Napoleone Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/napoleone/ un blog di approfondimento culturale Mon, 15 Feb 2016 10:00:47 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=7.1 https://minimaetmoralia.it/wp-content/uploads/2025/07/cropped-cropped-309290503_464034925751050_1790831071097755281_n-32x32.jpg Napoleone Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/napoleone/ 32 32 Di cosa parliamo quando parliamo d’Europa: ancora su “Francofonia” di Sokurov https://minimaetmoralia.it/arte/di-cosa-parliamo-quando-parliamo-deuropa-ancora-su-francofonia-di-sokurov/ https://minimaetmoralia.it/arte/di-cosa-parliamo-quando-parliamo-deuropa-ancora-su-francofonia-di-sokurov/#comments Mon, 15 Feb 2016 10:00:47 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=29970 Questo pezzo è uscito su Lo Straniero di Nicola Lagioia Di cosa parliamo quando parliamo d’Europa? È questa una delle domande che più risuona nella testa dopo aver visto Francofonia di Aleksandr Sokurov, uscito in quel 2015 che (tra crisi greca, populismi, emergenza migranti, terrorismo, deficit democratico, mancanza di una seria leadership) ha mostrato più […]

L'articolo Di cosa parliamo quando parliamo d’Europa: ancora su “Francofonia” di Sokurov proviene da Minima et Moralia.

]]>
Questo pezzo è uscito su Lo Straniero

di Nicola Lagioia

Di cosa parliamo quando parliamo d’Europa?

È questa una delle domande che più risuona nella testa dopo aver visto Francofonia di Aleksandr Sokurov, uscito in quel 2015 che (tra crisi greca, populismi, emergenza migranti, terrorismo, deficit democratico, mancanza di una seria leadership) ha mostrato più ancora degli anni precedenti l’avvilente crisi d’identità di cui soffre il Vecchio continente.

Ancora l’arte, di nuovo un museo. Francofonia, tutto incentrato sul Louvre e sul racconto di come i suoi tesori vennero salvati durante la II guerra mondiale, potrebbe far pensare a un seguito di Arca Russa. Lì c’era l’Hermitage di San Pietroburgo, raccontato in quattro dimensioni (l’esplorazione degli spazi espositivi era anche un viaggio verticale nel tempo) attraverso un unico stupefacente piano sequenza. In realtà si tratta di opere distinte, o se si vuole Francofonia approfondisce, e di molto, il discorso cominciato con Arca russa, perché lì l’elemento contemplativo era dominante, mentre qui l’arte diventa rievocazione storica, ragionamento politico, riflessione filosofica per poi tornare al proprio nucleo irriducibile, dentro il quale sarebbe custodito un segreto sulla nostra identità di europei e occidentali (e forse persino di uomini tout court) che né la Storia né la filosofia riescono da sole a cogliere in pieno.

Ecco allora che in superficie Francofonia è il racconto di come, durante l’occupazione nazista, un cittadino francese (il conservatore del Louvre Jacques Jaujard) e un funzionario del Terzo Reich (il conte Franz Wolff-Metternich) abbiano collaborato per evitare che la follia della guerra divorasse tanti capolavori a cui anche l’identità di entrambi doveva tutto o quasi. Benché nemici nel più mostruoso conflitto che la storia dell’umanità abbia prodotto, Jaujard e Wolff-Metternich sentono (senza elaborarlo ideologicamente, e senza che Sokurov trasformi mai questa istintiva consapevolezza in manifesto o didascalia) che l’arte possiede qualcosa in grado di trascendere non solo la politica, ma anche la Storia, qualcosa che – benché sviluppatasi nel tempo storico, che è anche il tempo e i luoghi forgiati da quelle macchine del mondo che sono la politica, la guerra, la cultura – gli appartiene da prima ancora che l’uno o l’altro svolgano i propri compiti sotto una determinata bandiera o al servizio di un particolare paese.

In cosa consiste questa anteriorità dell’arte?

A un certo punto del racconto, mentre la cinepresa si aggira per il Louvre, la voce fuori campo di Sokurov riflette su come la cultura europea, a differenza dell’Islam iconoclasta, abbia sviluppato ad esempio un’ossessione per il ritratto. “Cosa sarebbe stata la cultura europea senza l’arte del ritratto?” La cinepresa si sofferma sui dettagli di volti realizzati da pittori rinascimentali, e mentre lo spettatore osserva un naso, un occhio, un’impercettibile piegatura delle labbra, viene in mente prima quel tortuoso percorso di conoscenza di sé che senza il cristianesimo sarebbe stato assai diverso (si pensi anche solo ad Agostino), e poi il vertiginoso avventurarsi in determinati coni d’ombra di cui a un certo punto si incaricò la psicanalisi, segnando insieme culmine e fine della modernità.

In quest’auto-osservarsi scintilla pericolosamente il delirio di onnipotenza (la tensione alla conquista e alla colonizzazione che è una delle malattie ontologiche del pensiero europeo), ma anche quel bisogno di conoscenza (che gioca a rimpiattino tra Faust e Galilei), quella forza compassionevole (Cristo), quel bisogno di nobilitarsi e nobilitare attraverso una restituzione di dignità (Marx), quel risplendere della ragione (l’illuminismo) che tutti insieme sono i punti cardinali dell’esperimento europeo, e che in equilibrio perfetto tra di loro – cariche positive in grado di neutralizzare le negative – darebbero vita addirittura a un ideale d’uomo in grado forse di valere a livello universale, e che l’arte non si limita a spiegare (come potrebbe fare il pensiero dei filosofi) ma prova, ne è per certi versi la dimostrazione.

Che cosa resta oggi di questo sogno?

Molti tradimenti e, di conseguenza, molte recriminazioni, sembra dire Sokurov. Per ammonirci sulla terribile amnesia di cui sembra essere vittima il nostro continente, il regista (ecco un altro motivo di interesse di questo notevolissmo film) cambia all’improvviso prospettiva, e guarda l’Europa con gli occhi di quella terra – geografica e spirituale – che da una parte le appartiene e dall’altra le dà le spalle, fuggendo verso un altrove che (a seconda di come la lezione europea risuoni o crolli su se stessa) potrebbe esserne la realizzazione utopica o il suo rovescio: vale a dire la Russia. È la Russia che, a costo di milioni di morti, liberò l’Europa dal nazismo. Ma anche la Russia di Dostoevskij, l’anima di un popolo che in ragione del suo splendore primitivo aveva forse la capacità di redimere il mondo intero. Per farlo, tuttavia, aveva bisogno che la sua sorella maggiore e insieme il suo faro (l’Europa e il pensiero europeo, che dà allo spirito una bussola e un completamento) splendesse su di sé. Se il faro dell’Europa smette di dare luce, anche la Russia perde la rotta. Il che, conclude Sokurov, è ciò che purtroppo è accaduto.

Un continente sviluppato su tesori inestimabili (se non precisamente l’arte, l’ineffabile di cui è dimostrazione e testimonianza) che negli ultimi decenni si ostina a reputarsi fondato solo su una banca, una moneta senz’anima, un apparato burocratico demenziale: ecco l’attuale perversione europea, da cui l’intero mondo dovrebbe sentirsi danneggiato. In attesa di un risveglio (e nella speranza che non sia, un’altra volta, troppo tardi) le opere del Louvre testimoniano che quello spirito esiste, manifesto nella rappresentazione artistica, ma semplice fantasma quando si tratta di incarnarsi in un motore della Storia, che – rispetto agli ideali che ci appartengono e da cui dovremmo sentirci mossi – nel XXI secolo sta girando a vuoto. Bisogna capire se all’Europa è sufficiente oggi trarre ispirazione dal “fantasma” per renderlo di nuovo reale e ritrovare se stessa.

Su questo, il film Sokurov ritiene di non poter offrire garanzie.

L'articolo Di cosa parliamo quando parliamo d’Europa: ancora su “Francofonia” di Sokurov proviene da Minima et Moralia.

]]>
https://minimaetmoralia.it/arte/di-cosa-parliamo-quando-parliamo-deuropa-ancora-su-francofonia-di-sokurov/feed/ 2
La “Mappa” di Vittorio Giacopini https://minimaetmoralia.it/libri/la-mappa-di-vittorio-giacopini/ https://minimaetmoralia.it/libri/la-mappa-di-vittorio-giacopini/#respond Tue, 03 Mar 2015 14:00:45 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=25638 Questo pezzo è uscito su Sardi News

di Giacomo Mameli

Sempre Storia è. E sempre guerre sono. Ovunque e quandunque siano raccontate, dall’Anabasi al De bello gallico dei tempi andati, a Un anno sull’altipiano o a Centomila gavette di ghiaccio di tragiche gesta più vicine a noi. Uno zoom tuttocronaca certifica “l’ordine di levare le tende di buon mattino” ma anche di “passare in rassegna le truppe”. Semmai imbattersi in un “percorso a ostacoli tra carretti carichi di bieda, rape, carote, broccoli e gabbie di polli, galline, pulcini, conigli” e sorprendere “gli ussari di guardia” mentre esibiscono “divise non proprio linde ma curate, e certi sguardi carogna, preoccupanti”. E ricordare, visto che della grande Storia stiamo parlando, “la celebrata battaglia delle piramidi, un capolavoro sì ma inconsistente”. Con una pennellata: “La tattica mordi e fuggi di quei selvaggi sciupava le studiate geometrie del genio francese”.

L'articolo La “Mappa” di Vittorio Giacopini proviene da Minima et Moralia.

]]>
Questo pezzo è uscito su Sardi News

di Giacomo Mameli

Sempre Storia è. E sempre guerre sono. Ovunque e quandunque siano raccontate, dall’Anabasi al De bello gallico dei tempi andati, a Un anno sull’altipiano o a Centomila gavette di ghiaccio di tragiche gesta più vicine a noi. Uno zoom tuttocronaca certifica “l’ordine di levare le tende di buon mattino” ma anche di “passare in rassegna le truppe”. Semmai imbattersi in un “percorso a ostacoli tra carretti carichi di bieda, rape, carote, broccoli e gabbie di polli, galline, pulcini, conigli” e sorprendere “gli ussari di guardia” mentre esibiscono “divise non proprio linde ma curate, e certi sguardi carogna, preoccupanti”. E ricordare, visto che della grande Storia stiamo parlando, “la celebrata battaglia delle piramidi, un capolavoro sì ma inconsistente”. Con una pennellata: “La tattica mordi e fuggi di quei selvaggi sciupava le studiate geometrie del genio francese”.

Genio che di nome faceva Napoleone e Bonaparte di cognome. Grande – per i libri che ci siamo ritrovati dalle elementari ai banchi dell’università – come i condottieri dei tempi che furono, da Ciro a Serse, passando per Alessandro Magno, Pompeo o Giulio Cesare, Attila o Costantino, e via via ricordando i belligeranti di cruente la fototessera del Dux è sfumata, nascosta da un mosaico di mattonelline crema e marron, con evidenti le greche, le decorazioni che si addicono a un generale. L’affresco di uno dei personaggi più Potenti del mondo è del tutto inedito. Perché capitolo dopo capitolo scoprite personaggi che mai nessun testo scolastico vi avrebbe fatto conoscere. Adesso emergono le lacune di una Storia sempre accademica, mai umana, mai semplice e perciò respinta. È nella linearità del racconto la potenza, la forza-calamita di questo bel libro.

Il giornalista Vittorio Giacopini (è una delle voci più apprezzate di Radio3 Rai) lo ha affidato a Il Saggiatore (“La mappa”, euro 18). Pagine 332  che intanto confermano – marciando tra Mantova e Marengo, raccontando sia “dell’agognata Zoraide del derelitto Ircano” che del lascivo “sceicco Agorante”  e del più intrigante “Saladino, infoiato animale senza fede”  – una non frequente eleganza e solidità di scrittura. Dai fatti quotidiani di una delle più gettonate spedizioni militari, si entra nella filosofia o, se volete, nella psicoanalisi perché si assiste al confronto  fra“il tratto razionale” e “l’inciampo dell’esperienza” che è fatta anche di “moscerini non contemplati dagli eventi”.

Le pagine sono da leggere per rendersi conto di come anche la narrativa italiana abbia i suoi talenti non sempre proposti ai lettori di quotidiani o settimanali. Raccontano di un ingegnere, Serge Victor, che è soprattutto cartografo al seguito di Napoleone negli anni della Campagna d’Italia. Ecco che cosa ha detto l’autore intervistato da Askanews: “Cerco di raccontare – dice Giacopini – l’impresa impossibile di un tentativo, statico, illuminista, razionale, di fissare il mondo e la storia in una Mappa proprio mentre la Storia, la Politica, la volontà di Potenza scompaginano totalmente e incessantemente ridisegnano l’intero orizzonte, lo spazio dentro cui gli uomini si ostinano a pensare e ad agire. Tempo contro Spazio, in qualche modo. Ma forse c’è di più. Proprio la ‘carte d’Italie‘, il documento della prima campagna d’Italia di Napoleone, la Mappa che dà il nome al libro, comporta anche un paradosso. quell’impresa cartografica fotografa anche l’istante irripetibile in cui la Rivoluzione Francese si fa speranza di liberazione collettiva per molte parti d’Europa, e in Italia soprattutto. Proprio quel documento, alla lunga, diventa l’arma che inchioda l’Uomo della Storia, Napoleone, al suo senso di colpa, alla sua vergogna; la Carta è la prova provata del tradimento della rivoluzione”.

Raccontare il libro, pardon, il romanzo? No, non si può. Né si deve. Non si possono anticipare le righe con vicende amorose. Si deve però sottolineare una sorta di contrappasso, di controfedeltà al  romanzo storico che viene catapultato rispetto a codici antichi qui sostanzialmente sbriciolati e derisi. Perché può capitare di voler “aggirare le Alpi ribaltando l’esempio di Annibale” o vedere Serge l’ingegnere ripreso da una telecamera virtuale dell’Ottocento “in centro a Milano e nei caffè dalle parti del Duomo o dietro Brera, come nelle osterie bordo naviglio” dove “si parlava sempre e soltanto dell’Egitto, di quella terra straniera, di mistero, di quelle lande di sogno orientale”. Nel secolo dei Lumi, con lo sfondo di una Francia che con la Rivoluzione ha comunque segnato la storia moderna, emergono le follie di tutti coloro che ritengono le armi capaci di poter cambiare in meglio la storia dell’umanità.

Giacopini è scrupoloso ma non ha la mania dello scoop. Sa essere dissacrante usando il bon ton perché “gli annali della storia, gli almanacchi, sono scritti alla rovescia”. Eppure sono pagine di storia vera non di controstoria. Non c’è alcun revisionismo. Rievoca, immagina e racconta. Fa la tac a tutti i personaggi e tutti li rispetta alla pari di Napoleone. La storia è fatta da tutti, non solo dai duces ma anche dai militi ignoti e soprattutto dai cives. Sono avvincenti le descrizioni che parrebbero “minori” dove si impone la qualità letteraria. Perché non ricordare quelle piacevolissime righe dove l’autore immortala una “mula” che “avanza piano, zigzagando appesantita dalle casse con gli attrezzi e gli strumenti (e, ovvio, dalla papera-amuleto, per Serge un portafortuna, adesso, o un cacciasfiga”). Contrapponete quella povera bestiola da soma alle “batterie d’artiglieria, talune ippotrainate, più spedite, talaltre grevi e lente, tirate a spalla tra grida e imprecazioni, urla, bestemmie”. Col protagonista, quell’ingegnere che – senza essere eterodiretto – usa le Carte di ieri come le Google-maps di oggi per seguire “gli itinerari delle colonne in marcia” per poi “scendere in picchiata sul Piemonte” e constatare “come sempre la calata più ardua e insidiosa della salita”. Convincersi che “si possono immaginare tanti diversi sistemi della conoscenza umana”.

“La Mappa” di Giacopini consegna ai lettori un Napoleone inedito che si perde nel “labirinto” delle carte dell’ingegnere-cartografo. Nonostante la scienza dell’astronomo Jean-Baptiste Le Rond d’Alembert. Da quel “labirinto” non si usciva neanche nei giorni dei Lumi.

L'articolo La “Mappa” di Vittorio Giacopini proviene da Minima et Moralia.

]]>
https://minimaetmoralia.it/libri/la-mappa-di-vittorio-giacopini/feed/ 0
Amore e morte a Verona ai tempi della Lega https://minimaetmoralia.it/interventi/montanari-cimitero-verona/ https://minimaetmoralia.it/interventi/montanari-cimitero-verona/#comments Wed, 26 Nov 2014 10:02:03 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=24466 Questo articolo di Tomaso Montanari è uscito su La Repubblica. (Nella foto, il progetto)

«Fratelli, a un tempo stesso, Amore e Morte / ingenerò la sorte». Chissà se memore di questo celeberrimo incipit leopardiano, il sindaco di Verona Flavio Tosi annuncia contemporaneamente di voler fondare il primo Museo dell'Amore (un progetto di Federico Moccia) e di voler ospitare il primo cimitero verticale d'Europa. Amore e morte al tempo della Lega, insomma.

Il marketing della cosiddetta Casa di Giulietta (che è un falso dei primi del Novecento) e tutta la paccottiglia ad essa collegata (mura su cui graffire messaggi d'amore, buca per le lettere all'eroina shakespeariana, statua da carezzare su un seno...) fanno già di Verona la prima meta italiana per i matrimoni itineranti. Ma non basta: ora l'idea è di renderla anche un ambito traguardo per l'estremo viaggio, un turismo cimiteriale che rappresenta letteralmente l'ultima spiaggia della messa a reddito dell'umana esistenza.

L'articolo Amore e morte a Verona ai tempi della Lega proviene da Minima et Moralia.

]]>
cimitero_grattacieloQuesto articolo di Tomaso Montanari è uscito su La Repubblica. (Nella foto, il progetto)

«Fratelli, a un tempo stesso, Amore e Morte / ingenerò la sorte». Chissà se memore di questo celeberrimo incipit leopardiano, il sindaco di Verona Flavio Tosi annuncia contemporaneamente di voler fondare il primo Museo dell’Amore (un progetto di Federico Moccia) e di voler ospitare il primo cimitero verticale d’Europa. Amore e morte al tempo della Lega, insomma.

Il marketing della cosiddetta Casa di Giulietta (che è un falso dei primi del Novecento) e tutta la paccottiglia ad essa collegata (mura su cui graffire messaggi d’amore, buca per le lettere all’eroina shakespeariana, statua da carezzare su un seno…) fanno già di Verona la prima meta italiana per i matrimoni itineranti. Ma non basta: ora l’idea è di renderla anche un ambito traguardo per l’estremo viaggio, un turismo cimiteriale che rappresenta letteralmente l’ultima spiaggia della messa a reddito dell’umana esistenza.

La società Cielo infinito promette al Comune di costruire trentatré piani di morte: per un totale di 2676 cappelle e 21412 loculi, cui vanno sommati 1920, più democratici, loculi comuni e 576 cinerari al piano secondo. All’ultimo piano sorgerebbe la chiesa, con vista su questo mondo e quell’altro. E a tutto ciò vanno sommate le sale commemorative, gli uffici, le caffetterie (per i parenti), i bookshop (contro la noia eterna) e 15000 metri quadrati di un Museo della Morte che si annuncia vivacissimo. Una volta costruito il grattacielo (termine vagamente insinuante, vista la destinazione), si tratterebbe solo di piazzarne gli appartamenti: e il jingle della pubblicità potrebbe fornirlo l’inarrivabile Urna di Elio e le storie tese: «voglio una degna sepoltura / quando la morte verrà e mi ghermirà / una tomba linda e duratura /che mi preserverà dall’umidità».

Ci sarebbero molti altri modi di usare i 72.523 metri quadrati del terreno che fu lasciato al Comune di Verona da Achille Forti (1878-1937), e per il quale il Piano comunale degli interventi prevederebbe infatti una destinazione agricola. E invece no: l’amministrazione Tosi preferisce alienare il terreno, e permettere che sia cementificato in verticale fino alla quota, davvero celeste, di centodieci metri. Un’altezza che farebbe di questo inquietante Faro della Morte, l’edificio più alto della città di Verona, visto che la Torre dei Lamberti si ferma a 84 metri e il campanile del Duomo a 75. Una tensione fallica che ricorda quella che animava il Palais Lumiere che Pierre Cardin avrebbe voluto costruire non molto lontano, in riva alla Laguna di Venezia: come se ci ritenessimo ormai incapaci di  «creare per i nostri figli un’armonia degna di quella che abbiamo ricevuto dai nostri padri: questo contegno ormai antico è stato spodestato da un’estetica della dismisura che ha fatto del grattacielo la sua bandiera, da un’etica che ha nel mercato il suo credo unico e inaggirabile» (così Salvatore Settis in un paragrafo dedicato alla «retorica dei grattacieli» nel suo recentissimo Se Venezia muore).

Una bella massima di Michel de Montaigne prescrive di evitare «che la nostra morte dica cose che la nostra vita non abbia detto in precedenza»: e bisogna riconoscere che il progetto accarezzato da Tosi l’ha rispettata. Perché il modo di abitare le nostre periferie, e cioè il nostro triste incasellamento in parallepipedi di cemento sempre più simili a cimiteri per vivi, diventa ora il paradigma su cui modellare il luogo che ospiterà il nostro sonno eterno. Non posso più nemmeno sognare, con Battisti e Mogol, «un cimitero di campagna e io là / all’ombra di un ciliegio in fiore senza età  /per riposare un poco due o trecento anni / giusto per capir di più e placar gli affanni». No: anche dopo sarà cemento, solo cemento, sempre cemento.

«Pur nuova legge impone oggi i sepolcri / fuor de’ guardi pietosi, e il nome a’ morti /contende»: così il Foscolo dei Sepolcri si scagliava contro l’editto di Saint Cloud, in cui Napoleone proibiva di conservare la memoria dei defunti nelle città, nelle chiese, nelle epigrafi delle tombe. Oggi, invece, è la ferrea legge della speculazione edilizia che – dopo aver distrutto il territorio, sformato le città, degradato le vite – ambisce a disumanizzare anche il più umano degli affetti.

Ma non illudiamoci: il cemento non ci sarà lieve.

L'articolo Amore e morte a Verona ai tempi della Lega proviene da Minima et Moralia.

]]>
https://minimaetmoralia.it/interventi/montanari-cimitero-verona/feed/ 2
“L’unica cosa simile alla Fifa è la Chiesa”, parola di Sepp Blatter https://minimaetmoralia.it/ritratti/sepp-blatter/ https://minimaetmoralia.it/ritratti/sepp-blatter/#comments Wed, 11 Jun 2014 16:00:04 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=21402 Pubblichiamo la versione integrale di un articolo di Raffaele Oriani apparso sul numero speciale di GQ dedicato ai Mondiali.

di Raffaele Oriani

In un mondo sempre più piccolo ha conquistato spazi sempre più grandi. Dalla faraonica reggia che si è fatto costruire sulle colline di Zurigo, Sepp Blatter domina su 300 milioni di sportivi, 209 federazioni nazionali, un miliardo di dollari di fatturato annuo. Il presidente della Fifa è il sovrano assoluto del calcio, appesantito da decenni di intrighi, inorgoglito da un impero su cui non tramonta mai il sole: “La sua ideologia è una sola” sintetizza un collaboratore. “Traghettare il calcio fuori dall’Europa, dentro il mondo globale”. Ce l’ha fatta, e ce la farà ancora: eletto nel 1998 già ultrasessantenne, aveva promesso che non sarebbe rimasto in carica più di otto anni. Ne sono passati sedici, e con un tweet ha già fatto sapere che “le voci che mi vogliono candidato anche per il 2015” sono perfettamente fondate.

L'articolo “L’unica cosa simile alla Fifa è la Chiesa”, parola di Sepp Blatter proviene da Minima et Moralia.

]]>
SeppB

Pubblichiamo la versione integrale di un articolo di Raffaele Oriani apparso sul numero speciale di GQ dedicato ai Mondiali. (Fonte immagine)

di Raffaele Oriani

In un mondo sempre più piccolo ha conquistato spazi sempre più grandi. Dalla faraonica reggia che si è fatto costruire sulle colline di Zurigo, Sepp Blatter domina su 300 milioni di sportivi, 209 federazioni nazionali, un miliardo di dollari di fatturato annuo. Il presidente della Fifa è il sovrano assoluto del calcio, appesantito da decenni di intrighi, inorgoglito da un impero su cui non tramonta mai il sole: “La sua ideologia è una sola” sintetizza un collaboratore. “Traghettare il calcio fuori dall’Europa, dentro il mondo globale”. Ce l’ha fatta, e ce la farà ancora: eletto nel 1998 già ultrasessantenne, aveva promesso che non sarebbe rimasto in carica più di otto anni. Ne sono passati sedici, e con un tweet ha già fatto sapere che “le voci che mi vogliono candidato anche per il 2015” sono perfettamente fondate.

Lo svizzero Blatter ha portato i mondiali di calcio in Africa, in Russia, in Brasile, ma non ha mai trascurato il Sepp Blatter Turnier di Ulrichen, nel cantone vallese dove è nato e dove una scuola elementare è già intitolata a suo nome. Poveri piccoli, pensano in tanti. E non si sbagliano, perché l’impero è florido ma la corte è marcia: “Le casse della Fifa sono piene” dice Guido Tognoni, giurista e giornalista che con Blatter ha lavorato per un decennio come capoufficio stampa e consulente di marketing. “Ma nel salvadanaio morale non c’è nulla”. Blatter è una persona squisita: conversa in cinque lingue, canta, balla, ha un sorriso per tutti, preferisce la fantasia di Messi alla precisione di Cristiano Ronaldo. A chi gli chiede se si immagina di poter vivere senza la Fifa, risponde irridente “C’è vita dopo la morte”. Rintanato nel cuore del calcio, non ha nessuna intenzione di uscirne. Dice di essere un uomo di fede: “Credo in Dio e in me stesso”. Ma da vent’anni la Fifa è soprattutto il tempio scuro del potere: sul suo impero il sole non tramonta più anche perché ha smesso da tempo di sorgere.

Joseph detto Sepp Blatter, o JSP come gli piace farsi chiamare, non nasce comodo come un sovrano ma tenace come un bimbo povero e prematuro: “Ho dovuto lottare per sopravvivere, e quest’istinto non mi ha più abbandonato”. Il suo sorriso è l’altra faccia del ghigno, la sua bonomia soprattutto un marchio di resistenza. Ogni giorno si sveglia alle 6.00 e balla per un quarto d’ora con Michael Jackson e Sinatra; poi fa il suo ingresso a corte e non ce n’è per nessuno: “Chiunque parli con lui ha la sensazione di essere al centro del suo mondo” spiega Tognoni. “Ma se non gli servi più, ti liquida da un giorno all’altro per interposta persona”. Markus Siegler, altro capoufficio stampa “pentito”, lo accusa di essere divorato dalla vanità e di sentirsi ormai una sorta di “unto del Signore”. Vi ricorda qualcuno? Be’, uno studioso olandese ha parlato del “complesso di Napoleone” per cui il re del calcio compenserebbe con un’ambizione smisurata il rovello di una statura modesta.

Sepp Blatter nasce nel 1936 come Silvio Berlusconi: il giovane Cavaliere strimpella in crociera, il coetaneo Blatter si paga gli studi animando i matrimoni sulle Alpi. Silvio e Sepp condividono il sorriso stampato, il doppiopetto inamidato, lo stile del comando sempre in bilico tra Machiavelli e Macario, la disinvoltura nei rapporti con il denaro, le donne, il potere. Blatter in più ha quell’istinto da settimino da tempi di magra. Don Blatterone, come l’ha ribattezzato il settimanale tedesco “Spiegel”, cresce nel nome di un padre operaio che ai suoi figli augura di “non vestire mai una tuta blu”. Ancora adolescente condivide il letto con il fratello Peter, ma da quando è in cima al pallone gli alberghi del mondo non hanno abbastanza stelle per ospitarne le notti. Cosa sarebbe disposto a fare per non mollare la vetta? La risposta è semplice: tutto.

Uno pensa che siano luoghi comuni: Emergency di Gino Strada è buona, la Fifa di Sepp Blatter è corrotta. Uno pensa, poi scopre che è proprio così: la Fifa di Sepp Blatter è corrotta. Talmente opaca che l’unico interrogativo davvero intrigante è: “Ma come fa a essere ancora al suo posto?”. Nel maggio 2010 un giudice cantonale di Zugo attesta che l’ex presidente della Fifa Joao Havelange e il genero Ricardo Texeira, presidente della Federcalcio brasiliana, negli anni Novanta incassarono 20 milioni di euro dalla concessionaria dei diritti televisivi dei Mondiali. Una cifra incredibile, una storia che minerebbe alle fondamenta qualsiasi organizzazione. Di Havelange Sepp Blatter è stato l’onnipotente Segretario generale per diciassette anni: ammette di aver saputo delle mazzette, ma fa spallucce, sorride, e con agile paso doble dichiara che per la legge svizzera le “provvigioni” non sono reato.

A dicembre 2010 il corrotto Texeira e il fido Blatter sono quindi tra i magnifici 22 che assegnano i mondiali 2018 e 2022 a Russia e Qatar. Non sono gli unici voti al di sotto di ogni sospetto: pochi mesi dopo la Fifa stessa espellerà il qatariota Mohamed bin Hammam, presidente della Confederazione asiatica, e il caraibico Jack Warner, presidente del calcio nord e centramericano, per tentata corruzione nella corsa alla presidenza della Fifa. Un video surreale mostra Warner che invita i colleghi dei Caraibi ad accettare un milione di dollari “per il bene del calcio”. Il vecchio Warner è una delle figure più torbide del calcio mondiale: da sempre assicura i suoi pacchetti di voti a Blatter in cambio dei diritti televisivi dei Mondiali per Trinidad e Tobago. Come mai questa volta la Fifa usa la mano pesante e lo espelle con ignominia? Be’, molto semplicemente ha cambiato casacca promettendo i suoi voti al rivale di Blatter, Mohamed bin Hammam. Espulso anche quest’ultimo, il 1° giugno 2011 l’unto del Signore è rieletto per il suo quarto mandato: “Noi nati poveri facciamo fatica a salire” commenta il fratello Marco. “Ma una volta in cima non è facile ricacciarci a valle”.

Sepp Blatter entra in Fifa nel 1975: è il dodicesimo dipendente di un’associazione poco più che amatoriale. Niente soldi, magri stipendi, impegno all’insegna di quello che Blatter sprezzantemente definirà il “volontariato”. Seppur formalmente sia rimasta un’organizzazione no profit, quarant’anni dopo la Fifa ha 350 collaboratori, macina utili e si ritrova in cassa oltre un miliardo di dollari. Quello che era uno sport è diventato un credo planetario: “L’unica cosa simile alla Fifa è la Chiesa” dice Blatter. “Abbiamo entrambi una fede e un unico prodotto”. Conosciamo le fortune dei lupi di Wall Street, ma quanto guadagni il papa del calcio rimane un mistero gaudioso: “Tra stipendio e bonus ben più di dieci milioni di euro” assicura un ex manager Fifa. “Non lo so” ammette Alexandra Wrage, giurista canadese che fino alle dimissioni nell’aprile 2013 faceva parte della commissione di riforma voluta dalla Fifa. “Pubblicare i salari può essere imbarazzante, ma lo fanno le corporations e le grandi organizzazioni no profit. Blatter invece preferisce non rispondere a nessuno”.

Non è stato l’unico niet opposto dall’eterno Sepp ai singulti di riforma da lui stesso promossi: “Si è rifiutato di adottare un limite temporale alle cariche” continua Wrage. “E di fronte alla rosa di donne e uomini che avevamo proposto per le presidenze delle commissioni disciplinari ci ha fatto sapere che ‘una donna non sarebbe stata accettabile’”. L’uomo che ha lanciato il calcio oltre ogni confine, resta un vecchio signore del secolo scorso: “Blatter si vanta di essere l’unica persona al mondo ricevuta ovunque da capi di Stato” conclude Wrage. “Ma in fondo è solo un relitto di quando la Fifa era un piccolo club per soli uomini”.

Gli italiani non gli perdonano la mancata consegna della Coppa 2006, gli svizzeri hanno eletto la sua Ethik-kommission parola peggiore del 2010, gli inglesi gli rinfacciano di tutto. Sepp Blatter non gode di buona stampa. Ma per lui è quasi un vantaggio: la nuvola di sospetto che lo avvolge appanna lo sguardo e sfuma i particolari. E invece gli scandali della sua gestione sono tutt’altro che vaghi. Un esempio: la Fifa di Blatter nel 2006 licenzia il direttore del marketing per irregolarità nelle trattative con gli sponsor Mastercard e Visa. A sei mesi di distanza lo riassume, dopo che quelle stesse irregolarità le sono costate un accordo extragiudiziale da 100 milioni di dollari. Tra andata e ritorno l’aitante francese Jérôme Valcke da direttore marketing diventa Segretario generale, ovvero la mano destra e sinistra di Sepp.

Succede solo alla Fifa: un tracollo da 100 milioni mette le ali alla carriera. Com’è stato possibile? Ancora oggi, l’ufficio stampa Fifa a domanda non risponde. E nel silenzio ufficiale, è facile ricordare che la presidenza Blatter cominciò a prendere forma quando il nostro, da Segretario generale, scoprì e coprì i bonifici dell’allora presidente Havelange. Lo scorso gennaio Jérôme Valcke ha annunciato la sua candidatura a presidente per il 2015: sarebbe la Fifa di Blatter dopo Blatter, ma l’originale ha già fatto sapere che c’è tempo per lasciare spazio ai cloni.

Alla soglia degli ottant’anni, è incredibilmente ancora il suo turno. Il prossimo 12 giugno in Brasile prendono il via i Mondiali di calcio. Un altro colpo di Blatter, un altro passo verso il calcio a globalizzazione integrale. Non per nulla quattro Confederazioni su sei gli hanno già promesso il voto nel 2015. Oltre all’Oceania, manca solo l’Europa di Michel Platini, a lungo alleato e poi rivale del presidente Fifa. Ma Sepp se la ride: a Zurigo ha la reggia, ma la sua corte è da sempre accampata tra i Tropici e l’Equatore. Chiunque abbia assistito a Arsenal-Manchester o Real-Barcellona in un bar africano o in una Medina araba sa che ci ha visto giusto: il cuore dell’impero è lì. Per questo Blatter è ancora al suo posto. Tutto il resto sono (inguardabili) danni collaterali. Peccati veniali li chiama l’unica istituzione con cui don Blatterone ami paragonare la propria.

L'articolo “L’unica cosa simile alla Fifa è la Chiesa”, parola di Sepp Blatter proviene da Minima et Moralia.

]]>
https://minimaetmoralia.it/ritratti/sepp-blatter/feed/ 1
Napoleone a Roma https://minimaetmoralia.it/libri/recensione-ilaria-sgarbozza-le-spalle-al-settecento/ https://minimaetmoralia.it/libri/recensione-ilaria-sgarbozza-le-spalle-al-settecento/#respond Wed, 08 Jan 2014 06:00:05 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=17299 Questo pezzo è uscito sul Venerdì di Repubblica. (Immagine: Jacques-Louis David)

Il 24 maggio del 1814 Roma esplose in una festa senza precedenti. Dopo quattro anni, dieci mesi e quattordici giorni di forzato esilio, il Papa – Pio VII Chiaramonti – rientrava in città. Era un ritorno trionfale. Il popolo assiepato per le strade seguiva, nella generale ebbrezza, il corteo diretto verso San Pietro. Coppe di vino passavano di mano in mano, le trattorie rigurgitavano uomini e donne incapaci ormai di curarsi del più semplice decoro. La primavera, il sole, la stagione della fioritura si congiunsero con il ritorno dell’unico vero Padre della città, un Padre buono e misericordioso. Balli e canti. Gli anni di Napoleone erano finiti per sempre. La coscrizione obbligatoria, che aveva messo in fuga molti cittadini spingendoli fuori dalle Mura, dovunque fosse possibile trovare un buco per dichiararsi assenti, era un ricordo. Obblighi e doveri che l’autorità napoleonica aveva cercato di infondere negli anni precedenti scomparivano come neve nel caldo infuocato di fine maggio. E tutti i riti e le celebrazioni pubbliche e i fasti dell’Impero che si erano sostituiti alle liturgie cattoliche tornavano al Nord, da dove erano arrivati sulle ali di una coscienza illuminista che Roma non avrebbe mai completamente accettato. La festa spazzò via un lustro in un battito di palpebre. Il ricordo dell’invasore sarebbe rimasto in epocali ritratti tipicamente romani, come nel sonetto del Belli che, vent’anni dopo, ancora rideva amaro: “E ssedute, e ddemanio, e ccoscrizzione, / Ggiuramenti a li preti e a l'avocati, / Carc'in culo a le moniche e a li frati, / Case bbuttate ggiù, cchiese a ppiggione...”. La storiografia seguente non avrebbe fatto sconti, oscurando gran parte delle iniziative francesi di rendere Roma una città moderna.

L'articolo Napoleone a Roma proviene da Minima et Moralia.

]]>
Jacques-Louis_David_Incoronazione

Questo pezzo è uscito sul Venerdì di Repubblica. (Immagine: Jacques-Louis David)

Il 24 maggio del 1814 Roma esplose in una festa senza precedenti. Dopo quattro anni, dieci mesi e quattordici giorni di forzato esilio, il Papa – Pio VII Chiaramonti – rientrava in città. Era un ritorno trionfale. Il popolo assiepato per le strade seguiva, nella generale ebbrezza, il corteo diretto verso San Pietro. Coppe di vino passavano di mano in mano, le trattorie rigurgitavano uomini e donne incapaci ormai di curarsi del più semplice decoro. La primavera, il sole, la stagione della fioritura si congiunsero con il ritorno dell’unico vero Padre della città, un Padre buono e misericordioso. Balli e canti. Gli anni di Napoleone erano finiti per sempre. La coscrizione obbligatoria, che aveva messo in fuga molti cittadini spingendoli fuori dalle Mura, dovunque fosse possibile trovare un buco per dichiararsi assenti, era un ricordo. Obblighi e doveri che l’autorità napoleonica aveva cercato di infondere negli anni precedenti scomparivano come neve nel caldo infuocato di fine maggio. E tutti i riti e le celebrazioni pubbliche e i fasti dell’Impero che si erano sostituiti alle liturgie cattoliche tornavano al Nord, da dove erano arrivati sulle ali di una coscienza illuminista che Roma non avrebbe mai completamente accettato. La festa spazzò via un lustro in un battito di palpebre. Il ricordo dell’invasore sarebbe rimasto in epocali ritratti tipicamente romani, come nel sonetto del Belli che, vent’anni dopo, ancora rideva amaro: “E ssedute, e ddemanio, e ccoscrizzione, / Ggiuramenti a li preti e a l’avocati, / Carc’in culo a le moniche e a li frati, / Case bbuttate ggiù, cchiese a ppiggione…”. La storiografia seguente non avrebbe fatto sconti, oscurando gran parte delle iniziative francesi di rendere Roma una città moderna.

Da molti anni, ormai, sappiamo come andarono effettivamente le cose e il discredito gettato sull’esperienza giacobina della Repubblica romana (1798-1799) e sui cinque anni dell’Impero (1809-1814) è stato ammorbidito e spesso addirittura ribaltato nel suo contrario. Quel che si stenta ancora a riconoscere ai Francesi è il loro impegno per una trasformazione in senso moderno dell’immenso patrimonio architettonico e artistico romano, dai resti fastosi dei tempi più antichi fino alle opere moderne, tutto quell’insieme di straordinaria bellezza che faceva la gola dei grandi intellettuali e dei ricchi cultori nel Grand Tour settecentesco. Lo stigma sull’operato francese ha radici ben note: le requisizioni e in qualche caso le ruberie che si scatenarono dopo la firma del Trattato di Tolentino, nel 1797, non furono mai dimenticate e la tradizione successiva le estese anche agli anni napoleonici, allargando l’incubo del predone barbaro a un periodo che fu di tutt’altro segno. “Pasquino è vero che i francesi sono tutti ladri? – Tutti no, ma buona parte”. Pasquinate di questo genere, frequentissime negli anni dell’Impero, hanno infettato anche la critica più recente. Ma Ilaria Sgarbozza, studiosa delle istituzioni artistiche romane, docente di Museologia a “La Sapienza” di Roma, documenta finalmente la verità in Le Spalle al Settecento. Forma, modelli e organizzazione dei musei nella Roma napoleonica (Edizioni Musei Vaticani, pp. 307, euro 65).

Possiamo cominciare dalla fine, proprio da quel maggio 1814. Sgarbozza ci racconta che un uomo molto noto a Roma e nell’Europa intera non era in quei giorni affatto tranquillo. E non perché fosse filo francese, anzi. Papalino convinto, in grande confidenza con Pio VII e con il cardinale Ettore Consalvi e amico di intellettuali conservatori, Quatremère de Quincy in testa, Antonio Canova si era lasciato convincere a collaborare con i francesi quando aveva avuto la certezza che le cose sarebbero andate bene, insospettabilmente bene. Adesso, dunque, mentre il Papa rientrava in città, il timore che le conquiste degli ultimi anni potessero essere travolte in un ritorno al passato prese il sopravvento sulla felicità di rivedere Chiaramonti al posto che gli spettava. Soprannominato “il Fidia vivente”, Canova aveva accettato la nomina a Direttore dei Musei di Roma nel febbraio del 1811, dopo una lunga resistenza e un’ideale ritrosia.

A persuaderlo però non erano stati tanto gli sforzi di importanti mediatori francesi, pronti a tutto pur di realizzare il sogno napoleonico di arruolarlo nell’amministrazione dell’Impero. Quanto piuttosto l’evidente determinazione da parte di Napoleone e dei suoi funzionari di restituire a Roma e al suo patrimonio lo splendore che negli ultimi decenni era andato calando in una cupa decadenza. In effetti, l’atteggiamento francese era stato chiaro fin dal principio. Rispetto alla modestia di fondi destinati da Pio VII alle arti, Napoleone aveva subito stanziato un’eccezionale dotazione annua di 100.000 franchi all’Accademia di San Luca (la più importante istituzione artistica romana) e soprattutto aveva avviato un’immediata opera di pulizia, restauro e scavo delle aree archeologiche, per eliminarne quell’aura pittoresca e in effetti degradata che i grand tourists d’inizio secolo ancora descrivevano.

Ottocento persone furono subito occupate nel lavoro, mentre si progettava lo sviluppo urbanistico della città avviando il riassetto della piazza del Pantheon, la navigabilità del Tevere, la costruzione di un ponte in sostituzione del Sublicio, l’ampliamento di piazza del Popolo. Mostre come in città non se ne erano mai viste sancirono l’idea che il fermento artistico e culturale non fosse una chimera. “Soldato venuto dal nulla”, ma educato ai classici fin dall’adolescenza, Bonaparte vedeva in Roma non “una città occupata e annessa, ma una città sognata, un luogo trasfigurato nel mito del suo glorioso passato”. Lo stanziamento di un milione e mezzo di franchi fu l’ultimo tassello dell’impresa. Canova accettò l’incarico. Per i musei romani la rivoluzione era alle porte.

Quel che accade è chiaro anche solo a studiare il regolamento di frequentazione dei musei che viene approvato nel 1811. Le abitudini in voga vengono sconvolte. Al tempo infatti i musei romani sono come palazzi nobiliari: “si bussa e si viene accolti da un portiere e, in qualche caso, da un cicerone, in cambio di un’offerta. C’è insomma la quasi totale certezza dell’accesso che si presenta però come un atto di magnanimità piuttosto che come un diritto”. Ciò che più colpisce i visitatori stranieri è l’attitudine diffusissima a riscuotere mance, “l’obbrobrioso abuso di dover pagare l’ingresso”. Ma tutto questo deve finire. L’accesso deve essere consentito a chiunque, non solo alle élites, secondo orari precisi e con norme comportamentali ben definite. Si stabilisce dunque l’apertura quotidiana; l’obbligo della presenza di un sorvegliante e di due custodi in livrea; l’obbligo di assistenza agli studenti; il divieto di riscuotere mance; si indicano con precisione diritti e doveri di personale e pubblico. La reazione di buona parte degli aristocratici è prevedibilmente segnata dallo sconcerto per i privilegi perduti. Più curiosa, ma tipicamente romana, la risposta del personale che non vorrebbe abbandonare le usanze passate, benché vengano stabiliti diritti di straordinaria modernità, come l’assistenza sanitaria, i sussidi per malattia, i congedi temporanei, la pensione di anzianità. Lo spirito di generale democratizzazione e laicizzazione fatica a essere accettato. Gli espedienti per far rispettare il nuovo regolamento devono essere via via resi più duri. Le antiche abitudini sembrano davvero difficili da estirpare.

E tuttavia il ritorno a Roma di Pio VII non darà affatto il via a una restaurazione in senso negativo. Le paure del “Fidia vivente” sono destinate a esaurirsi in fretta. Il Papa conferma nei loro incarichi pressoché tutti gli uomini coinvolti nell’esperienza napoleonica e approva le innovazioni introdotte in ambito museale. Quel che non riesce a estirpare sono le furberie del personale. Mance, assenteismo, lassismo avrebbero caratterizzato ancora a lungo il comportamento dei custodi dei musei romani.

L'articolo Napoleone a Roma proviene da Minima et Moralia.

]]>
https://minimaetmoralia.it/libri/recensione-ilaria-sgarbozza-le-spalle-al-settecento/feed/ 0
Sweet home Grazioli https://minimaetmoralia.it/societa/sweet-home-grazioli/ https://minimaetmoralia.it/societa/sweet-home-grazioli/#respond Thu, 12 Dec 2013 14:03:34 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=17025 Michele Masneri che pubblicherà a gennaio per minimum fax il suo romanzo d’esordio Addio, Monti, dal nome dell’omonimo quartiere romano dove forse in seguito verrà dichiarato cittadino non gradito, quest'estate ha varcato i portoni del palazzo più divisivo d'Italia, deserto e con una sua storia che prescinde molto da quella del suo più celebre inquilino. Questo pezzo è uscito su Studio.

Una casa senza una storia: non piace a nessuno. Nemmeno a Silvio Berlusconi. L’ex presidente del Consiglio nel suo fregolismo immobiliare non ha mai avuto grande fortuna, a Roma. Non gli si sono spalancate le porte di dimore gentilizie con la stessa facilità avuta in Brianza. E – per un uomo come lui – si è dovuto soprattutto accettare lo smacco della pigione. Una volta lasciato il famoso appartamento di via dell’Anima, nel 1994, dietro piazza Navona, diversi furono i tentativi, mentre cresceva il radicamento sul suolo laziale, di mettere le mani su magioni molto araldiche. Ma sempre, sfortunatamente, scontrandosi con casati magari parvenu ma ancora molto liquidi. I Torlonia, i più ricchi tra i principi romani, proprietari anche oggi della Banca del Fucino, non presero molto sul serio l’offerta per il secentesco palazzo di famiglia in via Bocca di Leone, con una inquilina tra l’altro di Casa Borbone, zia di Juan Carlos, morta qualche anno fa, che sarebbe parso brutto sfrattare. Anche coi Borghese andò male: il castello della Crescenza, maniero medievale che piaceva molto a Berlusconi, continua a essere usato per sontuosi catering e matrimoni (si sono sposati qui il capitano Francesco Totti e Flavio Briatore) e la proprietaria, la principessa Sofia Borghese, signorilmente rifiutò le avances cavalleresche, offrendo illimitata ospitalità ma non avallando rogiti o compromessi.

L'articolo Sweet home Grazioli proviene da Minima et Moralia.

]]>
roma-palazzo-berlusconi-grazioli-29106

Michele Masneri che pubblicherà a gennaio per minimum fax il suo romanzo d’esordio Addio, Monti, dal nome dell’omonimo quartiere romano dove forse in seguito verrà dichiarato cittadino non gradito, quest’estate ha varcato i portoni del palazzo più divisivo d’Italia, deserto e con una sua storia che prescinde molto da quella del suo più celebre inquilino. Questo pezzo è uscito su Studio.

Una casa senza una storia: non piace a nessuno. Nemmeno a Silvio Berlusconi. L’ex presidente del Consiglio nel suo fregolismo immobiliare non ha mai avuto grande fortuna, a Roma. Non gli si sono spalancate le porte di dimore gentilizie con la stessa facilità avuta in Brianza. E – per un uomo come lui – si è dovuto soprattutto accettare lo smacco della pigione. Una volta lasciato il famoso appartamento di via dell’Anima, nel 1994, dietro piazza Navona, diversi furono i tentativi, mentre cresceva il radicamento sul suolo laziale, di mettere le mani su magioni molto araldiche. Ma sempre, sfortunatamente, scontrandosi con casati magari parvenu ma ancora molto liquidi. I Torlonia, i più ricchi tra i principi romani, proprietari anche oggi della Banca del Fucino, non presero molto sul serio l’offerta per il secentesco palazzo di famiglia in via Bocca di Leone, con una inquilina tra l’altro di Casa Borbone, zia di Juan Carlos, morta qualche anno fa, che sarebbe parso brutto sfrattare. Anche coi Borghese andò male: il castello della Crescenza, maniero medievale che piaceva molto a Berlusconi, continua a essere usato per sontuosi catering e matrimoni (si sono sposati qui il capitano Francesco Totti e Flavio Briatore) e la proprietaria, la principessa Sofia Borghese, signorilmente rifiutò le avances cavalleresche, offrendo illimitata ospitalità ma non avallando rogiti o compromessi.

Naturalmente Berlusconi ci provò anche con la famiglia Grazioli, non accontentandosi dell’affitto del palazzo di via del Plebiscito 102 in cui risiede dal 1995. Anche qui, garbato rifiuto: il duca Giulio Grazioli-Lante della Rovere resistette infatti alla lusinga grazie alle sue doti di finanziere esperto – mise insieme 42 milioni di euro di plusvalenza nella scalata Unipol – Bnl del 2004, quella dei “furbetti” – ma soprattutto a una fortuna familiare consistente, seppur non antichissima.

Rassegnato all’affitto, Berlusconi rese mitico l’indirizzo trasformando il palazzo in un compound diplomatico al centro di querelle simboliche vecchie e nuove: l’affaccio sul palazzo Venezia; la rimozione delle fermate di autobus davanti all’ingresso, nel momento di massimo splendore berlusconiano, con «un blitz notturno», come da interrogazione parlamentare Pd. Poi, ripristino dei bus, verso il crepuscolo del Cav. e gli spread; e poi manifestazioni di piazza, passanti osannanti o sputazzanti; anche lanci di letame verso la dimora gentilizia, tanto “Grazioli” – come è chiamato semplicemente dai cronisti politici, in contrapposizione a “Chigi”, le due sedi governative, ufficiale e ufficiosa – era diventato sinonimo di potere berlusconiano (“Grazioli” come versione 2.0 di “Palazzo”, definizione pasoliniana d’epoca, si potrebbe dire).

Eppure “Grazioli” ha una vita sua, e la rivendica. Il Cav. ha in affitto solo il primo piano, con uffici e segreterie sul lato di via del Plebiscito, quello con balcone e bandiere; e appartamento privato sul retro, su piazza Grazioli. Di collegamento, saloni e locali di rappresentanza, la cucina del famoso cuoco Michele e del maggiordomo Alfredo che si è appena messo in proprio, con un ristorante suo dalle parti di piazza di Firenze (triangolo del fritto, di fronte a una mozzarelleria Obikà). Il Presidente, molto signorilmente come suo solito, ha già visitato e apprezzato i locali.

In tutto, il piano nobile di “Grazioli” è un dado ristrutturato come altre dimore berlusconiane dall’architetto Giorgio Pes, che collaborò anche alle scenografie del Gattopardo viscontiano; al primo piano si aggiungono alcuni locali ai piani bassi, fondamentalmente il “bivacco” per le scorte e il “parlamentino” in miniatura per le riunioni plenarie. Il resto del palazzo sono uffici e abitazioni e preesistenze non berlusconiane.

Altri inquilini di palazzo celebri non se ne conoscono. Non c’è più la sede di Reti-Running, la struttura di lobbying-comunicazione messa su da uno dei due lothar di Massimo D’Alema, Claudio Velardi, in anni in cui pareva ironico installarsi sopra il premier, disponendo anche di terrazze per festeggiare non si sa che. Chiusa anche – dal 2010 – la sede di Red Tv, la Cnn dalemiana che aveva i locali in un seminterrato del palazzo dal lato di via della Gatta (la gatta in questione è quella archeologica di marmo murata sul primo cornicione del palazzo, in ricordo di una gatta che miagolando salvò un neonato dalla caduta. C’è anche una misteriosa leggenda: nella direzione in cui l’animale guarda dovrebbe essere sepolto un tesoro, ma nessuno finora è riuscito a trovarlo).

A metà agosto, il palazzo è giustamente deserto, e de-berlusconizzato; su via del Plebiscito solo una Punto dei Carabinieri, vecchia; dietro, sulla piazza Grazioli dove affaccia l’appartamento presidenziale, sgombra dai parcheggi, una Land Rover sempre dell’Arma, a vegliare sul nulla. Sopra il primo piano nobile e politico, un appartamento vistosamente abbandonato, con finestre murate (metafora?). Si gira attorno al palazzo, tra le fioriere bombate e cementizie con fascia bronzea, ed ecco il commissariato di polizia molto gaddiano di via Santo Stefano del Cacco, dove è di servizio il «dottor Ingravallo comandato alla mobile» del Pasticciaccio; e poi verso il Visconti, liceo della Roma-bene con precipue dinamiche di classe, dove soffrono allievi proletari in Caterina va in città (regia di Paolo Virzì, 2003) e sottoproletari (nell’Estraneo di Tommaso Giagni, libro sitiano e einaudiano del 2012); e poi si arriva naturalmente al palazzo Doria-Pamphilj, con collezioni inenarrabili di Velazquez-Rubens-Caravaggio e soprattutto adozioni e inseminazioni molto moderne – e il principe Jonathan che toglie d’imperio dai balconi aviti le bandiere vaticane imposte da amministrazioni poco laiche quando il Papa attraversa il Tevere.

Ma se i Doria discendono dal mitico ammiraglio, sempre su piazza Grazioli proprio sotto l’appartamento presidenziale una targa di bronzo commemora «il sottotenente di Vascello Riccardo Grazioli Lante de la Rovere, caduto a Homes il 28 ottobre 1911 emulando avite gesta fra gli eroi». In realtà i Grazioli non erano stirpe molto marinara, e anche poco guerriera. Il Vincenzo Grazioli fondatore settecentesco della razza, valtellinese, era fornaio a Roma nel rione Monti, e poi – uomo del fare – prestatore a interesse e gestore di soldi propri e altrui; grande acquistatore di titoli del debito pubblico pontificio, dunque molto benvoluto alla corte vaticana; buon immobiliarista: acquistò nel 1823 la tenuta di Castel Porziano, sul litorale romano, per la somma di 80.993 scudi, che rivenderà poi nel 1874 alla Real Casa Savoia, e di qui poi passerà con la Repubblica in dotazione presidenziale, con molti futuri scandali di cacce al cinghiale in elicottero dei gemelli Leone (narrate da Camilla Cederna nella Carriera di un presidente) e poi di manutenzioni poco ortodosse recenti ad opera di nipoti di segretari generali (però con famosa piscina olimpionica d’acqua di mare, benefit molto amato dai presidenti). Da Maria Luigia di Borbone, duchessa di Lucca, Vincenzo Grazioli acquista invece nel 1835 anche la residenza della (non ancora) via del Plebiscito, in origine palazzo Gottifreddi, edificato dal Della Porta nel Cinquecento. Con il real estate arrivano poi i titoli, tutti papali (anche grazie agli acquisti di buoni del tesoro, come un Mario Draghi in piccolo): nel 1836 papa Gregorio XVI lo nomina barone di Castel Porziano; e nel 1852 addirittura duca di Santa Croce di Magliano.

I Grazioli sono ormai una delle famiglie più ricche di Roma e si imparentano subito con le antiche case patrizie: nell’aprile del 1847 il figlio di Vincenzo, Pio, sposa una Lante della Rovere soprattutto per aggiungersi due cognomi che gli servono molto nelle mondanità: il figlio Giulio Grazioli Lante della Rovere e la moglie Maria sono infatti una coppia molto fitzgeraldiana nella Roma pre-unitaria: si mettono in mostra per molte cacce alla volpe nel loro villone neogotico nuovissimo sulla Salaria, oggi sede della ambasciata del Canada. Giuseppe Primoli, una specie di Andy Warhol della Roma umbertina, che è un nipote di Napoleone, e fotografa tutti e conosce tutti e gira sempre con la sua macchina fotografica, fa un sacco di scatti ai Grazioli cavallerizzi con bombetta. Giulia Bonaparte, anche lei napoleonide del ramo romano, lascia nei suoi velenosi diari cattiverie d’epoca: «Il padre del giovane Grazioli era un boulanger (un panettiere)» e Giulio, che sposa una marchesa Lavaggi, «non ha molto spirito ma ha molto denaro» sottolineando che la coppia aspirazionale «ha appena acquistato un cavallo da sella da 10 mila franchi».

I napoleonidi sono poi vicini di casa dei Grazioli – forse di qui tanto interesse – essendo il palazzo Bonaparte a poche decine di metri, e oggi sede romana del Corriere della Sera, tutto stucchi e aquile imperiali e altane, dove i redattori angosciati per gli esuberi vanno a fumare forse meditando suicidi. Mentre i Grazioli per qualche tempo sono stati anche un po’ padroni del Messaggero. Almeno morganaticamente, e non gli porterà per niente bene: nel 1977 il rapimento del duca Massimiliano, da parte della banda della Magliana, che segna l’escalation dell’organizzazione criminale, pare scatenato proprio dalla vendita del quotidiano da parte della famiglia di Isabella Perrone, sua moglie (i Perrone posseggono ancor oggi il Secolo XIX) e dalla presunta liquidità discendente. Per il rapimento vengono chiesti 10 miliardi, cifra enorme, e ne verranno pagati solo uno o due, ma invano, perché il corpo del duca non sarà mai restituito né ritrovato – è stato probabilmente ucciso perché ha visto in faccia uno dei rapitori, e si scoprirà poi l’esistenza di un basista in amicizia con la famiglia, mentre il denaro Grazioli permette il salto di qualità e l’entrata nella leggenda nera della Banda.

Con tutte queste storie, di Berlusconi non sembra importare molto, qui. Certo, siamo in Agosto, e il presidente è lontano: il portiere solertissimo Vincenzo veglia sulla guardiola; la sorveglianza è discreta ma presente, ci sono telecamere e led ovunque, ma come in una palazzina di ricchi dei Parioli. Nessun apparato di sicurezza vistoso, cancelletti bassi e niente vessilli militari. Ci sono altri uffici e altre scale; ci sono le cassapanche antiche con gli stemmi Grazioli sempre riprese dalle telecamere dei telegiornali; c’è una Panda blu parcheggiata, vecchia. C’è un annuncio di affittasi, per una mansarda all’ultimo piano, per chi fosse interessato (chiedere a Vincenzo). Ci sono lussi d’epoca grazioliani: buche per la posta d’ottone, come piccoli periscopi da nave; e maniglie dorate con iniziali Grazioli ovunque. La famiglia, molto – come si dice – schiva, non abita più nel palazzo, tranne il ramo dei principi Caravita di Sirignano; una Anna Grazioli negli anni Quaranta sposò infatti il celebre Pupetto Sirignano, dandy e genius loci caprese, playboy, discendente di San Gennaro; e il giorno del Santo, il 19 settembre, mentre in Cattedrale a Napoli si liquida il Sangue venerato, una macchia appare sulla nuca dei Sirignano primogeniti. È uno dei tanti aneddoti di una poco nota autobiografia del genere dandistico-dannunziano-Due Sicilie (Francesco Caravita di Sirignano, Memorie di un uomo inutile, Mondadori, 1981) dove il gentiluomo si racconta.

Un altro aneddoto riguarda Tomasi di Lampedusa: l’autore del Gattopardo, in cerca di un erede – per il nome e il titolo, perché per il resto ormai squattrinatissimo – negli anni Cinquanta sonda i cugini Sirignano, che vengono dunque invitati per un tè nella scombinata abitazione palermitana. Tomasi vive in povertà, ha appena fatto un mutuo per ricomprarsi un pezzo del palazzo avito alla Marina di Palermo; la moglie lettone Alessandra Wolff-Stomersee, sedicente baronessa freudiana, psicanalizza valletti di palazzo e aristocratici in crisi. I Sirignano invece molto liquidi vengono invitati per questo tè col piccolo secondogenito Alvaro, preposto all’adozione; ma nel modesto alloggio vengono offerti cioccolatini talmente vecchi da essere diventati bianchi (mentre i Sirignano probabilmente erano abituati al tempio della pralina, Moriondo & Gariglio, luogo di culto romano del cioccolatino, nei pressi del palazzo dall’Unità d’Italia). Dunque ringraziano molto i chers cousins e (soprattutto la mamma Grazioli) scappano inorriditi: l’incontro è andato malissimo, e Tomasi adotterà poi un altro parente, Gioacchino Lanza; e soprattutto diventerà un grande bestsellerista postumo. Oggi Alvaro Sirignano amministra il patrimonio di famiglia e abita al quarto piano del palazzo, sopra Berlusconi. Nel suo ufficio, tra i ritratti di famiglia, uno con dedica autografa di Pio XII a donna Caterina Grazioli, nel famoso gesto ieratico con indice e medio eretti. Di Berlusconi neanche una foto.

L'articolo Sweet home Grazioli proviene da Minima et Moralia.

]]>
https://minimaetmoralia.it/societa/sweet-home-grazioli/feed/ 0
L’isola degli artisti https://minimaetmoralia.it/arte/lisola-degli-artisti/ https://minimaetmoralia.it/arte/lisola-degli-artisti/#comments Mon, 29 Oct 2012 14:47:50 +0000 http://www.minimaetmoralia.it/?p=9533 Pubblichiamo un articolo di Matteo Nucci uscito sul Venerdì.

Procchio (Isola d’Elba). Era la notte di San Giovanni del 1950 quando arrivarono dopo un folle viaggio ubriaco. L’Isola d’Elba era ancora fuori dalle rotte del nascente turismo di massa, ma loro andarono a cercare la baia più selvaggia e deserta. Non c’erano che dune, a Procchio, in quegli anni, e solo una casa in abbandono sul limitare del golfo, chiamata Guardiola, perché aveva ospitato per anni la guardia di finanza. Ma la banda di pittori che in quell’anno sbarcò sull’isola per sfuggire all’afa di Firenze non si sognò di occuparne le stanze. Piantarono tende, s’infilarono a dormire nelle barche tirate a riva, costruirono capanni di frasche, eppoi trovarono una trattoria, nel paesino di quattro case e stradine polverose, fecero amicizia con il proprietario e arrivarono a un accordo: avrebbero mangiato sempre gratis e nel frattempo sarebbero diventati gli animatori del locale facendone un punto di richiamo per tutti i tedeschi e i milanesi che cominciavano a cercare il mito dell’Isola di Napoleone. Non mentivano. Realizzarono quanto avevano promesso. E in quegli anni, la trattoria “da Renzo” divenne nota anche fuori dall’Isola.

L'articolo L’isola degli artisti proviene da Minima et Moralia.

]]>

Pubblichiamo un articolo di Matteo Nucci uscito sul Venerdì.

Procchio (Isola d’Elba). Era la notte di San Giovanni del 1950 quando arrivarono dopo un folle viaggio ubriaco. L’Isola d’Elba era ancora fuori dalle rotte del nascente turismo di massa, ma loro andarono a cercare la baia più selvaggia e deserta. Non c’erano che dune, a Procchio, in quegli anni, e solo una casa in abbandono sul limitare del golfo, chiamata Guardiola, perché aveva ospitato per anni la guardia di finanza. Ma la banda di pittori che in quell’anno sbarcò sull’isola per sfuggire all’afa di Firenze non si sognò di occuparne le stanze. Piantarono tende, s’infilarono a dormire nelle barche tirate a riva, costruirono capanni di frasche, eppoi trovarono una trattoria, nel paesino di quattro case e stradine polverose, fecero amicizia con il proprietario e arrivarono a un accordo: avrebbero mangiato sempre gratis e nel frattempo sarebbero diventati gli animatori del locale facendone un punto di richiamo per tutti i tedeschi e i milanesi che cominciavano a cercare il mito dell’Isola di Napoleone. Non mentivano. Realizzarono quanto avevano promesso. E in quegli anni, la trattoria “da Renzo” divenne nota anche fuori dall’Isola.

Le mura completamente dipinte dagli artisti, sulle mensole antichità etrusche trovate in spiaggia, reti di pescatori come supporto per installazioni pazze e geniali, slogan, storie. Giornali e tv vennero a raccontare “la Bagutta dell’Elba”; i turisti si accalcarono sotto la pergola; arrivò a lasciare un piccolo disegno anche De Chirico. Poi non tornò più, forse offeso dalle risate dei “colleghi” quando videro che non era affatto capace di guidare la lussuosa 1400 che gli Agnelli gli avevano regalato per ringraziarlo di un disegno pubblicitario.

Del resto De Chirico non fu che la punta dell’iceberg. Il gruppo era formato da artisti di diverse tendenze che attrassero intellettuali da ogni parte del mondo. Lo zoccolo duro era formato da Rodolfo Marma, Enzo Faraoni, Emilio Ambron con la compagna Anna Maria D’Annunzio (nipote del poeta), Renzo Baraldi, Iginio Gonich detto Gonni, Beppe Lieto, Furio Cavallini e Silvano Bozzolini, ma i fiancheggiatori erano parecchi. Su tutti Marcella Olschki, scrittrice nipote dell’editore fiorentino, Mario Cartoni, giornalista della Nazione, e uno dei più eccentrici animatori della trattoria: l’irresistibile Ormanno Foraboschi, intellettuale d’altri tempi, grande amico di Luciano Bianciardi, creatore di detti famosi e di slogan pubblicitari indimenticabili, come “Il tonno che si taglia con un grissino”. Fu proprio Ormanno Foraboschi, assieme a Gonni (il più scatenato e geniale della cobriccola – di cui si diceva che avesse intervistato Hitler) a dipingere il motto che sarebbe apparso sul muro della trattoria, rendendola celebre: “Qui Napoleone il grande non ha mangiato mai”.

Chiunque passi, oggi, sulla strada provinciale che attraversa Procchio può vederla ancora, quella scritta così dissacrante negli anni in cui il turismo puntava tutto sull’esilio elbano del “grande Corso”. Dentro, però, il tempio dei pittori delle dune è in pericolo. I dipinti sono stati curati e restaurati, finché il locale non ha chiuso i battenti. La dedizione dei discendenti da sola non basta più e il Comune, per ora, non ha risolto il problema. Sull’ingresso della mitica trattoria, i cartelli “VENDESI” mettono paura agli affezionati. Del resto, tutto è cambiato, qui intorno. Negozi, negozietti, boutique, pizzerie e creperie affollano le vie del paese. Hotel, pensioni, affittacamere sono ovunque. «E non c’è nessuno spazio culturale, nessun luogo dove fare mostre, letture, incontri. Ma dove meglio di qui? » domanda Fiamma Lieto, la figlia di Beppe, l’unico che della “brigata bevereccia” di quegli anni (la definizione apparve su tutti i quotidiani) rimase a vivere a Procchio, diventando a pieno titolo “il pittore dell’isola”. «Anche Gonni rimase all’Elba, ma a Portoferraio» racconta Bruno Mazzarri, settantacinquenne ancora proprietario delle sale dipinte ora in vendita «Gli altri pian piano abbandonarono, quando il turismo divenne eccessivo. La stagione dei loro sogni era finita. Io ero un bambino l’estate in cui arrivarono ma ricordo tutto benissimo». Effettivamente Mazzarri ha una memoria prodigiosa. Snocciola aneddoti uno dietro l’altro. «La 1400 De Chirico la parcheggiò lì, vede» fa voltandosi verso l’ingresso. «Non riusciva proprio ad accenderla. Allora Lieto e Gonni si misero a spingere e non sa quante gliene urlavano tra le risa».

C’era anche Mazzarri il 19 agosto all’inaugurazione della mostra “I pittori delle dune” e per la prima edizione del “Premio Elba Beppe Lieto” riservato a chi dipinge paesaggi elbani. Era lì a raccontare di nuovo ogni cosa. E aprire un mondo, illustrando per esempio il cosiddetto “albero della cuccagna”, di Marcella Olschki.  La storia raccontata nel piccolo dipinto divenne famosa per vie che portano lontano dall’Italia. Uno scrittore per bambini tedesco, Heinrich Maria Denneborg, se ne innamorò e, tra i personaggi ritratti dalla Olschki, scelse l’asino, di nome Grisella, come eroe della sua fiaba. Das eselchen Grisella (ossia L’asinello Grisella) ebbe un enorme successo e fu tradotto in tredici lingue. «Ogni stagione, qualche ragazzino arrivava con il libretto in mano» racconta Mazzarri «Lo vedevo da lontano e già capivo. Veniva a cercare l’originale del suo amato asino e restava lì per ore, mentre i genitori, invece, guardavano il resto». Il resto sono gli affreschi dei pittori delle dune, certo, ma anche quelli di chi li raggiunse, come Felice Carena, Valentino Ghiglia o Denis Martinez, noto pittore algerino, nonché i tratti anonimi di chi venne qui a inseguire un ideale. Tutti quei pittori che si riunirono sotto l’egida del cosiddetto “Meco”, il vecchio oste omaggiato sull’affresco più grande, che, in fondo alla sala, su un golfo di Procchio estivo e festante occupato soltanto da pescatori e pittori, recita: «Questo historico locale fu creato da Domenico Mazzarri dicto “Il Meco” e da un gruppo di pittori di famae internazionale». Laddove il genitivo maccheronico “famae” va letto e interpretato seguendo la pronuncia. Non fama, cioè. Ma fame.

L'articolo L’isola degli artisti proviene da Minima et Moralia.

]]>
https://minimaetmoralia.it/arte/lisola-degli-artisti/feed/ 6
Ricordando Roberto Roversi https://minimaetmoralia.it/letteratura/ricordando-roberto-roversi/ https://minimaetmoralia.it/letteratura/ricordando-roberto-roversi/#respond Mon, 17 Sep 2012 09:12:42 +0000 http://www.minimaetmoralia.it/?p=9465 Pubblichiamo un articolo di Christian e Veronica Raimo su «Caccia all'uomo», l'ultimo libro del poeta Roberto Roversi scomparso qualche giorno fa.<

di Christian e Veronica Raimo

Poeta, partigiano, romanziere, sodale di Pasolini e Leonetti nel fondare Officina, direttore di Lotta Continua, libraio militante per sessant’anni, paroliere per Lucio Dalla e gli Stadio: quattordici lettere. Se non vi sovviene immediatamente il nome di uno dei più importanti intellettuali italiani viventi, è perché Roberto Roversi negli anni ’60 ha fatto una scelta controcorrente che oggi ne fa anche un pioniere e un modello per chi ragiona di nuove politiche editoriali: ha deciso di non pubblicare più per grandi gruppi editoriali, di autoprodursi e autodistribuirsi.

L'articolo Ricordando Roberto Roversi proviene da Minima et Moralia.

]]>

Pubblichiamo un articolo di Christian e Veronica Raimo su «Caccia all’uomo», l’ultimo libro del poeta Roberto Roversi scomparso qualche giorno fa.<

di Christian e Veronica Raimo

Poeta, partigiano, romanziere, sodale di Pasolini e Leonetti nel fondare Officina, direttore di Lotta Continua, libraio militante per sessant’anni, paroliere per Lucio Dalla e gli Stadio: quattordici lettere. Se non vi sovviene immediatamente il nome di uno dei più importanti intellettuali italiani viventi, è perché Roberto Roversi negli anni ’60 ha fatto una scelta controcorrente che oggi ne fa anche un pioniere e un modello per chi ragiona di nuove politiche editoriali: ha deciso di non pubblicare più per grandi gruppi editoriali, di autoprodursi e autodistribuirsi.

Ma adesso che Pendragon ha deciso di ristampare il suo Caccia all’uomo, pubblicato da Palmaverde nel ’52, esaltato da Sciascia, e riedito nella Medusa da Mondadori nel ’59; chi ignora tutto quello che abbiamo scritto qui sopra, può forse confrontarsi con questo romanzo come non come con un recupero, ma come con un esordio, sfidante e irriducibile.

Caccia all’uomo sembra infatti un romanzo scritto da un autore piretico in schietta guerra contro l’enfasi patriottica dei superomaggiati 150 anni dell’unità d’Italia: un romanzo storico dove la storia perde la sua funzione di dare forma agli eventi, e diventa l’esibizione di una idealità perduta. (Forse non è proprio un caso che per fare un’operazione simile rispetto alla retorica resistenziale, Fenoglio sceglierà un Paradiso Perduto come palinsesto da cui partire).

Roversi ritorna invece al 1810. Se ci pensiamo, solo pochi anni prima Hegel aveva scritto di aver visto proprio lo spirito della storia entrare a Jena a cavallo, e quell’esercito francese comandato da Napoleone aveva portato in Italia quelle idee dell’illuminismo che avrebbero dato idealmente vita al percorso risorgimentale. Ma qui di tutto ciò non c’è traccia. Tra i monti della Calabria, quello stesso esercito si sta adoprando per reprimere in modo barbarico il brigantaggio borbonico. Gli eventi brutali che vedono schierati da una parte i sanguinari briganti al soldo di Boccone accecati dalla sete di denaro, e dall’altro i soldati di Gioacchino Murat, si trasfigurano in’idea ancestrale di conflitto, che diventa pura immanenza, senza la possibilità di una risoluzione, in cui passato e futuro vengono ridotti a dimensioni non più esperibili.

Non c’è la consapevolezza di una rivoluzione alle spalle. Il 1789, il 1945? (“Era strano che non ricordassi alcuno episodio del mio passato, delle battaglie, delle marce per le pianure d’Europa, tutto era scomparso, anche il vigore”, dice un soldato che vorrebbe ritornare in Francia). E non c’è un’Italia futura. C’è solo un adesso, di pura guerra, che dà accesso alla speranza giusto per negarla. E allora persino la lingua, iperbolica, barocca, puntigliosa, crea un effetto straniante, come se l’ipermaterialità delle descrizione rendesse immateriali gli oggetti. L’avidità smodata, delirante, “l’ebbrezza insensata” dei briganti, la loro sete di oro e ricchezza è talmente eccessiva che non può essere placata dalla restituzione materiale di un tesoro concreta. Così anche nel momento in cui “appare il tesoro” nella sua corporeità (“sono monete piccole come occhi di capre, oppure sassi rotondi e duri, gioielli, perle, bracciali, pugnali…) accade qualcosa che inibisce la possibilità di una vera soddisfazione: “Entra nel sangue, con la stanchezza, la paura che il tesoro fugga”. L’ansia di possesso non è mai solo possesso, ma “una sorta di angosciata avidità”. Briganti, soldati, non si capisce per cosa o contro cosa combattano. E con l’annullamento della speranza, qualunque oggetto del desiderio si svuota di senso, che sia l’oro o una donna da tenere tra le braccia: quando il Boccone entra in paese, massacra gi uomini della guardia civica e prende Maddalena, si spera che questa smania si riveli quella di una passione erotica – almeno una questione come dire privatissima. Ma non è così. Lei in poco si trasforma da “gran bellezza” in “una larva, lontana dal mondo, volante intorno a una lampada”.

Che guerra ci sta raccontando Roversi, qual è stata la sua esperienza della Resistenza? Se tutto ciò che reclama una sua esistenza fuori dal conflitto è un sentimento di attesa o di nostalgia, senza rapporto alcuno col tempo reale? Rimangono stati dell’animo sospesi intorno alla violenza del momento presente. Eppure si succedono le stagioni, cade la neve o torna la primavera, come se questa fissa ciclicità potesse condurre a una pace. “Ma dov’è mai la pace? Nera è la notte, i vestiti delle donne sono neri, e così gli occhi degli uomini”. L’unica pace possibile è allora la morte, l’uscire di scena in un dramma senza uscita.

L'articolo Ricordando Roberto Roversi proviene da Minima et Moralia.

]]>
https://minimaetmoralia.it/letteratura/ricordando-roberto-roversi/feed/ 0
Il senso della Storia per Nicola Chiaromonte – da Lev Tolstoj a Simone Weil https://minimaetmoralia.it/approfondimenti/il-senso-della-storia-per-nicola-chiaromonte-%e2%80%93-da-lev-tolstoj-a-simone-weil/ https://minimaetmoralia.it/approfondimenti/il-senso-della-storia-per-nicola-chiaromonte-%e2%80%93-da-lev-tolstoj-a-simone-weil/#comments Mon, 01 Aug 2011 10:02:59 +0000 http://www.minimaetmoralia.it/?p=4883 Esce oggi in edicola e nelle migliori librerie il numero di agosto della rivista Lo Straniero, che questo mese contiene un’ampia sezione, con approfondimenti di vari autori, sulla figura umana e politica del filosofo intellettuale Nicola Chiaromonte (1905-1972). Noi pubblichiamo l’intervento di Nicola Lagioia.

L'articolo Il senso della Storia per Nicola Chiaromonte – da Lev Tolstoj a Simone Weil proviene da Minima et Moralia.

]]>

Esce oggi in edicola e nelle migliori librerie il numero di agosto della rivista Lo Straniero, che questo mese contiene un’ampia sezione, con approfondimenti di vari autori, sulla figura umana e politica del filosofo e intellettuale Nicola Chiaromonte (1905-1972). Noi pubblichiamo l’intervento di Nicola Lagioia.

All’eventualità che la Storia e i suoi protagonisti (sempre ammesso che parlare di “protagonisti della Storia” abbia un senso) tendano per forza di cose verso una loro sia pur inconsapevole escatologia, sia pure nella forma laica del Progresso, il XXI secolo sta offrendo smentite non meno consistenti di quanto si fosse già premurato di fare il Novecento. Incontro alle stesse delusioni sta andando – nell’era della tecnica – la appena più modesta pretesa che il mondo sia oggi più facilmente gestibile di quanto non lo fosse ai tempi di John Kay e della sua spoletta volante.
Basterebbero la crisi economica degli ultimi anni e il disastro di Fukushima (disastro non del tutto scampato, ma vera e propria Apocalisse rimandata dal Caso, non dagli uomini della Tepco) per capire quanto la globalizzazione (non) sia sotto il controllo e della ragione e di un sentimento dell’umano in grado di avanzare in parallelo con quella strana protesi di ragione e sentimento che chiamiamo tecnica, e alla cui supposta “neutralità” ci illudiamo di affidare la compensazione di ciò che ancora non abbiamo raggiunto in termini di progresso interiore. Se dalla libertà di controllare il mondo ci spostiamo a quell’ancora meno ambiziosa speranza che i suoi leader (magari anche solo i meno odiosi) siano in possesso perlomeno di se stessi, eccoci destinati a un ulteriore scacco. Quanti, per esempio, hanno pensato che il Barack Obama esultante in “nome di Dio” e della “giustizia fatta” all’indomani dell’uccisione di Bin Laden non fosse – non potesse essere! – lo stesso che in campagna elettorale dichiarava di avere in i-pod With God on our Side di Bob Dylan?
Se nella prima metà del Novecento la libertà era una limpida aspirazione (in quanto contrapposta ad alcuni dei suoi più orribili contrari), nel 2011 non è chiaro nel nome di cosa possiamo volerci dire liberi e appartenenti alla stessa razza e, dunque, in cosa possiamo legittimamente affermare di voler credere o aspirare.
A venirci parzialmente in soccorso, è proprio un pensatore del secolo passato, Nicola Chiaromonte, grazie a un gruppo di saggi raccolti in volume per la prima volta in Inghilterra per Weidenfeld and Nicholson nel 1970, in Italia per Bompiani nell’anno successivo: Credere e non credere. Partendo dall’analisi di grandi scrittori del XIX secolo (Tolstoj e Stendhal su tutti, con qualche escursione novecentesca come nel caso di Pasternak e di Marlaux), Chiaromonte si interroga – o meglio, si lascia interrogare da grandi cattedrali di senso quali ad esempio Guerra e Pace o La Certosa di Parma – sul significato della Storia e della libertà collettiva e individuale, per cercare infine di capire, traghettati gli interrogativi e le speranze positive ottocentesche in quel deserto del negativo che fu l’Europa (e dunque il mondo intero) all’indomani del ’45, in cosa è possibile credere dopo che l’Occidente è transitato oltre i cancelli di ciò che lo stesso Chiaromonte definisce “il tempo della malafede”. Un mondo che ha visto (no: un mondo che ha permesso) (meglio ancora: che ha istituito) Auschwitz e Hiroshima non è lo stesso che all’alba della modernità credeva nel progresso degli uomini e dei popoli – e, anche qualora lo sia ancora, si tratta (con Adorno e Horkheimer) del suo rovesciamento. E dunque?
Se la delusione dello stendhaliano Fabrizio alla battaglia di Waterloo (non la volontà di Dio fatta moltitudine come vorrebbe Hugo ma “una battaglia che non esiste, che si dissolve con completa naturalezza non solo in una serie di episodi in apparenza incoerenti di cui però forse una volontà geniale o una Provvidenza tiene i fili, ma – molto più naturalmente e paradossalmente – nel seguito sconnesso degli incontri, degli impulsi, degli eventi, delle impressioni”) gli fa sospettare che Napoleone realmente non esista se non spogliato proprio dal suo significato “storico”, e dunque di conseguenza non esista la Storia se non spogliata dalle sue fittizie vesti di Progetto (“esistono i casi singoli, esistono gli individui, esistono le più fugaci impressioni dell’animo”), ciò che in Stendhal si perde (diciamo così) in prospettiva hegeliana, lo si conserva perlomeno nella tenuta di una trama antropologica e sociale, per quanto teatralmente post-settecentesca: “tutto Stendhal sta, si può dire” scrive Chiaromonte, “nella capacità di tenersi allegramente alla punta estrema del paradosso per cui né il cosiddetto mondo esterno ¬– la società con le sue trame – è reale, né i sentimenti e le immaginazioni dell’individuo: reale è sempre e soltanto lo scontro fra i due ordini di fatti, la commedia di equivoci che ne scaturisce”. Reale è insomma la discordanza perenne fra l’individuo e il mondo: e se la verità (o meglio ancora la bellezza) consiste nell’abbandonarsi all’immediatezza dei sentimenti (che per Stendhal sono soprattutto quelli giovanili), la dura realtà delle finzioni sociali è destinata ciclicamente a deluderla. Tuttavia, su questa alternanza perenne di bellezza e delusione (di verità e realtà, l’un contro l’altra armate) può perlomeno reggersi ancora un’umanità che non abbia fatto del proprio mondo un incubo senza dialettica e vie d’uscita.
L’antitesi del sentimento storico di Stendhal (cioè della sua delusione) trova dunque un’incarnazione di peso nei Miserabili di Victor Hugo (“Era possibile”, scrive il narratore di Hugo, “che Napoleone vincesse questa battaglia? Noi rispondiamo di no. Perché? A causa di Wellington? A causa Blücher? No. A causa di Dio… Napoleone era stato denunciato nell’infinito, e la sua caduta era stata decisa. Egli era d’impaccio a Dio. Waterloo non è una battaglia: è il mutamento di fronte dell’universo”). E tuttavia, da una prospettiva diversa rispetto a quella stendahliana, un altro e forse più completo (più completo perché più solido e insondabile allo stesso tempo) attacco al senso provvidenziale della Storia di Victor Hugo si trova in Guerra e pace.
Per Tolstoj la Storia è il regno della Necessità. Ma quale sia la legge che governa questa Necessità, scrive Chiaromonte, “nessuno lo può dire: la vera causa dei grandi movimenti della Storia sfugge tanto all’individuo che vi soggiace quanto allo storico (e allo scrittore) che la osserva dal di fuori. La sola cosa che si possa affermare con certezza è che gli eventi sono determinati da una forza, da un potere che sovrasta tutto e tutti, da Napoleone all’ultimo soldato”. Napoleone, tra l’altro, in quanto messo formalmente ai vertici del potere degli uomini (che misteriosamente non coincide appunto del tutto con il potere della Storia) è ancora meno libero degli altri, visto che ogni suo proposito, per realizzarsi, dovrà passare attraverso un numero infinitamente maggiore di variabili – dalla condotta degli ufficiali a quella dei soldati semplici, con tutti gli imprevisti del caso, perfino quelli metereologici come il “sole” di Austerlitz (ed è ancor meno libero degli altri, Napoleone, se ripercorriamo questa catena in senso opposto: maggiore il potere, maggiore il numero di compromessi cui si dovrà soggiacere per mantenerlo, come nel piccolo ma rivelatorio apologo dell’Obama traditore di Dylan citato precedentemente).
Si potrebbe pensare che la Necessità tolstojana abbia allora qualcosa a che spartire con il Dio positivista di Hugo, ma mai entità sono state tanto distanti tra loro. Se Waterloo per Hugo realizza la volontà di Dio, Tolstoj (a cui, da uomo con un quarto di passo nel Novecento, inizia a sembrare quantomeno sospetto che la volontà divina preferisca esprimersi a suon di mattanze laddove, come nel caso di Napoleone, sarebbe bastata una semplice malattia invalidante e men che mai mortale) sembra al contrario interrogarsi sempre più angosciosamente su cosa sia questa Forza (la Storia) che spinge gli uomini a marciare compatti, e a massacrarsi tra di loro, e ad affondare a centinaia di migliaia in continui bagni di sangue.
Come pesci in un acquario, siamo incapaci di dare forma dall’interno a ciò che contiene per davvero il nostro movimento (Kutuzov è più saggio di Napoleone non perché abbia compreso i meccanismi che muovono la Storia, ma perché, a differenza dell’Imperatore dei francesi, non si illude di saperlo) e tuttavia sentiamo che questo movimento c’è, e ha a che fare con una forza e un potere coercitivo cui (quando non possiamo) non vogliamo o non riusciamo a resistere, e che – avvertiamo sempre – questo potere acquista spesso le forme di un paradosso degno non di Dio, ma semmai di un demiurgo malvagio (“La Storia è assurda, la Guerra è assurda. L’evento storico sfugge al controllo della ragione come della volontà umana. Tuttavia esso è, indubbiamente, non solo sofferto, ma anche prodotto e voluto dagli uomini… Lì, nei motivi del comando e dell’obbedienza, è l’enigma della Storia. Perciò”, scrive sempre Chiaromonte, “la questione della Storia si riduce alla questione del potere”).
Ma se la guerra è il regno della Storia in quanto violenta coercizione (auto- ed eterodiretta), indistricabile e maligno paradosso, la pace al contrario, la “vita privata”, il mondo senza guerra per l’appunto, renderebbero secondo Tolstoj meno insopportabile l’enigma dell’esistenza (il quale, allora sì, potrebbe forse ascendere dall’arida impenetrabilità di un demiurgo malvagio all’insondabile radioso mistero di Dio) mettendoci quanto meno più vicini al regno della libertà, se non proprio a quello della verità e della bellezza.
Il problema è che la “pace” di Tolstoj non è la pace di noi uomini del XXI secolo.
Se per Tolstoj è infatti ancora possibile passare da una condizione all’altra (dall’incubo della guerra alle possibilità dischiuse all’uomo dalla pace), essendo l’una l’interruzione traumatica dell’altra, già a soli 11 anni dalla morte del grande scrittore russo, Stephen Dedalus (vale a dire il personaggio simbolo di uno dei romanzi simbolo del Novecento, Ulysses) aspira – o meglio cerca – di risvegliarsi dall’incubo della Storia che non è più la storia della guerra, ma la storia tout court. Cos’è accaduto, nel breve spazio di questi 11 anni? Nelle forme più disparate, tutti i grandi scrittori del primo Novecento (da un altro incubo, “un sonno inquieto”, Gregor Samsa si risveglia nelle forme di uno scarafaggio) (un uomo “solo un po’ più malato degli altri”, e dunque non troppo dissimile da noi, distruggerà il pianeta usando un ordigno terribile al termine della Coscienza di Zeno, scritto ben prima che il progetto Manhattan fosse concepito) iniziano a provare simili inquietudini, spinti (attraverso un pensiero che si fa sempre più negativo) non tanto dall’esperienza della Prima Guerra Mondiale e dai presentimenti della Seconda in quanto gravi momenti di discontinuità, ma, al contrario, quali “semplici” innalzamenti della temperatura subiti da una pace che di conseguenza non è più davvero tale anche prima che la guerra scoppi. L’una cosa, insomma, si inizia a sospettare che sia sempre di meno la negazione dell’altra.
Basti pensare solo – per capire a come pace e guerra abbiano trafficato a cavallo tra Otto e Novecento – all’uso che nazismo prima e stalinismo poi fecero delle “tecnologie burocratiche” mutuate proprio dalle attività che dovrebbero regolare il tempo della “pace” (l’Eichmann bravo impiegato su tutti), o a come – nel successivo passaggio di consegne dall’uno all’altro stadio d’esistenza – alcuni consigli di amministrazione delle multinazionali rischino di somigliare a certe scene del Dottor Stranamore. Del resto, proprio a partire dal ’45, quando si cercava di iniziare a capire come le dinamiche e soprattutto le tecniche di quella sovversione di ogni progresso umano (storico, sociale, spirituale) che era stata la Seconda Guerra Mondiale rischiassero di contagiare gli anni successivi, è proprio un altro grande del Novecento, Jorge Luis Borges, che (in uno dei più rivelatori ma meno frequentati racconti de L’Aleph: “Deutsches Requiem”) fa dire a un gerarca nazista nel braccio della morte all’indomani della fine del Reich: “Si libra ora sul mondo un’epoca implacabile. Fummo noi a forgiarla, noi che ora siamo le sue vittime. Che importa che l’Inghilterra sia il martello e noi l’incudine? Quel che importi è che domini la violenza […] Altri maledicano e piangano; io sono lieto che il nostro dono sia circolare e perfetto”.
Gli scrittori del primo e del secondo Novecento avevano angosciosamente intuito, vale a dire, ciò che noi cittadini (no: abitanti) (ancora peggio: sopravviventi) del mondo globalizzato e interconnesso abbiamo molto chiaro davanti agli occhi. Chiaro, sin troppo chiaro, talmente chiaro che forse non riusciamo più a vederlo. E cioè che una pace ottenuta attraverso lo sfruttamento, la prevaricazione (e la dislocazione altrove della guerra o delle guerre permanenti) non è semplicemente tale. Noi questo oggi (la vera natura del tipo di pace in cui siamo versati) lo sappiamo in modo sempre più “scientifico”. Così la guerra, a propria volta, non intrattiene con la pace un vero rapporto di discontinuità, il che – condannandoci a esistere in un mondo che per forza di cose è a sua volta condannato a definirsi ufficialmente per ciò che non è – rischia di rivelarsi letale per una costruzione delle nostre identità e dei nostri spiriti minimamente sana e stabile e credibile innanzitutto per noi stessi. È la patologia che si fa fisiologia, e l’incubo di Stephen Dedalus rischia di diventare sempre più pericolosamente un sogno sepolto dentro un sogno.
A venirci in soccorso è ancora Nicola Chiaromonte, ma questa volta attraverso le parole di uno dei più grandi filosofi del Novecento: Simone Weil. Si riparte di nuovo da Tolstoj, ma questa volta per procedere a ritroso. “In che senso”, scrive Chiaromonte, “si può propriamente dire che, oltre a essere un romanzo intorno alla guerra e alla storia, Guerra e Pace, è, come Simone Weil ha detto dell’Iliade, ‘un poema intorno alla forza?'” Risposta: in un senso e in un modo molto differente. Perché, continua Chiaromonte parlando sempre della Weil, “fu lo spettacolo del trionfo della forza bruta di Hitler su tutte le speranze della civiltà e della ragione a farle scoprire in Omero ciò che non si può trovare in nessuna opera moderna”. Nell’Iliade, vale a dire, la sventura dell’eroe vinto e la Nemesi che sovrasta il vincitore sono visti nella stessa luce, come aspetti di uno stesso destino. “Il castigo rigorosamente geometrico che colpisce automaticamente l’uomo che abusa della forza”, scrive la Weil, “fu il tema di meditazione principale presso i Greci… L’Occidente, tuttavia, l’ha persa di vista. Le idee di limite, di misura, di equilibrio, che dovrebbero servire di guida nella condotta della vita hanno appena conservato un significato servile nella tecnica”. Ovviamente, questo senso della misura e della giusta retributività, ci manterrebbe a maggior ragione in tempo di pace in stretto contatto con il senso del nostro destino. L’uomo moderno e poi dopo-moderno, al contrario, non solo ammira indiscriminatamente la forza molto più di quanto non la tema, ma è convinto che il suo accumulo indiscriminato sia di per sé sempre e soltanto un bene, tanto da poterlo svincolare (di qui la hybris confinata nel regno del rimosso) da ogni possibile contrappeso, percepito come un inutile avversario anziché come strumento d’equilibrio.
Fukushima, Hiroshima, crollo di Wall Street, Auschwitz, Cernobyl, avanzamenti in borsa dei titoli Facebook, Google, Wal Mart, patrimonio personale di Carlos Slim Helú, di Warren Buffet, di Bill Gates, crisi Greca, crisi Argentina, crisi dei subprime e relativa reazione a catena, boom economico, rottura del legame tra valore nominale del denaro e riserva aurea, reazione a catena innescata dall’esplosione di una bomba atomica, numero di pianeti identici alla Terra la cui vita potrebbe essere spazzata via grazie alle armi atomiche tuttora presenti e attive e tenute in perfetto stato di manutenzione per mano di appartenenti alla medesima razza cui noi stessi apparteniamo…
Tutti questi segni (più ancora che eventi, segni profondi dell’Evo in cui siamo) non sono accumunati da nulla se non dall’aggiramento di quella “proporzione geometrica” di cui parlava Simone Weil. Si tratta di entità capaci di esistere solo e unicamente nel segno della sproporzione. Ma chi potrebbe giurare sul fatto che la crescita esponenziale della nostra potenza fisica (ad es. il maggior controllo su una natura che non si lascia comunque vincere, e se si lascia vincere non è detto che lo faccia a nostro vantaggio, dunque un controllo certe volte più illusorio che reale) non debba andare di pari passo con una crescita interiore che ristabilisca la “proporzione geometrica” tra l’una cosa e l’altra? E chi ci assicura che, allargandosi sempre di più la forbice tra ciò che siamo in grado di fare o accumulare e ciò che sappiamo di noi stessi, non porti – come nelle peggiori distopie – il primo ente ad asservire prima o poi completamente il secondo? È un rischio che ci sentiamo davvero di correre? O è invece un processo già in atto? Abbiamo già creato un mondo tanto complesso e potente da non riuscire a controllarlo? da non riuscire a staccarcene? da non riuscire a rinnegarlo? Le esigenze e le “ragioni di Stato” (uno stato globale) del mondo interconnesso non rischiano di rivelarsi talmente vincolanti – e talmente confluenti in modo univoco verso il cieco desiderio di una crescita esponenziale – da potersi interpretare come una prima non prevista rozza assurda forma di Intelligenza Artificiale? Parliamo e agiamo già in parte per conto delle nostre protesi? In quest’ultimo vertiginoso caso, di chi è la voce che prova a dire “io” all’inizio del Terzo Millennio?

L'articolo Il senso della Storia per Nicola Chiaromonte – da Lev Tolstoj a Simone Weil proviene da Minima et Moralia.

]]>
https://minimaetmoralia.it/approfondimenti/il-senso-della-storia-per-nicola-chiaromonte-%e2%80%93-da-lev-tolstoj-a-simone-weil/feed/ 4