Nadezda Mandelstam Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/nadezda-mandelstam/ un blog di approfondimento culturale Fri, 13 Jun 2014 16:15:16 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=7.1 https://minimaetmoralia.it/wp-content/uploads/2025/07/cropped-cropped-309290503_464034925751050_1790831071097755281_n-32x32.jpg Nadezda Mandelstam Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/nadezda-mandelstam/ 32 32 Le mogli dei poeti https://minimaetmoralia.it/poesia/le-mogli-dei-poeti/ https://minimaetmoralia.it/poesia/le-mogli-dei-poeti/#respond Sat, 14 Jun 2014 14:00:48 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=20444 Questo pezzo è uscito su Pagina 99.

C'è un libro appena uscito in Inghilterra che si chiama The Poets' Wives (Bloomsbury, pagg. 304, £15.29) ed è stato scritto dal romanziere irlandese David Park. La traduzione in italiano del titolo è "le mogli dei poeti", alludendo alle protagoniste del romanzo: Nadezda Mandel'stam e Catherine Blake (più una terza moglie di poeta fittizia che si chiama Lydia). Le due donne erano rispettivamente mogli del poeta russo Osip Mandel'stam e del pittore, incisore e poeta inglese William Blake.

Tutto quello che si sa di Catherine Blake lo si sa da scritti, dipinti e incisioni del marito, e dai biografi di quest'ultimo, che a un certo punto della vita di Blake si devono necessariamente confrontare con quella dell'amatissima moglie. Quest'ultima conobbe William Blake nel 1781, a diciannove anni. A venti lo sposò.

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Questo pezzo è uscito su Pagina 99. (Nella foto: Nadezda Mandel’stam. Fonte immagine)

C’è un libro appena uscito in Inghilterra che si chiama The Poets’ Wives (Bloomsbury, pagg. 304, £15.29) ed è stato scritto dal romanziere irlandese David Park. La traduzione in italiano del titolo è “le mogli dei poeti”, alludendo alle protagoniste del romanzo: Nadezda Mandel’stam e Catherine Blake (più una terza moglie di poeta fittizia che si chiama Lydia). Le due donne erano rispettivamente mogli del poeta russo Osip Mandel’stam e del pittore, incisore e poeta inglese William Blake.

Tutto quello che si sa di Catherine Blake lo si sa da scritti, dipinti e incisioni del marito, e dai biografi di quest’ultimo, che a un certo punto della vita di Blake si devono necessariamente confrontare con quella dell’amatissima moglie. Quest’ultima conobbe William Blake nel 1781, a diciannove anni. A venti lo sposò. Rimasero insieme fino alla morte di Blake, nel 1827. Catherine Blake morirà quattro anni dopo. In vita lo aiutava nelle incisioni, colorava le sue opere, le stampava. Nella mitologia inventata da Blake nei suoi libri profetici Catherine si chiamava Enitharmon, ed era emanazione e moglie di Los, nato a sua volta dalla separazione in quattro di Albione. Los rappresentava l’ispirazione e l’immaginazione, insieme a Enitharmon era la dimensione esistenziale della nostra esperienza fisica. Los era il maschile, Enitharmon il femminile. Catherine Blake dunque non si limitava a essere una musa.

Dell’ingannevolezza delle muse ha scritto in maniera chiara e definitiva il poeta spagnolo Federico García Lorca in un breve importantissimo saggio (soprattutto per chi pratica qualsivoglia forma di arte performativa) dal titolo Gioco e teoria del duende (Adelphi, pagg. 52, euro 5,50). In sintesi ciò che teorizza, e ben argomenta, García Lorca è che l’artista dovrebbe trovare dentro se stesso, e non affidare ad altri (nella fattispecie alle muse), la propria ispirazione. Scrive: “La musa detta e in alcune occasioni sussurra. Può relativamente poco, perché è ormai lontana e così stanca (io l’ho vista due volte) che hanno dovuto metterle mezzo cuore di marmo. I poeti della musa odono voci e non sanno dove, ma essi appartengono alla musa che li anima e a volte se li mangia, come nel caso di Apollinaire, grande poeta distrutto dall’orribile musa con cui lo dipinse il divino angelico Rousseau. La musa risveglia l’intelligenza, reca paesaggi di colonne e falso sapore di alloro, e l’intelligenza molte volte è nemica della poesia, perché limita troppo, perché innalza il poeta su un trono di taglienti spigoli, e gli fa dimentica che d’improvviso lo possono divorare le formiche, o che gli può cadere sulla testa una grande aragosta di arsenico, contro la quale nulla possono le muse che vivono nei monocoli o nella rosa di tiepida lacca del salotto”.

Il ragionamento in effetti non fa una piega. E tuttavia talvolta (raramente) capita che l’artista in questione più che una musa trovi un’anima gemella, dotata di devozione e senso pratico, e si affidi a lei. William Blake si affidò a Catherine, Osip Mandel’stam a Nadezda. Dell’esistenza di Nadezda Mandel’stam è a conoscenza chi dopo avere letto le poesie (bellissime) del marito abbia indagato sulla sua vita e appreso con grande commozione che è grazie a lei che dette poesie sono sopravvissute a Stalin.

La storia dei Mandel’stam è struggente e bella. Così in sintesi: i due si sposano abbastanza giovani (lei ha 21 anni, lui 30), lui scrive poesie talvolta politiche, altre volte d’amore, che sotto Stalin non solo non gli è dato pubblicare, ma lo trasformano prima in un facile bersaglio e poi in una vittima della repressione. Viene arrestato, mandato in esilio insieme alla moglie,  nuovamente arrestato. Poi muore, nel 1938. Erano tempi bui, tempi di lupi li avrebbe adeguatamente chiamati  Nadezda nella sua bellissima autobiografia L’epoca e i lupi (Liberal, pagg. 525, 20 euro), citando una poesia del marito che finiva così: “perché non sono un lupo io, per il mio sangue, e mi ucciderà soltanto un mio pari”. Osip Mandel’stam non fu ucciso da un suo pari, ma da una malattia non meglio precisata dentro un gulag staliniano.

Mentre Osip era ancora in vita Nadezda aveva imparato le sue poesie a memoria. Non si fidava della carta, diceva, nemmeno quella avrebbe resistito a Stalin. A memoria se le portò con sé in esilio, prima e dopo la morte di Osip. Stalin morì nel 1956, undici anni dopo Nadezda riuscì a far pubblicare le poesie del marito in Russia. Il giorno dell’ultimo arresto di Osip insieme ai Mandel’stam c’era l’amica Anna Achmatova. Di sé e Achmatova dopo che portarono via Osip scriverà Nadezda nella sua autobiografia: “Somigliavamo a due annegate”.

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Da Tolstoj a Nabokov, le opere salvate dalle mogli https://minimaetmoralia.it/libri/recensione-the-wives-the-women-behind-russias-literary-giants/ https://minimaetmoralia.it/libri/recensione-the-wives-the-women-behind-russias-literary-giants/#comments Thu, 31 Jan 2013 14:00:47 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=12699 Questo pezzo è uscito su Repubblica. (Immagine: Sofia e Lev Tolstoj.)

Per quanti romanzi russi possiamo avere letto e amato, è sempre poco quel che sappiamo dei loro autori e soprattutto delle loro mogli. Abbiamo notizia e memoria di Sofia Tolstoj e Anna Dostoevskij. Delle signore Nabokov, Bulgakov, Mandelstam e Solzhenitsyn riconosciamo facilmente i cognomi e fatichiamo a ricordare i nomi. Nella migliore delle ipotesi diamo loro merito di essere state compagne e muse, ignorando spesso l’effettiva portata che la loro presenza ha avuto nella storia della letteratura russa. A colmare la lacuna arriva dall’America un importante libro dal titolo The Wives: The Women Behind Russia’s Literary Giants (Pegasus Book, $ 27,95), ovvero ‘Le mogli: le donne dietro i giganti della letteratura russa’. A firmarlo è Alexandra Popoff, giornalista e scrittrice russa che attualmente vive in Canada, figlia a sua volta di una scrittore e cresciuta con la convinzione che “tutte le mogli degli scrittori fossero coinvolte nel lavoro creativo del marito tanto quanto lo era mia madre”. Ovvero, che quella di “moglie di scrittore” fosse in sé un mestiere.

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Questo pezzo è uscito su Repubblica. (Immagine: Sofia e Lev Tolstoj.)

Per quanti romanzi russi possiamo avere letto e amato, è sempre poco quel che sappiamo dei loro autori e soprattutto delle loro mogli. Abbiamo notizia e memoria di Sofia Tolstoj e Anna Dostoevskij. Delle signore Nabokov, Bulgakov, Mandelstam e Solzhenitsyn riconosciamo facilmente i cognomi e fatichiamo a ricordare i nomi. Nella migliore delle ipotesi diamo loro merito di essere state compagne e muse, ignorando spesso l’effettiva portata che la loro presenza ha avuto nella storia della letteratura russa. A colmare la lacuna arriva dall’America un importante libro dal titolo The Wives: The Women Behind Russia’s Literary Giants (Pegasus Book, $ 27,95), ovvero ‘Le mogli: le donne dietro i giganti della letteratura russa’. A firmarlo è Alexandra Popoff, giornalista e scrittrice russa che attualmente vive in Canada, figlia a sua volta di una scrittore e cresciuta con la convinzione che “tutte le mogli degli scrittori fossero coinvolte nel lavoro creativo del marito tanto quanto lo era mia madre”. Ovvero, che quella di “moglie di scrittore” fosse in sé un mestiere.

Parlando di Véra Nabokov, l’artista rumeno Saul Steinberg ne centrò pienamente l’insostituibilità del ruolo dicendo: “Sarebbe difficile scrivere di Véra senza citare Vladimir. Ma sarebbe impossibile scrivere di Vladimir senza citare Véra”. Eppure, in vita, Véra e le altre non cercarono alcuna forma di riconoscenza. Preferirono l’ombra alla ribalta. Chiesero espressamente di non figurare mai, da nessuna parte, nemmeno nelle note a margine dei libri dei mariti. Se ne infischiarono solennemente delle simpatie dei lettori.

Colte, appassionate di letteratura, zelanti e riservate, capaci di dare una mano (scrivendo sotto dettatura, trascrivendo o ribattendo a macchina i manoscritti dei mariti) e desiderose di farlo, vennero scelte dai rispettivi mariti non per calcolo o convenienza, ma perché erano suddette qualità a renderle innamorabili. E loro stesse videro nel matrimonio con uno scrittore la possibilità (altrimenti negata) di intraprendere una carriera letteraria. Di diventare anch’esse scrittrici. Come Popoff aveva sospettato da bambina, quello di “moglie di scrittore” diventò così un mestiere a tutti gli effetti.

Pioniere della scena furono le più celebri Anna Dostoevskij e Sofia Tolstoj, che giovanissime non esitarono nel gettarsi con passione e pazienza in quelli che furono due dei matrimoni più discussi (e complessi) della storia della letteratura russa. Nessuna delle due ebbe vita facile accanto al marito, eppure non rinnegarono mai scelte e promesse. Di Anna Dostoevskij si racconta che alla morte del marito, scherzando, ebbe a dire, “Ma chi mai potrei sposare dopo Dostoevskij? Solo Tolstoj!” E Sofia Tolstoj ebbe il merito di salvare, rimasta vedova, una parte del manoscritto di Guerra e pace. È all’opera dei mariti che giurarono, e mantennero, fedeltà eterna, divenendo un modello per le generazioni a venire più di qualsivoglia eroina di romanzo. A seguirne l’esempio saranno così le future mogli di Nabokov, Bulgakov, Mandelstam e Solzhenitsyn.

La più appassionante e bella delle storie raccontate da Popoff è quella di Nadezda Mandelstam, che amò il marito esattamente per quello che era: un poeta. Perseguitato dal regime stalinista e deportato in un gulag prima che gran parte della sua opera venisse pubblicata, Osip Mandelstam deve la sopravvivenza dei suoi versi all’amata moglie, che per timore che non sopravvivessero su carta li imparò a memoria. Rimasta vedova, e con i versi del marito in testa, Nadezda vagò per anni in esilio aspettando la morte di Stalin e riuscendo infine a pubblicare le poesie del marito. Così fu la vita di Nadezda, e non ne avrebbe voluta una differente. Quando, giovane sposa devotissima al marito, il fratello ebbe a rimproverarle di essere diventata l’eco di Osip, Nadezda senza esitare né temere rispose: “A noi piace così”.

Avrebbe risposto allo stesso modo Véra Nabokov, a cui dobbiamo la salvezza di Lolita dalle fiamme. Dopo averlo scritto, Nabokov di fatto decise di bruciarlo. Se non lo fece fu solo grazie a Véra, che irremovibile lo fermò davanti all’inceneritore impedendogli di distruggere il manoscritto. E insieme al salvataggio di Lolita, di Véra ci piace ricordare un aneddoto. Nel 1937 i coniugi Nabokov furono costretti a quattro mesi di lontananza, e in quei mesi Vladimir intraprese una relazione extraconiugale con una fan, tale Irina Guadanini. Véra sapeva, ma lasciò fare, incoraggiando addirittura il marito a scegliere l’altra donna se ne era innamorato. Depresso dall’inattesa reazione della moglie, Vladimir mise fine alla relazione con Irina. Anni dopo, lavorando all’epistolario del marito, Véra s’imbatté in una lettera che le era stata scritta a margine del tradimento. La lettera diceva: “Mio caro amore, tutte le Irine del mondo non potranno alcunché”. Aggiunse Véra in una nota alla parola “Irine”: “Varie signore con questo nome che hanno flirtato o hanno avuto mire su Vladimir Nabokov”. Prima di morire, infine, interrogata sulla sua collaborazione col marito, si limitò a dire: “Lo svegliavo non dal sonno ma dalle farfalle”. E anche questo fa parte del mestiere.

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