Montezemolo Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/montezemolo/ un blog di approfondimento culturale Fri, 12 Feb 2016 06:36:38 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=7.1 https://minimaetmoralia.it/wp-content/uploads/2025/07/cropped-cropped-309290503_464034925751050_1790831071097755281_n-32x32.jpg Montezemolo Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/montezemolo/ 32 32 Steinbeck https://minimaetmoralia.it/fiction/steinbeck-giordano-tedoldi/ https://minimaetmoralia.it/fiction/steinbeck-giordano-tedoldi/#respond Fri, 23 May 2014 10:00:37 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=18325 Abbiamo più volte parlato su questo blog de I segnalati, primo romanzo di Giordano Tedoldi, uscito dopo il suo libro di racconti Io odio John Updike. Ma è con piacere che riproponiamo ai lettori di m&m (e magari per qualcuno sarà la prima volta) il racconto con cui Tedoldi si affacciò ufficialmente al mondo letterario. Steinbeck uscì per la prima volta nel 2004 nell'antologia di autori vari La qualità dell'aria.

di Giordano Tedoldi

Chiamatemi pure Steinbeck. Ma come i grandi narratori del suo stampo, penso che tutto ruoti attorno ai soldi. Un campo di concentramento valutario. $Auschwitz$. Se la gente fosse meno ipocrita, se la gente dicesse fin dall’inizio che le cose stanno così. Invece dicono: stress, tante cose da fare, responsabilità, scuola dei bambini, moda e televisione. Più il denaro è importante e più si dicono menzogne che ne nascondono l’importanza. Nella mia vita, io sono stato poverissimo, ricchissimo, povero, ricco, medio, medioricco, mediopovero. Si può dire che si inizia a respirare, almeno così la vedo io, dal momento che si ha una carta di credito. Se hai una carta di credito, il novanta per cento delle cose ti riesce più facile. In generale, dopo che hai una carta di credito, si instaura un rapporto morboso, a volte di natura anche esplicitamente sessuale, tra te e uno o più impiegati della tua banca.

L'articolo Steinbeck proviene da Minima et Moralia.

]]>
hockney

Abbiamo più volte parlato su questo blog de I segnalati, primo romanzo di Giordano Tedoldi, uscito dopo il suo libro di racconti Io odio John Updike. Ma è con piacere che riproponiamo ai lettori di m&m (e magari per qualcuno sarà la prima volta) il racconto con cui Tedoldi si affacciò ufficialmente al mondo letterario. Steinbeck uscì per la prima volta nel 2004 nell’antologia di autori vari La qualità dell’aria. (Immagine: “Portrait of an Artist (Pool with two figures)”, David Hockney. Fonte.)

di Giordano Tedoldi

Chiamatemi pure Steinbeck. Ma come i grandi narratori del suo stampo, penso che tutto ruoti attorno ai soldi. Un campo di concentramento valutario. $Auschwitz$. Se la gente fosse meno ipocrita, se la gente dicesse fin dall’inizio che le cose stanno così. Invece dicono: stress, tante cose da fare, responsabilità, scuola dei bambini, moda e televisione. Più il denaro è importante e più si dicono menzogne che ne nascondono l’importanza. Nella mia vita, io sono stato poverissimo, ricchissimo, povero, ricco, medio, medioricco, mediopovero. Si può dire che si inizia a respirare, almeno così la vedo io, dal momento che si ha una carta di credito. Se hai una carta di credito, il novanta per cento delle cose ti riesce più facile. In generale, dopo che hai una carta di credito, si instaura un rapporto morboso, a volte di natura anche esplicitamente sessuale, tra te e uno o più impiegati della tua banca.

Può capitarti che sei in vacanza, sei a sciare, sei andato sul ghiacciaio del Cervino, e la sera hai voglia di comprare un po’ di roba al supermarket perché da mangiare, a casa, non c’è più niente. Compri questo fottio di roba al supermarket alle falde del Cervino e ti presenti alla cassa con un carrello stracolmo e la carta di credito non funziona. Non funziona perché il tuo amante della banca, la banca che ti ha dato la carta, ha deciso di togliertela. Lui non ti darà spiegazioni. Te la vuole togliere e basta. Gelosia. Non ti resta che far pagare qualcun altro, tirare fuori dei contanti come un pezzente qualunque, peggio ancora, come un pezzente con carta di credito tagliata da grandi forbici, balbettare una scusa umiliante o fingerti indignato e lasciare la spesa che hai impiegato anni a fare. Col cazzo che poi ci puoi tornare, a quel supermarket, l’unico seriamente fornito di Cervinia, dopo una figura così.

Il comportamento delle banche non è mai razionale. Io con le banche, nella mia vita, ho avuto rapporti ottimi, pessimi, discreti, buoni, decenti, graduati insomma. Non ho mai incontrato un direttore di banca che sapesse quello che stava facendo. Figuratevi i suoi sottoposti. C’è il tipo del direttore di banca megalomane, che pensa di meritare il posto di Alan Greenspan alla Federal Reserve, ma purtroppo è costretto a starsene nella sua discreta filiale di Centocelle. C’è quello lumacone, che è disposto a farti un trattamento di tutto riguardo se regali un caminetto alla moglie. C’è quello che si sente preside di scuola, e ti prende da parte e ti dice così non si fa. C’è quello che quando lo vai a trovare dopo essere stato sul ghiacciaio del Cervino, dopo che lui ti ha smerdato al supermarket dove avevi fatto la spesa, non si degna di salutarti, di prenderti in considerazione. Tu gli restituisci la carta di credito e gli dici: “Brutto figlio di puttana e allora?” E lui: “Purtroppo c’era uno scoperto di cinque, dieci, ventimila euro”. E tu: “Ringrazia Iddio che mi manca un braccio sennò ti strozzavo, quant’è vero Iddio ti strozzavo”.

Sì sì, tra di voi, lettori, lo so che ci saranno quegli ingenui, quegli stronzetti vestiti firmati dalla testa ai piedi che pensano che sto esagerando. Quei testa di cazzo con il vizio di toccarsi ogni cinque secondi il colletto della camicia. Li conosco, stronzetti come voi. Fate una prova, stronzetti, fatevi un mese, o due mesi, a duecento euro al mese. Prosciugate i vostri conti, dite che il papà è stato arrestato per bancarotta fraudolenta, dite che la mamma s’è beccata un esaurimento nervoso e non tiene più in pugno la famiglia e la filippina s’è licenziata perché non prendeva lo stipendio dall’11 settembre. E vediamo se non vi cambia la vita. Stronzetti con quei colletti delle camicie che non stanno mai fermi, ve li toccate ogni cinque minuti. Io delle ragazze le ho letteralmente raccolte dalla strada. Non mignotte, ragazze rispettabili, istruite, laureate in lettere senza uno straccio di lavoro, laureate in filosofia che facevano ripetizioni di tedesco per tenere a bada i genitori che non aspettavano altro che la laurea per cacciarle di casa a pedate. Normalmente queste poveracce finiscono nel giro dei concorsi pubblici. E allora è finita. $Auschwitz$. Arcipelago Euro.

Il mondo gli si chiude attorno, non respirano più: cominciano semplicemente a tribolare. Passano di scalino in scalino, ogni scalino una prospettiva migliore dello 0,0001%, alla fine non sanno neanche più se stanno salendo o scendendo, se si sono slogate una gamba, gli sbalzi di carriera, infinitesimali, le intontiscono completamente. Cominciano a rosicare anche. Vedono alla tv le modelle dei calendari, le conduttrici, le presentatrici, le giornaliste dei tg, gente che presumibilmente non vale un’unghia più di loro e che fa una vita migliore. Che non ha mai seguito le tappe di una carriera, è semplicemente stata presa, sollevata e piazzata lì. E le nostre amiche si lamentano? Nient’affatto. Pensano di essere fortunate perché non rischiano il posto di lavoro come gli operai Fiat di Termini Imerese. Ragazze di questo tipo, che ci hanno rinunciato in partenza, ne ho conosciute tante. Cristo santo non avrebbero le palle per rapinare una banca neanche se la banca glielo chiedesse. Sono oneste, loro. Non si metterebbero a fare una truffa neanche se la truffa fosse sicura. Non sparerebbero a un ricco, uno di quei ricchi volgari, sfondati, osceni, no, non gli sparerebbero neanche se quello avesse un cancro al fegato grosso come un bignè fritto. Io queste ragazze, tutte le volte che posso, di persona, o al telefono, cerco di cambiarle. Di farle ragionare. La banca, rapinala. La truffa, falla. Il ricco col cancro, ammazzalo. E loro niente: niente di niente. Oneste. Povere ma oneste.

Di una di queste mi sono pure innamorato. E glielo dico in continuazione: “Ti piace tanto la miseria? Ti piace tanto farti prendere per il culo da questi morti di fame che poi i soldi manco ce li hanno, guardali, gli imprenditori italiani, ne salta uno ogni anno, sono tutti indebitati fino al collo, sanno solo fare operazioni di maquillage finanziario da ciarlatani provetti. Ti fai spremere come un’arancia da questi figli di puttana superpubblicizzati e iperindebitati. Ti rassegni a friggere le patatine in una topaia del quartiere studentesco mentre loro si fanno fuori il Vitello Grasso all’Adlon di Berlino. Che cazzo di morale è la tua?”, dico a questa donna di cui sono innamorato. Non c’è verso di farla ragionare. Continua a friggere le patatine con l’olio di semi. E a Berlino ci va sì, ma con i boy-scout, col sacco a pelo, a Kreuzberg, il quartiere delle pulci umane. Ci andrà fino a sessant’anni coi boy-scout, col sacco a pelo. E con l’olio di semi per friggere nel sacco a pelo.

“Che cazzo vuoi bella mia?”, le direi. “Ti sembra di vivere in un mondo libero, equo, dove ciascuno può giocarsi le sue carte indipendentemente dall’aspetto che ha, dalle proprie private inclinazioni sessuali, e soprattutto dai soldi?” E lei zitta, umile, con quei vestitini da studentessa di sinistra, sottili come carta da zucchero, rugosi come carnagione malata, con i capelli raccolti da un nastrino unto color fegato, a friggere nel cucinino del nostro appartamentino le patatine con l’olio di semi vari che ci dà quel bell’alito micidiale. Porco dio. Cazzo è difficile amare una donna sotto certe condizioni, ma forse non è nemmeno così difficile. Forse è come quando l’incubo che stai facendo comincia a durare così tanto, a estenuarti per così tanti minuti e ore di sonno, che ti sembra un sogno. Ti ci abitui. Ami gli incubi, dici: sono carne della mia carne. Carne magra, sempre carne però. Che soldi prendono i sogni? Ogni volta che giaccio con la mia donna, spero che quell’alito micidiale, in fondo, non cambi mai.

Mi presto a tutte le facili ironie di questo mondo, ma la preferisco così, con l’alito della dieta, l’alito del vuoto di stomaco. Il mondo, là fuori, con tutte le sue bellezze naturali e tutte le sue avventure, mi stanca più facilmente della bocca della mia donna. Da bravo nazionalsocialista per dispetto, credo non verserei una sola lacrima se la bomba più sofisticata e devastante dell’arsenale americano riducesse la Terra a una crosta inanimata e radioattiva. Io c’ho il mio pigiama bucherellato e mi faccio addosso alla mia donna, le tocco la fica e la sento quasi sempre bagnata, le ficco la lingua in bocca, e dell’alito me ne sbatto. E lei dice: “Hai voglia?”, e io: “Due morti di fame come noi che altro hanno da fare?”, e lei: “Ma tu non sei mai stato un morto di fame”, e io: “Stai zitta cazzo, chiudi il becco”, e lei lo dice alla fine: “Come vuoi che mi metta?”

E si volta docile come un’antica pantera da circo, come una bambina sprovveduta che è abituata da sempre a prendere ordini, a sentire una figura paterna che la tiene in pugno. Suo padre, del resto, l’ha sbattuta fuori di casa a calci non appena si è laureata. Dico io, una si laurea e invece di fare una festa al castello degli Odescalchi con invitati dal jet-set e dallo show-biz tu la sbatti fuori di casa a pedate. Gratificante. “Mi piace così”, dice lei, “così ti sento, ti sento fino in gola”. E io: “Ci andresti con uno di quei bastardi ricchi che a trent’anni hanno un conto di cinquecentomila euro liquidi?”, e lei: “Oh che dici non so nemmeno quanti sono cinquecentomila euro in lire”, e io spingo e mi preoccupo: “Perché, se lo sapessi ci andresti?”, e lei: “Tu pensa solo a chiavare”, e io: “È quello che sto facendo, ma non riesco a togliermi dalla mente che tutto, anche me, te, e questa sacrosanta scopata, ruoti attorno ai soldi”.

La mattina, appena svegli, bevendo il caffè, io ho gli occhi infossati di uno che ha dormito poco, e lei è come senza faccia, se la nasconde nei capelli oleosi e fila di corsa in bagno, segno che non ha dormito per niente. “Oggi comincia una nuova vita”, le dico attraverso la porta e lei: “Speriamo solo che non ci sia traffico, non voglio arrivare tardi a scuola come ieri”. E io: “Fregatene della scuola, non andarci”. E lei: “Oh amore che dici”. E io: “Ti ho detto non andarci, ci penso io”. E lei: “Che vuol dire ci pensi tu? Ci vai tu a spiegare Tomasi di Lampedusa ai ragazzi?” E io: “Quando è troppo è troppo. Tomasi di Lampedusa! Porco dio! Senti bella, ti hanno insegnato che non va bene fare le cose solo per portare a casa uno stipendio da fame?” E lei, uscendo dal bagno: “Ti prego, non mettertici anche tu”. E io: “Potresti fare la tv, potresti leggere le notizie del tg, che cazzo hai in meno di quelle troiacce?” E lei: “Non lo so che cosa ho”. E io: “Ecco, non lo sai. Ci hai rinunciato e basta. Non ti poni il problema”. E lei: “Non mi posso porre problemi insolubili”. E io: “Vai, vai a insegnare, fila, di corsa”. E lei: “Ma amore…” E io: “Vai, ho detto!”

Questa stronza perdente della mia donna. Si prostituisce per Tomasi di Lampedusa. Le puttane a domicilio e quelle delle passerelle sono più felici e non pagano le tasse. Il pomeriggio quando torna mi trova a letto, che me ne sto sotto le coperte, e la informo che ho deciso di lasciarla. Insomma, ci ho riflettuto, non mi conviene. Non mi conviene per niente. Sì, è romantico, due cuori e una capanna. Ma si mangia da schifo. E la casa è troppo piccola, la cucina sembra lo stanzino delle scope. E non mi si venga a dire che non ci possiamo permettere di meglio. Ce lo potremmo permettere, se solo lei si decidesse a fare la tv invece dell’insegnante di italiano. “Senti, mi imbarazza proporlo”, dice lei, “potresti prendere un po’ dei tuoi soldi e migliorare le cose”. E io: “I miei soldi non si toccano. Sono per le emergenze”. E lei: “E questa non ti sembra un’emergenza? Mi stai lasciando, cazzo!” E scoppia a piangere. Cosa che non smetterà di fare fino alla fine. E io: “Maledetta vorresti intaccare il mio patrimonio e continuare a fare l’insegnante di italiano. Ma io ti riporto nella strada, nella strada da dove ti ho presa”. E lei: “Che colpa ne ho se non ho trovato di meglio?” E io: “Ti lascio, veditela un po’ tu”. E lei: “E dove te ne vai ora?”, e io: “E dove vuoi che vada? Torno da mamma”.

La notte da mamma va liscia. Lei è sorpresa di rivedermi. No, non è molto sorpresa. Da che cazzo dovrebbe essere sorpresa mia madre, ormai lo sa. Mi conosce. Non ho mai dato nessuna speranza, nemmeno a quattro anni. Passiamo mezz’ora a svuotare la mia ex camera da letto, che era stata trasformata in una specie di ripostiglio per i vestiti che mia madre si è messa in testa di vendere nella sua boutique. “Non riesci a tenertene una che sia una”, dice mamma. E io: “Questa era la volta buona, credimi, avevamo anche deciso i nomi dei bambini”. E mamma: “E poi che è successo?”, e io: “Non lo so, non me la sono sentita”. E mamma: “Be’, almeno meglio di quell’altra, che voleva farti vivere a Bombay”. E io: “Era mezza indiana. Mezza italiana e mezza indiana”. E mamma: “Che forse con una mezza indiana si deve andare a vivere a Bombay?” E io: “Non avresti qualcosa di forte?”, e mamma: “Ho la vodka, ho il novello”. E io: “La vodka, la vodka”. Mamma mi lascia la vodka in camera e se ne va a dormire. Accendo la televisione e vedo un documentario di Adriano Sofri sulla Cecenia. Sembra gente dei castelli romani. Ora c’è anche qualcuno che osa dire che ai castelli romani c’è gente di livello. Se ne sentono tante. Troppe. A questo punto c’è un’unica soluzione, rimettermi a fare la corte alle ricche.

Le ricche sono tutta un’altra faccenda. Con le ricche si fanno delle vacanze assurde dove ci si prende a schiaffoni in spiaggia nell’ammirazione generale dei morti di fame, che in generale si trovano al di là di alte transenne elettrificate. Si vive all’estremo, all’eccesso. Questo mondo schifoso che insulta le persone prive di denaro. Devo rapire una ricca. Devo prendere di mira la figlia di una coppia ricca, la figlia di uno di questi Montezemolo, una figlia di gente così, rapirla, portarla con me in vacanza, vivere a un altro ritmo. La cosa è alla mia portata.

Mia mamma è alta un metro e sessanta. A volte quando la vedo dico: cazzo, è per colpa sua che non sono alto un metro e novanta. Nella vita bisogna cercare di supplire alle deficienze fisiche con l’accumulo di denaro. Il denaro è una droga. Manipolare il denaro mi inebria, mi dà una sensazione di potenza che non ha nulla a che vedere con l’effimero sballo delle droghe. Devo ammettere che col denaro si riesce a vedere la trascendenza, la sua pelle di squalo. E io che mi ero messo in testa di salvare i poveri. Le povere diavolesse. Ci vuole una ricca, ho una nostalgia inaudita di lusso. Però chissà se ho veramente voglia di questa cosa. Forse è solo un film giapponese. È una voglia di cartapesta. E poi mi viene anche un’idea. Adesso mi alzo, me ne esco dalla mia stanzetta e vado in quella di mia madre e la violento. Che poi mia madre non è ancora completamente appassita. Me la scopo e poi vendo la storia ai giornali e alle tv. Dico che con i pochi soldi che avevo nessuna me la dava, quantomeno nessuna di decente, cosa che poi non è tanto lontana dalla verità, e io, che pure sono un ragazzo bello e istruito, sano come un dio, mi sono dovuto sbattere mia mamma. Già me la vedo la giornalista che mi sfrutta, mi strumentalizza.

Rifletto sulla possibilità che un simile scandalo possa davvero interessare il sistema mediatico. Mi rispondo che sì, a occhio e croce dovrebbe esserne ghiotto. Mi alzo, mi metto a pensare se davvero ho le palle per fottermi mamma. Lo farei per la gloria. No, lo farei per i soldi. Per fabbricare i soldi. Per far fare ai soldi tanti figli con tutto il patrimonio genetico dei padri. Mi ributto sul letto e cerco di calmarmi, non è facile, l’erezione è chiaramente un’erezione finta, da ubriaco, un’erezione da Viagra. “Per stanotte mamma te la sei sfangata”, dico e la faccio finita con questa storia.

Il giorno dopo sono già lì alle sette di mattina che sto rifacendo la valigia, che poi non avevo nemmeno completamente disfatto la sera precedente. Mamma è sorpresa, ritiene che sia quantomeno bizzarro venire da lei, annunciando di aver fatto ritorno a tempo indeterminato, e poi riandarsene bruscamente. Ma io le rispondo che è meglio così, che restare è pericoloso, e quando mamma mi chiede che voglio dire con pericoloso, faccio solo capire che sono in cerca disperata di fama, di soldi, di successo in qualsiasi forma e ottenibile con qualsiasi mezzo, quindi questa spregiudicatezza morale mal si concilia con la vicinanza stretta al ventre materno. Mentre parliamo, io e mamma, continuo a pensare al progetto di chiavarmela. L’ha mai fatto qualcuno? Di solito si sente di genitori che strapazzano i figli, mai viceversa.

Adesso vado in cucina e con un brutto coltello obbligo questa signora estranea – già cerco di mettere distanza – a soddisfarmi. Poi vado da Mediaset al sabato sera e firmo la liberatoria per la trasmissione della moglie di Costanzo. No, non funziona. Cagate. Velleità. Giappone. Addio mamma. Vado a caccia di una ricca al di sotto dei trenta che mi faccia divertire. Capelli neri lunghi sulla schiena e la carnagione chiara chiara e abitudine al lusso. Anzi, fame di lusso. Il lusso è una cosa che pochi capiscono nella sua essenza, io lo considero il talento di una superiore visione delle cose. Non ha niente a che fare con l’accumulo, semmai col consumo. Dietro al lusso c’è la saggia filosofia che i soldi si devono sperperare, anzi, che ogni cosa si debba sperperare, ogni cosa, non c’è nulla che valga la pena di risparmiarsi e di essere risparmiato.

C’è una spiegazione al fatto che i migliori sarti siano uomini: a contatto con i capi di abbigliamento, specie quelli di una certa pretesa, il cervello delle donne va in pappa. Frequentare una donna che ami il lusso vuol dire frequentare una donna di intelligenza superiore alla norma, di indubbio charme, che, tuttavia, manda in fumo la capacità di connettere e dire cose sensate non appena appunti gli occhi su una vetrina di qualche sarto (immune in quanto uomo). La cosa che può apparire terribile o perfino crudele, è che tale fenomeno nella sua implacabile regolarità non ammette eccezioni: vale per madri, sorelle, nonne, suore laiche, missionarie con stigmate/coliti e premi Nobel cotonate. Quindi dopo il fallimento della mia convivenza con una professoressa d’italiano che pare sicura di sé solo quando l’argomento è Il Gattopardo sono andato a scavare nel Passato, operazione sempre vomitevole, alla ricerca di qualcuna il cui viso, nella mia memoria, fosse rimasto impresso per la sua bramosia di lusso, potere, viaggi, sesso e nessun buon senso nel vestirsi. Vado a trovare colei che, per proteggerne l’anonimato, chiamerò Luisa Rossi, da una canzone di Battisti.

All’epoca Luisa era la donna da avere se volevi una fidanzata schizofrenica. La madre e il padre, lo so per certo benché per sentito dire da certa gente che non la stimava granché, la madre e il padre pensarono di affiancarle un “manager”. Così lo chiamavano, in realtà era un tutore. Uno che avrebbe dovuto gestire i conti correnti, sorvegliare le spese, e forse infine interdirla e spedirla in un esilio dorato sul lago di Lugano. Nelle mie conversazioni con Luisa spesso ricorreva, non sempre scherzosamente, questa faccenda dell’esilio in villa sul lago di Lugano. Luisa diceva che avrebbe semplicemente trasferito la propria vita romana, con tutti i suoi eccessi, le sue profonde crisi, come le chiamava lei, lì sul lago di Lugano. Quindi l’avrebbe avuta vinta comunque, riteneva. Avrebbe trasferito a Lugano anche tutti i suoi uomini. Sui suoi uomini posso dire una cosa: i suoi uomini raramente le dicevano di essere in viaggio, e sì che era gente che viaggiava parecchio, perché altrimenti le avrebbero dovuto portare un regalo. Cose di un certo livello. Non chincaglierie etniche, manufatti marziani, boiate luccicanti o tintinnanti. Oro vero. Diamanti. Rubini. Gioielli che suscitassero invidia. Di solito il fidanzato ufficiale di Luisa non partiva più. Nemmeno con lei, intendo dire. Viaggiare con Luisa significava crampi sicuri alla mano che firma le ricevute della carta di credito.

Da allora Luisa è certamente cambiata. Non è più una bambina. Non ha più ventisei anni, quanti ne aveva quando ci spellammo vivi fingendo di stare insieme. Acqua passata. Dai miei ultimi contatti telefonici con Luisa posso dire sinceramente che è cambiata. Parla con minore foga e sembra ascoltarti. Sembra guarita, a differenza della professorina. Una donna ricca che ascolta e che è guarita. Ha raggiunto la fine dei cicli d’esistenza. Forse non ha nemmeno più orgasmi. E se la cosa non è solo apparenza ma anche sostanza, forse Luisa può aiutarmi a venire fuori da questa impasse. Da questo momento in cui mi sento inutile, sterile, e per giunta mi annoio a morte. Né dovrei pensar male per via del fatto che Luisa Rossi mi dà appuntamento per il nostro incontro a un bar latteria. Ho un brivido, un mal di stomaco. I bar latteria che frequentavo con la professorina d’italiano, quella pezzente…

Mi faccio forte e entro nel bar. Luisa è accasciata a un tavolino, sulle prime non mi vede. La faccia rossa, invecchiata, e i grandi occhi verdi, ancora bellissimi, che mi chiedono compassione. Non si alza nemmeno forse perché non gliela fa, e io, che mi ero ripromesso di farlo comunque, le prendo una mano e gliela bacio a lungo. Luisa mi dice che non ha più un soldo, dorme nell’ufficio del grafico pubblicitario che le ha trovato un lavoro. Le domando come sia possibile che non abbia più un soldo, una delle donne più ricche della capitale. Lei non risponde, si limita a dirmi dove si trova l’ufficio del grafico pubblicitario, perché è lì che dovrò riportarla al termine della serata, dal momento che dorme su una specie di letto da campo in quell’ufficio. E io che ho in mente di fare dei viaggi con lei, e di farle perfino dei regali. “È andato tutto molto male”, dice Luisa senza perdere il vizio di ridere quando racconta cose spiacevoli. “Ecco perché te ne sei sparita”, dico, ma lei mi fa notare che non è così. Il denaro non c’entra niente. Non è che si è vergognata di essere diventata povera. Ci siamo persi di vista perché stava inseguendo un sogno. E io: “Che sogno?”, e Luisa: “Un mezzo incubo”.

Luisa chiede se ho voglia di andare al ristorante. Avrebbe tanta voglia di una bistecca. Almeno una bistecca. Solo che specifica che non ha i soldi per pagarsela, come se non avessi capito tutta l’antifona. “D’accordo ci penso io”, dico e mi sento di nuovo, anche con Luisa, piombare nella medesima situazione di grave indigenza vissuta con la professorina d’italiano che diceva di avere due soli vestiti e essere felicissima così. Ma questa di Luisa è un’indigenza nuova, innaturale, cui non sono abituato, un’indigenza che assomiglia tanto a una vendetta divina. Eccomi, mi vedo che torno da quella pezzente della professorina. Mi vedo che torno con lei e che vivo tutta una vita di stenti con lei e che infine muoio e ricevo l’estrema unzione da un prete ignorante e mi puniscono con un funerale di terz’ordine. Se siete poveri, voglio dire, quando siete poveri, perché ormai va tutto a periodi, restate scapoli.

L'articolo Steinbeck proviene da Minima et Moralia.

]]>
https://minimaetmoralia.it/fiction/steinbeck-giordano-tedoldi/feed/ 0
Affittasi Firenze, il prezzo è questo https://minimaetmoralia.it/arte/affittasi-firenze/ https://minimaetmoralia.it/arte/affittasi-firenze/#comments Fri, 19 Jul 2013 12:24:04 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=15047 Pubblichiamo un articolo di Tomaso Montanari uscito oggi sul Fatto Quotidiano. (Immagine: Wikipedia.)

Nonostante l'insabbiamento ottenuto grazie ad una stampa fiorentina ormai universalmente compiacente, la vicenda del noleggio di Ponte Vecchio a Montezemolo rimane assai oscura.

Matteo Renzi ha annunciato querela contro il senatore dei 5 Stelle Maurizio Romani, reo di aver testualmente ripetuto in Senato le parole del comunicato stampa di Ornella De Zordo, la consigliera comunale che ha fatto luce sulla vicenda. Ma il sindaco sa bene che nessun parlamentare può essere processato per opinioni liberamente espresse in aula, e dunque sa bene che non sarà mai costretto a tirare fuori le carte. E infatti si guarda bene dal rispondere a queste tre domande: 1) esiste una carta che attesti il versamento di 120.000 euro da pare della Ferrari al Comune di Firenze? 2) Esiste la documentazione del taglio di 120.000 euro che le vacanze dei bambini disabili fiorentini avrebbero subito da parte di un non meglio precisato ente? 3) Perché l'obbligo di lasciare 3 metri e mezzo per il passaggio sul Ponte dei mezzi di soccorso (obbligo del tutto disatteso, come documentano le foto del banchetto)  è stato notificato alla Ferrari solo il giorno dopo l'evento?

L'articolo Affittasi Firenze, il prezzo è questo proviene da Minima et Moralia.

]]>
PonteVecchio_Firenze

Pubblichiamo un articolo di Tomaso Montanari uscito oggi sul Fatto Quotidiano. (Immagine: Wikipedia.)

Nonostante l’insabbiamento ottenuto grazie ad una stampa fiorentina ormai universalmente compiacente, la vicenda del noleggio di Ponte Vecchio a Montezemolo rimane assai oscura.

Matteo Renzi ha annunciato querela contro il senatore dei 5 Stelle Maurizio Romani, reo di aver testualmente ripetuto in Senato le parole del comunicato stampa di Ornella De Zordo, la consigliera comunale che ha fatto luce sulla vicenda. Ma il sindaco sa bene che nessun parlamentare può essere processato per opinioni liberamente espresse in aula, e dunque sa bene che non sarà mai costretto a tirare fuori le carte. E infatti si guarda bene dal rispondere a queste tre domande: 1) esiste una carta che attesti il versamento di 120.000 euro da pare della Ferrari al Comune di Firenze? 2) Esiste la documentazione del taglio di 120.000 euro che le vacanze dei bambini disabili fiorentini avrebbero subito da parte di un non meglio precisato ente? 3) Perché l’obbligo di lasciare 3 metri e mezzo per il passaggio sul Ponte dei mezzi di soccorso (obbligo del tutto disatteso, come documentano le foto del banchetto)  è stato notificato alla Ferrari solo il giorno dopo l’evento?

Ma tutto questo non impedisce a Firenze di scivolare sempre più giù lungo la china della prostituzione dei suoi monumenti. Ora tocca alla Soprintendente Cristina Acidini, la quale ha convocato una riunione per il prossimo 23 luglio nella quale presentare il tariffario per la «concessione in uso dei beni culturali per eventi».

Ma quanto costa comprare ciò che non ha prezzo? Quanto costa privatizzare pro-tempore un bene comune? Quanto cosa piegare al lusso ciò che dovrebbe produrre eguaglianza?

Ecco il finissimo prezzario: se volete fare un cocktail nella Grotta del Buontalenti a Boboli, ve la cavate con 5000 euro (e 100 di luce: oppure vi portate le candele). Se invece siete in vena di concedervi una cena nel Cortile dell’Ammannati di Palazzo Pitti dovete sborsarne 15.000.

Volete esagerare? Volete mangiarvi una ribollita vicino alla Madonna della Seggiola di Raffaello, nella Galleria Palatina di Pitti? Beh, sono 10.000, ribollita esclusa. E se invece vi accontentate di un moijto sotto le volte di Pietro da Cortona, bastano 7000.Volete fare l’addio al celibato in compagnia della Venere di Botticelli, agli Uffizi? Prezzi popolari, considerando la location: per un cocktail 5.000, per una cena fanno 10.000. La povera Venere, insomma, non costa tanto di più di una olgettina qualunque.

Se poi siete uno stilista e volete replicare i fasti dell’anno scorso facendo una bella sfilata tra i quadri e le statue dei Medici mettete in conto 150.000 euro (qualcuno in soprintendenza legge il giornale: l’anno scorso eranosolo 30.000, e la cosa fece scandalo).

Se invece volete regalare agli amici uno spettacolo, dipende: il tariffario prevede che se è “teatrale”, il Cortile dell’Ammannati di Pitti vi costa 5000 euro, se è “culturale” (e la differenza la sa iddio) vi si fa uno sconticino, e fanno 3.000. Se poi volete farci una non meglio definita “manifestazione” (contro la Kienge, per esempio) preparate 20.000 euro.

Il tutto è ancora più grottesco quando si rammenti che la Corte dei Conti chiede 600.000 euro di danno erariale alla stessa soprintendente di Firenze per aver fatto sborsare allo Stato 3.250.000 euro per un crocifisso ‘di Michelangelo’ che ne valeva (parola del responsabile scultura di Christie’s interpellato dalla Corte) al massimo 85.000. E uno pensa: ma tutta questa abilità contabile, allora, dov’era?

Il punto, tuttavia, non è questo. Il punto è il progetto che abbiamo sul nostro patrimonio storico e artistico: serve a educare, a promuovere il pieno sviluppo della persona umana (parole della Costituzione), a renderci tutti eguali? O serve invece a fare un po’ di soldi alla meno peggio, come capita alle famiglie decadute che affittano la villa per i matrimoni? E c’è poi un piccolo problemino di decoro nazionale: affittare gli Uffizi per eventi privati è come se il Senato Accademico della Sapienza si affrettasse a fissare i prezzi per il noleggio dell’Aula Magna per battesimi e cresime, o se Napolitano affiggesse sull’uscio del Quirinale il listino dell’affitto per il Salone delle Feste, o se la Boldrini noleggiasse il Transatlantico per cene eleganti.

E le nostre soprintendenze cosa sono: organi di ricerca e tutela, o gestori di camere a ore? A quale scopo laureiamo giovani archeologi e storici dell’arte: perché aumentino il nostro tasso di civilizzazione, o perché organizzino il lusso privato?

Può essere che tutto ciò sembri a qualcuno una ‘modernizzazione’ della gestione del nostro patrimonio storico artistico: a molti altri, in Italia e all’estero, sembra invece l’ultimo stadio di un Paese finito, che raccoglie le ultime elemosine col piattino in bocca. Per non pensarci, possiamo sempre prenderci una sbronza: in un Cimabue Cocktail Party. Agli Uffizi, ovviamente.

L'articolo Affittasi Firenze, il prezzo è questo proviene da Minima et Moralia.

]]>
https://minimaetmoralia.it/arte/affittasi-firenze/feed/ 6
Italia: la violenza che viene? https://minimaetmoralia.it/societa/italia-la-violenza-che-arriva/ https://minimaetmoralia.it/societa/italia-la-violenza-che-arriva/#comments Mon, 23 Jul 2012 07:56:46 +0000 http://www.minimaetmoralia.it/?p=8793 di Nicola Lagioia L’anno che verrà L’anno che comincerà il prossimo autunno potrebbe essere tra i più violenti che l’Italia abbia sperimentato dopo la fine della seconda guerra mondiale. Lo sarà dal punto di vista della violenza fisica, e allora – ammesso di non ritrovarci troppo impegnati a sopravvivere nella guerra tra poveri di cui […]

L'articolo Italia: la violenza che viene? proviene da Minima et Moralia.

]]>

di Nicola Lagioia

L’anno che verrà

L’anno che comincerà il prossimo autunno potrebbe essere tra i più violenti che l’Italia abbia sperimentato dopo la fine della seconda guerra mondiale. Lo sarà dal punto di vista della violenza fisica, e allora – ammesso di non ritrovarci troppo impegnati a sopravvivere nella guerra tra poveri di cui siamo la parte privilegiata, guerra che da condominiale si sarà fatta nel frattempo rionale, poi cittadina – noi miserabili di buona volontà, specie se mossi da spirito cristiano, dovremo cercare di impedire che venga ucciso Luca Cordero di Montezemolo (provando a dimenticare l’intervista in cui Cesare Romiti, parlando con Minoli, lo accusa di essersi venduto gli appuntamenti con Gianni Agnelli mentre lavorava alla Fiat), dovremo salvare la vita del piccolo Oceano Elkann, la vita di Ignazio La Russa e di suo figlio Leonardo Apache (ricordando che il padre di Ignazio, Antonino, ex segretario del Partito Nazionale Fascista di Paternò, ebbe salva la vita perché, dopo essersi fatto catturare dagli inglesi in Africa, non ricevette da questi lo stesso trattamento previsto nei campi di lavoro gestiti dalla parte politica a sé amica), di Orlandina, la moglie di Sergio Marchionne (e dei due figli Alessio Giacomo e Jonhatan Tyler), nonché impedire che Massimo D’Alema venga aggredito per strada (stesso sforzo per Giulio Tremonti e per sua moglie Fausta Beltrametti, cercando di dimenticare che quest’ultima è andata in pensione a trentanove anni, avendo ormai riscosso ben più dei contributi versati) e Walter Veltroni durante la presentazione di un suo libro, oltre a impedire che Michel Martone, attuale viceministro del Lavoro e delle politiche sociali (senza farci scalfire dal ricordo di suo padre, già giudice della sezione “lavoro” del Tribunale di Roma nonché membro del CSM) venga aggredito in piazza Montecitorio da un senzatetto che cerchi di soffocarlo col topo morto che ancora non rappresenta il pasto principale di nessuno, ma forse lo sarà, e nell’attesa prestato a fini apotropaici.

Se non l’esplosione della violenza fisica, sarà il malessere psichico a raggiungere livelli mai sperimentati. Ma a quel punto – tenendo conto di che cos’è la tensione e il clima di nuova malattia mentale che si respira in ogni angolo d’Italia – si passerà facilmente al non figurativo, e il quadro eufemisticamente tratteggiato nel precedente capoverso non illustrerà un bel niente, essendo noi entrati in territori difficili da immaginare.

È chiaro, insomma, che non alle forze dell’ordine e non a compagini politiche o governative deve essere dato merito per un conflitto sociale non ancora esploso in modo così efferato, ma a chi per adesso non ha raccolto la prima pietra.

Chiunque non si riconosca in malesseri e allucinazioni di nuovo tipo, può smettere di ragionare su queste cose. Per gli altri la domanda è: cosa è successo nel frattempo? Quand’è che una narrazione non lineare ma ancora decrittabile (ancora leggibile, proprio come una storia di Joyce, di Pynchon, di Perec o di Calvino) si è inabissata in una sorta di materiale oscuro e densissimo? La sensazione è che la Storia ci abbia solo apparentemente abbandonati, tuffandosi in un lago di bitume, scomparendo ai nostri sguardi, ma continuando a produrre ovvi effetti nelle nostre vite. In questo modo avvertiamo i cambiamenti sulla nostra pelle e nella riconfigurazione sempre più violenta delle nostre mappe interiori, ma (il Sommergibile in fondo al lago) non riusciamo mai a vedere bene che cosa li produce. Dovremmo fidarci di più delle nostre sensazioni? Cosa è successo nel frattempo, cioè da quando le comunicazioni col Sommergibile sono state interrotte fino ad ora?

Un aneddoto editoriale

Quindici anni fa (era il 1997), fresco di Laurea in giurisprudenza, frequentai a Milano un corso in tecniche editoriali. Il corso era la cenerentola di un più ampio master (cui non mi iscrissi) in giornalismo e copywriting. La sede della scuola era in via Sardegna. Tra i docenti del mio piccolo corso in tecniche editoriali c’era la caporedattrice di un’importante casa editrice milanese. Chiamerò questa donna signorina Magnifiche Sorti.

Alla seconda lezione da lei tenuta, la signorina Magnifiche Sorti ci illustrò gli scenari che, anche in campo editoriale, la rivoluzione digitale era sul punto di spalancare, specie per tutti noi in procinto di affacciarci sul mondo del lavoro.

“Ragazzi”, disse la signorina Magnifiche Sorti, “fino pochi anni fa noi in casa editrice impaginavamo secondo i sistemi tradizionali di fotocomposizione. Ma voi non saprete nemmeno cosa significa, impaginare tradizionalmente libro. Né lo saprete mai, perché i libri vengono adesso impaginati usando un programma sofisticatissimo che si chiama QuarkXPress. Noi ci eserciteremo a usare QuarkXPress fino alla fine dell’anno. È un software, praticamente. E tutto, o quasi tutto, viene oggi impaginato usando questo software. Ed è un bene. Per quanto io resti affezionata – anche romanticamente – alle vecchie tecniche di composizione, QuarkXPress, regolarmente montato su Mac, fa risparmiare un sacco di tempo. Noi, in casa editrice, abbiamo calcolato, usando QuarkXPress risparmiamo rispetto a pochi anni fa circa 30/35% del tempo. Non è tutto. Da pochi anni a questa parte si sta diffondendo la posta elettronica. Chi di voi usa già la posta elettronica? Alzi la mano! Ecco, siete almeno la metà. Bene, noi pure in casa editrice usiamo adesso la posta elettronica. Il bello è che la usa già una parte non irrilevante dei nostri autori. Immagino che questa parte sia destinata a crescere. E quando un autore che usa la posta elettronica ci manda il proprio libro via posta elettronica, allegando un documento word in posta elettronica, noi non dobbiamo più ribatterlo a mano come facevamo fino a pochi anni fa. Posta elettronica. Capito? Ebbene: così facendo, abbiamo calcolato in casa editrice, riusciamo a risparmiare circa il 35/40% del tempo”.

A questo punto, nel silenzio generale dell’aula – da cui venni colpevolmente contagiato –, un silenzio stupefatto e quasi visibile, si sollevò una mano. Era la mano di una studentessa. Una bella studentessa, come sono belle le studentesse belle e intelligenti a cui o il privilegio infonde coraggio, o brucia il culo preventivamente. In entrambi i casi queste persone, spesso incapaci di tenere la lunga distanza, regalano lampi di puro genio a buon mercato. La ragazza alzò la mano, puntando molto seria (anzi, si sarebbe detto che era proprio arrabbiata) la signorina Magnifiche Sorti.

“Posso farle una domanda?”

“Prego, dimmi pure”.

“Ma a voi in casa editrice vi pagano il 35% in più?”

“No”.

“Lavorate il 35% di meno a parità di stipendio?”

“No, anzi, c’è il caso che lavoriamo anche di…”

“Ma allora, mi scusi, il vantaggio dove cazzo sarebbe?”

La parola “cazzo” è l’unica forzatura di questa ricostruzione (“il vantaggio dove sarebbe?” la corretta dicitura), ma sono certo che negli ultimi quindici anni ognuno di noi – ognuno nel proprio campo e ambito professionale – ha avuto un suo personale “momento Magnifiche Sorti”, l’attimo rivelatore, l’epifania joyciana grazie alla quale avevamo intuito (ma mai con quella forza che solo le conseguenze materiali potrebbero infondere, cosa che avrebbero fatto in modo diluito negli anni a venire, poi sempre con maggiore frequenza) che i tempi stavano cambiando, e che tutto quello che ci avevano insegnato su Stato, lavoro, diritti, democrazia sarebbe regredito sempre più a barzelletta della buonanotte. Adesso che anche i nostri stomaci cominciano a capire, è troppo tardi. E dunque?

 Di cos’è fatta l’intelligenza di Steve Jobs

 Uno dei primi scoop di Indro Montanelli fu intervistare un attempato Henry Ford prossimo alla malattia. “Era un vecchio minuto, con una gran testa di capelli bianchi, e mi venne voglia di chiamarlo zio”. Questo il celebre attacco del pezzo.

Ai quei tempi “zio Henry”, oltre ad aver rivoluzionato il mondo dell’industria automobilistica e più in generale quello del lavoro, aveva dato alle stampe L’ebreo internazionale, una corposa opera antisemita rispetto a cui i libelli di Céline rappresentano una licenza poetica, e che (a differenza delle Bagatelle céliniane) fu infatti per Hitler motivo di ispirazione, tanto che ampi stralci dell’opera di Ford sono giustamente citati nel Mein Kampf.

A un certo punto, durante l’intervista con Montanelli, Henry Ford, da buon reazionario, inizia a lamentarsi degli ideali perduti della vecchia America. Cita a sproposito Whitman e Thoureau. Oltre che amareggiarsi per la disgregazione dei vecchi valori, gli dà fastidio il culto della velocità che sembra imporsi in tutta la nazione, lo snervano i ritmi concitati che stanno contagiando anche le oligarchie statunitensi, e odia i cartelloni pubblicitari e le autostrade che, a suo dire, starebbero deturpando i magnifici paesaggi del paese.

“Hanno distrutto la vecchia America!”, tuona Henry Ford sprezzante.

“Ma signor Ford”, ribatte Montanelli stupefatto, “è stato lei a farlo!”

E Ford, ancora più stupefatto, oltre che risentito: “non capisco proprio che cosa intende dire”.

Con l’aggravante di un’età più giovane in articulo mortis (ai tempi dell’intervista con Montanelli, Ford aveva settantadue anni) lo stesso tipo di miopia sembra aver posseduto la mente di Steve Jobs. Questo tenendo salva la buona fede. Meglio coltivare stupidità nella metà di noi stessi non preposta al genio che non provare ad arginare (innanzitutto riconoscendole pubblicamente) le conseguenze persino non volute delle nostre azioni. Albert Einstein, Henry Ford, Steve Jobs. Albert Sabin. Di cos’è fatta l’intelligenza di un uomo se in questa non è compreso un certo amore per la salute pubblica come presupposto a lungo termine della sopravvivenza in generale?

Che la rivoluzione digitale ci abbia consentito un accesso mai visto alle informazioni (e alla possibilità di comunicare) al costo di averci reso tutti un po’ più schiavi è ormai talmente chiaro che a non volerlo vedere è soprattutto la parte che si ribella all’evidenza di essersi fatta mettere nel sacco con tanta facilità. Ammettere di essere stati fottuti è dura. E poi, fottuti da chi? Che si lavori nell’ambito della medicina, della pubblicità, dell’editoria, della radio o della televisione, della fotografia, della musica, dell’architettura e in tutti gli altri campi a (cosiddetta) elevata professionalità (e spesso non ad altrettanto alto reddito) è un fatto che la rivoluzione digitale abbia rotto la barriera che separava il lavoro dal tempo libero. Con la conseguenza che non esiste più il secondo se non come tempo della disoccupazione. Si lavora – per chi lavora – potenzialmente sedici ore al giorno. E chi beneficia di questo strano e inedito tipo di sfruttamento ancora tutto da studiare? Da una parte i Grandi Mediatori (si chiamino Nokia, Apple, Microsoft, Lindekin, Facebook, Twitter e così via). Dall’altra ovviamente la produzione tradizionale e chi, rispetto a essa, si trova nel punto più alto della piramide.

La signorina Magnifiche Sorti produce il 35% in più a parità di lavoro rispetto a quanto produceva prima dell’arrivo della rivoluzione digitale. Il problema è che, dopo l’arrivo della rivoluzione digitale (dopo che la fase iniziale della suddetta rivoluzione è finita, cristallizzando nelle nostre vite abitudini che fino a poco fa non erano così conclamate, tanto che ce ne accorgiamo bene solo ora, iniziando a chiamarle col loro nome) la signorina Magnifiche Sorti è anche arrivata a destinare all’attività lavorativa più tempo di prima, un buon 30% in più, sebbene frazionato (e meno produttivo rispetto alle normali otto ore lavorative). La conclusione è che la signorina Magnifiche Sorti lavora più di prima, produce circa il 40-45% in più rispetto a quanto non facesse, ma a parità di retribuzione quando va bene. Quando va male, cioè quasi sempre, con un potere d’acquisto ridotto rispetto a 15 anni fa. Chi si avvantaggia di questa situazione?

Prima di rispondere, è interessante notare due cose. Prima notazione: la rivoluzione digitale è stata sbandierata negli ultimi due anni come rivoluzione di libertà associandola alla primavera araba, senza forse riflettere troppo sull’eventualità che intanto l’intima essenza del digitale come si sta sviluppando risulta ostile a un sistema pre-democratico, in quanto il suo contesto ideale (il suo mondo sognato) rischia di essere un sistema post-democratico.

Seconda notazione: lo stato regressivo in cui la rivoluzione digitale rischia di precipitarci, cosa che continuerà a fare fino a quando non avremo imparato a usarla a nostro vantaggio (o fino a quando non riconosceremo che l’etologia è forse la vera scienza del XXI secolo). Usiamo Linkedin per cercare lavoro. Oltre una certa età, ci affidiamo a Facebook (o ai blog) come ipotetico strumento di promozione professionale  e sociale, e facciamo di Twitter l’esperimento in grado di trasformarci nella merce che vendiamo (o tentiamo pateticamente di fare). Controlliamo compulsivamente la mail in attesa di risposte su occasioni di lavoro, nuove collaborazioni, conferme di recupero crediti.

Ma riflettiamo: quanti soldi in più (e quale materiale benessere in più) stiamo ricevendo dall’uso di questi mezzi rispetto a quanto avremmo fatto vivendo in un mondo analogico? All’illusione di ricevere vantaggi materiali grazie alle interfacce digitali (riceviamo in effetti dei vantaggi, in certi casi riceviamo vere proposte di lavoro, ed effettivamente recuperiamo crediti. L’interfaccia digitale è anzi spesso l’unico sistema grazie al quale possiamo farlo; peccato però che i vantaggi non pareggino gli svantaggi. Da una parte l’interfaccia digitale è ormai in certi ambiti l’unico campo giocando nel quale possiamo guadagnare 10 euro; ma sono i 10 euro riattualizzati che un nostro omologo di 20 o 30 anni fa guadagnava in meno tempo, e con minore sofferenza mentale), a questa illusione, dicevo, si aggiunge il kindergarten in cui entriamo attraversando lo stesso schermo il cui funzionamento stiamo cercando di descrivere. Tra una sessione e l’altra su Twitter o Facebook, tra una mail scritta a un nostro committente e una di recupero crediti, per evitare che lo stress salga a livelli di Tso ci lanciamo con un semplice colpo di mouse nel magico mondo del porno on line, leggiamo le notizie continuamente aggiornate sulle homepage dei quotidiani, approfondiamo fino al bizantinismo i nostri interessi (si chiamino Juventus, James Joyce, feticismo dei piedi o barca a vela).

Il meccanismo – offrire un’illusione di svago attraverso lo strumento che, proprio malgrado o meno, contribuisce al peggioramento di molte vite avvantaggiando poche altre – era stato a ben vedere già descritto da Philip Dick in uno dei suoi migliori romanzi, Le tre stimmate di Palmer Eldritch. Che cosa accade in questo libro di fantascienza del presente? Ai coloni terrestri che vivono su Marte in condizioni orribili, vengono dati dei plastici di case terrestri con riproduzioni in miniatura di mobili ed elettrodomestici, nei quali posizionare la bambola Perky Pat (ispirata da Barbie). Così facendo, e grazie all’uso di una droga illegale ma tollerata dalle autorità, il Can-D, i coloni terrestri possono illudersi di essere di nuovo sulla Terra a vivere una vita spensierata, e così tollerare le terribili condizioni di vita e lavoro su Marte.

Allora: a chi conviene farci vivere su Marte?

Torniamo all’editoria, ma solo a scopo esemplificativo. Il discorso vale anche per gli altri settori produttivi. Chi si avvantaggia del lavoro della signorina Magnifiche Sorti? Ebbene, rispetto all’industria libraria basta fare un gioco semplice. Basta vedere, per i grossi gruppi editoriali, la busta paga di chi in Italia ha scoperto, riscoperto o importato i libri (cercando di fare una media ponderata tra prestigio e ritorno economico) di Dan Brown, Roberto Saviano, Philip Roth, J.K. Rowling, Cormac McCarthty ecc. (via via la busta paga dei redattori che se ne sono presi cura, dei traduttori, degli uffici stampa che ne hanno fatto parlare in giro etc.) e confrontarla con lo stipendio dei top manager dei grossi gruppi editoriali. La sproporzione è il segno dei tempi.

Per ciò che riguarda Mondadori, per esempio, alla voce “compensi corrisposti a direttori generali e dirigenti con responsabilità strategiche nel 2011”, in relazione al suo AD Maurizio Costa si può leggere on line: “Emolumenti per la carica (1 milione e 10mila euro), benefici non monetari (25mila e 580 euro), bonus e altri incentivi (480mila euro), altri compensi (1 milione 207mila 205 euro)”.

Stay hungry, stay foolish. Come evitare che un uomo esasperato dalle conseguenze inattese di questa massima raccolga la prima pietra, e sia imitato da tutti quanti gli altri?

La Crisi venuta dallo spazio

 Le sproporzioni sono sin troppo note, ma una bella rinfrescata non fa male. Quattro esempi sulle centinaia di migliaia a nostra disposizione.

Vittorio Valletta, AD Fiat fino al 1966, guadagnava venti volte i suoi operai. Sergio Marchionne, oggi, guadagna 435 volte lo stipendio medio di un operaio Fiat.

In una città come Roma, nel 1965, avendo come parametro lo stipendio medio di un impiegato statale e un appartamento di 65 mq a San Giovanni, per acquistare casa erano necessarie 6,8 annualità del suddetto stipendio. Oggi ne servono 19.

Diego Armando Maradona, nel 1984, venne acquistato dal Napoli per una cifra che, riattualizzata, è pari circa a 15,09 milioni di euro. Nel 2010 il Real Madrid acquistò Cristiano Ronaldo per circa 94 milioni di euro. Per gli ingaggi dei top players è accaduto nel tempo qualcosa di molto simile. Gli stipendi dei magazzinieri di Napoli e Real non hanno visto, in proporzione, un aumento del 600%.

Il debito greco (che ha distrutto vite, famiglie, e sta tenendo più di un continente col fiato sospeso, cioè sta causando gravi danni materiali a decine di milioni di persone, e via via consistenti danni per la salute mentale di qualche centinaio di milioni) è pari circa a 355 miliardi di euro. I patrimoni privati dei dodici uomini più ricchi del mondo, sommati tra di loro, danno una cifra pari a 362 miliardi di euro circa.

Queste sproporzioni offrono un’immagine molto chiara di cosa respira oltre la maschera del mondo in cui viviamo, e a cui non ribellarsi potrebbe significare a un certo punto offrire i polsi alle catene. È faticoso un mondo in cui si è costretti a ribellarsi per salvaguardare la propria dignità. Ma sventurato e molto più pericoloso è un mondo in cui dovesse rendersi necessaria la violenza per non venire ridotti in schiavitù. Allora, quale istinto batte nel cuore della grande Balena (avevamo iniziato pensando a un Sommergibile) che nuota sotto i nostri piedi e, contemporaneamente, ben nascosta nel fondo dei nostri pensieri?

Fa parte delle regole condivise – una condivisione scaturita tuttavia dallo scontro con opposte e spesso giustificate tensioni – degli ormai scalfiti regimi democratici (quelli nati o rinati a partire dalla seconda metà del Novecento) prevedere che una maggiore parte di ricchezza vada a chi (per talento, voglia, dote, eredità, istruzione, capacità creativa o organizzativa) dia un contributo percepito come più consistente rispetto ad altri giocando nel medesimo campo di riferimento. Riconosciamo in Sergio Marchionne una capacità organizzativa e strategica aziendale migliore di un metalmeccanico. Cristiano Ronaldo fa sognare i tifosi molto più di un calciatore di serie C o dell’anonimo magazziniere che pure, partecipando di un lavoro collettivo, contribuisce a tenere in piedi il Real Madrid CF. Gli esempi sono innumerevoli. Ma in un sistema di risorse limitate, fino a che punto può aprirsi il gap tra Marchionne e un suo operaio (tra Cristiano Ronaldo e il magazziniere di una squadra di serie C, tra uno sportellista della BNL e il ceo di Goldman Sachs Lloyd Blankfein ecc. ecc.) senza distruggere il principio democratico (ma prima ancora civile e religioso) di dignità umana che nessuno di questi privilegiati si sognerebbe mai di sconfessare pubblicamente pur calpestandolo ogni giorno per il semplice fatto di esistere nel contesto in cui si è?

Formalmente un limite all’accumulazione di ricchezza e alla sproporzione tra condizioni di vita non è previsto in nessuna carta democratica, ma proprio il fatto che non ci sia (e che quindi, in teoria, dati a 100r la ricchezza disponibile e a 1000x gli abitanti di un paese, un x potrebbe per assurdo – assurdo? – accaparrarsi 99r riducendo gli altri in una situazione di semischiavitù) crea in ogni sistema democratico la falla ideologica che potrebbe determinarne il crollo pur nella formale sopravvivenza, come in molti paesi sta iniziando ad accadere in forma blanda. Chiunque pensi che non sta accadendo, rifletta non sulla geopolitica ma su cosa è diventata la propria vita negli ultimi dieci anni – e anche qui, non la vita privata spacciata pubblicamente per altro da sé a fini di sopravvivenza, ma quella intima e difficilmente confessabile.

Di questo terrificante spostamento di ricchezza (cioè di valori), presi come siamo dalle nostre vite, non ci saremmo resi conto con un tale contraccolpo emotivo se a un certo punto il gioco non avesse mostrato la corda con l’esplosione della crisi. La quale ha semplicemente reso conclamato un processo in atto da alcune decine d’anni.

A proposito della vera natura di questa crisi, o almeno di certi suoi aspetti, come ha più volte ricordato un attento studioso dei processi economici come Luciano Gallino: a) “gli enti maggiormente indebitati, in America, ma anche in Europa, sono le banche. In quasi tutti i paesi il debito privato delle banche supera largamente il debito pubblico. Il massimo è toccato dalla Gran Bretagna, in cui il debito privato delle banche ammonta al 600% del pil, mentre quello pubblico è del 60%. La politica, dopo aver aperto tutti i possibili varchi alla sregolatezza della finanza, ha provveduto a salvare le banche. In totale i versamenti diretti per salvare le banche – quelle irlandesi, quelle spagnole, quelle inglesi – e le garanzie versate a vario titolo, che sono soldi che non puoi usare ad altri fini, ammontavano a più di 4mila miliardi di euro. È allora che si sono scavati enormi buchi nei bilanci pubblici”, b) “Negli Stati Uniti i salari reali al di sotto della qualifica di foreman sono fermi o leggermente regrediti dal 1973. Ma anche l’Europa ha visto crescere a dismisura le disuguaglianze di reddito e di ricchezza. Uno dei paesi più diseguali che esista in Europa, soprattutto se si guarda alla ricchezza, è la Germania. La Germania ha un coefficiente di Gini prossimo a 0,8-0,799. Se si tiene conto che il coefficiente 1 vuol dire che uno solo prende tutto, si capisce che si tratta di una disuguaglianza elevatissima”, c) “Una prima spiegazione, di ordine finanziario e tecnologico, è che i ricchi si sono arricchiti perché avevano superiori capacità professionali, più ampio accesso alla finanza, maggiori competenze tecnologiche e informatiche. Perciò hanno raggiunto un alto reddito addizionale e, alla fine, una notevole ricchezza. Quelli che avevano minori capacità professionali erano meno competitivi, hanno avuto salari stagnanti. È nata così una doppia convenienza. Quelli che avevano accumulato ricchezza avevano bisogno di investire in modo sicuro, di dare denaro in prestito. Le classi medie, le classi lavoratici, avevano bisogno di prestiti per comprarsi la macchina, la casa, per pagarsi le spese mediche. Si sono così combinati i due interessi. Con le invenzioni della finanza che abbiamo visto, trilioni di dollari sono stati prestati dal 10% più ricco al 40-50% meno abbiente”, d) “tra il 2011 e il febbraio 2012 la Banca centrale ha prestato alle banche europee oltre un trilione di euro, 1000-1040 miliardi. Le banche in parte hanno pagato i debiti che avevano nei confronti della Banca centrale, in parte li hanno usati per capitalizzarsi, con qualche piccolo prestito alle piccole e medie imprese, ma per oltre un terzo hanno comperato titoli di Stato, che rendono dal 3% di certi titoli francesi o tedeschi fino al 7-8% nel caso di titoli italiani, spagnoli eccetera… Loro alla Banca centrale pagano l’1%. Dovrebbe essere possibile, i cittadini dovrebbero chiedere, che prestiti del genere siano accessibili anche agli Stati. Se lo Stato italiano avesse un prestito anche solo di 40-50 miliardi all’1%, o magari allo 0,25%, vicino a 0, come fa il Giappone, le cose andrebbero meglio. L’interesse dovrebbe essere in ogni caso minore del tasso di sviluppo. Invece siamo al 5% pagato alle banche, che l’hanno preso all’1%”.

Questo per dire che la crisi non viene dallo spazio. Non è neanche il frutto di una congiura studiata a tavolino. E tuttavia va combattuta come se lo fosse. Nell’apologo di Orson Welles, lo scorpione non può fare a meno di pungere la rana sul cui dorso sta pure attraversando il fiume. Noi, a differenza della rana, per morire abbiamo bisogno evidentemente di più di una puntura. Non siamo ancora morti, ma è chiaro che qualcosa ci ha colpito. Siamo forse al secondo colpo. Per evitare il definitivo non possiamo purtroppo contare sullo scorpione. Non è infatti per sarcasmo se affermo che i cosiddetti padroni del mondo sono addirittura più impotenti di noi nel fermare questo gioco al massacro. Non è solo una questione di interessi ma di vincoli interiori. Per Maria Antonietta venire sfrattata da Versailles può risultare più temibile che finire sulla ghigliottina. Così, per Sergio Marchionne (consapevole di ciò che si muove oltre il suo naso quanto l’Henry Ford dell’esempio), perdere in competitività secondo le regole del neoliberismo è uno spettro più temibile rispetto a quello di intere regioni ridotte in sofferenza e schiavitù, per non parlare di cosa potrebbe diventare il mondo intero (il pianeta) viaggiando lungo il percorso che stiamo descrivendo. Per non tacere di cosa poi potrebbe capitare proprio a lui, il Marchionne dell’esempio, se un giorno (in virtù di un movimento identico e opposto rispetto a quello che ha spostato violentemente ricchezza, valori e stili di vita negli ultimi decenni) si mettesse a ferro e fuoco la Bastiglia.

Se un uomo come Marchionne (lo ripetiamo, si tratta solo di un esempio) fosse minimamente consapevole del mondo in cui vive nonché magari anche un po’ intriso della migliore cultura occidentale (economica, civica, letteraria, religiosa, filosofica), inizierebbe a guardare con sospetto al famoso rapporto di 1 a 435.

Chiamiamoli dunque per praticità Signori 435.

Così d’accordo, il Signor 435 è più bravo di me a dirigere un’azienda, a giocare a pallone, a presiedere una casa di produzione cinematografica, a comporre una canzone, a progettare un edificio, a scrivere una legge, a piantare un chiodo nel muro, a inventarsi un software, a mettere a punto un algoritmo, a brevettare un’invenzione meccanica, a sintetizzare la molecola per un nuovo medicinale, a disinfestare una cantina, a progettare un derivato. Ma cosa, in virtù di questa maggiore capacità, può giustificare un reddito pari a 435 volte il mio se la mia unità non dà più alcuna possibilità di avere una casa in affitto, di pagare bollette e cartelle esattoriali, di comprare del cibo decente, di fare figli, di istruirli, di avere consumi culturali, di curarmi, di pagare i funerali dei miei genitori? E cosa soprattutto, nel Signor 435, può far difendere a spada tratta una simile diseguaglianza – con tutte le grandi sofferenze umane che ne derivano – se non una vita interiore totalmente preda (suo malgrado) della più antimoderna delle brutalità? E cosa infine desidera sotterraneamente (cosa evoca malgrado l’apparente buono stato di salute mentale) questo tipo di brutalità se non la violenza della controparte?

I Signori 435 sono troppo poco in contatto con se stessi per rendersene conto, ma tutto nel loro discorso invoca la barbarie. Aiutiamoli a smettere o sarà troppo tardi.

A nostra volta, guardiamoci allo specchio. Che faccia abbiamo? Siamo in buone condizioni di salute? Ci sentiamo ottimisti? Guardiamo con gioia al domani? O siamo sempre più invidiosi, frustrati e incattiviti anche oltre ciò che potremmo onestamente permetterci? Soffriamo di disturbi nervosi? Stiamo vivendo con pienezza il nostro tempo? Ci sentiamo più realizzati o più impotenti? E quanto durano, e di cosa sono fatti, i nostri eventuali stati di soddisfazione? Nel nostro desiderio di violenza tenuto a freno c’è un plusvalore che non è dato dalle nostre oggettive difficoltà ma è semplice e nudo (barbarico) desiderio di violenza che già comincia ad alimentarsi di sé medesima? Di quante prove le nostre menti e di quanti sintomi i nostri corpi hanno ancora bisogno per capire cos’è che sta davvero succedendo?

A questo punto del discorso, spero che mi si sarà perdonato l’attacco quantomeno bizzarro di questo pezzo. Avevo iniziato con l’obiettivo di salvare la vita di Luca Cordero di Montezemolo, Ignazio La Russa e altri Signori 435 per l’anno che verrà. Sono arrivato a questo punto del discorso. Ho tralasciato di citare l’ovvio, cioè il deficit di politica a livello mondiale, la spaventosa mancanza di leader in grado di risolvere rapidamente i problemi di cui stiamo parlando.

Non è certo un augurio ma un fatto, o meglio una disgrazia osservata in prospettiva unendo i punti sulla mappa: si avvicina sempre più il bivio oltre il quale le nostre società imboccheranno necessariamente la strada della schiavitù o quella della violenza. In un paese come l’Italia, con tutto quello che è successo negli ultimi anni, è in effetti sorprendente che le tensioni sociali non siano ancora esplose. Oltre che il buon senso, le hanno tenute a freno il vecchio familismo (ma adesso la marea sta salendo fino a toccare le riserve di padri e nonni, ora anche loro iniziano a perdere posti di lavoro, case, pensioni: si tratta di un ammortizzatore che inizia a propria volta a invocare aiuto), un triste amore per il particulare ormai ridotto all’osso, un servilismo endemico (ma i padrini adesso sono troppo occupati a salvare se stessi, e pazienza se si metteranno in salvo alleggerendosi di molti clientes).

Si profila davanti ai nostri occhi, insomma, un altro cambio di paradigma.

L’augurio per noi tutti è che un’alternativa venga messa a punto nel tempo non lunghissimo a disposizione.

 

 

 

L'articolo Italia: la violenza che viene? proviene da Minima et Moralia.

]]>
https://minimaetmoralia.it/societa/italia-la-violenza-che-arriva/feed/ 124