Napoleone Bonaparte Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/napoleone-bonaparte/ un blog di approfondimento culturale Tue, 03 Mar 2015 09:11:04 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=7.1 https://minimaetmoralia.it/wp-content/uploads/2025/07/cropped-cropped-309290503_464034925751050_1790831071097755281_n-32x32.jpg Napoleone Bonaparte Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/napoleone-bonaparte/ 32 32 La “Mappa” di Vittorio Giacopini https://minimaetmoralia.it/libri/la-mappa-di-vittorio-giacopini/ https://minimaetmoralia.it/libri/la-mappa-di-vittorio-giacopini/#respond Tue, 03 Mar 2015 14:00:45 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=25638 Questo pezzo è uscito su Sardi News

di Giacomo Mameli

Sempre Storia è. E sempre guerre sono. Ovunque e quandunque siano raccontate, dall’Anabasi al De bello gallico dei tempi andati, a Un anno sull’altipiano o a Centomila gavette di ghiaccio di tragiche gesta più vicine a noi. Uno zoom tuttocronaca certifica “l’ordine di levare le tende di buon mattino” ma anche di “passare in rassegna le truppe”. Semmai imbattersi in un “percorso a ostacoli tra carretti carichi di bieda, rape, carote, broccoli e gabbie di polli, galline, pulcini, conigli” e sorprendere “gli ussari di guardia” mentre esibiscono “divise non proprio linde ma curate, e certi sguardi carogna, preoccupanti”. E ricordare, visto che della grande Storia stiamo parlando, “la celebrata battaglia delle piramidi, un capolavoro sì ma inconsistente”. Con una pennellata: “La tattica mordi e fuggi di quei selvaggi sciupava le studiate geometrie del genio francese”.

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di Giacomo Mameli

Sempre Storia è. E sempre guerre sono. Ovunque e quandunque siano raccontate, dall’Anabasi al De bello gallico dei tempi andati, a Un anno sull’altipiano o a Centomila gavette di ghiaccio di tragiche gesta più vicine a noi. Uno zoom tuttocronaca certifica “l’ordine di levare le tende di buon mattino” ma anche di “passare in rassegna le truppe”. Semmai imbattersi in un “percorso a ostacoli tra carretti carichi di bieda, rape, carote, broccoli e gabbie di polli, galline, pulcini, conigli” e sorprendere “gli ussari di guardia” mentre esibiscono “divise non proprio linde ma curate, e certi sguardi carogna, preoccupanti”. E ricordare, visto che della grande Storia stiamo parlando, “la celebrata battaglia delle piramidi, un capolavoro sì ma inconsistente”. Con una pennellata: “La tattica mordi e fuggi di quei selvaggi sciupava le studiate geometrie del genio francese”.

Genio che di nome faceva Napoleone e Bonaparte di cognome. Grande – per i libri che ci siamo ritrovati dalle elementari ai banchi dell’università – come i condottieri dei tempi che furono, da Ciro a Serse, passando per Alessandro Magno, Pompeo o Giulio Cesare, Attila o Costantino, e via via ricordando i belligeranti di cruente la fototessera del Dux è sfumata, nascosta da un mosaico di mattonelline crema e marron, con evidenti le greche, le decorazioni che si addicono a un generale. L’affresco di uno dei personaggi più Potenti del mondo è del tutto inedito. Perché capitolo dopo capitolo scoprite personaggi che mai nessun testo scolastico vi avrebbe fatto conoscere. Adesso emergono le lacune di una Storia sempre accademica, mai umana, mai semplice e perciò respinta. È nella linearità del racconto la potenza, la forza-calamita di questo bel libro.

Il giornalista Vittorio Giacopini (è una delle voci più apprezzate di Radio3 Rai) lo ha affidato a Il Saggiatore (“La mappa”, euro 18). Pagine 332  che intanto confermano – marciando tra Mantova e Marengo, raccontando sia “dell’agognata Zoraide del derelitto Ircano” che del lascivo “sceicco Agorante”  e del più intrigante “Saladino, infoiato animale senza fede”  – una non frequente eleganza e solidità di scrittura. Dai fatti quotidiani di una delle più gettonate spedizioni militari, si entra nella filosofia o, se volete, nella psicoanalisi perché si assiste al confronto  fra“il tratto razionale” e “l’inciampo dell’esperienza” che è fatta anche di “moscerini non contemplati dagli eventi”.

Le pagine sono da leggere per rendersi conto di come anche la narrativa italiana abbia i suoi talenti non sempre proposti ai lettori di quotidiani o settimanali. Raccontano di un ingegnere, Serge Victor, che è soprattutto cartografo al seguito di Napoleone negli anni della Campagna d’Italia. Ecco che cosa ha detto l’autore intervistato da Askanews: “Cerco di raccontare – dice Giacopini – l’impresa impossibile di un tentativo, statico, illuminista, razionale, di fissare il mondo e la storia in una Mappa proprio mentre la Storia, la Politica, la volontà di Potenza scompaginano totalmente e incessantemente ridisegnano l’intero orizzonte, lo spazio dentro cui gli uomini si ostinano a pensare e ad agire. Tempo contro Spazio, in qualche modo. Ma forse c’è di più. Proprio la ‘carte d’Italie‘, il documento della prima campagna d’Italia di Napoleone, la Mappa che dà il nome al libro, comporta anche un paradosso. quell’impresa cartografica fotografa anche l’istante irripetibile in cui la Rivoluzione Francese si fa speranza di liberazione collettiva per molte parti d’Europa, e in Italia soprattutto. Proprio quel documento, alla lunga, diventa l’arma che inchioda l’Uomo della Storia, Napoleone, al suo senso di colpa, alla sua vergogna; la Carta è la prova provata del tradimento della rivoluzione”.

Raccontare il libro, pardon, il romanzo? No, non si può. Né si deve. Non si possono anticipare le righe con vicende amorose. Si deve però sottolineare una sorta di contrappasso, di controfedeltà al  romanzo storico che viene catapultato rispetto a codici antichi qui sostanzialmente sbriciolati e derisi. Perché può capitare di voler “aggirare le Alpi ribaltando l’esempio di Annibale” o vedere Serge l’ingegnere ripreso da una telecamera virtuale dell’Ottocento “in centro a Milano e nei caffè dalle parti del Duomo o dietro Brera, come nelle osterie bordo naviglio” dove “si parlava sempre e soltanto dell’Egitto, di quella terra straniera, di mistero, di quelle lande di sogno orientale”. Nel secolo dei Lumi, con lo sfondo di una Francia che con la Rivoluzione ha comunque segnato la storia moderna, emergono le follie di tutti coloro che ritengono le armi capaci di poter cambiare in meglio la storia dell’umanità.

Giacopini è scrupoloso ma non ha la mania dello scoop. Sa essere dissacrante usando il bon ton perché “gli annali della storia, gli almanacchi, sono scritti alla rovescia”. Eppure sono pagine di storia vera non di controstoria. Non c’è alcun revisionismo. Rievoca, immagina e racconta. Fa la tac a tutti i personaggi e tutti li rispetta alla pari di Napoleone. La storia è fatta da tutti, non solo dai duces ma anche dai militi ignoti e soprattutto dai cives. Sono avvincenti le descrizioni che parrebbero “minori” dove si impone la qualità letteraria. Perché non ricordare quelle piacevolissime righe dove l’autore immortala una “mula” che “avanza piano, zigzagando appesantita dalle casse con gli attrezzi e gli strumenti (e, ovvio, dalla papera-amuleto, per Serge un portafortuna, adesso, o un cacciasfiga”). Contrapponete quella povera bestiola da soma alle “batterie d’artiglieria, talune ippotrainate, più spedite, talaltre grevi e lente, tirate a spalla tra grida e imprecazioni, urla, bestemmie”. Col protagonista, quell’ingegnere che – senza essere eterodiretto – usa le Carte di ieri come le Google-maps di oggi per seguire “gli itinerari delle colonne in marcia” per poi “scendere in picchiata sul Piemonte” e constatare “come sempre la calata più ardua e insidiosa della salita”. Convincersi che “si possono immaginare tanti diversi sistemi della conoscenza umana”.

“La Mappa” di Giacopini consegna ai lettori un Napoleone inedito che si perde nel “labirinto” delle carte dell’ingegnere-cartografo. Nonostante la scienza dell’astronomo Jean-Baptiste Le Rond d’Alembert. Da quel “labirinto” non si usciva neanche nei giorni dei Lumi.

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Il falso Napoleone https://minimaetmoralia.it/estratti/il-falso-napoleone/ https://minimaetmoralia.it/estratti/il-falso-napoleone/#respond Tue, 15 Dec 2009 10:24:35 +0000 http://minimaetmoralia.wordpress.com/?p=1369 Quello che segue è un estratto da Sarà vero. La menzogna al potere. Falsi, sospetti e bufale che hanno fatto la storia, il saggio di Errico Buonanno, edito Einaudi, da qualche giorno nelle librerie. L’autore ha gentilmente concesso a minima & moralia un breve e illuminante passaggio su una clamorosa falsificazione napoleonica. di Errico Buonanno […]

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Quello che segue è un estratto da Sarà vero. La menzogna al potere. Falsi, sospetti e bufale che hanno fatto la storia, il saggio di Errico Buonanno, edito Einaudi, da qualche giorno nelle librerie. L’autore ha gentilmente concesso a minima & moralia un breve e illuminante passaggio su una clamorosa falsificazione napoleonica.

di Errico Buonanno

Nel 1817 (…) in Russia veniva pubblicata dalla rivista nazionalista Ruskoj vestnik la prima versione estera di un documento sconcertante, uscito in Francia un anno prima: un accurato commento al Principe di Niccolò Machiavelli scritto di pugno da Napoleone, che non faceva che mettere in mostra le nefandezze dell’imperatore stesso e, di riflesso, coprire di lodi i suoi più acerrimi rivali. Anche soltanto scorrendo il fitto apparato di note che accompagnavano lo scritto (e risalenti, si diceva, a quattro periodi diversi: generalato, consolato, impero ed esilio all’isola d’Elba), non si poteva non notare tutta la lucidità con cui il “tiranno” aveva sempre attentamente perseguito i suoi obiettivi. «Tagliare le braccia e bruciare le cervella» a chiunque esprimesse malcontento, poco curandosi dei metodi – «che importanza ha il cammino se alla fine si arriva alla meta?» –, «mantenere fazioni di qualunque tipo nelle città e nelle province» così da tenerle occupate e impedire ribellioni; e poi «la forza», la forza a tutti i costi, per coronare un grande sogno. Niente di meno: «Ah, se potessi nominare me stesso Augusto e supremo Pontefice della religione in Francia!».

Volpe e leone machiavellico, il Bonaparte aveva quasi superato il proprio maestro, gettando le basi di un impero che ancora rischiava di risorgere. Così scriveva dall’isola d’Elba:

«Quante strade aperte mi si lasciano! La maggior parte sono ancora intentate; bisognerebbe che non ne restasse nemmeno una perché io possa perdere ogni speranza. Tornerò e ritroverò lì le mie aquile, le mie N, i miei busti…»

Naturalmente, almeno dal Millecinquecento, dire Niccolò Machiavelli significava dire intrigo, doppiezza, calcolo politico. Più delle opere originali, si preferiva leggere i suoi travisamenti, le interpretazioni faziose, il Contre-Machiavel di Innocent Gentillet (1576). In Francia, dai tempi del governo di Caterina dei Medici, pubblicisti ugonotti si abbandonavano ad attacchi anti-italiani in cui mostravano come i veleni del segretario fiorentino avessero preso a circolare presso la corte di Parigi. In Inghilterra, il John Donne dell’Ignatius his Conclave non esitava a rappresentare il diabolico scrittore italiano come alleato degli intramontabili gesuiti. Dal canto suo, il Barabba de L’ebreo di Malta di Christopher Marlowe ne sapeva certo una più del diavolo (…), ma chi era stato il suo maestro, anzi, di più, il suo spirito guida, se non il “Machiavel” che compariva come un fantasma nel prologo (…)? Quanto alla Russia, in pieno Millesettecento, una copia del Principe o dei Discorsi conservata in casa poteva pure essere indizio di qualche piano sovversivo. Ovvio: non era Machiavelli che aveva avuto il coraggio di dire che la politica si basa a volte sull’inganno? Ma che bestemmia, non è vero?

Ecco perciò un primo segnale. Napoleone aveva studiato il Principe di Niccolò Machiavelli; il resto veniva un po’ da sé. Ma c’era forse anche di più. Qui c’era il fascino dell’autobiografia, un occhio al mercato, e c’era un tantino d’avventura, non senza qualche accorgimento rispetto al resto degli apocrifi che circolavano ormai a iosa.
Quando nel 1816, un anno prima dell’edizione russa, l’abbé Aimé Guillon de Montléon l’aveva stampato a Parigi, il titolo scelto era ad effetto: Machiavel commenté par Napoléon Buonaparte. Manuscrit trouvé dans la carrosse de Buonaparte, après la bataille de Mont-saint-Jean, le 18 juin 1815. Napoleone «Buonaparte», ossia l’antico cognome italiano, di conseguenza “machiavellico”, di un despota considerato evidentemente straniero («Italiano io stesso», «Anch’io sono italiano! I miei rivali non sono che francesi»). Quanto alla storia raccontata per dare credito al ritrovamento, va da sé, era delle più avvincenti: subito dopo la battaglia di Waterloo, un fiero manipolo di soldati prussiani si era saputo impadronire della carrozza dell’imperatore, colma di oro, documenti, e del prezioso testo autografo che, come avviene in questi casi, andò perduto poco dopo. (…)

Antibonapartista convinto, potremmo dire che Guillon conoscesse fin troppo il proprio nemico: già nello stile, nei riferimenti, nel carattere, il falso commento sapeva tracciare un ritratto di Napoleone – pur nella truffa – inquietantemente veritiero, riprendendo i suoi tic, le pose, la psicologia lungo i diversi momenti storici e stravolgendoli o esplicitandoli impercettibilmente per metterli, con intelligenza, al servizio della sua causa da falsario… «Le espressioni “idee liberali”, “modo di pensare liberale”, che incantano tutti gli ideologi, sono di mia invenzione… quanti stupidi si possono ingannare col falso orpello delle idee liberali!». Così parlava Napoleone grazie alla penna di Guillon, fornendo all’Europa reazionaria e alla Russia nazionalista proprio la prova che mancava per rendere sacra e salutare la loro vittoria. Ma un falso del genere, a differenza di tanti altri, aveva il difetto della contingenza: passato il pericolo, morto Napoleone e inaugurata una nuova stagione europea, quale interesse si poteva avere per questi improbabili commentaires?

Dovremmo fare un salto avanti fino a periodi più recenti, precisamente all’anno 1985, quando il piccolo editore d’arte parigino Jean de Bonnot ripubblicò l’opera apocrifa in pochi e costosi esemplari, annunciando naturalmente la “riscoperta” di un testo di Napoleone autentico e dando il via a qualche dibattito di breve durata. Ovvio: Bonnot stava puntando alla vendibilità, eppure la sua operazione dovette essere notata da qualcun altro interessato al carattere “ideale” dell’opera. L’ultimo nome della storia susciterà qualche sorpresa, ma tant’è: Silvio Berlusconi. Notoriamente appassionato al mito napoleonico, collezionista di statuine e cimeli bonapartisti, il futuro premier, al tempo ancora imprenditore, fu il primo, in quasi centottanta anni di tempo, a dare alle stampe la versione italiana del commento – giudicato «interessante» per quanto certamente falso, oltre che prima «strumentalizzazione politica di una grande autorità culturale» –, in un’edizione di lusso dedicata «agli amici più cari, nella ricorrenza delle festività di fine 1992». Questa veniva corredata a sua volta di un breve commento introduttivo a firma del cavaliere stesso. Davanti ai consigli machiavellici annotati dallo “pseudo-Napoleone” – «un corpus di norme e suggerimenti che conserva singolare validità anche ai giorni nostri» – si rimaneva affascinati. «Quale imprenditore non troverebbe pertinente per la formulazione dei suoi obiettivi l’invito a “fare come gli arcieri prudenti” che “pongono la mira assai più alta che il loco destinato”… “per potere con l’aiuto di sì alta mira pervenire al disegno loro”»? Ancora: quale imprenditore non seguirebbe «il suggerimento ad essere come “la golpe et il lione; perché il lione non si difende da’ lacci, la golpe non si difende da’ lupi”»; e soprattutto «non plaudirebbe alla raccomandazione “di dare di sé in ogni azione fama di uomo grande e di uomo eccellente”, di curare cioè con la massima attenzione la propria immagine, perché “ognuno vede quello che tu pari, pochi sentono quello che tu sei”»? Raccomandazioni «geniali», notava ancora Berlusconi, per quanto «forse poco umane», troppo fredde, razionali. Ma non poteva non riflettere sulla necessità, tuttora viva, di donare al Paese un nuovo leader carismatico che fosse in grado di risollevarne le sorti.

«Machiavelli chiude il suo capolavoro con un appassionato appello “acciò che l’Italia, dopo tanto tempo, vegga un suo redentore”. Il suo commiato è nel segno della fiducia e della speranza, un messaggio sempre condivisibile, in particolare in questi tempi: perché in Italia “è virtù grande nelle membra, quando non la mancassi ne’ capi”».

Era il dicembre del ’92. Sei mesi dopo veniva costituita a Milano l’«associazione per il buon governo» Forza Italia, destinata a trasformarsi appena un anno e mezzo dopo nel partito che avrebbe cambiato radicalmente la scena politica italiana. Il resto, forse, è Storia nota.

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