservava mentre leggeva, cercando di capire cosa avessero quei libri da tenerla così assorta. Poi imparò a leggere. E non smise più.

Operazione interessante è anche provare a scorrere il libro contando le ricorrenze per constatare che sì, per fortuna ci sono anche i nostri prediletti (Flannery O’Connor otto volte, Scott Fitzgerald sei, Roberto Bolaño e Harper Lee tre, Miguel de Cervantes, Truman Capote, Emily Dickinson, John Updike, Cormac McCarthy e Stephen King una). E poi, partendo da lì, soffermarsi su chi li ha scelti e decidere cosa e chi è arrivato il momento di leggere.

La genialità del progetto sta del resto in una frase della prefazione, che dice: “Quello che scegli oggi potrebbe essere completamente diverso dai libri che metteresti nello scaffale di domani – ma qui sta la bellezza dell’esercizio. Èun’istantanea di te in un preciso momento”. Già: qui e ora.

(Immagine: lo “scaffale ideale di Patti Smith.)

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Beautiful Beginners https://minimaetmoralia.it/arte/beautiful-beginners/ https://minimaetmoralia.it/arte/beautiful-beginners/#comments Wed, 18 Jan 2012 09:44:05 +0000 http://www.minimaetmoralia.it/?p=6213 Questa intervista di Tiziana Lo Porto al regista Mike Mills è stata pubblicata su «D-Repubblica» in occasione dell’uscita nelle sale cinematografiche americane del suo ultimo lavoro, «Beginners».

di Tiziana Lo Porto

Si definisce un “regista designer”, spiegando che lo è nel modo in cui riprende le cose, o al montaggio, dove “sono felicissimo ogni volta che posso inserire un fermo immagine o un disegno”.

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Questa intervista di Tiziana Lo Porto al regista Mike Mills è stata pubblicata su «D-Repubblica» in occasione dell’uscita nelle sale cinematografiche americane del suo ultimo lavoro, «Beginners».

di Tiziana Lo Porto

Si definisce un “regista designer”, spiegando che lo è nel modo in cui riprende le cose, o al montaggio, dove “sono felicissimo ogni volta che posso inserire un fermo immagine o un disegno”. Mike Mills fotografa, disegna, dirige magnifici videoclip e film incantevoli. Ha esordito disegnando alcune delle più belle copertine dei dischi dei Sonic Youth, ha diretto pubblicità di Gap e video dei Blonde Redhead e dei Pulp e degli Air e di Moby e di Yoko Ono e di molta altra gente (uno dei suoi primi e più geniali videoclip è quello di Sometimes dei Rhytmes Digitales del 1999 in cui un giovane orsacchiotto di peluche molto depresso, dopo avere scritto un biglietto d’addio ai suoi, si suicida lasciandosi cadere giù dal comò). A fine anni novanta ha partecipato al movimento artistico dei “Beautiful Losers” (basato sull’estetica e la pratica del DIY, Do It Yourself, e fatto essenzialmente di street artists e skaters). Ha fondato una sua linea di poster, magliette e vestiti che si chiama “Humans by Mike Mills” e che ha per manifesto un’infilata di frasi sagge nella loro stranezza. Tipo: “Gli unici animali che soffrono di ansia sono quelli legati agli umani”. Oppure: “Quando ti senti in colpa perché sei triste, ricordati che Walt Disney era un maniaco-depressivo”. Nel 2005 ha diretto un lungometraggio che si chiama Thumbersucker (era la storia del passaggio all’età adulta del diciassettenne Justine che sublimava l’angoscia di separazione dalla madre ciucciandosi il pollice) e che lo ha portato al Sundance Festival dove la regista, artista e scrittrice Miranda July stava presentando il suo di esordio, Me and You and Everyone We Know. È lì che i due si sono incontrati, conosciuti, innamorati, fidanzati, sposati. Sei anni dopo, quasi in contemporanea all’uscita internazionale del secondo film della moglie, The Future, Mills ritorna nelle sale americane con la sua opera seconda, Beginners.

Il film è in parte autobiografico e racconta di un quasi quarantenne, Oliver (Ewan McGregor), che alla morte della madre apprende che il padre Hal settanticinquenne (Christopher Plummer) è gay, lo è sempre stato, e ha sposato la madre consapevoli entrambi che lo fosse. Raccontato in due tempi, Beginners ripercorre la vita sentimentale del padre, prima e dopo il coming out, e la vita sentimentale di Oliver dopo la morte del padre, quando incontra l’attrice francese Anna (Mélanie Laurent) e se ne innamora. “Non è un film catartico”, precisa raccontandomi del coming out del padre, degli ultimi anni della sua vita “vissuti come fossero solo un inizio, un beginning” (da qui il titolo del film), della sua morte, e di come sia stata la vicenda “più singolare e umana a cui mi sia stato dato di accedere”. “Beginners è un film che non potevo non fare”, dice, spiegandomi che “catartico è stato andare in terapia, parlare di quello che era successo con le mie sorelle e i miei amici, e alla fine cavarne fuori una storia. Dopo l’incubo della ricerca di un produttore e la consapevolezza che forse non l’avrei mai trovato, quando finalmente mi sono ritrovato a girarlo, lì me la sono goduta. Amo fare il regista, e quello è stato uno dei momenti più divertenti della mia vita”. Nel film Oliver fa il grafico, e i suoi disegni (nella realtà tutti fatti dallo stesso Mills) sono raccolti e pubblicati in un bel volume dalla copertina gialla: Drawings from the Film Beginners by Mike Mills (Damiani Editore).

Il libro, rigorosamente in bianco e nero, è diviso in tre parti. La prima parte si chiama “La storia della tristezza” e comincia dalla creazione della terra (“tristezza non ancora inventata” dice la didascalia) per proseguire con il mare, gli uomini di Neanderthal e i disegni di momenti particolarmente tristi della storia dell’umanità. Come il giorno in cui venne inventato il romanzo, che isolando lo scrittore e inchiodandolo alla scrivania lo rese necessariamente triste. O il giorno in cui venne scoperto il primo tumore. O ancora, il giorno in cui vennero lanciati nel mercato internazionale i chicken mcnuggets (1983, con grande tristezza dei polli). La tristezza di Raymond Carver prima di riuscire a trovare il proprio stile. E quella della prima coppia che scoprì di essersi sposata per le ragioni sbagliate. Il primo gay che venne diagnosticato dagli psichiatri come mentalmente disturbato. E il primo topo su cui venne sperimentato il Prozac.
La seconda parte del libro si chiama “Scene del 1955”, l’anno in cui si sposarono i genitori di Mills. E sono disegni che raccontano le ricerche fatte dal regista-disegnatore su quell’epoca per contestualizzare (e capire) le nozze dei suoi. Di quell’anno il matrimonio di Rock Hudson con la segretaria del suo agente, l’apertura del primo parco a tema Disneyland e del primo McDonalds.
Terza e ultima parte è “La storia dell’amore”. E qui ci sono altri uomini di Neanderthal e un paio di flapper: Louise Brooks e Zelda Fitzgerald (“Zelda non è stata solo una musa ma una scrittrice superinteressante”, precisa Mills. “L’ho sempre considerata punk, e nel cercare un modo per vivere più libere lei e le altre flapper hanno aperto la strada alle adolescenti moderne”). C’è il divano di Freud nella sua essenzialità. Ci sono due tavole con sopra disegnate le facce delle otto ex fidanzate di Oliver prima di conoscere Anna. Probabilmente le stesse di Mills.

“Io e Oliver abbiamo alcune cose in comune”, dice Mills parlando del protagonista del film, “entrambi disegniamo e facciamo i grafici, abbiamo entrambi dei cani, abbiamo entrambi dei padri che sono usciti allo scoperto tardissimo nella vita, e abbiamo disegnato entrambi le copertine dei dischi di una vera band che si chiama The Sads”. Uno dei Sads è Aaron Rose, scrittore e regista (suo il bel documentario sui Beautiful Losers) che ha fondato la band come “tentativo di creare una situazione musicale dominata dal crepacuore” (da cui il nome “The Sads”, i Tristi). Ovvero musica per scandagliare nel proprio privato emotivo e riuscire a portare a galla la vera essenza di tristezza e felicità.

E proprio mentre i Sads lavoravano su questa sorta di autoanalisi musicale che Mills ha iniziato a scrivere la sceneggiatura di Beginners. Band e regista hanno collaborato così a un tour europeo in cui Mills allestiva un’installazione video fatta di spezzoni di vecchi e struggenti film hollywoodiani e i Sads suonavano dal vivo. L’idea (banale ma utile) era di accendere l’emotività in sala. A quel punto sono iniziate le riprese del film, e i Sads sono diventati a loro volta personaggi del film prestando il nome alla band a cui Oliver propone un booklet con disegnata la sua “Storia della tristezza”. Ma i Sads rifiutano idea e disegni. “A me è capitato un sacco di volte che una band o qualcuno mi bocciasse un’idea”, dice Mills. “M’hanno rifiutato idee per videoclip, idee per film, sceneggiature… Dietro quella copertina di disco che Oliver si vede rifiutare dai Sads c’è un po’ di tutto”.

Nel film c’è anche un cane parlante (e la possibilità che gli animali domestici parlino dev’essere una preoccupazione condivisa dalla coppia Mills/July visto che anche in The Future c’è un gatto che parla) e ci sono frammenti presi in prestito alle vite degli altri. A Lou Taylor Pucci (protagonista di Thumbersucker, cameo in Beginners), per esempio, che una sera a una festa ha incontrato una ragazza senza voce che comunicava con penna e taccuino. E l’aneddoto è diventato una scena del film.

L’unico personaggio veramente autobiografico è il padre, che a settantacinque anni, invece di considerarsi vicino alla fine della vita pensò bene di darle un nuovo inizio. “Per me è lui il centro assoluto del film”, dice Mills, preferendo alla definizione di “memoir” quella di “ritratto”. “A me piace ritrarre le persone”, mi dice a fine intervista, “anche se lo so che è praticamente impossibile catturarle per come sono fatte veramente. Le persone sono talmente complicate, contraddittorie, stratificate, e strane. Ma questo non significa che uno debba smettere di cercare di capirle”.

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