MP5 Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/mp5/ un blog di approfondimento culturale Wed, 16 Nov 2016 11:46:45 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=7.1 https://minimaetmoralia.it/wp-content/uploads/2025/07/cropped-cropped-309290503_464034925751050_1790831071097755281_n-32x32.jpg MP5 Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/mp5/ 32 32 Phantasmagorica: intervista a Teho Teardo e MP5 https://minimaetmoralia.it/arte/phantasmagorica-intevista-teho-teardo-mp5/ https://minimaetmoralia.it/arte/phantasmagorica-intevista-teho-teardo-mp5/#respond Wed, 16 Nov 2016 07:00:20 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=32705 Senza dubbio è un periodo di grande fermento per Teho Teardo, il prolifico compositore friulano noto per importanti colonne sonore e prestigiose collaborazioni, oltre che per le peculiari atmosfere che le sue opere sono in grado di evocare.

Dopo l'uscita del nuovo disco, Nerissimo, realizzato con Blixa Bargeld (leader dello storico gruppo sperimentale tedesco  Einstürzende Neubauten), il musicista ha da poco pubblicato la colonna sonora di La verità sta in cielo, il film di Roberto Faenza sulla morte misteriosa di Emanuela Orlandi, e continua a girare l'Italia con Elio Germano, proponendo la loro interpretazione del Viaggio al termine della notte, il capolavoro di Louis-Ferdinand Cèline.

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Senza dubbio è un periodo di grande fermento per Teho Teardo, il prolifico compositore friulano noto per importanti colonne sonore e prestigiose collaborazioni, oltre che per le peculiari atmosfere che le sue opere sono in grado di evocare.

Dopo l’uscita del nuovo disco, Nerissimo, realizzato con Blixa Bargeld (leader dello storico gruppo sperimentale tedesco  Einstürzende Neubauten), il musicista ha da poco pubblicato la colonna sonora di La verità sta in cielo, il film di Roberto Faenza sulla morte misteriosa di Emanuela Orlandi, e continua a girare l’Italia con Elio Germano, proponendo la loro interpretazione del Viaggio al termine della notte, il capolavoro di Louis-Ferdinand Cèline.

In tutto ciò, è un altro il progetto, curioso quanto interessante, in cui l’artista è coinvolto, che desideriamo introdurvi.

Teardo non è nuovo a collaborazioni feconde con esponenti di altre forme artistiche: questa volta si confronta con MP5, poliedrica artista romana, impostasi da anni nell’ambito della ricerca grafica (è scenografa, animatrice, illustratrice) all’attenzione del pubblico più sensibile.

Insieme, hanno dato vita a Phantasmagorica, un evento live che ha debuttato in anterpima mondiale l’8 Settembre scorso a Roma, nello spazio La Pelanda a Testaccio.

Si tratta di un’esperienza sinestetica avvolgente, in cui il rigore straniante del segno di MP5 si sposa, e talvolta si scontra, con le suggestioni oscure delle composizioni di Teardo.

MP5 è artista dal fascino sobrio e dalla comunicazione diretta, Teho un alchimista del suono in costante evoluzione, sempre più consapevole e padrone delle soluzioni cangianti nel suo arsenale creativo.

Il loro connubio, per quanto ancora in fieri, dà vita ad alcuni momenti di inquietante dis-armonia, seguiti da epifanie improvvise, in un’atmosfera ipnotica, giocata su diverse sfumature di luce e buio, un’oscurità apparentemente informe in cui appaiono lampi imprevisti di significati, intuizioni, simboli dal potente valore archetipico.

Le immagini, come nelle fantasmagorie ottocentesche, vengono proiettate da una lanterna magica, ma il codice poetico della rappresentazione qui non si limita all’orrorifico, al macabro, allo stupefacente, volgendosi piuttosto, attraverso un uso straniante del contrasto fra musica e immagine, verso un’allegoria della condizione esistenziale nella società moderna.

Ma certamente, e questo è il fascino di tali progetti creativi, numerose altre sono le chiavi interpretative che il la sinergia di immagini e musica può ispirare ai diversi spettatori.

Ecco la nostra conversazione, in cui i due artisti illustrano il significato della loro collaborazione.

Come è nata la vostra collaborazione e l’idea del progetto?

MP5: L’idea di lavorare insieme c’era almeno da quattro anni. Ci siamo conosciuti in occasione di un suo concerto al Pigneto, per la quale avevo realizzato la locandina. Durante le prove, Teho stava suonando sul palco, mentre io stavo montando dei banner: in quel momento è scattato qualcosa. Io son rimasta colpita dalla sua musica e lui da un libro che avevo appena pubblicato, che vide durante quella stessa serata. Siamo diventati amici, fondamentalmente per un’ammirazione reciproca del nostro lavoro. Così, lentamente, più ci conoscevamo, più prendeva forma l’idea di realizzare qualcosa insieme, anche perché numerose coincidenze, relative ad artisti che apprezzavamo o conoscevamo, ci mostravano che c’era un terreno comune.

In particolare, per questo progetto, avete pensato che il concetto di “fantasmagoria” potesse conciliare bene le vostre diverse personalità artistiche?

Teho: Avevo da tempo un libro, Spectropia; or surprising spectral illusion, del 1864, ristampato recentemente da Kessinger che raccoglieva immagini illusorie di fantasmi. Per comunicare con MP5 preferisco riferirmi ad un contesto visivo, è quello il luogo in cui ci incontriamo. Ho cominciato ad individuare alcune immagini perché anche con il suono sono abituato a pensare per immagini collaborando frequentemente con teatro e cinema. Il progetto a cui stiamo lavorando in realtà è molto più vicino al teatro. Partendo da questa intuizione sulle immagini di fantasmi, abbiamo cominciato a scambiarci spunti, idee, intuizioni. Anche provocandoci fino a quando MP5 ha tirato fuori l’idea di Phantasmagorica.

MP5: Le coincidenze ci hanno guidato, poiché ogni volta che mi mandava un’immagine diversa sentivo che la direzione era quella giusta. Paradossalmente, è stato molto semplice arrivare alla realizzazione del progetto. C’è una profonda sintonia artistica.

Teho: Sono talmente affascinato dal rapporto tra immagini e suono che tutti i meccanismi di generazione di musica ed immagini per me sono possono essere sempre motivo di ricerca. Quindi, dopo una ricerca di anni il cui il risultato si può apprezzare anche nella copertina di Still Smiling, sono rimasto affascinato dalle fotografie degli spiritisti degli anni ’20: l’evocazione, attraverso un mezzo visivo, di qualcosa che non si vede, che forse non esiste nemmeno. Abbiamo fatto le prove con una vera macchina fotografica del 1910, che imprimeva su delle lastre di vetro sulle quali va spalmata una sostanza puzzolentissima. Avevamo in mente un’idea molto precisa e l’abbiamo voluta mettere in pratica, senza filtri, senza Photoshop. In Phantasmagorica, accade qualcosa di simile: non è che avessi tutta questa confidenza artistica con MP5, me ne sono uscito con un libro sui fantasmi, lei poteva tranquillamente pensare che avessi un serio disturbo e dirmi: “guarda, sei un deficiente, non se ne fa nulla”. Non sarebbe stata la prima volta! In alcuni casi le proposte assurde spingono la creatività ad un nuovo limite.

A livello compositivo com’è nata l’opera, hai composto ispirato dalle immagini di MP5 o viceversa?

Teho: Ho preparato una prima stesura di pochi minuti e gliel’ho inviata prima dell’estate per capire se c’era possibilità di sviluppare l’idea. Ci siamo trovati subito in sintonia. Quindi è iniziato questo gioco interessante, in cui io cominciavo a comporre immaginando le sue immagini prima ancora di vederle. Altrimenti, sarebbe diventato un semplice commento musicale. A me interessa ricercare altro. Deve essere un processo d’invenzione, in cui inevitabilmente qualcosa funziona e qualcos’altro no. Dunque, la musica doveva cominciare prima, doveva ispirare delle immagini, sulle quali si è riadattata una volta che il lavoro di MP5 ha raggiunto la forma che hai potuto vedere la sera del debutto.

Una cosa che mi affascina della tua opera è che hai uno stile compositivo molto connotato e riconoscibile, eppure sei sempre aperto a collaborazioni con artisti anche molto differenti fra loro, in ambiti molto diversi. Credi sia proprio la tua forte personalità artistica che ti consente di sposare diversi progetti, da Cèline recitato a teatro alle colonne sonore fino a Phantasmagorica?

Teho: Ogni progetto è una sfida, e il primo ad essere fatto a pezzi in ogni sfida sono proprio io. In qualche modo è come se dovessi dimenticarmi di me, per ricominciare sempre in un modo differente. Se dovessi pensare all’idea di collaborazione, se potessi allontanarmi come un drone dall’alto ed osservare tutte le differenti figure con cui ho collaborato credo apparirebbe una sorta di band ideale. Una band in cui Blixa canta, MP5 disegna, al violoncello avremmo il bravissimo Erik Friedlander e le foto le farebbe quell’artista straordinario che è Charles Frégèr. Una band che può ridursi o estendersi all’infinito. Penso spesso alle mie collaborazioni e credo che in un certo senso possano essere interscambiabili, mi piacerebbe ad esempio che un giorno MP5 lavorasse con Charles, per una questione di punti in comune che credo di aver individuato.

Dovresti fare un giorno “Teho Teardo and Friends”… scherzo, eh!

Teho: Non ci penso nemmeno!

MP5: Credo che non lo chiamerebbe mai così!

Teho: Magari da morti, se qualcuno ci evocasse, potremmo fare un concerto simile, The Legacy of Dead Friends.

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In passato avevo già scritto su Changeslibro di MP5 ispirato all’I ChingHo ritrovato anche in Phantasmagorica la presenza di elementi simbolici, certo in maniera meno sistematica rispetto ad un’opera ispirata ad un testo dal valore oracolare. Ti sei lasciata guidare dalle suggestioni musicali o hai consapevolmente seguito una narrazione per simboli?

Mp5Changes è il libro che ho dato a Teho prima di iniziare il progetto! Quindi, è quello che lui ha avuto all’inizio come riferimento per lo stile che avrei voluto seguire. In un certo senso, anche se Phantasmagorica vira completamente al nero mentre Changes si basa sull’opposizione e l’armonia di bianco e nero, possiamo dire che è nato in quella stessa atmosfera stilistica.

Al di là del valore simbolico delle immagini, sicuramente presente, c’è chiaramente una narrazione, sia per immagini che per musica. Una narrazione non didascalica, meno intuibile rispetto al Teatro di Parola, ma sicuramente presente. Stiamo tuttora lavorando sulla comunicabilità di certi passaggi. Affrontiamo temi come la Morte e l’Amore, in un modo che non è semplice da spiegare, perché si tratta di un’opera colma di suggestioni ed influenze reciproche.

La storia però non è un soggetto che avete scritto ma si è formata attraverso le suggestioni reciproche…

MP5: Esatto, non abbiamo scritto un soggetto a monte, abbiamo composto la narrazione man mano che la collaborazione prendeva forma. Sapevamo però sempre dove stavamo andando.

Sicuramente, l’opera è ancora in fieri, l’anteprima a cui ha assistito è stata molto importante per noi, per comprenderne i meccanismi interni.

Teho: C’è un racconto. Un racconto che nasce da tensioni anche contrastanti. Ci sono momenti in cui non si vede nulla e c’è solo la musica. Alcune storie si raccontano anche per evocazione, per suggestione, senza bisogno di essere didascalie. Anche col cinema non ho mai voluto commentare nulla. Né lei, né io siamo figure adatte a narrare in maniera tradizionale. Ma possiamo raccontare ciò che per noi è urgente per evocazione, per contrasto. L’anteprima è stata un’esplosione, è la prima volta che lo abbiamo effettivamente “fatto”. Stiamo ancora riflettendo su alcuni aspetti. L’impatto emotivo è stato molto forte. Tutto il mio lavoro è basato su un continuo divenire.

Prima ti dicevo che inizialmente le ho inviato delle prime idee musicali, molto embrionali. Quando lei poi mi ha portato le prime immagini, ho ripreso a comporre in maniera molto più diretta, razionale, se vogliamo tradizionale. Ci sono dunque momenti in cui il racconto è molto chiaro, altri dove si dilata e conduce altrove.

MP5: Ovviamente, a me sembra tutto chiaro! Ma, altrettanto ovviamente, sono consapevole che ci siano diversi strati di lettura. L’esperienza è teatrale, quindi presuppone un coinvolgimento dello spettatore, ma è anche per molti versi un concerto, dunque a maggior ragione prevede una partecipazione emotiva. Ci sono diversi livelli che concorrono all’esperienza: anche il buio ha una sua parte nella narrazione.

Il buio mi sembra abbia il ruolo dello “spazio bianco” nel fumetto, in cui lo spettatore, guidato dalla mera suggestione musicale, deve creare i legami invisibili della narrazione tramite la sua immaginazione.

Teho: Il buio potrebbe essere una sorta di sospensione in cui rivedere i nostri pensieri. Come nelle canzoni, non c’è bisogno di spiegare il significato di ogni strofa, altrimenti se ne smarrisce la magia. Eppure, il codice della canzone esiste da secoli, in una forma ormai tradizionale. Questo è il problema gigantesco dell’arte concettuale contemporanea: se non vai a leggere il testo esplicativo rischi di rimanere sospeso. Spero che ciò non accada con Phantasmagorica.

MP5: A me ad esempio interessa moltissimo sapere la reazione delle persone dopo lo spettacolo, e non ho proprio voglia di imporre la mia interpretazione. Il fruitore deve fare la sua parte, non deve rimanere passivo. Le letture diverse dei singoli spettatori sono fondamentali: vuol dire che siamo riusciti a tirar fuori qualcosa dagli spettatori, non li abbiamo “riempiti” di nostri contenuti.

Immagino sia presto per parlarne, ma, al di là del fascino di questa opera, credo ci sia un potenziale enorme di sinergia creativa. Avete già preventivato futuri progetti insieme?

Teho: Siamo ancora completamente dentro questa! C’è ancora tanto da fare e capire su questo progetto. E mi fa piacere stare “qui”, trovo sia un luogo meraviglioso questo in cui ho incontrato MP5, di cui ho enorme stima. Sono sicuro, però, che il futuro riserverà nuove connessioni fra i nostri percorsi. Dico questo perché sento che nel suo mondo c’è uno spazio per me. Spero che anche lei senta quanto il suo mondo possa essere accogliente per la mia musica.

MP5: Assolutamente sì. Basti pensare che spesso, come in questo caso, non ho nemmeno bisogno di rispondere. Quello che dice lui durante le interviste è in perfetta sintonia con i miei pensieri. E non è una cosa né frequente, né banale.

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Of Changes, la mostra di MP5 alla Wunderkammern https://minimaetmoralia.it/arte/mp5-mostra-alla-wunderkammern/ https://minimaetmoralia.it/arte/mp5-mostra-alla-wunderkammern/#respond Sat, 20 Feb 2016 05:30:52 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=30037 Dal 20 febbraio al 24 marzo la Wunderkammern Gallery di Roma ospiterà Of Changes, personale di MP5 con opere su carta, legno e installazioni. Di seguito riportiamo una conversazione con l'artista uscita sul Mucchio, che ringraziamo.

di Andrea Provinciali

Era la fine del 2011 quando MP5 pubblicò il suo ultimo libro, Palindromi, lavoro in cui emersero soprattutto il suo spirito giramondo e il suo eclettismo artistico e sperimentale (dall'illustrazione al fumetto fino alla street art). In questi 5 anni l’artista non si è certo fermata e la mostra personale Of Changes – ospitata dalla Wunderkammern di Roma: una delle più importanti e prestigiose gallerie in Italia nel settore della Urban Art – rappresenta una sorta di istantanea di quello che è oggi la sua arte sempre in viaggio, lapiù adatta ai mutamenti” (proprio come cantano i C.S.I.). Non a caso, infatti, il suo nuovo libro Changes (Grrrz Comic Art Book, la stessa di Palindromi) si basa proprio sull'antichissimo testo cinese Libro dei mutamenti (I Ching).

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Dal 20 febbraio al 24 marzo la Wunderkammern Gallery di Roma ospiterà Of Changes, personale di MP5 con opere su carta, legno e installazioni. Di seguito riportiamo una conversazione con l’artista uscita sul Mucchio, che ringraziamo.

di Andrea Provinciali

Era la fine del 2011 quando MP5 pubblicò il suo ultimo libro, Palindromi, lavoro in cui emersero soprattutto il suo spirito giramondo e il suo eclettismo artistico e sperimentale (dall’illustrazione al fumetto fino alla street art). In questi 5 anni l’artista non si è certo fermata e la mostra personale Of Changes – ospitata dalla Wunderkammern di Roma: una delle più importanti e prestigiose gallerie in Italia nel settore della Urban Art – rappresenta una sorta di istantanea di quello che è oggi la sua arte sempre in viaggio, lapiù adatta ai mutamenti” (proprio come cantano i C.S.I.). Non a caso, infatti, il suo nuovo libro Changes (Grrrz Comic Art Book, la stessa di Palindromi) si basa proprio sull’antichissimo testo cinese Libro dei mutamenti (I Ching).

Dall’uscita di Palindromi ad oggi quanti posti hai vistato e quante e quali cose hai fatto, dal punto di vista artistico?

Palindromi aveva raccolto le riflessioni e le domande di quegli ultimi anni, sulla mancanza di un linguaggio comune per comunicare, sulle dinamiche di forza e di potere, sugli eterni ritorni. Guy Debord, Sylvia Plath, Cioran, erano stati gli spunti per la costruzione del libro. Concluso quel periodo di lavoro e di vita sono partita dall’Italia e ho vissuto per un periodo in Spagna e in Francia, perché avevo bisogno di nuovi spunti, avevo. Ho vissuto da persone appena conosciute, in squat, da amici. Mi sono avvicinata alla scena queer-femminista spagnola collaborando a diversi progetti tra cui Indisorder. A partire da quel momento ho incrementato la mia attività di muralista, ho partecipato a diversi festival europei di urban art e collaborato con gallerie e testate internazionali. È stato un periodo fertile, pieno di nuove esperienze, sebbene girassi con solo un portatile e qualche pennello nella borsa. È stato lì che ho iniziato a riflettere su quanto fosse necessario il cambiamento.

Un curriculum ricchissimo che proietta il tuo nome meritatamente a livello internazionale. La mostra alla Wunderkammern di Roma rappresenta un gran bel riconoscimento, no?

Questa mostra per me è un momento importante per fare il punto su quanto elaborato negli ultimi anni sia stilisticamente che concettualmente. Of Changes è un progetto a cui lavoro da molto tempo, ci è voluto un intero anno per realizzarlo. Wunderkammern è una galleria che seguo da tempo, e sono molto contenta di collaborare con loro, mi piace per la continua ricerca in campo artistico che li caratterizza da sempre.

Parliamo dal volume: prende ispirazione dal Libro dei mutamenti (I Ching), antichissimo e importantissimo testo classico cinese  – tanto caro a Jung – e come Palindromi può definirsi un metafumetto, ovvero qualcosa che trascende i limiti stessi dell’arte sequenziale sia nella forma sia nel contenuto. Insomma, un art book vero e proprio già dal packaging.

Changes è un libro senza testi, come per Palindromi ho deciso di affidarmi solo alle immagini. Ho preferito lasciare poche note di spiegazione o riferimenti scritti perché voglio che il pubblico faccia la sua parte. Consiste in un box contenente 64 schede che rappresentano i 64 esagrammi dell’I-Ching. Gli esagrammi sono i risultati della divinazione che si ottiene lanciando delle monete e corrispondono a sentenze ed immagini che rappresentano situazioni che mutano, che si muovono in una completa interconnessione di eventi e che descrivono i vari aspetti della vita. Ho pensato alla confezione come se fosse un’opera a sé stante, un oggetto d’arte. Inoltre le 64 schede possono essere disposte su un’unica parete a formare un quadrato di circa 1.80 mt per 1.80 di dimensione oppure si può semplicemente appendere una scheda per volta, a rappresentare l’esagramma del momento.

Anche il tuo libro può essere sfruttato a scopo divinatorio?

L’I-Ching è completamente basato sulla casualità in contrapposizione al concetto occidentale di causalità. Il leit motiv del progetto è proprio l’esperimento e la pratica legata al caso e all’estemporaneità. Tra le 64 schede di Changes ognuno potrà sceglierne una in maniera del tutto casuale e da quell’immagine trarre una suggestione. Ho provato a riportare la pratica divinitoria del testo originale ad un livello unicamente visuale ed evocativo e quindi più immediato.

Dal punto di vista stilistico sembra che tu ti sia discostata dal tratto nero e pesante di Palindromi. C’è un’evidente apertura verso il bianco e la luce.

Si, ed è avvenuto in maniera molto naturale. Seguendo l’ispirazione generata dal testo mi sono accorta che le immagini che producevo erano prevalentemente chiare e luminose ed ho semplicemente deciso di seguire questa suggestione. È stata una sorpresa anche per me.

Nel comunicato scrivi: “Ho dedicato l’ultimo anno della mia ricerca al Libro dei mutamenti, perché ho sentito l’esigenza di ragionare sulla crisi politica culturale e psicologica del mondo occidentale”.

Tutto quello di cui parliamo ha a che fare con la politica. Specialmente in questo momento storico non possiamo non pensare in questi termini. L’I-Ching è un testo molto antico che ha però secondo me dei contenuti che sono senza tempo. Mi è sembrato uno strumento perfetto per parlare della realtà contemporanea sia sociale che individuale.

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Invece, la mostra come è organizzata?

La mostra sarà composta da circa 30 opere di medio e grande formato. Sto inoltre lavorando ad un’installazione che occuperà lo spazio sotterraneo della galleria.

Considerando il tuo impegno nella street art, che ne pensi della deriva istituzionalizzata che ne è stata fatta in questi ultimi anni? Ovvero, tutta questa attenzione da parte dei media ma anche delle istituzioni che si è riversata sulla street art, tanto da aver visto sorgere murales un po’ ovunque, soprattutto a Roma?

Come per ogni fenomeno che viene dal basso e che funziona, il mercato a un certo punto tende a fagocitarlo e a capitalizzarlo. È  successo anche con l’hip hop musicalmente parlando.

Girando così tanto per l’Europa, come ritieni che sia messa l’Italia dal punto di vista artistico, sempre nell’ottica di urban art?

Noi italiani arriviamo sempre un po’ per ultimi. Molte questioni che vengono affrontate qui ora, sono già state risolte da altre parti. Mi viene in mente il recupero dei muri dipinti per poterli musealizzare che stanno facendo a Bologna. Io mi sono formata in quella città negli anni in cui Blu faceva i suoi primi muri, e ricordo benissimo quanto il suo lavoro fosse ostacolato. Opere imbiancate il giorno dopo, e via dicendo. E ora che la loro arte è riconosciuta internazionalmente e che la street art ha un’attenzione mediatica spuntano i musei e le istituzionalizzazioni. Mi viene in mente uno che vince all’enalotto e i con0scenti che prima non lo consideravano ora iniziano a ingraziarselo.

Per finire, una domanda un po’ esistenziale: chi è MP5 nel 2016?

Quando riuscirò a rispondere a questa domanda significherà che avrò smesso di cercare. Sinceramente spero di non riuscire a rispondere mai.

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Ragazze che disegnano sui muri https://minimaetmoralia.it/arte/ragazze-che-disegnano-sui-muri/ https://minimaetmoralia.it/arte/ragazze-che-disegnano-sui-muri/#comments Thu, 05 Jun 2014 14:03:56 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=21250 Questo pezzo è uscito sul Venerdì di Repubblica. (Immagine: Alice Pasquini)

Le protagoniste di questo articolo sono quattordici street artist italiane bravissime. A definirle e accomunarle è in parte la strada, frequentata per disegnare sui muri e trasformarli in opere d'arte, luogo condiviso e non privato, disegnabile e mai del tutto possedibile. Alcune hanno nomi veri, altre adattati, altre ancora totalmente inventati. Sono Microbo, Alicé (Alice Pasquini), MP5, Nais, Gio Pistone, Pax Paloscia, Nemo, Miss EU (Eugenia Garavaglia), Allegra Corbo, le TO / LET (Elisa Placucci e Sonia Piedad Marinangeli), Pea Brain (Monica Cuoghi), Martina Merlini, Signora K. Oltre a disegnare sui muri (arte con cui oggi si riesce mediamente a vivere) di mestiere fanno le illustratrici, fumettiste, scenografe, grafiche, installano, incidono, fabbricano, sperimentano, mettono avanti a tutto il disegno, arte praticata con qualunque mezzo necessario e su qualunque spazio utile e ispirante, prescindendo dalle dimensioni.

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Questo pezzo è uscito sul Venerdì di Repubblica. (Immagine: Alice Pasquini)

Le protagoniste di questo articolo sono quattordici street artist italiane bravissime. A definirle e accomunarle è in parte la strada, frequentata per disegnare sui muri e trasformarli in opere d’arte, luogo condiviso e non privato, disegnabile e mai del tutto possedibile. Alcune hanno nomi veri, altre adattati, altre ancora totalmente inventati. Sono Microbo, Alicé (Alice Pasquini), MP5, Nais, Gio Pistone, Pax Paloscia, Nemo, Miss EU (Eugenia Garavaglia), Allegra Corbo, le TO / LET (Elisa Placucci e Sonia Piedad Marinangeli), Pea Brain (Monica Cuoghi), Martina Merlini, Signora K. Oltre a disegnare sui muri (arte con cui oggi si riesce mediamente a vivere) di mestiere fanno le illustratrici, fumettiste, scenografe, grafiche, installano, incidono, fabbricano, sperimentano, mettono avanti a tutto il disegno, arte praticata con qualunque mezzo necessario e su qualunque spazio utile e ispirante, prescindendo dalle dimensioni.

In comune non hanno nemmeno la generazione, e tutte insistono sull’assoluta irrilevanza dell’età, ventisette o quarantasette che sia. “L’età non fa la differenza” dicono consapevoli e unanimi. E anche l’appartenenza di genere (femminile) si rivela filo conduttore debolissimo laddove la street art è un’arte al di fuori dei generi anche per chi la pratica. Dice MP5: “Molte volte gli uomini cercano di aiutarti perché pensano che non ce la fai a sollevare i secchi di vernice”. Se proprio deve, lei preferisce definirsi queer, o non definirsi affatto, scomoda anche nell’etichetta di “street artist” laddove la strada è solo un luogo di passaggio. “Il giorno che non imparerò più lo considererò come un segnale per cambiare direzione”, dice Microbo, nata e cresciuta in Sicilia, milanese d’adozione e dimora attuale. “Di dipingere sui muri abbiamo smesso gradualmente dal 1995 dopo avere occupato grandi fabbriche per vivere”, dice Pea Brain, parlando di sé e di Claudio Corsello, artista con cui ha iniziato negli anni ottanta disegnando i muri di Bologna, “l’ultimo graffito è stata una P. Brain ombra nera, sulla quale piano piano si sono arrampicate le edere ridisegnandone la sagoma”.

“Siamo street artist ma siamo anche altre cose”, conferma Allegra Corbo, “e io sono un po’ malata di questo mio sperimentare, non riesco a fermarmi”. Allegra Corbo ha iniziato a disegnare giovanissima: “Dipingo perché a tredici anni ho lasciato la scuola e ho incontrato dei pittori belli”. Ha lavorato anche con compagnie teatrali (Socìetas Raffaello Sanzio, Mutoid Waste Co., Mutek) per poi fondarne una sua (Mama Ferox). Anni fa insieme a Andreco e Hanna Negash ha realizzato un enorme Pinocchio su una parete della Mole Vanvitelliana di Ancona. Sempre ad Ancona dirige il festival “POP UP! Arte contemporanea nello spazio urbano”. La cosa più bella la dice quando insieme cerchiamo di mappare le sue opere su e giù per l’Italia, e ci accorgiamo che molte non esistono più (il Pinocchio, per esempio). Su questa breve durata della street art che potrebbe rendere enormemente tristi lei ha una prospettiva capovolta, positivissima, che mette a fuoco la bellezza del temporaneo. Dice: “Mi piace questa dimensione dell’arte che è come i piccoli insetti in natura o i fiori che durano solo un giorno e sono più un ‘esperienza, una visione. Mi piace questo tempo breve”.

A cercare di costruire una geografia delle opere delle street artist italiane ci si scontra necessariamente con questo tempo breve naturale che fa sì che non ci sia mai alcuna certezza che ciò che viene disegnato sopra un muro l’indomani sia ancora lì. “Molti miei muri ora non esistono più”, dice Signora K, che ha disegnato moltissimo soprattutto in Emilia. Di MP5 sopravvive un nuotatore bellissimo e gigantesco su un muro che costeggia il fiume Nera, a Terni, e altri pezzi sparsi per l’Italia e l’Europa. Di Microbo ci sono opere in Nord America e Nord Africa. Di Gio Pistone c’è una saracinesca disegnata al Pigneto, e sempre a Roma un grande murale in via dei Lentuli al Quadraro. È l’entrata di un tunnel che unisce il Quadraro vecchio al nuovo, e sopra c’è scritto: “Ai pensieri liberi, alle paure, agli amori volanti nel passaggio tra due tempi”. Di Alicé ci sono muri disegnati in tutta Roma e recentissimi due murali su due scuole elementari di Inwood, a New York. Di Pax Paloscia ci sono muri sulle strade delle Colombia e da qualche altra parte in Sudamerica.

Pax ha iniziato con la street art per gioco: “Attaccavo fotocopie in giro, volti vintage di animali della Disney ripetuti, foto anni 60 ai quali aggiungevo o toglievo dettagli, foto di amici che ritraevo con una maschera di coniglio ed attaccavo come per lasciare in giro tracce di un personaggio surreale. Dopo ho iniziato a dipingere personaggi, nipoti, bambini coniglio”. I suoi bambini coniglio li ha esposti di recente in una galleria di Roma, la White Noise di San Lorenzo, e insieme ad altri sei artisti è stata un mese negli spazi pubblicitari della città per il progetto Concept Europa di NUfactory. Per lei il valore aggiunto del lavorare in strada sta la libertà. Dice: “Si tratta come diceva Keith Haring di liberare l’anima”.

Per Allegra Corbo è la condivisione, la collaborazione tra artisti resa praticabile dalla scala monumentale in cui si lavora. Di questa condivisione dice con saggezza che “per salvarci dall’individualismo oggi è una necessità”. Per Gio Pistone è una questione di potenza. “Lavorare in strada ha una potenza enorme”, dice. E poi: “Basta un colore che non ti aspetti voltato l’angolo o una traccia di musica che ti piace che le immagini prendono tutt’altra forma nella mente”. Di Roma, dove abita e lavora, dice: “Mi piacerebbe che prendesse piede la possibilità di colorare i quartieri più architettonicamente grigi e restituirli colorati”. Per Nais dalla strada impari “che la prima cosa è il colore”. Per MP5 sta “nell’essere sempre esposti, pronti a qualunque cosa, dagli sconosciuti che ti portano una bottiglia di acqua quando fa troppo caldo, a quelli che criticano il lavoro che stai facendo”.

Per Pea Brain le cose che impari dalla strada sono “il divertimento, la paura, l’amicizia, il coraggio”. Per Martina Merlini il valore aggiunto sta “nelle proporzioni, nella condivisione di un progetto e di uno spazio, nell’importanza del fattore temporale”. Per Miss EU quello che impari è “la velocità, in tutti i sensi, e che la grandezza della parete non è sempre proporzionale al tempo che si ha a disposizione”. Per la Signora K la strada è maestra nel “gestire la paura per non avere paura, sperimentare, provare, conoscere per evitare”. Microbo dice di dovere alla strada quasi tutto, “forse il 90 % di ciò che sono adesso”. Dice: “La strada è stata la mia formazione”.

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Le ragazze del fumetto https://minimaetmoralia.it/fumetto/le-ragazze-del-fumetto/ https://minimaetmoralia.it/fumetto/le-ragazze-del-fumetto/#comments Wed, 04 Apr 2012 08:49:43 +0000 http://www.minimaetmoralia.it/?p=7335 In questo articolo, uscito per «D di Repubblica», Tiziana Lo Porto ci presenta alcune giovani fumettiste della scena comics italiana, che intervistate sottolineano tutte quante l'importanza del web e dei social network per la diffusione delle loro opere.

Sono nate negli anni Ottanta, di mestiere fanno i fumetti, vivono dove le porta il disegno, hanno un blog. È in rete che bisogna cercare per incontrare le ragazze italiane del fumetto. Si annidano tra blog e social network, raccontano in forma di disegno il loro quotidiano vivere, concedono eleganza, umorismo e irriverenza all’altrimenti asettica dimensione virtuale. “Se fai fumetti avere almeno un blog è molto importante. A essere bravi e professionali si ha anche una pagina web. Bisogna sfruttare il più possibile gli aspetti positivi e l’aiuto che ti può offrire la rete per diffondere il tuo lavoro”.

A parlare è Alice Socal, nata a Mestre nel 1986. Ha studiato all’Accademia di Belle Arti di Bologna e attualmente vive e studia ad Amburgo, da dove pubblica i suoi lavori sul blog vuoto-incipiente.blogspot.com, ed è autrice di una delle più folgoranti opere prime a fumetti pubblicate in Italia lo scorso anno.

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In questo articolo, uscito per «D di Repubblica», Tiziana Lo Porto ci presenta alcune giovani fumettiste della scena comics italiana, che intervistate sottolineano tutte quante l’importanza del web e dei social network per la diffusione delle loro opere.

Sono nate negli anni Ottanta, di mestiere fanno i fumetti, vivono dove le porta il disegno, hanno un blog. È in rete che bisogna cercare per incontrare le ragazze italiane del fumetto. Si annidano tra blog e social network, raccontano in forma di disegno il loro quotidiano vivere, concedono eleganza, umorismo e irriverenza all’altrimenti asettica dimensione virtuale. “Se fai fumetti avere almeno un blog è molto importante. A essere bravi e professionali si ha anche una pagina web. Bisogna sfruttare il più possibile gli aspetti positivi e l’aiuto che ti può offrire la rete per diffondere il tuo lavoro”.

A parlare è Alice Socal, nata a Mestre nel 1986. Ha studiato all’Accademia di Belle Arti di Bologna e attualmente vive e studia ad Amburgo, da dove pubblica i suoi lavori sul blog vuoto-incipiente.blogspot.com, ed è autrice di una delle più folgoranti opere prime a fumetti pubblicate in Italia lo scorso anno.

Il racconto si chiama Luke. Anche i cattivi invecchiano (Giuda Edizioni) ed è un sequel geniale e surreale di Guerre Stellari con protagonista uno stropicciatissimo e a modo suo amletico Luke Skywalker. Finite le sue eroiche imprese, Luke è diventato uno di noi, è ingrassato, ha anche lui una vita squallida e monotona fatta di supermercati e piatti di lavare, deve prendersi cura del padre disabile, che nel disegno è la testa-maschera di Darth Vader, di volta in volta disegnata mentre sta appoggiata sul tavolo della cucina, cade dal tavolo della cucina, viene raccolta da terra e rimessa sul tavolo, beve un succo di frutta, chatta davanti al portatile.

“Certo, poi si finisce per perdere ore e ore a guardare foto dei tuoi vecchi compagni delle elementari, delle ex fidanzate dei fratelli e dei loro figli, cani e tutto il resto”, riprende Alice Socal continuando il suo ragionamento su pro e contro di blog e social network, “ma tant’è, è il prezzo da pagare”.

 D’accordo con lei MP5, acronimo di Maria Pia Cinque, fumettista e street artist nata nell’80, autrice insieme a Valerio Bindi del graphic novel Acqua storta (Meridiano Zero). Dice MP5: “I social network e i blog sono utili per diffondere qualsiasi cosa: musica, arte, fumetto, murales. Io sono sempre presente sul web, mutando forma e canali di volta in volta”. Al momento è mpcinque.com, sito pieno zeppo di illustrazioni, tavole a fumetti, foto di murales e di installazioni, animazioni. In bella vista la copertina nera e bianca del suo ultimo lavoro, Palindromi (GRRRzetic editrice), libro a fisarmonica che è anche serigrafia e poster e murales e quadro.

“Il concetto di palindromo mi ha sempre interessata”, spiega, “ho sempre bisogno di almeno due chiavi di lettura per leggere il mondo. Mi interessano gli enormi giri che facciamo per poi tornare al punto di partenza, la continua reiterazione. Sono partita da questa sola idea per realizzare Palindromi, senza sapere dove sarei andata a finire. All’inizio era un lungo murales per una mia personale al museo di Terni. Ho poi fotografato il tutto e l’ho montato su una struttura a fisarmonica per vedere come funzionava. Palindromi è un libro se vuoi che sia un libro, altrimenti aprendolo diventa un lungo murales dove i disegni si susseguono e ti mostrano ancora altre verità”.

Fatto a mano in 400 copie, Palindromi rientra a pieno titolo nella categoria dell’hand made, tornato in voga di recente (o forse mai passato di moda) nell’editoria e non solo (di vestiti, accessori, custodie di cd e quant’altro fatto a mano abbondano negozi, siti internet e mercatini).

“La possibilità di confezionarti il tuo libro a mano è il valore aggiunto dell’editoria indipendente. E l’essere indipendente è l’elemento più contemporaneo del fumetto italiano. Se fai o ti interessi di fumetti la scena dell’autoproduzione è quella da tenere d’occhio”, dice Eleonora Enid Antonioni, nata a Roma nell’83, autrice di magnifici albi a fumetti che si fabbrica da sé e vende in rete o alle fiere del fumetto e di un diario che pubblica quotidianamente online sul blog eleonora-antonioni.blogspot.com. Nessuna parentela con Antonioni il regista, e uno strano “Enid” tra nome e cognome preso in prestito a Enid Coleslow, eroina di Ghost World di Daniel Clowes, serie di culto a fumetti degli anni Novanta diventata film per la regia di Terry Zwigoff.

Quando è uscito per la prima volta il fumetto di Clowes, Eleonora doveva avere più o meno dieci anni. “Ma quand’è uscito il film di anni ne avevo diciotto”, dice, “e me lo ricordo benissimo. Ho visto prima il film e poi ho scoperto il fumetto. E in Enid mi ci sono ritrovata, anche fisicamente”. Le chiedo chi altre sono le sue eroine predilette, e lei cita Mikako Koda, la protagonista del manga di Ai Yazawa Cortili del cuore (è la storia di una ragazzina che sogna di fare la stilista, e ci riesce), poi mette da parte i fumetti e pesca nell’immaginario tout court, donne in carne e ossa incluse: Amélie Poulain, Louise Brooks, Palma Bucarelli. Eleonora mi racconta di quando da bambina leggeva i fumetti, “quasi unicamente Disney, e ogni tanto Il giornalino”, e la cosa che la interessava era il mestiere.

“Andavo a cercare i nomi dei disegnatori per capire come funzionava il fumetto come lavoro”, dice. “Poi da adolescente mi sono allontanata da quei fumetti lì e mi sono avvicinata ai manga. E ho iniziato a disegnare le prime storie che facevo girare a scuola tra i compagni di classe. Finito il liceo ho deciso di concretizzare tutto facendo la Scuola di Comics”.

Le chiedo secondo lei quanto siano necessarie le scuole per un mestiere del genere, e lei mi risponde che “sicuramente le scuole aiutano. Ti fanno migliorare molto, soprattutto tecnicamente, e lo fanno in fretta. Chi vuole fare fumetto lo può fare a prescindere dalle scuole, certo, e magari da autodidatta puoi raggiungere gli stessi risultati, ma ci metti più tempo. A scuola hai delle scadenze, di settimana in settimana, che ti fanno entrare nell’ottica del mestiere del fumettista. È a scuola che impari la disciplina e capisci cosa significa lavorare nel fumetto”. Poi aggiunge che quando andava a scuola lei le più disciplinate e puntuali nelle consegne erano le ragazze. “Prendevamo la cosa molto più seriamente”, dice, “e la maggior parte di noi ce l’ha fatta, siamo riuscite a fare del fumetto un mestiere”.

Le chiedo se da qualche parte si ritrovano, e più in generale se esiste una scena femminile del fumetto italiano presente e visibile su riviste, antologie o festival. Lei mi cita Teiera (teiera.blogspot.com), piccola preziosa casa editrice autoprodotta creata e curata da Giulia Sagramola e Cristina Spanò. Entrambe nate nell’85, entrambe fumettiste e illustratrici, entrambe blogger (giuliasagramola.blogspot.com e cristinaspano.blogspot.com), per passione e diletto nel 2010 hanno fondato una loro etichetta indipendente in cui pubblicano piccoli libri monografici e antologici legati all’illustrazione, al fumetto e alla grafica.

Molti degli autori in catalogo sono ragazze: tra le tante ci sono Eleonora Enid Antonioni con Il giorno che scommisi la testa col diavolo e Sarah Mazzetti (recentemente entrata tra le curatrici dell’etichetta) con Sutrino. Petit Kamasutra for people who love each other, e nelle antologie Anna Delforian, Cristina Daura, Irati Fernandez, Gemma Correll, Anke Weckman, Lilli Carré, Clara Tanit, Mireia Perez e le stesse Sagramola e Spanò.

“Il fatto di avere più donne che uomini in catalogo è una coincidenza”, dice Giulia, autrice del bel memoir a fumetti Bacio a cinque (Topipittori). “Di sicuro il fumetto è un genere narrativo ancora dominato da una forte presenza maschile. A differenza dell’illustrazione, ci sono più uomini che disegnano fumetti. Ma non voglio pensare che la difficoltà a emergere sia legata al proprio genere, spero di no. Anche se a volte sento una differenza nel come chi legge i fumetti percepisce le storie a seconda se queste siano scritte da uomini o da donne. Come se alcune storie scritte da donne, dovessero per forza pretendere un pubblico prettamente femminile”.

Le storie che pubblicano con Teiera non pretendono nessun pubblico prettamente femminile, e molto dicono del talento e senso pratico di queste ragazze che dell’essere donne ne fanno pregio e non difetto. Lo considerano a modo loro un valore aggiunto (e di fatto lo è). A sentirle parlare, dall’alto dei miei quarant’anni, mi viene in mente una vignetta di Quino in cui Mafalda è insieme alla madre che fa il bucato. Mafalda la guarda e dice: “Mamma, cosa ti piacerebbe fare se tu potessi vivere?”

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