Nasser Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/nasser/ un blog di approfondimento culturale Wed, 22 Jun 2016 09:55:32 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=7.1 https://minimaetmoralia.it/wp-content/uploads/2025/07/cropped-cropped-309290503_464034925751050_1790831071097755281_n-32x32.jpg Nasser Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/nasser/ 32 32 Scrittori arabi contemporanei, sesta puntata https://minimaetmoralia.it/letteratura/scrittori-arabi-sonallah-ibrahim/ https://minimaetmoralia.it/letteratura/scrittori-arabi-sonallah-ibrahim/#comments Wed, 22 Jun 2016 13:00:50 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=31369 La rubrica di Mario Valentini è dedicata alla letteratura araba contemporanea. Qui le puntate precedenti. (Nella foto: Sonallah Ibrahim).

Sonallah Ibrahim e l’opposizione degli scrittori egiziani al regime militare

Dopo la morte di Giulio Regeni, grazie soprattutto all’ostinazione della famiglia del giovane ricercatore, l’opinione pubblica italiana ha avuto modo di conoscere la dura repressione in atto in Egitto contro gli oppositori politici. I genitori di Regeni hanno infatti avuto la capacità di legare l’atroce uccisione del figlio alla più estesa vicenda della persecuzione politica nei confronti degli stessi attivisti, scrittori e ricercatori egiziani. Sono così state raccontate anche dalle cronache italiane, sebbene in modo sparso, le vicende di diverse persone che hanno pagato un prezzo più o meno caro per le loro posizioni politiche o per quanto hanno scritto. Come Ahmed Naji, scrittore e blogger egiziano condannato a due anni di carcere per le sue pubblicazioni, o Alaa Abd el Fattah, attivista arrestato due volte (nel 2006 e nel 2011) e condannato nel 2015 a quindici anni di carcere per avere contestato il potere militare.

L'articolo Scrittori arabi contemporanei, sesta puntata proviene da Minima et Moralia.

]]>
ibrahim

La rubrica di Mario Valentini è dedicata alla letteratura araba contemporanea. Qui le puntate precedenti. (Nella foto: Sonallah Ibrahim).

Sonallah Ibrahim e l’opposizione degli scrittori egiziani al regime militare

Dopo la morte di Giulio Regeni, grazie soprattutto all’ostinazione della famiglia del giovane ricercatore, l’opinione pubblica italiana ha avuto modo di conoscere la dura repressione in atto in Egitto contro gli oppositori politici. I genitori di Regeni hanno infatti avuto la capacità di legare l’atroce uccisione del figlio alla più estesa vicenda della persecuzione politica nei confronti degli stessi attivisti, scrittori e ricercatori egiziani. Sono così state raccontate anche dalle cronache italiane, sebbene in modo sparso, le vicende di diverse persone che hanno pagato un prezzo più o meno caro per le loro posizioni politiche o per quanto hanno scritto. Come Ahmed Naji, scrittore e blogger egiziano condannato a due anni di carcere per le sue pubblicazioni, o Alaa Abd el Fattah, attivista arrestato due volte (nel 2006 e nel 2011) e condannato nel 2015 a quindici anni di carcere per avere contestato il potere militare.

Proprio loro due sono stati protagonisti nel mese di maggio, da assenti, di alcune delle iniziative previste dal Salone del libro di Torino, che quest’anno ha dedicato una sezione corposa alla cultura araba. Da più parti la si è descritta come una proposta piuttosto confusa.

Il rapporto intercorso, negli anni, tra molti degli scrittori egiziani e i governi militari al potere nel loro paese, è stato spesso molto conflittuale. Tale rapporto appartiene pienamente alla storia della letteratura egiziana e ha forse in Sonallah Ibrahim la sua figura più emblematica.

In attesa di potere leggere per intero il libro che è costato la carcerazione a Ahmed Naji, si possono insomma reperire in Italia altri romanzi che raccontano, in varie forme, la censura e la repressione messa in atto dai regimi militari negli anni in Egitto.

Il libro di Naji, in corso di traduzione, verrà pubblicato in Italia inautunno dalla casa editrice Il Sirente con il titolo Vita: istruzioni per l’uso (blog come Editoria Araba hanno pubblicato estratti dei passaggi incriminati. Si possono leggere qui).

Allegato al domenicale del Sole 24 ore invece, credo fosse aprile, è stato venduto in edicola Karnak Café di Nagib Mahfuz, un breve romanzo interamente incentrato sulle persecuzioni e sulle torture del regime militare egiziano negli anni ’60, ai tempi di Nasser e dell’ascesa al potere di Sadat. A fine 2015, inoltre, è uscito per Calabuig Le stagioni di Zhat, terzo romanzo tradotto in italiano del grande scrittore egiziano Sonallah Ibrahim, di cui già erano stati pubblicati La commissione (Jouvence, 2003) e Warda (Ilisso, 2005).

Il Karnak Café del romanzo di Mahfuz è un locale gestito da una bella e affascinante ex-danzatrice, Qurunfula. Qui si danno convegno ogni sera i personaggi più vari. Tra i molti anziani che passano il loro tempo a chiacchierare, una sera fa la sua apparizione un gruppo di giovani avventori. Tra loro: Hilmi Hamada, Isma’il al Shaykh e una ragazza, Zaynab Diyab.  Sono studenti universitari, figli di quella rivoluzione socialista che presto devasterà le loro vite.

Incominciano a frequentare assiduamente il Karnak Café. Tra Hilmi Hamada e Qurunfula nasce un’intensa, segreta passione. Zaynab e Isma’il, invece, sono innamorati da quand’erano ragazzi. Hanno addosso l’inquietudine tipica della loro età, e una gran voglia di farsi domande. Ma non militano in nessuno dei movimenti d’opposizione messi al bando dal regime: non fanno parte dei Fratelli Musulmani né delle organizzazioni comuniste perseguitate dalla giunta militare al potere. La loro inquietudine è tutta interna alla rivoluzione socialista, mira a dare piena realizzazione agli ideali rivoluzionari.

Ma – dice il narratore – era “un’epoca di poteri invisibili: spie che aleggiavano persino nell’aria che respiravamo, ombre nella piena luce del giorno”. I giovani studenti improvvisamente spariscono, la preoccupazione cresce tra gli avventori del bar e la disperazione in Qurunfula, che nulla sa più del suo Hilmi Hamada. È una fase della storia egiziana che Mahfuz definisce come Terrore, i frequentatori del bar sono informati del fatto che ci sono arresti a tappeto, raccontano di carcerazioni al di fuori di qualsiasi codice legale, senza udienze giudiziarie né diritto alla difesa, di torture avvenute in assenza diun’accusa precisa. Il narratore commenta, parlando del Karnak Café ma riuscendo a fare del locale il simbolo dell’intero Egitto: “senza di loro questo locale è insopportabile. Le uniche persone rimaste, ormai, sono quei vecchi che si sono completamente dimenticati degli altri clienti in prigione: eccoli lì che fingono di dimenticare il terrore e la politica, seppellendosi nelle preoccupazioni personali”.

Passa un tempo lunghissimo prima che i giovani studenti tornino a frequentare il bar, e qualcuno di loro manca. Tornano avvolti da un’inedita tetraggine, trasformati dentro, non raccontano nulla di quanto successo, solo un nome circola, quello di un ufficiale di polizia, tale Khalid Sawfan, che si scoprirà essere stato il loro torturatore. Nel giro di qualche anno spariranno tre volte. Torneranno sempre più tetri e devastati, sospettosi l’uno verso l’altro, privati della loro gioventù e dei loro stessi ideali, senza più nessuna fiducia verso quelle istanze rivoluzionarie che pure avevano appoggiato: “i loro volti erano cambiati. Con la testa rasata, avevano un aspetto strano, e l’antica scintilla giovanile nei loro sguardi era sparita, sostituita da un’espressione apatica”. Nel locale cresce il sospetto reciproco e la paura: “Cominciammo a sospettare di tutto, perfino delle pareti e dei tavoli. Ero assolutamente meravigliato dalle condizioni in cui si trovava la mia patria. A dispetto di tutte le scelte sbagliate, guadagnava potenza e prestigio, espandendosi continuamente e ingrandendosi. Produceva merci di ogni genere, dagli aghi ai razzi, e instradava l’umanità in una direzione nuova e meravigliosa. Ma a che serviva tutto questo, se il popolo era così debole e oppresso da non contare nulla, se non aveva diritti civili, onore e sicurezza, e se veniva schiacciato dalla codardia, dall’ipocrisia e dalla desolazione?”.

Dopo l’ultimo arresto manca all’appello proprio Hilmi Hamada: è morto in carcere in seguito alle torture subite.

Scritto nel 1971, un anno dopo la morte di Nasser, quando al potere si era ormai insediato Anwar al-Sadat, a dispetto di quanto potrebbe sembrare Karnak Café non è un romanzo costruito secondo i canoni del racconto realista, che tanto Mahfuz aveva praticato a ridosso degli anni ‘40. La situazione politica che viene descritta è certamente quella reale ma è costruito come una sorta di meditazione in forma narrativa sulle sorti della nazione. Lo stesso Karnak Café e la sua tenutaria Qurunfula sembrano essere qualcosa di più che personaggi reali. Alla fine del racconto hai il sospetto che quella bella danzatrice matura, segnata dal dolore per le torture e per la morte subite dal suo amante, sgomenta per aver visto consumarsi nel suo locale la devastazione di una generazione di giovani universitari, sia l’Egitto intero.

Come bisogna considerare la storia dell’Egitto negli ultimi sessant’anni? Come una lunga, di fatto mai interrotta, dittatura militare, che ha portato di volta in volta al potere alcuni diversi personaggi, in una sostanziale continuità di regime, pur nella discontinuità delle scelte politiche, economiche e strategiche di volta in volta operate da ciascun governo? O come un’alternanza di quattro diversi presidenti/dittatori che hanno saputo di volta in volta conquistare il potere con il sostanziale appoggio dell’esercito?

Il regime di Al-Sisi, insomma, è un regime diverso da quello che fu di Mubarak, e prima di Sadat e di Nasser? O questi quattro presidenti si sono alternati, in sostanziale continuità, come reggenti diversi di un’unica dittatura militare che dura (quasi) ininterrottamente da sessant’anni? La domanda non è oziosa. L’Egitto è stato per diversi lustri il principale alleato occidentale tra i paesi arabi, un tassello fondamentale nei rapporti con i paesi mediorientali. Una democrazia occidentale poteva ammettere apertamente di avere come propria alleata una dittatura militare? O aveva bisogno di veicolare tutt’altro tipo di racconto?

Considerando la biografia di Sonallah Ibrahimci si accorge che proprio lui sarebbe forse potuto essere uno di quei giovani studenti di cui parla Mahfuz in Karnak Café. La generazione è proprio la stessa, e le vicende della sua vita non lo rendono per nulla estraneo ai personaggi di quel romanzo.

Sonallah Ibrahim è da considerarsi forse il più grande scrittore egiziano vivente. Sicuramente è uno dei più noti fuori dall’Egitto. Ha attraversato tutte le epoche dell’Egitto contemporaneo, tutt’e quattro le sue dittature.

La prima, quella di Nasser, la conobbe negli anni ’50. Da militante comunista Sonallah Ibrahim era stato prima sostenitore della rivoluzione nasseriana, poi – come molti altri scrittori e intellettuali egiziani, e come quegli studenti di cui si parla in Karnak Café – ne era diventato oppositore. Dopo gli studi in legge iniziò a lavorare come giornalista. Nel 1959 venne arrestato e tenuto per sette anni a regime di carcere duro. Ne uscì solo nel 1965.

La seconda fu quella di Sadat. Sonallah Ibrahim l’ha vissuta in parte all’estero (Beirut, Berlino Est, Mosca), in parte al Cairo, dove fece ritorno dall’esilio nel 1974. A dispetto del premio Nobel per la Pace conferitogli, quello di Sadat pare sia stato il periodo più difficile per gli scrittori egiziani, che subivano un controllo capillare e asfissiante da parte delle autorità, perfino più che al tempo di Nasser, nel clima livido, di diffidenza costante verso chiunque ti stia accanto tipico dei regimi totalitari più repressivi.

La terza fu quella di Mubarak. Forse la dittatura dal volto più morbido, quanto meno nell’ultimo periodo, negli anni duemila, quelli che precedono la destituzione del dittatore in seguito alle rivoluzioni arabe. È sotto Mubarak, nel 2003, che Sonallah Ibrahim diventa noto un po’ in tutto il mondo per un gesto eclatante. Insignito del premio dell’Alto Consiglio della Cultura, lo scrittore– ben noto oppositore – contro ogni previsione accetta di partecipare alla premiazione. Si reca alla cerimonia, sale sul palco e rifiuta pubblicamente il premio per manifestare il suo dissenso verso il regime. Quindi se ne torna a casa. La notizia fa presto il giro del Paese, i suoi amici sono allarmati. Lo chiamano ripetutamente al telefono, temendo per la sua incolumità e sapendo che potrebbe non fare ritorno a casa. Invece non gli succede niente. Ne è stupito lui stesso.

Ricordando questi fatti, nell’ottobre 2015 al Sabir Festival di Messina, durante la presentazione della traduzione italiana del suo romanzo Le stagioni di Zhat (Calabuig, 2015), Sonallah Ibrahim commentava che evidentemente il regime di Mubarak nel 2003 era già ampiamente in difficoltà, molto indebolito dagli scandali, in cui era direttamente coinvolta la stessa famiglia del dittatore, relativi alla corruzione del Regime.

La quarta dittatura è quella attuale, di al-Sisi, il cui profilo l’opinione pubblica italiana ha imparato a conoscere, appunto, soprattutto in seguito alle indagini seguite all’atroce esecuzione di Giulio Regeni.

Così abbiamo appreso che c’è un gran numero di egiziani scomparsi per la loro attività di opposizione al regime di Al Sisi e che diversi intellettuali si trovano oggi in carcere, come successe a Sonallah Ibrahim molti anni fa, per via di quello che scrivono su libri, giornali o blog.

Ho letto due dei tre libri di Sonallah Ibrahim tradotti in italiano. La commissione (Jouvence, 2003) è un libro pubblicato nel 1981, proprio l’anno in cui finiva l’era di Sadat. Le stagioni di Zhatè invece del 1992. Sono due romanzi molto diversi tra loro. Il primo è claustrofobico, trasmette un senso di solitudine disperante. Ha per protagonista un intellettuale che viene chiamato a rapporto da una non meglio definita Commissione governativa perché accusato di una colpa che non si capisce bene quale sia. Gli atti che lo riguardano sono contenuti in un dossier a cui il protagonista non avrà mai accesso. Per espiare la sua colpa e redimersi agli occhi della Commissione l’uomo deve scrivere un’opera i cui contenuti e le cui finalità non sono chiari. Si butterà a capofitto in questo lavoro, nella solitudine della sua stanza, raccogliendo una gran quantità di articoli di giornale su un personaggio pubblico che ha scelto come oggetto della sua indagine e cercando di corrispondere alle aspettative, d’altra parte del tutto oscure e poco intellegibili, della Commissione. Metterà assieme una lunga collezione di articoli contenente tutte le finzioni e le bugie che il discorso pubblico egiziano propina. Collezione di articoli che, custodita nel suo appartamento, potrà essere usata anch’essa come ulteriore atto d’accusa nei suoi confronti, in una spirale da cui sembra non si possa trovare via d’uscita.

Nel romanzo è stata riconosciuta un’ispirazione kafkiana che è del tutto evidente. Ma c’è anche tutta una deriva grottesca e assurda, giocata su un registro ironico che l’ambientazione raggelante del controllo governativo non riesce mai a far tacere del tutto e che ricorda certi romanzi russi della dittatura comunista. Le deviazioni dalla comicità delirante, ben innaffiata dalla vodka,tipiche delle opere di Dovlatov o quelle di Tra Mosca e Petuski di Venedikt Erofeev.

Le stagioni di Zhat è invece un romanzo molto più corale, in cui l’ironia (sempre tagliente e critica verso la società egiziana e i comandi che detengono il potere nel paese)è molto più ariosa e giocosa. Racconta più di trent’anni della vita di Zhat: una donna che dalle illusioni e dai sogni giovanili passa al fallimento matrimoniale attraverso una gran quantità di chiacchiere con amiche e colleghe, nel tentativo di una elevazione sociale che non arriverà mai, tra sogni erotici notturni consumati con attori di sceneggiati televisivi, mentre nell’altra stanza il marito passa la notte in piedi guardando in videocassetta dei film porno. Il bagno intanto va a pezzi e ammuffisce ma mancano i soldi per ripararlo, il condominio e il quartiere si degradano ogni anno di più eZhat deve sopportare la vista di amiche e parenti che raggiungono quel benessere e quello status sociale che lei ha desiderato per tutta la vita inutilmente.

L’autore intervalla il racconto delle diverse stagioni della vita di Zhat con una sequenza lunghissima di spezzoni di articoli di giornale cheparlano dell’Egitto. È la cronacadegli infiniti casi di corruzione che avvengono nel paese, delle menzogne plateali di politici e magistrati, delle verità di Stato continuamente contraddette, ritrattate, riviste, riproposte. Cronache di frodi alimentari, soprusi sui normali cittadini da parte di polizia e militari, truffe farmaceutiche, affari fallimentari con partner economici come i paesi europei e gli Stati Uniti, abusi di potere, ecc. Una sequenza di articoli veri montati magistralmente, che diventano una specie di teatro pubblico dell’assurdo. Le notizie riportate sono le più disparate. Tra queste, a un certo punto, saltano fuori brevi notizie sugli scioperi dei ferrovieri:

“Forze della Sicurezza Centrale disperdono un sit-in
di ferrovieri a colpi di manganelli elettrificati”

“Il governo scioglie L’Associazione dei ferrovieri. Decine di arresti”

Dopo due-tre pagine di altri brevi spezzoni di articoli seguono le notizie dell’occupazione della fabbrica da parte degli operai della tessitura di Kafr al-Dawar.

Riguardo ai quali a un certo punto si riportano i seguenti titoli:

“Kafr al-Dawar: le autorità tagliano acqua e luce.

La Sicurezza centrale apre il fuoco per disperdere gli operai”.

Alla fine di questa sequenza troviamo un lunga citazione tratta da un’intervista fatta a uno degli operai della fabbrica:

“E allora gli ufficiali mi hanno spiegato che i metodi di tortura, oggi come oggi, si sono evoluti e che quello che si apprestavano a farmi mi avrebbe fatto perdere la ragione e la virilità, nel senso che non avrei più potuto avere rapporti sessuali. Mi hanno chiesto degli altri operai, volevano sapere chi aveva organizzato i disordini in fabbrica. Poi mi hanno insultato. Un ufficiale mi ha colpito in piena faccia e ha gridato: «Andate a prendere la moglie di questo stronzo, che ce la sc… e poi la facciamo sc… dal soldato. E poi dopo tocca a lui». Mi hanno spogliato, mi hanno legato le braccia anche se ero già ammanettato, e mi hanno buttato per terra, steso sulla schiena. Mi hanno messo una sedia sul petto. Ci si è seduto sopra un ufficiale che aveva in mano un apparecchio elettrico che mi ha messo sul…” [i tre punti di sospensione sono nel testo]

Il periodo a cui si riferiscono questi articoli è quello di Sadat, alleato storico dell’Occidente, al qualenel 1978 venne appunto conferito il premio Nobel per il processo di pace intrapreso con Israele.

Dopo una sequenza di altre notizie altrettanto disparate su sofisticazioni alimentari, su medicinali (quali la Novalgina) vietati all’estero e consentiti in Egitto o di antiparassitari dichiarati altamente nocivi in Europa e commercializzati in Egitto, segni evidenti della corruzione di Stato e effetto collaterale dell’alleanza stretta dal regime del Cairo con i paesi occidentali, tornano gli articoli relativi allo stato di polizia vigente nel Paese.

Riguardano soprattutto i metodi di addestramento usati dagli ufficiali della Sicurezza Centrale nei confronti delle nuove reclute:

“Ufficiale della Sicurezza Centrale: «Fin dal primo giorno in cui il soldato di leva arriva al campo d’addestramento, i sottufficiali lo picchiano senza motivo con scarpe e manganelli. Poi lo mettiamo in riga, ci vogliono dai cinque ai sette mesi. Tra le varie pratiche di addestramento c’è quella di costringerli a insultare una pietra che rappresenta i suoi parenti più stretti, così che in loro venga annientato ogni sentimento umano nei confronti di chiunque si troveranno a fronteggiare in futuro».

E subito dopo:

“al-Ahrar (quotidiano di destra): «Gli ufficiali della Sicurezza Centrale si ingegnano per mortificare i loro uomini nei modi più disparati. Non contenti di picchiarli, sputargli addosso, insultare i loro genitori e spegnergli le sigarette sulla pelle come punizione per i motivi più futili, li fanno correre per ore con un commilitone sulle spalle. Hanno inventato punizioni con i nomi più assurdi. Per esempio, quando dicono a un soldato Bevi whisky!, costui deve mettersi una mano su un orecchio, posare l’altra per terra e poi girare su se stesso usando l’indice come se fosse il perno di una ruota finché non scava una buca con il dito. A quel punto è talmente sfiancato e gli gira così tanto la testa che sviene come se fosse ubriaco»”.

Non si rende giustizia a uno autore del livello di Sonallah Ibrahim riducendo la sua opera al mero ruolo di testimonianza della dittatura egiziana e la sua figura a quella di un intellettuale arabo, probabilmente ateo e (chissà se ancora) comunista, oppositore di un regime totalitario. Ibrahim è innanzitutto autore di raffinata ironia, che si legge con molto divertimento, capace di feroce sarcasmo e di numerosi momenti di vera e propria comicità.

I suoi libri, tradotti in Italia ognuno a distanza di circa vent’anni dalla pubblicazione in lingua araba, prima che raccontarci l’opposizione ai regimi militari, ci mettono in contatto con una letteratura interessante, vivace e di notevole spessore. Ed è per questo che vanno letti. Per il puro piacere di leggere. Oltre che per la voglia di conoscere qualcosa di più delle vicende egiziane.

L'articolo Scrittori arabi contemporanei, sesta puntata proviene da Minima et Moralia.

]]>
https://minimaetmoralia.it/letteratura/scrittori-arabi-sonallah-ibrahim/feed/ 1
Gamal al-Ghitani: l’Egitto tra politica, misticismo e faraoni https://minimaetmoralia.it/interviste/gamal-al-ghitani/ https://minimaetmoralia.it/interviste/gamal-al-ghitani/#comments Mon, 19 Oct 2015 15:30:41 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=28780 Domenica 18 ottobre è morto al Cairo Gamal al-Ghitani, scrittore egiziano tra i più autorevoli e conosciuti del mondo arabo. Lo ricordiamo con un'intervista uscita parzialmente sul quotidiano il manifesto il 31 ottobre 2008 e pubblicata integralmente sul numero 106, aprile 2009, della rivista Lo Straniero. (Fonte immagine)

Nato nel 1945 nel villaggio di Guhayna, nell’Alto Egitto, presto trasferitosi al Cairo con la famiglia, Gamal al-Ghitani è uno dei massimi rappresentanti della narrativa araba contemporanea, oltre che un acuto commentatore della vita politica egiziana. «Marxista a 15 anni», tra l’ottobre del 1966 e il marzo del 1967 è stato rinchiuso in carcere per le critiche rivolte al presidente Nasser. Da allora, non ha mai smesso di difendere con intransigente determinazione l’autonomia della cultura dagli attacchi del potere politico e religioso. Nello stesso tempo ha costruito con spirito irrequieto - e con una prosa spesso sontuosa - un universo letterario basato su un originale recupero del misticismo islamico, della tradizione Sufi e della storia egiziana pre-islamica.

L'articolo Gamal al-Ghitani: l’Egitto tra politica, misticismo e faraoni proviene da Minima et Moralia.

]]>
2020201-620x310

Domenica 18 ottobre è morto al Cairo Gamal al-Ghitani, scrittore egiziano tra i più autorevoli e conosciuti del mondo arabo. Lo ricordiamo con un’intervista uscita parzialmente sul quotidiano il manifesto il 31 ottobre 2008 e pubblicata integralmente sul numero 106, aprile 2009, della rivista Lo Straniero. (Fonte immagine)

Nato nel 1945 nel villaggio di Guhayna, nell’Alto Egitto, presto trasferitosi al Cairo con la famiglia, Gamal al-Ghitani è uno dei massimi rappresentanti della narrativa araba contemporanea, oltre che un acuto commentatore della vita politica egiziana. «Marxista a 15 anni», tra l’ottobre del 1966 e il marzo del 1967 è stato rinchiuso in carcere per le critiche rivolte al presidente Nasser. Da allora, non ha mai smesso di difendere con intransigente determinazione l’autonomia della cultura dagli attacchi del potere politico e religioso. Nello stesso tempo ha costruito con spirito irrequieto – e con una prosa spesso sontuosa – un universo letterario basato su un originale recupero del misticismo islamico, della tradizione Sufi e della storia egiziana pre-islamica.

Tra gli animatori della rivista “Galleria ‘68”, motore del rinnovamento della cultura letteraria egiziana, nel 1969 Gamal Aal-Ghitani è entrato nella redazione del quotidiano Akhabr al-Yom, per il quale è stato corrispondente di guerra per diversi anni, prima di dirigerne la sezione culturale. Nel 1993 ha fondato la rivista Akhbar al-Adab, tra le più autorevoli del mondo arabo, di cui ha continuato a lungo a esserne direttore. Autore di numerosi romanzi e racconti, tra le sue opere tradotte in italiano ricordiamo Zayni Barakat (Giunti, 1997, nuova edizione 2006), Il mistero dei testi delle piramidi (Giunti, 1998), Al di là della città (Edizioni Lavoro, 1999), Schegge di fuoco (Jouvence, 2005). Lo abbiamo incontrato al Cairo, nel suo studio nella redazione di Akhbar al-Adab.

Lei è stato un precocissimo scrittore, tanto da pubblicare il primo racconto a soli quattordici anni. Ci vuole raccontare quali sono state le esperienze che hanno modellato la sua immaginazione letteraria, e spiegare in che senso ha detto che la «familiarità con il quartiere al-Hussein del Cairo ha dato specificità» alla sua scrittura?

Sono nato in una famiglia molto semplice dell’Alto Egitto, ma posso dire di aver aperto gli occhi soltanto quando ci siamo trasferiti al Cairo. La mia era una famiglia molto semplice, mio padre non amava particolarmente la letteratura e avevamo pochi contatti con i nostri vicini. Ma abitando all’ultimo piano di una palazzina nella cosiddetta “vecchia Cairo” ho instaurato presto un rapporto speciale con l’orizzonte: in quel periodo da lassù riuscivo persino a vedere le Piramidi, oltre che i minareti delle moschee del quartiere al-Hussein.

Sin da bambino ho avuto un’immaginazione molto fervida; forse dipendeva dalle storie che raccontava mia nonna, nelle quali, seguendo la tradizione culturale dell’Alto Egitto, si parlava di un altro mondo che attraversava segretamente il nostro. Fatto sta che a un certo punto ho cominciato a raccontare a mia madre delle storie su fatti mai accaduti, per esempio su persone che arrivavano sulla terra da galassie lontane. E mia madre mi incoraggiava, oppure rimaneva in silenzio e ascoltava con attenzione.

A sei anni poi ho cominciato a frequentare le scuole elementari, e ho imparato molto in fretta sia a leggere sia a scrivere: ho letto il primo romanzo, I miserabili di Victor Hugo, a soli sette anni e credo che proprio la lettura mi abbia permesso di accedere a un nuovo mondo, che mi appariva magico e che continuavo ad “abitare” anche nei momenti in cui non leggevo: a otto anni, dopo aver letto Notre Dame de Paris, mi innamorai a tal punto di Quasimodo da camminare per tre giorni come lui. In quel periodo non leggevo soltanto i libri che trovavo nella biblioteca della scuola, ma approfittavo anche delle bancarelle del quartiere universitario per comprare libri a prezzi scontati. Fu così che cominciai a leggere libri di ogni genere, e ognuno mi conduceva verso nuove direzioni.

Nel 1959, poi, si sono verificati due episodi che si sarebbero rivelati importantissimi: il primo è che ho cominciato a scrivere. Ricordo ancora con estrema precisione la sensazione che provai allora (sono cinquant’anni esatti), quando, dopo aver sentito raccontare da mio padre la storia di un uomo molto povero che cercava di rimediare il pane per i propri figli, dissi a me stesso: “voglio provarci anch’io”. Desideravo intensamente provare a scrivere, e così scrissi il mio primo racconto. Il secondo episodio riguarda invece il mio primo incontro con Nagib Mahfouz, che incontrai un venerdì mattina nei pressi della vecchia sede dell’Opera, poi distrutta da un incendio nel 1961. Non so con precisione come riuscii a riconoscerlo, perché allora la televisione non c’era e la sua foto non era così diffusa.

Comunque sia Mahfouz mi invitò a frequentare gli incontri che si tenevano ogni venerdì (e che per una curiosa coincidenza erano iniziati proprio nel 1945, l’anno della mia nascita) in un caffè che ora purtroppo non c’è più. Fu in quel periodo, inoltre, che cominciai a maturare i miei interessi politici: provenivo come le ho detto da una famiglia molto povera, e nonostante Nasser dicesse che in Egitto voleva costruire – o che aveva già costruito – un sistema socialista, io ritenevo insoddisfacenti le sue politiche. Il suo socialismo mi sembrava molto distante da quello di cui leggevo sui libri. Durante l’adolescenza infatti avevo cominciato a leggere diversi testi della tradizione comunista e socialista, tanto che a soli quindici anni divenni marxista e a sedici mi unii a un partito clandestino di ispirazione maoista. Oltre ai testi del marxismo cinese lessi anche Marx ed Engels e tutto quello che riuscii a trovare sull’argomento: riconobbi subito che si trattava di testi importantissimi, utili per costruirmi un’adeguata visione del mondo e per interpretare la situazione egiziana.

La frequentazione con Mahfouz si è trasformata in un’amicizia intensa e duratura, di cui restano tracce per esempio in The Mahfouz Dialogue, un libro pubblicato dall’American University Press del Cairo in cui lei ricostruisce con partecipazione lunghi anni di discussioni e incontri. Secondo lei qual è l’eredità più rilevante di Mahfouz, e perché ha rappresentato «la coscienza dell’Egitto», come ha sostenuto in occasione della sua morte?

In una società come quella egiziana, che non ha ancora raggiunto la “stabilità” propria delle democrazie occidentali, ogni scrittore è costretto ad assumere un ruolo pubblico e finisce per rappresentare inevitabilmente la coscienza del paese. Anch’io in un certo senso lo sono. Il caso di Mahfouz è comunque particolare: per settant’anni di seguito, fino all’ultimo momento, ha continuato a scrivere senza interruzioni, rivolgendosi contro la dittatura successiva alla rivoluzione nasseriana del luglio 1952 e dando vita a opere che, se lette con la dovuta attenzione, avrebbero potuto insegnarci molto, per esempio sulle ragioni della sconfitta del 1967. È stato uno scrittore incredibilmente importante per l’Egitto, direi addirittura necessario, proprio perché sapeva individuare e scavare nelle ferite del paese. Nelle dichiarazioni ufficiali era piuttosto diplomatico, ma quando cominciava a scrivere non si curava di niente e nessuno. 

La rivista “Galleria 68”, di cui lei è stato uno dei fondatori, ha contribuito in modo determinante al rinnovamento del panorama letterario egiziano. Quell’esperimento è nato come una reazione allo spaesamento sociale e politico successivo alla disfatta del ‘67 o, piuttosto, come un mezzo per dare forma a orientamenti culturali che non erano ancora riusciti a trovare espressione?

Nella nostra storia contemporanea c’è stato un momento davvero pericoloso: il 5 giugno del 1967, giorno della disfatta con Israele. Nonostante siano passati quarant’anni credo di poter dire che l’eco di quegli avvenimenti continui a risuonare ancora oggi. In quel periodo come le dicevo io e i miei compagni sapevamo che il sistema, così com’era, non funzionava; che le condizioni economiche per molti erano difficili; che la corruzione era troppo diffusa (certo non come oggi!). Ma quando l’esercito fu sconfitto da Israele rimanemmo veramente sconvolti. Come tutti gli egiziani. Per la prima volta nella sua storia, l’Egitto divenne un “corpo” unico, e il senso di appartenenza nazionale crebbe parallelamente alla sensazione che il paese fosse in pericolo; io stesso andai al fronte, come corrispondente di guerra, perché sentivo che era giusto farlo.

Tuttavia, dopo qualche tempo molti intellettuali cominciarono a interrogarsi non solo sulle ragioni della sconfitta, ma più in generale sulle condizioni in cui ci trovavamo. Alcuni pensarono che quelle ragioni andassero trovate nel presente; altri, come me, ritennero invece che potessero essere depositate anche nel passato, nella storia. “Galleria 68” era il risultato di questa urgenza di sapere. Per quanto mi riguarda, rivolsi l’attenzione a una sconfitta simile a quella del giugno 1967, ma avvenuta cinque secoli prima, quando l’esercito dei Mamelucchi venne sconfitto dagli Ottomani. 

Nel corso di un’intervista ha dichiarato che, se si guarda retrospettivamente ai risultati ottenuti in campo letterario dalla generazione degli anni Sessanta, emergono due tendenze principali, incarnate rispettivamente dal lavoro di Sonallah Ibrahim e dal suo. Ci vuole spiegare meglio cosa intendeva dire?

Da quando ho iniziato a scrivere ho sempre dovuto assecondare una spinta interna, una tensione che deriva dal bisogno, direi anzi dalla necessità di aggiungere forme e codici letterari nuovi a quanto già esiste. Credo infatti che sia vero scrittore solo quello che riesce a ottenere uno stile diverso, ad adottare uno sguardo inedito. Chi non riesce a farlo è un semplice stenografo, un copista. Ancora oggi fortunatamente sento lo stesso bisogno di dare vita a qualcosa di originale, ed è per questo che ogni romanzo rappresenta per me una nuova avventura.

Negli anni Sessanta il tentativo di elaborare un nuovo stile letterario che partisse dal recupero del linguaggio usato nel medioevo nasceva da questa stessa esigenza. Cercavo infatti una via che mi permettesse di far dialogare la modernizzazione del presente con il passato, di combinare stili diversi, una via che mi conducesse a una forma estetica che potesse arricchire l’umanità intera, non solo una certa tradizione culturale, ma che allo stesso tempo fosse fortemente riconoscibile in quanto espressione arabo-egiziana.

La generazione letteraria a cui appartengo era cresciuta leggendo la letteratura occidentale, e i miei colleghi ritenevano che la mia attenzione per l’eredità culturale araba ed egiziana non si addicesse a un vero progressista. Erano più vicini all’altra tendenza letteraria, quella incarnata da Sonallah Ibrahim, che ha interloquito in modo magistrale con i processi di modernizzazione stilistica occidentale. Ultimamente, però, sembra aver rivolto lo sguardo alla tradizione. 

Lei ha detto di appartenere a una generazione per la quale l’engagement politico è stato in qualche modo inevitabile; in molti casi però è stato anche costoso: le critiche rivolte a Nasser per esempio le sono costate il carcere, dall’ottobre del 1966 al marzo del 1967. Ci vuole parlare di quel periodo e di quell’esperienza?

Allora era molto difficile essere politicamente impegnati senza finire nei guai. Esisteva un solo partito, perché nel 1964-5 tutti i grande partiti di ispirazione comunista avevano deciso di sciogliersi e di convergere nell’Unione socialista araba, dichiarando il proprio appoggio alle politiche di Nasser che, così sosteneva, lavorava per il socialismo. Nasser era certo un uomo straordinariamente carismatico, godeva di un vasto consenso interno e internazionale e cercava di edificare un Egitto moderno che includesse veramente la maggior parte della popolazione. Io e il gruppo di intellettuali che frequentavo sapevamo però non solo che non venivano rispettati alcuni basilari principi della democrazia, ma che il sistema socialista che intendeva costruire non rispondeva ai nostri desideri. Così cominciammo a criticarlo, e finimmo in prigione. Furono mesi molto duri, di una durezza gratuita, perché eravamo solo degli intellettuali che provavano a dire la loro.

Io finii per due mesi nella prigione della Cittadella, destinata agli interrogatori, e fui tenuto in isolamento, senza vedere nessuno, neanche quando andavo al bagno; poi fui trasferito alla prigione di Torah, dove incontrai altri miei compagni. Ma anche lì le condizioni erano dure. Volevano metterci alle corde, ma nonostante tutto non parlammo. O almeno la maggior parte di noi non parlò. Per quanto mi riguarda, non lo feci, nonostante abbiano usato ogni metodo immaginabile, a partire dalle scosse elettriche. La cosa curiosa è che riuscimmo a uscire grazie a Jean-Paul Sartre. Nel 1967 infatti venne invitato in Egitto, e dichiarò che non avrebbe accettato l’invito se non fossero stati rilasciati gli intellettuali arrestati senza processo. Il 12 marzo del 1967, quando Sartre arrivò al Cairo uscimmo di prigione.

A proposito di Nasser: nelle note introduttive all’edizione inglese di Zayni Barakat, Edward Said sostiene che il suo romanzo può essere letto come un’allegoria della «tenebrosa atmosfera di intrigo e cospirazione» che ha caratterizzato il governo di Nasser. Lei però ha spesso insistito nel dire che Zayni Barakat, il censore che intende riformare con metodi polizieschi il paese, «non è Nasser». Ritiene che in questo caso l’interpretazione di Said sia troppo riduttiva?

L’associazione esclusiva con Nasser riduce la portata del romanzo. È vero che Barakat “proviene” in qualche modo dalla mancanza di democrazia del periodo nasseriano, ma intendevo criticare qualunque regime poliziesco che amputi le libertà personali opprimendo i cittadini, non un governo specifico. Dopo aver studiato a fondo l’epoca dei Mamelucchi ho deciso di usarne alcuni elementi per alludere alla più recente storia egiziana, dal momento che quel sistema di potere – che si basava non sui meriti ma sui contatti personali con il sultano, e in cui chiunque poteva essere arrestato senza motivo e senza avere il diritto di chiederne ragione – presentava delle affinità fortissime con l’Egitto contemporaneo, dal 1952 a oggi.

Così decisi di prendere a modello quel periodo e di instaurare un parallelismo, rovesciando il valore di alcuni dettagli, con il più recente processo di modernizzazione del sistema egiziano. E l’ho fatto adottando uno stile ormai passato, desueto, tanto che quando inviai il manoscritto al settimanale su cui sarebbe stato pubblicato a puntate tra il 1971 e il 1972 molti pensarono che si trattasse di un manoscritto antico. Ma ridurre Zayni Barakat al solo parallelismo con il governo Nasser significa escludere che Zayni Barakat possa parlare anche del tempo di Sadat o di quello attuale, mentre funziona benissimo anche oggi. Certo: sotto Nasser chi parlava in pubblico rischiava qualche anno di carcere, mentre ora si può parlare liberamente. Ma oggi nessuno ti ascolta: più o meno è lo stesso.

Zayni Barakat da molti è considerato un esempio paradigmatico dell’attenzione che la letteratura araba contemporanea rivolge al romanzo storico. Eppure, nonostante la dimensione storica sia fortemente presente anche in altri suo scritti, sembrerebbe che per lei la storia sia soprattutto un pretesto per sollevare quesiti esistenziali, relativi per esempio alla memoria e all’oblio, alla vita e alla morte, o paradossalmente per guardare con più urgenza al presente…

Non mi considero uno scrittore di romanzi storici, e non credo che Zayni Barakat possa essere considerato tale proprio perché non riguarda il passato, ma il presente e il futuro. Mi sono sempre rivolto alla storia a partire da un forte senso del “mio tempo” e spinto dal bisogno di rispondere ad alcune domande che mi accompagnano sin da bambino: “Il momento appena trascorso, che fine ha fatto?”, “Quand’è che il presente fugge nel passato?”. Sono domande che continuano a sollecitarmi, tanto che spesso mi rendo conto di continuare nella stessa ricerca di quando da bambino mi chiedevo: “Ieri, dov’è finito? E può ritornare?”.

Per rispondere a queste domande ho letto tantissimi libri sul tempo e sono stato portato a interessarmi in modo quasi naturale ai misteri delle galassie e dei sistemi stellari. Nel frattempo ho scoperto che la vita non è altro che memoria, e per questo negli ultimi tempi ho provato a ricostruire la mia memoria, e dunque la mia vita, attraverso la scrittura. 

Quest’interrogazione sulla natura dell’uomo, sul rapporto tra il carattere contingente degli esseri umani e la dimensione ultraterrena si svolge nei suoi libri anche attraverso il ricorso alla tradizione mistica e Sufi musulmana. In che modo ha cominciato a interessarsene?

Mi sembrava che la tradizione Sufi avesse elaborato delle risposte agli interrogativi sulla natura del rapporto tra l’umano e l’assoluto e sui limiti dell’esistenza, e che a un livello più personale “soddisfacesse” almeno in parte le mie ansie e inquietudini. Del sufismo ho sempre apprezzato l’apertura e la profondità: non è un caso che i fondamentalisti ne abbiano spesso contestato la legittimità, e che la loro interpretazione non abbia trovato consensi laddove la tradizione Sufi era più radicata. Abbiamo un disperato bisogno di pensatori come Ibn Arabi o Jalaluddin Rumi, capaci di suggerire vie di ricerca senza pretendere che siano esclusive.

Negli ultimi trent’anni alla ricerca sulla tradizione arabo-islamica e Sufi ho affiancato però l’interesse per la storia dell’Egitto faraonico. Mi sono convinto infatti che nella vita spirituale degli egiziani ci sia una frattura profonda, che deve essere ricomposta e che deriva proprio dall’ingiustificata rimozione, o perlomeno dalla sottovalutazione di questa storia. Non possiamo continuare a gloriarci di aver costruito le Piramidi e insieme rifiutarne l’eredità spirituale.

Lei ha contribuito a recuperare quest’eredità con un’opera affascinante come Il mistero dei testi delle piramidi, in cui l’elemento narrativo viene quasi fagocitato da meditazioni filosofiche e da una lettura evocativa dei simboli del passato. Ci vuole spiegare perché, come recita una frase spesso citata, sia quei testi che le piramidi sono «troppo meravigliosi per essere ignorati e troppo misteriosi per essere compresi»?

Le piramidi non sono semplici edifici, per quanto architettonicamente mirabili, ma vere e proprie riflessioni filosofiche, che nel modo stesso in cui sono state progettate manifestano uno straordinario parallelismo con il sufismo e con il carattere contingente dell’esistenza umana: all’inizio (la base), abbiamo a disposizione molto tempo, un tempo che progressivamente si assottiglia fino ad arrivare al momento in cui termina, e con esso ogni cosa. Si tratta però di una fine che coincide con un nuovo inizio, che non può essere visto con gli occhi ma eventualmente percepito in altri modi.

Ricordo ancora la sensazione provata alcuni anni fa, quando per la realizzazione di un numero speciale di “Akhbar al-Adab” abbiamo ottenuto il permesso di dormire all’interno delle piramidi. Io ho dormito in un sarcofago senza luce, immerso in un buio profondo, talmente profondo che ha finito per aver il sopravvento sul mio corpo, che è diventato parte del buio, e dunque delle piramidi.

A proposito di “Akhbar al-Adab”: sin dalla fondazione, nel 1993, lei è direttore di questo settimanale distribuito in tutto il mondo arabo, considerato da molti come la più importante rivista culturale dell’area. Ci vuole spiegare quali sono i criteri con cui gestisce il giornale?

In quanto scrittore sono parte della vita culturale del mio paese, e sin dall’inizio della mia attività editoriale ho avuto l’ambizione di fare un giornale che si presentasse come uno strumento di alta qualità non solo nel campo letterario, ma in quello culturale nel suo complesso. Il primo dei principi che ci ispirano è la difesa della libertà: contro il fondamentalismo religioso, che ci ha causato diversi problemi, e contro il governo, che continua a voler imporre la censura e con il quale non smettiamo mai di confrontarci aspramente. L’altro principio invece è quello della sperimentazione e dell’apertura verso l’esterno: nel 1993, quando abbiamo cominciato le pubblicazioni, tra la cultura egiziana e quella araba si può dire che non ci fosse alcun contatto.

Oggi invece il nostro giornale rappresenta un vero e proprio ponte culturale. In tutto il mondo arabo non esiste niente di simile. Neanche nei paesi economicamente più ricchi, che d’altra parte sono anche quelli più restii a promuovere lo sviluppo culturale. Basta pensare all’Arabia Saudita, che, tra l’altro, ancora una volta ha deciso di bandire il nostro giornale, nonostante nel paese ci siano timidi segnali di un risveglio culturale. Da parte nostra, continuiamo a ospitare giovani scrittori e a raccontare ai nostri lettori i movimenti culturali più significativi del nostro tempo. Senza dimenticare le migliori tradizioni letterarie.

L'articolo Gamal al-Ghitani: l’Egitto tra politica, misticismo e faraoni proviene da Minima et Moralia.

]]>
https://minimaetmoralia.it/interviste/gamal-al-ghitani/feed/ 1