Moni Ovadia Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/moni-ovadia/ un blog di approfondimento culturale Thu, 22 Sep 2022 10:54:40 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=7.1 https://minimaetmoralia.it/wp-content/uploads/2025/07/cropped-cropped-309290503_464034925751050_1790831071097755281_n-32x32.jpg Moni Ovadia Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/moni-ovadia/ 32 32 L’essere umano e la guerra https://minimaetmoralia.it/estratti/lessere-umano-e-la-guerra/ https://minimaetmoralia.it/estratti/lessere-umano-e-la-guerra/#respond Thu, 22 Sep 2022 12:00:32 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=51173 Pubblichiamo, ringraziando editore e autore, la prefazione di Moni Ovadia al saggio di Enrst Friedrich Guerra alla guerra, uscito per WoM Edizioni. (fonte immagine) di Moni Ovadia Se per giudicare l’uomo sapiens dovessimo servirci del parametro della guerra, finiremmo per concludere che è l’essere vivente più stupido, insensato, feroce, criminale e sadico del creato. Ma […]

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Pubblichiamo, ringraziando editore e autore, la prefazione di Moni Ovadia al saggio di Enrst Friedrich Guerra alla guerra, uscito per WoM Edizioni. (fonte immagine)

di Moni Ovadia

Se per giudicare l’uomo sapiens dovessimo servirci del parametro della guerra, finiremmo per concludere che è l’essere vivente più stupido, insensato, feroce, criminale e sadico del creato. Ma anche se ci volgessimo a considerare colui che già molti definiscono “homo deus”, intendendo l’uomo che attraverso la tecnologia e la scienza è in grado di modificare significativamente la propria struttura ontologica e genetica, il giudizio non cambierebbe.

Guardate le foto del presente libro Guerra alla guerra! di Ernst Friedrich, ebreo tedesco anarchico (1894-1967), antimilitarista radicale. Incitava le donne a non lasciare partire per la guerra i loro uomini, a trattenerli fisicamente. Chiedeva di divellere i binari su cui viaggiavano i treni per la guerra perché sapeva lucidamente quale orribile strage sarebbe stata e l’ha documentata. Dopo aver guardato le fotografie, suggerite a chi conoscete di fare altrettanto, e suggerite loro di farle guardare a tutti coloro che conoscono. Chiunque deve prendere coscienza di cosa sia la guerra, di cosa essa provochi sulla carne e nell’anima delle persone.

E se qualcuno dovesse obiettare che le immagini proposte da Friedrich si riferiscono alla prima guerra mondiale, il primo dei conflitti con micidiali armi moderne, la «guerra che avrebbe posto fine a tutte le guerre», rispondete loro che negli oltre cento anni che ci separano da quel macello, le cose sono solo peggiorate, le armi sono diventate più micidiali, più crudeli – pensate alla infame vigliaccheria delle mine antiuomo –, immensamente più distruttive, più schifosamente “intelligenti” e capaci di cancellare la vita umana su tutto il pianeta.

L’industria delle armi è fra le più vitali, più potenti e più prolifiche. I profitti che rende fanno delle imprese dedite a questa attività delle corporations potentissime in grado di influenzare la politica internazionale delle grandi potenze, e non solo.  Ricordiamoci che nessuno produce armi solo per il gusto di esibirle a qualche mostra mercato, lo scopo è di venderle perché vengano usate, al fine di mostrare la loro efficacia.

Questa opera deve diventare strumento pedagogico perché l’idea stessa della guerra venga bandita dall’orizzonte dell’umanità, ma non solo la guerra stricto sensu. Tutte le nefaste ideologie che fomentano disuguaglianze, le mistiche della forza, degli eroismi da videogiochi, le retoriche patriottarde e la peste nera dei nazionalismi devono essere eradicate dalla cultura dell’uguaglianza e della dignità universale.

Non ci sono guerre giuste, ad esclusione della “guerra alle guerre”, non ci sono guerre umanitarie, guerre per l’esportazione della democrazia, né guerre limitate, le guerre nascono dagli interessi del potere e dei potenti in competizione fra loro nel mondo in cui viviamo, in cui il modello di sviluppo che ci è stato imposto si fonda sulla incessante competizione. Scriveva Maria Montessori, la grande pedagoga: «tutti parlano di pace ma nessuno educa alla pace. A questo mondo, si educa per la competizione, e la competizione è l’inizio di ogni guerra. Quando si educherà per la cooperazione e per offrirci l’un l’altro solidarietà, quel giorno si starà educando per la pace».

Il monito che ci ha lasciato Ernst Friedrich è definitivo, facciamo ne tesoro.

 

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Il desiderio di morte come progetto politico https://minimaetmoralia.it/interventi/spinelli-va-a-bruxelles/ https://minimaetmoralia.it/interventi/spinelli-va-a-bruxelles/#comments Sun, 08 Jun 2014 09:17:06 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=21308 Quello che la prima volta si manifesta in tragedia, la seconda lo fa in farsa. E la terza - la definitiva, la terminale - come lettera da Parigi. Lo psicodramma Spinelli e l'esperienza della Lista L'Altra Europa con Tsipras sono finiti ieri, nel modo peggiore che si poteva immaginare: un suicidio mascherato da sopravvivenza. Barbara Spinelli, dopo giorni di silenzio andropoviano, ha inviato una mail da Parigi, che potete leggere qui. E invito a farlo, a leggerla, dico, per intero; perché è uno dei documenti più rappresentativi della sinistra italiana, della sua incapacità a comunicare, della sua deresponsabilizzazione patologica, del suo narcisismo laschiano conclamato, del suo desiderio di morte, della sua fame saturnina.

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Quello che la prima volta si manifesta in tragedia, la seconda lo fa in farsa. E la terza – la definitiva, la terminale – come lettera da Parigi. Lo psicodramma Spinelli e l’esperienza della Lista L’Altra Europa con Tsipras sono finiti ieri, nel modo peggiore che si poteva immaginare: un suicidio mascherato da sopravvivenza. Barbara Spinelli, dopo giorni di silenzio andropoviano, ha inviato una mail da Parigi, che potete leggere qui. E invito a farlo, a leggerla, dico, per intero; perché è uno dei documenti più rappresentativi della sinistra italiana, della sua incapacità a comunicare, della sua deresponsabilizzazione patologica, del suo narcisismo laschiano conclamato, del suo desiderio di morte, della sua fame saturnina.

Con questa lettera, Spinelli accetta ciò a cui aveva rinunciato: ossia di diventare parlamentare europea in caso fosse stata eletta. Dopo aver fatto una lunga campagna elettorale spiegando il senso delle candidature (che abbiamo accettato di chiamare testimoniali per essere buoni e dovevamo chiamare civetta per essere precisi), il 26 maggio – all’indomani del risultato del 4,03% -, mentre Marco Furfaro (di estrazione Sel) e Eleonora Forenza (di estrazione Rifondazione) festeggiavano il loro secondo posto dietro Spinelli e quindi la loro elezione a Bruxelles, Spinelli apriva il telefono della doccia fredda e urticante, insinuando che invece no, contrordine compagni, forse era meglio che andasse lei. Il resto è la cronaca di quindici giorni deliranti. Va, non va, esclude Furfaro, esclude Forenza, ci sarà una lotteria fra i due, ci sarà una consultazione alla base, ci sarà una discussione… Così alla fine questo rimuginio psicotico ieri ha prodotto la lettera. Una comunicazione che mescola la peggiore retorica della società civile con la peggiore retorica da comitato di partito e che è arrivata dopo poche ore che si era svolta a Roma l’Assemblea Nazionale dei comitati della lista, assemblea alla quale Barbara Spinelli non si era manifestata né in carne né in voce, e la cui discussione era stata ovviamente molto focalizzata anche sulla vicenda Spinelli va-non-va, e dalla torre chi viene spinto giù Forenza-o-Furfaro. Assemblea che, sottolineamolo, aveva anche chiaramente espresso la volontà di far sì che questa decisione così delicata passasse per un dibattito allargato, un processo di decisione minimamente democratico. E invece, la lettera; in cui la risposta debita a chi era rimasto allibito da questa marcia indietro si limita a poche righe, queste:

So che molti sono delusi: il pro­po­sito espresso all’inizio di non andare al Par­la­mento euro­peo sarebbe disat­teso, e que­sto equi­var­rebbe a una sorta di tra­di­mento. Non sento tut­ta­via di aver tra­dito una pro­messa. I patti si per­fe­zio­nano per volontà di almeno due parti e gli elet­tori il patto non l’hanno accet­tato, accor­dan­domi oltre 78.000 pre­fe­renze. Mi sono resa conto, il giorno in cui abbiamo cono­sciuto i risul­tati, che sono vera­mente molti coloro che mi hanno scelto nep­pure sapendo quel che avevo annun­ciato: anche loro si sen­ti­reb­bero tra­diti se non tenessi conto della loro volontà.
Inol­tre, come garante della Lista, ho il dovere di pro­teg­gerla: le logi­che di parte non pos­sono com­pro­met­terne la natura ori­gi­na­ria. Pro­prio le divi­sioni iden­ti­ta­rie che si sono create sul mio nome mi indu­cono a pen­sare che la mia pre­senza a Bru­xel­les garan­ti­rebbe al meglio la voca­zione, che va asso­lu­ta­mente sal­va­guar­data, del pro­getto – inclu­sivo, sopra le parti – che si sta costruendo.
Per quanto riguarda la scelta che sono chia­mata uffi­cial­mente a com­piere, annun­cio che essa sarà in favore del Col­le­gio Cen­tro: è il mio col­le­gio natu­rale, la mia città è Roma. È qui che ho rice­vuto il mag­gior numero di voti. A Sud non ero capo­li­sta ma seconda dopo Ermanno Rea, e da molti ver­rei per­ce­pita come «para­ca­du­tata» dall’alto. Mi assumo l’intera respon­sa­bi­lità di quest’opzione, che mi pare la più giu­sta, nella piena con­sa­pe­vo­lezza dei prezzi e dei sacri­fici che essa comporterà.

Ora, chiunque abbia conoscenza del dietro le quinte, sa che la filigrana di tutto questo, il non-detto, riguarda i rapporti tra Sel e Rifondazione, tra chi vuole andare col GUE e chi vuole dialogare con il PSE, i vecchi rancori tra compagni, gli sciocchi regolamenti di conti tra chi seguì il progetto fallimentare di Rivoluzione Civile con Ingroia e gli altri militanti, ma di questo che per me è un mondo mefitico di retropensieri che non esiste, non voglio discutere. Perché invece io voglio stare al detto, e leggendo la lettera, chiunque abbia un minimo di logica, riesce a vedere la surrealtà di questo comunicato. A partire dall’affermazione “i patti si perfezionano per volontà di almeno due parti e gli elettori il patto non l’hanno accettato, accordandomi oltre 78.000 preferenze”.

Dunque: tu dichiari più volte che la tua candidatura è solo testimoniale e che quindi sei una portatrice d’acqua e che quindi quei voti serviranno per qualcun altro (“Abbiamo voluto dar voce, con la nostra presenza attiva in campagna, ai tanti «invisibili» e alle tante competenze della lista Altra Europa con Tsipras. Non per ultimo, mandiamo un preciso messaggio agli elettori: scegliendo le nostre persone, e sapendo che non abbiamo un passato partitico, avranno la garanzia che voteranno per il carattere veramente unitario del progetto”, Spinelli dixit) e quando gli elettori, tipo un sacco di gente che conosco, tipo anch’io, si convincono obtorto collo di questa tua strategia elettorale, tu non solo cambi le regole di un patto che tu sola hai imposto e le cambi ex-post, ma dichiari che siamo stati in due a volerle modificare?

Buona parte di quelle 78.000 preferenze, proprio alla luce di quello che avevi dichiarato (“Ci si domanderà a questo punto perché votare capilista come Moni Ovadia o Barbara Spinelli. Rispondo che vale la pena votarli, perché l’impegno di tutti e due noi continuerà anche dopo l’elezione. Sia Moni che io vigileremo su quel che faranno i candidati della lista per cui ci siamo battuti, nella legislatura che comincerà dopo il 25 maggio.”, sempre Spinelli dixit), ti sono state date per rivestire un ruolo di garanzia e di vigilanza. Non per fare come cazzo ti pare.

Risultano quindi ancora più assurde le righe in cui Spinelli scrive “Come garante della Lista ho il dovere di proteggerla”. Perché il risultato di questa protezione sarà chiaramente l’implosione. Perché questa protezione è stata esercitata con un fare da padrini se non da lenoni da parte dei garanti. La pressione perché Spinelli andasse a Bruxelles non è solo venuta dalla base (quale?) come afferma Spinelli o dalla lettera quanto mai inopportuna di Tsipras, ma dagli altri garanti stessi (da Luciano Gallino a Marco Revelli) che di fatto si sono trasformati da figure super-partes a piccoli oligarchi. Del resto, ce lo si poteva aspettare, Quis custodiet ipsos custodes?, recitava certo Giovenale e gli faceva eco Alan Moore (nell’epigrafe di Watchmen), che come il poeta satirico latino conosce bene le miserie dell’animo umano, soprattutto quando si erge a paladino della giustizia. Questi watchmen, questi garanti, si sono dimostrati alla luce dei fatti un dispositivo farraginoso, autocontradditorio e terribile dal punto di vista del funzionamento democratico, tanto che il paragone con i garanti-padroni Grillo & Casaleggio va a favore di questi ultimi. Spiace dirlo, spiace essere così duri conoscendo le biografie politiche di Guido Viale, di Marco Revelli, di Luciano Gallino, di Barbara Spinelli stessa (noi, che non l’abbiamo voluta ridurre a “figlia di Altiero”), ma proprio riconoscendo questo valore aggiunto, si resta allibiti e furibondi di fronte a questo metodo politico.

Giorni fa rileggevo Uomo invisibile di Ralph Ellison, tradotto proprio da un giovanissimo Luciano Gallino cinquant’anni fa. Gli vorrei rimettere davanti quelle pagine su cui avrà evidentemente sudato non poco da giovane. Perché l’impressione che mi hanno lasciato è simile – questo comitato direttivo autoproclamato si è comportato come il direttore Bledsoe e i suoi compari: fingono di voler aiutare il protagonista del libro, di volerlo sostenere negli studi e nel lavoro, ma in realtà le lettere di raccomandazione che gli riscrivono sono un tragico bluff. Quando “Uomo invisibile” ne aprirà una di queste lettere, sgranerà gli occhi; tutte le lettere dicono in realtà ai destinatari l’opposto di quello che si pensava: ‘Fingete di accogliere questo ragazzo, fingete di poterlo e volerlo aiutare, in verità questo ragazzo non deve avere un’altra possibilità’.

Il messaggio dei garanti ha avuto lo stesso senso: a essere delusi sono (e spero che questo sia ben chiaro ai garanti) soprattutto quelli di una generazione, non anagrafica ma politica, differente. I ventenni/trentenni/quarantenni, coloro che sono stati esclusi tanto dal welfare quanto dalla rappresentanza politica. E che consideravano il voto – almeno il voto – un possibile minuscolo strumento di restituzione di questa rappresentanza. Una generazione che pensava finalmente che Furfaro e Forenza fossero l’espressione di una possibile, rinnovata, minima unità progettuale, a sinistra. E non un pacchetto Sel + Prc. Due candidati eletti secondo nessuna logica Cencelli, ma a partire dal riconoscimento di un lavoro ormai decennale sul campo. E invece Spinelli persino questo patto generazione informale ha voluto rompere: scegliendo in maniera anti-salomonica tra i due chi sacrificare. Giù dalla torre Furfaro, a cui viene dedicata nella lettera una riga che ha il sapore del saluto di un boia.

Ma persino in quest’atto si può scorgere la cupio dissolvi. La decisione di Spinelli ricorda, e qui l’evidenza del disastro si può fare ancora più palmare, quella della Scelta di Sophie, il film di Alan Pakula del 1982. Sophie, messa di fronte in un lager alla scelta di militari nazisti di chi far sopravvivere tra i due figli, opta per quello apparentemente più debole. Perderà ovviamente entrambi.
Anche in questo caso, la logica di questa opzione è folle e autodistruttiva. Slavoj Žižek analizza questo film e mette in guardia dalla falsa alternativa della scelta. È evidente che un’opzione del genere è da rifiutare in sé, va rispedita al mittente; il prezzo da pagare è – altrimenti – la distruzione di tutti e tre (madre e figli). Fuor di metafora, chi voterà un accrocchio come Tsipras la prossima volta? O ancora, chi si sbatterà a fare campagna elettorale, a raccogliere le firme? O anche: chi voterà Sel o Rifondazione? O persino, chi voterà a sinistra? O infine, chi voterà? Se il mio voto dev’essere così strumentalizzato, preferisco non votare. Persino Matteo Renzi con i suoi modi spicci giganteggia di fronte a questo pastrocchio. Persino il Movimento Cinquestelle con il suo concetto di rappresentanza preso in prestito da qualche popolo di Star Trek risulta più affidabile.

Ed ecco alla fine di questo sfogo, resta solo l’amarezza. Siamo cresciuti nel Novecento, nel secolo del pensiero critico, e non possiamo rimuovere il lato umano. Per questo dico: mi dispiace molto, umanamente. Quando leggo, nella penultima riga della lettera di Spinelli, il suo appello al “pro­se­gui­mento di una bat­ta­glia uni­ta­ria e inclu­siva al mas­simo”, rivolto ai “delusi dalla pre­sente demo­cra­zia rap­pre­sen­ta­tiva”, mi sale alla bocca un ghigno, è un gesto quasi involontario. Il contagio di psicosi. Perché capisco che non è una questione di sgarbi tra vecchi compagni. Ma un problema di verità. La percezione di un dato reale, un’intelligenza di tipo empatico, sentimentale che manca totalmente a questa sinistra. In bocca al lupo a chi, nonostante tutto questo, sceglierà di vivere veramente invece di sopravvivere come uno zombie.

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In cattiva fede https://minimaetmoralia.it/interventi/in-cattiva-fede/ https://minimaetmoralia.it/interventi/in-cattiva-fede/#comments Thu, 05 Jan 2012 09:47:55 +0000 http://www.minimaetmoralia.it/?p=6125 di Daniele Manusia

Il razzismo, almeno a livello concettuale, è difficile da definire. Quello che è successo a Firenze lo scorso 13 dicembre ha evidenziato la confusione che regna nella società italiana sul tema. Ad esempio, i primi giornalisti a scriverne, gente che si guadagna da vivere con le parole, hanno definito le vittime col termine spregiativo, e antiquato, di “vu’ cumprà” (se ne parla qui ). Quanto è grave un errore del genere, dovuto senz’altro anche alla fretta e compiuto, si capisce, in buona fede?

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di Daniele Manusia

Il razzismo, almeno a livello concettuale, è difficile da definire. Quello che è successo a Firenze lo scorso 13 dicembre ha evidenziato la confusione che regna nella società italiana sul tema. Ad esempio, i primi giornalisti a scriverne, gente che si guadagna da vivere con le parole, hanno definito le vittime col termine spregiativo, e antiquato, di “vu’ cumprà” (se ne parla qui ). Quanto è grave un errore del genere, dovuto senz’altro anche alla fretta e compiuto, si capisce, in buona fede?
Matteo Renzi, sindaco di Firenze, ha dichiarato il lutto cittadino in onore delle vittime e sottolineato come anziché a un paio di senegalesi qualsiasi ci si debba riferire a Mor Diopr e Modou Samb, persone che avevano “un nome e una storia” (qui). A poche ore dalla tragedia, però, aveva commentato su Twitter: “Firenze è scossa dal gesto solitario di un killer folle e senza pietà”, e in seguito ad alcuni tweet di protesta aveva aggiunto: “Mi dicono che devo specificare che il killer è razzista e non folle. Per me chi è razzista è anche folle”. Naturalmente, non ha tutti i torti. Si potrebbe fare l’esempio di Breivik, l’autore della strage di Utoya lo scorso 22 luglio, giudicato incapace di intendere e volere dagli psichiatri del tribunale di Oslo. Al suo secondo tweet Renzi fa addirittura seguire l’ashtag ironico #sapevatelo. Come a dire che l’antirazzismo è un valore così condiviso ormai da dare per scontato. Almeno nel suo caso. Anche il ministro degli Affari Esteri, Giulio Terzi, preferisce non insistere sulla componente razzista della vicenda. Rispondendo – sempre su Twitter – a chi gli chiedeva come si sarebbe comportato se invece che di nazionalità senegalese le vittime fossero state francesi di origine africana o, per assurdo, afroamericani, dice che “la violenza è sempre inaccettabile. Senza distinzioni”. Impossibile non essere d’accordo.

Resta però da chiedersi perché si preferisca puntare il dito sulla violenza in generale. Se il razzismo è una forma particolare di violenza, esiste una forma di razzismo che non sia violenta? Non è lo stesso omicida, Casseri, in questo caso ad aver compiuto una distinzione alla base? E nel caso di Renzi, non sarebbe stato più preciso, anche dando per scontato il suo antirazzismo usare il binomio “killer razzista” invece di “killer folle”? Dire che tutti i razzisti sono dei pazzi, è una posizione così rigorosa come sembra a Renzi? E poi, che c’entra quel “senza pietà”? Gianluca Casseri era matto nel senso che avrebbe ucciso comunque qualcuno quel giorno o, come sembra, è uscito di casa con l’intenzione di uccidere quelle persone perché erano nere?

L’idea di fondo sembrerebbe essere che l’Italia non è un paese razzista. Avranno ragione? O forse il vero problema è che in Italia il razzismo non viene preso sul serio?
A tal proposito citerò brevemente un passo dell’articolo del Corriere della Sera in cui, dopo aver parlato delle letture e dei film che possono avere ispirato Casseri (in tutto tre: Ispettore Callaghan, il caso Skorpio è tuo; Un Giorno di Ordinaria Follia e Dobermann; voglio dire: non esattamente i film più violenti che mi vengano in mente), Enrico Rulli, amico di Casseri con cui ha anche scritto un libro a quattro mani, racconta un aneddoto. “Una volta eravamo in auto. Un lavavetri si avvicinò al semaforo, lui fece segno che non voleva e quello gli pulì lo stesso il parabrezza. Scese dall’auto e gli rovesciò addosso il secchio. Trecento metri dopo ne trovammo un altro. Al suo “no” l’extracomunitario fece un passo indietro. Gianluca gli diede la mano, e gli regalò dieci euro”. Il racconto è introdotto dalla veloce considerazione che era difficile “capire, immaginare” e il giornalista non sente il bisogno di aggiungere niente. In che senso era difficile capire, immaginare? Anche in questo caso quello che più importa è l’atto violento in sé (estremo e sempre inimmaginabile) e non il razzismo di fondo che lo ha motivato e che, invece, era visibile già da prima. Chissà se Casseri ha mai rovesciato il secchiello del ghiaccio in testa al barista (non extracomunitario) che gli ha messo il cacao sul cappuccino senza chiederglielo.

Uno degli ambiti in cui si capisce meglio quanto il razzismo sia difficile da definire è il calcio.
“Gli ululati, i buuu contro i calciatori neri, sono sempre da considerare espressione di razzismo oppure vi sono delle deroghe? E se sì, quali? Lo stesso vale per l’utilizzo di termini denigratori, come zingaro. Quando va punito? Sempre?”. Queste sono le domande da cui muove  Mauro Valeri nel suo libro: Che Razza di Tifo. Dieci anni di razzismo nel calcio italiano. (Donzelli, 2010).

Il libro tratta i primi dieci anni del duemila (da quando, cioè, sono entrate in vigore nuove norme Uefa che prevedono, nei casi più gravi o reiterati, la possibilità di far giocare le squadre le cui tifoserie si siano macchiate di atteggiamenti razzisti a porte chiuse, senza pubblico) è strutturato in questo modo: ogni stagione della decade presa in esame è introdotta da un capitolo chiamato “I dati e le norme” seguito dai singoli “casi” più eclatanti. Suddividere il libro in questo modo, oltre che interessante da un punto di vista editoriale (si può aprire il libro e iniziare a leggere, oppure passare da un “caso” all’altro), è un’operazione intelligente perché permette di analizzare la specificità di un avvenimento particolare all’interno di un continuum persecutorio più ampio. Il libro è denso di avvenimenti e la visione d’insieme sembrerebbe dare un giudizio sull’Italia sconfortante. A meno che non si consideri il razzismo da stadio come un fenomeno separato dal resto dei fenomeni che aiutano a definire una società.

Nel sistema calcio, però, la definizione di quali atteggiamenti siano da considerare razzisti e quali no è un problema della massima importanza. Oltre che simbolico è un problema economico. Secondo Valeri: “nel calcio, come nella vita, la definizione di cosa sia il razzismo, al di là delle decisioni del giudice sportivo, dipende molto anche da quello che viene percepito come tale, sia dalla vittima sia da chi lotta contro la sua diffusione. È una sorta di concetto mobile, come dimostrano i molti ricorsi, infarciti di se e di ma, avanzati dalle Società alla Disciplinare”. In generale si tenta di svuotare i cori offensivi del contenuto razzista. Che i cori siano offensivi nessuno lo mette in dubbio, è oggettivo, che si tratti di razzismo però è opinabile. Ad esempio nel 2001 la Disciplinare dà ragione al ricorso del Verona argomentando che fare il “verso della scimmia” (come riportato dal quarto uomo nel referto) non è un gesto di discriminazione razziale bensì una “manifestazione di scherno nei confronti degli avversari”.

Alcune di quelle “scappatoie interpretative” con cui le società cercano di evitare le multe possono essere esilaranti e in alcuni casi si arriva a vere e proprie capriole a livello logico. Come nel caso “Mutu vs Zamparini”. Il presidente del Palermo, dopo un gol del giocatore rumeno della Fiorentina, segnato con un avversario a terra, lo definisce : “uno zingarello” che come tutti i rumeni ama fare il furbo. E prova a difendersi in questo modo: “Quando Mutu era un bambino viveva in uno Stato che faceva fatica ad andare avanti per colpa del regime comunista e in quella realtà ha imparato ad arrangiarsi. La parola zingarello, per me, è sinonimo di furbizia”. Scrive addirittura una lettera alla Figc dove, dopo aver dichiarato che ci sono poche persone antirazziste, tolleranti, umane, come la famiglia Zamparini, aggiunge: “Penso che nel lessico italiano la parola furbizia non sia un oltraggio, specialmente se sposata con uno scugnizzo, un ragazzo cresciuto nei bassi della città e nella miseria, dove la lotta per sopravvivere fa diventare la furbizia un valore, che rimane nell’istinto di quei ragazzi per tutta la vita”. Addirittura. Per inciso, Mutu, rumeno ma non di etnia roma, è laureato in giurisprudenza.

Il “caso Balotelli” è forse quello più interessante, e anche Valeri gli dedica ben tre capitoli. Prima di tutto perché, essendo figlio di ghanesi, anche se nato in Italia Balotelli non è considerato italiano fino alla maggiore età. È un esempio di quello che Valeri definisce “razzismo istituzionale”. Tanto per dire: nel 2008 non può partecipare ai giochi Olimpici di Pechino anche se ha già vinto un campionato primavera, uno di serie A e la classifica capocannonieri in Coppa Italia. In quanto “black italian” però viene bersagliato dai tifosi più di un giocatore di colore qualsiasi. Per lui viene riutilizzato lo stesso coro usato per Carlton Myers (cestista italiano di padre caraibico) “non ci sono negri italiani”. Secondo poi, e forse questo è l’aspetto più interessante della faccenda: Balotelli oltre che nero è anche antipatico. O almeno, il fatto che a molti risulti antipatico pare un’attenuante alla gravità dei cori razzisti che subisce.

Durante Inter-Roma del primo marzo 2008 Balotelli segna due gol (uno su rigore dubbio che si era procurato da sé), zittisce i tifosi romanisti che lo insultavano e fa la famosa linguaccia a Panucci. Sui giudizi post-partita, dice Valeri, “sembra pesare molto (troppo) l’appartenenza calcistica di chi li pronuncia”. Così Paolillo (dirigente dell’Inter) giustifica la linguaccia come risposta ai rumori che arrivavano dalla curva e che “sembravano razzisti”, mentre Carlo Mazzone (romano e romanista, che di suo non è proprio un esempio di self-control) dice che Balotelli “si deve dare una regolata, non è padrone del mondo. Deve rispettare le regole, qualcuno glielo dica…”.

Un mese dopo, a Torino contro la Juventus, gli insulti si fanno così pesanti che il giudice sportivo decide di sanzionare la Juventus con l’obbligo di giocare una partita a porte chiuse. Abete, presidente della Figc condanna i cori ma riferendosi a Balotelli dice che “chi chiede rispetto in campo deve dare rispetto”. Gli ultras juventini, che cantano i cori contro Balotelli anche quando Balotelli non è in campo (anche in Champions League durante Juve-Bordeaux), si giustificano pubblicamente dicendo che quei cori “erano una risposta ai suoi atteggiamenti provocatori e non contro la sua origine, tanto è vero che Viera e Muntari, di colore come il compagno, non sono stati nemmeno fischiati”. Marcello Lippi e Arrigo Sacchi ripetono più o meno la stessa cosa. Valeri sottolinea l’assurdità di una logica secondo la quale si può “chiamare razzismo solo il caso in cui l’insulto colpisce tutte le possibili vittime”. Inoltre nessuno nota che se il coro “non ci sono negri italiani” non viene rivolto a Muntari e Viera, forse la ragione è che Muntari e Viera non sono italiani. Seguiranno l’episodio di Verona (Balotelli dichiara che il pubblico di Verona, ogni volta che ci gioca contro, gli fa sempre più schifo) e più o meno la stessa polemica. Flavio Briatore dice addirittura che Balotelli “è vittima di sé stesso più che del razzismo”. Insomma, se te la cerchi e sei nero, non è razzismo.

A furia di distinzioni e specificazioni si arriva a casi assurdi come quello che vede Lippi costretto a scusarsi per aver collaborato con Moni Ovadia a un progetto contro il razzismo, costringendo il regista a eliminare il suo contributo dalla versione finale di un dvd che sarebbe stato distribuito nelle scuole. L’allenatore campione del mondo avrebbe dovuto leggere delle pagine di Primo Levi e le memorie dei testimoni della Shoah. “C’è un equivoco che voglio chiarire. Sono stato contattato dal regista che mi ha chiesto di dire qualcosa contro il razzismo. Certo, ho risposto subito (…) Ma non ho detto che parlerò contro nazismo o fascismo: in quarant’anni di calcio non ho mai preso posizione politicamente e non intendo farlo adesso”. Moni Ovadia resta allibito: “Come non si può essere contro il nazismo?”. Garlando sulla Gazzetta commenta: “opporsi al fascismo e al nazismo non è politica, è la Costituzione. L’apologia è reato”. La posizione di Lippi è la stessa di molti italiani che, per non fare torto a nessuno, non prendono posizione (non si parla di politica a tavola).

Il libro di Valeri testimonia questo continuo minimizzare e mischiare le acque che, se noi italiani non fossimo tutti brava gente in buona fede, sembrerebbe quasi essere una tattica precisa per liquidare o depotenziare il tentativo di prendere sul serio il problema razzismo. In questo senso inserire il razzismo da stadio all’interno di dinamiche più generali, come la volontà di distrarre e innervosire un giocatore avversario, non è poi così diverso dal parlare di Casseri come di un pazzo e violento in generale. In entrambi i casi si spezza il filo sottile che unisce un’idea come il razzismo alle sue manifestazioni.

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