Napolitano Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/napolitano/ un blog di approfondimento culturale Sat, 22 Oct 2016 14:42:34 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=7.1 https://minimaetmoralia.it/wp-content/uploads/2025/07/cropped-cropped-309290503_464034925751050_1790831071097755281_n-32x32.jpg Napolitano Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/napolitano/ 32 32 Viva Corrado Guzzanti (che nasce poeta e va avanti così)! https://minimaetmoralia.it/interviste/zanuttini-intervista-guzzanti/ https://minimaetmoralia.it/interviste/zanuttini-intervista-guzzanti/#respond Thu, 20 Nov 2014 06:00:45 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=24378 Questa intervista di Paola Zanuttini a Corrado Guzzanti è uscita su il Venerdì di Repubblica. (Fonte immagine)

Roma. Corrado Guzzanti non ha buona fama come soggetto da intervistare: schivo, laconico, riservato. Caratteri apprezzabili sul piano umano, un po’ meno davanti a un registratore. Accingendosi all’impresa, capita di leggere negli occhi dei compagni di lavoro, e dell’ufficio stampa, un’ombra di preoccupazione, o compatimento. Addio, si va.

Inaspettatamente, stavolta sembra quasi loquace. La nuova agente dice che l’ha addomesticato, lo porta anche alle feste. Epperò c’è un problemino: non ha ancora visto il film che è il pretesto di questa intervista

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corrado_guzzantiQuesta intervista di Paola Zanuttini a Corrado Guzzanti è uscita su il Venerdì di Repubblica. (Fonte immagine)

Roma. Corrado Guzzanti non ha buona fama come soggetto da intervistare: schivo, laconico, riservato. Caratteri apprezzabili sul piano umano, un po’ meno davanti a un registratore. Accingendosi all’impresa, capita di leggere negli occhi dei compagni di lavoro, e dell’ufficio stampa, un’ombra di preoccupazione, o compatimento. Addio, si va.

Inaspettatamente, stavolta sembra quasi loquace. La nuova agente dice che l’ha addomesticato, lo porta anche alle feste. Epperò c’è un problemino: non ha ancora visto il film che è il pretesto di questa intervista, Ogni maledetto Natale, nel quale furoreggia. Mi chiede com’è: laconicamente, si può definire un antipanettone con vezzi e vizi da cinepanettone. Di sicuro successo.

Firmato da Giacomo Ciarrapico, Mattia Torre e Luca Vendruscolo, già sceneggiatori e registi di Boris, serie televisiva in qualche modo epocale frequentata episodicamente dal nostro, il film racconta le traversie di due ragazzi che, trafitti da colpo di fulmine in una Roma già piena di luminarie, vedono il loro nuovo amore minacciato dall’incombere del Natale. Ricorrenza funestissima che libera i peggiori istinti nel luogo deputato a celebrarla, la famiglia. Quella di lei è contadina, arcaica e selvaggia, quella di lui ricca sfondata, venale e nevrotica. Con un dispositivo più teatrale che cinematografico, gli attori, molti dei quali già colonne o guest star di Boris, sostengono ruoli simmetrici nelle due famiglie. Guzzanti no: in campagna è uno zio iracondo e rancoroso, mentre nei quartieri alti è l’irresistibile Benji, cameriere filippino servile, cinico, meschino, di orientamento liberal-liberista.

«Sì, è un fan pazzesco di Monti, più grande statista di tutti i tempi che però trovato tante difficoltà». Questa affermazione di Guzzanti cade nel vuoto, perché nel film non c’è traccia di Monti. «Ah, l’hanno tagliato?». A questo punto, visto che sul prodotto finito è un po’ vago, conviene parlare della lavorazione. «Ho sempre dovuto scrivermi da solo i personaggi, lavorarci sopra, ma trovo splendido recitare e basta, molto meno faticoso. Non mi dispiacerebbe fare solo l’attore: quest’anno ho girato anche un film serio, produzione americana, un remake di La piscina. Ero un maresciallo». A questo altro punto conviene precisare che Corrado Guzzanti è stato ribattezzato Oblomov, come l’indolente eroe del romanzo di Goncarov. Non ricorda chi gli ha affibbiato il soprannome.

Continuando sul film: «È stato divertente, soprattutto per chi aveva gli anticorpi di Boris, osservare l’iniziale straniamento degli attori non abituati a lavorare con tre registi, convinti peraltro di fare tre film diversi. C’era chi pensava a un film grottesco satirico e chi a una grande commedia sentimentale. Quindi erano molto diverse anche le indicazioni: Senti, qui anche di meno: il personaggio sta soffrendo, fai arrivare questo dolore. Poi arrivava l’altro: Che stai facendo? Ti avevo detto di zompare! Era come se i fratelli Coen fossero tre, e questi non sono neanche parenti, non so se la cosa agevoli».

Benji, imperturbato dal suicidio di un altro cameriere che guasta la festa ai padroni, e preoccupato solo per la riuscita del pranzo di Natale, è una partenogenesi di Ariel, il colf, sempre filippino, interpretato da Marco Marzocca, che vide la luce nel 2002 in un programma guzzantiano quasi clandestino, Il caso Scafroglia. «L’ispirazione veniva da un filippino che aveva lavorato da me: Giovedì non posso venire perché purtroppo mia figlia ha partorito in mare. Poi spuntò anche il cognato Gnol, Ariel voleva procurargli a tutti i costi il permesso di soggiorno. Ma, subito dopo averlo ottenuto, Gnol doveva tornare nelle Filippine per un’emergenza: Cognato mia sorella avuto incidente motorino e pure rubato telefonino. Quello ero io». Andatevelo a cercare su YouTube e vedrete che è identico a Benji, senza livrea.

Dato che il personaggio è politicamente molto scorretto, vanno messe in preventivo le accese rimostranze delle anime belle. Guzzanti si prepara a schivarle con lo stesso cinismo di Benji: «Se la prendano con gli autori, io l’ho solo caratterizzato un po’». A un comico serio non puoi dire che è razzista perché, se è ben fatta, la satira investe su un personaggio tanto studio e attenzione che diventa quasi amore. Lui poi non la considera razzista, come parodia. Trova invece molto ipocrita la correttezza politica, una falsa buona maniera. Dice che nella realtà sono tutti razzisti e negarlo non racconta come stanno le cose. Benji è solo un po’ troppo appiattito sul modello dei padroni: è fiero di lavorare per loro, vuole che passino un buon Natale.

E il Natale in casa Guzzanti era buono? «Mai avuto Babbo Natale. Siamo di tradizione romana befanizia e questo mi ha reso un disadattato a scuola: il 25 i miei compagni mi elencavamo al telefono i regali ricevuti, dal Meccano in giù, e io non avevo niente da dire fino al 6 gennaio. Tenendo conto che la scuola ricominciava il 7, mi restavano 24 ore per godermi i giocattoli nuovi. Però mio padre si impegnava molto sulle lettere che ci lasciava la befana: le scriveva in un romano sgrammaticatissimo: Corado ti ho comprato er pupazo ma non è quelo che volevi purtropo».

Quando i genitori si sono separati, Sabina e Corrado hanno mantenuto la tradizione con Caterina, la sorella più piccola. Che però chiedeva perché dei pacchi avevano la carta di un negozio e altri no. I fratelli arronzavano scuse, convenzioni stipulate dalla Befana con alcuni commercianti. Cabaret famigliare. Ma di teatrini ce n’erano altri. «Le gigantesche magnate. Di rigore, allora come oggi, le tartine e il risotto al salmone. Giravano anche certi liquori come lo Stock 84, arrivato in enormi confezioni regalo oggi estinte. Era un po’ una palla, c’erano zii che faticavo a riconoscere, sbagliavo i nomi, perché la nostra è una famiglia molto diasporata». Anche il presepe era una faccenda impegnativa, sfida ingegneristica fra parenti, soprattutto con lo zio Elio, futuro ministro della Sanità. E Paolo Guzzanti in veste di capofamiglia sentenziava sulla carta delle montagne o i ruscelli di stagnola. «Noi tagliavamo le casette di cartone, e le statuine erano sempre di grandezze diverse. Un’angoscia da saggio di fine anno».

Le storpiature della Befana, i nomi sbagliati degli zii, le disquisizioni surreali, o eduardiane, sul presepe e poi, non molti anni dopo, i suoi personaggi che spappolano la lingua e il discorso, producendo un caos verbale sintomatico di altre confusioni. «È un vecchio trucco, trovare neologismi e espressioni inesistenti è sempre appartenuto ai canoni della comicità. Poi l’italiano puro è ancora abbastanza artificiale. Ogni zona, anche poco distante, si crea un suo dizionario delle parole di cui c’è necessità. E gli sbagli li fanno tutti. C’è pure il laureato che mi dice sono un tuo fans, errore da  scoppola in qualsiasi lingua. A Roma si è cominciato a usare piuttosto che non in funzione avversativa, ma come sinonimo di anche. È tutto un lost in translation».

Forse piuttosto che entrerà nel lessico di uno dei suoi personaggi. Che sono di due tipi: imitazioni di figure fin troppo pubbliche, o sintesi di mille avvistamenti ed esperienze. «Quelo, per esempio, viene dall’aver avuto una sorella buddista, Sabina, che ha tentato a lungo e inutilmente di convertirmi, ma anche da un’antica fidanzata new age in fissa con La profezia di Celestino. Sono un iperateo incuriosito dalla spiritualità, infatti anche uno degli ultimi, Padre Pizarro, parla dello Ior come della cosmogonia: È la stessa cosa, ‘na partita de giro».

Guzzanti non ama riprendere i vecchi personaggi, fermi in quel tempo che va dai Novanta ai primi anni del Duemila. Ha fatto un’eccezione per Lorenzo che, da studente fallimentare e cazzarone è diventato padre di Luco, un disastro umano, l’involuzione della specie: la tragedia di una generazione, che fa molto ridere, amaramente. «Tante madri mi hanno scritto che si sono riconosciute nel dolore di Lorenzo». Non è chiaro se questa è una battuta.

Gli ultimi politici cui si è dedicato sono Tremonti e, per un attimo, Di Pietro. Un’altra epoca. È in pieno disamore per la satira politica. Dice che nei momenti di censura più cupa può offrire una lettura della realtà che altrimenti non passerebbe, ma di regola è solo una forma di intrattenimento, magari alto, da praticarsi preferibilmente nei teatri off. «Non siamo profeti, ma gente che si informa, si fa un’ idea e la esprime. Dai nostri tempi di Avanzi  o di Tunnel, è molto cambiata l’Italia e anche la satira: allora era proibita, rischiosa, ma dalla seconda fase dell’ultimo governo Berlusconi si è diffusa ovunque, sui social network, in tv. Per un politico è un titolo di onore essere satireggiato, anche violentemente. Ma io ho sempre pensato, anche quando i miei colleghi sono diventati più aspri e aggressivi, che se quelle cose le dici facendo crepare dal ridere hai vinto, se invece abbassi la parte comica per essere più caustico non fai bene il tuo lavoro. È una questione di punti di vista».

Abbastanza diverso da quello di sua sorella Sabina che, nel lontano 2003, ai tempi di Raiot  fu accusata proprio di questo. «Era un clima da guerra civile, in assoluta buona fede Sabina ha offerto un’arma per farsi dare addosso da chi non la tollerava: T’abbiamo pagato per facce ride e non ce stai a fa ride. Oggi invece c’è stata un’inversione o un’invasione di campo, sono i giornalisti che vogliano facce ride. E io che sto diventando anzianotto mi irrito: prima raccontami cosa ha detto Napolitano ai giudici e poi fai le tue battute».

Il Renzi di Maurizio Crozza lo diverte molto, però gli piacerebbe un po’ meno scemotto e più minaccioso. E teme che non serva più tanto: «La parte comunicativa di Renzi contiene già la sua autosatira, non fa niente per nascondere quella sua parte di linguaggio che ci ricorda Berlusconi. Sarebbe più curioso che qualcuno andasse a indagare su quel che ha scritto De Bortoli dei suoi rapporti con la massoneria».

L’anno prossimo saranno 50. Ai nostri tempi l’ha detto più volte. Nostri  indica il gruppone giovinastro e scanzonato di Avanzi,  pure quello diasporato. E tempi  una storia d’Italia finita. Guzzanti non ha mai fatto mistero delle sue melanconie: come se la passano in questa fase? «Loro benissimo, io un po’ meno. Ma ho imparato a conviverci, sono molto utili per scrivere, a volte producono delle vere perle».

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Disintossichiamo il 25 aprile! Alcune riflessioni sulle commemorazioni oltre le identità https://minimaetmoralia.it/interventi/riflessioni-sulle-commemorazioni-oltre-le-identita/ https://minimaetmoralia.it/interventi/riflessioni-sulle-commemorazioni-oltre-le-identita/#comments Sun, 04 May 2014 14:30:17 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=20497 di Giovanni Pietrangeli

Per l’ennesima volta in pochi anni, le celebrazioni del 25 aprile a Roma e Milano si sono svolte in un clima di forte tensione tra le anime che componevano le piazze. A Roma, in particolare, l’annunciata e consueta presenza di uno spezzone per la Palestina, composto per lo più da attivisti delle reti italiane di solidarietà, si è trasformata in un casus belli con un folto gruppo di appartenenti alla Comunità ebraica romana. Una presenza, quella degli ebrei romani, naturalmente costante nelle celebrazioni della Liberazione, ma questa volta insolitamente nutrita e “militante”. Il risultato è stata una piazza spaccata e litigiosa, con un primo tentativo da parte degli ebrei romani di allontanare le bandiere palestinesi, scambi di insulti, reciproche accuse di “fascismo” e lo schieramento di agenti in tenuta antisommossa. Non si tratta di invocare una surreale pacificazione della memoria della Liberazione, né di augurarsi un clima di “larghe intese” anche nei cortei antifascisti, tuttavia la misura delle narrazioni tossiche sul tema dell’antifascismo e della memoria della Resistenza partigiana e della Seconda guerra mondiale è davvero colma e le piazze romane del 25 aprile negli ultimi anni ne sono un triste riflesso.

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di Giovanni Pietrangeli

Per l’ennesima volta in pochi anni, le celebrazioni del 25 aprile a Roma e Milano si sono svolte in un clima di forte tensione tra le anime che componevano le piazze. A Roma, in particolare, l’annunciata e consueta presenza di uno spezzone per la Palestina, composto per lo più da attivisti delle reti italiane di solidarietà, si è trasformata in un casus belli con un folto gruppo di appartenenti alla Comunità ebraica romana. Una presenza, quella degli ebrei romani, naturalmente costante nelle celebrazioni della Liberazione, ma questa volta insolitamente nutrita e “militante”. Il risultato è stata una piazza spaccata e litigiosa, con un primo tentativo da parte degli ebrei romani di allontanare le bandiere palestinesi, scambi di insulti, reciproche accuse di “fascismo” e lo schieramento di agenti in tenuta antisommossa. Non si tratta di invocare una surreale pacificazione della memoria della Liberazione, né di augurarsi un clima di “larghe intese” anche nei cortei antifascisti, tuttavia la misura delle narrazioni tossiche sul tema dell’antifascismo e della memoria della Resistenza partigiana e della Seconda guerra mondiale è davvero colma e le piazze romane del 25 aprile negli ultimi anni ne sono un triste riflesso.

Partendo dai fatti in questione, salta all’occhio l’evidente uso politico che si fa del 25 aprile sia da parte del mondo dell’ebraismo “politico” sia da quella dei circuiti internazionalisti e solidali con la causa palestinese. Da una parte, la rivendicazione della partecipazione della Brigata ebraica in qualche maniera riprende il tema dell’autodifesa di fronte alla tradizione antigiudaica europea, supera la retorica della “vittima” e in qualche maniera si collega ad un lungo dibattito che ha sia prodotto importanti mitopoiesi di resistenza antifascista (il comandante Edelman e il ghetto di Varsavia, la rivolta di Treblinka, gli scontri contro i militanti missini e la storica “calata” del 1992 nella sede di Movimento Politico da parte degli ebrei romani, l’attuale attivismo “antifa” degli ultras dell’Ajax di Amsterdam nei confronti di tifoserie e gruppi neonazisti).

Lo stesso tema dell’autodifesa è tuttavia utilizzato anche in chiave militarista e identitario: legittima la centralità di Tsahal tra le istituzioni di Israele, l’importanza della leva per il riconoscimento dei diritti civili, giustifica l’esercizio della forza anche contro gli attivisti della sinistra internazionalista quando prendono posizione sulla questione mediorientale. In parte rappresenta la declinazione attualizzata delle critiche che Hannah Arendt muoveva alle ragioni del processo Eichmann e al ruolo che giocarono Gideon Hausner e David Ben Gurion nella sua organizzazione. Una narrazione tossica, una delle tante del 25 aprile, che alza steccati e alimenta una sindrome di accerchiamento sia da parte di Israele, ma ancor di più da parte delle comunità ebraiche, già ridottissime di numero in Italia, a parte Roma e Milano. Sull’uso “politico” dell’immaginario dell’autodifesa ebraica tra l’altro è uscito un importante contributo di Gad Lerner, che va letto, come vanno letti i commenti che lo accompagnano per tracciare una mappa della complessità del mondo ebraico italiano. L’importanza di quel contributo è anche in questo: una voce dall’”interno” è in grado di suscitare un dibattito altrimenti difficile da animare da fuori.

Come attivista antifascista credo che l’autodifesa sia un valore fortissimo, specialmente se serve a prevenire e bilanciare il riaffacciarsi di una minaccia neofascista, estremamente concreta nell’Europa della crisi. Tuttavia è anche fondamentale che si identifichi la reale minaccia. Le “teorie del complotto”, che indicano nell’ebraismo la base culturale del capitalismo predatorio e le responsabilità del declino economico dell’Occidente sono oggi estremamente popolari grazie anche alla pubblicità che ne fanno figure non necessariamente provenienti dall’estrema destra. La Francia in questo è un vero e proprio laboratorio: le tante polarizzazioni della meticcia società transalpina hanno visto emergere un composito schieramento “antisionista” intorno alle figure del comico franco-senegalese Dieudonnè e del suo sodale, lui sì dichiaratamente fascista, Alain Soral. Quest’ultimo è stato definito “piccolo commerciante di odio” per la capacità dimostrata nel costruire intorno alla sua figura un vero e proprio business, basato sulla vendita di libri, video e perfino “kit” di sopravvivenza al “declino”. Dopo anni di controversi spettacoli teatrali e provocazioni mediatiche, Dieudonnè è diventato un caso mainstream anche qui in Italia, grazie anche al reportage che la rivista Internazionale ha pubblicato nel gennaio 2014.

Uno degli argomenti prediletti dai sostenitori di Dieudonnè è quello della libertà di espressione rispetto al tema della Shoah, banalizzato come dogma, necessario di una relativizzazione di fronte alle tante “violenze di massa” del Novecento. Ovviamente Nakba in testa. Faccio mia l’utile contributo di Enzo Traverso sull’unicità della Shoah come «tragico crocevia, frutto di un’eccezionale costellazione storica nella quale convergevano tradizioni coloniali, nazionalismo pangermanista, razzismo antislavo, antisemitismo, epurazioni etnico, eugenismo, anticomunismo e anti-Illuminismo» (Traverso, 2012) e considero una scelta profondamente autolesionista quella di buona parte della sinistra anticapitalista di utilizzare la narrazione tossica che relativizza la Shoah nel confronto con le tante “guerre ai civili” del passato e del presente.

La radicalizzazione di argomentazioni che rivendicano la libertà di critica all’uso pubblico della memoria dell’Olocausto, questione delicata ed effettivamente ancora in corso di elaborazione tanto nel mondo politico che in quello accademico, ha portato ad una vera e propria crisi nelle relazioni tra la sinistra e l’ebraismo “politico”, anche con quello di orientamento meno identitario. Ed è in questa crisi che si alimentano, nel peggiore dei casi, tendenze rosso-brune, ovvero spazi politici liminali tra sinistra internazionalista e neofascismo, secondo il principio “il nemico del mio nemico è mio amico”. È il caso del paradossale sostegno che esponenti del fu PdCI, di Casapound, organizzazioni dell’estrema destra francese e sostenitori del network Freedom Flotilla stanno concretamente dando a Bashar Assad e al regime siriano. Ma anche nel migliore dei casi, ovvero quando con il sostegno alla causa palestinese si rivendica l’opposizione alle pratiche di occupazione militare e segregazione da parte delle istituzioni israeliane, l’accostamento provocatorio tra la Shoah e la Nakba, tra Israele e il Terzo Reich, non fa altro che esacerbare le tensioni che corrono a livello internazionale tra le comunità ebraiche e il mondo arabo. Non si lavora quindi per una possibile e salutare ricomposizione delle forze antifasciste e antirazziste che si oppongano al tracimare globale delle pulsioni identitarie e tradizionaliste.

Infine, non possiamo non considerare le narrazioni tossiche che hanno portato le celebrazioni del 25 aprile a utilizzare una retorica patriottarda e assolutamente controproducente per il consolidamento di una memoria resistenziale e antifascista. Il caso dell’anno lo ha creato il presidente Napolitano, includendo nel suo discorso un invito alla liberazione dei due soldati italiani ancora trattenuti in India per l’ omicidio di due pescatori nel 2012: «I nostri marò, ingiustamente trattenuti troppo a lungo lontano dalla Patria, fanno onore all’Italia». Senza entrare nel merito della vicenda, l’appello lanciato in questa occasione non solo non mi sembra abbia la benché minima assonanza con il coraggio dimostrato da quanti, civili e militari, si ribellarono alle leve forzate, alla repressione del dissenso e alla persecuzione di ebrei, omosessuali e oppositori politici. Inoltre appiattisce la festa della Liberazione su una ragion di stato in questo caso maldestramente sovrapposta ad una retorica colonialista e velatamente razzista, secondo la quale il governo indiano, in quanto non occidentale, non garantirebbe un processo equo a due cittadini italiani, per altro coinvolti in un triste caso di sussunzione di istituzioni pubbliche agli interessi di mercato privati.

Non è però la prima volta che il 25 aprile viene utilizzato come ribalta per personaggi e temi antitetici a quelli della Resistenza: nel 2010 Renata Polverini, all’epoca governatrice del Lazio a capo di una coalizione di destra, proveniente dal sindacalismo post-missino, vicina agli ambienti più nostalgici e squadristi della curva della Lazio, appoggiata da Casapound attraverso il consigliere regionale Luca Malcotti, venne duramente e giustamente contestata con lanci di uova e fischi. In quell’occasione la presa di posizione dell’Anpi in favore della partecipazione di Renata Polverini, in quanto rappresentante istituzionale, sancì nuovamente una rottura tra la piazza di Piramide e la Rete antifascista metropolitana che dal 2007, sulla scia dell’emergente squadrismo neonazista a Roma e dell’omicidio di Renato Biagetti, aveva riportato migliaia di persone, per lo più giovani, in una piazza sempre più ingessata dalla monumentalizzazione della resistenza e dalla retorica dei partiti del centrosinistra, per altro spesso promotori di iniziative di pacificazione della memoria del fascismo, della Rsi e dello stragismo postbellico.

Il rinnovato abbandono della piazza di Piramide da parte dei nuovi antifascisti, spesso attivisti delle lotte sociali della città di Roma, ha riportato la piazza a confrontarsi con le tante contraddizioni che la animano, lasciando che gli identitarismi, le amnesie e le rimozioni si contendano la ribalta, ignorando il pericolo del montare delle organizzazioni neonaziste in Europa e in Italia.

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“Si ma allora, come si fa? Possiamo mica prenderli tutti qui, no?” https://minimaetmoralia.it/interventi/lampedusa/ https://minimaetmoralia.it/interventi/lampedusa/#comments Mon, 07 Oct 2013 09:32:42 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=15718 Riprendiamo un intervento di Andrea Segre apparso sul suo blog.

Leggo nel Corriere della Sera di oggi l'articolo sui "miliziani dei barconi" di Fiorenza Sarzanini: "Tantissimi [potenziali migranti] vengono "avvicinati" dai trafficanti, pronti a tutto pur di avere "merce" umana da imbarcare, che li convincono a seguirli. " E ancora, qualche riga dopo: "Altre migliaia di stranieri aspettano di intraprendere lo stesso viaggio. Merce umana inconsapevole del reale pericolo di essere mandati a morire, o forse pronti a tutto pur di cercare un'altra vita."

Sono frasi che si rifanno con coerenza ad un punto di vista che si è talmente consolidato nell'opinione pubblica europea, da non permetterci più di capire perché sia stato creato e quali posizioni di politica internazionale sostenga. Un punto di vista che trionfa nella stragrande maggioranza dei giornali e dei commenti di oggi dopo la tragedia di Lampedusa e che può essere sintetizzato con le seguenti parole d'ordine: "La tratta di esseri umani nelle acque del Mediterraneo è un crimine contro l'umanità che va fermato con tutti i mezzi e l'Europa non ci può lasciare da soli". Sono parole che potrebbero essere pronunciate da personalità politiche o morali di qualsiasi schieramento e appartenenza.

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Riprendiamo un intervento di Andrea Segre apparso sul suo blog.

di Andrea Segre

Leggo nel Corriere della Sera di oggi l’articolo sui “miliziani dei barconi” di Fiorenza Sarzanini: “Tantissimi [potenziali migranti] vengono “avvicinati” dai trafficanti, pronti a tutto pur di avere “merce” umana da imbarcare, che li convincono a seguirli. ” E ancora, qualche riga dopo: “Altre migliaia di stranieri aspettano di intraprendere lo stesso viaggio. Merce umana inconsapevole del reale pericolo di essere mandati a morire, o forse pronti a tutto pur di cercare un’altra vita.”

Sono frasi che si rifanno con coerenza ad un punto di vista che si è talmente consolidato nell’opinione pubblica europea, da non permetterci più di capire perché sia stato creato e quali posizioni di politica internazionale sostenga. Un punto di vista che trionfa nella stragrande maggioranza dei giornali e dei commenti di oggi dopo la tragedia di Lampedusa e che può essere sintetizzato con le seguenti parole d’ordine: “La tratta di esseri umani nelle acque del Mediterraneo è un crimine contro l’umanità che va fermato con tutti i mezzi e l’Europa non ci può lasciare da soli”. Sono parole che potrebbero essere pronunciate da personalità politiche o morali di qualsiasi schieramento e appartenenza.

Ebbene a mio avviso questa frase è fuorviante e scorretta e conduce a strategie politiche ed operazioni militari incapaci di affrontare il fenomeno migratorio, mettendo davvero al centro la dignità e la vita degli esseri umani che emigrano.

Da almeno quindici anni i Paesi Europei, sia singolarmente che insieme, sviluppano, con plauso di tutte le forze politiche, “misure di contrasto all’immigrazione clandestina e alle organizzazioni criminali che la controllano” e da almeno quindici anni il numero di vittime continua a crescere. Come mai?

Il motivo è per me semplice e quasi banale.

Il problema sta nel fatto che esistono persone al mondo che hanno necessità di viaggiare, o per salvarsi la pelle o per cercare una vita migliore, ma non hanno il diritto di farlo perché altre persone, la cui pelle e la cui vita sono tendenzialmente molto più al sicuro della loro, hanno deciso di negarglielo. Queste persone non stanno ferme a casa a rispettare l’ordine di quelli che stanno bene. Cercano di raggiungere le terre dove stanno quelli che vorrebbero impedirglielo. E siccome in mezzo al viaggio trovano ostacoli naturali e soprattutto militari (le operazioni di contrasto all’immigrazione clandestina di cui sopra) allora si fanno aiutare da gente che dà a loro qualche sgangherato e pericoloso mezzo per superare quegli ostacoli e che per farlo si fa pagare caro puntando sulla loro disperazione e sulla corruttibilità di buona parte degli operatori coinvolti nei controlli delle frontiere.

Attraversare mare, deserto, steppe, montagne per noi europei costa 5-10-20 volte di meno che per migranti non europei: perché per noi è legale quindi sicuro, per loro no quindi insicuro.

Se davvero vogliamo salvare la pelle delle persone che hanno necessità di viaggiare, la prima cosa da fare è garantire loro il diritto di poterlo fare in modo sicuro e umano. Invece siccome questo non lo vogliamo fare, allora facciamo finta di occuparci di loro attaccando i trafficanti e la loro disumanità.

I trafficanti di esseri umani esistono, ma sono quelli che reclutano a forza altri esseri umani per venderli contro la loro volontà. Coloro che lucrano sui migranti per farli attraversare le frontiere che i migranti stessi vogliono attraversare sono, per usare un termine caro alla democrazia italiana, “utilizzatori finali” del sistema di frontiere e muri che l’Europa ha creato intorno alla sua fortezza.

Il termine “merce umana” utilizzato dalla Sarzanini è corretto solo se diamo per scontato il punto di vista europeo, cioè di chi continua a volere il consolidamento della Fortezza facendo finta che tale strategia non produca vittime e tragedie. I migranti sono “merce umana” sì, ma creata dalle nostre politiche e poi utilizzata da chi sfrutta l’occasione per fare business. Cambiando punto di vista i migranti sono invece persone a cui è stato negato un diritto fondamentale non per una loro colpa, ma per una discriminazione su pura base etnica, in base cioè a dove il destino li ha fatti nascere.

Il Presidente Napolitano ha chiesto ieri, e tutti si sono accodati, di rafforzare Frontex, l’agenzia europea che dovrebbe coordinare gli interventi degli Stati Membri nel controllo delle frontiere esterne e che gestisce varie operazioni marittime, terrestri e aeree per fermare le entrate dei migranti illegali. Bene, caro Presidente, se rafforziamo Frontex e la strategia che Frontex rappresenta, noi otterremo due immediati risultati: l’aumento delle vittime tra coloro che chiedono protezione e l’aumento dei costi dei viaggi illegali e quindi dei ricavi per coloro che li gestiscono. Poi però potremo presentare meravigliosi report in cui ci vanteremo di aver ridotto gli sbarchi e gli arrivi illegali nel territorio europeo. Ma ci siamo mai chiesti una cosa semplicissima: quando si riducono gli arrivi illegali nel territorio europeo dove finiscono le persone che abbiamo fermato e respinto? Pensiamo davvero che tornano a casa e rinunciano al viaggio perché hanno scoperto che è illegale? No, si rimettono in viaggio, se riescono a sopravvivere alle prigioni e alle torture dei Paesi extra-europei (Libia, Tunisia, Egitto,Turchia, Ucraina, Bielorussia e altri) a cui le nostre polizie li affidano, pagando salatamente il servizio.

Si ma allora? Come si fa?

Si spostano i finanziamenti dal contrasto all’immigrazione illegale alla creazione di canali di emigrazione legale.

Si creano servizi e agenzie che danno informazioni su come e dove emigrare o su come e dove fuggire.

Ma così vengono tutti qui?

Non è vero.

La maggior parte di chi deve scappare da regimi e guerre, cerca rifugio vicino casa per sperare di tornarci quando le guerre finiscono o i regimi cadono.

Altri, i 20-30enni. cercano di andare più lontano per mandare soldi alle famiglie che intanto aspettano vicino a casa. E quelli vanno aiutati.

Chi invece si muove per motivi economici se sa che un tot possono farlo legalmente si organizzerà per mandare quel tot e ricavare guadagno dalla loro emigrazione attraverso le loro rimesse.

Ma per rendere ciò possibile bisogna costruire sistemi di informazione e di organizzazione delle vie legali di emigrazione: aprire uffici ad hoc, usare mediatori culturali e comunitari, finanziare le agenzie UN preposte a ciò, utilizzare le sedi diplomatiche per questi scopi e altro ancora. E dove si trovano i soldi? Beh da quelli che possiamo risparmiare riducendo le follie e smantellando le inefficienze del sistema securitario fatto di operazioni di respingimento, di rimpatrio forzato, di espulsione, di detenzione e simili.

È una direzione rivoluzionaria e complessa, ma che è l’unica che può permetterci di non essere ipocriti quando ci scandalizziamo per le tragedie e quando diciamo di voler rispettare le vite e la dignità dei migranti.

Altrimenti l’unica cosa che ci rimarrà è la vergogna.

A noi la scelta.

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Discorsi alla nazione in crisi d’identità. L’ultimo spettacolo di Ascanio Celestini https://minimaetmoralia.it/teatro/discorsi-alla-nazione-ascanio-celestini/ https://minimaetmoralia.it/teatro/discorsi-alla-nazione-ascanio-celestini/#respond Mon, 27 May 2013 09:05:16 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=14421 Un aspirante tiranno che esorta i cittadini ad eleggerlo “democraticamente”, una nazione immaginaria sprofondata in una guerra civile a cui corrisponde una pioggia senza fine, un condominio abitato da persone sprofondate in iperboliche solitudini, che hanno più a che vedere con la disgregazione sociale che con una condizione esclusivamente intima. Con «Discorsi alla nazione» Ascanio Celestini si smarca dalla sua classica cifra affabulatoria per costruire uno spettacolo dal respiro differente rispetto ai suoi precedenti lavori, che è in grado di materializzare pezzo dopo pezzo una sorta di distopia orwelliana, un futuro prossimo che potrebbe essere il nostro sen non fosse per alcune “interferenze” di carattere surreale (o, forse, proprio a causa di esse). Ma nonostante questo cambio di passo abbia in parte spiazzato una fetta del pubblico che ha assistito allo spettacolo al Teatro Palladium di Roma, che si aspettava forse una formula collaudata e rassicurante, questo “studio” può a ragione definirsi un esperimento riuscito, che conferma le grandi doti autoriali di Celestini, al di là del classico schema del cosiddetto “teatro di narrazione”, o degli sketch televisivi, che lo hanno fatto conoscere al grande pubblico.

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ascaniocelestini

Un aspirante tiranno che esorta i cittadini ad eleggerlo “democraticamente”, una nazione immaginaria sprofondata in una guerra civile a cui corrisponde una pioggia senza fine, un condominio abitato da persone sprofondate in iperboliche solitudini, che hanno più a che vedere con la disgregazione sociale che con una condizione esclusivamente intima. Con «Discorsi alla nazione» Ascanio Celestini si smarca dalla sua classica cifra affabulatoria per costruire uno spettacolo dal respiro differente rispetto ai suoi precedenti lavori, che è in grado di materializzare pezzo dopo pezzo una sorta di distopia orwelliana, un futuro prossimo che potrebbe essere il nostro sen non fosse per alcune “interferenze” di carattere surreale (o, forse, proprio a causa di esse). Ma nonostante questo cambio di passo abbia in parte spiazzato una fetta del pubblico che ha assistito allo spettacolo al Teatro Palladium di Roma, che si aspettava forse una formula collaudata e rassicurante, questo “studio” può a ragione definirsi un esperimento riuscito, che conferma le grandi doti autoriali di Celestini, al di là del classico schema del cosiddetto “teatro di narrazione”, o degli sketch televisivi, che lo hanno fatto conoscere al grande pubblico.

Celestini, invece, è proprio dalla cosiddetta “scena di ricerca” che proviene (il periodo dei suoi esordi, meno noto al pubblico, è costellato di collaborazioni con alcuni dei principali nomi della scena contemporanea come Gaetano Ventriglia, Roberto Latini, Michele Sinisi). In questo nuovo lavoro sembra quasi voler citare questa origine, sia attraverso di una scenografia più elaborata, fatta di luci dal sapore più futuribile – per altro in tema con lo spettacolo – sia citando a inizio spettacolo il Palladium come uno dei luoghi del teatro e della danza sperimentali, “dove non si capisce proprio tutto”, a parziale giustificazione del fatto che lui stesso stesse presentando uno studio e non uno spettacolo completo.

Ecco già dall’inizio un cambio di passo: Celestini esce sul palco in modo informale – a dire il vero lo si poteva già intravedere accanto nel foyer accanto alla maschera che strappava i biglietti – e parla direttamente agli spettatori per spiegare il senso dell’operazione. Sembra un cappello introduttivo, forse di fatto lo è, ma siamo anche già all’interno dello spettacolo. Lo capiamo solo verso la fine del suo discorso, introdotto dalle registrazioni audio dei discorsi politici di tanti potenti della storia – Mao, Kennedy, Craxi, Bush, Khomeyni, Berlusconi, ma anche un Andreotti scomparso di fresco – che accolgono il pubblico che si accomoda in sala come un tappeto sonoro. Lo capiamo solo alla fine perché Celestini divaga: dalla forma dello spettacolo passa a parlare della situazione politica frammentata e dei valori di sinistra, altrettanto in pezzi. “Io sono di sinistra…” è l’esodio di molte sue riflessioni, che però poi scivolano volontariamente sul peggior razzismo da senso comune. Io sono di sinistra, lo so che la Costituzione italiana ripudia la guerra, ma se tutto il mondo fa la guerra a Gheddafi che facciamo, noi non ci andiamo? Io sono di sinistra, ma in fondo quel Gheddafi è vero che ci ha fermato un po’ di africani che sennò ci stava l’invasione. Io sono di sinistra, ma però me ne frego…

Quella di Celestini è un’affilata analisi del linguaggio politico, quello quotidiano e quello dei personaggi pubblici (sempre infettato di quotidianità, di cori da stadio e chiacchiere da bar, nell’Italia berlusconiana e post-berlusconiana). E il meccanismo che adotta è quello dell’identificazione: esordisce con considerazioni e giudizi che ci trovano d’accordo – a “noi”, il pubblico del teatro, mediamente “di sinistra” – per poi condurre quelle stesse considerazioni e quegli stessi giudizi, attraverso il luogo comune, verso una spirale xenofoba, liberista, qualunquista o comunque ispirata all’egoismo sociale. Un rispecchiarsi che diventa drammaticamente un rispecchiarsi nel radicalmente “altro da me”, tratteggiando non solo una geografia di valori politici allo sfascio, ma anche una profonda crisi di identità collettiva e individuale (di cui il Partito Democratico ha dato lampante prova durante la rielezione del Capo dello Stato, Napolitano, finendo per questo quasi in frantumi).

Questo stesso meccanismo, questa stessa analisi del linguaggio, lo ritroviamo anche del corpo centrale dello spettacolo, dove però prevale un altro registro: l’interpretazione. Si tratta di quattro monologhi, in cui Celestini dà vita e voce ad altrettanti personaggi, tutti abitanti di un ipotetico condominio. È lì, in questo agglomerato di solitudini, in questa convivenza a-relazionale di individualismi costretti in un identico luogo, che prende forma il mondo distopico sull’orlo del collasso e invischiato in una guerra civile di cui si parlava prima. Anche in questi monologhi troviamo elementi di possibile identificazione col nostro mondo e col nostro pensiero più elementare, per poi vederli entrambi avvilupparsi in una spirale grottesca e iperbolica, dove è possibile ad esempio che una persona decida di vivere sempre con la pistola in tasca come in un surreale far west. L’unico dialogo, in questa foresta di solipsismi, è quello tra una condomina (qui riconosciamo la voce di Veronica Cruciani, altra storica collaboratrice di Celestini) e il portiere che si rifiuta di spostare un cadavere che ostruisce l’ingresso del palazzo. Si tratta però di una registrazione, come un’eco, una conversazione origliata o forse intercettata, che si intramezza tra un monologo e l’altro.

Chiude il cerchio il discorso del tiranno che chiede al popolo di farsi eleggere. L’uomo forte che è la soluzione di tutti i mali – o almeno a quello della guerra civile, che in effetti giunge a una sua conclusione. Ma a quale prezzo? Quello di vivere in modo gregario e massificato o, per dirla con la potente metafora usata dal novello tiranno, fare come fanno i pesci piccoli che non saranno mai in grado di mangiare il pesce grande: “L’unica possibilità di sopravvivere per un pesce piccolo è diventare parassita del pesce grande, mangiare gli avanzi del suo pasto e in cambio spidocchiargli la pinna”. È in questo discorso di chiusura in cui arringa direttamente il pubblico che ritroviamo il Celestini più coriaceo e ironico, quello in parte sperimentato nei siparietti televisivi a cui questo spettacolo deve molto, che in chiusura di discorso – un una sovrapposizione che si fa allucinatoria tra la folla di cittadini-sudditi a cui si rivolge il tiranno e la platea di spettatori venuti ad assistere allo spettacolo – strappa un sonoro, fragoroso applauso.

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(Pro)Fumo negli occhi https://minimaetmoralia.it/interventi/profumo-negli-occhi/ https://minimaetmoralia.it/interventi/profumo-negli-occhi/#comments Mon, 24 Sep 2012 09:17:59 +0000 http://www.minimaetmoralia.it/?p=9579 Ospitiamo un intervento di Elisabetta Marino, insegnante di Palermo, uscito su La tecnica della scuola.

di Elisabetta Marino

Non c’è Governo che abbia perso l’occasione di intervenire sulla scuola pubblica, considerata, insieme alla sanità, il bacino naturale a cui attingere risorse in tempi di crisi economica: la disinvoltura con cui viene realizzata quest’operazione dà la misura della scarsa considerazione in cui è tenuta l’istruzione in Italia. Il disegno è chiaro ormai da tempo: smantellare la scuola pubblica con tutti i mezzi possibili, avendo l’accortezza di dissimulare questa intenzione con proclami demagogici che, in tempi di disinformazione e assopimento dello spirito critico, incontrano l’adesione fiduciosa dei più.

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Ospitiamo un intervento di Elisabetta Marino, insegnante di Palermo, uscito su La tecnica della scuola.

di Elisabetta Marino

Non c’è Governo che abbia perso l’occasione di intervenire sulla scuola pubblica, considerata, insieme alla sanità, il bacino naturale a cui attingere risorse in tempi di crisi economica: la disinvoltura con cui viene realizzata quest’operazione dà la misura della scarsa considerazione in cui è tenuta l’istruzione in Italia. Il disegno è chiaro ormai da tempo: smantellare la scuola pubblica con tutti i mezzi possibili, avendo l’accortezza di dissimulare questa intenzione con proclami demagogici che, in tempi di disinformazione e assopimento dello spirito critico, incontrano l’adesione fiduciosa dei più.

Questo l’obiettivo della riforma Gelmini, che ha operato tagli chirurgici alle risorse umane e materiali della scuola pubblica, impoverito l’offerta formativa, radicalizzato il processo di aziendalizzazione della scuola avviato già da tempo.

Inutile aspettarsi dal ministro Profumo un segnale di discontinuità: certo, per la sua storia personale, il “tecnico” Profumo risulta più credibile del “politico” Gelmini nelle vesti di ministro (chi non lo sarebbe?). E poi fa parte del governo dei “professori”, i “saggi” “unti” dal pater patriae Napolitano per salvare l’Italia da sicura rovina. Agitando lo spettro della crisi, Monti e i suoi sono riusciti a fare accettare alle fasce più deboli della popolazione una progressiva perdita di diritti e di garanzie: noi cittadini, declassati a sudditi, dovremmo accettare qualunque provvedimento, anche il più iniquo, come male necessario per evitare un male più grande.

La scuola non poteva essere esclusa da quest’opera di “risanamento”: il ministro Profumo ha agito in continuità con il suo predecessore, mantenendo l’impianto della riforma e le sue conseguenze in termini di tagli, precarizzazione del lavoro, impoverimento dell’offerta formativa, negazione dei diritti degli studenti e dei lavoratori.

Ma perché limitarsi ad essere ricordato come epigono della Gelmini? Perché non osare là dove non si era spinta neppure lei (o chi per lei)? Perché non passare alla storia come il ministro che ha “selezionato” e “svecchiato” la classe docente?

La sfida è allettante perché cavalca due concetti ad alto potenziale propagandistico e demagogico: da una parte sembra soddisfare la sete di “merito” dell’opinione pubblica, che per il resto pare rassegnata ad avere governanti mediocri (e per la sua colpevole rassegnazione dimostra di meritarli!); dall’altra riprende il mito del “giovanilismo”, invocato periodicamente e pretestuosamente dai governi più reazionari che, al grido di “largo ai giovani!”, mettono in atto politiche di segno opposto e stroncano le prospettive di inserimento dei più giovani nel mondo del lavoro, mortificando i loro percorsi di studio e le loro intelligenze.

Quale la formula magica che, secondo il ministro, combinerebbe “giovinezza” e “merito”? Il concorso a cattedra! Un ritorno al passato che non convince per vari motivi, una scelta propagandistica, disonesta negli intenti e nelle strategie di comunicazione usate per dissimulare gli stessi.

La prima, evidente anomalia riguarda i destinatari del concorso: non i giovani laureati, non ancora in possesso di abilitazione, ma i vecchi laureati, in gran parte abilitati tramite Siss. Il gruppo, in realtà, è eterogeneo, perché comprende anche coloro che hanno acquisito l’abilitazione tramite altri canali, in virtù del servizio prestato, nonché i laureati fino al 2001-2002 non ancora in possesso di abilitazione. (Riconosco la partigianeria del distinguo ma, concedetemelo, aver fatto la Siss è un’esperienza che lascia il segno!) Tutti, comunque, accomunati dalla mancanza del requisito anagrafico: non c’è nessun “giovane” tra i candidati al concorso dell’era Profumo. E per “giovane” si intende nessuno sotto i trent’anni. Sì, perché l’esser giovani in questo strano Paese ha parametri variabili, che dipendono dall’ambito, dall’opportunità del momento, dagli interessi in gioco.

Nella fascia di età compresa fra i trenta e i quarant’anni si è “troppo” giovani per pretendere la stabilità del posto fisso, che i colleghi più anziani, dandoci degli sprovveduti e dei pretenziosi, ci rammentano continuamente di aver conquistato dopo una lunga gavetta (sic!); si è “ancora” giovani per dirsi stanchi e rassegnati dopo appena sette (dieci, quindici) anni di precariato; si è giovani e intemperanti quando si osa contraddire un dirigente scolastico; si è giovani e inaffidabili quando ci si reca presso una banca per tentare di ottenere un mutuo. Insomma, la generazione di “mezzo” è giovane quando rivendica il riconoscimento di un percorso, quando avverte come irraggiungibile la meta della stabilità, quando esprime un pensiero divergente, quando aspira ad un minimo di progettualità.

Gli stessi soggetti diventano “vecchi” al confronto con i neolaureati, al punto che nel parlare di svecchiamento della scuola i referenti in negativo sono proprio i “precari storici”. E poco importa che siano serviti finora come bacino di reclutamento per occupare cattedre destinate a rimanere eternamente vacanti per convenienza economica, ma anche per quel disegno politico, ormai fin troppo chiaro, che mira alla precarizzazione del lavoro in ogni campo: i lavoratori sono destinati ad una precarietà ontologica, una condizione irreversibile, da interiorizzare e da accettare come dogma di fede.

Quanto sia pretestuoso, demagogico e in malafede il motivo del merito lo dimostra il fatto che, e qui è d’obbligo il distinguo, chi si è abilitato tramite Siss ha dimostrato di possedere gli stessi requisiti di merito che ora vengono messi in discussione: lo ha fatto superando le prove (scritte e orali) di accesso alla Scuola di specializzazione, sostenendo una ventina di esami in itinere e un esame finale (anch’esso scritto e orale) con valore concorsuale.

Che le parole in questo strano Paese abbiano perso il loro significato?

In realtà, sembrano avere acquistato una polisemia preoccupante, che non è il segno di una naturale evoluzione della lingua, ma è il risultato di una subdola manipolazione, di un uso strumentale e mistificatorio delle parole, di un perverso corto circuito che ha fatto saltare il rapporto tra significanti e significati: in Italia si può affermare impunemente di bandire un concorso dopo 13 anni di vuoto (?) quando, nel frattempo, gli aspiranti insegnanti conseguivano l’abilitazione al termine di un percorso biennale, coronato da un Esame di Stato con valore concorsuale; si può affermare di voler svecchiare la scuola precludendo l’accesso al concorso ai neolaureati e, contraddizione somma, innalzando l’età pensionabile, con il risultato di allungare l’agonia lavorativa di docenti ormai stanchi e demotivati.

Manipolare le parole significa mistificare la realtà. In quest’operazione il governo Monti non è secondo al governo Berlusconi, da cui si distingue solo per una parvenza di serietà e di rigore. Questa volta gli organi di informazione che si sono guadagnati la fama di essere contro il regime berlusconiano conducono una campagna smaccatamente filogovernativa: gli articoli che hanno annunciato il concorso su La Repubblica, Il Corriere della Sera e altri quotidiani sono stati scritti con superficialità, partigianeria, malafede, cognizione scarsa o nulla della situazione della scuola pubblica, nessun rispetto né attenzione per le ragioni di chi protesta. La campagna di disinformazione ha sortito i suoi effetti: chi è esterno al mondo della scuola (e non solo…!) crede alla favola dell’opportunità e stigmatizza i presunti beneficiari del concorso come ingrati.

Il concorso a cattedra è una truffa di Stato! È uno degli innumerevoli esempi della relatività del concetto di regola in Italia: le regole hanno una durata pari a quelle dei governi che le hanno volute o degli interessi che le hanno determinate. Scadute queste condizioni e subentrati nuovi interessi, le regole cambiano, e poco importa se a ciò consegue la negazione di diritti precedentemente acquisiti.

Due cose in questo momento mi riempiono di indignazione. Innanzitutto la deduzione ovvia e offensiva che si può trarre dalla dichiarazione di intenti del ministro: se il concorso porterà (verbo al futuro) in cattedra i giovani e meritevoli, la generazione a cui appartengo non ha, evidentemente, nessuno di questi requisiti. Stiamo invecchiando, è vero, anagraficamente e nella fiducia di vederci riconosciuto ciò che ci siamo guadagnati con anni di studio e di lavoro. Invecchiamo nelle graduatorie ad esaurimento (ormai il significato di questa espressione è inequivocabile!), intenti a collezionare punti che corrispondono ad anni di servizio e di vita. Restiamo lì, bloccati, ma non per nostro demerito!

L’altra cosa che mi fa provare un misto di rabbia e di amarezza è la remissiva accettazione del concorso da parte di molti colleghi che, appena appresa la notizia, l’hanno metabolizzata senza battere ciglio e, all’approssimarsi della pubblicazione del decreto, sono pronti ad alimentare la speculazione dei corsi di preparazione alle prove concorsuali. Certo, ognuno ha il suo modo di reagire ad una notizia che travolge un equilibrio di per sé instabile. Ma ciò che mi fa riflettere è la mancanza di una vocazione “politica” negli insegnanti: siamo “monadi”, non riusciamo a sentirci “corpo docente”, non crediamo nella forza che deriva dall’unione. Noi, gli educatori, siamo delusi e disillusi…

Le iniziative promosse in questi giorni a Palermo per manifestare il dissenso a questo concorso non hanno la pretesa di far cambiare idea ad un ministro che rifiuta ogni confronto. L’obiettivo è quello di fare informazione, di ristabilite la verità, di creare un movimento di opinione che, partendo dal concorso, faccia emergere le contraddizioni della politica scolastica perseguita negli ultimi anni a livello nazionale e locale. Io credo che manifestare il proprio dissenso sia un dovere: lo dobbiamo a noi, alla serietà del nostro percorso, alla passione e alla competenza con cui abbiamo lavorato in questi anni.

La protesta è una forma di rispetto per le nostre professionalità umiliate da questa iniziativa inutile e pretestuosa! È inaccettabile che un’intera generazione sia considerata come il capro espiatorio da sacrificare sull’altare di un merito solo presunto, che sia strumentalizzata e additata come incompetente e restia alla selezione!

La protesta è un atto di amore per la scuola pubblica, che deve essere messa davvero al centro della crescita di questo Paese! Il concorso non è la soluzione ai mali della scuola: non sarà sottoponendo ad un’ennesima selezione migliaia di docenti “precari loro malgrado” che si risolveranno problemi ormai annosi: lo svuotamento delle graduatorie non potrà prescindere dal riconoscimento degli anni di servizio prestati (rimanendo quest’ultimo il criterio più equo per l’immissione in ruolo); si dovrà fare un passo indietro sui tagli criminali dell’era Gelmini, sulle classi-pollaio, sulla diminuzione del monte ore; si dovrà avere il buonsenso di investire sulla messa in sicurezza degli edifici scolastici anziché sugli ultimi gioielli della tecnologia!

Merito, giovani e tecnologia fanno parte di una narrazione mitologica che non contempla le contraddizioni della scuola italiana e che esclude deliberatamente le inadempienze e le responsabilità della classe politica: sono solo (Pro)fumo negli occhi!

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Caro Presidente https://minimaetmoralia.it/interventi/caro-presidente/ https://minimaetmoralia.it/interventi/caro-presidente/#comments Wed, 05 May 2010 08:34:43 +0000 http://minimaetmoralia.minimumfax.com/?p=2354 di Igiaba Scego Ieri sono stata ricevuta dal Presidente Napolitano per questa lettera, mi ha detto parole giuste ed equilibrate. Ma come fare ora a non disperdere queste voci che si levano da più parti? Io ho scritto una lettera ora. Ieri sono state scritte altre lettere da altri. Domani saranno scritte nuove lettere dal […]

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di Igiaba Scego

Ieri sono stata ricevuta dal Presidente Napolitano per questa lettera, mi ha detto parole giuste ed equilibrate. Ma come fare ora a non disperdere queste voci che si levano da più parti? Io ho scritto una lettera ora. Ieri sono state scritte altre lettere da altri. Domani saranno scritte nuove lettere dal contenuto gemello. Ma la politica sul precariato non cambia. Che fare?

L’Unità – Edizione Nazionale – 30/04/2010

Caro Presidente della Repubblica sono una cittadina di questo paese, mi chiamo Igiaba Scego, classe ‘74 e volevo informarla che mi sto arrendendo. Tempo fa Lei ha rincuorato i precari, i disoccupati, i ricercatori senza affiliazione a non gettare la spugna. Ci ha detto «Coraggio non vi arrendete. Non uscite dall’Italia». Ci ha rivolto parole dolci e sincere. Purtroppo Signor Presidente io mi sto arrendendo. E vorrei tanto avere quel coraggio che ho sentito nelle sue parole. Ma questi sono giorni molto difficili. Temo di non essere la sola a sentirsi così. Faccio parte, e non è una vuota statistica, di una generazione a cui sono state tarpate le ali. Sono una precaria della cultura. Sto diventando una precaria della vita. Sono settimane che penso a lei. Mi sono detta «Il nostro Presidente deve sapere». Mi sono chiesta per settimane come ci si deve effettivamente rivolgere al Presidente della nostra Repubblica. Alla fine ho optato per un Caro Presidente perché la parola caro è una parola legata all’intimità della sua figura che ci è padre (e sempre amico), ma anche all’intimità della disperazione quieta che le sto per illustrare. Io sono figlia di somali nata a Roma. Sono cittadina italiana. La Somalia, il paese dei miei genitori, della mia altra lingua madre, della mia pelle, delle mie tradizioni più intime si è liquefatto. La Somalia come stato non esiste più dal 1991. La guerra ci sta portando all’apocalisse, alla fine di ogni sogno. Ma ecco la perdita della Somalia mi ha fatto capire quanto invece è importante per me fare qualcosa, anche piccola, per salvare l’Italia e i sogni della mia generazione.

Ho due paesi. Uno l’ho (momentaneamente spero) perso, l’altro non lo voglio perdere. Ma come fare Signor Presidente? Come fare a non arrendersi quanto tutto sembra remarci contro? Io non voglio partire, non voglio fare il cervello in fuga. Non voglio scrivere l’ennesima lettera ad un giornale della persona che non ce la fa più e chiude baracca e burattini per tentar la sorte all’estero. Non voglio rinunciare al sogno di poter fare qualcosa in uno dei due paesi che sento veramente mio. Ma questo precariato, questa incertezza costante, mi stanno uccidendo… letteralmente. Ho un curriculum d’eccellenza, ma non serve. Sto cominciando ad avere problemi di salute per le troppe preoccupazioni. Tempo fa un amico di famiglia mi ha chiesto: «Ma tu, per lo stato italiano, cosa sei?». E poi: «Che lavoro fai?». Ho cercato di cavarmela con la solita parola: «Precaria». Ma lui ha chiesto «dettagli». Ho blaterato alcune cose. «Ho finito un dottorato di ricerca. Sono una scrittrice, una giornalista, una ricercatrice senza affiliazione. Sono letta. Collaboro con alcune riviste e alcuni giornali. Faccio mediazione culturale nelle scuole. Ho tenuto lezioni anche in un carcere minorile». Insomma, mi sono messa a fare una lista: «Lo sai che anche all’estero fanno tesi su di me?» ho detto. Ho cominciato a descrivere il mio personale arcipelago di lavori. La via crucis dell’essere precario. Nella speranza che l’amico rimanesse impressionato e la smettesse con le sue domande moleste che, a ogni sospiro, rischiavano di far crollare il castello di carta che m’ero costruita, ho aggiunto che sono laureata, ho fatto un corso di specializzazione, un master universitario, uno stage alla Radio vaticana, due programmi per radio Tre, e che vanto una collaborazione attiva con i giovani studenti del centro sociale Esc. E non mi sono fermata lì. «Ho lavorato in teatro. Scritto saggi. Ho tradotto opere dallo spagnolo». E visto che intendeva aprire di nuovo la bocca, ho continuato: «Conosco il lavoro duro, proletario, perché ho fatto la barista, ho venduto scarpe dietro una bancarella, ho venduto dischi, fatto la hostess nei convegni, l’animatrice con gruppi di bambini». Insomma ho parlato tanto. Mi si è seccata la gola. L’amico di famiglia aveva una domanda di riserva. Quella che temevo più di tutte: «Ma ci vivi con tutta ‘sta roba?». Potevo forse mentirgli? Gli ho risposto: «No, non ci vivo. Devo fare miracoli ogni mese. Vorrei un figlio un giorno, ma non ho idea di cosa gli darò da mangiare. Ora poi la mia situazione s’è fatta più drammatica: c’è la crisi e il poco lavoro». Signor Presidente ho un cervello e delle competenze, ma mi riterrò fortunata, se trovo un call center per sfamarmi nei prossimi mesi. Perché, in questo paese, a una come me offrono solo stage non retribuiti. Non importa se si è preparati. Non importa se si hanno esperienza e cervello. Amo profondamente l’Italia. Ultimamente, però, è cresciuta in me una rassegnazione ai limiti della depressione più cupa. Intorno a me la gente parte. la voglia di migrare tra chi ha 30 anni cresce. L’Italia è tornata ad essere di nuovo il paese degli emigranti. L’ultima dei miei amici ad aver fatto la sua valigia di cartone è Gordana Gaetaniello. Ora sta in India. Nel suo futuro c’è l’Australia. Gordana è l’ennesimo cervello in fuga. Io l’Italia me la porto dovunque nel cuore. Sembra romantico detta così. Ma di fatto è quello che sento. Mi scorre nelle vene. Come la Somalia del resto. Il Bel Paese non sta bene caro Presidente. È un malato grave, ma come dico sempre agli amici non è terminale. Possiamo riprenderci e avere un’altra chance. Io vedo un paese pieno di potenzialità. Gente capace, tante idee, voglia di fare. Però vedo anche il muro che hanno messo su diciamo i poteri forti (non è colpa solo della politica). Le faccio un esempio. L’università. Io ho un dottorato di ricerca e conosco tante persone piene di idee. Il sistema Italia non permette loro di fare ricerca. Molti dei miei amici hanno scelto la strada dell’emigrazione, altri hanno abbandonato il sogno e ora fanno i commessi, i camerieri o perdono il loro talento in un call center. L’Italia ha pagato per formare quelle persone e arrivati al momento della raccolta disperde questo patrimonio immenso. L’università è come un rampollo scapestrato di una ricca famiglia. Il rampollo ha tanti soldi, ma non sa spenderli bene, butta via tutto e rimane in mutande. L’università italiana è un po’ così. Il sistema è bloccato e ci sono pochi fondi. Servirebbe una riforma seria. Servirebbe aprire una questione morale autentica. Mettersi in gioco. Prendersi le proprie responsabilità. Sarebbe bello cominciare ad interrogarci su tante cose. Con onestà, trasparenza, fermezza. Io credo che il cambiamento potrà avvenire in Italia solo se si farà piazza pulita di tutti i comportamenti ambigui. Il mio più grande sogno è poter un giorno insegnare ai giovani studi postcoloniali e migrazioni. Non voglio andare via Signor Presidente. In un momento storico così delicato, dove l’Italia è cambiata, dove c’è una società multiculturale reale, un mutamento antropologico, sento che potrei fare da ponte. Spiegare quello che sta succedendo. Non voglio andare via Signor Presidente. Mi aiuti a restare. Ci aiuti a restare.
30 aprile 2010 pubblicato nell’edizione Nazionale nella sezione «Economia»

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