Morgan Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/morgan/ un blog di approfondimento culturale Wed, 01 Aug 2018 15:00:25 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=7.1 https://minimaetmoralia.it/wp-content/uploads/2025/07/cropped-cropped-309290503_464034925751050_1790831071097755281_n-32x32.jpg Morgan Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/morgan/ 32 32 A wonderful summer – un pensiero per Franco Battiato https://minimaetmoralia.it/musica/wonderful-summer-un-pensiero-franco-battiato/ https://minimaetmoralia.it/musica/wonderful-summer-un-pensiero-franco-battiato/#comments Wed, 01 Aug 2018 13:55:17 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=37877 di Giulia Cavaliere

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Quella del 2000 era l’estate dei miei 15 anni e seguiva un autunno e un inverno che nel tempo avrei chiamato sempre con il didascalico soprannome “la stagione delle scoperte”. Nel mese di novembre dell’anno precedente avevo iniziato conoscere la musica degli adulti, a spendere tutte le mie paghette in dischi, sempre più immersa nella voce e nei suoni di David Bowie ero entrata in contatto con Brian Eno, andando a scuola ogni mattina, per settimane, avevo ascoltato in loop “Road to nowhere” dei Talking Heads fino a distruggere progressivamente il nastro; mi ero innamorata dei Kraftwerk e giocavo a farmi ogni volta terrorizzare dal suono della vetrina in frantumi in “Showroom dummies”.

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di Giulia Cavaliere

(fonte immagine)

Quella del 2000 era l’estate dei miei 15 anni e seguiva un autunno e un inverno che nel tempo avrei chiamato sempre con il didascalico soprannome “la stagione delle scoperte”.  Nel mese di novembre dell’anno precedente avevo iniziato conoscere la musica degli adulti, a spendere tutte le mie paghette in dischi, sempre più immersa nella voce e nei suoni di David Bowie ero entrata in contatto con Brian Eno, andando a scuola ogni mattina, per settimane, avevo ascoltato in loop “Road to nowhere” dei Talking Heads fino a distruggere progressivamente il nastro; mi ero innamorata dei Kraftwerk e giocavo a farmi ogni volta terrorizzare dal suono della vetrina in frantumi in “Showroom dummies”.

Dopo anni di Lucio Battisti, Paolo Conte, Enrico Ruggeri e Fabrizio De André che uscivano dall’autoradio o, più di rado, dallo stereo di casa, mi affascinavano soprattutto gli esperimenti e gli sperimentatori. Mi incuriosiva Klaus Nomi, adoravo Marc Bolan e mi divertivano gli artisti che affidavano ai costumi e al trucco la propria rappresentazione fisica sui palchi e dentro i videoclip, li trovavo tutti affascinanti, irresistibili e spaventosi, in qualche maniera erano un’esperienza sempre eccitante, altra da me, fiabescamente aliena.

Tra i contemporanei della nazione mi piacevano i Bluvertigo, all’inizio dell’estate ero andata ad ascoltare Morgan suonare J.S.Bach in un bellissimo palazzo del centro di Milano, mentre Michel Houellebecq, fresco del successo italiano di Le particelle elementari – che pure avevo letto a primavera come una delle prime rivelazioni letterarie contemporanee della mia vita di giovane adulta – recitava alcune delle sue poesie.

Dunque l’estate era esplosa e io mi ero ritrovata con i sensi spalancati: non erano tanto, o non soltanto, tutte le scoperte di questi artisti e dei loro mondi, delle loro ragioni e della loro portata, quanto il piacere anche fisico e totalizzante del contatto con questo intero grande mondo nuovo delle possibilità, accompagnato alla sensazione crescente e pura che non sarei mai stata sola, che avevo trovato il mio posto e che il mio posto sarebbe stato chissà dove, ovunque ma con quella roba con me, con le canzoni, i libri e il pensiero di opere eterne come qualcosa di caro, presente, vivo.

Il futuro sarebbe stato meraviglioso, sarebbe stato pieno, gonfio, sarebbe stato ricco. Questo pensavo, ragazzina, quando in un pomeriggio rovente di luglio, in macchina con mio padre che mi accompagnava a una mostra – per la prima volta su mia richiesta dopo anni di passività al suo seguito e a quello di mia madre – misi per la prima volta L’era del cinghiale bianco dentro l’autoradio.
Pieni gli alberghi a Tunisi per le vacanze estive, a volte un temporale, non ci faceva uscire.
Avevo conosciuto anche Franco Battiato nella stagione delle scoperte e qualche tempo prima, a primavera, lo avevo persino incontrato di persona a una conferenza sul sufismo – ora occhi chiusi e immaginate una quattordicenne a una conferenza sul sufismo. Alla fine mi ero avvicinata per fargli firmare un disco, avevo scelto di portare la copia di casa, in vinile, de La voce del padrone, uno degli LP che i miei genitori avevano più ascoltato in tutta la loro vita, entrambi, come succede solo con i grandi capolavori che ammantano intere generazioni e che finiscono in doppia copia nelle librerie di famiglia quando due di quella generazione decidono di formarne una.

Quel disco mi aveva rapita, era sperimentale, giocoso, ironico, cattivo: mi faceva ridere e mi faceva commuovere. Se ridi e ti commuovi, iniziai a pensare in quel periodo senza poi smettere mai di pensarlo, è fatta: hai tutto, ti puoi fermare.
Su Battiato, quindi, mi fermai, e mentre con mio padre raggiungevamo le immagini delle opere di Gaudì – la mostra alla fine fu un po’ una delusione – le canzoni di quel disco che avrei ricomprato almeno tre volte, regalato a persone giuste e sbagliate, ascoltato su strade della nazione e dell’Europa di cui neppure potevo allora immaginare l’esistenza,si diffondevano nell’abitacolo e raccontavano, oltre la loro stessa forma, di me che non ero più bambina, di me pronta a qualcosa di nuovo, qualcosa da capire, qualcosa da imparare.

A 15 anni sei ancora libero ma la tua libertà, a un certo preciso livello, sarà brevissima, un istante: durerà ancora per poco, poi ti innamorerai, farai cose, inizierai a prenderti il mondo o farti prendere dal mondo, tutto sarà magnifico ma rischioso, tutta sarà terribile e tutto potrà sporcarsi, in altre parole qualcosa si romperà come sempre accade per poter andare avanti: mai nulla sarà più solo tuo, tutto sarà potenzialmente da dividere, da condividere.
Io ascoltavo “Magic Shop” e sorridevo e rabbrividivo emozionata pensando che forse era così che si sentivano quelli che cantavano in uno stadio, mentre gridavo con un signore più grande di mio padre, che riconoscevo da qualche parte mio simile,versi come  come:

Supermercati coi reparti sacri / che vendono gli incensi di Dior

ascoltavo“Stranizza d’amuri”, cercavo la traduzione e mi commuovevo e poi la imparavo a memoria, pensavo al “Re del Mondo” che ci tiene prigioniero il cuore, mi domandavo se il giorno della fine davvero non ci sarebbe servito l’inglese e avevo paura davvero per questa storia del giorno della fine; con Battiato imparavo, tra le altre cose, la mia lingua, una lingua culturale, sociale certo, ma pure strettamente tale, imparavo l’italiano e godevo e faticavo.

Niente, allora, era più eccitante della leggera fatica arditamente perseguita del dover capire, del doverci affondare, del doversi spogliare di tutto, per il gusto di conoscere qualcosa. A ripensarci si tratta di una cosa molto simile alla leggera fatica impercettibile della lettura, è la fatica della volontà, una fatica che chiamare fatica è davvero scorretto e che riguarda l’amore, in ogni forma, il prendersi in carico i propri desideri, seguirli per farli fiorire. Un po’ come quando inizi a suonare la chitarra e le dita fanno malissimo per le prime due settimane ma un male bellissimo. Poi verranno i calli, farà meno male ma in qualche modo rimpiangerai per sempre l’immersione iniziale.
Mentre per molte cose, molta musica, molta arte, la fine di quella stagione della vita ha coinciso con il far propria la materia e tenerla con sé, con Battiato quell’impegno magico e speciale non è finito mai, non è mai finto lo stupore e non si è mai esaurita la sua richiesta di esserci, affondare completamente alla scoperta.

Un pomeriggio, avevo forse 16 anni, avevo acquistato Patriots in musicassetta nel mio negozietto di fiducia, per la serata i miei mi avevano dato un coprifuoco tassativo a mezzanotte, così alle undici ho salutato tutti, sono scappata da sola dal pub e mi sono messa seduta su un gradino dell’Upim ad ascoltare la cassetta che avevo iniziato a sentire prima di uscire ma avevo, mio malgrado, dovuto mettere in stop. Un fine serata trascorso continuando poi a mandare indietro e riascoltare e mandare indietro e riascoltare senza sosta “Venezia Istanbul” per compiacermi tutta esaltata dello stacco che precede quell’esplosione pop che fa mi dia un pacchetto di Camel senza filtro e una Minerva e una cronaca alla radio dice che una punta attacca verticalizzando l’area di rigore.
Che suoni, che metrica, che perfezione.

Su un treno regionale mi ritrovavo a piangere a 25anni ascoltando per la duemmillesima volta “La stagione dell’amore”, realizzando colpevolmente in ritardo che quello che sentiamo forte battere elettronico per tutta la canzone altro non è che il battito cardiaco accelerato che non si arresta mai, Battiato ce lo dice così, non solo con le parole: non finisce mai, è inutile, arrenditi, viene e va, muore, ti abbandona ma ritorna, e quando ritorna l’entusiasmo che proverai sarà nuovo, sarà ancora tuo e tu sarai fregata un’altra volta.
In piazza della Scala a Milano camminavo verso la Galleria e profeticamente dall’ipod è partita“Tramonto Occidentale” facendomi sentire provare d’improvviso quel senso di inusitata libertà e magia passeggiando proprio lì lungo il corso o in galleria, accendendomi una sigaretta per il gusto del tabacco che non mi avrebbe fatto male, guardando i miei concittadini in un giorno di festa, sentendomi piacevolmente con loro e piacevolmente davvero lontanissima da chiunque tra loro.

Davanti al cimitero del Verano, a Roma, una mattina, sul finire del primo decennio di questo millennio aspettavo un autobus che non sarebbe arrivato mai fresca di un innamoramento che avrebbe sconvolto interamente la mia vita, mi perdevo in “Risveglio di primavera”: era primavera e Franco Battiato mi diceva quello che stavo vivendo

Sentimenti occulti tra noi, mi innamorai seguendo i ritmi del cuore e mi svegliai in primavera.

L’estate scorsa, con ancora il sale del mare addosso, dopo una cena a base di pizza e pesce in un ristorante di Ognina, nei pressi di Siracusa, guardavo le barche attraccate a un piccolo porto, salivo in auto in anticipo e, mentre aspettavo che un amico finisse di telefonare facendo avanti e indietro davanti a una barca di nome Carisma, nell’attesa guardavo dalla mia portiera aperta tre bambini giocare su un’altra piccola barca simile a un galeone giocattolo. Giocavano forse ai Pirati, forse ai Pokemon, forse a fare Fedez e Chiara Ferragni ai Caraibi, non saprei, ma io li guardavo muoversi geometricamente, li guardavo creare delle piccole traiettorie lungo il ponte della loro micronave mentre ascoltavo“Sequenze e frequenze” che saliva sempre più violenta dall’autoradio in cui avevo appena inserito Sulle corde di Aries, un disco capace di sospendere letteralmente il tempo, di farti sentire la terra della Sicilia che si leva piano, leggera, per lentamente avvolgere il tuo corpo, forse l’intero pianeta Terra.

Il giorno dopo sarei partita per Catania, avrei dormito davanti a quella che per molti anni era stata proprio la casa di Franco Battiato, ogni tanto spiavo da una finestra quasi sempre chiusa il suo palazzo domandomi quale delle finestre di fronte fosse la sua e spostando poi la testa dalla parte dell’Etna pensando a dove invece vive ora, dove dorme, fa colazione, cosa fa? Fa quelle cose che nel mondo immaginiamo nessuno faccia tranne lui?

Camminando per Catania lo pensavo, pensavo sempre a lui, all’ultima volta in cui lo avevo sentito cantare con Alice sotto il vento della primavera di Milano, dando a mia madre la mia sciarpa per non farla ammalare, visto che al concerto l’avevo portata io per il gusto che ho sempre di volere invertire lo schema, cercando di restituire qualcosa a chi mi ha dato molto, magari attraverso la condivisione proprio di ciò che lui mi aveva dato tempo prima, come per annullare ruoli, per distruggere il tempo visto che, al tempo anagrafico, io non ci credo mai.
Battiato era lì, sotto l’aria, seduto su una panca sul palco posto accanto a una ruota panoramica inarrestabile e fluorescente, cantava in un luna park e tra i profumi di frittelle e zucchero filato faceva impazzire la platea con “Bandiera Bianca”, “Temporary road”, mi faceva ancora una volta convinta del fatto che “E ti vengo a cercare” sia tutto ciò che possiamo chiedere non solo a una canzone d’amore ma all’amore stesso e faceva poi impazzire gli organizzatori lamentandosi per un tè orribile, innervosito da questa bevanda evidentemente terrificante e facendomi pensare all’intransigenza speciale che forse non lascia mai gli intelligenti, i sensibili, anche col progredire dell’età mentre il tempo, evidentemente, li divora.

In questo caldo di gradi indicibili arriva la notizia di Franco Battiato malato, Alzheimer o chissà, arriva in modo ufficioso, da uno status su Facebook di uno che sarebbe suo amico e che però, per qualche ragione che mi è davvero difficile comprendere, ha deciso, pur con un travestimento nemmeno troppo abile, di rivelare al mondo ciò che invece lui, Battiato, non aveva voluto dirci.
I giornali riprendono la notizia e Facebook si riempie di canzoni che hanno non solo attraversato la mia vita ma fisicamente composto la donna che io sono oggi, come una legione di architetti dell’interiorità e del pensiero; si riempie di congedi come se Battiato fosse effettivamente morto mentre su Twitter #FrancoBattiato diventa uno degli hashtag più utilizzati.

Ieri ho ricevuto alcuni messaggi e telefonate in cui mi si domandava se la notizia fosse vera e credibili o meno. Mentre rispondevo che non sapevo, che io queste cose non le so mai, in me non faceva che montare una forma segreta di magone da qualche parte nel corpo, un pianto forte e inespresso che mi ha accompagnata ieri sera mentre mangiavo pesce crudo e mentre bevevo una cedrata cercando faticosamente di spiegare a una ragazza inglese amica di amici che cosa fosse una sfogliatella e come specificamente fossero fatte diversamente la riccia e la frolla, scrivendole infine indirizzi di pasticcerie napoletane sul suo iPhone. Il magone è andato avanti nella notte mentre non prendevo sonno nonostante il ventilatore puntato in linea con la mia posizione preferita per dormire, non ha accennato a sparire mentre decidevo di non scaldare il caffè americano di ieri pomeriggio e berlo in ritardo, freddo, stamattina a colazione. Questo pianto sottopelle accompagna ora il pensiero di quel primo incontro nell’aula magna con una me lontanissima, evidentemente bambina con quel disco in mano: lui che lo prende, me lo firma, mi dà un bacio sulla guancia destra mentre io forse ho la tremarella,mi guarda negli occhi e mi dice «con quegli occhi, tu passa una bella estate». Il magone si irradia, non perdona, non mi vuole lasciare per nessuna ragione. Vattene, non voglio sapere niente, vattene, lasciami, mi devi lasciare stare magone, hai capito? Io ho da lavorare, fa caldissimo e non voglio sapere assolutamente nulla. Una bella estate, penso, “una bella estate”.

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L’ultimo dei marziani https://minimaetmoralia.it/estratti/david-bowie/ https://minimaetmoralia.it/estratti/david-bowie/#comments Mon, 11 Jan 2016 16:30:40 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=12341 In questa triste giornata ripubblichiamo un testo scritto da Nicola Lagioia come prefazione di L'ultimo dei marziani, un libro-antologia su David Bowie curato da Leo Mansueto e pubblicato da Caratterimobili qualche tempo fa. Il libro raccoglie scritti di Pierpaolo Capovilla, Morgan, e una serie di contributi da parte di musicisti come Manuel Agnelli, Paolo Benvegnù, Garbo, Cristiano Godano, Tricarico, Massimo Zamboni, Federico Fiumani e altri ancora.

Di marziani provenienti da marte ne avevo visti già parecchi. Ma i marziani venuti dalla terra furono un’assoluta novità. Così, se il viaggio di 2001 Odissea nello spazio può finire con una camera da letto dove sperimentiamo la sensazione di trovarci faccia a faccia con noi stessi, è solo quando Ziggy Stardust si ricorda di essere stato un europeo che la parabola iniziata nel 1967 tocca, dieci anni dopo, il suo primo vero apice.

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In questa triste giornata ripubblichiamo un testo scritto da Nicola Lagioia come prefazione di  L’ultimo dei marziani, un libro-antologia su David Bowie curato da Leo Mansueto e pubblicato da Caratterimobili qualche tempo fa. Il libro raccoglie scritti di Pierpaolo Capovilla, Morgan, e una serie di  contributi da parte di musicisti come Manuel Agnelli, Paolo Benvegnù, Garbo, Cristiano Godano, Tricarico, Massimo Zamboni, Federico Fiumani e altri ancora.

Di marziani provenienti da marte ne avevo visti già parecchi. Ma i marziani venuti dalla terra furono un’assoluta novità. Così, se il viaggio di 2001 Odissea nello spazio può finire con una camera da letto dove sperimentiamo la sensazione di trovarci faccia a faccia con noi stessi, è solo quando Ziggy Stardust si ricorda di essere stato un europeo che la parabola iniziata nel 1967 tocca, dieci anni dopo, il suo primo vero apice.

Questo per dire che il David Bowie da me più amato è quello della trilogia berlinese. “Low”, “Heroes” e “Lodger” sono tre gemme torbide e stranamente luminose che esprimono un’impossibile “lontananza del qui” meglio di qualunque spider from Mars. La mia impressione è che, prima di trasferirsi a Berlino dopo un periodo piuttosto turbolento, David Bowie avesse cercato con troppo estro e volontà di far credere al mondo intero di essere un extraterrestre. Magari a un certo punto se ne era addirittura convinto, ma è solo quando si pianta nel cuore d’Europa che, proprio malgrado, lo diventa. È come se la “marzianità” a cui aveva aspirato esercitandosi con tanta dedizione si fosse incubata in lui al di là delle proprie stesse pianificazioni, decidendo di sbocciare in via del tutto autonoma nel luogo simbolo del Novecento.

Non potendo credere alla buona coscienza di JFK, è solo ascoltando la prima volta “Heroes” o “Sound and Vision” che ho avuto voglia di aprire la finestra per sussurrare “Ich bin ein Berliner”.

Come mai delle strazianti storie d’amore all’ombra del muro o le psicosi di un uomo chiuso a chiave in una stanza suonano più credibili e toccanti se a raccontarle è un alieno algido e distante anziché un normale essere umano col proprio carico di dolore rovesciato ai nostri piedi? La spiegazione che mi sono dato è che il mondo, a partire da un certo punto, sia diventato un posto talmente invivibile, cinico, spietato e grossolano che i nostri sentimenti più autentici, per non morire, sono stati costretti a trasferirsi altrove. Smaterializzatisi da una parte, si sono rifugiati pressoché intatti in una fredda galassia ideale che è poi il luogo da cui Bowie decide di parlarci. Stabilirsi nella città che in poche manciate d’anni aveva visto il cabaret e Kurt Weil, gli espressionisti e i roghi dei libri, le camicie brune e i bombardamenti, l’erezione del muro e l’esplosione delle controculture, significava allora (nel 1977) posizionarsi nel luogo insieme più vicino e più distante dove immaginare un approdo per fare i conti col proprio disordine. È solo sulla cuspide di un simile paradosso (vestire i panni di un terrestre sprofondato esistenzialmente negli abissi del proprio pianeta, in quel centro della terra vero e proprio che fu Berlino durante la guerra fredda) che David Bowie può parlare a nome delle nostre zone più nascoste e delicate.

I capolavori non sono mai del tutto il frutto di una forza di volontà, né di un talento sia pure enorme. Così è successo che Bowie, per scrivere i suoi, ha avuto bisogno di una città. “Ricordo quei giorni in cui potevo andarmene in giro per Berlino senza essere riconosciuto per la strada, a piedi o in bicicletta, lo ricordo come un periodo di assoluta libertà”, dirà il cantante molti anni dopo parlando della sua vita berlinese. Solo che quello fu per Bowie anche un periodo di angoscia, rinascita, travaglio e strana speranza in un futuro che non sarebbe potuto mai arrivare. La trilogia berlinese è molto più di un geniale travestimento. È il cuore siderale dell’Europa che decide di parlare con la voce del più bianco dei suoi orfani.

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Ascesa e declino di Morgan https://minimaetmoralia.it/musica/ascesa-e-declino-di-morgan/ https://minimaetmoralia.it/musica/ascesa-e-declino-di-morgan/#comments Thu, 03 Apr 2014 11:34:28 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=19776 Questo pezzo è uscito su rockit.it

di Giulia Cavaliere

“La droga apre i sensi a chi li ha gia’ sviluppati e li chiude agli altri. Io non uso la cocaina per lo sballo, a me lo sballo non interessa.”
(Marco Castoldi, “Max” 2010)

“L'eroina mi ha liberato, odio parlare di questo a causa di mia figlia e della mia famiglia. Ma mi ha reso incredibilmente creativo”
(Damon Albarn, “Q” 2014)

Ad essere precisi c'è una sfumatura assai lieve eppure molto importante che fa la differenza tra la dichiarazione rilasciata pochi giorni fa dal frontman dei Blur e quella che nel febbraio del 2010 divenne l'apparente causa di ostracismo artistico nei confronti di Morgan, frontman degli ex (mai del tutto ex) Bluvertigo. In quella chiacchieratissima intervista il cantautore monzese affermava di fare uso di cocaina in forma di basi – cioè crack – come antidepressivo; “la uso per curarmi, fa bene” diceva, “anche Freud la prescriveva” aggiungeva, universalizzando i benefici derivati dall'uso quotidiano della sostanza e dimenticando quel riflessivo “mi fa bene” che avrebbe forse edulcorato la percezione di queste parole e non gli avrebbe dunque impedito di continuare a fare il proprio lavoro e di presentarsi, dopo poche settimane, sul palco dell'Ariston per il concorso canoro più famoso della Nazione. Oppure forse, siamo onesti, non sarebbe comunque andata così perché siamo in Italia e non in Gran Bretagna, e molto semplicemente al rock, in tutte le sue più violente e scorrette sfaccettature, siamo culturalmente meno avvezzi.

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di Giulia Cavaliere

“La droga apre i sensi a chi li ha gia’ sviluppati e li chiude agli altri. Io non uso la cocaina per lo sballo, a me lo sballo non interessa.”
(Marco Castoldi, “Max” 2010)

“L’eroina mi ha liberato, odio parlare di questo a causa di mia figlia e della mia famiglia. Ma mi ha reso incredibilmente creativo”
(Damon Albarn, “Q” 2014)

Ad essere precisi c’è una sfumatura assai lieve eppure molto importante che fa la differenza tra la dichiarazione rilasciata pochi giorni fa dal frontman dei Blur e quella che nel febbraio del 2010 divenne l’apparente causa di ostracismo artistico nei confronti di Morgan, frontman degli ex (mai del tutto ex) Bluvertigo. In quella chiacchieratissima intervista il cantautore monzese affermava di fare uso di cocaina in forma di basi – cioè crack – come antidepressivo; “la uso per curarmi, fa bene” diceva, “anche Freud la prescriveva” aggiungeva, universalizzando i benefici derivati dall’uso quotidiano della sostanza e dimenticando quel riflessivo “mi fa bene” che avrebbe forse edulcorato la percezione di queste parole e non gli avrebbe dunque impedito di continuare a fare il proprio lavoro e di presentarsi, dopo poche settimane, sul palco dell’Ariston per il concorso canoro più famoso della Nazione. Oppure forse, siamo onesti, non sarebbe comunque andata così perché siamo in Italia e non in Gran Bretagna, e molto semplicemente al rock, in tutte le sue più violente e scorrette sfaccettature, siamo culturalmente meno avvezzi.

Certo fa abbastanza effetto ad oggi parlare di Morgan, Marco Castoldi, avvicinandolo al concetto di rock, abituati come siamo a incontrare il suo nome e la sua faccia bianca e smascellante sugli schermi televisivi, nei rotocalchi e se va bene in qualche discoteca della provincia italiana dove appare come dj per un’ora scarsa – proprio come accade ai tronisti di Uomini e Donne o ai reduci del Grande Fratello – per deliziare però il pubblico con chicche musicali insolite per le pareti che le ospitano. Orde di ragazzine intasano il web con nickname adolescenziali che somigliano tanto a quelli che nella mia generazione, in una tarda infanzia pre-web, si usavano confidenzialmente di pomeriggio, in giardino, riferendosi a eroi del pop come i Take That o i Backstreet Boys. Ci si imbatte in una gran quantità di “morganina98” che non solo riempiono Instagram di fotografie di Morgan circondate da cuoricini, ma tentano di imitarne le pose, provano a vestirsi come lui con giacche nere, camicie bianche e fiocchi anarchici à la Baudelaire legati intorno al collo. Eppure…

Eppure c’è stato un mondo, neppure troppo lontano, in cui Morgan rappresentava in Italia un progetto rock che sfidava le declinazioni di un decennio – gli anni ’90 – in cui chitarrone e camicie di flanella la facevano da padrone. Un tempo di All Stars che tornavano in auge, di lente trasformazioni ginnasiali in Axl Rose, di magliette di Kurt Cobain – almeno tre in ogni classe. Sembra quasi normale a pensarci oggi, eppure, allora, c’era anche chi non amava questa roba, chi ascoltava i Kraftwerk in cameretta, si spaventava ed esaltava su “Showroom Dummies”, con Robert Smith, desiderava essere risucchiato fisicamente dai dischi di David Bowie e pensava che il futuro estetico del rock fosse immeritatamente finito tra le mani di maschi sporchi e brutti. Qualcuno amava il synth pop, rivoleva la psichedelia elegante e fascinosamente tossica degli anni ’70, e non sapeva a chi affidarsi per sperare che la cravatta tornasse a sostituire la maglietta Fruit of the loom con sopra stampato il faccione di Eddie Vedder.

Una voce rock per una minoranza di persone, questo era Morgan, questo erano in qualche modo i Bluvertigo che nella seconda metà degli anni ’90 rappresentarono la più radicale piccola avanguardia del pop-rock italiano, comparendo nei televisori d’Italia vestiti proprio come quei quattro di Düsseldorf, circondati dai sintetizzatori, mimando passi di danza di anni Ottanta perduti, duettando con Franco Battiato e con Alice, vincendo con il secondo album, Metallo non Metallo, (1997, più di 100.000 copie vendute, uno spazio anche nella classifica di Rolling Stone tra i 100 dischi italiani migliori di sempre) anche un Europe Music Award. Una band con una vita artistica in apparente discesa, in un’epoca in cui se eri bravo potevi ancora sperare di emergere davvero, un momento storico in cui la grande discografia aveva ancora denaro sufficiente per investire nel tuo talento: amati dalla critica, lentamente inseriti nello scenario italiano mainstream e colto, soprattutto proprio grazie alla figura di Morgan, i Bluvertigo riescono a ritagliarsi una posizione d’onore nella musica italiana che si affaccia sul nuovo millennio.

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Cielito lindo https://minimaetmoralia.it/musica/cielito-lindo/ https://minimaetmoralia.it/musica/cielito-lindo/#comments Sat, 30 Mar 2013 08:41:14 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=13818 Questo articolo è uscito nel novembre scorso su Orwell di Giuseppe Sansonna Negli anni settanta, in Italia, i cantautori assurgono a maitres a penser, fari ideologici pop, immediati e riconoscibili. Armati di contenuti o meri slogan, fieramente contrapposti alla stucchevolezza sanremese. A volte implacabili, nell’appesantire giri di do con didascalie pretenziose. Dalla ridondanza un po’ […]

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Questo articolo è uscito nel novembre scorso su Orwell

di Giuseppe Sansonna

Negli anni settanta, in Italia, i cantautori assurgono a maitres a penser, fari ideologici pop, immediati e riconoscibili. Armati di contenuti o meri slogan, fieramente contrapposti alla stucchevolezza sanremese. A volte implacabili, nell’appesantire giri di do con didascalie pretenziose. Dalla ridondanza un po’ funerea, come tante ballate di Francesco Guccini. Arrivato oggi all’album d’addio, dopo quasi mezzo secolo di carriera.
Con il riflusso e i suoi scoli postumi, l’eventuale carica eversiva delle loro canzoni è tramontata definitivamente. Spesso neutralizzata dall’equivoco dei replicanti. Fabrizio De Andrè, ad esempio, rimuore nel terrificante omaggio dance di Gabry Ponte. Nel decennale della morte di Giorgio Gaber, sua figlia ha congegnato un discutibile cd celebrativo. Dando in pasto brani paterni a gente del calibro di J-Ax, Emma Marrone, Negramaro e Laura Pausini. Sembra una definitiva rimozione, truccata da omaggio. Prima c’erano state le cover colte ma un po’ piatte di Neri Marcorè e Andrea Scanzi. Poi si era aggiunto il maudit da operetta di Morgan. Fino all’oltraggio definitivo di Gianluigi Paragone. L’ex direttore della Padania e di Libero ha recentemente festeggiato l’agonia dei suoi padrini politici, esibendo orecchino e chitarra elettrica. Cantando in diretta, in apertura del suo talk show politico, repertori da festa dell’Unità. In scaletta anche la gaberiana “Mi fa male il mondo”. Gaber era forse troppo intriso di dottrine da comunicare, ma almeno aveva un’ironia nera, una fisicità e una voce perturbanti, da Achab alla deriva. Dettagli che mancano del tutto ai suoi epigoni.
L’unico cantautore che resiste alle mistificazioni è Enzo Jannacci. Un curioso enigma, irriproducibile, senza eredi né antenati. Uno che nella stessa vita ha imparato a suonare il piano con la sinistra da Bud Powell e ad affondare il bisturi con la destra da Christian Barnaard. Per incidere cuori e canzoni, per salvare vite senza averne l’aria. Lucido e folle come un paradosso, vive il proprio intimo sessantotto diventando famosissimo con “Vengo anch’io, no tu no”. Conquista il primo posto nella hit parade e irrompe nel paludato bianco e nero della Rai, come un punk ante litteram. Pettinato bene, inamidato e incravattato come un impiegato. Eppure sempre irregolare, febbrile nel suo tip tap da marionetta. Gli occhialoni enormi, in montatura d’osso, ne sfumano lo sguardo, sospendendolo tra pazzia e malinconia. Nella sua voce stridente, nel suo stonare calibrato, c’è la disperata vitalità del marginale. Sfugge ai cinismi speculari e opposti del sentimentalismo e dell’eccesso ideologico. Non c’entra quasi nulla nemmeno coi suoi amici, Giorgio Gaber e Dario Fo. Li considera suoi maestri, ma forse non sa che li ha già liquidati. Il rivoluzionario da Nobel, coautore di “Vengo anch’io” , gli propose di inserire nel testo espliciti riferimenti politici. Versi in cui il protagonista della canzone vorrebbe farsi arruolare nel Congo di Mobutu per “sparare contro i negri col mitragliatore, ogni testa danno un soldo per la civiltà” o a fare il minatore in Belgio, per morire come a Marcinelle. Per fortuna intervenne la censura, a impedire la presunta nobilitazione del testo. Sottraendolo all’equivoco storico e lasciando intatta la sua vera forza, che rende la canzone viva ancora oggi. Come scrive Gianfranco Manfredi in “Quelli che cantano dentro i dischi”, edito da Coniglio Editore, Jannacci coglie “l’astrazione concreta del disadattato cronico”, inadeguato alla realtà condivisa. Il suo è un emarginato metastorico. Vorrebbe inserirsi, essere parte di una collettività, ma viene escluso sadicamente. Anche perché isolare qualcuno, meglio se debole e inadeguato, è il collante più solido dei consessi umani, soprattutto in Italia. Ma questa intuizione non diventa messaggio testuale: Jannacci la vive sul suo corpo, nella propria sgangherata irrequietezza. Buca il video e i juke box, conquistando un vertiginoso successo commerciale. Gli amici lo chiamano Schizzo, perché quando parla e canta le parole gli si affollano in bocca, si accavallano in un linguaggio sincopato. Espressivo, anche quando sembra svicolare dal senso compiuto. Riassunto nel capolavoro Giovanni telegrafista, traduzione di una poesia del brasiliano Cassiano Ricardo. Un sintesi perfetta della poetica di Jannacci. “Ellittico da buon telegrafista / tagliando fiori, preposizioni / per accorciare le parole, per essere più breve / nella necessità, nella necessità. / Per le sue mani passò mondo che lo rese urgente / crittografico, rapido, cifrato”.
E’ la vicenda di un solitario alienato, incapace di trovare le parole per esprimere il dolore di un amore perduto, raccontata senza nemmeno una goccia di retorica. Jannacci non si è mai lasciato inquadrare, né dal pubblico né dalle scaffalature critiche, rimanendo un corpo indefinibile, spiazzante. Se ne accorse l’entomologo Ferreri, altro freak milanese. Lo inglobò nel suo cinema fisiologico, affidandogli, ne “L’udienza” il ruolo di un ufficiale in congedo, kafkianamente perso in una cupa Roma papalina. Deciso a parlare al Pontefice per motivi che non vuole confessare, gli sputa ignorati messaggi con la cerbottana. Incapperà nella ferocia gesuitica di Tognazzi. Questurino del Vaticano, lo terrà a debita distanza dal Papa, lasciandolo morire di polmonite sul sagrato di San Pietro.
Sul palcoscenico Jannacci rimarrà sempre distante dal teatro-canzone gaberiano, dai suoi testi iperletterari, nati dal saccheggio di tanto Celine. Eppure la vera incarnazione del Bardamu sgangherato e sgusciante, capace di arruolarsi in guerra mentre sta delirando al tavolino di un bar, è proprio Jannacci. Nei suoi brani più felici è stato il medium patafisico di una mala milanese minuta, di un sottoproletariato di emigranti e clochard incontrato nelle mille albe tirate con Beppe Viola, il gemello giornalista. Insieme hanno rielaborato un argot milanese, orecchiato a San Siro, all’Ippodromo, nei bar, nei tram e nelle fabbriche di Lambrate. Vera linfa, sul palco del Derby, di un cabaret permanente. Lontanissimo dai polli da batteria anemici di Zelig, da quelle risate che sembrano registrate anche dal vivo, dai tormentoni triti, dallo sberleffo innocuo del potere di turno. Molto distante anche dall’italiano aziendale con degradazione anglofona, arrogante e ingolfato negli intercalari da yuppies. Ovvero quello riassunto con ironia da Guido Nicheli, cumenda di tante vacanze di natale vanziniane. Assurto a novello Bembo, nei lessici spaventosamente simili delle Fornero e dalle Minetti. La lingua di Jannacci, invece, è un residuo della Milano antecedente allo spot dell’Amaro Ramazzotti. Un periodo in cui Pozzetto scriveva con Jannacci la ”canzone intelligente” e, forse, non andava ancora in vacanza con Don Verzè.

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Marrazzo, Morgan, Spitzer e il fantasma del pentimento mediatico https://minimaetmoralia.it/societa/marrazzo-morgan-spitzer-e-il-fantasma-del-pentimento-mediatico/ https://minimaetmoralia.it/societa/marrazzo-morgan-spitzer-e-il-fantasma-del-pentimento-mediatico/#comments Fri, 30 Apr 2010 08:25:42 +0000 http://minimaetmoralia.minimumfax.com/?p=2333 Questo pezzo è uscito sul Fatto Quotidiano il 28 aprile. Ho sempre preferito i romanzi di Nabokov agli esegeti di Maria Goretti, e dunque credo di essere tra quei pochi che, a scandalo appena esploso, hanno iniziato a provare una certa simpatia umana per Piero Marrazzo, a cui pure avevo dato il mio voto anni […]

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Questo pezzo è uscito sul Fatto Quotidiano il 28 aprile.

Ho sempre preferito i romanzi di Nabokov agli esegeti di Maria Goretti, e dunque credo di essere tra quei pochi che, a scandalo appena esploso, hanno iniziato a provare una certa simpatia umana per Piero Marrazzo, a cui pure avevo dato il mio voto anni prima turandomi il naso per non lasciarmi stordire dall’odore d’acquasantiera che promanava sin dalle pagine internet dell’allora aspirante governatore. La versione del califfo così ubriaco di potere da reputarsi super partes mi convinceva (e seduceva) molto meno rispetto all’immagine notturna di un uomo solo, talmente preso all’amo della propria ossessione da dimenticare ogni prudenza e scendere nel ventre cittadino in esclusiva compagnia dei propri demoni. I Gracchi della contea di Norfolk, vale a dire i fratelli Kennedy, seppero alzare intorno ai propri innumerevoli festini una barriera elettrificata di potere puro al cento per cento, e mi sembrano umanamente più banali e prevedibili di chi arriva a farsi incastrare dalla polizia corrotta come ha fatto l’ex governatore del Lazio. Una storia che piacerebbe a James Ellroy.
Certo, pur non avendo responsabilità penali (andare a trans non è reato, e non lo è la cocaina usata a fini di consumo personale, e pare non lo fosse nemmeno l’uso dell’auto blu fuori dagli impegni istituzionali), Marrazzo ha tradito chi gli aveva dato il voto in nome di quel Dio, quella famiglia, quella patria sbandierate così stucchevolmente durante la campagna elettorale, e in più si è lasciato ricattare, ma l’improvviso squarcio sull’uomo sotterraneo mi sembrò all’epoca paradossalmente risarcitorio: impossibile essere così vuoti e bidimensionali come Marrazzo si presenta agli elettori, pensai, e dunque meglio il peccatore del cyborg circonfuso d’incenso. È durata lo spazio di poche notti, questa mia simpatia. Perché poi è arrivato il pubblico pentimento, il pubblico annuncio di ritiro in convento, la pubblica citazione di Cormac McCarthy a scopo letterario-espiatorio, e adesso il pubblico annuncio di ritorno sulle scene dopo appena sei mesi di ritiro previo (ancora) pubblico lavacro televisivo su Rai3 domenica prossima nello studio della Annunziata per In ½ ora. È qui che la mia imprevista simpatia si ritramuta nella solita ostile diffidenza: in fondo il tragico Humbert Humbert di Lolita nasconde i suoi peccati, mente, briga, depista, ma non arriva mai a rinnegare la sua amata Dolores Haze, nemmeno nel braccio della morte. Si potrebbe pensare che Marrazzo sia il solito furbone, ma il mio atroce sospetto è che lui a tutto questo (sepoltura definitiva del vizio sotto il pentimento, espiazione, rinascita, tutto nello spazio di neanche una stagione) ci creda veramente.

L’uso dei mass media come acceleratori di particelle in grado di curvare lo spazio-tempo compiendo all’istante vere e proprie conversioni è una pratica che nasce negli Stati Uniti. L’ultimo caso – quasi un parallelo con Marrazzo –, è quello di Eliot Spitzer, ex governatore dello stato di New York costretto alle dimissioni nel 2008 dopo uno scandalo sessuale scoperchiato dal «New York Times» (era lui il «client number 9» del giro di prostitute che frequentava l’ormai famigerato Emperor’s Club). Dopo nemmeno un anno sabbatico anche Spitzer è tornato sulla scena, e lo ha fatto nelle vesti del moralizzatore e del fustigatore di costumi finanziari sulla HBO e dalle colonne dal «Washington Post»; è bastata insomma la scatola magica dei media per giungere, nella percezione del pubblico televisivo, al risultato che ai grandi peccatori dostoevskijani costava anni di castigo e meditazione, tanto che (assicurano i sondaggi) se Spitzer tornasse a correre per lo stato di New York avrebbe oggi buone chances di vincere. E non accadde in fondo la stessa cosa anche a Bush jr, l’ex alcolista abbagliato da una inverificabile luce metafisico-televisiva, talmente allucinante da fargli poi vedere le armi di distruzione di massa lì dove c’era solo il deserto?
È vero, il pubblico occidentale munito di telecomando ha sempre amato le parabole in salsa cristica fatte di ascesa-caduta-rinascita. Ma il timore è che l’evo massmediatico sia entrato in una nuova fase: non sono più i singoli citizen Kane a manovrare la macchina, ma è l’intelligenza (o la stupidaggine) artificiale dei mezzi di comunicazione, con il suo strapotere e la sua acefala pervasività, a dettare i tempi drammaturgici perfino dei nostri cambiamenti interiori. Per cui sì, ciò che resta del Marrazzo uomo novecentesco saprà anche bene come il concetto d’espiazione preveda tempi lunghi e non passi necessariamente per le telecamere, ma il Marrazzo fantasma mediatico del terzo millennio è costretto per esistere a tornare in tv, a rinnegare (ammesso che ci sia qualcosa da rinnegare), a pentirsi, magari pure ad accusare, ma soprattutto a crederci. Chi lo guarderà nel programma dell’Annunziata sarà probabilmente scettico sulla sua riabilitazione, e tuttavia non potrà fare a meno di crederci con quella cieca ghiandola preposta ad assorbire le immagini che sta diventando la nostra percezione del mondo. Stessa cosa per Morgan qualche mese fa. Dopo l’ammissione dell’uso di crack, a che vantaggio sputtanare vent’anni di vita artistica andandosi a confessare nel salotto cardinalizio di «Porta a Porta»? Il fatto è che per Morgan non sono più i tempi di David Bowie ma quelli di «X Factor», e chi si è sottoposto all’untuosa gogna di Vespa non era un furbacchione ma un ragazzo confuso e, cosa più triste, impossibilitato a un vero scatto d’orgoglio, un personaggio costretto ormai antropologicamente a obbedire al canovaccio che l’intelligenza mediatica ha allestito per lui. E, fateci caso, non si tratta mai di canovacci dagli esiti liberatori.
Siamo insomma entrati nella fase Clockwork Orange, e il Morgan, lo Spitzer, il Marrazzo di turno sono sempre più pericolosamente simili all’Alex di Burgess e di Kubrick, l’ex teppista costretto a comportarsi in modo edificante dalla cura Ludovico. E poiché chi va a trans per propria scelta e soprattutto a proprio rischio mi inquieta meno di chi si pente sinceramente causa esigenze televisive poste ormai oltre il confine del bene e del male, continuo a rimanere dalla parte di Humbert Humbert.

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