Mursi Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/mursi/ un blog di approfondimento culturale Tue, 06 Nov 2012 20:14:23 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=7.1 https://minimaetmoralia.it/wp-content/uploads/2025/07/cropped-cropped-309290503_464034925751050_1790831071097755281_n-32x32.jpg Mursi Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/mursi/ 32 32 Teoria e pratica del primitivismo https://minimaetmoralia.it/libri/teoria-e-pratica-del-primitivismo/ https://minimaetmoralia.it/libri/teoria-e-pratica-del-primitivismo/#comments Thu, 11 Oct 2012 09:54:54 +0000 http://www.minimaetmoralia.it/?p=9776 Pubblichiamo un articolo di Paolo Pecere uscito su Orwell. (Immagine: Man Ray.)

«Ogni volta che nell’anima mi scende come un Novembre umido e piovigginoso […] allora decido che è tempo di mettermi in mare al più presto». Così Ismaele, il narratore di Moby Dick, descriveva il viaggio verso i mari del Sud come antidoto allo spleen delle città occidentali. Era l’epoca in cui le società primitive venivano visitate e studiate dagli antropologi, che vi rinvenivano le tracce di una cultura arcaica su cui stabilire la misura del progresso, o metterlo in discussione. Che si trattasse soprattutto di un mito, funzionale a un’ideologia coloniale, è stato gradualmente acquisito nell’antropologia del Secondo Dopoguerra. Ma Jean-Loup Amselle, tra i massimi esponenti dell’etnologia francese, ha mostrato quanto questo mito sopravviva nella difesa delle «società indigene» tipica delle ideologie post-coloniali, e svolga una funzione classificatoria nei documenti UNESCO privilegiando, tra le molte popolazioni oppresse del pianeta, quelle che vantano un’“autoctonia”.

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Pubblichiamo un articolo di Paolo Pecere uscito su Orwell. (Immagine: Man Ray.)

«Ogni volta che nell’anima mi scende come un Novembre umido e piovigginoso […] allora decido che è tempo di mettermi in mare al più presto». Così Ismaele, il narratore di Moby Dick, descriveva il viaggio verso i mari del Sud come antidoto allo spleen delle città occidentali. Era l’epoca in cui le società primitive venivano visitate e studiate dagli antropologi, che vi rinvenivano le tracce di una cultura arcaica su cui stabilire la misura del progresso, o metterlo in discussione. Che si trattasse soprattutto di un mito, funzionale a un’ideologia coloniale, è stato gradualmente acquisito nell’antropologia del Secondo Dopoguerra. Ma Jean-Loup Amselle, tra i massimi esponenti dell’etnologia francese, ha mostrato quanto questo mito sopravviva nella difesa delle «società indigene» tipica delle ideologie post-coloniali, e svolga una funzione classificatoria nei documenti UNESCO privilegiando, tra le molte popolazioni oppresse del pianeta, quelle che vantano un’“autoctonia”.

In diversi scritti critici (raccolti ora da Boringhieri sotto il titolo Contro il primitivismo), Amselle ripercorre gli equivoci alimentati dal “primitivo” in etnologia: quella di un grado zero della società non è che un’idea, che non potrà mai trovare evidenza; fintanto che possediamo documenti, troviamo che non esistono società senza storia o senza economia, come le fingevano gli etnologi del passato. I casi più esemplari di popoli che “conservano” i propri costumi tradizionali, e pertanto subiscono l’assedio di dottorandi in antropologia e turisti col teleobiettivo, devono il loro isolamento a vicende storiche di migrazione forzata: si tratta sempre di «arcaismi di riflesso». Nessuna cultura, in generale, si può sottrarre alle vicende storiche ed economiche che la sottopongono a una continua trasformazione. Occorre dunque disfarsi della concezione ideologica delle culture come “pezzi da museo” e “beni patrimoniali”, il cui campione in Francia sarebbe stato Claude Lévi-Strauss, che tentando di salvaguardare la specificità del pensiero «selvaggio» in funzione anti-eurocentrica attribuì alle società primitive una resistenza al cambiamento e al dinamismo tipici della società occidentale.

Quella concezione, oggi, è buona soprattutto per i messaggi delle agenzie turistiche che promettono paradisi incontaminati. Si può ancora posare con uomini coperti di piume e bracciali tribali, come facevano i sorridenti antropologi vittoriani, ma fuori campo il viaggiatore vede che i costumi tradizionali cambiano contesto ed è onnipresente l’impatto dell’Occidente. Raccontava Marc Augé che gli sciamani Pumé del Venezuela rappresentano il mondo degli dèi come una metropoli occidentale. Io stesso ho visto, nei templi di Bagan in Myanmar, gruppi di custodi e negozianti volgere le spalle a Buddha e raccogliersi in contemplazione intorno a schermi digitali. Ma i più si adoperano per raggiungerlo, quell’aldilà di immagini: i Mursi dell’Etiopia calzano i loro copricapi cornuti all’arrivo delle 4×4 e si fanno pagare ogni scatto, e molti giovani Dogon del Mali non vedono l’ora di comprare i motorini cinesi per andare in città.

La realtà della società “primitiva” oggi consiste nei vari incontri e scambi (anche economici) che avvengono tra abitanti dei cosiddetti paesi in via di sviluppo, etnologi, turisti, volontari e operatori di ONG. Il vero oggetto dell’antropologia – come mostrava qualche anno fa un bel libro di Marco Aime, L’incontro mancato – è ormai questo processo di migrazione incrociata, in cui è in gioco la trasformazione reciproca delle culture in un “meticciato” globale. Come sottolineava Aime, guida turistica prima che antropologo, l’industria del turismo non è soltanto responsabile di diffondere immagini illusorie e rituali tipici, che fanno del viaggio la ripetizione di un modello preconfezionato (si cerca di riprodurre la fotografia che stava sul dépliant pubblicitario); lo stesso traffico di turisti è spesso alla base della conservazione di usanze che altrimenti verrebbero abbandonate. Insomma il turista ignaro alimenta anche, nelle culture del Sud del Mondo, processi di tutela e recupero, non diversamente da come accade con i paradisi ecologici dei parchi naturali.

Ma nel passaggio tra l’inganno dell’antropologia e l’abbaglio del viaggiatore si trova un’altra verità. Amselle la coglie bene quando scrive che nella ricerca del “primitivo”, più che con uno spostamento nello spazio, si ha a che fare con la ricerca di un «tempo perduto». I tanti giovani occidentali che partono in viaggio, ricalcando il gesto di Ismaele, e magari si trattengono a lavorare in un ostello del Borneo o in una comunità amazzonica, ignorano di solito le false istantanee del primitivismo, ma sono mossi piuttosto dal desiderio irresistibile che le cose, in un altro binario della storia, possano andare altrimenti da come sono andate irreversibilmente da noi. È un’esperienza che chi viaggia condivide innumerevoli volte: piuttosto che di una fuga verso un ideale astratto, si tratta al contrario di risvegliare dimensioni sensoriali dell’esperienza mortificate, sperimentando il cammino, gli odori, i suoni, in gesti quotidiani da noi abbandonati, e al tempo stesso misurarsi con pratiche e credenze che, benché non primitive, restano nondimeno altre e ci invitano a riconsiderare le cose daccapo.

Nel tentativo di riazzerare i conti della nostra storia capita di incontrare altri uomini che, muovendo in direzione opposta, tentano di fare lo stesso. In questo incontro cadono le astrazioni dell’etnologia, e ritroviamo quel laboratorio di pensiero critico che già Rousseau associava all’idea di uno «stato di natura» che «non esiste più, forse non è mai esistito, forse non esisterà mai e di cui ciononostante è necessario avere una giusta nozione per ben giudicare il nostro stato presente». Lo riconobbe infine lo stesso Lévi-Strauss, in Tristi tropici, raccontando di quando giunse dai Nambikwara nel cuore del bacino amazzonico: «Avevo cercato una società ridotta alla sua forma più semplice. Vi trovai solo degli uomini».

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