Miuccia Prada Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/miuccia-prada/ un blog di approfondimento culturale Wed, 11 Dec 2024 16:54:03 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=7.1 https://minimaetmoralia.it/wp-content/uploads/2025/07/cropped-cropped-309290503_464034925751050_1790831071097755281_n-32x32.jpg Miuccia Prada Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/miuccia-prada/ 32 32 Da Gatsby a Gatsby: divagazioni intorno a Scott Fitzgerald https://minimaetmoralia.it/cinema/da-gatsby-a-gatsby-divagazioni-intorno-a-scott-fitzgerald/ https://minimaetmoralia.it/cinema/da-gatsby-a-gatsby-divagazioni-intorno-a-scott-fitzgerald/#comments Sun, 30 Jun 2013 07:00:00 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=14796 Questo pezzo è uscito sul numero di giugno del Mucchio.

È interessante come ultimamente ogni discorso su Scott Fitzgerald degeneri in una conversazione sulle vetrine dei negozi. Parli del Grande Gatsby e finisci per sentire qualcuno che cita Miuccia Prada. Sei lì che dici quant’è bello che il romanzo sia tornato in classifica e qualcuno ti chiede se hai visto la mostra di vestiti in un negozio di Soho o il film con Leonardo DiCaprio. Sei in America e quasi finisci per avere nostalgia dell’Italia.

L'articolo Da Gatsby a Gatsby: divagazioni intorno a Scott Fitzgerald proviene da Minima et Moralia.

]]>
il-grande-gatsby

Questo pezzo è uscito sul numero di giugno del Mucchio.

È interessante come ultimamente ogni discorso su Scott Fitzgerald degeneri in una conversazione sulle vetrine dei negozi. Parli del Grande Gatsby e finisci per sentire qualcuno che cita Miuccia Prada. Sei lì che dici quant’è bello che il romanzo sia tornato in classifica e qualcuno ti chiede se hai visto la mostra di vestiti in un negozio di Soho o il film con Leonardo DiCaprio. Sei in America e quasi finisci per avere nostalgia dell’Italia.

***

New York in questi giorni è un trionfo di vetrine a tema Il grande Gatsby. Dalle sobrie ma esplicite di Fogal che espongono un logo-cartello del film di Baz Luhrmann in buona compagnia di merce a tema (nel caso delle calze da donna viene da pensare che anni venti può essere qualsiasi cosa) alle più ambiziose di Tiffany & Co. disegnate da Catherine Martin, costumista e moglie di Baz Luhrmann, che ostentano calici e braccia che si incrociano e fuochi d’artificio e altre baggianate simili, a quelle di Prada diventate improbabili spazi espositivi che ti fanno credere di essere andato al MOMA quando invece sei solo dentro una boutique per ricchi. In questi giorni a New York ci sono turisti che fotografano tutte queste vetrine. Ce ne sono tantissimi. Arrivano in gruppo o in coppia e posano mentre uno di loro a sorte scatta la foto. Poi si danno il cambio così da tornare a casa ognuno con la sua brava foto a tema anni venti. Come quando vai a Disneyland e posi insieme a Topolino. È poco chiaro se siano attratti da Scott Fitzgerald, da Leonardo DiCaprio, da Baz Luhrmann o da Miuccia Prada.

***

I trailer del Grande Gatsby di Baz Luhrmann erano bellissimi. A un certo punto si vedeva una zebra che faceva il bagno dentro una piscina nel bel mezzo di una festa, e uno stava lì a non vedere l’ora che uscisse il film per guardare tutto il resto. Uno stava lì a dire, ma che genio Baz Luhrmann che ha tutte queste visioni. Ma che genio Baz Luhrmann che cita il video di Being Boring dei Pet Shop Boys con la zebra in piscina sapendo che è una canzone scritta per Zelda. Ma che genio Baz Luhrmann che fa Il grande Gatsby in 3D. Uno stava lì a pensare, ma che genio questo Baz Luhrmann. Io, per esempio, non avevo dubbi che facesse un gran capolavoro. Poi però ho visto il film.

***

Qualche giorno fa ero a New York da Strand Book Store, la libreria all’angolo tra Broadway e la Dodicesima. Ero lì a presentare il mio fumetto su Zelda Fitzgerald insieme a Rick Moody. A un certo punto Moody m’ha chiesto: l’hai visto il film? E io: sì. Lui: E? Io: Hai presente Shrek? Ecco, tutto quello che mi viene da dire del Grande Gatsby di Luhrmann è “Shrek”. Questo film è la versione Shrek del Grande Gatsby di Scott Fitzgerald. Non c’è l’asino che parla ma abbiamo la zebra che nuota in piscina. Intorno alla povera bestia è in corso un party che sembra Ibiza nel 2013. Degli anni venti ci sono i cliché, le cose che t’aspetti, quelle che riesce facilmente a riprodurre qualsiasi casa di moda o grande magazzino. Tutta roba che ultimamente trovi anche all’Oviesse.

***

Di bello del giorno in cui ho visto Il grande Gatsby di Luhrmann in un cinema di New York c’è la fila di ragazzini vestiti a tema anni venti che aspettava fuori dalla sala impaziente. Adolescenti inaspettati (del Gatsby di Fitzgerald non si può dire che sia un romanzo per ragazzi). Così come inaspettata è la bruttezza del film. Una bruttezza così brutta che quando l’ho visto mi veniva da piangere. Una bruttezza che raggiunge il suo climax (o l’anticlimax se mai climax ci fosse) nelle scene dei party e in quella della morte di Jay Gatsby. Quelle scene lì son talmente brutte che passi il resto del film a pensare: ma sul serio? E nel frattempo ti sforzi di capire cosa abbiano di così sbagliato. E ti sforzi di trovarci dentro qualcosa di bello. E non ce lo trovi semplicemente perché non c’è. E intanto finisce il film e l’unica cosa che ti viene da dire è “Shrek”. Poi però pensi che è grazie al film che Il grande Gatsby di Fitzgerald è tornato in classifica. E allora fai spallucce e dici ok.

***

Quest’uso improprio e modaiolo del Grande Gatsby di Fitzgerald è una cosa che qui a New York sta accadendo anche con il punk. Il giorno prima dell’uscita del film nelle sale americane, ha aperto al MET una mostra sul punk (PUNK: Chaos to Couture). Anche qui ci viene proposta Miuccia Prada in forma di vestito esposto come esemplare di moda derivata dal punk. Miuccia Prada ad azzerare la distanza tra Scott Fitzgerald e Richard Hell. Miuccia Prada che è bravissima ma se dobbiamo sinceri di punk non ha mai creato niente. Insieme a Catherine Martin adesso ha fatto i costumi del Gatsby di Luhrmann. E una mostra di abiti anni venti dentro il negozio di Soho che poi andrà dentro il negozio di Tokyo e poi andrà dentro il negozio di Shanghai. E poi chissà chissà.

***

A proposito di punk: Zelda e Scott Fitzgerald erano punk. Meglio, erano proto punk. Perché di punk all’epoca non esisteva nemmeno la parola. Zelda e Scott Fitzgerald facevano i rave dentro le camere d’albergo distruggendole e andavano a feste che finivano una settimana dopo. Zelda e Scott cominciavano a bere che erano già ubriachi e facevano il bagno nudi nelle fontane e viaggiavano sui cofani dei taxi e si tuffavano dagli scogli altissimi a rischio di morire. Zelda e Scott erano belli per questo. L’altro giorno raccontavo a un’amica che il party per Il grande Gatsby di Baz Luhrmann con il cast del film e tutta la beautiful people è stato fatto dentro la boutique di Prada a Soho. E la mia amica: certo, se avessero invitato Zelda e Scott sarebbero andati lì ubriachi e avrebbero rubato tutte le borsette. Come darle torto.

***

Richard Hell ultimamente lo cito in tutti i pezzi che scrivo. Richard Hell è la prima persona con cui ho fatto amicizia in questi miei recenti mesi newyorkesi. Richard Hell abita in una casa tutta piena di libri. Richard Hell ha scritto la mia canzone punk preferita, Blank Generation. Richard Hell ha scritto un libro bellissimo su di sé e sui suoi anni punk, I Dreamed I Was a Very Clean Tramp. Il libro si ferma nel 1984. Poi Richard Hell ha smesso di essere musicista ed è diventato scrittore. Mi chiedo cosa ne pensa oggi di questi magneti da frigo con la sua foto che vendono nella boutique del MET come gadget della mostra PUNK: Chaos to Couture.

***

Del Grande Gatsby di Fitzgerald da Strand vendono le magliette e da Barnes & Noble vendono le shopper. Con la foto di Zelda in tutù esistono le tazze, le magliette, le pantofole e gli orecchini. A forma di Scott c’hanno fatto i segnalibri e di sue citazioni son piene le cartoline che vendono nelle librerie. Se cerchi frasi di Scott o Zelda su twitter trovi l’opera completa. Ho anche provato a cronometrare i tweet sui Fitzgerald: in media uno ogni venti secondi. Ultimamente esce un romanzo al mese che ne racconta pezzi di vita. E diventano tutti best-seller. E questa cosa è bella e brutta. Bella è l’idea che tutta questa gente conosca Fitzgerald. Però in cuor tuo vorresti che i tuoi scrittori e i libri più amati restassero tuoi e solo tuoi e che venissero scoperti come li hai scoperti tu. Senza che nessuno te ne abbia mai parlato prima, procedendo per tentativi come quando a vent’anni entravi in libreria e pensavi che avresti avuto tutta la vita davanti per leggere.

Quando pensavi che potevi scegliere pure il libro sbagliato perché il tempo per leggere era infinito e invece poi sceglievi Il grande Gatsby che era giustissimo e non volevi leggere che quello. E andavi avanti a leggere tutti i romanzi e i racconti di Fitzgerald e le lettere a Scottie. E scoprivi che Scottie era sua figlia e che Zelda era sua moglie. E poi leggevi tutte le biografie. E scoprivi le vite di Scott e di Zelda. E non ne parlavi con nessuno perché sennò sarebbero diventati meno tuoi. E ora sei qui che scrivi di Baz Luhrmann e di Miuccia Prada quando vorresti scrivere del Grande Gatsby e di Fitzgerald. E pensi che sì, quei tempi lì ti mancano enormemente.

L'articolo Da Gatsby a Gatsby: divagazioni intorno a Scott Fitzgerald proviene da Minima et Moralia.

]]>
https://minimaetmoralia.it/cinema/da-gatsby-a-gatsby-divagazioni-intorno-a-scott-fitzgerald/feed/ 11
Inchiesta su “patrimonio” e “sussidiarietà”. Retoriche, politiche, usi pubblicitari https://minimaetmoralia.it/arte/inchiesta-patrimonio-sussidiarieta/ https://minimaetmoralia.it/arte/inchiesta-patrimonio-sussidiarieta/#comments Sun, 11 Nov 2012 10:50:56 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=11167 Riprendiamo un articolo di Michele Dantini uscito su ROARS. (Immagine: Alessandro Magnasco, L'arresto dei briganti.)

di Michele Dantini

Il dibattito sulla trasformazione di Brera in Fondazione di diritto privato oppone storici dell’arte a storici dell’arte, responsabili della tutela a “decisori” e economisti. Con l’attribuzione alla Fondazione della duplice competenza su beni immobili e collezioni il governo è apparso consolidare la fuorviante distinzione tra “tutela” e “gestione” e svilire le funzioni pubbliche di custodia, pure previste dalla Costituzione. Esistono garanzie che gli obiettivi scientifici e didattici risultino vincolanti anche in futuro? Inoltre: è ammissibile che il problema della riqualificazione delle competenze pubbliche sia ancora una volta tralasciato? Un convegno organizzato dall’Associazione Bianchi Bandinelli ha da poco richiamato l’attenzione sull’emergenza in cui versano le professioni della tutela. Scavi archeologici e campagne di catalogazione sono affidate a giovani precari mentre crescono collaborazioni esterne con società prive di personale qualificato.

L'articolo Inchiesta su “patrimonio” e “sussidiarietà”. Retoriche, politiche, usi pubblicitari proviene da Minima et Moralia.

]]>

Riprendiamo un articolo di Michele Dantini uscito su ROARS. (Immagine: Alessandro Magnasco, L’arresto dei briganti.)

di Michele Dantini

Il dibattito sulla trasformazione di Brera in Fondazione di diritto privato oppone storici dell’arte a storici dell’arte, responsabili della tutela a “decisori” e economisti. Con l’attribuzione alla Fondazione della duplice competenza su beni immobili e collezioni il governo è apparso consolidare la fuorviante distinzione tra “tutela” e “gestione” e svilire le funzioni pubbliche di custodia, pure previste dalla Costituzione. Esistono garanzie che gli obiettivi scientifici e didattici risultino vincolanti anche in futuro? Inoltre: è ammissibile che il problema della riqualificazione delle competenze pubbliche sia ancora una volta tralasciato? Un convegno organizzato dall’Associazione Bianchi Bandinelli ha da poco richiamato l’attenzione sull’emergenza in cui versano le professioni della tutela. Scavi archeologici e campagne di catalogazione sono affidate a giovani precari mentre crescono collaborazioni esterne con società prive di personale qualificato.

Si moltiplicano i manifesti per “sviluppo e cultura” ma lo Stato taglia le cattedre di storia dell’arte negli istituti tecnici e perfino in quelli turistici. A che pro, deve avere pensato il legislatore, insegnare chi fossero Veronese, Palladio o Valadier a futuri geometri, progettisti di servizi culturali per la Rete o guide? “Impresa innanzitutto”, stabiliscono gli esperti del Sole 24 Ore nel ripresentare il “Manifesto della cultura” in edicola. “La cultura ha bisogno di uno spirito imprenditoriale nuovo capace di superare vecchi steccati e vecchie ideologie”. Concordiamo. Ma la domanda è: innovazione, efficienza o “spirito imprenditoriale” coincidono necessariamente con “privato”? Potremmo supporre che non sia sempre così. Esiste un modello politico-istituzionale specificamente italiano, esemplificato dall’Istituto Superiore per la Conservazione e il Restauro e dall’Opificio delle Pietre Dure, che ha riscosso nei decenni il più ampio riconoscimento internazionale: un’agenzia tecnica centrale a finanziamento pubblico capace di porre in connessione ricerca, conservazione e didattica. Questo stesso modello oggi è in crisi perché sottofinanziato: per incuria o ostilità politico-ideologica, in altre parole, non per impasse interna.

Il Principe e il Leviatano

È utile, prima di prendere posizione, provarsi a chiarire dizionari, poste in gioco e presupposti ideologici di una querelle assai intricata, caratterizzata da ampie reticenze da parte istituzionale. I sostenitori del principio di sussidiarietà si rivolgono a società civile e “corpi intermedi”, cioè associazioni di cittadini, fondazioni, onlus etc. Questi, si afferma, devono potersi fare carico in primis dei compiti di conservazione del patrimonio. Il monopolio pubblico della tutela, stabilito dall’articolo 9 dellla Costituzione, è divenuto una forma degenerativa di welfare che produce cattiva gestione e “rendita politica”: nientemeno che la mutazione in chiave socialdemocratica del Leviatano di Hobbes. Da qui la necessità di concedere fiducia all’iniziativa “relazionale” e al “desiderio socializzante” di “benefattori” privati.

La mostra Ad Usum Fabricae, allestita al meeting CL di Rimini 2012 sulla base delle ricerche d’archivio di Marina Saltamacchia, ricostruiva la vicenda delle donazioni pro-Duomo di Milano in chiave di iniziativa sussidiaria (l’intera manifestazione era pressoché dedicato al tema “sussidiarietà”). I documenti mostrano che Gian Galeazzo Visconti partecipò per circa il 16% del costo totale: non di più. All’impresa contribuirono invece cittadini di ogni classe sociale e professione, donando in proporzione alle proprie possibilità. La storia preunitaria di regioni e città, questa la tesi degli organizzatori, prova quanto l’iniziativa comunitaria abbia contribuito a edificare cattedrali.

All’intreccio tra cultura della tutela e politica del “bene comune”, rivendicato da Settis, Montanari e altri, si oppone, da parte “neoguelfa”, che il “bene comune” non è esterno alla persona, al contrario: esso presuppone il senso di appartenenza e non coincide con alcunché di istituzionale. Né con il patrimonio né con l’ambiente o la Carta costituzionale e neppure con la nozione di “Nazione” e “Patria”. “Vivo e vitale nella cultura”, ha recentemente affermato l’attuale ministro per i Beni culturali “è quanto è cultura di popolo”. Difficile contestare l’afflato neorisorgimentale. Ma che cos’è “popolo” per un teorico delle élites?

Allo stesso meeting CL si è potuto ascoltare Ornaghi intrattenere il pubblico sul tema della “bellezza della politica” nel corso di un incontro che ci si attendeva dovesse essere dedicato alle politiche del patrimonio. L’intervento ha avuto caratteri teorici e certo non intendeva premiare nessuna tra le parti politiche in competizione. La scelta di ricollocare la politica in ambito (anche) estetico lasciava tuttavia sconcertati. Che cosa ha a che fare la “bellezza” con l’evocazione del Principe o la sua “auctoritas”? Arte e tutela non sembrano chiamate a consacrare gerarchie sociali tradizionali.

Le fondazioni bancarie, proclamate indipendenti dalla politica (ma non lo sono affatto!) e stimate più trasparenti di quanto non risultino essere dall’ex presidente della Compagnia delle Opere, Giorgio Vittadini, tra i tanti, sarebbero designate a partecipare ai “semimercati” assieme ai “benefattori” individuali. È indubbio che attorno al principio di sussidiarietà fervano oggi qualificate riflessioni politiche, economiche e giuridiche. Abbiamo presenti le proposte di Alberto Quadrio Curzio sulla differenza tra “beni economici” e “beni sociali”, utili a distinguere la posizione cattolico-liberale da quellatout court economicista. Ha tuttavia senso riporre così grandi aspettative nei “privati illuminati”, quasi spettasse a questi finanziare tutela e ricerca?

Pasquale Gagliardi, segretario generale della Fondazione Cini, obietta: “in Italia manca il mecenatismo classico perché è assente un adeguato sistema per la defiscalizzazione dell’investimento culturale. Negli Stati Uniti c’è la corsa per avere il proprio nome sulla targhetta sotto un quadro. Da noi c’è troppo familismo anche in questo. Si lasciano i beni agli eredi, raramente alla società. L’Italia è un paese di clientele, di salotti buoni, di imprese piccole e poco attente al sociale”. Consiglio assai prudente giunge dall’interno della classe imprenditoriale italiana. “Da noi non ci sono Bill Gates che fanno una fondazione benefica e ci mettono dentro 20 miliardi di dollari”, sibila Cesare Romiti in un’intervista-autobiografia apparsa da qualche mese. “Non ci sono tanti soldi, e a pensarci bene non ci sono nemmeno gli imprenditori alla Bill Gates”.

Non pretendiamo di affrontare un problema tanto complesso con una boutade, sia pure dell’ex amministratore delegato del gruppo FIAT. Colpisce tuttavia che, a fronte delle perplessità espresse da più parti sull’effettiva disponibilità di capitali privati, i sostenitori del principio di sussidiarietà non contemplino per lo più neppure per un attimo la possibilità di riqualificare le competenze pubbliche che si propongono in larga parte di liquidare. Quanto sacrifichiamo, nel discutere di patrimonio, a un eccesso di litigiosità pregiudiziale? La nomina di un filosofo del diritto alla presidenza del Consiglio per beni culturali, non di un archeologo o di uno storico dell’arte, conferma i timori che l’avversione ideologica, non la valutazione delle competenze, orienti le scelte dell’attuale ministro. I dilemmi della tutela sono da affrontare su piani concretamente storici e sociali: non esistono modelli validi a priori, in altre parole, bensì compatibilità specifiche, suggerite dal contesto nazionale.

Outlet Italia

Le aziende italiane che adottano strategie di comunicazione orientate all’arte e al patrimonio perseguono obiettivi di riconoscibilità internazionale: obiettivi del tutto legittimi, sia chiaro, ma disgiunti dal proposito civile e partecipativo che può orientare l’attività di un’istituzione pubblica. Il contesto globale ipercompetitivo rende fiorente il marketing delle identità culturali. Diego Della Valle sostiene i costi del restauro del Colosseo per difendere l’immagine complessiva del “brand” Italia: lo stato di abbandono dei monumenti o i recenti crolli in aree archeologiche non giovano alla buona reputazione del made in italy. Luca di Montezemolo adotta lo slogan “Italian Heritage” per lanciare le collezioni di scarpe Poltrona Frau. Si intesta così una tradizione culturale che le pedanti retoriche del mestiere connotano in modo assai povero e sommario. Giova alla collettività la riduzione del Grande Stile cinque-secentesco a artigianato di calzature? Possono davvero risultare vincenti, e quanto a lungo, aziende che all’innovazione tecnologica preferiscono la patina del Tempo?

Miuccia Prada condivide i timori di Della Valle. “Percepisco ancora nel pensiero di una certa sinistra e di certi intellettuali”, afferma la stilista, “una grande diffidenza verso la ricchezza… Molti intellettuali italiani hanno ragione a essere rigorosi, rifiutano ogni commistione commerciale per proteggere il nostro patrimonio, forse non amano i grandi numeri e temono il grande pubblico. Ma se si rifiuta di cavalcare questo tipo di modernità,… allora bisogna inventare un sistema di attrazione più intelligente e sofisticato”. Prada non intende essere arrogante e non denigra gli avversari. Le si deve anzi riconoscere di essersi prestata a rendere pubbliche le sue opinioni e di avere avviato un dialogo: non accade spesso. La polemica contro una determinata (e ben riconoscibile) comunità di storici dell’arte è tuttavia marcata. Colpisce che un’imprenditrice innovativa non colga il punto di vista altrui. Appare del tutto conseguente che persone che dedicano tempo e risorse alla ricerca credano alla sua importanza civile e si battano per politiche culturali non incentrate sull’esposizione-evento, invocata invece da Prada.

Ci chiediamo: perché non promuovere studi, pubblicazioni o progetti educativi invece che grandi mostre affidate a “curatori” di logora reputazione? L’intima connessione tra ricerca, museo e territorio che ha sin qui caratterizzato la cultura italiana della tutela gioverebbe non poco anche al contemporaneo. Dove sta scritto che l’arte, al pari della moda, debba necessariamente divulgare finzioni di grandiosità e indifferenza? La storia del modernismo italiano, sino ai primi anni Sessanta, è attraversata dalla convinzione che  i compiti civili dell’arte, per citare Cesare Brandi, “impegn[i]no la responsabilità morale dell’artista non meno che quella di qualsiasi altro uomo”. Suona severo, senza dubbio, ma non c’è motivo di ignorare che la cultura italiana, anche quella più celebre a livello internazionale, non ha sempre dovuto disprezzare la semplicità. In questione non è un’astratta “diffidenza verso la ricchezza”, ma la contestazione di pratiche culturali votate alla sua irriflessiva celebrazione. Costumi di responsabilità e cura sono forse meno inventivi? Siamo certi che una parte almeno del “mondo della ricchezza” di cui parla l’imprenditrice apprezzerebbe mutamenti di narrazione. Potremmo perfino riuscire a immaginare un mondo dove la moda attinge dall’arte nel rispetto della diversità di quest’ultima, anziché pretendere di imporle quei ruoli ancillari che spettano piuttosto alla pubblicità.

“Appartenenza”: come, a quali condizioni?

Stabilito che il vincolo affettivo tra collettività e memorie (o “patrimonio”) è presupposto prezioso quanto instabile di ogni efficace politica di tutela, vale la pena interrogarsi sulle condizioni storiche e sociali attraverso cui può concretamente prodursi qualcosa come il senso di comunità.

A differenza di una qualsiasi eredità familiare ben protetta, oggi l’”appartenenza” può e deve essere promossa di generazione in generazione e per così dire costruita da politiche educative lungimiranti. L’autoriproduzione delle élites tradizionali o delle cerchie detentrici del “buon gusto” in contesti cittadini premoderni non costituisce modello per le società democratiche, caratterizzate almeno in linea di principio da mobilità sociale. Servono istituzioni dedicate e processi di reclutamento fluidi e trasparenti. “La formazione dei quadri”, come scrive Settis, “è cosa di vitale importanza per il futuro del nostro patrimonio culturale”. Appunto. “I costi delle politiche economiche fallite”, aggiunge Amartya Sen, “vanno ben oltre le statistiche, pure importanti, della disoccupazione, del reddito reale e della povertà. L’idea stessa di unione, di un senso di appartenenza [nazionale e sovranazionale], è messa in pericolo da quanto accade in campo economico”.

La riduzione o cancellazione degli insegnamenti storico-artistici negli istituti di formazione secondaria o la mancata assegnazione di risorse utili a chiamare in ruolo soprintendenti giovani e qualificati sono particolarmente distruttive sotto il profilo della trasmissione (e dell’accoglimento) di un’eredità disciplinare condivisa. Persino a un autorevole commentatore di economia come Fabrizio Galimberti risulta indiscutibile che “l’Italia [sia] un paese che avrebbe bisogno (più di altri) di molta (e buona) spesa pubblica… per l’immenso patrimonio artistico da conservare”.

Quali concrete implicazioni educative può avere, in un contesto di crescente definanziamento della ricerca pubblica, l’applicazione del pricipio di sussidiarietà? È prevedibile che l’ingresso di fondazioni bancarie nei consigli di amministrazione dei musei si accompagni alla maggiore politicizzazione degli incarichi culturali. Questo comporta insidie per l’autonomia degli studi. Ci sta bene? La contesa sulla tutela ha implicazioni profonde sul piano sociale, e i modelli di Fondazione di cui disponiamo non sono tali da autorizzare illusioni. Solo talune università private con rilevanti protezioni politiche e ingenti coperture economiche potrebbero divenire soci fondatori e offrire migliori opportunità professionali ai loro studenti e ricercatori, risultando fatalmente più attrattive. Quale migliore habitat di formazione o ricerca, per uno storico dell’arte o un’archeologo, se non il museo? Dovremmo provvedere a garantire modelli educativi che prevedano la più stretta collaborazione tra enti pubblici di tutela e università accessibili al grande numero. Dovremmo incoraggiare i “capaci e meritevoli”. Ci accingiamo invece a favorire i pochi e abbienti.

 

Riferimenti bibliografici

Per l’appello contro la Fondazione Grande Brera cfr. Tomaso Montanari, Brera. Un trofeo per la Casta, in: Il Fatto, 25.8.2012; e ancora @http://quattrocentoquattro.com/2012/09/15/il-museo-e-un-luogo-di-produzione-del-sapere-intervista-a-tomaso-montanari/. Per una posizione terza sulla Fondazione cfr.Stefano Baia Curioni, Grande Brera, in: Il Giornale dell’Arte|Il Giornale delle Fondazionihttp://www.ilgiornaledellarte.com/fondazioni/articoli/2012/8/114162.html. L’ex presidente della Corte costituzionale Giovanni Maria Flick oppone “partecipazione” a “appartenenza” in un intervento che apre a “imprenditoria sociale” e “terzo settore” (in:Terza via per i beni culturali, in: Il Sole 24Ore, 23.9.2012, 263, p. 32). Per un’esemplificazione sprovveduta e deteriore del punto di vista economicista cfr. invece Angelo Miglietta e Alberto Mingardi, Cultura migliore con l’aiuto dei privati, in: Corriere della Sera, 30.8.2012, p. 42. È strumentale intendere le competenze museografiche, storico-artistiche e del restauro in senso riduttivamente “tecnico” e proporsi di aprire ai “nuovi pubblici” attraverso la loro dismissione.  Occorrerebbe stabilire definitivamente che la trasmissione culturale non avviene per mera esposizione o contagio, ma presuppone percorsi educativi durevoli e articolati.

Le affermazioni di Pasquale Gagliardi sul mecenatismo italiano sono riportate nell’intervista di Pierluigi Panza, Una nuova alleanza salverà la cultura, in: Corriere della Sera, 31.8.2012, p. 43. Sul tema cfr. anche Andrea Carandini, Il nuovo dell’Italia è nel passato (2010), p. 91 et passim.

Sul tema del decentramento degli enti di tutela si sono recentemente espressi in modo assai negativo Ernesto Galli della Loggia, Il paesaggio preso a schiaffi, in: Corriere della Sera, 27.8.2012, pp. 1, 30; Antonio Paolucci, Il federalismo irresponsabile che devasta il nostro paesaggio, in: Corriere della Sera, 28.8.2012, p. 24.

Per un inquadramento complessivo della questione con particolare riferimento agli aspetti politici e storico-giuridici (preunitari e unitari) della questione cfr. Salvatore Settis, Italia S.p.A. (2002) e Paesaggio Cemento Costituzione (2010). Cfr. anche Luigi Piccioni, Un punto d’arrivo, un punto di partenza. Discutendo di «Paesaggio Costituzione cemento», in: Storica, xviii, 52, 2012, pp. 86-111.

L'articolo Inchiesta su “patrimonio” e “sussidiarietà”. Retoriche, politiche, usi pubblicitari proviene da Minima et Moralia.

]]>
https://minimaetmoralia.it/arte/inchiesta-patrimonio-sussidiarieta/feed/ 3