New Order Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/new-order/ un blog di approfondimento culturale Sun, 23 Oct 2016 21:55:02 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=7.1 https://minimaetmoralia.it/wp-content/uploads/2025/07/cropped-cropped-309290503_464034925751050_1790831071097755281_n-32x32.jpg New Order Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/new-order/ 32 32 I primi vent’anni di Trainspotting https://minimaetmoralia.it/musica/primi-ventanni-trainspotting/ https://minimaetmoralia.it/musica/primi-ventanni-trainspotting/#comments Mon, 24 Oct 2016 05:30:13 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=32585 Questo pezzo è uscito sul Mucchio, che ringraziamo.

di Chiara Colli

“Sono supposte di oppio, ideali per il tuo scopo. Ad azione lenta, ti fanno scalare gradualmente… Fatte apposta per i tuoi bisogni”. Una stanza lurida e spoglia, un materasso, un candelabro e lo spacciatore di ripiego, Mickey Forrester, che consegna a Mark Renton/Ewan McGregor un palliativo per sopravvivere alla notte e alla voglia di un ultimo schizzo.

Col personaggio di Forrester fa capolino il cameo dell’autore del romanzo da cui Danny Boyle ha liberamente tratto la sua pietra miliare; Irvine Welsh è perfettamente calato nei panni dello spacciatore strafatto e senza scrupoli e indossa una maglietta degli scozzesi ultra punk Exploited – scelta forse troppo ai margini pure per Trainspotting, ma che ben si inserisce nel congegno a incastro perfetto di una pellicola che in 90 minuti ha fotografato con disincanto le gioie e i dolori di un manipolo di tossicodipendenti di Edimburgo, appartenenti a quella che a tutti gli effetti potremmo definire una sottocultura, imprimendola nella popular culture, ben oltre i confini di una generazione e di un unico paese.

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trainspottin

Questo pezzo è uscito sul Mucchio, che ringraziamo.

di Chiara Colli

“Sono supposte di oppio, ideali per il tuo scopo. Ad azione lenta, ti fanno scalare gradualmente… Fatte apposta per i tuoi bisogni”. Una stanza lurida e spoglia, un materasso, un candelabro e lo spacciatore di ripiego, Mickey Forrester, che consegna a Mark Renton/Ewan McGregor un palliativo per sopravvivere alla notte e alla voglia di un ultimo schizzo.

Col personaggio di Forrester fa capolino il cameo dell’autore del romanzo da cui Danny Boyle ha liberamente tratto la sua pietra miliare; Irvine Welsh è perfettamente calato nei panni dello spacciatore strafatto e senza scrupoli e indossa una maglietta degli scozzesi ultra punk Exploited – scelta forse troppo ai margini pure per Trainspotting, ma che ben si inserisce nel congegno a incastro perfetto di una pellicola che in 90 minuti ha fotografato con disincanto le gioie e i dolori di un manipolo di tossicodipendenti di Edimburgo, appartenenti a quella che a tutti gli effetti potremmo definire una sottocultura, imprimendola nella popular culture, ben oltre i confini di una generazione e di un unico paese.

Non sono passati neanche dieci minuti dall’inizio del film e già abbiamo ascoltato quel monologo anti-capitalista, il celebre “Choose life”, così impresso nella memoria collettiva da essere stato decontestualizzato e preso in prestito addirittura dai Conservatori per un discorso di George Osborne (!) nel 2014; abbiamo visto da vicino, con la telecamera ad altezza pavimento, l’accogliente salotto della Madre Superiora tutto aghi e cucchiai, il suo interno degradato e iper realista riempito di colori simbolici e svuotato di qualsivoglia giudizio moralista ogni volta che Mark, Sick Boy o Spud si iniettano eroina sprofondando in uno stato di estasi; in poche, efficaci battute, abbiamo capito i tratti distintivi dei protagonisti e lo squallore che attraversa tutta la classe media – pure quella che ha scelto “la vita, un lavoro, una carriera”, ritrovandosi a guardare la tv in una stanza grigia e a prendere valium in quanto drogati “socialmente accettabili”.

Mentre Iggy Pop, il junkie del rock’n’roll, continua a scandire il tempo in sottofondo con Lust For Life, è già chiaro come Trainspotting non sia solo un film sulla dipendenza dalle droghe pesanti di una parte della workingclass, in particolare nel sobborgo di Leith a Edimburgo e in particolare nei primi Novanta (anche se il libro, invero, è ambientato nella metà degli Ottanta). Ma un’istantanea del proprio tempo, di quelle senza filtro, data in pasto al grande pubblico grazie a un uso acuto e innovativo dei linguaggi pop. Come nella migliore tradizione britannica.

Gli ambienti malsani in cui si muovono i personaggi, l’onestà del loro disincanto e del loro egoismo, i più o meno vani tentativi di rinunciare alla roba, ma pure l’ironia prossima al sarcasmo della voce narrante di Rent o la caricatura dell’uomo grottesco, sociopatico e violento impersonato da Begbie, incrociati alla vitalità di alcune (parecchie) scene, rappresentano uno dei volti dell’estetica rivoluzionaria di Danny Bolye: i protagonisti fanno parte di una sottocultura, sono ai lati della società, ma il loro punto di vista non è quello delle vittime passive – almeno non sempre, almeno non tutti – della dipendenza. E ciò che eleva ulteriormente l’elemento reale è la sua compresenza a quello surreale.

Abbiamo lasciato Mark uscire dal loculo di Forrester con due supposte ficcate nel sedere mentre sotto scorre “musica distensiva” (la Carmen di Bizet) ed eccolo alla ricerca disperata di un gabinetto, raggiungere la scena più iconica e visionaria di Trainspotting e, probabilmente, di tutto il cinema albionico degli anni Novanta. Dentro “il peggior bagno della Scozia”, quella che è una realtà disgustosa e aberrante si trasforma – attraverso il punto di vista del tossicodipendente – in un’immersione nella sfera onirica e immaginaria di Rent; il Brian Eno di Deep Blue Day accompagna il passaggio dalla disperazione alla meravigliosa allucinazione, che scompiglia ogni piano, genera empatia da parte dell’osservatore, conducendo dritto alla vittoria: l’immaginazione, o forse l’istinto di sopravvivenza, trasformano una ignobile latrina in fondale marino e due supposte di oppio in gemme sbrilluccicanti.

Al decimo minuto, Mark Renton è già il nostro (anti) eroe. E ancora: l’espediente surreale è quello che segna la dimensione altra in cui si trova Rent durante l’overdose, mentre l’empatia generale è mossa dal cantore dell’eroina, Lou Reed con A Perfect Day. Nella sua sintesi perfetta dove non c’è posto per il vittimismo, Trainspotting fa centro anche quando i fantasmi di Mark tornano durante le pene dell’astinenza: le allucinazioni più violente si confondono con una realtà grottesca e l’imperitura assenza di giudizio moralizzante della regia rende quelle ossessioni molto più universali, e molto meno distanti dalla quotidianità di ognuno, rispetto a quanto si potrebbe credere.

L’iper realismo onirico di Danny Boyle irrompe nella cultura pop perché gli alti e bassi della dipendenza – e dell’emarginazione in generale – sono trasmessi attraverso un linguaggio contemporaneo: nei dialoghi dei personaggi, asciutti, accattivanti; ma soprattutto nell’interazione con il contesto e con la musica. Se nel romanzo di Welsh la crudezza delle immagini o delle storie che compongono i numerosi episodi e la spiccata identità scozzese dei protagonisti (incluso il dialetto stretto) sono già cifra stilistica assai specifica della narrazione, nell’uso dei colori, delle location e delle vibrazioni che si sentono attraverso tutto il film, Boyle è in grado di catturare un sentimento che attraversava il Regno Unito in quegli anni: la rave culture che ormai era già esplosa – l’uso e l’abuso di droghe, ma pure il bisogno di stare insieme, di condivisione e il ruolo fondamentale della musica – da una parte; l’orizzonte di progressivo allontanamento dall’asfittico pseudo-moralismo del periodo (post) Tatcher e il potenziale ruolo che, nell’ambito di questo cambiamento in atto, potesse avere la cultura pop. Soprattutto se scossa dal basso.

Non bastasse la capacità di Boyle di interpretare e sintetizzare in maniera credibile la realtà, potente e alienata, raccontata (in maniera assai più frammentaria) da Welsh, non bastasse la naturalezza con cui storie di disagio ed emarginazione irrompono nel mainstream grazie a un uso intuitivo, moderno e visionario di linguaggi/elementi pop (dai colori all’abbigliamento, fino ai passatempi più o meno onnipresenti – calcio, club culture e, ovviamente, droga e alcol), non fosse sufficientemente innovativa la capacità di raccontare e inserirsi in un contesto – quello delle trasformazioni che investivano il Regno Unito nella prima metà dei Novanta – con un budget bassissimo e un cast che, in futuro, avrebbe fatto faville (Ewan McGregor, ma pure Begbie/Robert Carlyle e Dianne/Kelly Macdonald), Trainspotting segna per sempre il cinema di quegli anni grazie a un uso brillante e audace della musica.

Per anni, la locandina bianco, nero e arancione del film è stata onnipresente nelle camere di chi ha vissuto da adolescente i Novanta almeno quanto il cd (a volte doppio) della colonna sonora. È in primo luogo Irvine Welsh a fare della musica il perno e megafono fondamentale dei protagonisti dei suoi episodi e del loro malessere. David Bowie – che poi negò l’uso di Golden Years a Boyle e al produttore Andrew Macdonald per la scena del gabinetto – ma soprattutto Iggy Pop, onnipresente, nel romanzo come nella pellicola, nei passaggi fondamentali.

“La Scozia si droga per difesa psichica” è la frase-manifesto, “pura e semplice”, che Welsh fa dire all’Iguana in uno dei momenti topici del libro – quando Tommy (quello della gang che nel film finirà peggio) si ritrova strafatto sotto palco durante un suo concerto, mentre Lui canta Neon Forest e guarda negli occhi il protagonista dell’episodio, che ha preferito quell’esperienza a una serata romantica con la sua ragazza. Se “il mondo sta cambiando, la musica sta cambiando, le droghe stanno cambiando”, Bowie e Iggy Pop sono gli ambasciatori immarcescibili e anticonformisti che segnano uno dei fondamentali passaggi di testimone tra pagina e schermo, quello della musica come medium privilegiato tra regista, attori e spettatori. A Boyle, però, va il merito di aver intuito che l’incrocio dei pilastri di certo rock’n’roll con la musica contemporanea di quel momento storico, il “pop britannico” e l’elettronica più abrasiva della club culture, sarebbe stato strategico nell’amplificare la portata generazionale di Trainspotting.

In un’intervista dell’epoca, Iggy Pop racconta come la prima visione del film lasciò di stucco anche lui: Lust for Life non solo accompagnava la memorabile scena d’apertura ma “non si fermava più, continuava a echeggiare nella sala per parecchi minuti”. Esattamente cinque, fino alla fine. La pellicola di Boyle è il fenomeno di massa che regala una seconda vita all’Iguana, che lo reintroduce nella cultura pop (post) adolescenziale degli anni Novanta, proprio come Bowie aveva fatto in quel 1977 producendogli The Idiot e, be’, Lust For Life. Parallelo inevitabile almeno quanto Mr. Osterberg e il ritmo pieno di Joie de vivre di quel brano – allora diffuso soprattutto nei club indie e gay di Soho – appaiono perfettamente calzanti per rappresentare una cricca di disadattati (e la relativa Generazione X), con i loro saliscendi tra l’inferno delle dipendenze e l’euforia fatta anche di sesso e rock’n’roll.

Se nei Novanta le colonne sonore sono un culto per eccellenza nella creazione di trend e riferimenti, quella di Trainspotting ha addirittura la forma di un manuale, di guida dell’era pre-internettiana capace di tracciare una linea tra i maestri più cool del passato e la musica più cool del presente, puntando su un’innovativa trasversalità che nello stesso film accostava musica ambient e rave culture. Da Deep Blue Day di Brian Eno all’irruenza epica degli Underworld con Born Slippy .NUXX, attraverso l’overdose estatica di A Perfect Day e i portabandiera degli anni Ottanta meno consumistici, quelli di New Order e Blondie.

E poi c’era il Britpop. Di tutte le cose “pro” e “contro” che si sono dette sul Britpop, il fatto che si tratti dell’ultimo grande fenomeno della musica pop britannica è un’osservazione difficile da confutare. Le radici nella tradizione del Regno Unito, tanto per i suoni quanto per l’attenzione alla moda, ma soprattutto il modo in cui – come fenomeno culturale e sociale – il Britpop ha generato un’identificazione di massa, sfociata tanto in trend quanto in “battaglie” che hanno generato senso di appartenenza. Certamente un prodotto dell’industria discografica, ma un attimo prima che questa si appropriasse non solo dell’estetica ma pure dei contenuti del pop.

Nel 1995, Boyle non poteva sapere che mettere Blur, Pulp, Elastica, Sleeper o i Primal Scream della redenzione (quelli dub di Vanishing Point) in un film già pieno di energia capace di scuotere il pubblico, avrebbe significato immortalare e codificare per sempre un momento topico e irripetibile nella storia del Regno Unito, la metà dei Novanta – creando pure un ponte fra quei suoni “autoctoni” e gli adolescenti americani. L’aspetto che, però, Boyle aveva certamente colto – e l’azzardo di un brano come quello degli Underworld nella scena conclusiva ne è la conferma – era il ruolo chiave della musica nel farsi mezzo privilegiato per raccontare quel momento storico, inglobandone gli aspetti più irruenti e accattivanti. Un linguaggio capace di esaltare all’ennesima potenza tutti gli elementi innovativi del film – l’immediatezza, l’attualità, l’onestà, la vitalità dei suoi personaggi.

Film e colonna sonora sono diventati, nel tempo, due aspetti strettamente legati nella cementificazione di Trainspotting nella cultura pop internazionale, sebbene – caso più unico che raro nell’epoca contemporanea – le musiche scelte da Boyle e MacDonald (con il contributo dell’uomo EMI di allora, Tristram Penna) hanno vissuto, in parte, anche di vita propria. Attestandosi come una delle migliori colonne sonore di sempre in numerose classifiche e portando alla stampa di un secondo volume, nel 1997, che includesse le tracce tenute fuori dalla raccolta originale – David Bowie, Goldie, Joy Division, ICE MC. Mentre scriviamo, arriva la notizia di una ristampa in vinile della OST del 1996: un’operazione per cui storcere il naso quanto, magari, quella del sequel o un doveroso omaggio per i primi vent’anni di un tassello fondamentale del cinema britannico? Chi, quel cd, lo conserva ancora tra gli scaffali, magari un po’ consumato, avrà pochi dubbi su quale sia la risposta più giusta.

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Tranquillo, non importa. Dedicato a Kurt Cobain https://minimaetmoralia.it/estratti/tranquillo-non-importa-ebook/ https://minimaetmoralia.it/estratti/tranquillo-non-importa-ebook/#comments Tue, 05 May 2015 13:00:41 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=26626 Pubblichiamo l’introduzione di Christian Caliandro all'ebook collettivo “Tranquillo, non importa” (Edizioni Sette Città) a cura di Daniele Piovino, interamente dedicato a Kurt Cobain in occasione dell'uscita nelle sale italiane del documentario “Montage of Heck”, e liberamente scaricabile qui (da Ultimabooks, Amazon e Kobo, o anche in pdf). 

È strano ciò che sta accadendo - mentre esce oggi anche nelle sale italiane Cobain: Montage of Heck, il documentario diretto da Brett Morgen.

È come se la generazione grunge italiana stesse, di fatto, sbocciando e fiorendo solo adesso. In Bloom.

Allora (allora significa un pugno di mesi e di anni: tra l’apparizione di Nevermind e la sua onda lunga, i mitologici concerti italiani, la performance a “Tunnel” e il coma a Roma e la fine) avevamo più o meno tra i dieci e i vent’anni: anche gli autori di questo ebook collettivo sono tutti nati tra i primi anni Settanta e la seconda metà degli anni Ottanta.

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Pubblichiamo l’introduzione di Christian Caliandro all’ebook collettivo “Tranquillo, non importa” (Edizioni Sette Città) a cura di Daniele Piovino, interamente dedicato a Kurt Cobain in occasione dell’uscita nelle sale italiane del documentario “Montage of Heck”, e liberamente scaricabile qui (da Ultimabooks, Amazon e Kobo, o anche in pdf). 

È strano ciò che sta accadendo – mentre esce oggi anche nelle sale italiane Cobain: Montage of Heck, il documentario diretto da Brett Morgen.

È come se la generazione grunge italiana stesse, di fatto, sbocciando e fiorendo solo adesso. In Bloom.

Allora (allora significa un pugno di mesi e di anni: tra l’apparizione di Nevermind e la sua onda lunga, i mitologici concerti italiani, la performance a “Tunnel” e il coma a Roma e la fine) avevamo più o meno tra i dieci e i vent’anni: anche gli autori di questo ebook collettivo sono tutti nati tra i primi anni Settanta e la seconda metà degli anni Ottanta.

Tutto il resto qui era Milano Tangentopoli Capaci Palermo e la continuazione degli anni Ottanta con altri mezzi – la copertina di Nevermind sulla maglietta che Leonardo Notte usa in casa mentre sta sollevando i pesi in 1992-la serie. I pesi. (E Bibi Mainaghi che ascolta stesa sul divano Sweet Oblivion degli Screaming Trees: anche quella è un’immagine stonata: fuori contesto, fuor di sesto.)

Contatto: solo ora forse, vent’anni dopo, stiamo realmente entrando in contatto con quello stesso nucleo oscuro pulsante di disperazione disagio rabbia ribellione. In modo razionale, voglio dire.

Kurt Cobain è stato uno straordinario catalizzatore. Un autore che ha saputo non solo cristallizzare i ricordi più preziosi e dolorosi, ma anche e soprattutto tenerci agganciati (con Bleach, Incesticide, In Utero) ad una zona psichica che era l’esatto opposto di quello che ci circondava, e che soprattutto si stava preparando. L’elemento più affascinante importante è forse proprio questa discrepanza che istintivamente riconosciamo, e che va indagata: il 1994, quindi, di quel suicidio che da allora in poi funziona da spartiacque nelle nostre adolescenze, e della pressoché contemporanea discesa in campo di Silvio Berlusconi, annunciata via etere la sera del 26 gennaio con inediti strumenti comunicativi. Quei 9 minuti e 37 secondi sono destinati a modificare in profondità lo scenario politico, sociale e culturale italiano del successivo ventennio. Nella notte tra il 3 e il 4 marzo, Cobain va in overdose in una suite dell’Hotel Excelsior, per una combinazione di champagne e Rohypnol: viene ricoverato prima presso il Policlinico Umberto I, poi trasferito all’American Hospital. Alle elezioni anticipate del 27 marzo il “nuovo partito” italiano prevale nettamente sulla “gioiosa macchina da guerra” del Pds. La mattina dell’8 aprile, il corpo del cantante viene scoperto nella casa di Lake Washington Boulevard a Seattle: il rapporto del coroner stabilisce che il suicidio risale a tre giorni prima.

In quel momento, due destini collettivi divergono – oppure misteriosamente convergono.

E quell’anno, quel momento, quella primavera non a caso ritornano ossessivamente in molti di questi testi.

***

Un altro aspetto interessante riguarda i modi in cui siamo venuti a conoscenza di questo gruppo e del suo contesto: come cioè una sottocultura (in questo caso, l’ultima sottocultura conosciuta) può essere conosciuta ai quattro angoli del pianeta, anche nell’Italia sperduta delle sue province.

La sottocultura nel mondo anglosassone ha sempre su e di una tensione fondamentale: da una parte essa si opponeva alla cultura mainstream, calata dall’alto, e rappresentava qualcosa di autogenerato, prodotto integralmente dal basso; d’altra parte, ogni sottocultura tendeva naturalmente verso il mainstream, a ciò che in altri ambiti e regimi discorsivi si definirebbe ‘il successo’. È lo schema che Tom Wolfe in Come ottenere il successo in arte (The Painted Word, 1975) definiva “danza BoHo”, riferendosi alle avanguardie e alle neoavanguardie artistiche (e il legame è abbastanza naturale e immediato, dal momento che per molti versi le sottoculture sono gli eredi legittime delle avanguardie: l’avanguardia non finisce né muore tra anni Sessanta e Settanta, ma semplicemente salta, esorbita dal territorio di partenza verso la cultura di massa): BoHo deriva dalla fusione di Bohémien e SoHo, e Wolfe voleva dire che l’artista oscilla sempre tra retoriche rivoluzionarie e aspirazioni di altro genere (SoHo era rapidamente diventato, all’epoca, il quartiere newyorkese più alla moda).

Inoltre, occorre tenere presente un processo abbastanza ovvio, ma che spesso ci sfugge: nel periodo che le riguarda (cioè tra gli anni Sessanta dei Mod e i primi anni Novanta del grunge, passando per psichedelia, glam rock, punk, post-punk, new wave, hip-hop, techno), le uniche sottoculture che conosciamo sono quelle che hanno compiuto il salto decisivo verso il mainstream, il livello di massa; senza questo passaggio (storico, culturale, economico e biografico), la sottocultura si estingue anche nella percezione collettiva – perché riguarda al massimo il centinaio o il migliaio di persone che ne hanno fatto parte. Nessuno la ricorderà.  E invece è abbastanza magico che, per esempio, un genere musicale nato in pochissimi locali-non locali della città più squallida, desolata e isolata degli anni Ottanta americani (Seattle) e ascoltato dagli stessi che lo praticavano e lo inventavano praticandolo abbia oltrepassato gli angusti confini della penisola di Olimpia e abbia raggiunto adolescenti e preadolescenti di tutto il pianeta (me, per esempio, tredicenne nell’estremo Sud Italia).

Grazie all’impatto sulla cultura di massa, la sottocultura non solo oltrepassa i suoi confini spazio-temporali, ma estende la sua stessa percezione, in ampiezza e profondità: così, attraverso i Nirvana quasi tutti abbiamo potuto conoscere e apprezzare i Melvins, gli Screaming Trees, gli Husker Dü, gli Alice in Chains, i Pearl Jam, Mudhoney, i Tad, le Babes in Toyland, le L7, i Love Battery (così come passando per i Cure e i Depeche Mode abbiamo potuto raggiungere Joy Division, Siouxsie and the Banshees, New Order, Dead Can Dance, Alien Sex Fiend, Wire e Young Marble Giants).

Il vero problema è che, dopo la morte del grunge, praticamente non ci sono più state vere e proprie sottoculture. In un bellissimo documentario di Scott Crary del 2004, Kill Your Idols, il musicista e performer Arto Lindsay commentava così il confronto tra la scena musicale newyorkese dei primi anni Duemila e quella tra fine anni Settanta e inizio anni Ottanta: “la questione è che qui c’è una generazione che viene venduta a se stessa”. Dirlo più precisamente di così è quasi impossibile. L’idea che negli ultimi vent’anni non siano riconoscibili forme di produzione culturale ‘resistente’, che non ci sia stato più nessun ‘sotto’ o ‘fuori’ ma solo un gigantesco, unico ‘dentro’ (fatto unicamente di quelle che, con toni entusiastici, nel 2006  ha definito nicchie…) è abbastanza inquietante. E invece molto pochi sono inquieti e inquietati.

***

Basta in questo senso riascoltarsi Montage of Heck, il collage musicale creato da Cobain con un registratore a 4 tracce tra 1987 e 1988 (un anno prima che la Sub Pop pubblicasse Bleach, lo straordinario disco di esordio), che dà il titolo anche al nuovo documentario: c’è già tutto lì, è il punto di origine. Ed è un magnifico “fuori”, da cui uscirà tutta intera la produzione successiva dei Nirvana. Un montaggio di frammenti sonori, prelevati dalla cultura popolare e dalla realtà (scene di film, canzoni famose e conosciute, voci distorte, effetti, sigle televisive, la propria voce) da una forza creativa consapevole e istintiva, già perfettamente orientata a trasmettere nel modo più disturbante ed efficace tutto il disagio. Rimandandolo indietro – tremendamente e meravigliosamente amplificato – al mondo che lo ha causato e lo causa, attraverso quel rispecchiamento che è alla base del realismo e di tutti i realismi. E che consiste anche in un fondamentale riconoscimento, grazie al quale riesco a posizionarmi nel mondo.

A conoscere e a riconoscere il mio posto in quella stessa realtà che vedo riflessa.

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Raccontare il calcio inglese https://minimaetmoralia.it/libri/voglio-la-testa-di-ryan-giggs-rodge-glass/ https://minimaetmoralia.it/libri/voglio-la-testa-di-ryan-giggs-rodge-glass/#comments Fri, 11 Apr 2014 15:20:34 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=19817 Riferendosi a Il mio amico Eric di Ken Loach, Daniele Manusia ha scritto una volta che nei momenti di difficoltà in Italia vediamo la Madonna, a Manchester vedono Cantona: è vero, oltre che divertente, e rende l’idea di quanto nel Regno Unito questione sociale e calcio vadano di pari passo. La storia ha le sue origini alla metà degli anni Ottanta, quando il fenomeno degli hooligans era ancora fuori controllo e i due disastri di Heysel (1985) e Hillsborough (1989) stavano conducendo alla grande riforma degli anni 90. Negli stessi anni Margaret Tatcher imperversava facendo a pezzi il welfare state con ricadute violentissime soprattutto in quelle Midlands che ospitavano il grande Liverpool degli anni 80 e il Manchester United che sarebbe diventato la squadra più forte al mondo nella decade successiva.

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(Immagine: David Beckham e Ryan Giggs. Fonte)

Riferendosi a Il mio amico Eric di Ken Loach, Daniele Manusia ha scritto una volta che nei momenti di difficoltà in Italia vediamo la Madonna, a Manchester vedono Cantona: è vero, oltre che divertente, e rende l’idea di quanto nel Regno Unito questione sociale e calcio vadano di pari passo. La storia ha le sue origini alla metà degli anni Ottanta, quando il fenomeno degli hooligans era ancora fuori controllo e i due disastri di Heysel (1985) e Hillsborough (1989) stavano conducendo alla grande riforma degli anni 90. Negli stessi anni Margaret Tatcher imperversava facendo a pezzi il welfare state con ricadute violentissime soprattutto in quelle Midlands che ospitavano il grande Liverpool degli anni 80 e il Manchester United che sarebbe diventato la squadra più forte al mondo nella decade successiva.

Da un certo punto di vista “Voglio la testa di Ryan Giggs” è l’ennesima riproposizione di questa storia di gioie e fallimenti, altalene emotive calcistiche e politiche in un momento di grande trasformazione nel Regno Unito. La storia raccontata da Rodge Glass (classe 1978, sintomo che il realismo sociale continua a essere il marchio di fabbrica di almeno una parte degli scrittori inglesi non-intellettuali e non-londinesi) parte però da un punto di osservazione interessante: Mike Wilson, il narratore, è un ex giocatore del Manchester United che ha giocato nella storica Classe del 92 (David Beckham, Paul Scholes, Nicky Butt, i fratelli Neville e ovviamente Ryan Giggs). Calcisticamente il passaggio è importante, perché coincide con l’istituzione della moderna Premier League. Quella leva di giovani talentuosi guidati da uno scozzese irascibile di nome Alex Fergusson (li chiamavano Ferigie’s Fledglings, i pulcini di Fergie) avrebbero vinto tutto un numero inimmaginabile di volte, nel Regno Unito e in Europa. Di questa covata ti talenti straordinari Ryan Giggs è senza dubbio il simbolo immortale: oggi, dodici anni più tardi, dopo che anche Fergie ha mollato Ryan Giggs continua a essere lì, imperituro, a guidare i Red Devils.

Il punto della storia è che Mike Wilson, a differenza dei suoi compagni, non ce l’ha fatta: si è infortunato in maniera grottesca il giorno del suo debutto, è stato mandato in prestito al Plymouth Argyle da dove è scappato ritrovandosi a vent’anni con una carriera mai veramente iniziata e già finita e da quel momento in poi è stato tutto un susseguirsi di fallimenti, gioco d’azzardo, problemi di alcol, lavori saltuari, un figlio fatto per errore e la gamba andata in frantumi svariate altre volte. Come Ryan, Mike è stato l’unico giocatore nella storia del Man U reclutato da Fergie direttamente nel salotto di casa (la scena che apre il libro è tratteggiata con geniale comicità, è un peccato che il libro non mantenga quel livello per più di dieci o venti pagine). Come un gemello nascosto o un doppio da letteratura ottocentesca, man mano che il successo di Ryan diventa sempre più sfacciatamente esagerato, quasi mistico, sfacciatamente esagerata diventa la rovina di Mike.

Glass scrive un libro che ha il pregio di essere interessante e intelligente, con un peso emotivo equamente distribuito tra ciò che può interessare un appassionato di calcio (gli ultimi travolgenti anni della Manchester calcistica, la vita di un giovane promettente calciatore, uno sguardo dietro le quinte dell’Old Trafford) e tutto il resto (cioè la storia umana di Mike). Ha il difetto di non reggere a lungo le potenzialità comiche introdotte da un incipit fulminante, di non sfruttare fino in fondo l’aspetto metaforico del rapporto tra Mike e Rayan (Giggs come simbolo, come icona, come epifania) e di finire a lungo andare per lasciar prevalere la componente Dirty Realism che non aggiunge nulla di nuovo a un discorso già trattato con maggiore profondità storica e sociale da un altro libro portato in Italia sempre da 66thand2nd, “Heartland” di Anthony Cartwright: man mano che la storia di Mike Wilson procede a grandi passi verso l’epilogo desolante ma anche un po’ scontato la dimensione immaginifica del romanzo inevitabilmente cede, ed è un peccato (Fergie ad esempio è il personaggio letterario più memorabile di tutto il libro, ma rimane sempre stranamente ai margini).

Infine è un peccato che Glass abbia deciso di esentarsi dal compito forse più interessante di tutti, quello di tracciare un affresco, seppure in chiave personale, di una Manchester degli anni 90 che viene evocata sì dal nome di gruppi rock (l’eredità di Smiths e Joy Division, New Order e Stone Roses, il presente dei Charlatans e degli Oasis, che però sono tifosi del City), ma rimane niente più che un panorama da cartolina, lontanissimo sullo sfondo della vicenda di Mike che progressivamente riempie tutto lo spazio disponibile.

Nonostante questo “Voglio la testa di Ryan Giggs” resta un romanzo che in termini di pagella calcistica del lunedì raggiunge la sufficienza piena, se si rivela fin troppo poco ambizioso lo fa anche per non sbandare lungo il cammino che si è prefissato e in effetti non sbanda: anzi è a tratti divertente e a tratti intensamente triste senza quasi cadute di stile, senza eccessivi colpi di coda ma con discreti, ben controllati colpi di scena. E Wilson, probabilmente suo malgrado, è un personaggio che resta: torna in mente guardando l’autobiografia di Ferguson ben esposta nelle vetrine delle librerie, o quando scopri che a dodici anni dall’esordio in Premier League una cordata di sei Fergie’s Fledglings (tra cui Re Giggs e il principe Beckham) oggi vogliono rilevare il Manchester United con l’aiuto economico della famiglia reale del Quatar, segno che i tempi, nel calcio inglese, sono davvero cambiati.

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