Narrativa americana Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/narrativa-americana/ un blog di approfondimento culturale Tue, 29 Jan 2013 15:45:44 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=7.1 https://minimaetmoralia.it/wp-content/uploads/2025/07/cropped-cropped-309290503_464034925751050_1790831071097755281_n-32x32.jpg Narrativa americana Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/narrativa-americana/ 32 32 Il romanzo contiene: https://minimaetmoralia.it/libri/il-romanzo-contiene/ https://minimaetmoralia.it/libri/il-romanzo-contiene/#comments Fri, 23 Sep 2011 09:12:13 +0000 http://www.minimaetmoralia.it/?p=5259 Pubblichiamo un pezzo di Gianluca Didino dedicato allo scrittore americano Jonathan Lethem, che ci è stato gentilmente concesso dalla redazione di Inutile.

Che Jonathan Lethem, il più nerd dei figli bruciati d’America, l’appassionato di Philip K. Dick e di supereroi, di culture suburbane e di new-wave, sia diventato uno dei migliori scrittori d’oltreoceano è, ad oggi, un dato di fatto: almeno su questo punto non ci sono dubbi.

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Pubblichiamo un pezzo di Gianluca Didino dedicato allo scrittore americano Jonathan Lethem, che ci è stato gentilmente concesso dalla redazione di Inutile.

Che Jonathan Lethem, il più nerd dei figli bruciati d’America, l’appassionato di Philip K. Dick e di supereroi, di culture suburbane e di new-wave, sia diventato uno dei migliori scrittori d’oltreoceano è, ad oggi, un dato di fatto: almeno su questo punto non ci sono dubbi. La sua bravura è barocca, tesa, cacofonica (ricordate Brookyn senza madre?). Il suo talento vive nell’accumulazione semantica e nella precisione lessicale, in una lingua che è capace di inanellare frasi di dodici righe con il ritmo di un mitragliatore, costruire mondi e distruggerli, aprire improvvisamente spazi ampi come il cielo e tracciare linee di fuga a velocità vertiginosa (ricordate Ragazza con paesaggio?). Jonathan Lethem, insomma, ormai è bravissimo. E Chronic City è un romanzo importante, potente, significativo e discretamente cedevole. Così cedevole, in effetti, da non funzionare affatto come dovrebbe. Ora vi spiego perché.

Il minimalismo in narrativa è passato di moda, e negli Stati Uniti se ne sono accorti da tempo. C’è stato un periodo in cui ci si lamentava della fine del grande romanzo americano, poi Jeffrey Eugenides ha vinto il Pulitzer più improbabile della storia con un romanzo, Middlesex, che avrebbe dovuto essere lungo un quinto di quello che era. Oggi è la volta di Franzen, domani chissà. Tutto questo per dire che l’accumulazione di oggetti, cose, immagini, parole e pagine è un segno distintivo del presente, a volte fino allo spasmo o al suicidio (ricordate Infinite Jest?). Ma non solo. C’è anche stato un periodo, diciamo verso la metà degli anni Duemila, in cui andava di moda scrivere in quarta di copertina: “questo libro contiene…” e poi fare un lungo elenco di cose improbabili, accostamenti kitsch e caleidoscopici voli pindarici. A me quel gioco piaceva da impazzire (mi piace ancora da matti, a dir la verità). Ad applicare questa regola a Chronic City, per tornare a Lethem, si capisce immediatamente qual è il punto debole di tutta questa incredibile, scintillante impalcatura narrativa.

Proviamo, allora. Questo romanzo contiene: un’astronauta intrappolata nello spazio profondo, malata di cancro e il cui ritorno sulla terra è reso impossibile da una barriera di mine interstellari cinesi; una tigre alta come un palazzo che in effetti è un’escavatrice meccanica ma anche una tigre e che rade al suolo i palazzi di Manhattan dalle fondamenta; un critico rock che dice di non essere un critico rock (ma poi finisce per ammettere di esserlo); Marlon Brando vivo e morto; un mondo virtuale che si chiama Tutto un altro mondo e assomiglia a Second Life ma non lo è; un’edizione del Times “senza guerra” (ma la guerra non c’è); una neve perenne; un odore di cioccolato perenne che ad un certo punto svanisce; una nebbia perenne che compare senza essere stata precedentemente introdotta; un pitbull con tre zampe e un palazzo abitato solo da cani; un senzatetto mago del computer; una ghost-writer che lavora all’autobiografia di uno scultore che non scolpisce niente ma produce terribili crateri nella terra; un romanzo scritto tutto in corsivo; vasi che suscitano desideri incontenibili e che in fondo non sono vasi, anzi in realtà nemmeno esistono; eccetera eccetera.

Il fatto è che, nell’economia semantica del romanzo, tutto questo ha senso. Il problema è che però, per capirlo, devi arrivare alla fine del libro, navigando attraverso 460 pagine di tensione narrativa evidentemente instabile e in cui l’accumulazione degli eventi (o di quelli che sembrano essere eventi) si sussegue come le traversine dei binari di una ferrovia che procede diritta nella nebbia per centinaia e centinaia di chilometri. La sensazione, dopo le prime cento pagine di un entusiasmo che assomiglia agli effetti di una droga dell’amore, è un attacco di panico.

Insomma, Chronic City è un romanzo importante (davvero) e ambizioso, forse il più ambizioso dei romanzi di Lethem. Chronic City è anche un romanzo che dice qualcosa di reale, e inquietante, sulla società dell’informazione e sul nostro presente virtuale, e lo dice in una maniera che colpisce il problema diritto al cuore, ferisce e destabilizza. Eppure non è, a conti fatti, niente di più che un discreto romanzo, a cui manca il coinvolgimento emotivo di un libro come La fortezza della solitudine o la splendida, eterea potenza immaginifica di Ragazza con paesaggio (che cita Kafka quanto Dick e rimane, in assoluto, il mio preferito). Se Chronic City non fosse un romanzo ma un’opera di non-fiction sarebbe forse uno dei lavori capitali del decennio; se fosse un romanzo lungo la metà sarebbe un gran bel romanzo. Purtroppo, non è né l’uno né l’altro.

A salvarlo dalla catastrofe narrativa, però, ci sono tante scene che rimangono. Una su tutte lo splendido capitolo interamente dedicato a ciò che Chase Insteadman, protagonista e (a volte) narratore, vede dalla finestra del suo appartamento: uno stormo di uccelli che vola intorno alla guglia di una chiesa, i loro movimenti armonici del cielo di New York e il mistero che essi racchiudono. Questo, e nient’altro, per molte pagine.

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Qualche appunto su Percival Everett https://minimaetmoralia.it/libri/qualche-appunto-su-percival-everett/ https://minimaetmoralia.it/libri/qualche-appunto-su-percival-everett/#comments Tue, 24 Nov 2009 09:22:40 +0000 http://minimaetmoralia.wordpress.com/?p=1202 Percival Everett, scrittore statunitense, il cui ultimo romanzo Deserto Americano è appena uscito per Nutrimenti, è in questi giorni impegnato in Italia in un giro di presentazioni partito ieri da Torino e di passaggio a Milano e Roma. In questo post, Marco Rossari, traduttore di quattro dei cinque libri pubblicati in Italia, ci offre alcuni […]

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Percival Everett, scrittore statunitense, il cui ultimo romanzo Deserto Americano è appena uscito per Nutrimenti, è in questi giorni impegnato in Italia in un giro di presentazioni partito ieri da Torino e di passaggio a Milano e Roma. In questo post, Marco Rossari, traduttore di quattro dei cinque libri pubblicati in Italia, ci offre alcuni brevi appunti sulla sua esperienza di lettore e ammiratore delle opere di Everett.

di Marco Rossari

Provate a immaginare uno scrittore nero e benestante che – invece di scrivere storie farcite di slang ambientate nel ghetto – si dedica a riscritture postmoderne di classici greci. Un giorno, a corto di soldi e inviperito per l’ennesimo successo televisivamente corretto del romanzo nero sottoproletario e sboccato, decide di scrivere una parodia in quello stile, intitolandola Cazzo (la parola più ricorrente). Provate a immaginare lo scrittore che propone al proprio esterrefatto agente di venderlo agli editori come l’esplosivo esordio di un ex galeotto nigger incazzato e l’ulteriore stupore dell’agente quando il romanzo riceve un’offerta milionaria e balza in cima alle vendite, finendo in corsa al premio letterario dove in giuria si trova proprio il Nostro. Sarà dura convincere i giurati che quella è una porcata scritta in un fine settimana per mostrare come, alla narrativa afro-americana, sia necessaria una cancellazione, opposta e complementare all’invisibilità dell’uomo di Ralph Ellison.

Provate a immaginare la storia di un bambino con un QI inverosimile, figlio di una pittrice fallita e di un poststrutturalista frustrato, che sceglie di non parlare ma si accontenta di scrivere poesie anatomiche, digressioni filosofiche, commedie slapstick, battute fulminanti, saggetti di critica d’arte (oltre, naturalmente, al libro che stiamo leggendo) per descrivere il turbinio di situazioni in cui la sua intelligenza lo proietta: genitori infelici, militari dementi, preti pedofili, psicologi maniaci e tutto il campionario di follie on the road che gli Stati Uniti possono offrire a una mente onnivora cresciuta a pane ed ermeneutica. Provate a immaginare un Arizona Junior dei fratelli Coen riscritto da Ludwig Wittgenstein e forse ci andrete vicini.

Provate a immaginare uno scrittore di romanzi rosa a cui viene rapita, stuprata e uccisa la figlia e che decida di farsi giustizia da solo e rapire il possibile sospetto, per quanto non sia certo della sua colpevolezza, praticandogli il waterboarding, e trasformando il blocco di appunti che prende nel corso della prigionia (anche qui, il libro che stiamo leggendo) in un cupa riflessione sull’America di Bush e sull’elaborazione del lutto e del dolore, attraverso uno stile rapsodico che flirta con Joyce senza dare al lettore un attimo di tregua, anzi trascinandolo nel disorientamento del protagonista.

Provate a immaginare un romanzo asciutto, secco ed essenziale, dove si racconta una barbara vicenda di omofobia (e di omocidio) ambientata in un West moderno, con protagonista un improbabile cowboy nero che colleziona Klee. Provate a immaginare, dopo avere letto i precedenti romanzi, di trovarvi davanti a una laconicità scolpita nella roccia, a un viaggio senza speranza nel razzismo e nella paura dell’uomo, a un apologo pessimista sul cuore nero e violento degli Stati Uniti, ma che contiene anche insospettabili tenerezze corporali.

Provate a immaginare un uomo che, mentre va a suicidarsi, viene travolto da un camion e decapitato di netto, se non che al suo funerale si alza dalla bara e, con le pudenda al vento (i becchini gli hanno soffiato i calzoni), fronteggia i convenuti – parenti livorosi, colleghi sollevati, figli affranti – e scatena il panico che poi diventa una sommossa e infine un romanzo su un povero cristo resuscitato e conteso da fanatici di ogni sorta.

Provate a immaginare tutto questo, se ci riuscite. Altrimenti leggete, nell’ordine, Cancellazione, Glifo, La cura dell’acqua, Ferito e Deserto americano.

Lì si trova l’immaginazione di un grande scrittore, Percival Everett.

(qui è possibile invece leggere un breve saggio di Rossari sulla sua traduzione di Glifo.)

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