Nelson Mandela Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/nelson-mandela/ un blog di approfondimento culturale Mon, 23 Jul 2018 08:53:25 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=7.1 https://minimaetmoralia.it/wp-content/uploads/2025/07/cropped-cropped-309290503_464034925751050_1790831071097755281_n-32x32.jpg Nelson Mandela Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/nelson-mandela/ 32 32 Il Sudafrica nel giorno di Mandela https://minimaetmoralia.it/interviste/sudafrica-nel-giorno-mandela/ https://minimaetmoralia.it/interviste/sudafrica-nel-giorno-mandela/#respond Mon, 23 Jul 2018 08:53:25 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=37843 Pubblichiamo un pezzo apparso sul Messaggero, che ringraziamo.

Cent'anni fa a Mvezo, un minuscolo villaggio sulle rive del fiume Mbashe, una terra splendida situata a oltre mille chilometri da Città del Capo, nacque Nelson Mandela, icona novecentesca di una storia collettiva e di un cammino verso la libertà e l'emancipazione che non è ancora concluso.

Il Sudafrica, e il mondo, hanno appena celebrato il centenario del primo presidente eletto democraticamente nel 1994 in un paese ancora lacerato dall'oppressione dell'apartheid. È viva la memoria dei 27 anni trascorsi in carcere da Mandela, insieme a tanti compagni di lotta, senza mai perdere la propria identità e il senso di un percorso che dopo aver scalato una montagna ne ha trovata sempre un'altra. La ricorrenza della nascita di Mandela è l'occasione per guardare anche dentro alle contraddizioni e alle disuguaglianze che tuttora segnano la società sudafricana.

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Pubblichiamo un pezzo apparso sul Messaggero, che ringraziamo.

Cent’anni fa a Mvezo, un minuscolo villaggio sulle rive del fiume Mbashe, una terra splendida situata a oltre mille chilometri da Città del Capo, nacque Nelson Mandela, icona novecentesca di una storia collettiva e di un cammino verso la libertà e l’emancipazione che non è ancora concluso.

Il Sudafrica, e il mondo, hanno appena celebrato il centenario del primo presidente eletto democraticamente nel 1994 in un paese ancora lacerato dall’oppressione dell’apartheid. È viva la memoria dei 27 anni trascorsi in carcere da Mandela, insieme a tanti compagni di lotta, senza mai perdere la propria identità e il senso di un percorso che dopo aver scalato una montagna ne ha trovata sempre un’altra. La ricorrenza della nascita di Mandela è l’occasione per guardare anche dentro alle contraddizioni e alle disuguaglianze che tuttora segnano la società sudafricana.

Da poco è uscito in Italia Il reattivo (Pidgin edizioni, 189 pagine 12 euro), un libro che consente di compiere un viaggio nella memoria e nel presente caotico del paese, proiettandosi verso il futuro con il protagonista Lindanathi, positivo all’HIV, che immerge il lettore nella realtà di Città del Capo. L’autore Masande Ntshanga, classe 1986, fresco vincitore con questo romanzo del Betty Trask Award e in precedenza insignito del PEN International New Voices Award, nonché finalista del Caine Prize nel 2015, è una voce non solo letteraria molto interessante.

Ntshanga, quale punto di osservazione offre Il reattivo sulla vita a Città del Capo?

«È una città in molti modi ancora definita dalle divisioni di razza e classe del passato, sebbene sia moderna e globale di per sé. In Il reattivo ho tentato di includere ciò, sia in termini di tematiche sia di ambientazioni, ma la prospettiva che volevo offrire non viene spesso condivisa: quella dei giovani alienati e che esistono ai margini dello Stato. Quella di coloro che non sono divisi in base alla razza e che sono uniti da una sensibilità comune, una che include una sfiducia nel nazionalismo, nell’autorità dello stato e nel capitalismo globale».

Come si può descrivere l’equilibrio tra passato, presente e futuro per la generazione post 1994?

«La generazione affronta altre sfide. Naturalmente, nulla può essere comparato all’apartheid, un sistema che negava i diritti umani basilari alla maggioranza della popolazione, ma i giovani continuano ad avere difficoltà a trovare accesso all’educazione e al lavoro. In generale, c’è una crescente sfiducia nel governo, seguita da un aumento dell’attivismo e delle proteste studentesche, nonché una pressione per avere leader politici più giovani. Penso che, in un primo momento, il passato sia stato definito dall’ottimismo, che poi si è trasformato in disillusione. Ora il presente è definito da un aumento del coinvolgimento politico, con molti giovani uniti dall’imperativo culturare di costruire una società inclusiva ed equa».

La figura di Mandela riempie ancora l’immaginario dei giovani sudafricani in una società ancora così diseguale?

«Mandela è stato e resterà un gigante nella storia del Sudafrica: l’eroe della liberazione, che ci ha salvato dalla guerra civile e ci ha insegnato il perdono. Però esistono sentimenti contrastanti sulla funzione della sua eredità. Una visione sempre più diffusa è che i richiami alla sua figura alimentino artificiosamente una narrativa nostalgica di cui molti giovani africani sono stanchi e diffidenti, dati i problemi che affrontano ancora al giorno d’oggi, dalle tasse universitarie troppo costose alla disoccupazione».

Che cosa lascia il tramonto della stagione controversa dell’ex presidente Zuma?

«Da una parte c’è meno fiducia nell’African National Congress, il partito al governo, ma dall’altra i cittadini sono diventati più vigili politicamente, invece di riporre tutta la loro fiducia nei politici. La presidenza Zuma, all’interno del mio contesto, è spesso considerata disastrosa e qualcosa che la gente non vuole che si ripeta, ma il desiderio di resistenza a essa è diventata anche una spinta verso un maggiore coinvolgimento politico tra i giovani».

In che modo il paese si avvicina alle elezioni del prossimo anno?

«C’è molta speranza ritrovata attorno all’attuale presidente, Cyril Ramaphosa, che potrebbe ripristinare un po’ di fede nell’ANC. Tuttavia, il partito considerato come il più progressivo è l’EFF, che si è allineato di più con l’attivismo studentesco e la politica giovanile. Ma la stagione elettorale può essere un periodo segnato da pratiche manipolative da parte della maggior parte dei partiti volte a ottenere voti. Credo che molta gente sia curiosa di vedere se l’ANC perderà la presa o se acquisirà nuovamente la sua forza. La maggior parte delle persone spera in un governo equo e senza corruzione, che possa alleviare la povertà, fornire servizi e una buona qualità della vita a tutti».

Quale impatto culturale e sociale sta avendo la crescente urbanizzazione sul Sudafrica?

«È una coincidenza curiosa che mi si faccia questa domanda, perché mi stavo documentando a tale proposito per un romanzo. Anche se, a essere sinceri, non in termini di impatto culturale e sociale, ma piuttosto di impatto sull’ambiente. In Sudafrica, l’urbanizzazione è la causa principale dell’inquinamento dell’aria, per esempio, che può provocare malattie e morte prematura, attraverso malattie non trasmissibili. In termini sociali, d’altro canto, l’urbanizzazione ha avuto l’effetto di atomizzare la società, e condizioni dure di povertà urbana hanno alimentato la sfiducia sociale, diffondendo crimine e aggressività. Tuttavia, gli spazi sono anche molto progressisti, politicamente, socialmente e culturalmente, il che li rende focolai per alcuni dei pensatori e degli artisti più vitali. Permettono inoltre un’intersezione di tecnologia e diverse comunità che può dar vita a sottoculture interessanti e progressive».

Che cosa significa oggi vivere in Sudafrica con l’HIV e l’AIDS?

«C’è molta meno stigmatizzazione e un maggiore accesso ad assistenza sanitaria e farmaci, ma come la maggior parte delle cose nel paese dipende ancora dalle proprie condizioni socio-politiche, le quali, molto spesso, sono in linea con classificazioni razziali».

Ho letto che sta lavorando a un nuovo libro sul tema collasso dell’homeland system, può accennare qualcosa a proposito?

« Il mio romanzo, Triangulum, inizia da quell’epoca, dal 1981 al 1994, e poi si sposta agli anni 2010, 2030 e 2040. Uscirà il prossimo anno. Gli homeland, o Bantustans, erano strumenti del governo dell’apartheid. Erano concepiti per passare come aree di terra attribuite alla popolazione indigena, perché le governasse autonomamente, ma nei fatti non erano economicamente sostenibili e provocarono la caduta in povertà per migliaia di persone».

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Jonah Lomu, l’uragano nero https://minimaetmoralia.it/libri/jonah-lomu-luragano-nero/ https://minimaetmoralia.it/libri/jonah-lomu-luragano-nero/#comments Fri, 28 Oct 2016 12:00:39 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=32626 Sarà in libreria dal prossimo 10 novembre L'uragano nero. Vita, morte e mete di un All black di Marco Pastonesi (66thand2nd). Il libro sarà presentato il 9 al Circolo dei lettori di Torino e l'11 presso l'Associazione rugbistica capitolina a Roma.

All'inizio del 1989 l'uragano nero, quando varcò per la prima volta la soglia dell'ufficio di Chris Grinter, non era altro che un tredicenne, uno dei tanti ragazzini di strada dal sobborgo Greenlane, nella parte sud di Auckland, la città più popolosa della Nuova Zelanda. «Forse era fisicamente un po' più grande dei suoi coetanei, ma la sua futura magnificenza e abilità atletica non apparivano ovvie», ha raccontato l'allenatore del Wesley College. In cinque anni poi Jonah Lomu ha colto di sorpresa il mondo, ha cambiato il gioco con la palla ovale, inscrivendo al vento l'immortalità di chi fin da bambino custodisce almeno due sogni: giocare un mondiale, e vincerlo.

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Sarà in libreria dal prossimo 10 novembre L’uragano nero. Vita, morte e mete di un All black di Marco Pastonesi (66thand2nd). Il libro sarà presentato il 9 al Circolo dei lettori di Torino e l’11 presso l’Associazione rugbistica capitolina a Roma.

All’inizio del 1989 l’uragano nero, quando varcò per la prima volta la soglia dell’ufficio di Chris Grinter, non era altro che un tredicenne, uno dei tanti ragazzini di strada dal sobborgo Greenlane, nella parte sud di Auckland, la città più popolosa della Nuova Zelanda. «Forse era fisicamente un po’ più grande dei suoi coetanei, ma la sua futura magnificenza e abilità atletica non apparivano ovvie», ha raccontato l’allenatore del Wesley College. In cinque anni poi Jonah Lomu ha colto di sorpresa il mondo, ha cambiato il gioco con la palla ovale, inscrivendo al vento l’immortalità di chi fin da bambino custodisce almeno due sogni: giocare un mondiale, e vincerlo.

Nel 1995 Nelson Mandela tentava di ridisegnare le linee di confine e infrangere le convenzioni anche nel rugby, tenendo però insieme il Sudafrica. E c’era una Coppa del mondo per mostrare la reificazione dell’idea di un paese oltre la lacerazione dell’apartheid. Fuori dalla Nuova Zelanda in pochi avevano potuto intuire la strapotenza di Lomu, che inanellava record di velocità e quindicenne si laureava campione nazionale, fino a bruciare i tempi di contatto con gli All Blacks.

Marco Pastonesi, giornalista e scrittore, non ha mai nascosto la propria predilezione per i gregari. «Pantani non era uno dei miei. Nessun campione, nessun capitano, nessun vincitore né vincente né vittorioso è uno dei miei», ha ammesso nel prologo della biografia onesta Pantani era un dio. Ora con L’uragano nero. Vita, morte e mete di un All black (66thand2nd,185 pagine, 18 euro) torna a misurarsi con un uomo dall’esistenza più larga della vita. E lo fa col suo stile, quello dei talenti che hanno l’urgenza narrativa della provincia e se ne nutrono. Raccontando Lomu, sì, si può finire dentro all’Istituto penale minorile Cesare Beccaria a Milano, dove il rugby grazie all’Asr Milano significa redenzione.

Pastonesi, seguendo i passi dell’anima del campione scomparso, ci guida in tanti altrove del rugby che «è l’unico sport ad aver mutuato il nome dalla città dove è nato come un urgente bisogno di identità, terra, radici. Vissuto come una religione fra credi e credenze, riti e rituali, culti e comandamenti. (…) Non è una disciplina semplice: presuppone strategie e gerarchie, impone tattiche, stabilisce limiti, custodisce storie, detiene perfino segreti indispensabili per incanalare la forza fisica ed esaltare le intuizioni mentali».

Un italiano, Vittorio Munari, cacciatore di talenti per il Petrarca Padova, rimase subito abbagliato dal giovanissimo Lomu. Era bello come Cassius Clay all’Olimpiade di Roma nel Sessanta: centodiciotto chili senza un’oncia di grasso, sempre pronto, seppure di carattere riservato. Il rugby l’aveva conosciuto solo sulla strada, dove mitigava il dolore di una famiglia segnata dalla violenza paterna. Col padre, Semisi, pescatore e poi meccanico, stravolto dall’abuso di alcol, si ritroverà dopo 17 anni solo a poche settimane dalla morte di quest’ultimo. Lui e la madre, Hepi, erano originari di una delle 169 isole dell’arcipelago di Tonga, emigrati poi in Nuova Zelanda. Non c’è stato nulla di facile nell’esistenza di Siona Tali Jonah, nato il 12 maggio 1975, neppure il parto. Affidato alla sorella della madre, Longo, e al marito, Moses, l’infanzia assomiglia a una fuga dal mondo a Tonga nell’arcipelago di Ha’apai, nell’isola di Lifuka, nel villaggio di Holopeka: un luogo magico, primitivo dove il rapporto con la natura non è mediato. Non c’era neanche la scuola.

A sette anni rientrò a casa, e di quella libertà non vi fu più traccia. C’era il rumore silenzioso della violenza domestica, col padre che ubriaco si accaniva sui figli e sulla moglie nel degrado di South Auckland. Alcolismo e violenza marchiano il sottoproletariato maori. Lomu apre la propria autobiografia (Jonah – My story, 2013) posando lo sguardo sulla rabbia per quegli anni, sul giorno in cui ormai quindicenne disse basta e fermò a mani nude il padre.

Pastonesi ci ricorda che il rugby è forza, non violenza, aggressività, non cattiveria. Potenza non prepotenza. E questo sport, in cui la geometria e le strategie si piegano spesso al rimbalzo anarchico dell’ovale, tirò fuori dai guai l’adolescente Lomu, invischiato in pessime compagnie: «Senza il rugby sarei finito morto o in galera». Hepi lo iscrisse al Wesley College, che dal 1884 ha accolto ed educato studenti fondamentali per la storia del rugby negli All Blacks.

«La meta è sempre considerata il risultato di un’azione di squadra, e il merito è sempre diviso per quindici finché non appare Lomu», scrive l’autore. Nessuno era in grado di abbinare quella velocità a quella stazza. Ai campionati studenteschi il ragazzone vinceva tutte le gare di velocità, dominando in realtà anche nelle altre discipline, dal salto triplo al getto del peso. Chris incanalò la sua rabbia, lo fece sfogare comprandogli un sacco per boxare. Lomu copriva la distanza dei 100 metri in 10”89. Riformulerà poi i fondamenti del ruolo di tre quarti ala con la corsa da figlio del vento e le acrobazie. E soprattutto sfondava: distruggeva i placcaggi.

Nell’esordio scolastico in prima squadra debuttò nel pacchetto di mischia da terza ala, ruolo in cui si gode di maggiore libertà, che esaltava la sua velocità ed esprimeva la sua energia. Sono trenta le mete segnate in 17 partite al Wesley College, che sorge in una splendida area verde, di cui divenne capitano e rappresentante. Nel 1991 disputò il primo match internazionale con la selezione Under 17 della Nuova Zelanda. Tre anni più tardi salutò le certezze del College, trovando squadra nei Counties Manukau e lavoro nella Auckland Savings Bank.

Laurie Main, l’allenatore degli All Blacks, si accorse del suo talento proprio con quella maglia e lo scatto fu breve: «Nel 1994 sapevamo che Jonah non era ancora pronto per quel livello di rugby, ma le nostre aspettative erano realistiche. C’era un potenziale straordinario in quel ragazzo per realizzare qualcosa di spettacolare, di inatteso nella Coppa del mondo del 1995». L’ultima domenica del mese di giugno 1994 a Christchurch, Lomu a 19 anni e 45 giorni, il più giovane debuttante in un test match, divenne l’All Black numero 941 nella sfida Nuova Zelanda-Francia. La prima partita ufficiale, di quelli che poi risponderanno al soprannome All Blacks, è stata disputata al Newton Park di Wellington contro il Wellington XV, giovedì 22 maggio 1884, vinta 9-0. Centotré anni dopo la squadra in nero si è aggiudicata la prima edizione della Coppa del mondo.

Pastonesi riporta un passaggio interessante dal libro Quello strano rimbalzo di Peter Freeman: «In nessun altro paese dell’ex impero britannico il rugby ha legato in maniera tanto profonda due popoli, quello dei colonizzatori e quello dei colonizzati. Laggiù nella terra più distante di tutte è accaduto qualcosa di speciale e di unico: è nata una relazione». Il rugby è un elemento culturale inscindibile dalla nazione neozelandese, sono cresciute insieme. Domina i mezzi di informazione: «In Nuova Zelanda il rugby è tutto: religione, mito, leggenda». Il primo rugby club neozelandese a Wellington fu fondato l’anno precedente, 1870, alla prima partita internazionale di rugby della storia, Scozia- Inghilterra.

Lomu era un ragazzone di indole riservata. Timido agli esordi, discreto davanti ai campioni affermati della selezione nazionale. Nel 1995, convocato solo al terzo raduno degli All Blacks in vista della terza edizione del Mondiale, compì il salto in prima squadra dopo l’infortunio dell’amico Eric Rush, vittima di uno stiramento muscolare. E sovvertì le gerarchie.

Era il 18 giugno 1995, e il telecronista neozelandese Keith Queen, con trent’anni di onorata carriera alle spalle, s’impappinò perché non credeva a quel che vedeva. Erano trascorsi appena tre minuti dall’inizio della partita perfetta, la semifinale Nuova Zelanda-Inghilterra al Newlands Stadium di Città del Capo, 51mila spettatori, tutto esaurito. Nell’altra semifinale al Kings Park di Durban gli Springboks avevano già battuto la Francia 19-15 per riscrivere la propria storia.

Lomu ha il possesso completo del pallone, e Pastonesi descrive, si sofferma: «Il terzo passo sinistro-destro è un capolavoro d’arte, fra danza e pittura, così leggiadro e muscolare, teorico e scultoreo, un passo incrociato, si direbbe, il piede all’interno per fronteggiare, il piede sinistro all’esterno per sfuggire, il pallone protetto a sinistra». Non lo si può fermare. L’ultimo appoggio è sul piede sinistro a un paio di metri dalla linea di meta. I passi saranno venticinque, tre placcaggi evitati, sette secondi di tempo per la meta più celebrata. Lui segnerà altre tre mete e la partita finirà 45-29.

Poi, come sottolinea l’autore, non si parlerà mai abbastanza della finale di sabato 24 giugno 1995 all’Ellis Park di Johannesburg, dove nonostante la sconfitta Lomu è di fatto divenuto un’icona della cultura di massa su scala globale. Alla fine del 1995 è nominato BBC Overseas Sports Personality of the year, in compagnia fra gli altri di Pelé, Ali e Borg: «La mia vita è cambiata per sempre dopo la Coppa del mondo, non ero preparato per una vita intera sotto i riflettori. Non ero appena diventato il giocatore di rugby Jonah Lomu, ma il prodotto Lomu». Il rapporto con il manager Phil Kingsley Jones, accusato di aver tradito la sua fiducia, è stato complesso fino alla rottura.

Marca un salto d’epoca cruciale: il nessuno come lui equivale anche al graduale passaggio dal dilettantismo al professionismo: «Lomu segna idealmente il passaggio del rugby dagli osti agli avvocati. Il professionismo cambia la storia. Da questo momento i giocatori hanno tempo e soldi per allenarsi anche due volte al giorno, guadagnano chili, incrementano la velocità e migliorano la tecnica, ma perdono in sostanza. Sostanza umana, più si va avanti e si perde sostanza in racconti, in avventure, in storie».

Pastonesi ci conduce nella Betlemme ovale, la città di Rugby, centotrenta chilometri a nord-ovest di Londra, alle origini del gioco ed è un modo per tornare a casa quando ci si sente smarriti. Induce alla riflessione sull’evoluzione della disciplina: «Oggi i giocatori sono spesso omogeneizzati dalla carriera agonistica e allineati nelle banalità imposte dai procuratori, club, federazioni o perpetrate dalle tv o imitate dal calcio. Prima del professionismo ogni giocatore, medico o minatore che fosse, aveva sempre una storia bellissima da raccontare».

La storia di Jonah abbaglia per come ha resistito alle rovine, alla malattia di causa ignota. Colpito nel cuore della sua bellezza atletica, già nel 1996, appena affacciatosi sul proscenio mondiale. L’incredibile paradosso della spossatezza per un essere all’apparenza indistruttibile. Si sottopone a cure durissime, deve convivere con la malattia. La biopsia aveva sentenziato sindrome nefrosica. È stata questione di andate e ritorni coraggiosi. Gioca, risorge, per poi doversi fermare. Nel 2003 la dialisi lo placca tre giorni a settimana, sei ore al giorno. Il 28 luglio 2004 affronta il trapianto di rene, donato dall’amico Grant Kereama, che gli restituisce una vita fino al rigetto. Nel 2005 firma un contratto biennale in Galles, che lo accoglie con passione. Il ritiro arriva nel 2007 con il pressoché contestuale ingresso nella Hall of fame.

Lomu, una vita sentimentale ingarbugliata, si è sposato tre volte, la prima appena ventenne con una diciannovenne sudafricana, l’ultima nel 2011 dopo una relazione cominciata da amanti con Nadene Quirk, madre dei due figli Brayley e Dhyreille: «Voglio dare ai miei ragazzi un’infanzia migliore di quella che ho avuto io. Voglio che crescano non viziati ma con le opportunità che dovrebbero avere».

È apparso in video e in tribuna l’ultima volta alla Coppa del mondo 2015 in Inghilterra. E non resta che guardare e riguardare la commovente haka funebre, che il 30 novembre ha unito all’Eden Park di Auckland quel che resta con quello che va via. C’è una bella fotografia, scattata nel 1994. Lomu è nello spogliatoio di Christchurch, prima del test match contro la Francia, e sembra assorto in preghiera. Gli hanno appena consegnato la prima maglia All Black, e la stringe forte:

«Posso comprendere le critiche. Mostrano l’attenzione e la cura delle persone per la mia condizione. In pochi capiranno perché abbia voluto continuare a giocare in tutti questi anni, la ragione per cui voglia farlo ancora. La maggior parte delle persone non sanno cosa vuol dire indossare la maglietta nera. Voglio farlo ancora. Non è una questione di soldi. Intendo lasciare il gioco a modo mio, nei miei termini. Qualora i dottori dicano che posso scendere in campo dopo il trapianto, giocherò».

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“Io sono un messaggero”. Storia di Arthur Ashe https://minimaetmoralia.it/approfondimenti/io-sono-un-messaggero-storia-di-arthur-ashe/ https://minimaetmoralia.it/approfondimenti/io-sono-un-messaggero-storia-di-arthur-ashe/#respond Tue, 17 Nov 2015 06:00:32 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=29117 Questo articolo è uscito su Scarp de’ tenis, che vi invitiamo a leggere e ringraziamo (fonte immagine).

Samuel Ashe si chiamava il primo governatore della Virginia, il cognome passò a un suo schiavo, di nome Arthur, e al figlio dello schiavo, di nome Arthur, e al figlio del figlio, di nome Arthur Robert Ashe. Che diventò un grandissimo tennista, oltre che un assiduo difensore dei diritti civili. Morì ancora giovane, a 50 anni, di Aids, infettato da una trasfusione di sangue necessaria durante un intervento chirurgico al cuore.

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Questo articolo è uscito su Scarp de’ tenis, che vi invitiamo a leggere e ringraziamo (fonte immagine).

Samuel Ashe si chiamava il primo governatore della Virginia, il cognome passò a un suo schiavo, di nome Arthur, e al figlio dello schiavo, di nome Arthur, e al figlio del figlio, di nome Arthur Robert Ashe. Che diventò un grandissimo tennista, oltre che un assiduo difensore dei diritti civili. Morì ancora giovane, a 50 anni, di Aids, infettato da una trasfusione di sangue necessaria durante un intervento chirurgico al cuore.

Un altro segno del destino: Mattie, la madre, era morta per le conseguenze di un intervento chirurgico malriuscito, quando Arthur aveva 7 anni. A Richmond il padre, ex poliziotto, era il custode di un impianto riservato ai neri con quattro campi da tennis. Fu lì che Arthur cominciò a giocare, in uno sport per bianchi dove i neri avevano trovato uno spazio vittorioso con una donna, Althea Gibson, che vinse a Wimbledon  nel 1957 e 1958. E commentò con ironia: “Esiste una certa differenza tra una stretta di mano con la regina d’Inghilterra e l’essere obbligata a sedersi sul fondo degli autobus in South Carolina, nello spazio riservato ai nigger”.

Lo stesso doveva fare Ashe, in Virginia. Qualche data, per capire quali anni stia attraversando l’America e come possa averli vissuti Ashe. Nel 1955 Rosa Parks si rifiuta di cedere a un bianco il posto sull’autobus. Arrestata e multata di 14 dollari. Scatta la protesta, sempre pacifica, della popolazione nera: per 381 giorni viene boicottata la compagnia di trasporti. La protesta è orchestrata da Martin Luther King, quello di I have a dream, ne avrete sentito parlare. Fu assassinato nel 1968, come Bob Kennedy. Era stato assassinato John Kennedy nel 1963, Malcolm X nel 1965.

Ashe aveva provato col football americano, ma era troppo esile, i compagni lo chiamavano Bones (Ossa). Nel tennis promette bene. Il suo scopritore, Ronald Charity, capisce che i campi di Brooksfield Park a quel ragazzino alto e magro cominciano a stare stretti e lo fa conoscere a Walther Johnson, anzi al dottor Johnson, laureato in medicina. È il 1953. Johnson, che ha aperto una scuola di sport per neri, è anche l’istruttore di Althea Gibson. Fa capire ad Arthur che per un nero sfondare nel tennis è più difficile che per un bianco ed è prodigo di consigli. Uno riguarda i tornei giovanili, dove ci si arbitra da soli. “Chiama a favore dell’avversario anche una palla fuori di dieci centimetri, così non passerai per il solito negro che ruba i punti”. E, di fronte allo sguardo interrogativo dell’allievo, la rassicurazione: “Forse perderai qualche partita in più, ma se sei bravo alla fine lo dimostrerai”.

Lo dimostrerà. Nel ’57 è il primo nero a giocare in un campionato juniores, nel Maryland. Stanco di cozzare contro il segregazionismo della Virginia, pilotato da Johnson si sposta a St. Louis e poi in California, all’Ucla di Los Angeles. A 20 anni è il primo tennista nero nella Nazionale Usa (che vince la Coppa Davis). All’Ucla si laurea in Scienze delle finanza. Entra all’accademia di West Point. Nel ’68, da dilettante (è tenente dell’esercito) vince la prima edizione open dei campionati Usa battendo il professionista Tom Okker. Parallelamente, cresce l’attenzione di Arthur per le questioni sociali. Attenzione che bassa non era mai stata. Già da ragazzino sapeva chi era Jackie Robinson, maglia numero 42, il primo nero a entrare nel 1947 nella Major league di baseball. Sapeva la storia della sua famiglia: “Fu mio padre a farmi capire che l’affrancamento di noi neri non era venuto con la fine della guerra di Secessione, né con le leggi che seguirono. Era in corso. La mia trisavola era stata venduta per una balla di tabacco, mio nonno era stato meno libero di mio padre, che era meno libero di me ma non se ne lamentava”.

Da tennista famoso, ma nero, Ashe non è gradito agli Open di Johannesburg. Bobby Seale, il leader delle Pantere nere, gli suggerisce azioni di protesta clamorose, come quella di non affrontare tennisti sudafricani. Ma Arthur fa di testa sua. Da un lato chiede l’estromissione della federtennis sudafricana dal circuito mondiale, dall’altra continua, per tre anni di fila, ad iscriversi al torneo di Johannesburg. Finché lo accettano. Nel ’73, quando fu sconfitto da Connors in finale. Ma quella trasferta servì ad Ashe per andare più volte nel ghetto di Soweto, a seminare speranze. Ha tante iniziative. L’anno prima, su un campo di Yaoundé, aveva scoperto Yannick Noah, mezzo francese mezzo camerunese, che avrebbe trionfato al Roland Garros nel 1983.

Ashe, chiamato il Principe nero per la sua eleganza e sportività, sapeva di essere diventato un simbolo e ammoniva: “ I neri deificano e i loro atleti e molte famiglie preferiscono che i figli emergano nel basket o nel football, mentre è importante che ricevano un’educazione adeguata. Dobbiamo cambiare questa mentalità”. Lo disse nel ’92, quando già era segnato dalla malattia. Era stato operato al cuore nel ’79 per un infarto: 4 bypass. E una seconda volta nel 1983. Dal 1988 sapeva di aver contratto l’Aids. Fu costretto, per anticipare  lo scoop di Usa Today (a violare la privacy un giornalista nero, suo compagno di tennis a Brooksfield Park) ad annunciare la malattia in una conferenza-stampa, l’8 aprile 1992.  Muore il 6 febbraio 1993.

In quei mesi, l’uomo-simbolo, il capitano di Davis che ha saputo gestire due tipi scomodissimi come Connors e McEnroe, non è stato fermo a compiangersi. Sa di essere (parole sue) nel lungo corridoio della morte, in attesa, ma intanto fonda l’Arthur Ashe Institute for Urban Health, che si prende cura delle persone sprovviste di assicurazione medica. Aveva già scritto la storia dello sport afroamericano, in tre volumi.  Era commentatore televisivo, scriveva per il Washington Post, scrive la storia della sua vita, che completerà sei giorni prima di morire. Si fa arrestare davanti alla Casa Bianca manifestando contro la Cia e a favore dei rifugiati haitiani. Sportivamente, il momento più alto della sua carriera rimane la vittoria del ’75 a Wimbledon: 6/1, 6/1, 5/7, 6/4  a un Jimmy Connors più giovane di 10 anni e dato favorito 4/1 dai bookmakers.

Era il confronto tra due Americhe, non solo tra il bianco Connors, perennemente arrabbiato, scortese, che si vantava di non aver mai letto un libro e il nero laureato Ashe, ammirato per il suo fairplay su tutti i campi. Ma Ashe non lo considerava il giorno più importante della sua vita. Sì invece, a domanda rispose, l’11 febbraio 1990, data della scarcerazione di Nelson Mandela. Che da carcerato, quando gli chiesero il nome di una persona che avrebbe voluto incontrare una volta fuori, rispose: “Arthur Ashe”. Fu un momento di grande emozione per tutti e due, quando si incontrarono.

Così l’ha ricordato Martina Navratilova: “Ha combattuto per la sua vita e per quella degli altri. Un uomo meraviglioso che saputo andare oltre il tennis  la sua razza, la sua nazionalità, la sua religione per cambiare e migliorare il mondo”.  Così Noah: “Arthur mi ha permesso di sognare. Ora non c’è più. Ci mancheranno la sua calma, la sua classe, il suo impegno per i diritti umani e civili”. Ma ora, tra virgolette, voglio riportare alcune frasi di Ashe. “ Fino a che punto ho lanciato le mie crociate contro l’apartheid per liberarmi dal rimorso di non aver partecipato al movimento di Martin Luher King? Mentre il sangue dei miei fratelli neri scorreva nelle strade di Biloxi, Memphis e Birmingham io giocavo a tennis”. “La segregazione mi ha impresso un marchio indelebile che si cancellerà solo con la morte”. “L’ Aids non è stato il peso più assillante della esistenza, la negritudine sì”. “Non mi sono mai chiesto perché mi sia toccato l’Aids come non mi sono mai chiesto perché mi sia toccato vincere a Wimbledon. Ho pensato che fosse la volontà di Dio”. “Campione è chi lascia il suo sport migliore di quando ci è entrato”. “L’autentico eroismo è sobrio, non drammatico. Non è il  bisogno di superare gli altri a qualunque costo  ma il bisogno di servire agli altri a qualunque costo”.

Il campo centrale di Flushing Meadows è intitolato ad Ashe. A Richmond gli hanno dedicato una statua, opera di Paul Di Pasquale. Ashe, in piedi, circondato da bambini, impugna la racchetta con la mano sinistra (ma non era mancino) e nella destra tiene tre libri, come a ribadire che l’istruzione è più importante dello  sport. Non lontano, le statue in memoria di due generali sudisti, Robert Lee e Stonewall Jackson. L’avrebbero mai immaginato suo nonno, suo padre? Chiudo con una frase di Ashe malato: “Vi prego di non considerarmi una vittima. Io sono un messaggero”.

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Prima che cali il sipario. In ricordo di Ken Saro-Wiwa https://minimaetmoralia.it/approfondimenti/prima-che-cali-il-sipario-in-ricordo-di-ken-saro-wiwa/ https://minimaetmoralia.it/approfondimenti/prima-che-cali-il-sipario-in-ricordo-di-ken-saro-wiwa/#comments Tue, 10 Nov 2015 12:57:16 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=29050 Il dieci novembre 1995 Ken Saro-Wiwa, scrittore, intellettuale e attivista politico nigeriano, venne impiccato nel carcere di Port Harcourt assieme ad altri 8 compagni del Movimento per la sopravvivenza del popolo Ogoni, da lui fondato. Lo ricordiamo con un ritratto di Gabriele Santoro che parte da In cerca di Transwonderland, libro del figlio di Ken, Noo Saro-Wiwa, pubblicato in Italia da 66thand2nd.

Uno scrittore è la sua causa. A cinquant'anni può ancora sognare e avere visioni, ma può anche appassire nella verità. Per questo oggi torno a dedicarmi a quella che è sempre stata la mia preoccupazione principale di uomo e scrittore: lo sviluppo di una Nigeria stabile e moderna, capace di abbracciare valori avanzati, dove nessun gruppo etnico e nessun individuo sia oppresso; una nazione democratica dove i diritti delle minoranze siano protetti, la scolarizzazione sia un diritto, la libertà di parola e associazione sia garantita e dove il merito e la competenza siano considerati prioritari.

Un mese e un giorno, Ken Saro-Wiwa

Si può cominciare a scrivere una storia sbagliata da una fotografia felice, da un sorriso che arriva sulla casella di posta e sovverte l'ordine delle priorità, come un atto di resistenza. «Hai bisogno del tempo, della sua cura. La rabbia? È utile solo se si è disposti a rischiare la propria vita per cambiare il sistema. Avevo diciannove anni, quando uccisero mio padre, scomodo per le sue campagne contro la corruzione del governo e il degrado ambientale di una fertile regione agricola provocato da Shell. Del mondo non avevo visto molto. Ho sempre amato viaggiare. Chiedevo spesso a mio padre di andare in vacanza insieme: “Viaggiamo qui, viaggiamo lì”, gli dicevo. “Quando sarai grande”, mi rispondeva. Ed era una frustrazione. Allora ammiravo le mappe, i libri per l'infanzia che ritraevano la varietà delle specie animali. La notte uscivo, oltre la staccionata, per mettermi sotto la luce, continuando così a guardare la mappa del mondo. Sì, fin da piccola volevo viaggiare», racconta Noo Saro-Wiwa.

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ken noo

Il dieci novembre 1995 Ken Saro-Wiwa, scrittore, intellettuale e attivista politico nigeriano, un uomo di pace, venne impiccato nel carcere di Port Harcourt assieme ad altri 8 compagni del Movimento per la sopravvivenza del popolo Ogoni, da lui fondato. Lo ricordiamo con un ritratto di Gabriele Santoro che parte da In cerca di Transwonderland, libro di Noo Saro-Wiwa, figlia di Ken, pubblicato in Italia da 66thand2nd.

Uno scrittore è la sua causa. A cinquant’anni può ancora sognare e avere visioni, ma può anche appassire nella verità. Per questo oggi torno a dedicarmi a quella che è sempre stata la mia preoccupazione principale di uomo e scrittore: lo sviluppo di una Nigeria stabile e moderna, capace di abbracciare valori avanzati, dove nessun gruppo etnico e nessun individuo sia oppresso; una nazione democratica dove i diritti delle minoranze siano protetti, la scolarizzazione sia un diritto, la libertà di parola e associazione sia garantita e dove il merito e la competenza siano considerati prioritari.

Un mese e un giorno, Ken Saro-Wiwa

 

Si può cominciare a scrivere una storia sbagliata da una fotografia felice, da un sorriso che arriva sulla casella di posta e sovverte l’ordine delle priorità, come un atto di resistenza. «Hai bisogno del tempo, della sua cura. La rabbia? È utile solo se si è disposti a rischiare la propria vita per cambiare il sistema. Avevo diciannove anni, quando uccisero mio padre, scomodo per le sue campagne contro la corruzione del governo e il degrado ambientale di una fertile regione agricola provocato da Shell. Del mondo non avevo visto molto. Ho sempre amato viaggiare. Chiedevo spesso a mio padre di andare in vacanza insieme: “Viaggiamo qui, viaggiamo lì”, gli dicevo. “Quando sarai grande”, mi rispondeva. Ed era una frustrazione. Allora ammiravo le mappe, i libri per l’infanzia che ritraevano la varietà delle specie animali. La notte uscivo, oltre la staccionata, per mettermi sotto la luce, continuando così a guardare la mappa del mondo. Sì, fin da piccola volevo viaggiare», racconta Noo Saro-Wiwa.

Dopo un lungo, necessario, volontario esilio è tornata a casa. Si aggira nel piccolo studio di Ken Saro-Wiwa, assassinato a causa dei suoi molteplici talenti, e annota i ricordi, le sensazioni: «Lì dove batteva a macchina i suoi testi e si infuriava al telefono per le ingiustizie subite dagli Ogoni, una rabbia intervallata da fragorose risate di pancia. Negli scaffali dei libri ho trovato un terreno comune con lui e per la prima volta ho immaginato con rammarico il tipo di rapporto che avremmo potuto avere da adulti. Era bravo a raccontare le favole e a intavolare una conversazione, ma non se la cavava bene con gli anni intermedi dell’adolescenza, quando non sei più così malleabile e ti allontani dal cammino di grandezza che aveva tracciato per te. A vent’anni notai che i nostri interessi convergevano soprattutto riguardo ai viaggi. Una volta frugai fra i suoi vecchi passaporti e restai sorpresa nel vedere timbri di paesi come il Suriname. Non lo saprò mai».

L’uomo deve vivere. Mi piace ‘sta storia. L’uomo deve vivere, ripete nel fosso il giovane soldato Mene, protagonista di Sozaboy (Baldini & Castoldi, 275 pagine, 15 euro), capolavoro della letteratura postcoloniale che spicca fra le opere di Ken Saro-Wiwa. In trincea non sai più neanche quale sia il nemico. Puoi solo chiederti: allora per che cosa sto combattendo? Sai che la guerra iniziata non può finire e tu perderai, il tuo villaggio perderà la propria anima.

There’s something happening somewhere. Una strofa che racchiude l’angoscia di una distanza incolmabile, di un’ingiustizia senza rimedio. I vent’anni trascorsi dal 10 novembre 1995 non leniscono la solitudine della forca nel cortile del carcere di Port Harcourt, che Saro-Wiwa condivise con altri otto compagni di lotta contro quello che non esitava a catalogare come un genocidio culturale, ambientale, sociale provocato dall’irresponsabile sfruttamento della risorsa petrolio all’interno del Delta del Niger. Con lui sul patibolo furono condotti gli attivisti Ogoni Saturday Dobee, Nordu Eawo, Daniel Gbooko, Paul Levera, Felix Nuate, Baribor Bera, Barinem Kiobel e John Kpuine.

Nello splendido reportage letterario In cerca di Transwonderland – Il mio viaggio in Nigeria (66thand2nd, 328 pagine, 18 euro) Noo mantiene sempre elevato il tono della narrazione, la densità delle pagine, non concedendo terreno al risentimento. Le descrizioni sono vivide, la scrittura è composta. In poche righe riesce a raffigurare che cos’è oggi la natia Port Harcourt, la distopia di un ambiente alle prese con un’urbanizzazione rapace, legata al giogo petrolifero. Il denaro, il potere nella peggiore accezione familistica, l’intricata rete della corruzione che sconvolge qualunque norma sociale: «Dopo l’assassinio di mio padre ho capito che la corruzione è un mostro in grado di sconfiggere anche i più agguerriti difensori della morale», afferma.

Noo sogna di trovarsi in un posto in cui il divario fra aspettative e realtà non sia così alienante. Si sente piombare nella distanza fra il patrimonio di tradizioni, così ricco e controverso, e una società moderna. Questo abisso è in fondo il cuore della sua ricerca, delle domande che non hanno una risposta semplice. Sembra di rileggere la ragazza di una splendida raccolta di racconti di Ken Saro-Wiwa. In Casa dolce casa, il primo racconto di Foresta di fiori (Edizioni Socrates, 170 pagine, 10 euro), una studentessa prova sentimenti laceranti, sospesa fra tradizione e modernità urbana, nel ritornare al proprio villaggio di Dukana per trascorrere le vacanze con la madre:

«(…) Attraversammo piccoli villaggi sonnolenti ritagliati nella foresta, che abbracciavano amorevolmente la terra e il fogliame. Vedevamo spesso in lontananza una fiammata di gas, che ci rammentava che questo era un paese ricco di petrolio e che proprio dalle viscere di questa terra proveniva il liquido tanto ambito, che alimentava gli ingranaggi della civiltà moderna. Provai allora quello straziante dolore che la conoscenza riserva a coloro che riescono a distinguere l’abisso tra ciò che è e ciò che potrebbe essere. E il mio pensiero andò agli uomini e alle donne di Dukana, che recitavano la propria vita sullo sfondo di quelle grandi forze che non avrebbero mai capito».

Talvolta anche gli oggetti hanno un’anima. Nella seconda foto che mi manda Noo, un ritratto di famiglia domenicale, Ken è illuminato da un sorriso con la pipa inseparabile. Sono serviti anni per recuperare e identificare la materia che di lui restava. A cercare dentro la fossa comune una qualche forma di umanità. Il gesto della ricomposizione scheletrica, a dieci anni dall’esecuzione della condanna, commuove. Anche la pipa è tornata a posto: «Zio Owens, medico, ci aiutò a ricomporre ogni femore, perone, metacarpo e costola, calmando le nostre menti con l’operosità. Invano cercai il viso nel teschio. Mancavano i due incisivi. Ma quando Junior posizionò una pipa tra le mascelle, i denti si trasformarono in quel suo sorriso familiare».

Il Nobel per la letteratura Wole Soyinka sapeva che le rassicurazioni sulla sorte dell’amico Ken Saro-Wiwa, fornite dal generale golpista Sani Abacha a Nelson Mandela, erano del tutto destituite di credibilità. Avrebbero impiccato un uomo di pace, un intellettuale, dopo un processo sommario, illegale, costruito attorno a un’accusa infondata, di essere cioè responsabile della morte di altri attivisti Ogoni col movente di contrasti interni al movimento. Saro-Wiwa dichiarò Shell persona non grata, pretendeva che dopo la riparazione dei danni, si mettesse al tavolo per dialogare, per una differente politica industriale. Accusava l’esercito di eseguire gli ordini della multinazionale. A partire dal 1980 i ricavi della produzione lasciati dal governo federale per la popolazione locale erano pari all’1.5% del totale.

Il territorio Ogoni erano oltre 400 miglia quadrate di terrazze costiere a nordest del Delta del fiume Niger, con un’altissima densità abitativa, che a inizio Novecento patirono lo stravolgimento dell’invasione colonialista britannica. «Gli Ogoni erano sonnambuli in marcia verso l’estinzione, verso uno sterminio di natura politica, del tutto inconsapevoli dei danni presenti e futuri del colonialismo interno. Avevo accettato la responsabilità di svegliarli dal loro sonno secolare», scrive Saro-Wiwa. È conscio della necessità della costruzione di un’organizzazione di massa, di una fabbrica del dissenso. Gli Ogoni non erano abituati all’attivismo politico. Nel 1990 formarono il Mosop e concepirono la Ogoni Bill for Rights per il controllo e l’utilizzo delle risorse ai fini dello sviluppo indigeno. Il 4 gennaio 1993 avvenne l’impensabile. Trecentomila Ogoni manifestarono senza disordini per il riconoscimento dei propri diritti. Tra aprile e giugno 1993 Saro-Wiwa fu arrestato quattro volte senza diritti di difesa.

Nella plurisecolare cultura Ogoni il carcere non esisteva, si scontavano altre pene, dalla multa economica alla condanna capitale. Nessuno era mai stato incarcerato o punito per reati di opinione. Dunque una novità colonialista: «Una novità che mal si adattò alla nostra psiche. La prigione divenne un luogo da evitare a tutti i costi. Se eri lì dentro vuol dire che eri un reietto della società».

Soyinka ha dedicato un capitolo di Sul fare del giorno (Frassinelli, 707 pagine, 18.50 euro) al compagno con cui condivise un tratto di strada. Citiamo da Requiem per un ecoguerriero:

«(…) Sulle strade di Auckland mi si accostò un’auto su cui erano il giovane Ken, figlio del condannato, alcuni membri di Body Shop e di altre Ong. Ken balzò fuori dalla macchina con una dichiarazione ciclostilata della Shell. Se Ponzio Pilato prima di consegnare Cristo ai suoi aguzzini avesse mai scritto una lettera, sicuramente sarebbe stata simile a quella che mi trovai a leggere. Se fosse accaduto qualcosa di imprevisto ai nove Ogoni – recitava la dichiarazione – i responsabili andavano cercati tra gli agitatori la cui tattica aggressiva non aveva fatto altro che inasprire l’atteggiamento del regime militare vanificando l’attento lavoro di diplomazia silenziosa intrapreso dalla compagnia.

Certo eravamo noi i colpevoli, non la Shell! Non le compagnie petrolifere. Non il regime militare, le aziende sue alleate, le sue corti illegali, ma noi! Gli restituii quel trattato di untuosità aziendale che aveva il solo scopo di affrancarsi da ogni responsabilità. (…) La dichiarazione della Shell poteva anche non essere una condanna formale, ma era un certificato di morte così chiaro che non riuscii più a pensare a Ken come una persona ancora nel mondo dei vivi e persi qualunque desiderio di incontrare politici e uomini di Stato». Dopo l’esecuzione la Nigeria fu espulsa dal Commonwealth.

Ken Saro-Wiwa nutriva una certezza. Un giorno non lontano le compagnie sarebbero state chiamate a rispondere di quella che definiva i crimini di una guerra ecologica e della sporca guerra contro la minoranza etnica Ogoni. Perseguì due linee guida: animare una resistenza popolare appassionata e non violenta; internazionalizzare grazie al proprio cosmopolitismo il dramma di un’etnia che contava non più di 500mila persone. Questa attività di sensibilizzazione incontrò non pochi ostacoli. All’inizio degli anni Novanta, come scrive in Un mese e in un giorno, non ricevette perfino da Greenpeace  e Amnesty l’attenzione necessaria. Centrò entrambi gli obiettivi. Il mondo conobbe il rischio di estinzione di una popolazione che dell’agricoltura, della pesca, faceva il proprio sostentamento. Saro-Wiwa rifuggiva la “larva distruttiva del tribalismo”, dunque la sua lotta democratica aveva una visione complessiva dell’incidenza del petrolio sulla costruzione dell’identità nazionale e mirava alla caduta di una brutale dittatura militare.

Nel 1996 Jenny Green, avvocato del Center for Constitutional Rights di New York e rappresentante legale della famiglia, avviò la causa contro la Shell, accusata di corresponsabilità nella tragica fine di un simbolo e nella generale repressione violenta del Movimento per la sopravvivenza del popolo Ogoni. Nel 2009 Shell, professando la propria estraneità ai fatti addebitati, ha versato 15 milioni e mezzo di dollari per evitare un processo mediaticamente ingombrante.

«Certo quella somma, devoluta in gran parte alla comunità, è niente. Abbiamo deciso che la giustizia può giungere in tanti modi. Per multinazionali come Shell è semplice assoldare avvocati su avvocati, rendere estenuanti i processi. Mio fratello maggiore e mio zio, Owens, hanno messo il proprio corpo, la propria vita e non puoi resistere vent’anni col rischio di un nulla di fatto. Shell non ha voluto affrontare la causa, pagando i danni. Per noi il messaggio, il segnale, che usciva era chiaro per tutte le compagnie che operano con doppi standard a seconda dei paesi. Nessuna corporation avrebbe più dovuto contare sull’impunità», spiega Noo.

È recentissima la pubblicazione della relazione, lunga trentotto pagine, di Amnesty International dal titolo Clean it up – Shell’s false claims about oil spill response in the Niger Delta, in cui si legge: «(…) Le compagnie responsabili della fuoriuscita di petrolio secondo la legge in vigore entro le 24 ore dall’avvenimento devono provvedere a riportare l’area colpita più possibile al suo stato originale, un processo noto come remediation. La nuova inchiesta di Amnesty International e CEHRD mostra che Shell sta fallendo in questa operazione. I siti che Shell asserisce siano stati bonificati sono ancora visibilmente inquinati. Nigeria’s National Oil Spill Detection and Response Agency ha certificato e classificato come puliti siti visibilmente contaminati.

Le conclusioni di questa ricerca si fondano su rilevazioni sul campo in Ogoniland dal mese di luglio a quello di settembre 2015. Nel 2011 United Nations Environment Programme aveva già preso in esame i medesimi siti, fornendo lo studio finora più completo sull’impatto dell’inquinamento petrolifero nella vita delle comunità sul Delta del Niger. Analizzando Ogoniland, l’Unep ha esposto uno scioccante livello di inquinamento, che include la contaminazione dei terreni agricoli e i danni all’industria ittica, la contaminazione dell’acqua potabile, e l’esposizione di centinaia di migliaia di persone a gravi rischi per la salute personale». Shell nega gli addebiti mossi.

In un passaggio significativo del viaggio In cerca di Transwonderland, Noo prefigura Ogoniland libera da una ricchezza maledetta che arricchisce pochi. Una ricchezza che sfotte il futuro, per usare le parole di Saro-Wiwa. Lei immagina il territorio Ogoni come un’economia emancipata dall’oro nero, un ritorno al futuro con l’agricoltura, modernizzata, che per secoli ha sostenuto l’intera area. Addio fuoriuscite di greggio, combustioni continue che avvelenano la terra, i fiumi, sconvolgono pratiche agricole plurisecolari e lotte spietate per il controllo dei profitti derivanti dal petrolio.

«Disgustato mio padre ci indicava sempre quelle fiammate lamentandosi del loro impatto ambientale, mentre io annuivo assente, troppo piccola per comprenderne le implicazioni – dice la scrittrice –. Le compagnie bruciano il gas in eccesso, che è un sottoprodotto dell’estrazione del petrolio. Con le infrastrutture giuste, ma costose, è possibile catturarlo ed esportarlo, invece lo bruciano. Ben pochi soldi della filiera industriale vanno alla popolazione, ancor meno alla gente che abita il Delta del Niger, vittima della corruzione e dell’indifferenza dell’industria petrolifera. È ridicolo che i nigeriani si ritrovino spesso a corto di benzina, perché c’è un sistema che prospera sull’esportazione della materia grezza, di ottima qualità, e sulla successiva importazione della stessa lavorata, costosissima e centrale nel processo corruttivo. Miliardi di dollari perché il governo non ha costruito raffinerie a sufficienza. Il petrolio non ha creato sviluppo, un tessuto economico, né occupazione qualificata».

La Nigeria è la seconda economia dell’Africa subsahariana, il paese più popoloso ed eterogeneo. Alla fine del 2014 la quota del petrolio nigeriano, dietro alla Libia e davanti al Qatar, è pari al 3.1% (37.07 miliardi di barili) nella significativamente crescente torta complessiva delle riserve (1.206 miliardi di barili) dell’Opec. Agli inizi del Novecento furono operate le prime prospezioni nell’allora colonia britannica. Come ricorda l’analista e ricercatrice Agata Gugliotta (cfr. Nigeria risorse di chi?, Odoya) nel 1914 con il Mineral Oil Act Laws of Nigeria la madrepatria si premurò di stabilire che le licenze per l’eventuale esplorazione di pozzi potessero essere rilasciate esclusivamente a vantaggio del governo britannico o delle compagnie private inglesi.

Nel 1937 la prima esplorazione venne effettuata dall’inglese Shell d’Arcy, antenata della Shell Petroleum Development Company of Nigeria, alla quale fu concesso il diritto di estrazione su tutto il territorio nigeriano. «Da allora la Shell cominciò a radicarsi pesantemente nel territorio nigeriano, iniziando a costruire la sua fortuna economica e ad acquisire influenza politica: quell’influenza che manterrà anche dopo il 1960, quando la Nigeria ottenne l’indipendenza», scrive Gugliotta. Alla “nigeriazzazione” della risorsa con il Petroleum decree del 1969, con la contestuale istituzione della Nigerian National Oil Corporation interlocutore diretto delle multinazionali, non corrispose uno sviluppo infrastrutturale e delle competenze tecniche autoctone con la costante influenza dei militari al potere.

Nella guerra del Biafra, scoppiata nel 1967 per la gestione delle royalties, Ken Saro-Wiwa, impegnato sul fronte dei combattimenti come funzionario a Bonny, si schierò per il mantenimento dell’unità nazionale, malgrado la fragilità del concetto stesso di statualità nigeriana. Interruppe il sogno della carriera accademica per affrontare le conseguenze della guerra civile. Passò dal timore che il nascente o già abortito Biafra riducesse in schiavitù gli Ogoni, alla fittizia forma federale dello Stato che per interessi economici extranazionali non rispettava le diversità socioculturali del frammentatissimo mosaico etnico nigeriano, tenuto insieme con la forza e la violenza.

Qui si pongono due domande: che cosa resterà, quale sarà il segno maggiore, della civiltà petrolifera affermatasi con il boom  produttivo degli anni Sessanta-Settanta; è davvero possibile prefigurare un post? «Il conto più salato lo paga e lo pagherà l’agricoltura. Esportavamo prodotti di qualità. All’esaurimento delle riserve sarà spaventoso, la disperazione per l’assenza di denaro facile. Forse torneremo a usare la testa, a pensare. Occorrerà ricostruire, dopo l’era della ricerca della rendita economica mediante lo sfruttamento, un’economia di rapina che ha arricchito corrotti e corruttori. Il potere di Shell e delle altre compagnie è una scelta governativa. Abbiamo avuto sessant’anni per preparare ingegneri, geologi, una classe imprenditoriale nigeriana che potesse gestire la dirompente realtà petrolifera. Abbiamo scelto di renderci schiavi dell’industria petrolifera. Non sarebbe dovuta andare così. Mio padre non era un fanatico. Pretendeva con intransigenza che la ricchezza si traducesse in un benessere collettivo, fuori dal ristretto circolo del potere».

Praticare giustizia per Ken Saro-Wiwa, che tra i propri talenti annoverava anche quello dell’impresa culturale e non, è leggere i suoi scritti, le sue poesie. Le parole di Noo le ritroviamo nella narrativa di Ken, un racconto breve strepitoso, titolato E giù, le stelle. Nella caotica Lagos dei fuoristrada che sfrecciano accanto alle baracche, un giovane rampante, affermatosi grazie allo studio e al lavoro, si affaccia dalla finestra del proprio ufficio sulla città. L’elettricità è temporaneamente saltata. L’istinto è di volare via. Il lavoro è l’unico palliativo ai pensieri tristi. Nel ministero le sue competenze e l’impegno non sono valorizzati. Serve quella che in Americanah Chimamanda Ngozi Adichie definisce l’economia imperante dei leccaculo.

Ezi non faceva parte di tutto questo, non avrebbe mai potuto farne parte, e lo sapeva. Temeva che non avrebbe fatto carriera in quel lavoro. Eppure teneva fede ai propri principi e alla sofferenza che gli procuravano. Il fascino della bella vita era svanito presto, si sente perso. L’estesa corruttibilità, l’inefficienza radicata, il materialismo a cui si abbandonavano i giovani. L’idea che pochi, lui incluso, avessero accesso a ciò che di meglio poteva offrire la Nigeria, mentre la grande maggioranza sguazzava nella povertà. Presto colleghi, amici e superiori si guadagnarono la sua disapprovazione.

A quel punto iniziò l’inevitabile allontanamento dalla società. Quale senso trovare all’esistenza? Occorre agire, ma in che modo? Non è sufficiente osservare con scrupolosità i propri principi. Al culmine di una notte insonne si precipita sul litorale. La brezza marina rappresenta l’unico ristoro. Fissa la luna e le stelle in fondo all’acqua. «Capì di essere solo uno tra la folla che avanzava con un unico scopo e che era necessario assicurarsi che tutti arrivassero lì sani e salvi. E il suo solo sforzo non ce l’avrebbe fatta ma sarebbe stato d’aiuto, e non poteva negarlo a quella folla. Capì che anche il tempo era essenziale e che la pazienza, la determinazione erano fondamentali per il raggiungimento del loro scopo finale». Questo era Kenule Saro-Wiwa, nato a Bori, sul Delta del Niger, il 10 ottobre 1941.

«You know his name will never die». Lo sai, il nome di mio padre non morirà mai, mi dice Noo. Nel suo libro conclude il viaggio con un ritorno al nucleo originale della vita, il linguaggio. Le chiedo di spiegare il senso della frase: «Bane è l’unico posto sulla terra che sento mio, che ci voglia stare o meno. Non mi serve un atto di proprietà e mi conforta l’idea che i miei geni basteranno a garantirmi il diritto indiscusso a rivendicare questa terra». Provo a pronunciare il suo nome, ma sbaglio.

«In tutto il pianeta solo mezzo milione di persone può riuscire a scandirlo correttamente, nella terra degli Ogoni – spiega – . Quel suono, quella pronuncia mi fa sentire a casa. L’immaterialità di un linguaggio, che tra l’altro non pratico, è fondante non appariscente della mia identità. Il linguaggio è quella casa che nessuno può indagare, di cui nessuno può chiederti l’atto di proprietà. In fact, in fact, this is the funny thing. Qualcuno può dirti che non sei nigeriano. Nessuno potrà mai dirmi che non sono Ogoni. Nessuno può sfidare la mia appartenenza etnica».

All’età di ventiquattro anni Noo, cresciuta in Inghilterra e formatasi al King’s College e poi alla Columbia University, ha maturato la consapevolezza del voler scrivere. Una scrittrice in viaggio, di viaggi. In cerca di Transwonderland è la prima pubblicazione, ma in realtà in precedenza ne scrisse un altro dopo una lunga peregrinazione in Sudafrica. Gli agenti letterari la persuasero che con un cognome del genere avrebbe dovuto iniziare dal paese natale. Chimamanda ha studiato in Nigeria fino ai diciotto anni. Teju Cole si è trasferito ai quindici. Nel libro Noo fa visita a Ibadan, trasformata nel tempo in città cuore intellettuale della Nigeria. Era la tappa mancante del viaggio del 1988, quando a bordo di una Peugeot 504, fumando l’usuale pipa,  Ken aveva deciso di mostrare ai propri figli la bellezza della Nigeria, attraversandola da nord a sud, da est a ovest.

A dieci anni Ken vendeva olio di palma per le strade, si affrancò vincendo una borsa di studio per la migliore scuola secondaria locale. Uno dei pochi Ogoni della propria generazione ad accedere un’educazione di alto livello. Considerava come apice del proprio successo il garantire ai figli una buona istruzione. Oggi nell’università di Ibadan, dove Ken studiò all’inizio degli anni Sessanta e che divenne una delle migliori istituzioni accademiche dei cosiddetti Paesi in via di sviluppo, studenti e studentesse si lamentano per il livello dell’istruzione offerta. Gli insegnanti fotocopiano i testi di letteratura per venderli agli studenti. Il programma di studi dovrebbe avere più attinenza con la nostra realtà sociale, dicono.

La giovane Faith vuole diventare una poetessa, ma “pare che gli scrittori nigeriani che ce l’hanno fatta siano quelli della diaspora”. Gli interrogativi sono tanti: quale lingua utilizzare? Chi leggerà? Chi pubblica cosa? Gli scrittori di successo vivono negli Stati Uniti. Faith vuole lasciare il Paese per coronare le sue ambizioni, inconsapevole dell’oltreoceano: vediamo i film di Hollywood e pretendiamo di avere quello che ci mostrano. Ma la realtà è dura. Noo pone una riflessione interessante sui limiti e le opportunità della frastagliata varietà linguistica nigeriana e sull’emergente realtà cinematografica di Nollywood. Il talento è la premessa, tuttavia le caratterizzazioni dell’inglese locale non sono compatibili l’industria editoriale internazionale.

Anche in questo il lavoro di Ken Saro-Wiwa, fra l’altro autore e produttore televisivo di successo, fu prezioso. Lo esplicita nella nota introduttiva di Sozaboy: «Questo libro è il risultato della mia attrazione per l’adattabilità della lingua inglese e della mia attenta osservazione della lingua parlata e scritta da un certo segmento della società nigeriana. Il linguaggio di Sozaboy è ciò che chiamo Rotten English, un amalgama di pidgin nigeriano, inglese sgrammaticato, e buon inglese, con punte addirittura idiomatiche. Questo linguaggio è disordinato e crea disordine. Prende in prestito con disinvolta libertà parole, modelli linguistici e immagini della lingua madre e trova le sue espressioni in un vocabolario estremamente ridotto. Ai suoi parlanti offre il vantaggio di non avere né regole né sintassi. È parte della società dislocata, disorganizzata e discordante in cui Sozaboy deve vivere, agire e non realizzare la sua esistenza. Il mio esperimento consiste nello scoprire se il linguaggio riuscirà a pulsare in modo vibrante e a comunicare con efficacia».

Una scommessa linguistica vitale, vinta anche nella complessa traduzione di Roberto Piangatelli di un testo apparentemente intraducibile. Il ritmo del racconto è pazzesco. È una testimonianza che sa, fa nomi e cognomi nella follia chiamata guerra. Saro-Wiwa li chiama uomini-pancia, il cui cliente è la morte. Sozaboy è la progressiva presa di coscienza di sé e del mondo, che forse non è mica un gran bel posto: «Oh, scemo che sono, e chi me l’ha fatto fare di andare a fare il soldato? L’ho visto bene come era morto, in questo fronte di guerra, il mio migliore amico. E lo sapevo che, a poco a poco, tutta la mia vita era andata distrutta. Prima di questa storia, non sapevo mica cosa voleva dire morire. Ma ora, proprio da questo momento, non vedo mica più la vita come la vedevo prima: la vedo piena zeppa di cattiveria».

Nella raccolta A forest of flowers c’è un racconto, La conversione, nel quale Ken Saro-Wiwa descrive magistralmente il proliferare delle chiese aziende, il pentecostalismo carismatico che ha ha iniziato a prosperare negli anni Ottanta, quando la Nigeria è sprofondata nell’abisso economico. La storia è semplice. Daniel, catechista di villaggio, è un umile servitore di Dio al quale dedica la propria esistenza. Si trova però ad affrontare la crescente concorrenza delle chiese personalistiche, dei telepredicatori.

Resta sconcertato dalla visita del vescovo che, dall’alto dell’opulenza in cui vive, chiede alla parrocchia, priva di risorse, di essere più puntuale nel pagamento delle tasse. L’alto prelato sfreccia poi via con la propria auto di lusso e una capra donata, sistemata nel bagagliaio. La tentazione di Daniel è forte: fondare la decima chiesa di Dukana, arricchendosi con le offerte dei cittadini, alla ricerca di soluzioni alle proprie tribolazioni. In Sozaboy si ritrova lo stesso personaggio che è diventato il pastore Barika della Chiesa dello Spirito Santo del monte Sion in Israele.

Nel proprio viaggio Noo analizza gli esiti della tendenza che preoccupava il padre. Le chiese hanno grande visibilità acquistando gli spazi pubblicitari sui mass media. Indirizzano l’industria libraria «In un certo senso potremmo dire che è una dimostrazione dello spirito imprenditoriale dei nigeriani – sottolinea l’autrice – . I predicatori hanno ottime capacità imprenditoriali, si sono ispirati ai telepredicatori americani che gestivano le proprie chiese come fossero aziende. Per tanti versi la Chiesa riflette il lato più efficiente della società nigeriana. Anni di lotta economica e corruzione politica hanno indotto i nigeriani a focalizzare l’attenzione su Dio con un’intensità maggiore rispetto al passato. La religione anestetizza il disagio. Offrono il vangelo come una panacea. Oggi circa venti milioni di persone appartengono alle chiese pentecostali. Versano denaro nelle loro casse straripanti, trasformandole in aziende ad alto rendimento».

La memoria è materia scomoda. È paradossale, o forse no, che a gestire lo Slave Relic Museum sia la famiglia Mobee, discendente della lunga stirpe di capitribù che avevano controllato la tratta degli schiavi fin dalla fondazione di Badagry nel 1502. Hanno una bellezza amara le pagine che Noo dedica alla visita dell’antica città di Benin. Che cosa resta delle vestigia di uno dei regni più potenti dell’Africa occidentale in quel luogo dove dominavano finezza, eccellenza e ordine? «Benin ora è una città diversa epicentro della stregoneria, famosa per le rapine a mano armata e per il moderno traffico di esseri umani. Nessuno avrebbe mai detto che le fogne a cielo aperto, gli internet café a bassa tecnologia e l’architettura standard anni Settanta che avevo davanti agli occhi erano stati preceduti da uno dei più grandi imperi dell’Africa, ma l’antico splendore di Benin sembra molto lontano quasi folcloristico». Le mura del National Museum di Benin City contengono una marea di cose meravigliose. Altrettante, dopo l’invasione inglese di fine Ottocento, sono state accumulate e disseminate in diverse parti del mondo al British Museum, al Louvre, a Berlino.

Ken Saro-Wiwa auspicava il ritorno in patria dei propri figli, dopo le esperienze di studio internazionali, al fine di mettere le conoscenze maturate al servizio della comunità. Anche nei giorni terribili della tortura e dell’isolamento carcerario scriveva lettere, preoccupandosi dell’esito degli esami e dell’accesso universitario della figlia. L’assassinio recise ogni legame di Noo con la Nigeria: «Era come un’ingovernabile macchina del dolore e divenne il ricettacolo di tutte le mie paure». La scrittura prende atto dello straniamento culturale, scambiata per una straniera nel proprio paese, riesce a non farsi sovrastare dal peso dei ricordi dolorosi. Sa abbinare un apparente distacco, sapiente ironia e partecipazione emotiva.

Transwonderland, il parco divertimenti di Ibadan, non è diventato Disney World, il paradigma della modernità artificiale occidentale che attraeva Noo. L’artificiosità quale conquista suprema. Il sogno di una terra promessa disneyana sfavillante è una sovrastruttura che non funziona. «Ora però cominciavo a sviluppare una passione per tutto ciò che era indigeno. Cosa sarebbe la Nigeria senza quei matrimoni così eccitanti, le maschere (non quelle aggressive) e le libagioni? Fino a quel momento avevano rappresentato la parte migliore del mio viaggio, il motivo per cui questo paese merita di essere visitato. Rinunciare al nostro patrimonio di tradizioni può valere la pena se siamo in grado di sostituirlo con una società moderna e sviluppata, ma al momento siamo inciampati in una crepa tra questi due mondi».

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Ricordando Nelson Mandela https://minimaetmoralia.it/estratti/nelson-mandela/ https://minimaetmoralia.it/estratti/nelson-mandela/#respond Fri, 06 Dec 2013 10:30:04 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=16895 Ieri è morto Nelson Mandela. Vogliamo ricordarlo con le parole del discorso che ha pronunciato nel 1993, quando ha vinto il premio Nobel per la Pace. Questo è un estratto da Costruire la pace. Discorsi dei premi Nobel per la Pace, la raccolta a cura di Simone Barillari che minimum fax ha pubblicato nel 2008. (Fonte immagine)

Discorso tenuto da Nelson Mandela.

Vostra Maestà,
Vostra Altezza Reale,
Stimati Membri del Comitato norvegese per il Nobel,
Onorevole Primo Ministro, signora Gro Harlem Brundtland, Signori Ministri, Membri del Parlamento e Ambasciatori, signor Frederik Willem de Klerk, distinti ospiti,

Amici, signore e signori,

porgo i miei più sentiti ringraziamenti al Comitato norvegese per il Nobel per averci elevati al rango di vincitori del premio Nobel per la pace.

Colgo inoltre l’occasione per congratularmi con il mio compatriota e copremiato, il presidente dello stato Frederik Willem de Klerk, per l’alto riconoscimento che gli è stato conferito.

Insieme ci uniamo a due illustri sudafricani vincitori del premio Nobel per la pace, il compianto Capo Albert Lutuli e Sua Eccellenza l’arcivescovo Desmond Tutu, ai quali avete reso meritato omaggio per l’importante contributo alla lotta pacifica contro il malvagio sistema dell’apartheid.

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Ieri è morto Nelson Mandela. Vogliamo ricordarlo con le parole del discorso che ha pronunciato nel 1993, quando ha vinto il premio Nobel per la Pace. Questo è un estratto da Costruire la pace. Discorsi dei premi Nobel per la Pace, la raccolta a cura di Simone Barillari che minimum fax ha pubblicato nel 2008. (Fonte immagine)

Discorso tenuto da Nelson Mandela.

Vostra Maestà,
Vostra Altezza Reale,
Stimati Membri del Comitato norvegese per il Nobel,
Onorevole Primo Ministro, signora Gro Harlem Brundtland, Signori Ministri, Membri del Parlamento e Ambasciatori, signor Frederik Willem de Klerk, distinti ospiti,

Amici, signore e signori,

porgo i miei più sentiti ringraziamenti al Comitato norvegese per il Nobel per averci elevati al rango di vincitori del premio Nobel per la pace.

Colgo inoltre l’occasione per congratularmi con il mio compatriota e copremiato, il presidente dello stato Frederik Willem de Klerk, per l’alto riconoscimento che gli è stato conferito.

Insieme ci uniamo a due illustri sudafricani vincitori del premio Nobel per la pace, il compianto Capo Albert Lutuli e Sua Eccellenza l’arcivescovo Desmond Tutu, ai quali avete reso meritato omaggio per l’importante contributo alla lotta pacifica contro il malvagio sistema dell’apartheid.

Non saremo presuntuosi se aggiungeremo ai nomi dei nostri predecessori anche quello di un altro eminente vincitore del premio Nobel per la pace, il compianto reverendo Martin Luther King. Anch’egli si impegnò e morì nel tentativo di fornire un contributo alla giusta soluzione dei grandi problemi dei nostri giorni, che noi, in quanto sudafricani, ci siamo trovati ad affrontare.

Stiamo parlando della sfida posta dalle dicotomie di guerra e pace, violenza e non violenza, razzismo e dignità umana, oppressione e repressione, libertà e diritti umani, povertà e libertà dal bisogno.

Noi siamo qui oggi come semplici rappresentanti dei milioni di persone che hanno avuto il coraggio di sollevarsi contro un sistema sociale fondato su guerra, violenza, razzismo, oppressione e repressione, oltre che sull’impoverimento di un intero popolo.

Io sono qui oggi anche come rappresentante dei milioni di persone di tutto il mondo, del movimento anti-apartheid, dei governi e delle organizzazioni che si sono uniti a noi, non per combattere contro il Sudafrica come nazione o contro i suoi abitanti, ma per opporsi a un sistema disumano e sollecitare una rapida fine di quel crimine contro l’umanità che porta il nome di apartheid.

Questi innumerevoli esseri umani, all’interno e all’esterno dei nostri confini, hanno dimostrato un animo così nobile da opporsi alla tirannia e all’ingiustizia senza cercare alcun tornaconto personale. Hanno riconosciuto che un torto commesso ai danni di un singolo è un torto commesso ai danni di tutti, e quindi hanno agito insieme in difesa della giustizia e di una comune dignità umana.

Grazie al coraggio e alla lunga perseveranza dimostrati da costoro, oggi siamo persino in grado di stabilire il giorno in cui tutto il mondo si unirà per celebrare una delle più straordinarie vittorie  nostro secolo.

Quando verrà quel momento, esulteremo tutti insieme per la comune vittoria su razzismo, apartheid e dominazione della minoranza bianca.

Tale trionfo porrà finalmente termine a cinquecento anni di colonizzazione africana, cominciati con la fondazione dell’impero portoghese.

Tutto questo segnerà dunque un grande passo avanti nella storia, e porrà inoltre le basi per il comune impegno dei popoli del mondo a combattere il razzismo, in ogni luogo e sotto qualunque forma esso si presenti.

All’estremità meridionale del continente africano, una ricca ricompensa, un dono inestimabile si stanno preparando per coloro che hanno sofferto in nome di tutta l’umanità, sacrificando ogni cosa per la libertà, la pace, la dignità e la realizzazione dell’essere umano.

Questa ricompensa non verrà misurata in denaro. E non può nemmeno essere calcolata in base al valore dei metalli rari e delle pietre preziose nascosti nelle viscere del suolo africano che noi calpestiamo sulle orme dei nostri antenati. Sarà e dovrà essere misurata in base alla felicità e al benessere dei bambini, che sono al contempo i cittadini più vulnerabili di ogni società e il nostro tesoro più prezioso. I bambini devono finalmente poter giocare nel veld, non più torturati dai morsi della fame, decimati dalle malattie o minacciati dal flagello dell’ignoranza, delle molestie e degli abusi, e non più costretti a svolgere compiti inadatti alla loro tenera età.

Davanti a questo pubblico illustre, noi impegniamo il nuovo Sudafrica al deciso perseguimento degli obiettivi definiti dalla Dichiarazione mondiale per la sopravvivenza, la protezione e lo sviluppo dell’infanzia.

La ricompensa di cui abbiamo parlato sarà e dovrà essere misurata anche in base alla felicità e al benessere delle madri e dei padri di questi bambini, che devono poter andare per il mondo senza timore di venire derubati, uccisi per motivi di convenienza politica o materiale, o disprezzati per la loro povertà.

Anch’essi debbono venire liberati dal pesante fardello di disperazione che portano nel cuore, generato dalla fame, dalla mancanza di una casa e dalla disoccupazione.

Il valore del dono elargito a tutti coloro che hanno sofferto sarà e dovrà essere misurato in base alla felicità e al benessere di tutti gli abitanti della nostra nazione, che avranno abbattuto le mura disumane sorte a dividerli.

Queste grandi masse avranno voltato le spalle a quel grave insulto alla dignità umana che consisteva nel designare alcuni come padroni e altri come servi, trasformando ognuno in un predatore la cui sopravvivenza dipendeva dalla distruzione dell’altro.

Il valore della nostra ricompensa condivisa sarà e dovrà essere misurato in base alla gioiosa pace che trionferà, perché la comune umanità che unisce neri e bianchi in un’unica razza umana avrà dimostrato a ognuno di noi che potremo vivere tutti insieme come i figli del paradiso.

E così vivremo, perché avremo creato una società in cui vige il principio secondo cui tutte le persone sono nate uguali, e con uguale diritto alla vita, alla libertà, alla prosperità, ai diritti umani e al buon governo.

Tale società non dovrà mai più permettere che vi siano prigionieri di coscienza, o che vengano violati i diritti umani.

Né dovrà più succedere che la strada del cambiamento pacifico venga di nuovo bloccata da usurpatori, che cercano di togliere il potere al popolo per conseguire i loro ignobili fini personali.

A questo proposito, facciamo appello a coloro che governano la Birmania perché liberino un’altra vincitrice del premio Nobel per la pace, Aung San Suu Kyi, e si impegnino in un serio dialogo con lei e con le persone che rappresenta, per il bene di tutti gli abitanti della Birmania. Preghiamo coloro che detengono il potere affinché le permettano, senza ulteriore indugio, di usare i suoi talenti e le sue energie a favore dei suoi compatrioti e dell’intera umanità.

Lontano dalle risse politiche del nostro paese, vorrei cogliere l’occasione per unirmi al Comitato norvegese per il Nobel nel rendere omaggio a colui che condivide con me questo premio, il signor Frederik Willem de Klerk.

Egli ha avuto il coraggio di ammettere che l’imposizione del sistema dell’apartheid ha rappresentato una terribile ingiustizia nei confronti del nostro paese e della nostra gente.

Ha avuto la lungimiranza di comprendere e accettare che gli abitanti del Sudafrica devono decidere tutti insieme, attraverso negoziati condotti da pari a pari, cosa vogliono dal proprio futuro.

Ma c’è ancora qualcuno, nel nostro paese, che crede erroneamente di poter contribuire alla causa della giustizia e della pace aggrappandosi a idee ormai screditate, che hanno dimostrato di portare soltanto sciagura.

Continuiamo a sperare che anche costoro siano sufficientemente ragionevoli da rendersi conto che la storia non verrà negata, e che la nuova società non potrà essere creata riproducendo un passato abominevole, per quanto ripulito o riconfezionato in maniera allettante.

Vorrei anche approfittare dell’occasione per rendere omaggio alle numerose organizzazioni che compongono il movimento democratico del nostro paese, compresi i membri del nostro Fronte Patriottico, che hanno svolto un ruolo centrale nel portare il Sudafrica sempre più vicino a una trasformazione democratica.

Siamo lieti che molti rappresentanti di queste organizzazioni, tra cui persone che hanno prestato o prestano servizio nelle strutture delle homeland, siano venuti con noi a Oslo. Anch’essi debbono godere del riconoscimento rappresentato dal premio Nobel per la pace.

Viviamo con la speranza che, mentre si sforza di ricostruirsi, il Sudafrica diventi un microcosmo del nuovo mondo che lotta per nascere.

Questo dovrà essere un mondo di democrazia e rispetto dei diritti umani, un mondo privo degli orrori della povertà, della fame, delle privazioni e dell’ignoranza, libero dalla minaccia e dal flagello delle guerre civili, delle aggressioni esterne e dell’enorme tragedia rappresentata da milioni di profughi.

I progressi compiuti dal Sudafrica, e dall’Africa meridionale nel suo insieme, ci chiamano e ci esortano ad approfittare del momento favorevole per trasformare questa regione in un esempio vivente del mondo futuro auspicato da tutte le persone di coscienza.

Noi non crediamo che questo premio Nobel per la pace debba essere inteso come un encomio per fatti accaduti nel passato.

Ascoltiamo le voci che lo definiscono un’invocazione da parte di tutti coloro che, in ogni parte dell’universo, hanno cercato di porre fine al sistema dell’apartheid.

Comprendiamo l’appello che costoro ci rivolgono, affinché dedichiamo il tempo che ci resta da vivere a dimostrare nella pratica, sfruttando l’esperienza unica e dolorosa del nostro paese, che la normale condizione dell’esistenza umana è fondata sulla democrazia, sulla giustizia, sulla pace, sull’assenza di razzismo e sessismo, sulla prosperità per tutti, sulla cura dell’ambiente, sull’uguaglianza e la solidarietà tra i popoli.

Stimolati da quell’appello, e ispirati dall’onore che ci avete conferito, anche noi ci impegniamo a fare il possibile per contribuire al rinnovamento del nostro mondo, affinché nessuno, in futuro, venga più descritto come un «dannato della terra».

Perché le generazioni future non possano dire che l’indifferenza, il cinismo o l’egoismo ci hanno impedito di tener fede agli ideali umanitari simboleggiati dal premio Nobel per la pace.

Perché il nostro impegno comune dimostri che Martin Luther King aveva ragione, quando disse che l’umanità non può più essere tragicamente vincolata alla notte senza stelle del razzismo e della guerra.

Perché i nostri comuni sforzi dimostrino che non era un mero sognatore, quando affermava che la bellezza dell’autentica fratellanza e della pace è più preziosa dei diamanti, dell’oro o dell’argento.

Perché sorga una nuova era!

Grazie.

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