Miriam Toews Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/miriam-toews/ un blog di approfondimento culturale Thu, 30 Aug 2018 14:43:01 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=7.1 https://minimaetmoralia.it/wp-content/uploads/2025/07/cropped-cropped-309290503_464034925751050_1790831071097755281_n-32x32.jpg Miriam Toews Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/miriam-toews/ 32 32 A Torino torna Giorni Selvaggi https://minimaetmoralia.it/altro/torino-torna-giorni-selvaggi/ https://minimaetmoralia.it/altro/torino-torna-giorni-selvaggi/#comments Thu, 30 Aug 2018 14:26:31 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=37953 di Nicola Lagioia Il 10 settembre comincia a Torino la seconda stagione di “Giorni selvaggi”, la rassegna letteraria che mette insieme il Circolo dei Lettori, i COLTI (Consorzio Librerie Indipendenti di Torino), la Scuola Holden, le Biblioteche Civiche Torinesi, e Torino Rete Libri. Si comincia con Jhumpa Lahiri. E poi a breve sarà la volta […]

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di Nicola Lagioia

Il 10 settembre comincia a Torino la seconda stagione di “Giorni selvaggi”, la rassegna letteraria che mette insieme il Circolo dei Lettori, i COLTI (Consorzio Librerie Indipendenti di Torino), la Scuola Holden, le Biblioteche Civiche Torinesi, e Torino Rete Libri. Si comincia con Jhumpa Lahiri. E poi a breve sarà la volta di Chris Offutt, di Zadie Smith, di Ezio Mauro, di Jonathan Coe, di Miriam Towes, di Serena Vitale, di Rosella Postorino, e di tanti altri autori da cui (dall’Italia, e un po’ da tutto il mondo) stiamo avendo adesioni. Ringrazio tutti gli editori che stanno sostenendo il progetto.

L’idea della rassegna (molto semplice) è che nella nuova età dell’ansia che stiamo vivendo, i libri e chi li scrive siano una buona bussola. Lo verificheremo e lo verificherete man mano che verrete a sentire parlare gli autori.

Quello che vorrei provare a dire in questo post, è però un’altra cosa. Vorrei parlare dell’idea di fondo su cui si basa il funzionamento di “Giorni selvaggi”.

L’idea di fondo – il progetto nel progetto a cui un gruppo di persone sta lavorando, orgogliosamente, non tra mille problemi, da poco meno di due anni ­– è all’insegna di una costruzione di una comunità viva di persone attraverso i libri, all’insegna di inclusione e partecipazione.

Quindi, arriva un autore a Torino, e a quel punto tutta la filiera che ha a che fare con la promozione della lettura cittadina è parte in causa.

Sono parte in causa innanzitutto le scuole superiori della città e della provincia, dove, quando è possibile, gli autori vanno per trascorrere una mattinata con gli studenti. Non diciamo sempre che è dalle scuole che bisogna ripartire? Sono parti in causa le librerie indipendenti di Torino (Torino ha una bellissima scena di librerie indipendenti; un anno e mezzo fa, coinvolte nell’esperienza del Salone del Libro, alcune di queste hanno messo su un consorzio, perché insieme si è più forti e si possono fare più cose). Sono parti in causa le biblioteche della città e della provincia, e tutti quanti sappiamo quanto le biblioteche nel nostro paese siano un tesoro così poco sfruttato e a volte abbandonato a sé. Sono parti in causa il Circolo dei Lettori e la Scuola Holden, e cioè due delle istituzioni più importanti (la prima pubblica, la seconda privata) che a Torino si occupano di libri.

Il nostro tentativo è quindi quello di tenere viva questa comunità. E di creare (o meglio, continuare a sostenere) un laboratorio che funzioni tutto l’anno, che coinvolga il centro e la periferia. Stiamo provando a farlo da due anni, ma bisognerebbe farlo ancora meglio in futuro, secondo me. Ci proveremo, se ci aiuterete a farlo.

Un’ultima precisazione. Il sottotitolo. “Giorni selvaggi – In cammino verso maggio”. Perché In cammino verso maggio? Perché tutti questi progetti (e la messa in pratica di questo modo di intendere le cose) non sarebbero stati possibili se non ci fosse stato, come c’è stato negli ultimi anni, il Salone del Libro. Nonostante il grande successo della fiera, il cammino verso maggio anche quest’anno non sarà semplice. Le istituzioni territoriali devono completare la messa a punto per ciò che gli compete della principale fiera editoriale cittadina, che è poi la più importante fiera editoriale italiana, che senza nascondersi è anche una delle più importanti in Europa. Ecco. Noi intanto ci mettiamo in cammino, con la buona volontà di sempre e forti di chi ci è vicino.

Intanto si comincia il 10 settembre con Jhumpa Lahiri. Vi aspettiamo!

 

Lunedì 10 settembre, ore 18 al Circolo dei lettori, via Bogino 9

Jhumpa Laihiri, Dove mi trovo (Guanda), con Nicola Lagioia

 

Sabato 15 settembre, ore 21, Luna’s Torta, via Belfiore 50

Chris Offutt, Country Dark (minimum fax)

 

Martedì 8 ottobre, ore, Scuola Holden, Piazza Borgo Dora 49

Zadie Smith, Feel Free. Idee, visioni, ricordi (Edizioni Sur)

 

Giovedì 25 ottobre

Ezio Mauro, L’uomo bianco (Feltrinelli)

 

Venerdì 16 novembre

Jonathan Coe, Middle England (Feltrinelli)

 

Sabato 17 novembre

Miriam Toews, Donne che parlano (Marcos y Marcos)

 

E ancora Serena Vitale con La mite di Fëdor Dostoevskij (Adelphi), di cui è curatrice, e Rosella Postorino con Le assaggiatrici (Feltrinelli). Date da definire.

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Raccontare il dolore: “I miei piccoli dispiaceri” di Miriam Toews https://minimaetmoralia.it/libri/i-miei-piccoli-dispiaceri-miriam-toews/ https://minimaetmoralia.it/libri/i-miei-piccoli-dispiaceri-miriam-toews/#comments Sun, 03 May 2015 14:30:00 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=26576 La bella copertina, disegnata da Lorenzo Lanzi, mostra una scena impossibile, surrealistica e allo stesso tempo famigliare. Un gruppo di passeri – chi canta, chi plana, chi si poggia, chi vola – sopra la misura di un pentagramma musicale. È un’allegoria esatta di ciò che racchiude, un’immagine che copre e rivela «qualcosa di potente» – per usare le sue stesse parole – come «l’abbraccio forte e stretto di un estraneo». Qualcosa di potente come il sesto romanzo di Miriam Toews, canadese cresciuta a Steinbach in una comunità mennonita di stampo patriarcale. Si intitola I miei piccoli dispiaceri (All My Puny Sorrows), da un verso della poesia di S.T. Coleridge To a Friend, together with an Unfinished Poem; lo ha tradotto Maurizia Balmelli per Marcos y Marcos.

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(Fonte immagine)

Non avremo forse sostanze
né vere e proprie finestre nelle nostre spelonche,
ma almeno abbiamo la rabbia,
e con quella costruiremo imperi, signori miei.

Miriam Toews

La bella copertina, disegnata da Lorenzo Lanzi, mostra una scena impossibile, surrealistica e allo stesso tempo famigliare. Un gruppo di passeri – chi canta, chi plana, chi si poggia, chi vola – sopra la misura di un pentagramma musicale. È un’allegoria esatta di ciò che racchiude, un’immagine che copre e rivela «qualcosa di potente» – per usare le sue stesse parole – come «l’abbraccio forte e stretto di un estraneo». Qualcosa di potente come il sesto romanzo di Miriam Toews, canadese cresciuta a Steinbach in una comunità mennonita di stampo patriarcale. Si intitola I miei piccoli dispiaceri (All My Puny Sorrows), da un verso della poesia di S.T. Coleridge To a Friend, together with an Unfinished Poem; lo ha tradotto Maurizia Balmelli per Marcos y Marcos.

«Scritto per dare forma a un dolore vero», si legge in quarta di copertina, I miei piccoli dispiaceri è innanzitutto la storia d’amore tra due sorelle, Elf e Yoli Von Riesen, di Winnipeg, capoluogo del Manitoba, provincia del Canada occidentale. Elf è una pianista di talento e di successo, riconosciuta in tutto il mondo, colta, appuntita, fragile e intuitiva, maledettamente intelligente. È la maggiore, non più giovanissima, eppure ha una pelle così chiara e liscia, e ha una luce nei tratti, insomma ha una bellezza che non passa e inganna il tempo. Lo ripete spesso, Yoli, con la sua voce narrante, quando va a trovarla in ospedale.

Yoli è «la sorella squinternata» che scrive romanzi per ragazzi, ambientati nel mondo del rodeo, e «ha messo al mondo figli con padri diversi, ha un amante avvocato, se si rompe la macchina fa sesso con il meccanico, ha il conto sempre in rosso e una carriera mancata», dice di nuovo la quarta. Questa descrizione, anche se non dichiara il falso, enfatizza decisamente il personaggio, che è dolce e rabbioso, impulsivo e riflessivo (talvolta fino alla paranoia), allegro e depresso, bello e goffo. In una parola: vero. Yoli va a trovare Elf in ospedale perché Elf ha tentato il suicidio. Non è un tentativo e basta, è un tentativo andato male.

La notizia non sorprende nessuno. E nessuno lo accetta, ma tutti lo sanno che Elf vuole morire, lo vuole tanto da chiedere a sua sorella di aiutarla, di portarla in Svizzera. Intorno a Elf e Yoli, in ospedale e fuori, c’è la famiglia, quella di sangue – foltissima, chilometrica, parte di una comunità mennonita – con quella acquisita. Un corteo di personaggi cui l’autrice ha saputo affidare il dono della necessità, tra i quali spicca la madre delle sorelle, personaggio chiave su cui si concentra il lungo finale, perlopiù ambientato in una nuova fatiscente casa acquistata a Toronto, tre piani per tre generazioni: lei, la figlia (Yoli) e la nipote adolescente, Nora.

Ecco in breve la trama di questo libro pieno, ricco di energia contagiosa, sincero, che fa piangere ma più spesso di risate, dato il suo spietato umorismo, e dove il grande evento non copre gli eventi minimi, le sue situazioni delicate. Il centro del libro, il grande evento, è il dolore di Elf con tutto ciò che quel dolore arriverà a smuovere. Oggetto rischioso per un romanzo, ma poi per qualsiasi rappresentazione artistica. Pur parlando d’altro, spiega bene la natura di questo rischio lo scrittore Francesco Pecoraro, in uno status scritto su Facebook lo scorso 15 aprile, che riproduco col suo consenso: «Oggi ascoltavo per radio Nanni Moretti parlare del suo film [Mia madre, NdR]. Che non ho visto. In linea di massima sono contrario alle narrazioni imperniate su malattia, morte, sofferenza, dolore per perdite di persone care, eccetera. Il motivo è che tutti prima o poi ne fanno esperienza, spesso plurima. Sono cose che fanno talmente parte della vita di ciascuno di noi, che il processo di riconoscimento è troppo automatico e coinvolgente, perché l’esperienza estetica proposta dalla narrazione sia davvero valida».

Ciò che invaliderebbe l’esperienza estetica è la mancanza della possibilità di un distacco da essa. Perché il pathos della narrazione, «in linea di massima», innescherebbe un processo di riconoscimento, di identificazione, di visione priva di distanza. La visione priva di distanza – scrive il filosofo tedesco-sudcoreano Byung-Chul Han in Nello sciame. Visioni del digitale, uscito da poco nelle edizioni nottetempo per la traduzione di Federica Buongiorno – «è tipica dello spettacolo. Il verbo latino spectare, da cui deriva il termine “spettacolo”, indica un puntare lo sguardo voyeuristico, a cui manca il riguardo distaccato, il rispetto (respectare). La distanza è ciò che distingue il respectare dallo spectare». Mutuando il discorso di Han da un’analisi della società digitale – tale è l’oggetto del suo discorso – a un’analisi dell’«esperienza estetica», si potrebbe dire che alla visione priva di distanza manchi quel particolare tipo di rispetto che è la capacità di giudizio estetico, perché un racconto di malattia, morte, sofferenza, dolore produce una sospensione di quel giudizio e un’attivazione del giudizio autoriflesso, venendo a mancare un piano prospettico a vantaggio di un piano “immersivo”, ed è oltretutto (i media lo dimostrano) più facilmente una spettacolarizzazione (della malattia, della morte, della sofferenza, del dolore) che una comunicazione.

Che Pecoraro abbia in parte ragione, lo dimostra la difficoltà di giudicare un romanzo del genere. «In parte», c’è da sottolinearlo, perché se da un lato I miei piccoli dispiaceri conferma gli effetti di riconoscimento e coinvolgimento, col risultato di essere una vera e grossa esperienza umana, dall’altro comunque non priva il lettore di una vera e grossa esperienza estetica, s’intende sotto il profilo tecnico: per lo stile, personale e mai logoro, sempre espressivo; e per il ritmo e la struttura, sapienti e seduttivi. La questione non è facilmente districabile, ma un dato certo è che Miriam Toews ha saputo raccontare un dolore capace di smuovere, infine e su tutto, una pura gioia per la vita; ha trasformato un’esperienza privata e personale in un’occasione collettiva, in una possibilità di condivisione. Lo ha fatto senza retorica, ovvero tradendo la minima retorica possibile e irriducibile, perché insita nell’atto stesso della rappresentazione letteraria (e in genere artistica), allo scopo di coinvolgere il lettore, ma senza mai cedere alla tara ricattatoria del viscerale o del sentimentalismo.

Come conferma con eloquenza e understatement Yoli, e con Yoli Miriam: «ognuno di noi ha in sé tutta questa tristezza, non sono solo io, e la scrittura aiuta a organizzarla, per cui niente di grave».

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