Mo Yan Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/mo-yan/ un blog di approfondimento culturale Sun, 19 May 2019 11:37:00 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=7.1 https://minimaetmoralia.it/wp-content/uploads/2025/07/cropped-cropped-309290503_464034925751050_1790831071097755281_n-32x32.jpg Mo Yan Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/mo-yan/ 32 32 Non sono nati tardi – Uno sguardo sulla giovane narrativa cinese pubblicata in Italia https://minimaetmoralia.it/letteratura/non-nati-tardi-uno-sguardo-sulla-giovane-narrativa-cinese-pubblicata-italia/ https://minimaetmoralia.it/letteratura/non-nati-tardi-uno-sguardo-sulla-giovane-narrativa-cinese-pubblicata-italia/#comments Wed, 15 May 2019 05:30:17 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=40227 Photo by Yiran Ding on Unsplash

La scrittrice Di An, oggi trentacinquenne, della provincia cinese dello Shanxi, in una intervista del 2011 affermava: "Voglio scrivere un romanzo davvero sorprendente, che sarà migliore di qualsiasi altro che abbia mai scritto. Credo inoltre che gli scrittori della generazione nata dopo il 1980 creeranno opere eccezionali che saranno ricordate dai nostri discendenti." (fonte: globaltimes.cn)

Profezia, quand’anche si fosse dimostrata in parte veritiera, davvero poco recepita dalla  nostra editoria. Infatti finora di questa più che promettente autrice non si è pubblicato nessun romanzo. Ma la sua non è “compagna picciola”.

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di Gennaro Rega

La scrittrice Di An, oggi trentacinquenne, della provincia cinese dello Shanxi, in una intervista del 2011 affermava: “Voglio scrivere un romanzo davvero sorprendente, che sarà migliore di qualsiasi altro che abbia mai scritto. Credo inoltre che gli scrittori della generazione nata dopo il 1980 creeranno opere eccezionali che saranno ricordate dai nostri discendenti.” (fonte: globaltimes.cn)

Profezia, quand’anche si fosse dimostrata in parte veritiera, davvero poco recepita dalla  nostra editoria. Infatti finora di questa più che promettente autrice non si è pubblicato nessun romanzo. Ma la sua non è “compagna picciola”. Perché, se anche peccassi per difetto, e chiedo venia, di romanzi o raccolte complete in prosa di scrittori, uomini e donne, cinesi nati  dopo il fatidico 1976 (morte di Mao, avvio della Politica di riforma e apertura – gaige kaifang – del Paese e inizio di una Nuova era economica) se ne sono editati non più di una decina.

La casa editrice M d’A (Metropoli d’Asia) fondata ormai dieci anni fa dall’eclettico e dinamico Andrea Berrini, coerente con la mission editoriale: “sguardo ravvicinato sui nuovi scenari culturali, sui linguaggi della contemporaneità asiatica, facendo centro soprattutto sulle pullulanti aree urbane di Cina, India e dintorni”, è sicuramente quella che ha pescato con più convinzione nei talenti letterari della generazione dei balinghou, dei “figli unici”. Ha proposto al pubblico italiano il romanzo San chong men, Le tre porte, scritto a diciassette anni, nel 1999, da Han Han e che, quando fu pubblicato l’anno dopo, divenne in Cina un caso letterario perché vendette più di due milioni di copie. In seguito nel 2012 la stessa casa editrice milanese con maggiore tempestività ha replicato con la traduzione del  road book  Verso Nord – Unonoveottootto (1988. Wo xiang he zhe ge shijie tantan), altro bestseller dell’autore shangaiese, nel frattempo diventato icona del book-businnes internazionale ed emblema di tutti i giovani cinesi che si proclamano “arrabbiati”.

Ma più meritoria è stata la scelta di pubblicare un autore aspro, agghiacciante e amaro nella critica sociale come A Yi, nato nel 1976 a Ruichang, provincia dello Jiangxi. Cresciuto in un piccolo villaggio, il suo sogno è sempre stato quello di trasferirsi in una metropoli e infatti oggi vive a Pechino. Prima di diventare scrittore e veder stampate le sue opere, ha, però, svolto molteplici lavori, fra i quali l’agente di polizia. Infatti spesso nei suoi romanzi e racconti sono analizzati con cognizione di causa il crimine e i suoi moventi. In E adesso? (Xiamian, wo gai gan xie shenme?) del 2012, pubblicato dalla stessa Md’A nel 2016, è l’io narrante che attraverso una lucida e allucinata registrazione dei fatti, indica al lettore tutti i passaggi  della mise en abîme del suo efferato e all’apparenza insensato assassinio di una giovane amica. Così nel 2017 la stessa casa editrice non è indietreggiata davanti alle oltre 400 pagine dell’ultimo libro del talentuoso A Yi e ha lanciato in anteprima mondiale Svegliami alle nove domattina .

La complessa vicenda del romanzo prende avvio quando, dopo gli stravizi in un suntuoso banchetto, un “padrino” locale che per anni ha tenuto sotto il tallone un intero villaggio, muore inaspettatamente. Vengono così scoperchiate attraverso un lungo flashback le malefatte sue e quelle di una comunità asservita alla delinquenza.

Solo l’editore Sellerio ha, invece, intuito le qualità della scrittura di Xu Zechen (1978), pubblicando nel 2014 il romanzo Correndo attraverso Pechino (Pao buchuan guo Zhongguancun), ironico, scattante e veloce come la corsa del protagonista Dunhuang, che simile a tanti suoi coetanei inurbati cerca attraverso ogni sorta di espediente di sopravvivere e di inventarsi un futuro  dignitoso nella “grande mela” della superpotenza asiatica. Ma dei libri e racconti di questa promessa letteraria dello Jiangsu da quel momento si sono perse le tracce in Italia.

Anche una precoce stella della narrativa contemporanea cinese, Chun Shu – pseudonimo di Lin Jia Fu (1983) – dopo aver captato l’interesse della casa editrice Guanda  che un paio di anni dopo il sorprendente, scandaloso successo del romanzo autobiografico Beijing Wawa, titolato in italiano Ragazza di Pechino, nel 2003 lo proponeva sugli scaffali delle nostre librerie, non ha avuto più un’altra occasione per farsi osservare.

Infine poteva sembrare una scelta facile e scontata quella di editare l’autore di maggior successo in patria nel genere fantasy, Guo Jingming (1983); ma soltanto la romana Fanucci l’ha fatto nel 2012, proponendo Il sigillo del cavaliere, scritto nel 2010 e dalle vendite milionarie. Poi di questo versatile enfant prodige in Italia non è stato proposto più nulla.

Un nuovo e ambizioso progetto multiculturale che nasce dai propositi dell’associazione Future Fiction e che già nel nome sintetizza alcuni degli scopi che vorrebbe prefiggersi (“creare la fornitura di prodotti/servizi come pubblicazioni cartacee e digitali, performance/istallazioni multimediali, seminari e laboratori sui Future Studies, workshop di scrittura creativa, editing e traduzione da numerose lingue europee ed extraeuropee, consulenze editoriali, dibattiti pubblici su argomenti di attualità”) ha permesso fra la fine del 2018 e gli inizi del 2019  la pubblicazione di: L’eterno addio, antologia di racconti brevi di Chen Qiufan (1981) e Festa di primavera, un florilegio di novelle di Xia Jia (1984).  Questa volta più che sul romanzo sociale, o sull’autobiografia “maledetta”, o sull’horror e il noir, si è fatto leva sul genere più in voga in questo momento nella stessa Cina: la SF, la fantascienza. Infatti entrambi gli autori, il primo nato nella provincia del Guangdong, l’altra nello Shaanxi, sono pluripremiati in patria e all’estero, ed esponenti di spicco della new wave fantascientifica cinese.

Il “rischio” editoriale va comunque considerato nel momento in cui si decida in Italia di pubblicare un’opera letteraria cinese. Infatti questa cultura in Occidente e in particolare da noi non è stata ancora pienamente assimilata, al contrario di quanto, ad esempio, si è prodotto fra lingue e culture europee e culture autoctone in vaste aree del pianeta (continente africano, Americhe, India e Sud-Est asiatico) anche per varie ragioni storiche (non ultima il colonialismo). Ciò finora ha frenato l’ineludibile e proficua dinamica del confronto e dello scambio di esperienze in questo campo.

Ma i dati un po’ deludenti a cui facevo riferimento sopra, cambiano se consideriamo la pubblicazione di testi più brevi e meno gravosi editorialmente, come racconti e novelle. In questo caso Internet in generale e i social network in particolare, nell’ultimo decennio hanno potenziato  l’auto-affermazione  dell’individuo-scrittore e gli hanno offerto una più accessibile pedana di discussione e di confronto pubblico. In cambio per il pubblico italiano è stata resa più agevole la  comprensione di una realtà così complessa e tendenzialmente autoreferenziale come la Cina attuale. Quindi sono sempre più numerosi e approfonditi i siti di carattere politico-economico-sociale che si impegnano ad interconnettere due realtà destinate dopo i recenti accordi sulla Nuova Via della Seta (Bri – Belt and road iniziative) a collaborare sul mercato globale.

Ma in questo articolo che si limita ad un ambito strettamente letterario, si potrebbero ricordare,  pur  in maniera senz’altro incompleta, i blog China-Files, Sinaforum, Sinosfere, Caratteri Cinesi e naturalmente il portale degli Istituto Confucio in Italia i quali a partire dal 2005 operano ciascuno in partenariato con un’università italiana (ad esempio, la prima collaborazione è avvenuta con La Sapienza di Roma) su iniziativa dell’Ufficio nazionale di promozione della lingua cinese Hanban e dell’Ufficio d’Istruzione dell’ambasciata cinese nel nostro paese.

Su questi siti, ad esempio, a volte si possono trovare pubblicate traduzioni di sequenze di romanzi cinesi contemporanei, qualche novella, e testi di carattere autobiografico.

Tuttavia il contributo più significativo per colmare le lacune conoscitive del fenomeno letterario made in China è attualmente offerto dalla rivista in forma di ebook intitolata Caratteri . Nasce nel 2014 per iniziativa della rivista Renmin wenxue (Letteratura del Popolo) e scandaglia l’oceanica produzione letteraria contemporanea cinese traducendo, a volte con testo originale a fronte racconti e poesie spesso ancora inediti in Italia. Dunque è pubblicata a Pechino, ha cadenza annuale o semestrale, si avvale di una équipe di  curatori e traduttori italiani e cinesi di vaglia, è distribuita da Amazon. E’ un ponte che usa la lingua italiana per diffondere da noi la conoscenza della cultura cinese e per provare a superare le diffidenze e le pigrizie che l’opinione pubblica mostra verso quel “rompicapo” che è sempre risultato essere il mondo cinese. D’altra parte per convivere con i han (che sia un affare eccellente, oppure una necessità inderogabile) bisogna accettare di ricevere da loro non meno di quanto si dia e incontrarsi a metà strada.

È quanto ha lasciato intendere Zeng Shaomei, rappresentante della più potente casa editrice della Repubblica popolare Cinese, la  People’s Literature Publishing House (Renmin wenxue chubanshe) nell’incontro organizzato a marzo di quest’anno dall’Istituto Confucio di Milano per promuovere il primo volume di un innovativo progetto editoriale condiviso con la casa editrice milanese “nottetempo”. Gli insaziabili. Sedici racconti tra Italia e Cina, a cura di Patrizia Liberati e Silvia Pozzi, è stato l’apripista italiano, ma in queste settimane lo stesso libro sta per uscire anche nel grande paese asiatico con il titolo: Chao 166: Shi se. Esso fa riferimento sia al vero e proprio indirizzo della casa editrice a Pechino sia al significato di “onda” presente nel vocabolo chao; appunto si vorrebbe creare un’onda che lambisca due sponde di civiltà, Italia e Cina, affinché queste culture possano rispecchiarsi l’una nell’altra, e collegarsi più strettamente. I curatori di questa antologia hanno selezionato un numero di otto scrittori significativi del panorama contemporaneo dell’uno e dell’altro paese, sollecitandoli a comporre i loro testi sul rapporto cibo e amore.

Zhang Yueran, testimonial del libro nel quale è presente con un racconto intitolato Mille e una notte, è stata l’ospite d’onore nella tournée milanese per il lancio dell’iniziativa editoriale.

Nata nel 1982 nella provincia dello Shandong, ci tiene a sottolineare che è una docente presso la Scuola di Letteratura della Università del Popolo di Pechino, e di non essere dunque una scrittrice a tempo pieno come, ad esempio, i connazionali Mo Yan, Yu Hua e altri. Ha, però, iniziato molto giovane a scrivere, fin dai tempi del liceo. Ma non aveva ancora percepito essere quella la sua strada. Così anche sollecitata dalla famiglia, con una borsa di studio, si iscrisse alla facoltà di informatica della università di Singapore. Essendo una città profondamente noiosa, dove la vita è vissuta soprattutto in funzione del guadagno, della carriera e degli affari, ben diversa da Milano che Zhang ha trovato varia, piena di divertimenti e a misura d’uomo, nei momenti di pausa dallo studio si rimise a scrivere interiorizzando la sua vita. Gli esordi letterari agli inizi degli anni duemila furono subito positivi perché soprattutto il pubblico giovanile apprezzò i suoi libri, diversi dalla produzione mainstream  di romanzi a sfondo storico o sociale.

Anche lei come altri scrittori definiti in Cina jiulinghou o balinghou, cioè “la generazione dei figli unici”, la generazione nata dopo gli anni ottanta (per approfondire suggerirei il libro di Marco Fumian, Figli unici. Letteratura, società e ideologia nella Cina contemporanea, Ca Foscarina 2012) ha puntato nella fase di avvio della sua produzione narrativa su temi vicini alle giovani generazioni (la difficoltà di trovare un lavoro stabile nelle grandi città, le relazioni interpersonali o familiari, le storture del sistema scolastico ecc.). L’unica traduzione italiana, di Camilla Dina, disponibile di un testo che possa testimoniare questa fase della sua scrittura, è stata pubblicata su Caratteri Cinesi. Il titolo della novella, La redenzione dei fiori di pesco – Taohua jiu shu, allude poeticamente alle attese e ai dubbi di una adolescente che vorrebbe aprirsi all’amore, ma è angosciata dalla vicenda che il suo idolo canoro ha subito perché violentata da un ammiratore folle. Infine i petali del pesco per lei potranno metaforicamente scendere su un bianco lenzuolo di lino, quando incontrerà il giovane che la fa innamorare.

Gli autori occidentali che all’inizio, nel periodo di Singapore, l’hanno influenzata sono stati quelli di lingua inglese, come Angela Carter, Jeanette Winterson, Virginia Woolf. Lo confermano i due racconti inseriti nel 2004 dalla scrittrice nel libro (non ancora pubblicato in Italia)  Dieci amori – Shi ai . Essi sono stati tradotti in italiano da Stefania Stafutti: L’arpa, ovvero della diavolessa dalle ossa bianche (in Caratteri 2015) e da Claudia Carella: Il fantasma della città di Sushui (per la sua tesi di laurea).

Zhang Yueran non ha trascurato nel corso del tempo di leggere anche autori italiani come Pirandello e Calvino. Fra i contemporanei apprezza Alessandro Baricco ma soprattutto Elena Ferrante, che in questo momento gode di grande fama in Cina. Le piacciono i caratteri dei personaggi femminili che la scrittrice napoletana propone, e confessa che vorrebbe avvicinarsi al suo tipo scrittura: forte e nello stesso tempo profondo psicologicamente .

Non si identifica in un genere letterario specifico, né tantomeno si lascia attrarre da quello attualmente più in voga, cioè la scrittura sul web (wangluo wengxue) o online. Questi testi è vero che si vendono molto (anche 1 milione di copie), vengono letti ovunque e facilmente grazie a smartphone e i-pod,  vengono scritti a puntate riuscendo come una soap opera a coinvolgere e legare i lettori alla vicenda che raccontano. Spesso poi vengono trasformati con successo in sceneggiature per serial televisivi o qualcuno anche editato in forma cartacea. Ma sono carenti nello stile, che è invece una  costante preoccupazione di Zhang.

La protagonista del racconto presente ne Gli insaziabili non è davvero innamorata dell’uomo, molto più anziano, al quale, all’apparenza per un capriccio, si concede. Lei è una “chiaroveggente, legge il corpo”. Desidera dunque “quel” corpo per leggerne la storia e per cercarne le verità nascoste. C’è dunque in Mille e una sera un sottotesto che va colto e che rivela le profonde motivazioni allo scrivere dell’autrice. La sua missione ha un alto profilo: rivelare la verità delle storie, della Storia. Come d’altra parte lei stessa nel dialogo con il pubblico ha confermato: i suoi interessi come scrittrice hanno subito una evoluzione in questi ultimi anni e ora sono rivolti a raccontare le grandi trasformazioni che il suo paese ha vissuto in questi decenni, con la volontà di capire come le vicende storiche abbiano influito sulla generazione dei padri e su quella dei figli.

La morte del padre, l’uccisione dei padri ricorre come tema “forte” anche nei pochi ma intensi racconti di lei fin qui tradotti in italiano. In Xiao Ran (tradotto da Claudia Carella), la figlia con questo nome è spinta ad uccidere un padre pittore dispotico ed egocentrico, perché è da lui segregata in casa e pretende che lo accudisca nella vecchiaia, rinunciando a frequentare i coetanei.

Zhang Yueran confessa che è una donna cresciuta in una regione, lo Shandong, in cui l’elemento maschile ha spesso frenato il desiderio di affermazione della componente femminile nella società, e quindi in questi racconti della sua prima fase creativa, ha voluto rivendicare con forza  la piena emancipazione del proprio sesso. Inoltre un elemento “patologico”, un disagio dell’individuo alimentavano la rappresentazione del duro scontro generazionale. Ora sembra propensa ad offrire una visione più equilibrata della Realtà: forse è giunto, con la maturità artistica, anche il momento di raccontare della riconciliazione con il padre, con i padri?

Ritornando brevemente all’antologia Gli insaziabili, essa offre l’opportunità di arricchire la lista di narratori cinesi nati dopo il 1976: infatti oltre al già citato A Yi, che con Il banchetto della giustizia, ripropone il registro pulp in molte crude scene al centro di una squallida vicenda di sesso, ma le chiude con uno sguardo dolente verso il dramma umano che ignavia e futilità dei personaggi hanno innescato; ci sono soprattutto Ge Liang (1978), autore che attualmente vive a Hong Kong, e Wen Zhen (1982), la più giovane, ma assai valente, del gruppo. Se il primo in Neoguri imbastisce una storia d’amore a lieto fine ambientandola nel famelico mondo degli advertising consultants, e ci dà anche un ironico quadro della società multietnica di Hong Kong; l’altra in L’anguria, fa ritrovare la speranza nel futuro e il desiderio di amarsi ad una coppia del ceto medio urbano cinese, che ha dovuto troppo presto abbandonare i solidi ideali della giovinezza e tentare in maniera deludente la rincorsa al benessere materiale.

Volendo usare la potente metafora dello scrittore Wang Meng, che riprendeva una frase tratta dal  capolavoro del romanzo “classico” cinese, La storia delle spiagge (Shui-hu chuan) , la letteratura contemporanea in Cina, anche quella delle giovani leve, si conferma non essere un sonnifero inserito in panini fatti con carne umana e serviti in locande malfamate, ma un corpo che continuamente si rigenera e non teme di mostrare anche lo splendore delle sue cicatrici.

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Viviamo nel mondo immaginato da William Faulkner https://minimaetmoralia.it/approfondimenti/viviamo-nel-mondo-immaginato-da-william-faulkner/ https://minimaetmoralia.it/approfondimenti/viviamo-nel-mondo-immaginato-da-william-faulkner/#comments Wed, 11 Mar 2015 19:20:20 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=25801 Avevo pubblicato questo pezzo su Internazionale a fine dicembre. Lo posto anche sulla nostra amata m&m a pochi giorni dal "discorso di Selma" pronunciato da Barack Obama qualche giorno fa.

Quando, il 9 agosto 2014, il diciottenne afroamericano Michael Brown è stato ucciso da un agente di polizia mentre, disarmato, camminava per le strade di un sobborgo di St. Louis – un altro agente a Phoenix ha ucciso il 2 dicembre il trentaquattrenne Rumain Brisbon, afroamericano, anche lui disarmato; stesso destino per il dodicenne afroamericano Tamir Rice, ucciso dalla polizia di Cleveland il 22 novembre mentre giocava a guardie e ladri con una pistola finta, ennesima vittima della secolare lotta degli Stati Uniti contro il proprio cuore di tenebra ­–, il pensiero di chi fruga nelle viscere della grande letteratura per avere una profonda interpretazione del presente è volato con troppa fretta al Buio oltre la siepe.

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Avevo pubblicato questo pezzo su Internazionale a fine dicembre. Lo posto anche sulla nostra amata m&m a pochi giorni dal “discorso di Selma” pronunciato da Barack Obama qualche giorno fa.

Quando, il 9 agosto 2014, il diciottenne afroamericano Michael Brown è stato ucciso da un agente di polizia mentre, disarmato, camminava per le strade di un sobborgo di St. Louis – un altro agente a Phoenix ha ucciso il 2 dicembre il trentaquattrenne Rumain Brisbon, afroamericano, anche lui disarmato; stesso destino per il dodicenne afroamericano Tamir Rice, ucciso dalla polizia di Cleveland il 22 novembre mentre giocava a guardie e ladri con una pistola finta, ennesima vittima della secolare lotta degli Stati Uniti contro il proprio cuore di tenebra ­–, il pensiero di chi fruga nelle viscere della grande letteratura per avere una profonda interpretazione del presente è volato con troppa fretta al Buio oltre la siepe.

Al centro del capolavoro di Harper Lee c’è la vicenda di un afroamericano accusato ingiustamente di aver stuprato una ragazza bianca. Solo che – al contrario dei recenti fatti di cronaca – al termine del romanzo il vero colpevole viene smascherato, la pace sociale riconquista la cittadina dell’Alabama che fa da sfondo alla vicenda, l’indimenticabile Atticus Finch (il saggio avvocato antirazzista, padre dell’io narrante Scout) si candida a coscienza futura di un paese in cui saranno sempre meno le persone come miss Gates, maestra nella scuola di Scout, fervente antinazista (il romanzo è ambientato negli anni trenta) e tuttavia contraria all’uguaglianza tra bianchi e neri. Il buio oltre la siepe è un piccolo pilastro del novecento in cui la grazia della narrazione confonde a volte il reale con l’auspicabile.

Ecco allora che non l’ombra della pur maiuscola Harper Lee si allunga sul presente, ma quella – ancora più vasta, meravigliosamente ambigua, e più difficile da gestire – di William Faulkner. Con la forza dei suoi racconti, la prosa ricchissima, i paradossi ancora più difficili da digerire in tempi corrosi da nuove barbarie e vecchio politically correct (il costante ritrovare, proprio in fondo al pozzo del Male, conferme preziose sull’indistruttibilità dell’uomo) è William Faulkner il convitato di pietra di molte tra le narrazioni più interessanti degli ultimi anni.

Dopo un periodo di lieve eclissi (la latenza in cui entrano i classici per consentirci, tempo dopo, di capire all’improvviso quanto il paesaggio circostante sia modellato dal loro movimento sotterraneo, cosicché ci sorprendiamo ad abitare ancora una volta il loro mondo, ma in maniera diversa dai lettori che ci hanno preceduto), è almeno dall’inizio dei novanta che quasi tutti i grandi scrittori contemporanei nei quali vibri una corda epica ammettono con gioiosa serenità il loro debito nei confronti di Faulkner. Ma anche film, serie televisive, album musicali continuano a trarre alimento dalla fonte di questo gigante. E sulle pagine culturali dei quotidiani, sulle riviste specializzate, il suo nome viene citato ormai come un modello quasi impossibile da raggiungere, e tuttavia indispensabile per chi voglia ritrovare la strada delle grandi narrazioni.

Ma a cosa si deve la travolgente attualità di questo scrittore così inattuale?

Da una parte il racconto della provincia, non solo meridionale.

Molti anni prima del Faulkner’s revival, fu Gabriel García Márquez a confessare quale importanza ebbe per lui la scoperta dello scrittore di New Albany. Poco più che ventenne, il giovane Gabriel non riusciva a trovare la propria voce. Scriveva racconti che ricalcavano le parabole di Kafka, ma tutto ciò che usciva dalla macchina da scrivere aveva un sapore poco autentico. Fino a quando (siamo all’inizio degli anni cinquanta) due eventi concomitanti sbloccarono la situazione: la lettura di Luce d’agosto e Assalonne Assalonne!, e il fatto di accompagnare la mamma in visita ad Aracataca, paesino in cui García Márquez era nato.

Lì, finalmente, la rivelazione: “Era come se quello che vedevo fosse già stato scritto, e tutto quello che dovevo fare era sedermi e copiare quanto era già lì, e che io stavo solo leggendo. Per ragioni del tutto tangibili ogni cosa si era trasformata in letteratura: le case, la gente e i ricordi. Solo una tecnica come quella di Faulkner mi avrebbe consentito di scrivere quello che vedevo. L’atmosfera, la decadenza, il calore del piccolo villaggio erano più o meno le stesse di quelle che avevo provato in Faulkner”. Senza Yoknapatawpha (la contea immaginaria nello stato del Mississippi in cui Faulkner ambienta le sue storie) non sarebbe mai nata Macondo.

Non è un caso se certe albe cineree venute fuori dalla penna di Faulkner quasi cent’anni fa sono quelle che attendiamo con paura in certe notti insonni controllando l’ora sul telefonino

Chi voglia emanciparsene, tradisce con coraggio i suoi maestri sulle corde dell’inclinazione personale – di contro, i detrattori del “realismo magico” considerano Macondo una sorta di Faulkner senza caffeina. Sin troppa durezza ci ha messo invece Cormac McCarthy, forse lo scrittore che negli ultimi anni meglio ha sfidato Faulkner sulla punta più vertiginosa del suo terreno: calare le Scritture, la provincia e un certo arcaismo in una lingua letteraria (e un sentimento) di estrema complessità, col risultato di scaraventare ciò che altrimenti suonerebbe antiquato in una dimensione futura, più avanzata rispetto a ciò che succede ogni giorno tra i grattacieli di New York, Hong Kong, Dubai – in La Strada non è un caso che Genesi e romanzo di fantascienza si incrocino di continuo; e meno ancora è un caso se certe albe cineree venute fuori dalla penna di Faulkner quasi cent’anni fa (”Il giorno albeggiava squallido e freddo, una mobile muraglia di luce grigia che veniva da nord-est e che, invece di sciogliersi nell’umidità, pareva disintegrarsi in granelli minuti e velenosi”) sono quelle che attendiamo con paura in certe notti insonni controllando l’ora sul telefonino.

Il premio Nobel cinese Mo Yan dichiara spesso nelle interviste che Faulkner (e in seconda battuta García Márquez) è lo scrittore che in assoluto l’ha influenzato di più. E l’ultimo Nobel statunitense per la letteratura, Toni Morrison, continuamente accostata a Faulkner, potrebbe essere la discendente ormai del tutto emancipata di Dilsey, l’autorevole domestica afroamericana della disastrata famiglia Compson in L’urlo e il furore. Ammiratore di Faulkner era Roberto Bolaño (il suo Messico popolato da scheletri danzanti, come quello di Malcolm Lowry, condivide l’oscura radice dalla quale fioriscono alcuni inquietanti personaggi del nostro), così allo stesso modo da Faulkner ha dovuto smarcarsi (altro premio Nobel) Alice Munro, la quale si è guadagnata la propria inconfondibile voce frapponendo tra sé e l’austera – e a volte comica – ieraticità protestante che risale tra i glicini di Yoknapatawpha, il cattolicesimo di Flannery O’Connor.

Se si passa dalla pagina scritta allo schermo, il Mississippi di Faulkner è evidente nella Lousiana di True Detective. Per non parlare di cos’è stata la New Orleans riletta da David Lynch in Cuore selvaggio. E il miglior Clint Eastwood degli ultimi vent’anni (Gli spietati, Mystic River) non ha dovuto anche lui pagare un simile tributo?

In tutto questo si può leggere un riflesso del declino delle metropoli in molte delle più influenti narrazioni (non solo letterarie) degli ultimi vent’anni anni. Alice Munro, Mo Yan, Bolaño, McCarthy, Toni Morrison, Elizabeth Strout: raccontano tutti la provincia, o al massimo i margini delle metropoli. Sembrano molto lontani i tempi di Colazione da Tiffany o di Manhattan Transfer (e ancor più la Chicago bizantina di Bellow, la Parigi di Balzac e Benjamin, la Berlino di Döblin, la Vienna di Musil; così come, tornando negli Stati Uniti, Newark o i villaggi sperduti del New England, e non New York, alimentarono il periodo magico di Philip Roth). L’ultimo cantore di New York come centro del mondo è forse allora il Bret Easton Ellis di American Psycho, ma lì c’è anche un punto di non ritorno.

Cosa può essere successo?

Rivelatorio, in tal senso, è un articolo che David Byrne pubblicò nel 2013 sul Guardian. Secondo l’ex cantante dei Talkng Heads, New York starebbe perdendo l’energia creativa avuta per oltre un secolo perché sta diventando sempre più sfrenatamente una città per ricchi. Gli artisti non possono più abitarci, la middle class ne è espulsa, il centro cittadino è più un luogo consacrato alla pubblicità e allo shopping che non a una vera esperienza di vita, o all’incontro tra diversi. Il concetto vale per altre città. Il potere, che in tante metropoli aveva giocato una partita appassionante con chi ne era ai margini, dando vita a inesauribili narrazioni (scontri, scalate sociali, mescolamenti, promiscuità, ribaltamenti), è come se in determinati contesti si fosse preso tutta la scena. È la logica dell’1 per cento così vincente in questo primo scorcio del ventunesimo secolo. E il potere, quando manca di contraltari, è simile all’occhio del ciclone che travolge tutti gli altri: vale a dire un luogo di stasi, un posto morto in cui non accade nulla che la letteratura ritenga degno di essere raccontato.

Ovviamente anche nelle metropoli si consumano le passioni di sempre. Solo, la griglia narrativa attraverso cui dovrebbero prendere corpo risulta depotenziata quanto più le variabili (la corsa verso il successo di Julien Sorel in Il rosso e il nero è più difficile in tempi di mobilità sociale ridotta al lumicino; allo stesso modo nessuno può lottare per la sopravvivenza in un luogo dove si entra solo con carta di credito senza limiti di spesa) crollano via via che il centro del potere non ammette contaminazioni. Il teatro della vita si sposta altrove, la letteratura non può che inseguirlo. Ecco allora che giganti come William Faulkner torniamo a vederli come fratelli maggiori.

Scossi da sentimenti, ambizioni, e paure che in certi contesti non trovano più le sponde necessarie ad acquisire la dimensione (per esempio letteraria) che ci consentirebbe di viverli fuori dall’angoscia di un’emotività priva di forma, sentiamo prossime storie in apparenza lontanissime. Non siamo avventurieri come il Thomas Sutpen di Assalonne, Assalonne! (il quale arrivò a Jefferson facendosi precedere da un carico di “negri nudi e selvaggi” che sconvolsero i residenti con la loro semplice presenza, pronto a costruire dal nulla il proprio impero sul più oscuro e inconfessabile dei segreti); non condividiamo il destino di Christmas, nero di pelle bianca, in fuga dalle proprie origini in Luce d’agosto; non abbiamo né avremo mai il problema di trasportare su un carrettino malmesso, insieme a tutta la famiglia, la nostra mamma appena deceduta per condurla verso l’ultima destinazione in un viaggio avventuroso nel cuore di un luglio torrido, sconvolto da terribili inondazioni; né mai saremo ossessionati come il Quentin Compson di L’urlo e il furore – forse il miglior epigono di Amleto mai apparso a tre secoli dall’originale –, il quale “amava non il corpo della sorella ma un certo concetto di onore dei Compson precariamente e (lo sapeva bene) solo provvisoriamente sostenuto dalla piccola e fragile membrana della sua verginità come una copia in miniatura dell’intero vasto globo della terra può stare in equilibrio sul naso di una foca ammaestrata. Che amava non l’idea dell’incesto che non avrebbe commesso, ma un certo concetto presbiteriano della sua eterna punizione”, tanto da arrivare a uccidersi per questo.

Il Mississippi del 1930, insomma, non ci appartiene. La contea di Yoknapatawpha (che di quel Mississippi è la trasfigurazione faulkneriana) invece sì, e in maniera potente – cambiato negli ultimi anni con violenza il paradigma su cui le nostre vite sono costrette a regolarsi, esattamente come l’Harry di Palme selvagge ci sentiamo chiamati a dover scegliere ogni giorno tra il dolore e il nulla.

A questo concorre anche la fine del postmoderno. Il tramonto di un mondo in cui il proliferare delle interpretazioni può fare a meno di una verità (poiché la verità, con la sua terribile forza, può a volte anche ingannarci restando in via del tutto temporanea in una dimensione sospesa, com’è accaduto almeno in parte in Europa occidentale e Stati Uniti tra gli anni ottanta e la fine dei novanta), ma soprattutto l’assenza di speranze di un mondo che molti grandi scrittori postmoderni hanno letto per errore con le lenti di una sorta di marxismo privo di escatologia (un mondo cioè perfettamente mappabile ma non modificabile, nemmeno attraversabile in verticale; insomma, una visione che in modo involontario presta il fianco all’Avversario) ha fatto sì che narrazioni come quella di Faulkner (e delle Toni Morrison, dei Roberto Bolaño, dei Cormac McCarthty… così tragiche e spinose ma così umane) ci ridessero di nuovo respiro e prospettiva, oltre che dignità.

In questo modo, tornando per esempio alla questione degli afroamericani, il mondo di Faulkner è più simile alla realtà rispetto a quello di Harper Lee. È molto più ambiguo e angosciante, perché non traccia una separazione netta tra razzisti e antirazzisti. Molti abitanti bianchi della contea di Yoknapatawpha disprezzano i neri nella misura in cui provano per essi meraviglia e stupore, fin quasi – proprio nel fondo dell’odio ­– a riconoscere dentro gli sguardi degli ex schiavi un elemento di superiorità e di bellezza intollerabile, e in se stessi una brama spaventosa di possesso o annientamento. È da qui che nasce il sentimento di paura che alla fine di Assalonne, Assalonne! porta persino un personaggio tranquillo come Shreve a fare un discorso in cui, in maniera paradossale, viene quasi profetizzato l’arrivo di un personaggio come Obama: “Io penso che col tempo i Jim Bond finiranno di conquistare l’emisfero occidentale. Certo non sarà proprio la nostra epoca e certo mentre si diffonderanno verso i poli sbiancheranno daccapo alla maniera dei conigli e degli uccelli, in modo che non spiccheranno tanto nettamente sulla neve. Ma saranno sempre Jim Bond; e così in poche migliaia di anni, io che ti guardo sarò disceso anch’io dai lombi di re africani. Adesso voglio che tu mi dica solo un’altra cosa. Perché odi il sud?”.

È questo, l’altro grande argomento di William Faulkner. Non tanto il sud in sé, ma una terra e una comunità che (come quasi tutti i Sud del mondo) sembra dover scontare in eterno le conseguenze di una ferita originaria. Per la terra di Faulkner questa ferita era anche una colpa e una vergogna e una sconfitta irreversibile – vale a dire la guerra di secessione (”Anni fa noialtri del sud facemmo delle nostre donne altrettante dame. Poi venne la guerra e fece delle dame altrettanti spettri. E così che altro possiamo fare noi, da gentiluomini che siamo, se non ascoltare loro, da spettri che sono?”). In Faulkner i vivi e i morti dialogano continuamente tra di loro, e i fantasmi sono di casa. In certe pagine si ha addirittura l’impressione che lo scrittore parli da dopo morto, tanto è vasta la sua voce (”Da un po’ dopo le due sin quasi al tramonto del lungo immoto afoso estenuato morto pomeriggio di settembre rimasero seduti in quello che Miss Coldfìeld chiamava ancora l’ufficio perché così l’aveva chiamato suo padre – una buia stanza calda senz’aria con le persiane tutte chiuse e inchiavardate da quarantatré estati perché quand’era ragazza lei qualcuno era convinto che la luce e l’aria mossa portassero calore e che al buio facesse comunque più fresco, una stanza che (come il sole andava battendo sempre più piano su quel lato della casa) si zebrava di lame gialle dense di pulviscolo che Quentin pensava formato di minuscole scaglie della stessa vecchia vernice rinsecchita e morta in via di scrostarsi dalle persiane e sospinta all’interno come dalla forza del vento”). Ma, esattamente come accade con Edipo al cuore della letteratura tragica, è proprio una colpa e una ferita originaria a donare (oltre al dolore e alla vergogna) una consapevolezza e una profondità di visione che i fortunati abitatori dei mondi senza peccati imperdonabili non hanno. E questo, la letteratura del politicamente corretto (o del più stupido nichilismo, che ne è l’altro lato della medaglia) non arriva purtroppo a comprenderlo.

Infine. Solo chi ha un sentimento così tragico dell’esistenza, può avere altrettanta fiducia nel nucleo irriducibile dell’uomo. Il breve commovente discorso con cui Faulkner accettò il Nobel nel 1950 è emblematico. “Mi rifiuto di accettare la fine dell’uomo”, scrisse a un certo punto, “è fin troppo facile dire che l’uomo è immortale perché destinato a resistere: che quando l’ultimo din don del giudizio universale risuonerà svanendo dall’ultima inutile rupe sporgentesi sull’assenza di mare, nell’ultima sera rossa e morente, anche allora un suono resterà: quello della sua flebile ma inesausta voce che continua a parlare. Mi rifiuto di accettarlo. Io credo che l’uomo non si limiterà a resistere: egli prevarrà. Egli è immortale, non perché solo tra tutte le creature ha una voce che non si esaurisce, ma perché ha un’anima, uno spirito capace di compassione, di sacrificio e di resistenza. Il compito del poeta, dello scrittore, è di scrivere di queste cose”.

A chiunque, figlio di nessun tempo, convinto che disprezzo e sarcasmo siano le credenziali da incidere sulla linea tratteggiata dei documenti per avere cittadinanza del ventunesimo secolo, consiglio di volgere lo sguardo altrove. Chiunque, figlia o figlio del ventunesimo secolo, ritenga che nessun tempo meriti di negare all’uomo almeno una speranza, troverà in William Faulkner una splendida compagnia.

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Parlare dello Strega parlando dei libri dello Strega – prima puntata: “Resistere non serve a niente” https://minimaetmoralia.it/libri/parlare-dello-strega-parlando-dei-libri-dello-strega-prima-puntata-resistere-non-serve-a-niente/ https://minimaetmoralia.it/libri/parlare-dello-strega-parlando-dei-libri-dello-strega-prima-puntata-resistere-non-serve-a-niente/#comments Mon, 24 Jun 2013 21:51:11 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=14735 di Christian Raimo e Francesco Longo CR Eccomi, Francesco. Allora ho finito di leggere ieri il libro di Walter Siti, Resistere non serve a niente; l’ho letto in un tempo dilatato, fratto, ma non soltanto perché così è capitato, ma anche perché è stato il romanzo stesso – ho capito a un certo punto – che […]

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di Christian Raimo e Francesco Longo

CR Eccomi, Francesco. Allora ho finito di leggere ieri il libro di Walter Siti, Resistere non serve a niente; l’ho letto in un tempo dilatato, fratto, ma non soltanto perché così è capitato, ma anche perché è stato il romanzo stesso – ho capito a un certo punto – che induceva a questa dilatazione. Per il suo andamento digressivo, associativo, accumulativo, mimetico a una materia sfarinata. In fondo di cosa parla R.n.s.a.n.? Parla della vita di Tommaso Aricò, un autodefinitosi bankster (un operatore finanziario feroce), trentacinquenne, ex genio matematico, ex obeso, figlio di una famiglia povera vicina alla mafia (con un padre in galera). Lui si arricchisce, passa da una relazione a un’altra con donne che ha difficoltà a amare, si entusiasma per la crescita del suo fondo d’investimento, si deprime, spiega come funziona il mondo del denaro (quello della finanza legale e quello dei soldi sporchi, che poi si dice che alla fin fine è un unico mondo). Ma seguire la vita di una persona radiografandola, non vuol dire farne una drammatizzazione. Per questo parla soprattutto di come l’autore (Walter Siti in una delle sue performance mimetiche, appunto) si immerge in questo mondo, come lo ridescrive a tal punto da farlo diventare paradigma, della società, della condizione umana, etc…

Ho sempre trovato Siti esemplare, la sua fluidità sulla pagina invidiabile nella sua naturalezza: ma qui in R.n.s.a.n. questa sua bravura (non lo chiamerei talento) mostra anche quali sono i suoi limiti. Ancora oggi stavo leggendo recensioni tutte superelogiative: l’ultima quella di Alessandro Beretta su Book Detector; una lunghissima di qualche mese fa – un saggio vero e proprio – di Andrea Cortellessa su Doppiozero. Non potevo che essere d’accordo con entrambe le recensioni sulle lodi allo stile etc…, ma mi discostavo su un punto fondamentale. Questo R.n.s.a.n. è un libro non riuscito perché ha delle premesse narrative che si rivelano deboli. Il primo limite è quello di fare della saggistica invece di fare della narrazione. Siti vuole catalogare il mondo, come un Flaubert, come un Balzac, come uno scrittore “realista” (dove realista, capiamo bene nel suo pamphlet Il realismo è l’impossibile, sta proprio per il suo opposto, direi che sta per onnicomprensivo, famelico, bulimico, che si accaparra e distorce il mondo); ma l’ossessione che fa di questo catalogo un’autopsia e non un rito è quella per il controllo. Siti non si limita a voler padroneggiare i suoi personaggi, ma vuole controllare le reazioni del lettore. Ed è per questo che depotenzia se stesso.

Ti faccio un esempio. A pag. 287 (siamo alle pagine finali: il personaggio di Tommaso sta subendo uno sorta di crollo: da uomo con la fortuna in pugno, ora c’è qualcosa che gli sfugge, la sua imbattibilità comincia a incrinarsi) Tommaso incontra due ragazzine che si divertono a fare le pazze: pisciano davanti a un ristorante di lusso. Vengono umiliate, e Tommaso si avvicina a loro, volendogli invece mostrare la sua complicità. Ma loro rispondono al contrario.

“Lo sputo arriva di sbieco, più denso e vischioso di quanto ci si potrebbe attendere da una ragazzina di quell’età; la traiettoria è dal basso verso l’alto e non raggiunge il viso di Tommaso, gli sfiora il mento ricadendo sulla spalla della giacca. Come se fosse la clausola finalmente trovata, la licenza di una fine di un componimento, le due amiche si confondono tra i turisti – quell’istante di desiderio e sì, di soggezione, che il ricco maiale ha avuto negli occhi ha trasmesso loro la superiorità necessaria per abbandonare il luogo della rivoluzione e dello scorno. Quanto a Tommaso più delle auto in fiamme e dei cartelli stradali usati come arieti, quell’umidore carnale è il marchio a fuoco della giovinezza finita e di una progressiva, inquietante, perdita di lucidità. 

Una scena così potente, uno sputo che ti arriva di sbieco da due ragazzine, non ti sembra depotenziata da questo gusto manierista di trovare una definizione emotiva e simbolica, di dare a chi legge non solo quello che desidera ardentemente (i simboli) ma anche le chiavi dei simboli, che non vorrebbe avere, almeno non così in fretta, che vorrebbe costruirsi da sé, o godere di questa mancanza?
Il secondo limite te lo dico dopo.

 

FL Hai letto il libro in un “tempo dilatato” perché il romanzo è «digressivo”. Lo scoglio più grande invece io l’ho trovato nella prima pagina, dov’è parcheggiato un “camioncino Iveco”. Lasciato lì di traverso mi ha respinto, mi impediva di procedere oltre. Per me il camioncino Iveco è un perfetto correlativo oggettivo del realismo di Walter Siti. Quando vedo un camioncino Iveco sulla soglia di un libro, lascio ogni speranza, prima di entrare.

Promette subito di portare il lettore nell’ennesimo reportage dallo squallore della realtà, quell’attrazione verso la miseria umana e urbanistica che fa dirigere tutti i narratori di Siti inevitabilmente verso varie forme di periferie, culturali, morali, estetiche («tenta di vomitare piantandosi in gola uno scopettino del cesso»), tra i borgatari che grugniscono in dialetto. Nella nota alla fine del libro Siti scrive: «La mia fascinazione per il male è oscura anche a me stesso». Lo so che per Siti il male non è la periferia, i camioncini Iveco o il dialetto, ma se lui non sa da dove gli viene quella  fascinazione, un’idea io comincio a farmela.

Confesso che non ho mai capito che cosa intenda Siti per realismo. Ma so che superato il camioncino Iveco ho poi incontrato Sgarbi, la Balivo, Antonio Franchini di Mondadori, Carlo Rossella, la D’Urso, termini come “sellerone”, “precari”, “toyboy”, “pulciari”… Resistere non serve a niente sprigiona un’ansia micidiale nel voler descrivere il nostro presente, in modo definitivo, e sono serio quando penso che nella copertina dei libri avvelenati da questo intento andrebbe aggiunta la fascetta con scritto: «Da leggersi preferibilmente entro il 2013». Non restano.

Per questo non tirerei fuori Flaubert o Balzac, che avevano a cuore per prima cosa l’animo umano e che da lì, per cerchi concentrici, raccontavano il mondo. Se pensi a Le rane di Mo Yan, per dire un libro appena uscito, sul controllo delle nascite in Cina – quindi sulle tragedie della coscienza, i rimorsi, la sacralità della vita, il destino, la colpa -– ti accorgi che ci sono temi che resistono al tempo e che tutto il resto è destinato all’oblio.

Prima di andare avanti ho subito delle domande. Hai trovato almeno una frase bella in tutto il libro? Te lo chiedo perché io non ne ho trovata neanche una. E mi domando come fai a dire, rispetto alle recensioni positive che hai letto: «Non potevo che essere d’accordo con entrambe sulle lodi allo stile». Lodi sullo stile? Non mi sembra un caso che poi non citi neanche una frase per mostrare questo lodevole “stile”.

Altra domanda. Perché tutti quelli che parlano bene di R.n.s.a.n. parlano soprattutto degli altri libri di Siti? Mi chiedo: se questo libro lo avesse scritto un altro scrittore credi che saremmo qui a discuterne? Siamo qui a discuterne perché molto probabilmente vincerà il Premio Strega. Da quando lo Strega è diventato un premio alla carriera?

Abbiamo già scritto migliaia di caratteri su Siti e ancora non è uscito fuori il nome di Pasolini; è un record.

Leggi il resto qui.

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L’angelo sterminatore di Mo Yan https://minimaetmoralia.it/libri/recensione-le-rane-mo-yan/ https://minimaetmoralia.it/libri/recensione-le-rane-mo-yan/#respond Fri, 14 Jun 2013 13:47:40 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=14630 Questo pezzo è uscito su Europa.

Vita e morte nel romanzo dello scrittore cinese Mo Yan. L’ultimo libro del premio Nobel 2012 si intitola Le rane (Einaudi) e potrebbe stare accanto a quei classici della letteratura che hanno raccontato i dilemmi morali che lacerano la coscienza dell’umanità.

Letteratura etica: quella che ama gli abissi, la luce e tutte le ombre che si agitano nel mezzo. Le storie bibliche e quelle di Euripide, fino a Dostoevskij, Faulkner o Camus. Queste, le tappe che indicava Abraham Yehoshua in un libro in cui percorreva la letteratura mondiale sulla scia delle riflessioni morali (Il potere terribile di una piccola colpa, Einaudi). Letteratura attratta dagli inferi eppure sempre a caccia di redenzione.

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cinesi

Questo pezzo è uscito su Europa.

Vita e morte nel romanzo dello scrittore cinese Mo Yan. L’ultimo libro del premio Nobel 2012 si intitola Le rane (Einaudi) e potrebbe stare accanto a quei classici della letteratura che hanno raccontato i dilemmi morali che lacerano la coscienza dell’umanità.

Letteratura etica: quella che ama gli abissi, la luce e tutte le ombre che si agitano nel mezzo. Le storie bibliche e quelle di Euripide, fino a Dostoevskij, Faulkner o Camus. Queste, le tappe che indicava Abraham Yehoshua in un libro in cui percorreva la letteratura mondiale sulla scia delle riflessioni morali (Il potere terribile di una piccola colpa, Einaudi). Letteratura attratta dagli inferi eppure sempre a caccia di redenzione.

Protagonista del romanzo di Mo Yan è la ricerca del Bene, incarnata da Wan Xin, donna di straordinaria determinazione e ignara di essere alla ricerca di qualcosa. Forte e sola, è la zia del narratore. Per la prima parte della vita è un’ostetrica che brilla per un’abilità inarrivabile nel mettere al mondo i bambini. Ma quando negli anni Sessanta la politica cinese impone il controllo delle nascite e soffia sulla sua coscienza fino a spegnerla, Wan Xin userà la sua energia per sopprimere feti di troppo. La legge del 1979 prescriverà “Una famiglia un bambino” e lei si trasforma in un angelo sterminatore, fanatico, programmato per far rispettare il precetto.

La maestria di Mo Yan sta nel restituire questa ferita della cultura cinese sotto forma di una storia meravigliosamente letteraria, senza scordare mai, cioè, che il lettore ha bisogno di frasi come: «Era quasi sera, il sole stava calando tra le nuvole rosate del crepuscolo e spirava una brezza leggera, quasi tutti gli abitanti del villaggio con le grosse ciotole fra le mani si trovavano fuori in strada a mangiare».

Il narratore si sposa. Ha un primo figlio (una femmina). Ma presto la moglie rimane incinta di una seconda, illegale, creatura. E sarà proprio la zia a praticare un aborto che ucciderà il piccolo e la donna. Tra dicerie, superstizioni e squarci poetici, il libro ricostruisce la storia della recente Cina, con le sue piogge nelle campagne, i battelli e i gabbiani, i polli e i banchetti di pesci arrostiti. Sull’ostetrica che pratica aborti circolano giudizi e cattiverie: «Lei è furiosa perché non può avere figli, è invidiosa se li fanno gli altri».

Più la letteratura è sincera con se stessa, più siamo lontani dai romanzi impegnati che impongono una tesi al lettore piegando la narrazione ad uno scopo preciso. Nel romanzo Le rane è così tutto problematizzato che il libro sarebbe piaciuto a Bachtin che vedeva la forma romanzo come il tempio in cui le voci possono dibattere.

Mo Yan fa parlare epoche e personaggi ma lascia che sia il lettore a riflettere sugli interrogativi che la sua storia disegna. Ecco come il narratore commenta la parabola della zia: «Negli anni della vecchiaia, continuò a sentirsi colpevole di delitti gravissimi che non avevano possibilità di riscatto. Per me esagerava con i rimorsi, nessun altro all’epoca avrebbe potuto comportarsi meglio».

Dove sta la verità? La zia ha ragione a percepire il sangue sulle sue mani, o ha solo eseguito gli ordini? Da che parte sta Mo Yan? Sembra che lo scrittore creda semplicemente che una delle vie per raggiungere la verità sia la strada della complessa menzogna letteraria.

Eppure allo scrittore Mo Yan, da quando ha vinto il Nobel, non si chiede altro che una dichiarazione sull’artista Ai Weiwei. Considerato, lui sì, scomodo, mentre Mo Yan, a detta di Weiwei, sarebbe “parte del sistema”. Si vuole da Mo Yan una dichiarazione politica. Ma cosa c’è di più politico per uno scrittore che costruire una frase ambigua come, ripetiamo: «Negli anni della vecchiaia, continuò a sentirsi colpevole di delitti gravissimi che non avevano possibilità di riscatto. Per me esagerava con i rimorsi, nessun altro all’epoca avrebbe potuto comportarsi meglio»? È sintomatico che mentre nelle librerie italiane è arrivato Le rane, Ai Weiwei faccia il giro del mondo con un video heavy metal in cui trae ispirazione dalla sua reclusione in carcere.

Cosa è successo alla letteratura? Quando ha smesso di interrogarsi sul male e il bene? Yehoshua crede che la letteratura possa dilatare la nostra morale: «La letteratura, con la sua potenza e suggestività retorica, riesce ad allargare gli orizzonti del nostro universo morale sino a limiti che non avremmo potuto immaginare». E preso atto di ciò, offriva un’interpretazione molto poco novecentesca sulle cause: «La psicologia, infatti, pretende di fornire una spiegazione obiettiva del comportamento umano e dei dilemmi morali dell’individuo senza far intervenire un giudizio di valore; si preoccupa dunque di risolvere il conflitto fra il bene e il male sostituendolo con la descrizione di stati d’animo individuali».

Culmine del libro, seminato di colpi di scena, innamoramenti, funerali e molti bambini (bambini promessi, bambini attesi, bambini illegali, bambini nascosti, bambini partoriti da madri in affitto) è il momento in cui la zia viene illuminata sul suo passato. Sta camminando in un acquitrino quando il gracidare delle rane di colpo si trasforma nel pianto dei bambini: «In passato avevo amato quel pianto più di ogni cosa, per un’ostetrica il vagito di un infante è la musica più bella del mondo! Ma nel suono di quella sera c’erano risentimento e recriminazione, era come se le anime di un numero infinito di neonati stessero denunciando i torti subiti». Le colpe, in letteratura, arrivano con le sembianze delle rane: «Un’armata di dimensioni colossali che gracidava, saltava, si urtava, si accalcava, in una marea torbida che avanzava inesorabile».

La storia procede. Il narratore si sposa di nuovo. In un modo miracoloso riavrà, vecchio, il figlio perso nella giovinezza. Letteratura al meglio di sé questa di Mo Yan, sempre eclissato nei suoi personaggi tranne forse in una frase che viene il desiderio di attribuire allo scrittore: «Soltanto una scrittura sincera può portare alla redenzione e continuerò quindi a farlo con la massima sincerità».

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La Cina di Mo Yan https://minimaetmoralia.it/letteratura/la-cina-di-mo-yan/ https://minimaetmoralia.it/letteratura/la-cina-di-mo-yan/#comments Wed, 17 Oct 2012 07:59:43 +0000 http://www.minimaetmoralia.it/?p=9837 È di qualche giorno fa la notizia del Nobel per la letteratura assegnato allo scrittore Mo Yan. Pubblichiamo un commento di Graziano Graziani.

Quando ho letto che l’artista cinese Ai Weiwei di recente ha protestato contro il Nobel per la letteratura assegnato al connazionale Mo Yan, a causa del fatto che questi sarebbe colluso con il regime, mi è subito venuto in mente un bel passaggio di Tradimento, racconto dell’autore polacco Adam Zagajewski. Si tratta del monologo di un artista vissuto sotto il regime comunista che incalza il suo intervistatore: davvero crede che esistessero due paesi, il regime di qua e l’opposizione di là?, domanda l’io narrante. Che conclude che gli artisti che avevano fatto carriera sotto il regime non erano mediocri opportunisti (mentre gli artisti veri avrebbero sofferto di solitudine e ostracismo): erano piuttosto i migliori, che per il fatto di voler continuare a fare il loro lavoro – forse per protagonismo, addirittura per narcisismo, ma anche perché quella era la loro vita – avevano trovato il modo di farlo dentro la realtà che vivevano.

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È di qualche giorno fa la notizia del Nobel per la letteratura assegnato allo scrittore Mo Yan. Pubblichiamo un commento di Graziano Graziani.

Quando ho letto che l’artista cinese Ai Weiwei di recente ha protestato contro il Nobel per la letteratura assegnato al connazionale Mo Yan, a causa del fatto che questi sarebbe colluso con il regime, mi è subito venuto in mente un bel passaggio di Tradimento, racconto dell’autore polacco Adam Zagajewski. Si tratta del monologo di un artista vissuto sotto il regime comunista che incalza il suo intervistatore: davvero crede che esistessero due paesi, il regime di qua e l’opposizione di là?, domanda l’io narrante. Che conclude che gli artisti che avevano fatto carriera sotto il regime non erano mediocri opportunisti (mentre gli artisti veri avrebbero sofferto di solitudine e ostracismo): erano piuttosto i migliori, che per il fatto di voler continuare a fare il loro lavoro – forse per protagonismo, addirittura per narcisismo, ma anche perché quella era la loro vita – avevano trovato il modo di farlo dentro la realtà che vivevano.

L’affermazione di Ai Weiwei rimanda in modo esplicito a un tema che sta diventando sempre più consistente: l’uso politico dell’assegnazione del Nobel. Tra i commentatori culturali questo presunto “intorbidamento” del premio è giudicato negativamente, poiché avrebbe l’effetto di celebrare autori “non da Nobel” per il semplice fatto di rappresentare un contesto politico-sociale complesso (la Turchia di Pamuk, la Cina di Mo Yan). Il controaltare di questo etnocentrismo buonista dell’Accademia di Svezia sarebbe uno snobismo applicato agli autori del Vecchio Continente, scelti tra quelli meno noti (Le Cléziò, Muller). Invece Ai Weiwei, da bravo artista, sembra promuovere l’uso politico del Nobel, introiettando una logica tipica del giornalismo sensazionalista che poco dovrebbe avere a che spartire con il giudizio letterario. Anche se, va detto a sua difesa, l’idea del ruolo politicamente attivo dell’arte è una vecchia questione mai risolta. E che contiene al suo interno diverse contraddizioni. Un esempio in questo senso, anche se il contesto è assai differente, me la fornì qualche tempo fa un artista iraniano durante una conversazione a Teheran. Secondo lui molti suoi connazionali “artisticamente mediocri” riescono ad affermarsi all’estero proponendo nelle loro opere un’idea dell’Iran così come gli occidentali si aspettano che sia. Ovvero, per il fatto di assumere esplicitamente una determinata posizione politica.

Non sono un esperto di Cina né di letteratura cinese e non so quindi misurare il grado di compromissione di Mo Yan con il regime comunista che amministra il più grande paese capitalista del mondo (una compromissione certo reale, visto che per molti anni ha lavorato come addetto culturale per le Forze Armate). Ho però letto con piacere qualche tempo fa il suo ultimo romanzo, Le sei reincarnazioni di Ximen Nao – uscito per Einaudi nel 2009 e originariamente pubblicato nel 2006 – di cui si può ben dire che abbia tutte le caratteristiche del grande affresco di un paese altrettanto grande come la Cina. Ximen Nao, protagonista e uno dei due “io narrante”, è un proprietario terriero che viene arrestato dalle truppe maoiste nel 1950. Incarna perfettamente tutti i tratti del nemico del popolo: è un latifondista, ha molte mogli, è avido e appartiene in tutto e per tutto alla vecchia Cina che l’esercito rivoluzionario è intenzionato a spazzare via. E difatti viene giustiziato, la sua terra espropriata, mentre le sue mogli e concubine si rifanno un’esistenza monogama – come vuole il nuovo corso della Storia. Ma il suo spirito continua ad essere presente nel piccolo villaggio di Ximentun, a nordest di Gaomi. O meglio, le sue reincarnazioni. Ximen Nao, infatti, riesce a convincere il Re degli inferi a farlo reincarnare nei luoghi dove ha vissuto, nella speranza di riprendersi ciò che la rivoluzione gli ha tolto, evitando di bere la pozione che gli avrebbe annullato la memoria. Ma non si reincarnerà in un uomo, bensì in un asino. E poi in toro, maiale, cane e scimmia, prima di poter tornare, allo scoccare della mezzanotte del 31 dicembre 2000, finalmente uomo.

In questo modo Ximen Nao diviene testimone dei grandi mutamenti che attraversano la Cina: la riforma agraria, le cooperative agricole, il Grande balzo in avanti e la carestia, la rivoluzione culturale e infine il passaggio all’economia socialista di mercato. Dalla prospettiva di quel piccolo villaggio agricolo – da cui viene anche lo scrittore Mo Yan, che Ximen Nao cita e sbeffeggia in continuazione – la visuale sulle trasformazioni dell’economia cinese è perfetta, e l’epopea di un paesino rurale si trasforma di colpo in un affresco della Cina comunista, dagli entusiasmi della rivoluzione fino al benessere economico attuale, che trasforma gli zelanti militanti della rivoluzione culturale in perfetti business men in giacca, cravatta e suv. Le piccole vicende umane diventano quindi una lente d’ingrandimento sulla storia cinese e sulle sue contraddizioni, e la solerzia con cui gli abitanti del villaggio abbracciano i nuovi dettami del governo, ora collettivisti ora capitalisti, sono tratteggiati con pungente ironia da Mo Yan. L’unico contrappunto è fornito dal caparbio Lan Lian, ex dipendente di Ximen, l’unico contadino a resistere alla collettivizzazione e a restare autonomo, a costo di venire ostracizzato e umiliato; salvo poi essere riabilitato in vecchiaia, e persino additato come caso esemplare di iniziativa privata. In realtà Lan Lian è un contadino che non vuole cambiare le sue abitudini e la sua vita, a costo di essere odiato da moglie e figli. Sarà Ximen Nao a stargli accanto, ad esempio nella sua reincarnazione in toro, lavorando con lui il piccolo appezzamento di terra.

La vicenda del villaggio di Ximen diventa insomma una metafora sul potere. Mo Yan la tratteggia con buone dosi di ironia, in un’epopea di grande respiro come poche se ne incontrano nella letteratura odierna, intrisa di un realismo magico tutto declinato secondo le credenze della tradizione asiatica: reincarnazioni, spiriti degli inferi e animali che si comportano come uomini sono la ricetta di questa narrazione epica, che però regala anche momenti di autentica comicità. Come nei capitoli della reincarnazione in maiale, quando il presidente Mao lancia la campagna “allevate i suini in abbondanza”, che consente a Ximen di non essere scannato e di vivere in un harem maialesco; o come nel caso della disavventura di Ximen Jinlong – figlio naturale di Ximen e adottivo di Lan Lian – direttore del comitato rivoluzionario del villaggio durante la Rivoluzione Culturale, che cade in disgrazia per aver inavvertitamente fatto cadere la pesante immagine commemorativa del Presidente Mao, ricevuta come premio e appesa alla divisa, tra le feci puzzolenti della latrina comune.

Ma non c’è solo lo sguardo stralunato degli animali sulle incomprensibili traversie degli uomini, le atmosfere da realismo magico e una vena comica notevole nel romanzo di Mo Yan. C’è anche un attento discorso sulla memoria. Le reincarnazioni dovrebbero pulire l’animo di Ximen dall’attaccamento alle cose materiali, liberarlo dal fardello del passato, mentre lui vuole ricordare a tutti i costi e riottenere ciò che gli è stato tolto. Tuttavia lo scorrere del tempo lenisce effettivamente i suoi furori e gli regala una prospettiva diversa con cui guardare al villaggio di Ximen. Eppure questa prospettiva nasce proprio dalla sua condizione di testimone di 50 anni di storia e non dall’amnesia. Amnesia che invece colpisce quasi tutti gli abitanti del villaggio, pronti ad aderire acriticamente ad ogni nuova campagna del governo, fino a dimenticare la terra e l’agricoltura – mentre di pari passo la Cina si trasforma da società rurale a società metropolitana – e a sostituirla col più recente mito del turismo, in nome della nuova economia socialista di mercato. Attaccamento e distacco, memoria e amnesia: c’è questa dialettica della Storia, che è anche intrinseca all’animo del singolo, dietro l’epopea de Le sei reincarnazioni di Ximen Nao.

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