Nemo Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/nemo/ un blog di approfondimento culturale Thu, 05 Jun 2014 14:22:37 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=7.1 https://minimaetmoralia.it/wp-content/uploads/2025/07/cropped-cropped-309290503_464034925751050_1790831071097755281_n-32x32.jpg Nemo Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/nemo/ 32 32 Ragazze che disegnano sui muri https://minimaetmoralia.it/arte/ragazze-che-disegnano-sui-muri/ https://minimaetmoralia.it/arte/ragazze-che-disegnano-sui-muri/#comments Thu, 05 Jun 2014 14:03:56 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=21250 Questo pezzo è uscito sul Venerdì di Repubblica. (Immagine: Alice Pasquini)

Le protagoniste di questo articolo sono quattordici street artist italiane bravissime. A definirle e accomunarle è in parte la strada, frequentata per disegnare sui muri e trasformarli in opere d'arte, luogo condiviso e non privato, disegnabile e mai del tutto possedibile. Alcune hanno nomi veri, altre adattati, altre ancora totalmente inventati. Sono Microbo, Alicé (Alice Pasquini), MP5, Nais, Gio Pistone, Pax Paloscia, Nemo, Miss EU (Eugenia Garavaglia), Allegra Corbo, le TO / LET (Elisa Placucci e Sonia Piedad Marinangeli), Pea Brain (Monica Cuoghi), Martina Merlini, Signora K. Oltre a disegnare sui muri (arte con cui oggi si riesce mediamente a vivere) di mestiere fanno le illustratrici, fumettiste, scenografe, grafiche, installano, incidono, fabbricano, sperimentano, mettono avanti a tutto il disegno, arte praticata con qualunque mezzo necessario e su qualunque spazio utile e ispirante, prescindendo dalle dimensioni.

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Questo pezzo è uscito sul Venerdì di Repubblica. (Immagine: Alice Pasquini)

Le protagoniste di questo articolo sono quattordici street artist italiane bravissime. A definirle e accomunarle è in parte la strada, frequentata per disegnare sui muri e trasformarli in opere d’arte, luogo condiviso e non privato, disegnabile e mai del tutto possedibile. Alcune hanno nomi veri, altre adattati, altre ancora totalmente inventati. Sono Microbo, Alicé (Alice Pasquini), MP5, Nais, Gio Pistone, Pax Paloscia, Nemo, Miss EU (Eugenia Garavaglia), Allegra Corbo, le TO / LET (Elisa Placucci e Sonia Piedad Marinangeli), Pea Brain (Monica Cuoghi), Martina Merlini, Signora K. Oltre a disegnare sui muri (arte con cui oggi si riesce mediamente a vivere) di mestiere fanno le illustratrici, fumettiste, scenografe, grafiche, installano, incidono, fabbricano, sperimentano, mettono avanti a tutto il disegno, arte praticata con qualunque mezzo necessario e su qualunque spazio utile e ispirante, prescindendo dalle dimensioni.

In comune non hanno nemmeno la generazione, e tutte insistono sull’assoluta irrilevanza dell’età, ventisette o quarantasette che sia. “L’età non fa la differenza” dicono consapevoli e unanimi. E anche l’appartenenza di genere (femminile) si rivela filo conduttore debolissimo laddove la street art è un’arte al di fuori dei generi anche per chi la pratica. Dice MP5: “Molte volte gli uomini cercano di aiutarti perché pensano che non ce la fai a sollevare i secchi di vernice”. Se proprio deve, lei preferisce definirsi queer, o non definirsi affatto, scomoda anche nell’etichetta di “street artist” laddove la strada è solo un luogo di passaggio. “Il giorno che non imparerò più lo considererò come un segnale per cambiare direzione”, dice Microbo, nata e cresciuta in Sicilia, milanese d’adozione e dimora attuale. “Di dipingere sui muri abbiamo smesso gradualmente dal 1995 dopo avere occupato grandi fabbriche per vivere”, dice Pea Brain, parlando di sé e di Claudio Corsello, artista con cui ha iniziato negli anni ottanta disegnando i muri di Bologna, “l’ultimo graffito è stata una P. Brain ombra nera, sulla quale piano piano si sono arrampicate le edere ridisegnandone la sagoma”.

“Siamo street artist ma siamo anche altre cose”, conferma Allegra Corbo, “e io sono un po’ malata di questo mio sperimentare, non riesco a fermarmi”. Allegra Corbo ha iniziato a disegnare giovanissima: “Dipingo perché a tredici anni ho lasciato la scuola e ho incontrato dei pittori belli”. Ha lavorato anche con compagnie teatrali (Socìetas Raffaello Sanzio, Mutoid Waste Co., Mutek) per poi fondarne una sua (Mama Ferox). Anni fa insieme a Andreco e Hanna Negash ha realizzato un enorme Pinocchio su una parete della Mole Vanvitelliana di Ancona. Sempre ad Ancona dirige il festival “POP UP! Arte contemporanea nello spazio urbano”. La cosa più bella la dice quando insieme cerchiamo di mappare le sue opere su e giù per l’Italia, e ci accorgiamo che molte non esistono più (il Pinocchio, per esempio). Su questa breve durata della street art che potrebbe rendere enormemente tristi lei ha una prospettiva capovolta, positivissima, che mette a fuoco la bellezza del temporaneo. Dice: “Mi piace questa dimensione dell’arte che è come i piccoli insetti in natura o i fiori che durano solo un giorno e sono più un ‘esperienza, una visione. Mi piace questo tempo breve”.

A cercare di costruire una geografia delle opere delle street artist italiane ci si scontra necessariamente con questo tempo breve naturale che fa sì che non ci sia mai alcuna certezza che ciò che viene disegnato sopra un muro l’indomani sia ancora lì. “Molti miei muri ora non esistono più”, dice Signora K, che ha disegnato moltissimo soprattutto in Emilia. Di MP5 sopravvive un nuotatore bellissimo e gigantesco su un muro che costeggia il fiume Nera, a Terni, e altri pezzi sparsi per l’Italia e l’Europa. Di Microbo ci sono opere in Nord America e Nord Africa. Di Gio Pistone c’è una saracinesca disegnata al Pigneto, e sempre a Roma un grande murale in via dei Lentuli al Quadraro. È l’entrata di un tunnel che unisce il Quadraro vecchio al nuovo, e sopra c’è scritto: “Ai pensieri liberi, alle paure, agli amori volanti nel passaggio tra due tempi”. Di Alicé ci sono muri disegnati in tutta Roma e recentissimi due murali su due scuole elementari di Inwood, a New York. Di Pax Paloscia ci sono muri sulle strade delle Colombia e da qualche altra parte in Sudamerica.

Pax ha iniziato con la street art per gioco: “Attaccavo fotocopie in giro, volti vintage di animali della Disney ripetuti, foto anni 60 ai quali aggiungevo o toglievo dettagli, foto di amici che ritraevo con una maschera di coniglio ed attaccavo come per lasciare in giro tracce di un personaggio surreale. Dopo ho iniziato a dipingere personaggi, nipoti, bambini coniglio”. I suoi bambini coniglio li ha esposti di recente in una galleria di Roma, la White Noise di San Lorenzo, e insieme ad altri sei artisti è stata un mese negli spazi pubblicitari della città per il progetto Concept Europa di NUfactory. Per lei il valore aggiunto del lavorare in strada sta la libertà. Dice: “Si tratta come diceva Keith Haring di liberare l’anima”.

Per Allegra Corbo è la condivisione, la collaborazione tra artisti resa praticabile dalla scala monumentale in cui si lavora. Di questa condivisione dice con saggezza che “per salvarci dall’individualismo oggi è una necessità”. Per Gio Pistone è una questione di potenza. “Lavorare in strada ha una potenza enorme”, dice. E poi: “Basta un colore che non ti aspetti voltato l’angolo o una traccia di musica che ti piace che le immagini prendono tutt’altra forma nella mente”. Di Roma, dove abita e lavora, dice: “Mi piacerebbe che prendesse piede la possibilità di colorare i quartieri più architettonicamente grigi e restituirli colorati”. Per Nais dalla strada impari “che la prima cosa è il colore”. Per MP5 sta “nell’essere sempre esposti, pronti a qualunque cosa, dagli sconosciuti che ti portano una bottiglia di acqua quando fa troppo caldo, a quelli che criticano il lavoro che stai facendo”.

Per Pea Brain le cose che impari dalla strada sono “il divertimento, la paura, l’amicizia, il coraggio”. Per Martina Merlini il valore aggiunto sta “nelle proporzioni, nella condivisione di un progetto e di uno spazio, nell’importanza del fattore temporale”. Per Miss EU quello che impari è “la velocità, in tutti i sensi, e che la grandezza della parete non è sempre proporzionale al tempo che si ha a disposizione”. Per la Signora K la strada è maestra nel “gestire la paura per non avere paura, sperimentare, provare, conoscere per evitare”. Microbo dice di dovere alla strada quasi tutto, “forse il 90 % di ciò che sono adesso”. Dice: “La strada è stata la mia formazione”.

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Ma la natura dei pixel è antiecologista https://minimaetmoralia.it/cinema/ma-la-natura-dei-pixel-e-antiecologista/ https://minimaetmoralia.it/cinema/ma-la-natura-dei-pixel-e-antiecologista/#comments Wed, 27 Jan 2010 09:54:32 +0000 http://minimaetmoralia.minimumfax.com/?p=1607 Questo articolo è apparso sul Riformista il 20 gennaio. Sui messaggi contenuti nel film Avatar di James Cameron si è molto discusso, e uno dei temi trattati è chiarissimo, molto meno lo è però la scelta operata per trasmetterlo. Avatar è stato letto da molteplici punti di vista, non sono mancate le interpretazioni politiche e […]

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Questo articolo è apparso sul Riformista il 20 gennaio.

Sui messaggi contenuti nel film Avatar di James Cameron si è molto discusso, e uno dei temi trattati è chiarissimo, molto meno lo è però la scelta operata per trasmetterlo. Avatar è stato letto da molteplici punti di vista, non sono mancate le interpretazioni politiche e geo-politiche, ideologiche, religiose, culturali. È stato detto, riassumendo tutte le possibili letture, che questo film è: antimilitarista, che critichi la tecnologia e le armi, e che inchiodi il modo di conquistare le risorse senza responsabilità. Non è così scontato intendere questa pellicola come un concentrato di anti-americanismo o di critica radicale all’Occidente (come anche è stato proposto), ma un tema è insomma certamente cristallino: la denuncia della distruzione della Natura. Pandora, infatti, il pianeta abitato dagli innocenti indigeni azzurri, sembra una sorta di Foresta Amazzonica minacciata dagli umani e dalle loro macchine devastatrici. Le possibili allegorie che si attivano nel film generano molti sensi e numerosi piani di lettura, è indubbio, però, che tra tutti questi sensi spicchi un richiamo alla difesa della Natura e che Avatar sia cioè un film dichiaratamente ecologista. James Cameron tuttavia crede possibile comunicare il valore di un ambientalismo panteista col più mastodontico sfoggio di tecnologia che si sia mai visto al cinema. La natura e l’ambiente incontaminato raccontati nel film sono infatti frutto di una sofisticatissima realizzazione informatica. Il Grande Elogio della Natura Incontaminata viene comunicato nel momento stesso in cui si stanno mostrando i Vertiginosi Miracoli della Tecnologia e del Progresso Informatico. Il valore della Natura, nel film, coincide col sogno delle possibilità virtuali, e tanto più ci piace e ci seduce questa Natura, quanto dobbiamo ammettere – con euforia – che questa è un enorme Eden artificiale. L’incanto è dato dai pixel, non dagli alberi. Pandora infatti, che vorrebbe forse essere l’emblema di una terra vergine, è in realtà il santuario della grafica computerizzata e il più raffinato dei mondi sintetici. Un videogame divino.


I messaggi non vivono nelle bottiglie. Vengono trasmessi attraverso gli strumenti che si scelgono per esprimerli. Cameron non la pensa così. Crede che le idee possano essere trasmesse in qualsiasi modo. Voglio fare un elogio della natura? Lo posso fare anche attraverso i più potenti mezzi della tecnologia (senza mai inquadrare un albero vero, un tramonto, un insetto). Il linguaggio però non funziona così e soprattutto non funziona così il modo in cui il nostro cervello apprende. Il cervello apprende secondo dei meccanismi che non coincidono con i messaggi che gli vengono lanciati. Chi studia il linguaggio della politica lo sa bene. Il libro culto Non pensare all’elefante! (di Geroge Lakoff) lo diceva chiaramente: il nostro cervello non fa ciò che gli dicono i messaggi (tanto che l’esercizio di non pensare ad un elefante è un esercizio impossibile).

Il cinema a volte sembra cadere invece in vecchie convinzioni, in una desueta divaricazione tra contenuti e forme (come se le forme non fossero già piene di contenuti). Il film Nemo diceva: bambini non tenete i pesci arancioni negli acquari delle vostre case, ma liberateli nel mare. Risultato: i bambini erano così attratti dal cartone animato che chiesero ai genitori di avere quel pesce in casa, e i tanti pesci Nemo andarono a ruba e finirono nelle case. Il messaggio era chiaro, ma poteva anche essere chiaro che fine avrebbe fatto quel messaggio.

Cameron cade in un errore simile. Il suo elogio della Natura, grazie alla bellezza delle immagini, alla straordinarietà dei risultati sullo schermo, si ribalta, divenendo il più formidabile incoraggiamento a concentrarsi nei mondi virtuali e sintetici. A fine film abbiamo molta più voglia di una partita alla Playstation o a ricordare la password per entrare in Second Life, piuttosto che di fare un passeggiata nei boschi. Le emozioni ce le danno qui i programmatori, non le foreste. Se un nuovo culto nascerà, sarà il culto del 3D, o dei mondi virtuali, non certo dei parchi nazionali. La prossima volta, magari, Cameron potrebbe rigirare il film di Terence Malick Il mondo nuovo e farci venire veramente voglia di salvare e amare la Natura. Certe volte gli effetti sono veramente speciali. Tradiscono intenti e buoni propositi.

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