Mircea Cărtărescu Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/mircea-cartarescu/ un blog di approfondimento culturale Fri, 24 Sep 2021 08:37:31 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=7.1 https://minimaetmoralia.it/wp-content/uploads/2025/07/cropped-cropped-309290503_464034925751050_1790831071097755281_n-32x32.jpg Mircea Cărtărescu Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/mircea-cartarescu/ 32 32 “Solenoide” di Mircea Cărtărescu, un romanzo in fuga https://minimaetmoralia.it/libri/solenoide-di-mircea-cartarescu-un-romanzo-in-fuga/ https://minimaetmoralia.it/libri/solenoide-di-mircea-cartarescu-un-romanzo-in-fuga/#respond Fri, 24 Sep 2021 08:37:31 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=49272 Quasi 1000 pagine di corsa a perdifiato, un salto spaziale senza luogo (ma con più luoghi), senza trama (ma con più scenari), con più storie (ma con una vicenda soltanto), con un protagonista (ma con centinaia di personaggi), con tante voci reali e indistinte (ma nulla che somigli a un coro) con una città, Bucarest […]

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Quasi 1000 pagine di corsa a perdifiato, un salto spaziale senza luogo (ma con più luoghi), senza trama (ma con più scenari), con più storie (ma con una vicenda soltanto), con un protagonista (ma con centinaia di personaggi), con tante voci reali e indistinte (ma nulla che somigli a un coro) con una città, Bucarest (ma con migliaia di posti, pianeti urbani, pianeti creati in testa, pianeti che servono a raccontare, a riflettere, a sopravvivere), con un lungo monologo (eppure con tanti dialoghi serrati, piccoli, meravigliosi, incalzanti), con un passato che torna in un presente di macerie (e la memoria salta fuori senza staccarsi dal tempo presente, e le visioni del futuro vanno di pari passo), con un tram che fa avanti e indietro (con tanti tram, numeri e linee, scuole  e fabbriche abbandonate), con una stanza e un letto (con molti letti e stanze, vere o false, lenzuola sporche o pulite), con un ragazzino (ma con un adulto, con uno scrittore, con un figlio, con un insegnante, con un fallimento, con un miracolo), con molti ritrovamenti (con le corrispettive perdite), con un tempo sospeso (con un tempo tangibile, denso, intenso), con centinaia di libri, letti e riletti (ma con un libro soltanto, quello che abbiamo davanti), con la poesia scritta e letta (con la dittatura, con la povertà, con il calcio, con l’abbandono), con la meraviglia (e ancora con la meraviglia, di nuovo con la meraviglia, per sempre con la meraviglia), con Solenoide di Mircea Cărtărescu, pubblicato da Il Saggiatore e tradotto da Bruno Mazzoni (con un capolavoro, vale la pena usarla la parola almeno per questa volta).

Infine la fabbrica del ghiaccio, davanti alla quale gli operai massaggiavano tutto il tempo blocchi di ghiaccio bianchi al centro e miracolosamente trasparenti alle estremità (quasi si sciogliessero in permanenza nell’aria circostante), erano per i miei occhi di bimbo delle fantastiche cittadelle di un altro mondo.

Si potrebbe parlare di un romanzo di fuga, che sfugge ai generi e che li contiene tutti, che soprattutto corre via dalla normalità, da ciò che nel tempo ci hanno fatto passare per normalità. C’è qualcosa di più reale della realtà, qualcosa che può solo essere inventato, sottratto alle regole, qualcosa di più intenso, più sfumato e per questo più tangibile. Una strada più degna di essere attraversata perché non c’è, una strada di pietrisco lunare, di macere, di materiali di scarto, di polvere di cantiere, una strada che asfaltiamo man mano che leggiamo Cărtărescu, e se ci voltiamo indietro (operazione del tutto inutile) ci accorgiamo che l’asfalto si sta sciogliendo, non sotto il sole ma attraverso il linguaggio. Una fuga dai cinque sensi, una ricreazione di questi. Uno scrittore fallito inventa pianeti nella propria testa, prendendo nota di ogni incubo, di ogni sogno, perciò di ogni desiderio, fallimento, ipotesi. In quella fuga si innamora, si reinventa un discorso fatto di numeri grazie a un matematico giunto da chissà dove. La matematica è piena di segreti proprio come il linguaggio. La lingua torbida e intensa, veloce e riflessiva, senza regimi e piena di parole che suonano nuove, di sapore poetico e di tappeto filosofico, è il campo da gioco dentro il quale si muove uno dei maggiori scrittori mondiali, per Cărtărescu si azzardano paragoni che fanno tremare i polsi, si passa da Kafka a Bolaño, paragoni che reggono, ma che mettiamo da parte, perché le somiglianze riguardano solo la grandezza, finiscono là, ciascuno poi è un gigante a modo suo, ciascun grande scrittore è un’isola, un territorio desertico nel quale compaiono dal nulla case, personaggi, alberi, detriti, pazzi, bambini, lavagne, libri di scuola, Bucarest come non è mai stata raccontata. Nella mappa di questo romanzo c’è tutta l’opera di Cărtărescu, tutta la sua narrativa e la sua incantevole poesia. C’è la letteratura che si muove in avanti, che scatta e scarta ciò che si oppone, ciò che non serve. Tornando al campo di gioco, per lo scrittore rumeno dovremmo pensare all’Olanda di Cruijff, uno, quest’ultimo, per il quale lo spazio nel quale muovere il pallone non doveva esaurirsi mai, credo fosse un suo desiderio.

Come il sesso, come le droghe, come tutte le manipolazioni della nostra mente che vorrebbero rompere una volta per tutte il cranio e uscire fuori, la letteratura è una macchina che produce dapprima felicità, poi delusione.

La realtà così com’è è stretta, è poco interessante, è costruita blocco per blocco, bisogna andarsene a costo di impazzire, di creare un incubo più onesto in cui stare, la scrittura di Cărtărescu ci fa scivolare dentro un pozzo profondo, leggendo non abbiamo mai paura, più si affonda più ci si meraviglia, e allora ritorniamo un attimo alle venti pagine precedenti, siamo preda di qualcosa che ci spinge a sottolineare in maniera ossessiva anche ciò che pare sfuggirci di mano. A volte non comprendiamo, ma non importa, capiremo a suo tempo o mai, l’incomprensibile è il regno dentro il quale noi lettori dobbiamo stare, dobbiamo ambire a qualcosa di meglio, ce lo meritiamo. Sostiamo perciò dentro Solenoide, stiamoci il tempo necessario, rallentiamo, corriamo, commuoviamoci (succederà), sorridiamo (accadrà), sfioriamo il pianto (è probabile), alziamoci per prendere un libro dagli scaffali, un libro citato o che ci è tornato in mente, per associazioni. Perché la letteratura chiama la letteratura, come sapete, i grandi scrittori si parlano, si telefonano, di libro in libro, da un secolo all’altro. Tutto questo ci conforta e ci riempie di stupore. Brillano gli occhi e le matite, brilliamo noi.

Semplicemente, mi svegliavo lì, a faccia in su e con le mani sul petto, come se fossi stato sistemato sul materasso da un estraneo, il quale non conosceva le mie abitudini di sonno.

Solenoide è una bobina, un nastro, una sfera, un mondo, ma può essere anche una capsula spaziale, una sonda, una baracca, un quadrato, un regno fatto di ruggine e materia dentro il quale sospendersi e sottrarsi.

Avevo sentito io stesso la mano della donna richiudersi sulla mia. Il contatto era avvenuto.

Le frasi di Cărtărescu si inseguono e si trasformano strada facendo, pagina dopo pagina, c’è un punto ma non finiscono, ci sono i due punti ma non si aprono in descrizioni, ci sono punti e virgola, reali e immaginari, e in quel modulo dobbiamo stare, di apertura in apertura. Sospiriamo, sbalordiamo e arrivati in fondo, quando ancora non sappiamo, quando non è giunto il tempo di realizzare, quando ancora dondoliamo a occhi semiaperti in un sogno d’acqua e d’olio, sentiamo d’aver letto una lunga, lunghissima, miracolosa, senza tempo senza metrica senza spazio, luminosa poesia.

 

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Albedo – Intervista a Sergio Nelli https://minimaetmoralia.it/letteratura/albedo-intervista-sergio-nelli/ https://minimaetmoralia.it/letteratura/albedo-intervista-sergio-nelli/#comments Mon, 12 Jun 2017 06:00:21 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=34492 È da poco uscito per Castelvecchi Albedo, nuovo romanzo di Sergio Nelli. Lo abbiamo intervistato.

"Albedo viene da lontano, si origina in un racconto scritto molto tempo fa, così come l’idea di una comunità di recupero era qualcosa intorno a cui avevo cominciato a ragionare per un’altra storia anni fa: c’erano, insomma, una serie di temi e figure che avevo contemplato in passato senza poi aver dato forma a qualcosa di preciso.  Anche sulla questione dell’alcolismo, che è cruciale per l’innesco del romanzo, avevo fatto una ricerca specifica abbastanza vasta nel 2000. Mi interessava la psicologia dell’alcolista, così andai in una comunità di disintossicazione a fare interviste, registrai una quindicina di audiocassette, mi sembra per quasi tutto il mese di luglio, e in una seconda tornata autunnale, quindi uno studio abbastanza impegnativo, le ho ancora con me e sebbene non abbia sentito poi il bisogno di riascoltarle hanno costituito una base importante per lo sviluppo del romanzo. Ho sempre pensato che leggere e interessarsi a cose le più diverse, impicciarsi in qualche modo, rappresentasse un capitale invisibile. Quando ero studente di filosofia, un pomeriggio al Pellegrino (la facoltà in via Bolognese), Eugenio Garin,  a cui rompevo le scatole dopo le lezioni, mi disse: Caro Nelli, sa cosa bisognerebbe scrivere qui all’ingresso? Chi vive di sola filosofia muore di fame. Questa cosa mi è rimasta in testa sempre anche quando ho intrapreso una diversa ricerca.

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È da poco uscito per Castelvecchi Albedo, nuovo romanzo di Sergio Nelli. Lo abbiamo intervistato.

“Albedo viene da lontano, si origina in un racconto scritto molto tempo fa, così come l’idea di una comunità di recupero era qualcosa intorno a cui avevo cominciato a ragionare per un’altra storia anni fa: c’erano, insomma, una serie di temi e figure che avevo contemplato in passato senza poi aver dato forma a qualcosa di preciso.  Anche sulla questione dell’alcolismo, che è cruciale per l’innesco del romanzo, avevo fatto una ricerca specifica abbastanza vasta nel 2000. Mi interessava la psicologia dell’alcolista, così andai in una comunità di disintossicazione a fare interviste, registrai una quindicina di audiocassette, mi sembra per quasi tutto il mese di luglio, e in una seconda tornata autunnale, quindi uno studio abbastanza impegnativo, le ho ancora con me e sebbene non abbia sentito poi il bisogno di riascoltarle hanno costituito una base importante per lo sviluppo del romanzo. Ho sempre pensato che leggere e interessarsi a cose le più diverse, impicciarsi in qualche modo, rappresentasse un capitale invisibile. Quando ero studente di filosofia, un pomeriggio al Pellegrino (la facoltà in via Bolognese), Eugenio Garin,  a cui rompevo le scatole dopo le lezioni, mi disse: Caro Nelli, sa cosa bisognerebbe scrivere qui all’ingresso? Chi vive di sola filosofia muore di fame. Questa cosa mi è rimasta in testa sempre anche quando ho intrapreso una diversa ricerca.

“La gioventù del protagonista di Albedo, i suoi interessi artistici e l’ambientazione contemporanea mi hanno portato a immaginarlo in contatto con una “scena letteraria fiorentina” che può ricordare quella che abbiamo oggi, e con la quale, nonostante la differenza di età, mi sono trovato. Quando mi sono trasferito definitivamente a Firenze, fine anni ’70 inizio ’80, ho scritto da solo, quasi sempre chiuso in casa, per molto tempo, e i primi sodali li ho trovati a Milano, se si eccettuano Mariella Bettarini e Roberto Carifi. Per questo mi ha colpito molto trovare, a un certo punto, un gruppo di giovani così impegnati sul fronte della letteratura, così presi dal leggere, dallo scrivere, dal presentare i libri degli altri;  l’empatia con voi tutti è stata immediata, come del resto sai. 167155-thumb-full-torinounasega3

Credo sia utile in assoluto cercare di far parte di una scena letteraria, scrivere, leggere in pubblico, fare recensioni o interviste ai colleghi, scrivere su riviste o fondarne, organizzare presentazioni di autori che ci piacciono: al di là della soddisfazione in sé che tutto questo dà, e del bene che fa alla comunità in cui si vive, credo sia qualcosa che torna anche nel lavoro di scrittura, magari gli effetti non sono diretti quanto quelli che hanno la lettura e lo studio, ma aiuta, aiuta molto, e per questo mi rallegro della vivacità letteraria che si respira oggi a Firenze, della scena che tu e gli altri avete creato dal nulla (e nel silenzio imbarazzante delle istituzioni) in questi anni: è un elemento di arricchimento per chiunque, qui, scriva, e lo posso dire con cognizione di causa avendo fatto esperienza della città quando la scena non ce l’aveva.

“Quando sono venuto a Firenze, come giovane pieno di ambizioni e di voglia di fare, e quindi in una condizione esistenziale simile a quella che ha animato, in questi anni, il gruppo di scrittori, critici, poeti e agitatori culturali che a vario titolo fa capo a “FiLett”, le persone come me erano poche. Credo che noi vivessimo un’idea castrante di terminalità: meglio non cimentarsi con il poien visto che tutto è stato detto e scritto. La strada praticabile? Un discorso sul discorso, sui discorsi, ecc. Mi sembra che oggi questa posizione ideologica abbia significativamente perso verve e siano molti di più quelli per cui è importante il coinvolgimento attivo nelle arti. Tutti “devono” provare a produrre qualcosa, e lo trovo un fatto interessante di per sé, intorno al quale vale la pena costruire una storia. nelli

“Così David, il protagonista di Albedo, vive in mezzo a una congrega di artisti nella quale è il più giovane – ho voluto ribaltare la mia posizione anagrafica rispetto al gruppo che esiste nella realtà; nel tratteggiarlo, però, dato che volevo accompagnare il disagio esistenziale del protagonista con un problema oggettivo, che in qualche modo lo radicasse, ho ritrovato il mio vecchio interesse per  gli alcolisti e ho unito le due cose.
Abbiamo quindi al centro del romanzo un alcolista, ma relativamente poco problematizzato rispetto alla dipendenza in questione: con Albedo non intendevo fare un discorso sulle comunità, sulla disintossicazione dall’alcol e neanche sulle ragioni che possono portare una persona a bere troppo: mi interessava la postura dell’alcolista come posizione di intrinseca e per certi versi volontaria debolezza esistenziale.

“Al di là del dato anagrafico ribaltato, credo ci siano due cose che mi rendono simile al protagonista di Albedo: una forte volontà di ricerca in ambito artistico, che può magari essere anche velleitaria o fallimentare ma è vissuta con grande impegno e empatia, e una parimenti decisiva ricerca di spessore nella dimensione sentimentale e sessuale (che non significa, per carità, raggiungere dei traguardi). Si tratta di due aspetti dell’esistenza che per me vanno di pari passo, e infatti è immediata la mia simpatia per chi condivide questo approccio rispetto al mondo – simpatia che però non va solo ai romantici ma anche ai più sganasciati dei nichilisti, come per alcuni versi ero io alla vostra età.

“In effetti non sono troppo contento della mia giovinezza, credo di aver dato il meglio dopo i trent’anni. Fino a quel momento mi hanno condizionato molto degli ingombri che mi portavo dietro, un eccesso di scetticismo, un’autostima sempre pronta a collassare, lo spirito del tempo… In realtà dopo l’università ho anche prodotto qualcosa che era, forse, decoroso, ma non mi ha dato sicurezza, anzi a volte ha avuto un effetto addirittura opposto. Nonostante avessi scritto, per un po’, anche da ragazzino, l’accesso alla scrittura letteraria per me non è stato semplice: solo molto tardi sono arrivato a una scrittura che ha cominciato a sembrarmi accettabile.
Sono di formazione filosofica e il primo libro che ho pubblicato è un testo antologico che  si intitola Determinismo e libero arbitrio da Cartesio a Kant (uscì per Loescher nel 1982) e poi un saggio sulla questione della teodicea ai tempi di Bayle e di Leibniz.  All’inizio il passaggio dalla teoresi alla narrativa, per quanto ardentemente lo cercassi, è stato fallimentare: non riuscivo a scrivere quello che avrei voluto, dato che mi rifiutavo categoricamente di redigere libri da scrittore medio, finendo però per scrivere cose da scrittore scarso.ricrescite nelli

“Il mio primo vero libro è Ricrescite, uscito per Bollati Boringhieri nel 2004 (ma scritto nel 2000), e che è di fatto oltre che un diario a tutto campo, la storia di un lungo apprendistato in ambito poetico-letterario; prima avevo provato, con scarsi risultati, a scrivere anche dei racconti. Mi ha stupito scoprire che mio padre avesse coltivato con costanza la stessa volontà. Dopo la sua morte (recente, all’età di 98 anni e tre mesi) ha lasciato a me a mia sorella e ai nipoti oltre a articoli e racconti che aveva scritto per il Tirreno, un manoscritto, intitolato Un uomo e due donne: era convinto di aver scritto (non son riuscito a capire quando) un libro dotato di un qualche potenziale e voleva lasciarlo a noi, pensando che potessi e volessi pubblicarlo a nome mio, trovando così, finalmente, una svolta bestselleristica… Un atteggiamento oltremodo presuntuoso, ingenuo, risibile, ma, conoscendolo, anche generoso, dato che era convinto, con qualche perplessità intermittente (inevitabile se non si è sciocchi), del valore di ciò che aveva fatto. Era come se intendesse: ho cercato di lasciarvi dei beni materiali, ora provo anche con questa cosa.

“Albedo ha importanti elementi di continuità con ciò che ho scritto, anche se credo che segni il primo movimento di uno scarto che la mia scrittura sta vivendo. Rispetto ai miei esordi sono forse ancora impregnato di tremore, di scetticismo, di non piena adesione all’operare e al determinarsi (nel senso di Goethe e di Hegel). Ma  non mi va, anzi, combatto ogni giorno con tutto questo e la scrittura per me è sempre un campo di battaglia, il luogo stesso in cui si svolge questo combattimento, che non ha fine e coinvolge anche tutto ciò che leggo, tant’è che non ti saprei indicare dei riferimenti precisi, degli ascendenti per la mia scrittura, te ne direi troppi o troppo pochi, e sì che sono un buon lettore, sono fresco reduce dalle milleseicento pagine di Abbacinante di Mircea Cărtărescu… Ma non posso identificare con chiarezza dei libri più o meno influenti perché per me il rapporto con la letteratura è interamente legato alle parole, e quindi anche con un flusso che si articola con continuità attraverso una molteplicità di libri, tanto in verticale quanto in orizzontale. Quando si parla di narrazione, narratività, narratori, si pensa prima di tutto alla trama, ma per me la narrazione è anzitutto il flusso delle parole, il loro uso, la loro composizione, l’armonia che generano – anche per questo ho apprezzato moltissimo Abbacinante, (anch’io ho detto o scritto che è illeggibile, ma per “illeggibile” intendevo: con quel libro in mano si gode di più) così come ho ammirato i romanzi di autori di culto come Wallace o Bolaño: spesso i libri cosiddetti “di trama” mi deludono perché manle-vergini-suicideca un vero impegno della scrittura, cioè invenzione, visione, autenticità, slancio antiepigonale. Questo non significa avere delle preclusioni per un ventre generoso e prodigo nel racconto:  penso, per fare un solo esempio, al meraviglioso Le vergini suicide di Eugenides. Credo che la finalità dell’attività letteraria sia arrivare a una scrittura capace di riflettere, riverberare e riprodurre la complessità del mondo (e di sé), e difficilmente ciò è qualcosa che dipende (soltanto) dalla trama che si sceglie di raccontare: dipende, piuttosto, da come la si racconta.
L’albedo, da cui prende il titolo il libro, che poi, nella finzione romanzesca, è anche il nome della comunità in cui il nostro protagonista va a disintossicarsi, è in effetti un fenomeno di rifrazione. A quello pensavo, più che a altri usi, alchemici e quindi iniziatici, del termine, quando l’ho scelto. Anche la copertina in qualche modo lo può ricordare, benché rappresenti pioggia ed erba: essa riproduce un quadro intitolato Copula, di un amico di lunga data, il pittore fucecchiese Luigi Fatichi.
Albedo, questo non l’ho ancora detto, è anche e soprattutto una storia d’amore.”

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Stregati: “La stanza profonda” di Vanni Santoni https://minimaetmoralia.it/letteratura/stregati-la-stanza-profonda-di-vanni-santoni/ https://minimaetmoralia.it/letteratura/stregati-la-stanza-profonda-di-vanni-santoni/#comments Thu, 25 May 2017 06:00:04 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=34453 Per la nuova puntata di Stregati, Gianluca Didino ha intevistato Vanni Santoni, in dozzina con il suo La stanza profonda, pubblicato da Laterza.

Ciao Vanni. Vorrei cominciare questa intervista parlando di un tema che credo stia a cuore a entrambi, quello dei mondi chiusi. Nella Stanza profonda racconti l’universo dei giochi di ruolo, partendo dalla diffusione di D&D negli anni ’70 per arrivare fino ai giochi online. Gli universi finzionali, le mappe, l’immedesimazione nel personaggio sono tutti esempi di mondi chiusi. Poi tu sei anche uno scrittore di fantasy, il genere che forse si è dedicato più di tutti alla produzione di universi alternativi. Uno dei tuoi scrittori contemporanei preferiti, Mircea Cărtărescu, nella sua trilogia Abbacinante non fa altro che parlare di mondi chiusi, mondi all’interno di altri mondi, mondi che generano altri mondi. Che significato ha questa idea per te?

Sicuramente, come dici, negli ultimi mesi ho preso una bella sbandata per Cărtărescu, molto banalmente perché il suo Abbacinante è la cosa più significativa che mi sono trovato a leggere da molto tempo – direi da 2666 di Roberto Bolaño o Austerlitz di W.G. Sebald –, peraltro come capofila di un gruppo di libri saliti alla ribalta negli ultimi tempi e tutti notevolissimi, che sembrano aver riportato in modo deciso il pallino del romanzo in Europa dopo decenni di egemonia americana. Penso a Fisica della malinconia di Georgi Gospodinov, a Terminus radioso di Antoine Volodine, a Satantango di László Krasznahorkai (che recente non è, essendo dell’85, ma è tornato in scena, mostrandosi ancora attualissimo, in seguito alla vittoria dell’International Booker Prize due anni fa), e anche, in modo meno diretto, al lavoro dell’inglese Tom McCarthy.

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Per la nuova puntata di Stregati, Gianluca Didino ha intevistato Vanni Santoni, in dozzina con il suo La stanza profonda, pubblicato da Laterza.

Ciao Vanni. Vorrei cominciare questa intervista parlando di un tema che credo stia a cuore a entrambi, quello dei mondi chiusi. Nella Stanza profonda racconti l’universo dei giochi di ruolo, partendo dalla diffusione di D&D negli anni ’70 per arrivare fino ai giochi online. Gli universi finzionali, le mappe, l’immedesimazione nel personaggio sono tutti esempi di mondi chiusi. Poi tu sei anche uno scrittore di fantasy, il genere che forse si è dedicato più di tutti alla produzione di universi alternativi. Uno dei tuoi scrittori contemporanei preferiti, Mircea Cărtărescu, nella sua trilogia Abbacinante non fa altro che parlare di mondi chiusi, mondi all’interno di altri mondi, mondi che generano altri mondi. Che significato ha questa idea per te?

Sicuramente, come dici, negli ultimi mesi ho preso una bella sbandata per Cărtărescu, molto banalmente perché il suo Abbacinante è la cosa più significativa che mi sono trovato a leggere da molto tempo – direi da 2666 di Roberto Bolaño o Austerlitz di W.G. Sebald –, peraltro come capofila di un gruppo di libri saliti alla ribalta negli ultimi tempi e tutti notevolissimi, che sembrano aver riportato in modo deciso il pallino del romanzo in Europa dopo decenni di egemonia americana. Penso a Fisica della malinconia di Georgi Gospodinov, a Terminus radioso di Antoine Volodine, a Satantango di László Krasznahorkai (che recente non è, essendo dell’85, ma è tornato in scena, mostrandosi ancora attualissimo, in seguito alla vittoria dell’International Booker Prize due anni fa), e anche, in modo meno diretto, al lavoro dell’inglese Tom McCarthy. Tutti questi romanzi, al di là dell’elevata qualità che mettono in campo e dell’altrettanto interessante sfondamento dei generi che operano, prendono le misure a questioni tornate improvvisamente urgenti, che potremmo semplificare parlando di “ritorno delle metafisiche” o “post-materialismo”; fra tutti questi testi, l’opera in tre volumi di Mircea Cărtărescu lo fa nel modo più grandioso, ambizioso e efficace. All’interno di questa macroquestione, troviamo anche quella dei mondi altri, che siano virtuali, immaginari, sognati, delirati, divinati, proiettati o giunti da altri lacerti spaziotemporali. Tutto questo ha evidentemente a che fare anche col ritorno sulla scena culturale contemporanea della psichedelia e della visione come fatto conoscitivo: ma chiudere la questione così non sarebbe sufficiente, altrimenti ci basterebbe rileggere Jung o andare a uno dei seminari di ayahuasca che stanno spuntando in ogni dove e staremmo bene lo stesso. Credo dietro a questa sopravvenuta “necessità di mondi altri”ci siaanche una forma di frustrazione prettamente politica: nel momento in cui si ha una (fondata) sensazione di totale inagibilità politica come quella che abbiamo oggi, si realizza che gli spazi di intervento, o anche quelli in cui sembra possibile ipotizzare un intervento, si sono ridotti drasticamente. Ti faccio un esempio. Io mi sono formato in parte all’interno della cosiddetta politica di movimento, se vogliamo più abituata a repressione e chiusura dei suoi spazi di agibilità ma mi colpisce leggere che anche persone che vengono da un percorso partitico tradizionale, ad esempio coloro che hanno militato per anni nel PD o nelle sue incarnazioni precedenti, oggi abbiano la sensazione che tutte le strade siano chiuse, di non poter fare niente, indirizzare niente, figurarsi ribaltare qualcosa. Si tratta, in effetti, della coagulazione di un contesto in cui ogni forma utopica è bandita, storicizzata al negativo (anche quando di fatto inattuata) e naturalmente vista come pericolosa.Forse anche per questo è così vitale oggi in letteratura il filone della distopia. Il desiderio utopico però continua a sussistere, e finisce per nascondersi in anfratti come quelli dei giochi di ruolo o dei rave, che si svolgono, direi non per caso, in anfratti reali, quali le cantine delle case o le industrie abbandonate delle periferie.
Alla luce di tutto ciò forse potrebbe essere interessante anche provare rilanciare le utopie, più che le distopie, come genere letterario, chissà che non possa accadere qualcosa di interessante.

Tra l’altro dopo anni cui la distopia era stata ridotta all’irrilevanza culturale, pensa a tutto quel tempo in cui abbiamo immaginato improbabili futuri cyberpunk e non abbiamo visto arrivare l’ossessione per la trasparenza e gli hipster. Forse già lì stavano fallendo nel tentativo di immaginare un mondo possibile.

Credo che il punto sia il completo introiettamento delle possibilità di azione, nel bene e nel male. Ti faccio un esempio che mi sembra indicativo: quando compare una scritta su un muro molti gridano al degrado, ma poi la gente – anche molta di quella gente, dato che non è più un fenomeno di nicchia o legato, appunto, a determinate sottoculture – si fa dei tatuaggi. La personalizzazione, il “do it yourself”, sempre meno possibile nel mondo esterno dato che qualunque libera forma associativa o anche solo intervento nello spazio pubblico viene represso, diventa un fattore individuale, introiettato, appunto. Un simile introiettamento della possibilità d’azione porta a valutare come ancora più rilevante qualunque bolla immaginaria, per questo nel mio libro parlo di “possibilità resistenziale” della stanza profonda e dei giochi di ruolo che si svolgono al suo interno.

Infatti La stanza profonda e il precedente Muro di casse sono libri molto militanti. In entrambi i casi la militanza avviene proprio attraverso la trascendenza, la volontà di trascendere il mondo presente attraverso la creazione di universi paralleli. Politicamente, mi sembra che non possa esserci possibilità di trasformazione se non c’è capacità di trascendere il reale, cioè se non si crede in un mondo alternativo a quello in cui viviamo.

Muro di casse e La stanza profonda sono chiaramente libri imparentati, libri cugini o fratelli o forse addirittura gemelli. Entrambi partono dall’idea di raccontare dall’interno dei fenomeni sottovalutati, a cui non era stato riconosciuto lo status di avanguardia culturale. Questo perché la narrazione isterica e semplificante dei media non è mai stata in grado di restituire la complessità di questi o di altri fenomeni sorti dal basso. Nel caso dei giochi di ruolo ci sono stati solo un paio di grandi momenti di isteria, nel caso dei rave per ovvie ragioni lo strepitio e la semplificazione sono state costanti, tutto il movimento dei free party si prestava del resto a mostrare di più il fianco alle critiche per una serie di ragioni strutturali. Ma ciò che accomuna le esperienze è che la narrazione mediatica non è mai riuscita ad arrivare neanche vicino al punto della questione, preferendo categorie semplificanti – ed errate – come “sballo” o “escapismo”. Al contrario, da parte del mondo accademico, e questo lo dico avendo letto una buona parte della bibliografia in inglese, francese e italiano sui giochi di ruolo e sui rave, c’è un riconoscimento del tutto diverso, naturale. È ovvio che se chiedi a un antropologo, a un sociologo o a uno storico della contemporaneità della free tekno o dei giochi di ruolo quello ti dirà che, certo, sono cose molto importanti.Magari con alcuni punti che si invertono, nel senso che nel caso della free tekno è stata riconosciuta molto più la valenza politica rispetto a quella culturale, nel caso dei giochi di ruolo l’esatto opposto; ma entrambi i fenomeni hanno detto cose significative in entrambi i campi. Tuttavia ormai anche la narrazione accademica ha un impatto abbastanza marginale nella vulgata, e anche per questo il romanzo si rivela a mio avviso più efficace del saggio per raccontare e storicizzare in modo onesto fenomeni come questi.

La valenza politica della free tekno mi sembra abbastanza evidente, quella dei giochi di ruolo un po’ meno.

Sicuramente è più sottile, perché nella cultura dei free party ci sono due aspetti subito evidenti di opposizione alla società del capitalismo consumista: il rapporto con lo spazio nella forma dell’occupazione dei luoghi (e per di più i luoghi della produzione) abbandonati e il rapporto con il tempo, nel senso che la free tekno, con feste che possono durare anche molti giorni o varie settimane, esce dal tempo della ricreazione, per cui il loisir non diventa più un ambito di semplice svago: si rimane alla festa e quindi non si va a lavorare. Castlemorton, il “proto-teknival” del 1992,nato quando i soundsystem urbani andarono a innervare con la loro musica e il loro stile di vita uno storico festival dei new age traveller, comincia a  preoccupare le autorità quando va a durare tre settimane, perché a quel punto comincia a passare l’idea che non si tratti di un momento di ricreazione, e dunque di legittima pausa dal lavoro, ma una sostituzione del tempo del lavoro. Quindi, qualcosa di eversivo. Il gioco di ruolo è più sottile perché si svolge attraverso piccoli gruppi che non escono dalle rispettive “stanze profonde”, quindi è una forma di resistenza sicuramente più passiva, le cui ricadute hanno a che fare con la vita privata e l’interpretazione del mondo di ciascuno. Però se vogliamo anch’esso ha una sua radicalità, perché innanzitutto sta fuori dal meccanismo economico, che è poi l’ultima “ideologia” ancora in campo: tu compri un manuale e con quello, dato che le ambientazioni te le fai da solo, puoi giocare anche vent’anni, se vuoi. Così, una volta alla settimana le persone invece di stare da qualche parte a consumare si chiudono in una stanza a immaginare. Attività sospetta. Però la natura politica dei giochi di ruolo va anche oltre, perché sono anche qualcosa che porta le persone a immaginare nuovi mondi e nuove possibilità. Il problema semmai è che questo potenziale politico tende a spegnersi quando il gioco di ruolo si chiude su sé stesso in un mondo completamente scollegato da quello reale: quando diventa autoreferenziale e quindi passa, di fatto, da controcultura a subcultura.

Cosa ne è stato della controcultura in questi anni? Nei tuoi libri racconti la free tekno dicendo che questo fenomeno è ormai finito, lo stesso dici dei giochi di ruolo dopo il boom di Magic e il passaggio agli ambienti virtuali. Stiamo parlando di anni ’90, 2000, un sacco di tempo fa. Sono almeno una quindicina d’anni che non si vede una controcultura vera, o almeno che io personalmente non riesco a identificare una controcultura vera, posto che per controcultura intendo una visione veramente alternativa del mondo rispetto a quella dominante.

Questa cosa è vera, ma io sono ottimista e spero sempre che arrivi qualcos’altro che sostituisca le controculture del passato. Credo che in questo momento il passaggio chiave sia davvero, e di nuovo, la rivoluzione delle coscienze, forse anche perché nel momento in cui il gesto politico diventa impraticabile si tende a rifugiarsi nella riapertura di uno spazio interiore (è chiaro che qui si apre un filone che ci porterebbe fuori tema, ovvero la questione dell’essere interiormente pronti a una rivoluzione: forse molte rivoluzioni hanno tradito se stesse perché troppo avanzate rispetto alla “preparazione” dei singoli componenti a un cambiamento radicale, e quindi la rivoluzione delle coscienze resterebbe il punto chiave anche in una dimensione di maggior agibilità politica). Anche per questo il tema della psichedelia mi sta a cuore: credo sia qualcosa che non ha mostrato ancora il suo vero potenziale, ma per mostrarlo deve tornare mainstream, come stava accadendo nella prima parte della vita del movimento hippie, prima che implodesse. Se una controcultura non raggiunge le masse ma rimane alle élite, si arriva alle degenerazioni, come di fatto sono le micro-dosi di LSD usate dai programmatori della Silicon Valley per aumentare la creatività lavorativa (e quindi la produttività), invece che per immaginare mondi altri e far saltare le categorie mentali alla base dei rapporti di potere.

Però questo ha seguito un po’ il destino della controcultura degli anni 60, ormai inglobata a pieno diritto nel turbocapitalismo cognitivo.

Il processo storico è impeccabile e drammatico, quello che dovrebbe farti pensare out of the box, una volta assimilato dal capitalismo ti porta semplicemente a programmare meglio. “Think different” lo diceva del resto Steve Jobs e abbiamo ben visto come ha usato le sue personali illuminazioni lisergiche. Su Marie Claire ho letto di un esempio se vogliamo ancora più sconcertante: quello delle power mums, mamme in carriera che prendono microdosi di acido lisergico per riuscire a gestire aziende e figli in maniera più strutturata e efficiente. Però secondo me la reintegrazione degli psichedelici nella società attraverso simili modalità d’uso “non iniziatiche”, e quindi spogliate di valenza rivoluzionaria, è una questione che riguarda anche il riconoscimento sociale di certe esperienze. Se pensi alle società primitive che utilizzavano funghi o cacti psichedelici, o anche ai misteri eleusini col kykeon (ma ancora negli anni ’60 tra gli hippie, almeno finché il movimento era forte abbastanza da delimitare una cultura a tutti gli effetti alternativa a quella ufficiale), in tutti questi casi all’esperienza visionaria veniva riconosciuta, quando non proprio una dimensione di contatto col divino, almeno un’esperienza di pensiero laterale, e questo riconoscimento sociale del “passaggio” faceva sì che l’esperienza psichedelica in sé non dovesse necessariamente essere ripetuta. Nel momento in cui la società non riconosce quest’atto si entra in una specie di loop dell’iniziazione permanente, per citare una brillante definizione trovata da Jacopo Nacci scrivendo di un mio vecchio libro, che per la sua stessa natura confina pericolosamente col consumismo.

Anche il gioco è un rito, una rappresentazione di un mondo più ampio. Oggi la rappresentazione non esiste più, c’è solo la realtà o meglio quello che Lacan chiamerebbe il Reale. Forse anche da questo deriva l’assenza di ritualità del contemporaneo.

Considera anche che i giochi di ruolo non sono un fenomeno anarchico come il loro status controculturale potrebbe far pensare: si creano sì regole proprie, ma il primo passo è comunque il riconoscimento di due autorità: quella del manuale che si sceglie di usare e quella del master. Il gioco è a tutti gli effetti un rito che si regge su un’autorità riconosciuta, sebbene ci si sottometta a essa in modo libero (le regole e le scelte del master possono e devono essere discusse, e tu giocatore puoi sempre smettere di venire a giocare). Questa componente rituale a me interessa molto. Immaginiamo pure che la gente giochi ai giochi di ruolo principalmente per divertirsi: di fatto è così, e lo stesso vale per i rave. Tuttavia, se li si analizza nei loro elementi costituenti, appare evidente che si tratta di riti, e in effetti Il processo rituale di Turner è l’unico libro che mi sono scoperto a mettere sia nella bibliografia della Stanza profonda che in quella di Muro di casse.Se allora,in modo spontaneo e magari anche inconsapevole, si sceglie di aggregarsi secondo modalità che hanno però una spiccata dimensione rituale, è difficile non pensare che ciò non indichi un“bisogno di rito” in una società oltremodo deritualizzata – oppure ancora organizzata intorno a riti svuotati di senso e di effetti reali.

Io che sono più pessimista di te più che la rivoluzione delle coscienze vedo la narcotizzazione delle masse. Leggevo un bell’articolo sul Washington Post che parlava di come la musica contemporanea sia pesantemente influenzata dagli psicofarmaci come lo Xanax. Niente di più lontano dall’uso delle sostanze psicotrope che faceva cultura rave.

Questo è interessante. È chiaro che la sostanza di riferimento di un periodo ne può determinare la temperie: c’è chi dice che l’illuminismo è stato reso possibile dal caffè. È chiaro anche che psicofarmaci come lo Xanax e gli altri ansiolitici sono sul fronte opposto degli psichedelici, dato che riducono, invece che incrementare, la quantità di cose che vengono messe in questione. Ma anche qui non credo si possa prescindere da una riflessione politica, prima ancora che farmacologico-culturale: una delle tendenze della contemporaneità è quella di personalizzare, e quindi problematizzare in chiave psicologica, il disagio. Spesso una insoddisfazione che viene magari dall’impossibilità di realizzarsi rispetto alla propria formazione, da inaccettabili condizioni lavorative, dall’impoverimento diffuso, dall’inagibilità politica, dallo svuotamento della rappresentanza, dalla paranoia elevata a narrazione mainstream, dall’atomizzazione delle comunità e delle relazioni frutto (anche) di tutto questo, viene invece presentata al singolo come “malessere psicologico”, spostando quindi la colpa percepita dalla società all’individuo. Il passo successivo è la medicalizzazione, e quindi, se vogliamo, anche la neutralizzazione del potenziale rivoluzionario, o anche solo critico, di costui.

Abbiamo un po’ di vagato, colpa mia. Riprendendo il filo del discorso, torniamo al motivo per cui le controculture sono scomparse in questi ultimi quindici anni.

Sul perché le controculture si siano spente, direi che anzitutto c’è di mezzo l’arco di vita naturale di qualunque fenomeno culturale sorto dal basso. Alcune cose nascono come avanguardie, si sviluppano in controculture e poi decadono in sottoculture oppure si disperdono direttamente nella narrazione dominante, la quale del resto cerca sempre di cooptare o reprimere ciò che percepisce come esterno a sé, per un naturale istinto di conservazione. Oggi il principale sistema di controllo è di natura pecuniaria. Prendi la cultura psytrance. Certo i festival goani sono anche dei “rave”. Certo vi si predicano e praticano stili di vita alternativi, in alcuni casi molto alternativi, a volte addirittura commentati da seminari certamente assenti a un teknival. Possiamo però darle uno status pienamente controculturale? Forse no, e per una ragione soltanto: per andare ai festival goa si paga, e infatti questo basta per rendere l’evento accettato dal “fuori”, se si eccettuano quelle nazioni in cui il moralismo di stato è fuori controllo. Questi meccanismi di cooptazione attraverso il denaro sono molto pervasivi, sono sempre esistiti – la “commercializzazione” del punk è un esempio fin banale – e prendono anche forme secondarie, ad esempio l’acquisizione di un’estetica e la sua trasformazione in prodotti come abiti, accessori, gadget, etc.

Sono contento che hai toccato spontaneamente il tema della narrazione, altrimenti ti ci avrei portato io. Leggendo il tuo romanzo mi è venuto in mente un aneddoto che racconta Emmanuel Carrère in Io sono vivo, voi siete morti, il fatto che Philip K. Dick giocasse con i suoi figli a una versione modificata del Monopoli, il Gioco del Ratto, in cui il banchiere svolgeva le funzioni di un dungeon master pazzo o di una divinità antica: in pratica aveva il diritto di cambiare le regole a suo piacimento, uccidere i giocatori o penalizzarli senza motivo apparente. Oggi, come dici a un certo punto del tuo libro “tutto è narrazione”. Ogni volta che penso al Gioco del Ratto penso al populismo e alla sua maniera di manipolare la realtà che è davvero dickiana, quindi ti chiedo: come scrittore e come giocatore, pensi che la narrazione abbia qualche tipo di dovere nei confronti della realtà o è puro arbitrio? O, per dirla in un altro modo, c’è un limite morale alla narrazione?

Non credo ci sia un limite morale alla narrazione, credo piuttosto che tutto debba essere gestito alimentando l’intelligenza collettiva del sistema: più intelligenza collettiva c’è, meno sono pericolose eventuali grandi narrazioni “maligne”. Il fatto è che, nell’accelerazione che stiamo vivendo, molta gente non è semplicemente attrezzata per affrontare la complessità. Probabilmente ora siamo in una fase di transizione in cui non sono ancora state prese le misure: per fare un esempio, il clickbaiting ha alimentato certi processi di distorsione del flusso informativo, creando un cortocircuito tra lo strumento che ci porta a sviare l’attenzione (ad esempio condividendo il gattino invece che un editoriale politico importante) e il nostro attuale stato di coscienza che ci fa preferire i gattini ai contenuti per così dire “seri”. Credo che l’unica via d’uscita dalle fake news – ovviamente uso il termine per far riferimento al discorso più ampio di cui sono la manifestazione più evidente – sia sempre complessità e lunghezza, non se ne esce. Quindi: libri, libri, libri. Un’altra cosa che mi sembra interessante a questo riguardo è la sopravvenuta istantaneità della narrazione: prima le narrazioni erano storicizzate, se ne costruivano di grandi, anche grandiosamente utopiche, ma sempre sulla base di una qualche fondamenta. Ora invece è il tempo delle narrazioni istantanee: pensa ai partiti-bolla o cosiddetti “di plastica”, che si fondano su un racconto che ha un appeal immediato su cui costruire consenso, magari anche appoggiandosi a una minaccia vera o percepita da sventare. Quello che inevitabilmente succede dopo è che la narrazione si affloscia non appena si mostra vuota, e questo processo è pericoloso perché può creare improvvisi “buchi” facili da occupare per narrazioni ancora più rapide e tossiche.

Sentendoti parlare ho pensato a Lyotard, che già alla fine degli anni ’70 parlava del postmoderno come una forma di crisi delle grandi narrazioni. Nell’epoca ipermoderna questo fenomeno sembra accentuato: le narrazioni sono diventate, appunto,  addirittura istantanee. Un altro argomento importante che tocchi è quello delle nicchie. I tuoi libri hanno il grande pregio di saper parlare a un pubblico più ampio, di non addetti ai lavori. Spesso io ho l’impressione che la classe culturale italiana tenda a parlare soprattutto a sé stessa, e non riesca a raggiungere un pubblico più ampio. Secondo te ci manca una narrazione condivisa?

Gli stessi giochi di ruolo, se vogliamo, stanno in mezzo tra la narrazione individuale e la grande narrazione:  sono surrogati della grande narrazione che però trovano espressione tra gruppetti di cinque o sei persone. Per quanto piccole, però,simili attività dimostrano che la narrazione individuale non è mai pienamente soddisfacente. Prendiamo anche i social media, ad esempio. Le timeline sono esempi di narrazione individuale per eccellenza, eppure hanno bisogno dei like come forma di riconoscimento collettivo, altrimenti non hanno alcun senso. Se incappi nel profilo di qualcuno che fa una serie di status ma nessuno mette mai un like, commenta o condivide, potresti addirittura pensare di aver a che fare con un pazzo. Nel gioco di ruolo il riconoscimento è tutto, è quello che dà sostanza anche filosofica al gioco: l’avventura condivisa viene percepita come “più reale”perché ci sono dei testimoni.

Il discorso sulle nicchie e della loro attuale preminenza, mi pare parallelo a quello delle narrazioni condivise. I giochi di ruolo sono stati precursori del tempo, a questo riguardo. Pensa al fatto che oggi i giovanissimi si incontrano e fanno amicizia trovandosi in rete attraverso reti di interessi comuni: questo è un cambiamento antropologico rilevante, se pensi che per noi, e per qualunque generazione ci ha preceduto, l’aggregazione era anzitutto su base geografica, il gruppo di amici era quello della piazzetta, della classe, dello stabilimento balneare in cui si andava in vacanza e via dicendo. Il gioco di ruolo era un’eccezione dato che non di rado, richiedendo un certo impegno e una certa disposizione, bisognava cercarsi i giocatori, proprio come fa il protagonista della Stanza profonda nella prima metà del romanzo. Oggi, invece, grazie alle possibilità di Internet, la nicchia arriva in qualunque ambito possibile: non importa quanto è balzana la tua passione, in rete troverai i tuoi sodali. Il rischio di tutto ciò naturalmente è quello di non incappare mai inquello che sta fuori dalla nicchia: Amazon è peggio della libreria perché su Amazon trovi solo ciò cerchi, mentre in libreria puoi trovare i libri che non sapeviancora di volere.

Questo non ci porta a chiuderci inesorabilmente nella nostra filter bubble?

Certo, potenzialmente sì. Il rischio dell’involuzione della nicchia è proprio che ci si interessi di quello che già ci interessa e ci si rapporti solo con ulteriori piccole nicchie. È del resto anche uno dei problemi centrali dell’informazione contemporanea: la timeline personalizzata è godibile ma rischia di escludere i contenuti che potrebbero mettere in crisi il nostro sistema di credenze.

È successo qualcosa di simile anche ai giochi di ruolo secondo te?

Nel caso dei giochi di ruolo il problema deriva anche dal fatto che facevano parte di quella nube che oggi, in parte credo anche sbagliando, viene definita “cultura nerd”. Di quest’ambito facevano parte anche le sottoculture legate all’informatica, che oggi sono diventate così egemoni da portarsi dietro tutti gli immaginari di questa sfera. In questo modo anche il gioco di ruolo ha perso il suo potenziale controculturale ed è diventato, se vogliamo, un misto tra una nicchia e cultura mainstream; gli immaginari fantasy non ne parliamo: con l’avvento di fenomeni globali come i film del Signore degli anelli, la serie del Trono di spade o Harry Potter, sono proprio piena cultura mainstream contemporanea.

Quello della dialettica secondo me è un tema fondamentale. Credo che nel 2017 la dialettica sia definitivamente morta, e la cosa mi pare davvero preoccupante. Pensa a come un libro riceve solo recensioni positive, mentre quelle negative, le “stroncature” di una volta non esistono più. Non c’è dialettica culturale, psicologica o politica, ma solo nicchie in cui tutti condividono il tuo punto di vista. Come fa ad esistere una controcultura se non c’è dialettica?

Sul dibattito librario credo che c’entri anche la sovraproduzione: si pubblica molto, quindi non c’è proprio il tempo di parlare anche dei libri che non ci sono piaciuti. Le energie vanno usate per parlare di quelli belli, così che possano emergere in un blob a volte indistinguibile per chi non segue da vicino la scena editoriale, e sopravvivere ai tempi impazziti di un sistema editoriale e distributivo che li condanna a una vita di tre mesi a meno che, appunto, non si “muovano”. È vero però che in assenza di dialettica la controcultura tende a farsi sottocultura troppo velocemente, spesso prima di impattare la cultura dominante. Forse il nodo del perché negli ultimi quindici anni non si siano viste emergere con forza controculture nuove sta proprio in questo punto che poni.

Forse questo è anche quello che le controculture più spiccatamente politiche rinfacciavano ai giochi di ruolo negli anni ’70, il fatto che invece di essere là fuori a cercare di cambiare il mondo preferissero chiudersi nella stanza profonda.

Sono d’accordo: anche il nodo dei giochi di ruolo è tutto lì, la dialettica interna alla stanza profonda è solo funzionale al gioco. L’autoreferenzialità del gioco di ruolo è quello che ne depotenzia la forza e l’impatto reale che potrebbe avere sul mondo esterno. Oggi gli effetti dei giochi di ruolo sono ovunque, si trovano tracce di idee viste per la prima volta in Dungeons & Dragons non solo nell’industria del gaming o nei prodotti cinematografici o televisivi o letterari afferenti a quel campo fantasy ormai mainstream, ma anche nella struttura stessa delle schede profilo dei social network, ma il vero potenziale rivoluzionario, quello del creare mondi immaginari condivisi e con regole proprie, forse non ha ancora trovato un vero sbocco nella realtà. Pensiero utopico: forse è ancora lì latente e aspetta di esplodere davvero secondo modalità che ancora non vediamo.

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Una letteratura alchemica – Intervista a Mircea Cărtărescu https://minimaetmoralia.it/interviste/letteratura-alchemica-intervista-mircea-cartarescu/ https://minimaetmoralia.it/interviste/letteratura-alchemica-intervista-mircea-cartarescu/#comments Tue, 10 Jan 2017 07:00:19 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=33293 Questa intervista è apparsa originariamente sul manifesto, che ringraziamo. Mircea Cărtărescu è ormai considerato il maggior autore rumeno e tra i maggiori europei viventi; autore di molte opere, più volte candidato al Nobel, ha ottenuto fama internazionale con i tre volumi di Abbacinante, opera monumentale e stilisticamente molto ambiziosa con la quale ha ridefinito la […]

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Questa intervista è apparsa originariamente sul manifesto, che ringraziamo.

Mircea Cărtărescu è ormai considerato il maggior autore rumeno e tra i maggiori europei viventi; autore di molte opere, più volte candidato al Nobel, ha ottenuto fama internazionale con i tre volumi di Abbacinante, opera monumentale e stilisticamente molto ambiziosa con la quale ha ridefinito la portata e le possibilità del romanzo.

* * *

Lei è noto per i suoi libri in prosa, ma la sua formazione è quella di un poeta – in Italia è uscita una raccolta per nottetempo, Il poema dell’acquaio – e sovente dice di considerarsi ancora tale.

Io sono nato come poeta, mi sono formato come poeta e continuo a considerarmi un poeta. La poesia è la cosa che più mi interessa al mondo, e i poeti sono le persone che rispetto più al mondo perché dedicano la vita, consapevolmente, a fare qualcosa che non frutterà mai del denaro. Lo fanno solo per il gusto di tentare di creare qualcosa di bello, e per l’irredimibile volontà di continuare a guardare il mondo con gli occhi dell’infanzia, non ancora condizionati dalle categorie. È vero che dai trent’anni in poi sono passato alla prosa, ma è solo una questione di forma: per come lavoro, e per come sono fatti i miei libri, anzitutto per il loro essere più una esplorazione interiore che una vicenda in senso classico, mi considero ancora un poeta. Tra l’altro non sarei così sicuro di poter definire Abbacinante un romanzo, benché molti ne parlino in questi termini: oggi la definizione di romanzo è diventato qualcosa di così ampio da poter includere quasi ogni cosa, ma credo sia più legittimo parlare semplicemente di “libro”.

“Trilogia” può andar bene?
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Trilogia può andare: anche se si tratta di un unico flusso, modulato e permutato, è un’opera tripartita, e concepita per essere tale. Le tre parti che compongono Abbacinante corrispondono ai tre volumi e allo schema simbolico e strutturale che ho scelto, quello della farfalla, considerata dai greci il modello dell’anima umana per il suo mutare da bruco terreno in essere meraviglioso, capace di anelare al cielo. I titoli dei tre volumi sono infatti L’ala sinistra, Il corpo, L’ala destra, e ci sono anche delle specifiche differenze di contenuto. Pur essendo parti della stessa narrazione, e contenendo al loro interno una miriade di personaggi, nel primo volume la figura centrale è quella della madre del protagonista, che è poi mia madre, sebbene con molti elementi fantastici. Nel secondo, quando ogni categoria esplode nella visione, il centro della narrazione diventa Mircea, mio alter ego. Nel terzo, dove in qualche modo si torna sulla terra, col racconto della rivoluzione rumena dell’89 e del crollo di Ceaușescu, il fulcro della storia diventa mio padre, o meglio la sua versione trasfigurata, visto che nella finzione letteraria diventa il discendente di un principe polacco. Ma il resto è reale: soprattutto il fatto che mio padre nel comunismo ci aveva creduto davvero ed era poi rimasto profondamente deluso nel vederlo tradito da Ceaușescu. Era un uomo di origini umili che dopo aver lavorato in fabbrica era riuscito a diventare giornalista agricolo, e aveva sempre sostenuto gli ideali del socialismo: salvo poi, pian piano, realizzare che Ceaușescu aveva trasformato il suo governo in un regime nazionalista e militarizzato – insomma, qualcosa di molto simile al fascismo.

L’ambientazione di Abbacinante viene solitamente identificata con Bucarest, ed effettivamente il romanzo comincia lì, col protagonista piccolo e sua madre, e vi si conclude, con la caduta di Ceaușescu, ma in realtà spazia in molti altri luoghi.

È un po’ una forzatura dire che si tratta di un libro ambientato a Bucarest, ma del resto in una bandella o in comunicato stampa è difficile riassumere quel che succede in tre volumi e oltre 1400 pagine, quindi capisco che si ricorra a una tale semplificazione. In realtà ci sono altre tre città cruciali, in Abbacinante, una per volume: nel primo, New Orleans; nel secondo, Amsterdam; nel terzo, Como, col suo lago. Oltre a ciò, come hai già detto, ci sono scene che si svolgono anche in altri luoghi – inclusi alcuni inusuali come l’universo subcellulare, quello cosmico e quello della trascendenza – e tempi.

Trovo che due dei motivi di maggior interesse rispetto a Abbacinante, oltre alla qualità della prosa, siano proprio la sua forza visionaria – in particolare ha il merito di aver rilanciato la visione, intesa in senso psichedelico, come strumento conoscitivo – e il fatto di aver messo a servizio della letteratura nuove discipline quali cosmologia, genetica e fisica quantistica, utilizzandole non solo come dispositivi narrativi ma anche come modelli strutturali.

hildegard_of_bingen_scivias_iii-2_rupertsberg_ms_fol_130v_edifice_of_salvationCredo che sia indispensabile per uno scrittore, oggi, abbeverarsi da ogni possibile fonte di conoscenza. La realtà ha raggiunto un livello di complessità tale da richiedere una molteplicità di strumenti in concerto per essere compresa. In effetti, oltre a queste discipline mi rifaccio anche ad altre più antiche, come l’alchimia, che ovviamente è molto meno “scientifica”, ma dall’altro lato offre archetipi e filtri interpretativi molto interessanti per un narratore. È corretto quello che dici sulla visione, in Abbacinante ci sono anche molti sogni, ma la visione ha una grammatica differente, e soprattutto è lo strumento principe dei mistici, e se il tentativo è quello di gettare le basi narrative di una nuova metafisica, allora non se ne può fare a meno. Del resto tra i miei punti di riferimento imprescindibili ci sono autori visionari come Kafka, autori più prettamente legati al movimento psichedelico come Pynchon, e anche altri artisti, come John Lennon, che sono stati tra i maggiori interpreti e divulgatori di un certo immaginario legato alla riscoperta della dimensione visionaria. Credo però che se Abbacinante è venuto in questa forma e con queste caratteristiche, dipende anche dal modo in cui l’ho scritto. In un unico flusso, lungo quattordici anni, pagina dopo pagina su una serie di quadernoni, senza mai tornare indietro a rileggere, senza mai riscrivere, partendo inizialmente dalla sola volontà di scrivere un libro di oltre mille pagine e vedere dove tale gesto mi avrebbe portato. L’unico vero lavoro preliminare di Abbacinante è stato il romanzo breve Travesti, peraltro da poco ristampato in Italia, dove mettevo a punto alcuni dei temi che poi sarebbero stati alla base di quel testo.

Dopo aver scritto un’opera del genere, immagino che sia difficile per un autore tornare a scrivere.

Proprio perché c’era chi diceva che dopo aver scritto un libro così grosso e ambizioso non avrei più fatto niente di buono – e quando ti avvicini ai sessanta puoi anche finire a credere a simili discorsi – ho subito scritto un altro libro ancora più ambizioso. Si intitola Solenoid, è ancora inedito in Italia, e ha a che fare con la quarta dimensione. Consta di un volume unico di 840 pagine e credo che sia anche il miglior meccanismo narrativo che finora sono riuscito a realizzare, ma questo spetta ai lettori valutarlo. Devo ammettere che, se dopo Abbacinante, sentivo di poter ancora smentire quelli che ritenevano che avessi raggiunto il massimo permesso dalle mie capacità – e in tutta sincerità credo di averlo fatto – ora non sono troppo sicuro di poter andare oltre questo lavoro.

[leggi anche: Cărtărescu, intervista sul metodo]

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Discorsi sul metodo – 17: Mircea Cărtărescu https://minimaetmoralia.it/interviste/discorsi-sul-metodo-17-mircea-cartarescu/ https://minimaetmoralia.it/interviste/discorsi-sul-metodo-17-mircea-cartarescu/#comments Thu, 21 Jan 2016 14:30:08 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=29677 Mircea Cărtărescu è nato a Bucarest nel 1956. I suoi ultimi libri usciti in Italia sono Abbacinante – Il corpo (Voland 2015) e Il poema dell'acquaio (Nottetempo 2015).

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Quante ore lavori al giorno e quante battute esigi da una sessione di scrittura?

Scrivo due ore al giorno, sempre la mattina, sembra poco ma in realtà quando mi metto a scrivere le utilizzo in modo integrale, senza pause o distrazioni, è un lavoro molto intenso, devono uscire, ed escono, due-tre pagine a mano, scritte fitte. La disciplina è essenziale, ma ancora più essenziale è essere predisposti a ricevere un messaggio. Mi spiego: credo che in letteratura esistano vari livelli. Il primo livello, ovviamente dopo il dilettantismo, che è il livello zero, è quello che potremmo definire 'professionale': si ha il dominio di un set di tecniche e si riesce a lavorare con regolarità; a questo livello fare un libro è come fare una scarpa, ci sono un sacco di romanzieri, non solo di genere, che stanno a questo livello e non hanno altre ambizioni, sanno scrivere romanzi, scrivono romanzi: si tratta di gente che svolge un mestiere.

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Mircea Cărtărescu
è nato a Bucarest nel 1956. I suoi ultimi libri usciti in Italia sono
Abbacinante – Il corpo (Voland 2015) e Il poema dell’acquaio (nottetempo 2015).

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Quante ore lavori al giorno e quante battute esigi da una sessione di scrittura?

Scrivo due ore al giorno, sempre la mattina, sembra poco ma in realtà quando mi metto a scrivere le utilizzo in modo integrale, senza pause o distrazioni, è un lavoro molto intenso, devono uscire, ed escono, due-tre pagine a mano, scritte fitte. La disciplina è essenziale, ma ancora più essenziale è essere predisposti a ricevere un messaggio. Mi spiego: credo che in letteratura esistano vari livelli. Il primo livello, ovviamente dopo il dilettantismo, che è il livello zero, è quello che potremmo definire ‘professionale’: si ha il dominio di un set di tecniche e si riesce a lavorare con regolarità; a questo livello fare un libro è come fare una scarpa, ci sono un sacco di romanzieri, non solo di genere, che stanno a questo livello e non hanno altre ambizioni, sanno scrivere romanzi, scrivono romanzi: si tratta di gente che svolge un mestiere.
Il livello ulteriore, che è quello artistico, non ha ha niente a che fare con l’artigianato, anche se ovviamente prevede il dominio delle tecniche di primo livello: un artigiano fa sempre la stessa scarpa e sempre la farà; un artista può, anzi deve, prendere direzioni inaspettate, o anche smettere di scrivere per un po’ onde trovare tali nuove direzioni.
C’è poi un terzo livello, a cui non è detto si possa arrivare ma a cui è necessario aspirare: pochi lo hanno veramente raggiunto, ed è un livello che trascende completamente la tecnica – se contasse solo la tecnica, del resto, un Nabokov sarebbe lo scrittore più importante di tutti i tempi e Dostoevskij un autore secondario; a tale terzo livello è necessaria una fede totale, come se fosse una sorta di divinità, nel potenziale che ha l’arte di portarci a un livello finora sconosciuto della realtà. Alcuni di quelli che sono riusciti ad arrivare a questo livello possono non essere grandi artigiani come i primi o grandi artisti come i secondi – Kafka, per esempio, neanche si pensava come uno scrittore – ma chi ha una vera fede nella letteratura ha sempre almeno una possibilità di inseguire la visione profonda, e dunque ha il dovere farlo.

Dove scrivi? Hai orari precisi?

Posso scrivere ovunque ma devo avere il caffè e la porta chiusa dietro di me. devo essere solo, col caffè, penna e quaderno. A quel punto posso essere a Honolulu come a Bucarest, non cambia molto.

Fai preproduzione o scrivi di getto?

Faccio documentazione, ma navigando a vista. Leggo molti testi di altre discipline, specialmente scientifiche. Quando comincio a scrivere un libro e ho inquadrato i suoi possibili temi, mi circondo di altri libri che hanno a che fare con quei temi.
Non faccio invece documentazione sulle location: vado a memoria o invento direttamente. Non voglio andare nei posti che racconto, del resto anche Pynchon mica è stato nei luoghi che descrive, credo che in un certo tipo di letteratura si possa ricostruire la realtà anche meglio lavorando così, senza farsi vincolare da un’osservazione troppo vicina al momento della scrittura.

Quante riscritture fai? Tendi giù a buttare giù prima tutto o cesellare passo passo?

Giunto a questa età e a questo livello di esperienza, non riscrivo e non edito. Scrivo lentamente ma quello che scrivo deve essere definitivo. Non dico che sia la cosa migliore da fare, e conosco i limiti di questo metodo: può capitare infatti di fare dieci, venti, a volte anche cinquanta pagine, capire di aver preso una linea sbagliata e dover buttare via tutto. È il prezzo da pagare per questo approccio. Il lato positivo è invece che quando trovo il flusso giusto, allora posso seguirlo in scioltezza, dando fiducia alla mia mente, e ritrovarmi con il libro finito prima del previsto.

Scrivi più libri in contemporanea?

Non è mai successo e non credo possa succedere, proprio perché il mio metodo ormai si basa sul seguire questa linea mentale. Se si lavora senza appunti, senza schemi, senza riscritture, è essenziale che la mente sia sempre aderentissima a quello a cui si sta lavorando, altrimenti ci si perde.
Pensandoci, devo dire anche che non mi interesserebbe farlo perccarta_duehé non penso minimamente alla pubblicazione, o anche solo alla mia bibliografia: la pubblicazione è una fase necessaria del libro ma a cui si deve pensare solo dopo, io scrivo per creare ambiti in cui esistere, quindi mentre scrivo vivo dentro al quaderno anche più che nella realtà, i miei libri sono come matrimoni, si crea un mondo e ci si vive dentro mentre lo si porta avanti. Anche se a libro finito divorzio e mi risposo, non tradisco certo la moglie durante il matrimonio.

Carta o computer?

Carta. Credo influenzi il mio stile, essendo un medium più lento hai più tempo per ‘ricevere’.

Tic o rituali per favorire la concentrazione?

Una volta ho scritto un racconto, L’oggetto che mi ispira, dove però non dico mai quale sia. In realtà, a parte quanto già detto – il caffè, lo scrivere a mano, il non editare – non ho particolari riti o feticci.

Come hai esordito?

Sono stato abbastanza fortunato, prima della nostra generazione pubblicare sotto il regime era difficilissimo, ma negli anni ’80 la Romania volle darsi un’immagine di nazione aperta alle arti. Ovviamente era tutto fasullo, pura propaganda, ma si aprì un piccolo spiraglio che permise a molti autori della mia generazione, i cosiddetti ‘Ottantisti’, di arrivare a pubblicare qualcosa. Tra costoro c’ero anch’io.

Come è cambiato il tuo modo di lavorare da allora?

Se dovessi riscrivere Nostalgia, il mio primo libro, ovviamente lo riscriverei meglio, sono molto critico sui miei primi libri, sono pieni di mancanze, odio quella insopportabile negligenza nello stile. Spero e penso che i miei ultimi libri siano migliori. Qualcosa in questi anni ho imparato, sia nel concepimento che nello stile che nella forma. E meno male. Si potrebbe dire che nella vita di ogni autore ci sono i books of innocence e i books of experience, ma anche per questo non si può non notare che a volte l’ingenuità, pur nei suoi errori, può avere alcuni tratti affascinanti, che sono impossibili da ricreare deliberatamente.

Le opere che più ti hanno influenzato per quanto riguarda la pratica e il mestiere della scrittura.

L’Ulisse è il primo titolo che mi viene, da lì ho imparato tutto a livello di costruzione strutturale. Anche V. di Pynchon (la cui struttura comunque possiamo dire che viene a sua volta da Joyce). Tutto il lavoro di Thomas Pynchon in effetti è fondamentale. E ovviamente è fondamentale Kafka, mi pare quasi inutile rimarcarlo. Sono libri che aprono la mente alle possibilità di nuove direzioni, e sono i libri che hanno dato forma alla mia scrittura.

“Esisti” online?

Ho sempre pensato che Facebook, Twitter e gli altri social media fossero qualcosa di frivolo e privo di valore. Poi però la primavera di due anni fa ho avuto una profonda depressione, ero arrivato al punto di pensare che sarei morto, ma non volevo prendere farmaci, così mi son detto, proviamo questo Facebook. Mi ha curato. Gli sono grato. In dieci giorni stavo bene. La verità è che avevo un bisogno disperato di connessione umana, ero completamente solo, non parlavo con nessuno, così ritrovarmi in un flusso, anche se in parte irreale, di informazioni, di conoscenti, di dialoghi, per quanto effimeri, mi ha aiutato moltissimo. Sono molto attivo sui social, posto materiali sui miei libri ma anche riflessioni sociali e politiche, mi dà l’impressione immediata che la la mia voce sia ascoltata, e anche questo è importante, anche quando ci si esprime attraverso libri di molte pagine. Ogni giorno sto due o tre ore su Facebook e mi fa molto bene.

[17 – continua; le precedenti interviste: Tierce, Miller, Drndić, Nettel, Lahiri, Sorokin, Pauls, Brizuela, McCarthy, Eggers, De Kerangal, Gospodinov, Vida, Lethem, Carrère, Vásquez, Egan, McGrath, Greer, Cunningham, Keret, Winterson, Tóibín]

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