mommy porn Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/mommy-porn/ un blog di approfondimento culturale Tue, 04 Jun 2013 09:40:02 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=7.1 https://minimaetmoralia.it/wp-content/uploads/2025/07/cropped-cropped-309290503_464034925751050_1790831071097755281_n-32x32.jpg mommy porn Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/mommy-porn/ 32 32 Estensione del dominio della sottomissione. Ovvero di Hegel, di bondage e sado-maso https://minimaetmoralia.it/libri/estensione-del-dominio-della-sottomissione-ovvero-di-hegel-di-bondage-e-sado-maso/ https://minimaetmoralia.it/libri/estensione-del-dominio-della-sottomissione-ovvero-di-hegel-di-bondage-e-sado-maso/#comments Thu, 24 May 2012 09:24:07 +0000 http://www.minimaetmoralia.it/?p=8061 Pubblichiamo un articolo di Marco Filoni, uscito su «Panorama», sul dibattito scatenato in America dal libro «Fifty Shades of Grey» di E.L. James.

E sia. Doveva succedere, del resto: tanto e tale il clamore legato al successo del libro Fifty Shades of Grey della finora sconosciuta (e oggi, buon per lei, milionaria) E.L. James, che non possiamo non parlarne. L’eco delle infinite discussioni intorno al suo best-seller è giunto sino a noi, tanto che la Mondadori manderà in libreria l’edizione italiana, il prossimo 19 giugno, con il titolo Cinquanta sfumature di Grigio.

Per chi si sia perso il dibattito, stiamo parlando del «romanzo post-pornografico», il libro erotico «che apre uno spaccato sui desideri nascosti delle mamme americane», il manifesto di una generazione di “femmine” finalmente coscienti e libere di ammettere ciò che vogliono. C’è addirittura chi ha scomodato De Sade – ma per carità, lasciamolo riposare in pace! – e chi ha invocato un capolavoro dell’emancipazione femminile. No, non è nulla di tutto ciò. È un libro che ha sbancato le classifiche americane, ha venduto migliaia e migliaia di copie prima in ebook, poi nella versione cartacea, di cui si aspettano i due sequel (è infatti il primo di una trilogia) e di cui sono già stati venduti, a quanto pare non proprio a buon prezzo, i diritti per l’adattamento cinematografico..

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Pubblichiamo un articolo di Marco Filoni, uscito su «Panorama», sul dibattito scatenato in America dal libro «Fifty Shades of Grey» di E.L. James.

E sia. Doveva succedere, del resto: tanto e tale il clamore legato al successo del libro Fifty Shades of Grey della finora sconosciuta (e oggi, buon per lei, milionaria) E.L. James, che non possiamo non parlarne. L’eco delle infinite discussioni intorno al suo best-seller è giunto sino a noi, tanto che la Mondadori manderà in libreria l’edizione italiana, il prossimo 19 giugno, con il titolo Cinquanta sfumature di Grigio.

Per chi si sia perso il dibattito, stiamo parlando del «romanzo post-pornografico», il libro erotico «che apre uno spaccato sui desideri nascosti delle mamme americane», il manifesto di una generazione di “femmine” finalmente coscienti e libere di ammettere ciò che vogliono. C’è addirittura chi ha scomodato De Sade – ma per carità, lasciamolo riposare in pace! – e chi ha invocato un capolavoro dell’emancipazione femminile. No, non è nulla di tutto ciò. È un libro che ha sbancato le classifiche americane, ha venduto migliaia e migliaia di copie prima in ebook, poi nella versione cartacea, di cui si aspettano i due sequel (è infatti il primo di una trilogia) e di cui sono già stati venduti, a quanto pare non proprio a buon prezzo, i diritti per l’adattamento cinematografico.

Per quanto riguarda ciò che è il libro, la definizione migliore l’ha data un ragazzino americano di dieci anni: «la lettura un po’ sporcacciona della mamma». E infatti mommy-porn è uno degli epiteti più utilizzati dalla stampa (probabilmente uno dei pochi usati a proposito). Trama semplice, quasi banale. Lui e lei, storia d’amore e passione. Con l’aggiunta di ciò che funziona sempre e fa vender bene: il sesso. Di più: il sesso non permesso, quello un po’ perverso che si avvale di frustini, cuoio e manette. Insomma, il BDSM, acronimo un po’ cool che mette insieme bondage, sottomissione e sadomasochismo. Ricetta perfetta. A dire il vero pure già sentita: ricordate il film Secretary, che una decina d’anni fa giocava proprio sulla stessa dinamica sadomaso (avvocato di successo e segretaria un po’ matta appena uscita da una clinica) e con un happy end finale?

Inutile entrare nel merito del romanzo – che regge bene e si fa leggere sino alla fine (basti ricordare, ma questo sarà lampante dopo poche righe, che non si sta leggendo Dostoevskij: detto questo, allora funziona). In breve, c’è un uomo in carriera, ricco e bello (il Grey del titolo e, fortunosa coincidenza, anche l’avvocato di Secretary si chiamava Grey), che seduce la giovane e vergine capitata per caso nelle sue grinfie (Anastasia, per la cronaca). Ma la seduzione passa appunto per una stanza dei piaceri che proprio piaceri non sembrano, almeno a lei (Anastasia la chiama la stanza rossa del dolore). Così la giovane viene iniziata alle pratiche forti della sottomissione: lui è un dominatore, ama asservire la propria donna e così, solo così, trae piacere. Fatto sta che l’indifesa e candida vergine arriva al patibolo e, colpo di scena, non fugge. O meglio, fino a un certo punto sta al gioco (senza svelare il finale, che i lettori italiani potranno scoprire da soli). Addirittura le piace esser sottomessa – e questo ha scatenato le fantasie di (femministe, post-femministe, protofemministe di risulta o meno) che vi hanno letto una sublime manifestazione dell’emancipazione femminile: come dire, esser sottomessa è una mia libertà, quindi il mio riscatto. Sarà.

Assomiglia tanto al riscatto del servo, messo in scena nella dialettica del Signore e del Servo che quel pover’uomo di Hegel affidava, nel 1807, alla sua Fenomenologia dello spirito. Qui il filosofo tedesco, in soldoni, ci diceva che c’è un Signore (in inglese master, lo stesso termine dell’uomo dominatore nelle pratiche sessuali di sottomissione) che è tale poiché ha rischiato la propria vita e per questo si eleva su di un Servo, il quale invece non ha lottato per la sua indipendenza per paura di morire. Il Servo lavora perciò per il suo Signore. Ma è proprio questo lavoro del Servo che tiene in vita il Signore: non può più farne a meno, senza di lui sarebbe spacciato. Quindi la subordinazione si rovescia. Il Signore diventa schiavo e il Servo diviene padrone. Le donne che pensano che il piacere che donano al loro “dominatore” in realtà le rende a loro volta dominatrici – perché, in fondo, è da esse stesse che dipende il piacere dell’uomo – ragionano con questa stessa dialettica. Ma questo ragionamento non basta a spiegare il fenomeno.

In definitiva il dibattito suscitato dal libro (che c’interessa più del libro stesso) può esser riassunto con le parole di Katie Roiphe, editorialista del settimanale Newsweek, che ha dedicato al fenomeno la storia di copertina di qualche settimana fa: «Nel momento in cui le donne sono in ascesa nei posti di lavoro, consumano ardentemente miriadi e disparate fantasie di sottomissione»; anzi, la commentatrice americana si spinge oltre: essere sottomessa è il “sogno” delle donne poiché tali fantasie offrono «un sollievo, una pausa, un’evasione dalla noia e dal duro lavoro dell’esser eguali» agli uomini. Ovviamente parole che hanno scatenato un inferno, fra “ben detto” e “sono solo stronzate”. Senza voler accogliere né l’una né l’altra posizione, proviamo a capire di cosa si parla.

Secondo il ragionamento espresso dal Newsweek e ribadito da molte altre voci, la donna ama esser sottomessa, lo vuole, è un suo desiderio. Ma sarebbe da aggiungere: “potrebbe” amarlo, “potrebbe” desiderarlo. Fatto salvo che qui si parla di fantasie, di proiezioni, ovvero di pratiche che magari si leggono volentieri perché restituiscono quel malizioso senso del “non si fa eppure lo faccio”, l’infrazione del divieto, la piccola e in fondo innocente perversione della nostra immaginazione. Eppure esiste un confine fra l’immaginare e il praticare queste “fantasie”. Inoltre viene messo in gioco l’argomento della scelta: proprio perché il voler essere sottomessa è una decisione, un atto del libero arbitrio, nel compierlala donna si libera dalle catene – le catene della tradizione che l’hanno imprigionata, per secoli, alla sottomissione involontaria all’uomo. Come dire: per secoli voi uomini mi avete tenuta relegata all’ambito domestico, asservita a vincoli sociali che mi hanno di fatto resa oppressa; ecco, ora io donna mi sono talmente emancipata da questa sovrastruttura che sono io stessa a scegliere, volontariamente, di esser sottomessa. Detta in altre parole: ci sono donne che desiderano essere sottomesse.

Entra così in gioco un’estensione del dominio della sottomissione: il desiderio. Tema quanto mai importate. Ben prima e meglio del pensiero (con buona pace di Cartesio e del suo Cogito ergo sum) è il desiderio che ha generato la coscienza che l’uomo moderno ha di sé. Così almeno ci ha detto la filosofia – sempre il buon vecchio Hegel, sempre la sua Fenomenologia dello spirito, ma stavolta faziosamente riletta negli anni Trenta del Novecento da quel genio che risponde al nome di Alexandre Kojève, filosofo francese di origini russe, maestro di desiderio (nonché dello psicanalista Jacques Lacan, che ha fatto del desiderio il suo pane quotidiano). Cerchiamo di capire. Secondo questi grandi pensatori la nostra autocoscienza, ovvero ciò che siamo agli occhi di noi stessi, si genera da ciò che desideriamo. E cosa desideriamo? Ciò che ci inquieta, un impulso che ci fa sperimentare la mancanza di cui soffriamo e che vogliamo colmare. Seguendo questa linea allora desiderare una cosa vuol dire volerla assimilare, e assimilarla significa interiorizzarla, perciò mutarla, negare la sua estraneità.

Ecco la dialettica del desiderio: si tratta di una dinamica annichilente, che si può soddisfare solo negando, quindi distruggendo, ciò che desideriamo. Ora, questa immagine di dissoluzione forse ben si addice alle pratiche di sottomissione che la donna, secondo alcuni, desidera. È una pratica di piacere e, sin quando rimane tale, può anche rispondere a queste attitudini. Ma il dominio e la sottomissione sono scivolosi. Possono diventare distruttivi, rivelarsi pericolosi se non gestiti in piena coscienza e consapevolezza. Se diventano irragionevoli allora si trasformano in pericolosi alibi della violenza. Del resto è un’anomalia: nel regno animale non esiste questo tipo di rapporto, la “femmina che si sottomette” è una specificità della “specie superiore” umana. Tanto che vien da chiedersi se, in fondo, non sia soltanto il retaggio di un condizionamento sociale durato secoli.

Insomma, il tam tam mediatico generato dal libro sia occasione per riflettere. La donna può esser dissoluta, amante del piacere, scoprirsi licenziosa e quindi pascersi dei principi di questo libro – perché questi incoraggeranno le passioni sinora dipinte come spauracchi da moralisti frigidi e stremati. E potrà, se vorrà, anche sottomettersi. Sarà libera di farlo. Ma non sarà libera nel farlo. La libertà d’esser servo di un padrone alimenta la dialettica del desiderio, ma non significa esser liberi. La libertà è irriducibile, è là dove c’è sottomissione non esiste libertà. Nessun dominio è compatibile col dirsi umani.

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