Natalia La Terza Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/natalia-la-terza/ un blog di approfondimento culturale Fri, 28 Jun 2019 10:07:11 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=7.1 https://minimaetmoralia.it/wp-content/uploads/2025/07/cropped-cropped-309290503_464034925751050_1790831071097755281_n-32x32.jpg Natalia La Terza Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/natalia-la-terza/ 32 32 Teoria botanica delle famiglie allargate: Elisa Casseri https://minimaetmoralia.it/letteratura/teoria-botanica-delle-famiglie-allargate-elisa-casseri/ https://minimaetmoralia.it/letteratura/teoria-botanica-delle-famiglie-allargate-elisa-casseri/#respond Fri, 28 Jun 2019 06:00:55 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=40595 di Natalia La Terza

In uno dei miei TED talk preferiti, la scrittrice statunitense Lidia Yuknavitch, autrice del coraggioso Il libro di Joan, uscito in Italia per Einaudi, raccontava in 13 minuti, con Dr. Martens di un colore, calzini di un altro e un coloratissimo abito a fiori quale fosse la bellezza di essere una misfit, una disadattata. Era un racconto che le era familiare, perché era la storia della sua vita.

A soli trent’anni Lidia aveva all’attivo due matrimoni falliti, tre espulsioni dal college, periodi di rehab e di galera e, come se non ci fosse fine al peggio, sua figlia era morta il giorno in cui era nata. Il suo sogno di diventare una scrittrice era rimasto “una piccola pietra triste in gola”, eppure.

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di Natalia La Terza

In uno dei miei TED talk preferiti, la scrittrice statunitense Lidia Yuknavitch, autrice del coraggioso Il libro di Joan, uscito in Italia per Einaudi, raccontava in 13 minuti, con Dr. Martens di un colore, calzini di un altro e un coloratissimo abito a fiori quale fosse la bellezza di essere una misfit, una disadattata. Era un racconto che le era familiare, perché era la storia della sua vita.

A soli trent’anni Lidia aveva all’attivo due matrimoni falliti, tre espulsioni dal college, periodi di rehab e di galera e, come se non ci fosse fine al peggio, sua figlia era morta il giorno in cui era nata. Il suo sogno di diventare una scrittrice era rimasto “una piccola pietra triste in gola”, eppure.

Eppure un giorno un suo racconto “su come il dolore e la perdita possono farti impazzire” vince un premio letterario,e il premio è andare a New York a conoscere tre scrittori: a lei la scelta. È una giornata che passa a fissare incredula la lettera del premio – in cucina, in reggiseno e mutande, tenendo in mano un bicchiere di vodka, ghiaccio e lime. Ma poi parte.

New York, “dove sono gli scrittori”. New York, dove c’è quello che lei sogna: editori, autori, agenti. Lidia sceglierà di incontrare tre scrittrici insolite: Carole Maso, Lynne Tillman e Peggy Phelan. Ma il nodo di questa storia – e ciò che la rende inaspettata e coinvolgente – non sta negli incontri che la protagonista avrà con loro, quanto negli appuntamenti che Lidia avrà con chi vuole da lei la stessa cosa che lei desidera: che Lidia scriva. Farrar, Straus and Giroux, l’editore di Flannery O’Connor, le propone di pubblicare un libro, e lei non riesce a spiccicare una parola.

Il redattore capo di W.W. Norton le dice di mandargli qualcosa e lei non fa niente. Tiene una lettura al National Poetry Club, l’agente Katharine Kidde le propone di rappresentarla immediatamente e lei risponde che ci deve pensare. Le persone come lei, dice Yuknavitch sul palco rosso del TED talk, hanno difficoltà a dire di sì. Fanno fatica a scegliere la cosa più importante per loro anche quando ce l’hanno davanti. Si vergognano a volere qualcosa di buono.

Ho ripensato a questa conferenza a tre anni di distanza leggendo il nuovo romanzo di Elisa Casseri, La botanica delle bugie (Fandango), che ha passaggi come questo: “Quando abbiamo veramente delle cose importanti da dirci, finiamo per non parlare ed è difficile dire se succede perché sappiamo di capirci in ogni caso o perché non ci va di affrontarle, le cose importanti”.

A cinque anni dall’esordio con Teoria idraulica delle famiglie (Elliot) e a quattro dalla vittoria del premio Riccione per il Teatro, la giovane scrittrice del Basso Lazio, tra le migliori promesse della sua generazione, torna con un libro che racconta, con lo stile tra il diaristico e lo scientifico che la contraddistingue, la sua teoria botanica delle famiglie allargate. La germinazione, fioritura, maturazione dei frutti e senescenza di quei legami che stringiamo scegliendo una volta e per sempre i nostri amici, i nostri amanti, le persone che sposiamo e quelle con cui facciamo dei figli. I suoi protagonisti: Nicla, Caterina, Quirino e Giorgio hanno tutti, in maniera diversa, paura dei loro desideri – o come scriverebbe uno scrittore caro a Casseri e suo conterraneo, Tommaso Landolfi, dei loro “rabbiosi desideri d’affetto”.

I desideri dei quattro personaggi sono rabbiosi perché loro cercano di nasconderli, mascherarli, dissimularli. Perché ogni volta che non permettiamo ai nostri desideri di trovare espressione e liberazione, fiction o non fiction, “siamo noi le forze avverse”.

Tutto nasce con un’amicizia. Nicla è una bambina che porta vestiti “tristi, spenti”, che ama rifugiarsi sotto il suo albero di castagno preferito. A scuola passa la ricreazione sempre da sola, finché un giorno le si avvicinano Caterina e Quirino, e le parlano come se fossero amici. Nicla è subito attratta da Caterina, ai suoi occhi così diversa e così adulta rispetto a lei, la sua prima e unica amica che si fa già la ceretta.

È interessante come Caterina si riveli invece ai lettori, nel corso delle 300 pagine del romanzo, il personaggio più complesso e meno sereno, una ragazza che crea per sé trappole non solo emotive ma anche fisiche, che stringe le cinture dei jeans così forte da lasciarsi piccole cicatrici, che tira i lacci delle scarpe tanto da romperli.Caterina, che ha una paura matta “di perdersi, di sollevarsi da terra e sparire”, ma che per l’amica incarna la perfezione:Casseri ha un dono per raccontare l’amore e l’odio estremi e irrazionali dell’amicizia femminile.

Ma Nicla è anche affascinata da Quirino, il suo amico geniale che conosce parole che i suoi coetanei non sanno nemmeno che esistano, il ragazzo che le regala ritagli della tavola periodica con gli elementi che formano il suo nome: il Nichel, il Cloro. Per una come lei sono lettere d’amore. Ma nella “scarsa fiducia” e “totale fallibilità” che Nicla ispira più a se stessa che agli altri, ogni volta che il “cretino” di cui è innamorata si avvicina, lei scappa. E in una di queste ripetizioni cicliche di incontri mancati, che la scrittrice sa rendere sempre drammatiche e divertenti insieme, Quirino, che è pallido e sembra perennemente sul punto di svenire cade invece da un trattore – Nicla tredicenne si dispera pensando che sarà successo qualcosa peggio della morte: “gli taglieranno una gamba, smetterà di camminare, non ti bacerà mai più”.

Così, vivo e con una gamba riattaccata con un chiodo che lo rende più romantico, davanti all’interminabile indecisione di Nicla e prigioniero delle sue debolezze, Quirino decide di sposare Caterina, Nicla per ripicca si mette con Giorgio e nessuno dei quattro è felice. Finché il tormento a catena verrà spezzato ed Elisa Casseri scriverà: “Ci hanno distrutto di più vent’anni di bugie o cinque minuti di verità?”. Proprio nei momenti in cui la verità arriva improvvisa come uno schiaffo e sembra distruggere tutto: Lidia Yuknavitch sul suo aereo di ritorno in Oregon senza un contratto, un libro e un agente quando poteva ottenere tutti e tre; Nicla, Caterina, Quirino e Giorgio che dopo averlo fatto per vent’anni non riescono più a salvare “il costante salvataggio delle apparenze”, c’è la possibilità di reinventarsi. Basta avere il coraggio dei propri desideri.

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“Resoconto”, la via di Rachel Cusk oltre il romanzo https://minimaetmoralia.it/letteratura/resoconto-la-via-rachel-cusk-oltre-romanzo/ https://minimaetmoralia.it/letteratura/resoconto-la-via-rachel-cusk-oltre-romanzo/#comments Fri, 30 Nov 2018 06:30:46 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=38812 Questo pezzo è uscito su Rolling Stone, che ringraziamo. di Natalia La Terza «Tutto è iniziato con l’asma». Appena comincio a parlare con Rachel Cusk, autrice di Resoconto, primo romanzo di una trilogia in corso di pubblicazione in Italia per Einaudi, sospetto che la nostra intervista avrà la stessa struttura del suo libro: nessuna. «Ho iniziato […]

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Questo pezzo è uscito su Rolling Stone, che ringraziamo.

di Natalia La Terza

«Tutto è iniziato con l’asma». Appena comincio a parlare con Rachel Cusk, autrice di Resoconto, primo romanzo di una trilogia in corso di pubblicazione in Italia per Einaudi, sospetto che la nostra intervista avrà la stessa struttura del suo libro: nessuna. «Ho iniziato a scrivere presto. Da bambina soffrivo di asma e ho passato tanto tempo in ospedale, lontana dalla mia famiglia. Quell’isolamento ha cambiato il mio modo di comunicare. Ho avuto più tempo per pensare degli altri bambini». Dopo un minuto mi dice che il suo regista preferito è Michelangelo Antonioni, un altro autore di trilogie, un altro appassionato studioso dell’incomunicabilità, «un maestro».

C’è chi dice che Rachel abbia ucciso il romanzo, o perlomeno l’abbia ridotto all’osso. Qualsiasi cosa abbia fatto ha funzionato, perché ha indicato a scrittori e lettori una nuova via verso una narrazione quasi interattiva. Resoconto è un’opera letteraria ibrida e sfuggente, leggendola è difficile individuare un inizio, un centro e una fine canonici, capire dove finisce la storia dei personaggi e dove inizia la nostra. Se dovessi trovare un aggettivo per la scrittura di Rachel sarebbe “trasparente”, e mentre continuo a farle domande a chilometri di distanza mi sembra di parlare con Faye, la protagonista del suo romanzo, che ascolta le storie con attenzione e parla poco.

«Passo lunghi periodi senza scrivere, aspetto di avere la storia in mente. Possono passare anche due anni, e la maggior parte del tempo mi sento come se fossi disoccupata». Un ritmo lento ma invidiabile per un’autrice che ha scritto dieci romanzi e tre libri di non fiction. Le chiedo se, quando scrive, pensa a un pubblico in particolare: «Scrivo per una persona alla volta. Anni fa ho firmato un’opera teatrale che è andata in scena a Londra. Sono andata alla prima e l’idea che tutte quelle persone stessero ascoltando qualcosa che avevo scritto io mi terrorizzava!».

Non tutti i personaggi che Faye incontra lungo i dieci capitoli di Resoconto sono scrittori, ma ognuno di loro ha una storia da raccontare. Il filo che unisce i resoconti e che fa funzionare il gioco di simmetrie ideato da Rachel è il tema, unico e comune, dell’identità: i suoi personaggi provano eccitazione al pensiero di reinventarsi, ritrovare un rapporto «autentico». È Ryan, uno scrittore che legge poco e ha poca disciplina, a sottolineare la differenza
tra scrittura intesa come velleità e necessità: crede che a molti piaccia più che altro l’idea, “dire che sono degli scrittori”.

«Chi scrive passa un sacco di tempo da solo davanti a una scrivania», afferma Rachel, «quando hai successo hai la fortuna di poter viaggiare e incontrare persone, ma è quello che succede anche nelle altre professioni. Non c’è niente di glamour ed è un mestiere pieno di rischi. Sono sempre stata attratta dal posto fisso, ma scrivere è l’unica cosa che so fare». A metà del libro Olga, un’algida giornalista polacca, afferma che gli scrittori sono persone che non sono mai cresciute: «È vero. Perché è l’infanzia l’età dove viviamo immersi nella creatività. Fin da piccola ho amato le serie letterarie, mi facevano pensare di poter rimanere dentro una storia per sempre. Uno dei libri più importanti della mia giovinezza è un libro diviso in due, L’arcobaleno e Donne in amore di D.H. Lawrence. Le donne dei suoi romanzi sono straordinariamente autentiche».

Penso al capitolo 9, il mio preferito di Resoconto, dove prendendo spunto dal suo scrittore preferito, la scrittrice – che secondo alcuni avrebbe ucciso la fiction – fa una riflessione sulla letteratura: funziona quando ci trascina fuori dalla nostra vita. E mentre lascio Rachel dentro la sua casa nella campagna londinese, penso a Lady Chatterley che si rifugiava nella sua camera o nel bosco.

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L’arte di saper raccontare. Intervista a Paco Roca https://minimaetmoralia.it/interviste/paco-roca-intervista/ https://minimaetmoralia.it/interviste/paco-roca-intervista/#respond Tue, 13 Dec 2016 06:30:57 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=33071 di Natalia La Terza

Paco Roca è uno dei più importanti fumettisti contemporanei. Nato a Valencia nel 1969, è arrivato in Italia con Alessandro Editore e poi con Tunué, che ha pubblicato tra gli altri, i suoi graphic novel più famosi: il pluripremiato Rughe, diventato un lungometraggio d’animazione, L’inverno del disegnatore, Memorie di un uomo in pigiama e, quest’anno, La casa, un’opera autobiografica che ha come protagonisti tre fratelli, riuniti alla morte del padre in un’abitazione che per ognuno di loro ha significati, ricordi e suggestioni diversi.

Incontro Paco a Più libri più liberi, la Fiera della piccola e media editoria che si svolge ogni anno a Roma, e aspetto, prima di parlargli, che finisca la dedica al ragazzo che l’ha intervistato prima di me, un’illustrazione che imita e personalizza la copertina del suo ultimo libro, il disegno di un ragazzo con un cappello di paglia e scarpe di tela che innaffia il suo giardino.

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di Natalia La Terza

Paco Roca è uno dei più importanti fumettisti contemporanei. Nato a Valencia nel 1969, è arrivato in Italia con Alessandro Editore e poi con Tunué, che ha pubblicato tra gli altri, i suoi graphic novel più famosi: il pluripremiato Rughe, diventato un lungometraggio d’animazione, L’inverno del disegnatore, Memorie di un uomo in pigiama e, quest’anno, La casa, un’opera autobiografica che ha come protagonisti tre fratelli, riuniti alla morte del padre in un’abitazione che per ognuno di loro ha significati, ricordi e suggestioni diversi.

Incontro Paco a Più libri più liberi, la Fiera della piccola e media editoria che si svolge ogni anno a Roma, e aspetto, prima di parlargli, che finisca la dedica al ragazzo che l’ha intervistato prima di me, un’illustrazione che imita e personalizza la copertina del suo ultimo libro, il disegno di un ragazzo con un cappello di paglia e scarpe di tela che innaffia il suo giardino.

Hai sempre voluto fare il fumettista?

Volevo fare animazione, ma era più difficile. È un lavoro che non puoi fare da solo quando sei piccolo, a casa tua: hai bisogno di una squadra che lavori con te. Fare fumetti, invece, mi dava una libertà totale.

Cosa c’era nella libreria di casa tua?

I miei non erano grandi appassionati di letteratura. La mia famiglia apparteneva alla classe media, operaia, c’era qualche libro, qualche fumetto, ma a casa mia non si respirava cultura: è stata una passione che ho coltivato io.

In La casa, José dice alla ragazza che il padre non leggeva mai i giornali dove si parlava di lui, che li faceva a pezzetti per coprire i grappoli d’uva e non farli mangiare dagli uccelli. Una volta scoperta la tua passione, la tua famiglia ha incoraggiato le tue aspirazioni?

Le professioni artistiche di tutti i tipi venivano scoraggiate. Potevi disegnare per hobby, nel tempo libero, ma quella del fumettista non si considerava una professione seria. Mio padre desiderava per me un lavoro normale, ma col passare del tempo il suo atteggiamento è cambiato molto, soprattutto quando mi ha visto felice di fare quello che facevo, e quando si è reso conto che potevo guadagnarmi da vivere così.

Qual è stato il momento in cui hai iniziato a scrivere e disegnare graphic novel?

I fumetti mi sono sempre piaciuti. La spinta a iniziare a disegnare me l’hanno data quei fumettisti pubblicati in Spagna negli anni 50, che sono i protagonisti de L’inverno del disegnatore: Josep Escobar, Guillermo Cifré, José Peñarroya e Carlos Conti.

Quali sono state le tue prime illustrazioni?

Ho lavorato per tanto nella pubblicità. Il primo incarico che ho avuto è stato quello di disegnare un cartello per chiedere alla flotta americana di andarsene.

Hai fatto un graphic novel, La casa, sulla storia di una casa, e precisamente la tua; uno, Le strade di sabbia, dove c’è un personaggio che non riesce più a tornare alla sua e si ritrova in un hotel ai limiti dell’immaginazione; un’altra, Rughe, dove i personaggi, ormai anziani devono abbandonare la loro casa per trovarne un’altra, il pensionato. La casa e la famiglia sono elementi al centro della tua opera: li troveremo anche nei tuoi prossimi libri?

Sì. Finisco sempre a parlare dello stesso tema e degli stessi personaggi, della memoria, dell’origine, e quindi della casa. Posso anche travestirlo: creare una casa surreale o disegnarla in un altro stile, ma il tema rimane sempre quello. Si può parlare dello stesso tema per due motivi: o perché non riesci ancora a svilupparlo come davvero vorresti o perché ti evoluzioni anche tu, e ogni volta lo vedi da un punto di vista diverso. Rughe e La casa sono la stessa storia. In Rughe racconto della vecchiaia di mio padre, in La casa della morte di mio padre: parlo sempre della mia relazione con lui, da angoli diversi.

Il tuo primo lavoro è stato in campo pubblicitario e leggendo La casa scopriamo che anche tuo padre lavorava nella pubblicità: “portava gli annunci ai giornali”. A pagina 17, Silvia guarda una sua foto da giovane e dice che ha “un’aria alla Don Draper”. Anche a te piace Don?

Mi piace Don Draper e mi piace tantissimo Mad Men, ed è tutto vero: mio padre lavorava nella pubblicità, in un’agenzia, ma come una sorta di fattorino, niente a che vedere col glamour di Don Draper.

Vedi molte serie?

Alcune. Non ho molta pazienza nemmeno per le serie comics, non riesco a seguire quelle francesi e i manga. In televisione è un po’ lo stesso, preferisco le mini serie alle grandi, lunghissime serie, perdo velocemente l’interesse. Ma confido molto nelle potenzialità delle mini serie, che hanno un formato che dà molta più libertà di quella che c’è al cinema, e la possibilità di approfondire singoli temi. Mi piacciono anche Black Mirror, Vinyl, Daredevil, Seinfeld, e sono un grande fan di Ricky Gervais e di The Office.

Ci sono scrittori che ti piacerebbe illustrare, libri di cui vorresti fare una versione in graphic novel?

Per i temi che tratta e perché lo conosco, mi piacerebbe adattare le opere di Javier Cercas. Ora sto lavorando a un progetto con Javier Pérez Andújar, ma quello che mi piacerebbe fare è illustrare libri di non fiction. I graphic novel si sono dedicati per tanto tempo alla fiction, ma il percorso che sta facendo la non fiction è davvero interessante e in crescita. Sarebbe molto bello fare un graphic novel di un libro della scrittrice russa Premio Nobel per la Letteratura nel 2015, Svetlana Aleksievič.

Ho trovato su YouTube un video dove introduci un corso di scrittura comics. Quanto pensi che si nasca scrittori e quanto si possa imparare ad esserlo, allenando, addestrando il proprio talento?

Credo che alcune persone abbiano un talento naturale: lo capisci subito, parlandoci. Ci sono persone che in una semplice conversazione, senza nessun tipo di studio, riescono a rendere interessanti cose di tutti i giorni. Ma è anche un mestiere che si può imparare: l’importante è alzare gli occhi dal tuo mezzo di comunicazione e osservare le altre forme di narrazione. È una tecnica molto utile per trovare ispirazione. Quello che conta è l’arte di saper raccontare, di saper rendere interessante qualcosa. Come diceva Paul Auster: “Le cose succedono a chi le sa raccontare”.

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Lavorare sul fuoco. Scott Spencer e Un Amore Senza Fine https://minimaetmoralia.it/interviste/lavorare-sul-fuoco-scott-spencer-e-un-amore-senza-fine/ https://minimaetmoralia.it/interviste/lavorare-sul-fuoco-scott-spencer-e-un-amore-senza-fine/#comments Thu, 05 May 2016 12:00:06 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=30844 di Natalia La Terza

Ho letto Un amore senza fine pubblicato nel 1979, candidato al National Book Award e inserito nei migliori libri di quell’anno dal New York Times – piuttosto tardi. Erano passati mesi dalla seconda pubblicazione in Italia, giugno 2015, da Sellerio (la prima, nel 1980, per Mondadori), nella traduzione di Francesco Franconeri.

Era un periodo in cui mi accorgevo che, se uno scrittore o una scrittrice non mi facevano venire la voglia di rileggere la loro prima pagina subito dopo averla finita, avevo paura di non arrivare nemmeno all’ultima. Della storia scritta da Scott Spencer avevo letto il giudizio di Jonathan Lethem, che lo paragonava a uno dei miei libri e uno dei miei film preferiti: Il grande Gatsby e La rabbia giovane, e ne avevo sentito parlare, entusiasta, da Tiziana Lo Porto.

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di Natalia La Terza

Ho letto Un amore senza fine pubblicato nel 1979, candidato al National Book Award e inserito nei migliori libri di quell’anno dal New York Times – piuttosto tardi. Erano passati mesi dalla seconda pubblicazione in Italia, giugno 2015, da Sellerio (la prima, nel 1980, per Mondadori), nella traduzione di Francesco Franconeri.

Era un periodo in cui mi accorgevo che, se uno scrittore o una scrittrice non mi facevano venire la voglia di rileggere la loro prima pagina subito dopo averla finita, avevo paura di non arrivare nemmeno all’ultima. Della storia scritta da Scott Spencer avevo letto il giudizio di Jonathan Lethem, che lo paragonava a uno dei miei libri e uno dei miei film preferiti: Il grande Gatsby e La rabbia giovane, e ne avevo sentito parlare, entusiasta, da Tiziana Lo Porto.

Perché ho riletto la prima pagina di Un amore senza fine prima di voltarla? Perché Scott Spencer mi dice subito quanti anni ha il protagonista. In poche righe fa che il suo stato d’animo sia il mio. Perché la sostanza dell’amore è «incorporea», perché c’è una notte che «divide ancora la mia vita», perché è una serata d’agosto «per nulla eccezionale» e c’è un diciassettenne che dà di matto e incendia la casa della sua ragazza. Non sappiamo nemmeno il motivo, ancora non conosciamo neppure il nome di lei, ma cosa importano i motivi e i nomi.

Un amore senza fine è un romanzo scritto più di trent’anni fa che sembra portare l’età del suo protagonista, ed è bellissimo.

È la vecchia storia raccontata da Salinger dello scrittore, del telefono e delle volte che ti gira. Alla fine del libro non avevo ben chiaro se il mio desiderio fosse quello di chiamare Scott Spencer o David Axelrod, ma ho trovato uno di loro su Facebook e senza pensarci due volte ho cominciato a fargli delle domande.

Quando ti è venuta in mente la storia di Un amore senza fine?

Ho avuto l’idea generale di Un amore senza fine intorno ai 22 anni, anche se ‘idea’ non è la parola giusta – avevo la vaga intuizione che avrei potuto scrivere bene di un certo tipo di attaccamento. Volevo basare la mia storia su certi episodi della mia vita, in particolare su quando il padre della ragazza con cui stavo a 17 anni mi aveva detto di stare lontano da lei e dalla sua famiglia per 30 giorni.

Guardandomi indietro adesso, trovo sorprendente e divertente il fatto che mi agitassi tanto per una cosa che è in realtà un piuttosto insignificante e banale intervento da parte dei genitori. È a malapena una violazione dei diritti umani. Quando cominci ad avere libertà e dignità, il fatto che ti venga chiesto di stare lontano dalla tua ragazza per un mese non è esattamente sconvolgente. Non so perché pensavo che i lettori potessero trovare qualcosa di interessante in questa storia. Ma ero convinto che questa era una storia che io dovevo raccontare. Ero così protettivo nei confronti di questa storia che ho scritto due romanzi prima di pensare di essere in grado di raccontarla. E quando mi sono messo a scriverlo, il romanzo aveva sempre meno e meno e meno e meno somiglianze con qualsiasi cosa mi fosse successa nella vita reale.

Una volta finito, il romanzo aveva perso ogni somiglianza con la mia biografia, ma allo stesso tempo era diventato più autobiografico di quanto potessi immaginare. Il romanzo dipendeva quasi interamente dalla voce del narratore e dalla scrittura stessa, e mentre diventava sempre più un prodotto della mia immaginazione (piuttosto che della mia memoria), Un amore senza fine è finito per diventare un ritratto di tutto quello che c’era in me – la mia solitudine, il mio desiderio di avere rapporti con gli altri, il mio amore per il linguaggio.

Cosa facevi nel periodo in cui scrivevi il romanzo?

Quando ho iniziato a scrivere Un amore senza fine vivevo a New York City, facevo un lavoro complicato ed estenuante, ed ero arrivato alla triste fine di un giovane matrimonio – iniziato a 23 anni e finito verso i 30. Sembra strano ora, pensare di aver iniziato a scrivere Un amore senza fine proprio quando l’amore nella mia vita stava finendo. Lasciai il mio lavoro e mi ritirai in un’isolata fattoria in New Hampshire. Ricevevo i sussidi di disoccupazione che mi davano circa otto dollari a settimana. Avevo un paio di cani. Mi sono innamorato della donna con la quale più tardi avrei avuto dei bambini, e scrivevo tutto il giorno e fino a sera ogni giorno.

Hai sempre avuto in mente Un amore senza fine o hai pensato ad altri titoli mentre scrivevi?

Sapevo dall’inizio che avrei chiamato il mio romanzo Un amore senza fine, anche se capivo che per molti nel mondo letterario questo tipo di titolo potesse essere una sorta di battuta. Ma ho preso il titolo da una poesia di Delmore Schwartz, in modo da sentirmi un po’ protetto. E ci sentivo anche qualcosa di aggressivo. È un bellissimo titolo e se faceva venire in mente dei romanzi d’amore economici e tascabili, non era colpa del titolo!

Di fatto, volevo che il titolo fosse una sorta di sfida, come se il tema del romanzo sfidasse i lettori sofisticati, abituati a una dieta ferrea di cinismo e ironia, insistendo perché prendessero sul serio le pene d’amore degli adolescenti. Non penso che qualcuno possa capire il cosiddetto ‘amore adulto’ senza riconoscere le sue radici nelle nostre precedenti relazioni. Ma questo ci porta alla domanda: è questa veramente una storia d’amore? Molti lettori – come i registi che hanno frainteso il significato della storia e hanno provato a trasformarla in un dolce film romantico – credono che Un amore senza fine sia una storia d’amore, scritta nell’appassionato ricordo di una passione giovanile. Non desidero discutere con i critici e i lettori che hanno amato il mio libro, ma penso che a una lettura più attenta di Un amore senza fine si riveli un libro principalmente sull’Eros, che è un po’ diverso dall’amore.

Com’è cambiata la tua vita dopo la pubblicazione di Un amore senza fine?

È cambiata tantissimo. Per la prima volta nella mia vita avevo dei soldi in banca. Ero in grado di pagare i miei debiti e di comprarmi una macchina. Potevo comprarmi una casa in campagna, con un terreno e uno stagno, ed era una casa abbastanza grande per invitare degli ospiti nel fine settimana. Era un genere di lusso che non avrei immaginato nemmeno per un minuto di poter avere. E in qualche modo, sono riuscito a tenermi la casa e il terreno per tutti questi anni. Ma, negli aspetti più fondamentali, la vita è rimasta la stessa – o almeno riconoscibile. Lavoro sempre di mattina. Mi dispero ancora su qualsiasi cosa io stia scrivendo. E dormo ancora con una penna e un blocco d’appunti sul comodino, nella speranza che qualcosa di straordinario mi accada di notte, cosa che però non è ancora mai successa.

Quali erano gli scrittori che ammiravi di più mentre scrivevi Un amore senza fine?

Quando scrivevo Un amore senza fine, gli scrittori che leggevo di più erano Richard Yates e Larry Wiowode – il suo immenso (e generoso) Beyond the bedroom wall ha avuto un enorme impatto su di me. Ero anche molto preso da The black prince di Iris Murdoch. Come scrittore mi facevo i fatti miei – anche quando sono tornato a New York, non conoscevo quasi nessuno che scrivesse. Comunque, dopo la pubblicazione di Un amore senza fine, ho ricevuto una lettera di complimenti da Richard Yates. Di tutto il successo che ha avuto il libro, quello è stato il momento più gratificante per me.

Appare all’inizio del romanzo e me lo sono chiesta fino alla fine, e oltre. Di tutti i modi in cui David poteva attaccare la famiglia Butterfield, perché il fuoco?

Ho lavorato tanto sul fuoco che dà inizio al libro. Sono sempre stato affascinato dal fuoco – lo sono ancora! Sono stato per un periodo volontario dei vigili del fuoco – che ti fa capire come le cose siano fatte in piccolo nelle città del New England. Non mi sono mai ritrovato in un vero incendio – spegnere il fuoco di un camino è stato l’apice del mio anno da volontario. Visto che Un amore senza fine è un libro sulla passione, l’idea del fuoco era la prima a venire in mente. A quei tempi ho letto La psicoanalisi del fuoco di Gaston Bachelard con grande interesse. Mi piacerebbe tornare a quel libro: sarebbe interessante rileggerlo e vedere cosa significa per me ora.

Jade è l’amore senza fine di David. Ma il personaggio femminile che mi è sembrato dominasse la prima parte del romanzo è quello di Ann, la madre di Jade, per la quale David prova un amore platonico ambiguo. Ci sono stati momenti in cui ho avuto dei dubbi sulla Butterfield che sarebbe stata scelta dal protagonista. Con il suo grande amore perduto, un marito, tre figli e una casa incendiata, Ann mi è sembrata la più giovane di tutti. È il personaggio che vive con maggior entusiasmo, l’unico che, alla fine del libro, inizia qualcosa che ha sempre desiderato, non importa con quanto ritardo sui tempi. Jade è tranquilla, pigra, quasi banale. Quando ha dei problemi, sono «astratte preoccupazioni».

Penso che tu abbia percepito – e percepito bene – che Jade è forse il meno presente di tutti i personaggi principali. Lei sarebbe stata molto diversa se Un amore senza fine fosse stato scritto in terza persona, ma visto che la storia è raccontata dalla voce di David, lei esiste principalmente come oggetto di desiderio. Quello che lui prova per lei, come lei fa sentire lui, la sua famiglia, il suo posto nel mondo, com’è fare sesso con lei, come si sente quando lei gli manca, e quando la desidera – tutte queste cose sono più vivide nel libro di Jade stessa. L’ho fatto apposta. La natura annichilente dell’ossessione è stata una delle scoperte che ho fatto mentre scrivevo il libro, di cui ho fatto diverse stesure, nel corso di circa quattro anni.

Mi ha colpita come, lungo il romanzo, si torni spesso ai nuclei familiari. Mi piace che il capitolo 15 si apra con una frase come «Era scontato» e poi si riveli tutt’altro. Quando, dopo anni, David e Jade si incontrano, salgono su un pullman insieme ma non vanno a vivere da soli, non sono gelosi della loro intimità, vanno dritti dritti nell’affollatissima comune dove abitano gli amici di lei. Da casa Butterfield alla Gertrud. Perché i due protagonisti stanno così poco per i fatti loro?

È interessante quello che mi chiedi su David e Jade che vanno a vivere insieme nella città del suo college, dopo essersi ritrovati. Penso che siano entrambi contenti di avere il caos umano di tanti coinquilini. Vogliono essere distratti l’uno dall’altra. Lui è troppo per lei e lei non è veramente la persona che lui ha immaginato durante la loro lunga separazione. Lei è molto più ordinaria di quanto lui voglia che sia. Mettere la lettera di Jade a David verso la fine del libro è stato un modo per far vedere chi è lei fuori dalla passione di lui per lei. E lei è una giovane ragazza molto ordinaria.

«E c’era Jade. Rannicchiata in una poltrona, indossava un camicione vecchia maniera e un paio di poco lusinghieri calzoni al ginocchio. Aveva un’aria casta, sonnolenta, l’aspetto in disarmo tipico di una sedicenne che trascorra il sabato sera in famiglia. Quasi non osavo guardarla; temevo che avrei semplicemente finito col gettarmi attraverso i vetri per rivendicarla come mia.». Questo passaggio mi piace molto perché racchiude quello che fa innamorare David e quello che rende Jade così diversa dalla madre. Con la figura di Ann, in Un amore senza fine, entrano nella narrazione quei piccoli dettagli che improvvisamente fanno ridere mentre leggi anche in momenti che non sono per niente divertenti. Penso ai cliché che lei porta con sé, all’ironia su un certo tipo di persona che tutti possiamo conoscere.Tutto questo viene reso tragico dal fatto che abbia quarant’anni e non venti, ma nel ritrarla non perdi mai di delicatezza. Lei è quella che nel romanzo legge di più e che scrive lettere lunghissime, e molto belle.

La propensione di Jade a rimanere con i piedi per terra si è formata in parte in reazione al subbuglio della sua relazione con David e in parte in reazione a sua madre, Ann. Ann è timidamente bizzarra, un po’ fredda, un po’ egoista, e così fissata su di sé e su di quello di cui lei hai bisogno che dormirebbe con il ragazzo della figlia. Ho amato scrivere le scene di Ann. E le sue lettere mi hanno dato l’opportunità di scrivere in uno stile diverso, lontano dalla prosa euforica di David. Per me, questo libro era principalmente un libro sulla sua scrittura, così come un quadro, non importa quale sia il soggetto, è alla fine sul… dipingere.

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