New York Times Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/new-york-times/ un blog di approfondimento culturale Sat, 22 Oct 2016 14:59:05 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=7.1 https://minimaetmoralia.it/wp-content/uploads/2025/07/cropped-cropped-309290503_464034925751050_1790831071097755281_n-32x32.jpg New York Times Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/new-york-times/ 32 32 La vista da qui: divario digitale, divario culturale https://minimaetmoralia.it/estratti/massimo-mantellini-la-vista-da-qui-divario-digitale/ https://minimaetmoralia.it/estratti/massimo-mantellini-la-vista-da-qui-divario-digitale/#comments Tue, 30 Sep 2014 06:00:49 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=23213 In La vista da qui. Appunti per un’internet italiana dMassimo Mantellini (minimum fax), c'è un intero capitolo dedicato al tema del divario digitale in Italia, tema sempre più attuale e discusso. Lo pubblichiamo di seguito, e vi invitiamo a visitare online lo spazio creato da Mantellini per raccogliere racconti, frammenti ed esperienze su cosa sia internet oggi. (Fonte immagine)

 

Scendo dal treno e vado a trovare Cristoforo.[1] Cristoforo è il mago dei numeri, forse la persona che in Italia negli ultimi dieci anni ha guardato più spesso dentro la sfera di cristallo dell’accesso a internet, ne ha osservato i diagrammi e le curve, ha provato a immaginarne le tendenze. A mezzogiorno in punto suono il campanello e lui al citofono mi risponde: «Sei puntuale come la morte». Cristoforo sa cose che né io e né voi sappiamo sui motivi per cui il nostro paese è stabilmente in fondo alle classifiche europee dello sviluppo tecnologico, della banda larga, dell’utilizzo di internet nelle scuole, nelle amministrazioni pubbliche, ovunque.

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In La vista da qui. Appunti per un’internet italiana dMassimo Mantellini (minimum fax), c’è un intero capitolo dedicato al tema del divario digitale in Italia, tema sempre più attuale e discusso. Lo pubblichiamo di seguito, e vi invitiamo a visitare online lo spazio creato da Mantellini per raccogliere racconti, frammenti ed esperienze su cosa sia internet oggi. (Fonte immagine)

Scendo dal treno e vado a trovare Cristoforo.[1] Cristoforo è il mago dei numeri, forse la persona che in Italia negli ultimi dieci anni ha guardato più spesso dentro la sfera di cristallo dell’accesso a internet, ne ha osservato i diagrammi e le curve, ha provato a immaginarne le tendenze. A mezzogiorno in punto suono il campanello e lui al citofono mi risponde: «Sei puntuale come la morte». Cristoforo sa cose che né io e né voi sappiamo sui motivi per cui il nostro paese è stabilmente in fondo alle classifiche europee dello sviluppo tecnologico, della banda larga, dell’utilizzo di internet nelle scuole, nelle amministrazioni pubbliche, ovunque.

Mentre io in questi anni osservavo internet e i suoi utenti da dietro lo schermo del mio computer, sperando che anche loro sognassero le medesime cose che sognavo io, Cristoforo guardava le tabelle col distacco dell’economista, confrontava curiose torte colorate e si occupava di altre questioni bizzarre. Oggi, in questo ufficio nel centro di Roma, disegna assi cartesiani uno sotto all’altro su un foglio bianco: io, per non essere da meno, scarabocchio brutti petali di fiore mentre discutiamo di quanto sia piccola e modesta la internet italiana.

I numeri per me non sono così importanti, quando proprio non posso evitarli li cito con infastidita vaghezza. Tuttavia in questo caso è impossibile non parlarne. Secondo le ultime statistiche ufficiali disponibili, la percentuale di famiglie italiane dotate di accesso a internet è di oltre venti punti inferiore alla media dei paesi più avanzati con i quali siamo soliti confrontarci (il 69% in Italia contro l’88% della Germania e della Gran Bretagna, il 93% della Danimarca e della Svezia, l’82% della Francia); siamo fra gli ultimi nell’Europa a 28 sia come accesso sia come frequenza d’uso, peggio di noi fanno solo Bulgaria, Romania, Portogallo, Lituania e Grecia; dal 2006 a oggi siamo cresciuti meno di quasi tutti gli altri. Abbiamo poi i peggiori numeri per l’e-government di tutta Europa (a parte la Romania) e anche nel numero di collegamenti broadband siamo nel gruppo dei peggiori. Infine, ciliegina sulla torta, ben il 34% degli italiani dichiara di non aver mai utilizzato internet in vita sua.[2]

Questa débâcle digitale si potrebbe spiegare più o meno così: per un certo numero di anni, verso l’inizio del nuovo secolo, complice lo sviluppo delle connessioni broadband, il calo dei prezzi e il passaparola, sono approdati alla rete gli italiani che provavano verso internet una qualche forma di interesse. Qualche anno prima, nella seconda metà degli anni Novanta, erano già arrivati gli utenti maggiormente motivati, gli impallinati, gli universitari e i nerd, quelli che conoscevano un po’ di inglese, quelli che amavano i computer già prima che qualcuno riuscisse a collegarli tutti assieme, quelli che sapevano cosa fosse Gopher.[3]

Poi a seguire si sono accodati anche gli altri: quelli che avevano la fidanzata in Finlandia con un indirizzo email al quale si poteva scrivere, quelli che in rete c’è tutta la musica del mondo senza pagare, quelli che con Skype saluto i nipotini in Australia, quelli che forse smetto di fare la fila alle Poste, quelli che mi piace aggiornare Wikipedia, quelli che mi piace sabotare Wikipedia, quelli che leggo il New York Times che è in rete gratis, quelli che Playboy ha un sito web, quelli che ho trovato un sito di ricette fantastiche, quelli che ho aperto un blog, quelli che ho chiuso il blog tanto non lo leggeva nessuno, quelli che la mia band suona su MySpace.

La fase di ascesa, guidata da «quelli che», come sempre avviene nelle curve di adozione tecnologica, dopo un periodo imperioso si è prima attenuata e poi affievolita fino a raggiungere un sostanziale equilibrio. Oggi siamo al punto in cui chi doveva collegarsi si è collegato mentre tutti gli altri, che sono parecchi, sono lì che non sanno bene cosa fare. O meglio, lo sanno benissimo, anche se a noi non piace neanche un po’.

In ogni caso la curva di adozione che Cristoforo disegna davanti ai miei occhi è stata influenzata – e questo lo abbiamo compreso con ragguardevole ritardo – nella sua parte più ripida e iniziale da quello che i tecnici chiamano digital divide infrastrutturale, vale a dire la mancanza delle condizioni tecniche sufficienti per connettersi a internet in maniera utile.

Mentre noi, accecati dall’ottimismo sciocco della tecnologia buona e giusta, ci battevamo a colpi di fiere invettive affinché aziende delle telecomunicazioni e governi si adoperassero per portare la banda larga in tutto il paese, come se l’infrastruttura disponibile e funzionante fosse condizione sufficiente, in realtà stavamo sottovalutando l’aspetto determinante di tutta la faccenda.

Quando la curva di Cristoforo ha cominciato a farsi piatta (se non pure discendente come sembrano indicare gli ultimi dati disponibili), lì sono cominciati i guai. E i guai attuali, noi, da qualche tempo, abbiamo iniziato a chiamarli «divario culturale»: ossia il mancato interesse nei confronti della connessione a internet basato su motivazioni individuali. Un disinteresse ampio che, in una qualche percentuale, nasconde una non dichiarata difficoltà di comprensione o utilizzo del mezzo, ma che, nella maggioranza dei casi, non è altro che un autentico sentimento di estraneità. Perché – si chiedono milioni di italiani – dovrei utilizzare questa cosa di cui non sento il bisogno?

Sono arrivato qui pensando che il divario culturale sia un’anomalia italiana; Cristoforo pensa che si tratti invece di un tema legato almeno in parte al nostro essere abitanti del Sud Europa, anche se i numeri italiani sono peggiori di quelli spagnoli e inutilmente paragonabili a quelli di una Grecia in grave crisi economica.

Internet in ogni caso è stata per molto tempo quasi solo lettura e scrittura. Le pagine web erano parole su uno schermo, da leggere o comporre, e noi siamo una nazione che da sempre non legge e non scrive. Come dire che nei confronti della internet testuale del primo periodo pativamo anche una sorta di tara originaria. Tuttavia non è stata solo questa la ragione. Perché poi è arrivato YouTube e sono esplose le piattaforme sociali, che in un paese come il nostro hanno riscosso enorme successo, e qui forse tutto è diventato ancora più confuso.

Sono venuto a chiedere conferma del fatto che l’unico exploit tecnologico italiano degli ultimi decenni sia stato quello legato negli anni Novanta alla telefonia mobile, e che questo forse abbia distratto l’homo technologicus italicus dall’interesse per tecnologie più innovative a favore di prodotti con un design più accattivante, ma Cristoforo dice che – secondo lui – le cose non sono andate così, che queste motivazioni non sono sufficienti per la nostra Caporetto internettiana.

Su una cosa invece siamo d’accordo da subito: è vero che non ci sono grandi speranze, il nostro è un paese spezzato in due dall’ufficio anagrafe e dall’aumento dell’età media. Un luogo nel quale gli anziani che accedono a internet sono una sparuta pattuglia, con il restante 90% ben difficilmente recuperabile. Così come è vero che il divario culturale, il rifiuto della rete, ha colonizzato in questi anni i luoghi del potere, le stanze del Parlamento, migliaia di uffici centrali e periferici: ma anche le redazioni dei giornali, i talk show televisivi, le scuole, le cerchie degli intellettuali… Anche questa cattiva fama, così ampiamente seminata, ha avuto un ruolo. Forse piccolo, forse non fondamentale, ma si è trattato di una fama malevola, alimentata con regolarità lungo un periodo di tempo molto lungo. La goccia della internet cattiva e pericolosa ha scavato la roccia delle coscienze di molti, specie di quelli che internet non la conoscevano. Molti di costoro oggi non sanno e non vogliono sapere cosa sia la rete. Come per il critico letterario nella citazione di Manganelli, il sentimento di precauzione vince su tutto e poco importa se esiste anche solo una possibilità che quella stessa preoccupazione sia campata in aria o basata sulla somma di pregiudizi altrui.

Se la traiettoria racchiusa nei disegni di Cristoforo è la storia di un decennio di accesso a internet in Italia, manca a questo punto la parte più importante, quella che riguarda il dopo, il che fare e il come farlo e anche, forse, subito prima, il se valga la pena farlo oppure no.

Ma ne vale la pena?

In questo momento in Italia esiste un muro altissimo fra chi vuole e chi non vuole utilizzare la rete. Se decidessimo di occuparci dei temi economici dovremmo dire che questa polarizzazione fra connessi e disconnessi crea un grave danno finanziario al paese intero. Lasciamo perdere il commercio elettronico, tutto l’indotto digitale (app, programmazione, database, siti web, ecc.) e un mucchio di altre cose, pensiamo invece per un attimo all’amministrazione pubblica che giusto in questi mesi in Gran Bretagna è diventata digital by default, vale a dire «digitale prima di tutto». Qualsiasi pratica fra cittadino e Stato passa prima da internet che da qualsiasi altro luogo. Questa scelta crea risparmi notevoli per la comunità a patto che l’adozione digitale sia ampia (in Gran Bretagna circa nove cittadini su dieci hanno accesso a internet) e non costringa a grandi duplicazioni di servizi e risorse. Ci saranno – è vero – soldi e attenzione da dedicare a quel cittadino su dieci che non è connesso e che non può essere lasciato indietro, ma nel complesso si sta sostituendo un apparato molto costoso con uno più leggero, dinamico ed economico. Cosa succederebbe se da noi si tentasse un percorso analogo? Quando accadrà (lentamente sta già accadendo), probabilmente dovremo duplicare i servizi perché un italiano su due (quasi) non è un cittadino digitale.[4] In alternativa si potrebbe immaginare una serie di piccole spintarelle digitali (quelle che Cristoforo chiama «l’innovazione spintanea») per costringere, nella maniera più amabile fra quelle possibili, i cittadini recalcitranti a connettersi.

E se anche non fosse per ragioni economiche, che ai nostri occhi di umanisti da cartoleria suonano così volgari, varrà la pena farlo per il valore sentimentale del nostro essere connessi. Non una cosa eterea e senza spessore, ma l’essenza stessa della nostra propensione a essere persone simili e vicine l’una alle altre.

Vale la pena essere connessi, anche iniziando oggi, perché se dieci anni fa l’asticella dell’accesso era molto alta, le cose da allora sono cambiate: la tecnologia è più semplice, l’arcobaleno di cose da fare in rete scintillante e alla portata di chiunque, anche di quelli che non leggono un libro da decenni. Internet non è più (solo) la biblioteca di Alessandria ma è anche la piazza, le chiacchiere, il luna park per i bambini: il filo diretto con il mondo intorno.

Alcuni pensano che dentro questa specie di missione che ci siamo dati in favore dell’alfabeto telematico alberghi una spocchia da iniziati, il sentimento di superiorità di chi pretende di indicare il percorso, la presunzione intellettuale di chi si è già attrezzato per il futuro e si mostra ora benevolmente disposto a indirizzare gli altri. Io non credo che sia così, sono invece convinto che ne valga la pena per una ragione più semplice e meno tronfia: se internet ha migliorato la mia vita, sarei felice che fosse capace di migliorare anche la tua. È questo l’umanesimo da cartoleria di cui dicevo poco fa, una sorta di semplificazione provinciale di cui mi sentirei di essere orgoglioso. Un sentimento che ha tracciato una traiettoria lunga ormai decenni fin dai tempi delle (mie) scuole superiori: ho ascoltato una canzone bellissima, ascoltala anche tu, dimmi cosa ne pensi. Se ti piacerà come è piaciuta a me io ne sarò contento. Quindi ok, ne vale la pena, nessuna coercizione nei confronti di nessuno: ora resta il cosa fare e il come farlo.

Voce del verbo fare

Intanto dobbiamo rassegnarci: nessuna o quasi fra le azioni che potremmo intraprendere già domani per ridurre il divario culturale darà i suoi frutti in tempi brevi. Più i problemi sono radicati e profondi più le attese soluzioni richiederanno ampi intervalli di incertezza.

Paradossalmente una delle prime cose che andrebbero fatte sin da domani non ha a che fare direttamente con il divario culturale; e questa, se non altro, è una constatazione curiosa. Fino a poco fa abbiamo detto che il problema principe è stato in questi anni lo scarso desiderio dei cittadini di essere in rete, e ora scopriamo che la prima cosa concreta che si potrebbe fare è occuparsi dell’infrastruttura di rete. Eppure è proprio così: abbiamo bisogno di superare e integrare i piani di business delle compagnie telefoniche, dobbiamo insistere perché la politica riacquisti il ruolo, che le deve essere proprio, di governo dello sviluppo tecnologico. Dovremmo farlo per una sola ragione: perché il mercato, se mai ha avuto aspirazioni in tal senso, ha fallito. Lo ha fatto per una contingenza che è perfino banale ricordare: gli interessi delle società di telecomunicazioni spesso non sono quelli dei cittadini. Per esempio negli ultimi anni le telco hanno investito molto nelle reti mobili (prima col 3g e poi con lte [5]), pagando a caro prezzo le licenze per le frequenze e superando mille ostacoli normativi (alcuni dei quali tipicamente italiani), mentre sono state molto più dubbiose nei confronti della banda larga su rete fissa. Una scelta certamente ragionevole nell’ottica del business (il traffico mobile è più redditizio di quello fisso e richiede complessivamente meno investimenti strutturali) e anche prudente e saggia da molti punti di vista; una scelta, tuttavia, di segno opposto rispetto all’interesse generale.

Possiamo fare di questo una colpa alle compagnie telefoniche? No, non possiamo. Possiamo incolpare di questo mancato orientamento l’abulia decisionale della politica? Certamente sì.

Se sposiamo l’idea secondo la quale l’accesso alla rete è un punto di svolta della nostra crescita, non solo economica ma anche sociale e culturale, allora appare evidente come simili scelte di sistema non possano essere lasciate interamente a soggetti che hanno interessi privati. Se le cose stanno così e se lo Stato non può influenzare direttamente le scelte strategiche dell’industria delle telecomunicazioni, c’è una sola cosa che può fare: incentivare servizi che ritiene prioritari e che invece le telco considerano poco remunerativi. Come? Pagandoli di tasca propria.

Questi servizi oggi sono solo due: la copertura delle aree ancora non raggiunte dal broadband e la costruzione di una rete in fibra ad alta velocità. Abbiamo bisogno di meno denari da assegnare ad altre infrastrutture e di più risorse per la rete internet là dove la rete manca o va ammodernata. Questo fino a oggi quasi non è stato fatto, se si eccettuano alcuni progetti recenti, specie al Sud, legati alla disponibilità di fondi europei. E invece sarebbe la cosa a cui dare la priorità. Meno grandi opere, più cavi sottili.

A differenza di quanto sostengono alcuni autorevoli esperti di tecnologia, l’infrastruttura deve precedere l’offerta, e questo per una ragione fondamentale: molti degli utilizzi delle reti trasmissive ad alta velocità sono oggi difficili da immaginare. Saranno gli utenti che se li inventeranno domani. Dovremmo smetterla di sentirci tanto superbi da voler indovinare il futuro. Il futuro è complicato, fuori dalla nostra portata e sovente usato come alibi. Le dissertazioni odierne sul «a cosa ti servirà mai una connessione a un gigabit» assomigliano enormemente a certe imbarazzanti affermazioni sulla prevedibilità del futuro tecnologico. Domani forse ne sorrideremo ma quando questo accadrà probabilmente sarà troppo tardi.

Chiusa la parentesi «infrastruttura», il nodo cruciale della lotta prossima ventura al divario culturale è la scuola. Un decennio fa ci si inventò lo slogan delle 3 i (Inglese, Impresa e Internet), una specie di furbo vademecum per una scuola nuova e al passo con i tempi. Era il 2003 e la riforma prendeva il nome dell’allora ministro dell’Istruzione Letizia Moratti. Sembra passato un secolo. Come spesso avviene da noi il progetto iniziò e finì con quella evocativa definizione. Quel governo non fece nulla per internet; un suo omologo qualche anno dopo ridusse le ore di inglese nelle scuole italiane. Per il resto ci si occupò forse di qualche impresa, meglio se pescata fra quelle vicine al presidente del Consiglio di allora.

Resta il fatto che il punto di partenza era quello giusto: per interrompere la nostra allergia nazionale alla tecnologia e a internet anche oggi, come dieci anni fa, dobbiamo partire dalla scuola e strutturare un’agenda didattica adeguata ai tempi.

Ora, prima di provare a immaginare esattamente cosa sarebbe il caso di fare in concreto nelle scuole dei nostri figli, sono costretto ad aprire una parentesi su una delle definizioni meno esatte che abbiamo molto utilizzato in questi anni, contro la quale, prima o poi, ci toccherà andare a sbattere: quella di nativo digitale.

Sui nativi digitali

I nativi digitali sono una categoria del pensiero. Nostro però, di persone che non sono nate digitali e che lo sono in qualche maniera diventate. Nativo digitale è anche una definizione sociologica vaga che abbiamo importato dal mondo anglosassone caricandola di molti significati che non intendeva avere. Uno su tutti: quello secondo il quale, dal momento che i nostri ragazzi crescono circondati dalle tecnologie, acquisiscono per osmosi una competenza profonda al riguardo. Detto in altre parole, il nativo digitale, diversamente da noi, nasce imparato: immerso com’è nella tecnologia, non avrà alcun imbarazzo a utilizzarla nel modo migliore e più proficuo.

Chiunque abbia figli adolescenti o frequenti per qualche ragione le aule delle università o delle scuole superiori sa perfettamente che una simile definizione è del tutto priva di senso. Fatta salva una vicinanza epidermica alle tecnologie, i ventenni di oggi non sono troppo differenti da noi. Soffrono meno di noi le barriere di ingresso alla tecnologia, ma l’utilizzo che decidono di farne è spesso, purtroppo spessissimo, adeguato al contesto di divario culturale nel quale sono immersi.

Un aspetto importante legato al nuovo ecosistema digitale che i ragazzi nati dopo il 1990 si sono trovati di fronte è quello dell’impacchettamento tecnologico: mi riferisco alla disponibilità sul mercato di strumenti tecnologici le cui caratteristiche di utilizzo sono state definite in maniera molto chiara e spesso insuperabile in sede di progettazione. A differenza di quanto capitava a noi semplici «immigrati digitali» in passato, le tecnologie attuali – contenute negli smartphone e nei tablet che i nativi digitali dominano con tanta maestria – sono molto spesso chiuse e pronte all’uso. Terminati i tempi dell’informatica per smanettoni, quando i pc potevano essere assemblati, smontati e aggiornati da chi li usava, i nuovi device suggeriscono un’idea di libertà preconfezionata. Questo contesto è di per se stesso un freno alla crescita culturale degli utenti, il cui unico percorso formativo nei confronti della tecnologia sarà quello di imparare a orientarsi dentro un giardino che qualcuno ha precedentemente recintato. Ciò vale in special modo per alcuni ambiti di rete. All’interno di questo mimetismo intenzionale, internet può ridursi a Facebook, gli strumenti di controllo potranno essere celati con maggior facilità, e le politiche di indirizzo economico verranno raccontate senza troppe difficoltà come nuove frontiere della libertà di espressione. Tale aspetto rende i nativi digitali intrinsecamente più deboli nei confronti della tecnologia rispetto a chi li ha preceduti, perché la mancanza di consapevolezza, l’assenza di un percorso di formazione impedisce loro in molti casi di sviluppare personali sensibilità e competenze verso i device che utilizzano. È quindi facile comprendere come l’assioma, in Italia molto invalso, secondo il quale i nostri ragazzi potrebbero essere la leva per ridurre il divario digitale degli adulti è il racconto di una debolezza che si illude di curarne un’altra, forse più grave, ma dello stesso segno.

Perché i nativi digitali diventino veramente la molla del cambiamento sociale dovremo costruire attorno alla loro confidenza con la tecnologia un sistema didattico che li aiuti a comprendere la tecnologia; un piano culturale tutto da immaginare che allo stato manca completamente e del cui bisogno, incredibilmente, quasi nessuno parla.

A scuola, di nuovo

Quindi i nativi digitali non esistono, ma esistono ragazzi svegli che avrebbero bisogno di una scuola nella quale si parli delle cose della loro vita. Come un tempo esistevano le ore di educazione civica [6] (che tutti noi vivevamo come un intervallo di barbosa decompressione), oggi sarebbero molto utili ore di lezione in cui si impari l’abc digitale. L’universo di rete è straordinariamente complesso e pieno di sfaccettature: abbiamo bisogno che i nostri ragazzi affrontino una simile complessità e si attrezzino per decodificarla con rigore come Umberto Eco si attrezza con un libro per ristimolare la memoria.

Molti corsi di studi in tutto il mondo si aggiornano, inserendo nella didattica la programmazione e i suoi linguaggi; ma questo è solo un aspetto del problema ed è quello di cui tipicamente si occupano i sistemi educativi diversi dal nostro, molto centrati sulle materie scientifiche. A Londra ci sono alcune scuole private dove fin dalle elementari ai bambini vengono servite matematica, fisica e informatica e poco altro. Le frequentasse mia figlia non sarei contento. Per antico vizio io vorrei anche che imparasse a memoria le poesie di Ungaretti. E questo non è un altro discorso.

Ma se la scuola è la nostra grammatica del mondo, allora oggi internet deve essere compresa al suo interno nel doppio ruolo di fonte didattica e di linguaggio da imparare. Insegnare attraverso internet è un passaggio inevitabile della scuola di domani: alcuni solitari eroi lo stanno facendo già ora senza che nessun ministro glielo abbia imposto.

La dotazione minima per iniziare non è nemmeno sconvolgente: un notebook, una connessione internet e un videoproiettore, perché la rete diventi il libro di testo sfogliato dall’insegnante dentro una nuova lavagna senza ardesia. Immagini, testi, poesie, i filmati storici, la musica del mondo, ognuna di queste informazioni può uscire dalla rete per raggiungere i nostri ragazzi condotti per mano dai loro insegnanti; e se quel giorno durante la lezione di geografia si parlerà di Parigi o di Vienna, sarà possibile passeggiare nelle vie del centro [7] o osservarla dall’alto o guardare immagini della torre Eiffel in costruzione. O ascoltare Édith Piaf che canta «La Marsigliese». E poi magari vedere Marsiglia, e poi e poi e poi.

Mentre gli insegnanti gli mostreranno il mondo in questo modo nuovo e affascinante, i ragazzi, i cosiddetti nativi digitali, esperti di Instagram e Snapchat, potranno allenarsi a riconoscere i linguaggi della rete, a evitarne le trappole, a fidarsi delle migliori fonti. E a scrivere loro stessi quella rete che, a differenza dei vecchi libri di testo, non è immobile e granitica ma aperta al talento e al cambiamento. Anche al loro personale contributo, quando e se decideranno di indirizzarlo da quelle parti.

Internet a scuola è una scommessa a lungo termine, centrale e difficilissima per mille ragioni note. Ma è anche l’unica concreta possibilità di uscire dall’isolamento culturale nel quale ci siamo volontariamente rinchiusi. A questo, se tutto andrà bene, potrà seguire il resto. Si annacqueranno il biasimo degli intellettuali, le articolesse indignate dei prestigiosi quotidiani, le alte grida dell’associazionismo conservatore. Oppure le ascolteremo ancora ma sarà il suono in lontananza del pazzo, la litania della beghina alla quale nessuno presta più attenzione perché, nel momento in cui il mistero doloroso della internet cupa malvagia e soprattutto inutile viene rivelato e mostra la propria inconsistenza, tutto finirà per adagiarsi nella sua placida normalità.

I libri elettronici, che sono stati al centro delle discussioni e delle polemiche sulla scuola digitale in questi ultimi anni, quelli, poi, magari verranno. Ma è evidente che non sono i libri in questa fase il nostro problema. Non lo sono stati fin dall’inizio: l’accelerazione modernista del ministro dell’Istruzione Profumo, che voleva portare in tempi rapidi gli ebook in scuole nemmeno connesse a internet, era un’assurdità di vaste dimensioni. E in ogni caso la scuola non è i suoi libri (come direbbe Luca De Biase, autore della nota frase «i giornali non sono la loro carta»).[8] Ridurre l’innovazione didattica all’adozione di nuovi oggetti in forma di libro (più leggeri e dotati di schermo) e nuovi formati (con contenuti molto simili e affidati ai medesimi intermediari) era un’altra maniera per continuare a ragionare come in passato dopo essersi rapidamente cambiati d’abito.

Partire dalle scuole significa per ora collegarle a internet e riporre fiducia nello spirito costruttivo e nella fantasia degli insegnanti e, possibilmente, del legislatore. Trovare un governo delle 3 i (uno qualsiasi) disposto ad andare oltre gli slogan per spendere soldi per l’innovazione a scuola e per premiare come merita chi, durante l’ora di geografia, non segnerà più con l’asta di legno la carta plastificata dell’Europa politica indicandoci dove sia Parigi e raccomandandoci di studiarla su una scheda fotocopiata male, ma porterà a spasso gli alunni con Street View per Rue de Seine a sbirciare le vetrine delle gallerie d’arte e poi giù in fondo fino alla Senna. E poi, guardate, lo vedete il Louvre di là dal fiume? La vedi Notre-Dame laggiù a destra su quella specie di isola?

In tutta questa idea di rivoluzione scolastica è evidente che gli insegnanti rappresentano il tessuto connettivo sul quale sarà necessario appoggiarsi. Personalmente sono assai dubbioso sul fatto che il passaggio verso una scuola digitale possa avvenire attraverso un processo di alfabetizzazione rigidamente imposto ai docenti. Vale per loro, esattamente come per qualsiasi altra categoria lavorativa, l’incombente problema del divario digitale, poiché è ovvio che dentro quel 40% di italiani che non accedono alla rete sarà possibile trovare anche un numero abbastanza cospicuo di insegnanti. Anche in questo caso le imposizioni rigide verso l’utilizzo delle tecnologie nell’insegnamento rischiano di determinare fenomeni di rifiuto più o meno organizzati. Forse il percorso giusto potrebbe essere quello di immaginare una serie di imposizioni deboli legate alla «innovazione spintanea» ma, soprattutto, meccanismi di incentivazione anche economica ai nuovi maestri digitali. Esiste un’agenda digitale che passa per la scuola e che deve organizzarsi per riconoscere, premiare e incentivare le buone prassi: compito dello Stato è stabilire quali siano (non è per nulla scontato che una simile idea di didattica digitale sia ampiamente accettata) per poi creare un percorso preferenziale per i migliori fra i nostri insegnanti, suggerendo allo stesso tempo ad altri di seguirne l’esempio.

L’incastro complicatissimo tra infrastrutture scolastiche in muratura e digitali, formazione e nuove prospettive dell’insegnamento, dotazione tecnologica e criteri di accesso ai contenuti, è una delle assolute priorità del paese. Lo so, si dice sempre così, per tutto, eppure forse oggi davvero è giunto il momento in cui occorre uscire dalla banalità di una simile frase per iniziare a valutarne con esattezza il peso. Dobbiamo trasformarci in Nick Hornby e iniziare a fare una lista delle dieci cose più importanti per noi.[9]

La rivoluzione digitale del nostro sistema scolastico è in cima a questa benedetta lista, viene prima di mille altre emergenze e deve essere affrontata subito, sapendo che è un tema a lungo termine. Il divario culturale nel quale siamo precipitati è oggi la ragione principale per cui questo paese è sull’orlo dell’abisso. Continuare a parlarne e basta non ci aiuterà.

 


[1]. Cristoforo Morandini, associated partner di Between S.p.A., responsabile dell’Osservatorio Banda Larga; il suo blog è www.cristoforomorandini.com.

[2]. Dati Eurostat, riferiti all’anno 2013. (http://epp.eurostat.ec.europa.eu/cache/ITY_PUBLIC/4-18122013-BP/EN/4-18122013-BP-EN.PDF)

[3]. Gopher è un protocollo di rete che prevede l’organizzazione dei contenuti di un server secondo una struttura gerarchica. Creato nel 1991 da Mark McCahill e Paul Lindner dell’Università del Minnesota, deve il suo nome a uno dei suoi creatori, Farhad Anklesaria, che si è ispirato al roditore mascotte dell’università. (Fonte: Wikipedia)

[4]. Secondo l’indagine Eurostat sopra citata, il 69% delle famiglie italiane dispone di un collegamento a internet, ma il 52% degli individui vi accedono tutti i giorni e il 2% non tutti i giorni, ma almeno una volta la settimana; in pratica, meno del 60% degli italiani usa internet con qualche regolarità.

[5]. L’acronimo lte sta per Long Term Evolution: si tratta dell’evoluzione tecnologica per gli accessi in larga banda mobile delle tecnologie 3g. Per ragioni di marketing molti operatori telefonici usano oggi per le loro offerte commerciali lte la denominazione 4g.

[6]. Introdotte da Aldo Moro nel 1958, le ore di educazione civica comprendevano lo studio delle forme di governo di una cittadinanza ed erano riservate agli studenti delle scuole medie e superiori. Due ore al mese obbligatorie, senza valutazione, affidate all’insegnante di storia. Furono eliminate dai programmi didattici nel 1990 in tempi di iniziale ristrettezza dei fondi per la scuola pubblica.

[7]. Scrive sul suo blog Davide Profumo, che insegna in un liceo sul lago d’Iseo: «Perché per fare geografia a me serve una connessione all’internet; perché mi servono le immagini e il web è pieno di immagini; e Google mi trova tutte le immagini che voglio, quando le voglio; e in più c’è anche Google Maps, che mi fa andare in giro nei posti che sto spiegando proprio come se fossi nei posti che sto spiegando: e allora io prendo i miei alunni e li porto un po’ in giro per le strade di Parigi (visto che è di Parigi che stiamo parlando, in questi giorni: è questa la notizia), e li porto a vedere Rue Sufflot, che mi piace tanto, e l’isola di Saint-Louis in mezzo al fiume, e i giardini del Lussemburgo, e il Beaubourg, e naturalmente Place des Vosges, che è una delle piazze più belle del mondo, e tutto questo, insomma, posso farlo solo perché nel laboratorio di chimica e c’è la Lim, e c’è la connessione, e c’è Google Maps. E mi pare che funzioni, e lo faccio da un paio di anni ormai (anche se nessuno lo sa e a nessuno importa niente che io lo faccia, ovviamente)». (http://sempreunpoadisagio.blogspot.it/2012/03/la-notizia.html)

[8]. Luca De Biase, «Il giornale non è la sua carta», in Problemi dell’informazione, 2009, numero 3-4 (http://blog.debiase.com/paper/giornalisti-innovatori/).

[9]. Nel romanzo di Nick Hornby Alta fedeltà (Guanda, Milano 1996) i protagonisti elencano spesso le loro «top five», classifiche sugli argomenti più vari come libri preferiti, dischi preferiti, film preferiti.

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Trova i nomi mancanti: un piccolo gioco enigmistico a partire da un articolo di Roberto Saviano https://minimaetmoralia.it/inchieste/trova-i-nomi-mancanti-un-piccolo-gioco-enigmistico-a-partire-da-un-articolo-di-roberto-saviano/ https://minimaetmoralia.it/inchieste/trova-i-nomi-mancanti-un-piccolo-gioco-enigmistico-a-partire-da-un-articolo-di-roberto-saviano/#comments Tue, 28 Aug 2012 00:38:10 +0000 http://www.minimaetmoralia.it/?p=9193 Nel seguente articolo uscito ieri contemporaneamente sul New York Times e su Repubblica, Roberto Saviano usa 14 volte la parola banche, 10 la parola banca, 8 la parola capitali. Sottolinea i punti nel testo dove questo accade, e - se sei un bravo solutore - scopri se accanto a ognuna di queste o altre occorrenze simili, ci siano dei nomi propri.

Mafie, i padroni della crisi

di Roberto Saviano

I capitali mafiosi stanno traendo profitto dalla crisi economica europea e, più in generale, dalla crisi economica dell'Occidente, per infiltrare in maniera capillare l'economia legale. Eppure i capitali mafiosi non sono solo l'effetto della crisi globale, ma anche e soprattutto la causa, perché presenti nei flussi economici sin dalle origini di questa crisi. Nel dicembre 2009, il responsabile dell'Ufficio Droga e Crimine dell'Onu, Antonio Maria Costa, rivelò di avere le prove che i guadagni delle organizzazioni criminali fossero l'unico capitale d'investimento liquido che alcune banche avevano avuto a disposizione durante la crisi del 2008 per evitare il collasso.

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Nel seguente articolo uscito ieri contemporaneamente sul New York Times e su Repubblica, Roberto Saviano usa 14 volte la parola banche, 10 la parola banca, 8 la parola capitali. Sottolinea i punti nel testo dove questo accade, e – se sei un bravo solutore – scopri se accanto a ognuna di queste o altre occorrenze simili, ci siano dei nomi propri.

Mafie, i padroni della crisi

di Roberto Saviano

I capitali mafiosi stanno traendo profitto dalla crisi economica europea e, più in generale, dalla crisi economica dell’Occidente, per infiltrare in maniera capillare l’economia legale. Eppure i capitali mafiosi non sono solo l’effetto della crisi globale, ma anche e soprattutto la causa, perché presenti nei flussi economici sin dalle origini di questa crisi. Nel dicembre 2009, il responsabile dell’Ufficio Droga e Crimine dell’Onu, Antonio Maria Costa, rivelò di avere le prove che i guadagni delle organizzazioni criminali fossero l’unico capitale d’investimento liquido che alcune banche avevano avuto a disposizione durante la crisi del 2008 per evitare il collasso.

Secondo le stime del Fmi tra gennaio 2007 e settembre 2009 le banche statunitensi ed europee persero più di 1 bilione di dollari in titoli tossici e prestiti inesigibili e più di 200 erogatori di mutui ipotecari andarono in bancarotta. Molti grandi istituti di credito fallirono, furono rilevati o commissionati dal governo. È possibile dunque individuare il momento esatto in cui le organizzazioni criminali italiane, russe, balcaniche, giapponesi, africane, indiane sono diventate determinanti per l’economia internazionale. Ciò è avvenuto nella seconda metà del 2008, quando la liquidità era diventata il problema principale del sistema bancario. Il sistema era praticamente paralizzato a causa della riluttanza delle banche a concedere prestiti e solo le organizzazioni criminali sembravano avere enormi quantità di denaro contante da investire, da riciclare.

Una recente inchiesta di due economisti colombiani, Alejandro Gaviria e Daniel Mejiia dell’Università di Bogotà, ha rivelato che il 97,4% degli introiti provenienti dal narcotraffico in Colombia viene puntualmente riciclato da circuiti bancari di Usa ed Europa attraverso varie operazioni finanziarie. Stiamo parlando di centinaia di miliardi di dollari. Il riciclaggio avviene attraverso un sistema di pacchetti azionari, un meccanismo di scatole cinesi per cui i soldi contanti vengono trasformati in titoli elettronici, fatti passare da un Paese all’altro, e quando arrivano in un altro continente sono pressoché puliti e, soprattutto, irrintracciabili. Così i prestiti interbancari iniziarono a essere sistematicamente finanziati con i soldi provenienti dal traffico di droga e da altre attività illecite. Alcune banche si salvarono solo grazie a questi soldi. Gran parte dei 352 miliardi di dollari provenienti dal narcotraffico sono stati assorbiti dal sistema economico legale, perfettamente riciclati. Questo non dimostra soltanto che in tempo di crisi le difese immunitarie delle banche si abbassano pericolosamente, ma anche che in tempo di ripresa economica i capitali criminali determineranno le politiche finanziarie delle banche salve grazie ai capitali criminali. Questa dinamica spinge a interrogarsi sul peso che le organizzazioni criminali hanno sul sistema economico in tempo di crisi e a considerare necessario un maggiore controllo del settore bancario.

E se i soldi della droga sono così utili alle banche e ai Paesi che li riciclano, ciò aiuta a spiegare anche come mai la lotta alla droga in molti Paesi occidentali viene fatta “con il freno a mano”, soprattutto in momenti di crisi in cui la liquidità monetaria è vista come un’oasi nel deserto. Si prendono di mira solo la fase produttiva e le attività dei cartelli criminali, e si trascura la fase di riciclaggio dei proventi. In definitiva si combatte la microeconomia della droga, ma non la macroeconomia. Basti pensare che se in Colombia esistono misure altamente restrittive per impedire l’immissione nelle banche di ingenti quantità di denaro, negli Usa la legge sulla privacy e il segreto bancario permette la creazione di un fondo bancario senza conoscerne l’origine. Il sospetto, quindi, è che le istituzioni americane ed europee sappiano molto di più di quanto dicano e che attaccare i grandi gruppi finanziari non sia facile per i governi.

I capitali criminali stanno tornando nelle banche. In questo contesto, i momenti più critici sono stati la crisi finanziaria in Russia  –  le cui cause furono attribuite anche al dilagare della mafia russa  –  e quelle globali del 2003 e del 2007-2008. Il settore finanziario si ritrovò a corto di liquidità, così le banche si aprirono ai cartelli criminali che avevano soldi da investire. “Le banche negli Stati Uniti sono usate per accogliere grandi quantità di capitali illeciti occultati nei miliardi di dollari che vengono trasferiti tra banca e banca ogni giorno”, ha dichiarato il capo della Sezione Riciclaggio del Dipartimento di Giustizia degli Stati Uniti, Jennifer Shasky Calvery, a febbraio 2012 durante una seduta al congresso sul crimine organizzato. New York e Londra sarebbero diventate le due più grandi lavanderie di denaro sporco del mondo. Non più i paradisi fiscali come le Cayman Islands, o la Isle of Man. Ma la City e Wall Street. Durante la crisi, le banche diventano più convenienti e soprattutto sicure per il riciclaggio. Quando si riunisce, il G20 dovrebbe farlo con la sola priorità di costruire nuove regole per far fronte all’economia criminale, forza assai più potente del terrorismo nello svuotare la democrazia ed erodere i diritti, compromettere i mercati, concedere apparenti
ricchezze.

La Grecia da molti anni vive un’aggressione criminale che l’Europa e i governi greci hanno sottovalutato. Questa aggressione è certamente uno degli elementi che hanno portato al disastro economico e alla fragilità delle istituzioni. L’Indice di Corruzione 2011 stilato da Transparency International vede la Grecia allo stesso livello della Colombia. La corruzione in Grecia è costata circa 860 milioni di euro nel 2009 e circa 590 nel 2010. Tra le istituzioni più corrotte del Paese ci sarebbero ospedali e uffici dell’erario. Questi dati dicono chiaramente che la Grecia è da decenni terra di investimento mafioso. Non è un caso che il più grande vertice della mafia russa degli ultimi anni si sarebbe tenuto a dicembre 2010 proprio in Grecia, in un ristorante di Salonicco. Vi avrebbero preso parte i rappresentanti di una sessantina di famiglie mafiose per porre fine a una guerra sanguinosa iniziata nel 2008 e che ha coinvolto anche la Grecia, dove nel maggio 2010 morì improvvisamente Lavrenty Chokladis, rappresentate per l’Europa del padrino 73enne Aslan Usoyan detto “Nonno Hassan”. Ora, a causa della crisi, i greci hanno dovuto mettere mano ai loro risparmi: circa 50 miliardi di euro sono stati prelevati dalle banche greche dal 2009 al 2011. Venendo a mancare i canali di prestito ufficiali, sempre più persone ricorrono ai prestiti illegali, rivolgendosi agli strozzini.

Secondo alcuni dati, in Grecia, il mercato nero dei prestiti illegali avrebbe un giro d’affari di circa 5 miliardi di euro all’anno; secondo il governo, invece, sarebbe addirittura pari al doppio, cioè 10 miliardi. Attività che pare sia quadruplicata dall’inizio della crisi nel 2009. Di questa cifra, più della metà rimane nelle tasche degli usurai, che applicano tassi di interesse a partire dal 60% annuo. A gennaio a Salonicco (seconda città più grande della Grecia) è stata sgominata un’organizzazione criminale che prestava soldi a un tasso di interesse tra il 5 e il 15% a settimana. E per chi non pagava erano previste punizioni. Il gruppo era attivo a Salonicco da più di 15 anni ed era composto da 53 estorsori, tra cui due avvocati, un medico, un dipendente di una squadra di calcio. Il numero di vittime accertate è tra 1.500 e 2.000, per un guadagno totale di circa 1 miliardo di euro.
Nell’organizzazione spunta il nome di Marcos Karamberis, il proprietario di un ristorante che si era candidato come vice-governatore dell’Imathia, regione della Grecia settentrionale. Un ruolo di spicco era svolto dai fratelli Konstantinos e Marios Meletis, in passato accusati di traffico di droga. Tra i nomi degli accusati vi è anche quello di Dimitrios Lambakis, imprenditore di 54 anni, proprietario di una fabbrica per la produzione di pasta sfoglia a Halkidiki: secondo la polizia la fabbrica era stata rilavata dagli usurai perché il precedente proprietario non era riuscito a pagare i suoi debiti. Secondo fonti del Ministero delle Finanze greco, molte delle operazioni di usura in Grecia sono connesse alle bande del crimine organizzato dei Balcani e dell’Est Europa. Quando la Romania e la Bulgaria entrarono a far parte dell’Unione Europea nel 2007, le bande criminali guadagnarono un facile accesso alla Grecia. Le loro principali attività sono il traffico di donne e di eroina, l’usura è solo un affare secondario.

Ma il mercato nero che ha le cifre più incisive nel contrabbando greco è quello che riguarda il petrolio. Dal contrabbando di gasolio illegale si ricavano fino a 3 miliardi di euro all’anno (dati del 2008). Le leggi greche fissano il prezzo del gasolio per uso navale/ marittimo  –  l’industria navale è il fiore all’occhiello dell’economia greca  –  a un terzo rispetto al prezzo del gasolio per le automobili o per il riscaldamento domestico. Succede però che i trafficanti trasformino il combustibile navale economico in costoso combustibile per case e automobili. È una pratica che richiede un’ampia infrastruttura criminale, inclusi depositi illegali vicino ai porti e alle grandi città per stoccare il combustibile navale, che viene adulterato e rivenduto per altro uso. Si stima che il 20% della benzina venduta in Grecia venga dal mercato illegale: i benzinai, a quel che si dice, vendono una benzina che sarebbe un mix di carburante comprato legalmente e carburante acquistato sul mercato nero, cosa che permette ai rivenditori di guadagnare di più ed evitare le tasse. Inoltre la Grecia importa il 99% del suo carburante, eppure secondo le cifre ufficiali riuscirebbe a esportarne ai Paesi vicini più di quanto importa. Panos Kostakos, politologo greco, ricorda che “La Grecia è il luogo di nascita della democrazia, ma il guaio è che l’attuale sistema politico è una Mafiocrazia Parlamentare. Dovremmo sempre tenerlo a mente quando discutiamo questioni di legge, ordine e giustizia”.

La Grecia da molto tempo assieme alla Spagna è la porta delle rotte della cocaina in Europa. Nel dicembre 2011 un’indagine dell’antimafia di Milano ha portato all’arresto complessivamente di 11 persone al sequestro di 117 chili di cocaina, 48 di hashish e di vari automezzi utilizzati per un traffico illecito di droga dal Sudamerica in Italia attraverso la Grecia. Anche dietro la crisi spagnola ci sono anni di potere dei capitali criminali, di assenza di regole, di contrasto soltanto ai segmenti militari delle organizzazioni. Oggi la Spagna è colonizzata da gruppi criminali autoctoni (i galiziani, i baschi e gli andalusi) e da organizzazioni straniere (italiane, russe, colombiane e messicane). Storicamente è sempre stata un rifugio per i latitanti italiani, sebbene con l’entrata in vigore del mandato di cattura europeo le cose siano cambiate. Anche la legislazione antimafia spagnola è migliorata, ma il Paese continua a offrire grandi opportunità di riciclaggio, che con l’attuale crisi europea sono diventate ancora più grandi. Il boom immobiliare che la Spagna ha avuto dal 1997 al 2007 è sicuramente stato manna per queste organizzazioni, che hanno investito i loro guadagni sporchi nel mattone iberico.

Zakhar Kalashov e Taniel Oniani, arrestati rispettivamente nel 2006 e nel 2011, sono esponenti dell’organizzazione denominata “Ladri nella legge” attiva in Russia e Georgia; reinvestivano i ricavi dei loro traffici nel mercato immobiliare spagnolo. La Spagna poi è stata per tanti anni punto d’arrivo privilegiato in Europa per i trafficanti di cocaina: qui, seguendo la rotta atlantica, sbarcavano i carichi provenienti dalla Colombia, prima che le misure antimafia europee costringessero le organizzazioni a deviare il percorso verso l’Africa. Il boss del clan dei casalesi Nunzio De Falco risiedeva a Granada, dove ufficialmente gestiva un ristorante, ma in realtà trafficava droga. Gli “Spagnoli di Scampia”  –  come Raffaele Amato, arrestato a Marbella nel 2009  –  stavano a Madrid, Barcellona e Costa del Sol e investivano nel mercato immobiliare e in finanziarie. Roberto Pannunzi e suo figlio Alessandro, broker del narcotraffico legati a varie ‘ndrine calabresi, utilizzavano la Spagna come base operativa per i loro traffici. Sebbene la “rotta africana” abbia modificato i percorsi della polvere bianca e la collocazione delle organizzazioni, la rotta atlantica non è stata abbandonata, si è solo ridimensionata. La Spagna, quindi, rappresenta ancora uno snodo fondamentale per il traffico di cocaina verso i Paesi europei. In una situazione del genere la proposta del magnate americano Sheldon Adelson di un investimento di 35 miliardi di dollari per Eurovegas, un complesso di casinò, attrazioni e strutture turistiche sulla scia di Las Vegas, da realizzarsi in Catalogna o vicino a Madrid, rischia di trasformare quei luoghi nel centro
di riciclaggio mafioso dell’Occidente.

Nel 2006 ci fu un’indagine della Banca Centrale di Spagna volta a spiegare l’incredibile quantità di banconote da 500 euro presenti sul territorio nazionale, soprannominate “Bin Laden” perché se ne parla tanto ma si vedono pochissimo, come accadeva per il capo talebano. Le banconote da 500 euro sono utilizzate molto di frequente dalle organizzazioni criminali perché occupano poco spazio per il trasporto e per lo stoccaggio: in una cassetta di sicurezza da 45 cm stanno fino a 10 milioni di euro in pezzi da 500. Nel 2010 le agenzie di cambio inglesi smisero di convertirla dopo aver scoperto che il 90% delle transazioni erano collegate a fenomeni criminali come narcotraffico o riciclaggio. Eppure, ancora nel 2011 le banconote da 500 euro rappresentavano il 71,4% del valore di tutte le banconote presenti in Spagna.

L’Italia, purtroppo, non fa eccezione. La mafia italiana ogni anno (rapporto SOS impresa) può contare su una liquidità di 65 miliardi con un utile di circa 25 miliardi superiore all’ultima manovra finanziaria italiana. Le organizzazioni mafiose incidono direttamente sul mondo dell’impresa per 100 miliardi, pari al 7% del Pil nazionale. Tutti soldi di cui Stato e cittadini onesti vengono privati, e che finiscono invece nelle tasche dei mafiosi. “Sconfiggeremo la mafia entro la fine della legislatura”, aveva dichiarato il Premier Berlusconi nel 2009. “In tre anni sconfiggeremo la mafia, la camorra e la ‘ndrangheta”, aveva ribadito nel 2010. Una delle tante promesse non mantenute. Il Premier italiano Mario Monti ha dichiarato che l’Italia si trova in uno stato di difficoltà soprattutto a causa dell’evasione fiscale, che va combattuta con strumenti forti: con strumenti anche più forti va combattuto il sommerso creato dalle mafie, che uccide l’economia pulita. Le mafie sono ormai organizzazioni internazionali, globalizzate, agiscono ovunque.

Parlano diverse lingue, stringono alleanze con gruppi oltreoceano, lavorano in joint-venture e fanno investimenti come qualsiasi multinazionale legale: non si può rispondere a colossi multinazionali con provvedimenti locali. Bisogna che ogni Paese faccia la propria parte, perché nessuno è immune. Bisogna colpire i capitali, il loro motore economico, che troppo spesso rimane illeso, perché più difficile da tracciare, e perché, come abbiamo visto, è un capitale che fa gola a tanti in momenti di crisi, alle banche prime fra tutti.

[Grazie a Peppe Rizzo per lo spunto]

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Romanzi che assomigliano a serie televisive https://minimaetmoralia.it/letteratura/romanzi-che-assomigliano-a-serie-televisive/ https://minimaetmoralia.it/letteratura/romanzi-che-assomigliano-a-serie-televisive/#comments Tue, 03 Jan 2012 21:11:00 +0000 http://www.minimaetmoralia.it/?p=6102 di Nicola Lagioia Pubblico su minima&moralia questo pezzo su Jonathan Franzen uscito ormai parecchi mesi fa per «Il Sole 24 Ore» insieme a un pezzo sulle serie tv uscito la scorsa settimana per «Il Venerdì di Repubblica» poiché mi sembra che si affronti, da punti di vista speculari, il medesimo problema. Ho preferito postare su internet […]

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di Nicola Lagioia

Pubblico su minima&moralia questo pezzo su Jonathan Franzen uscito ormai parecchi mesi fa per «Il Sole 24 Ore» insieme a un pezzo sulle serie tv uscito la scorsa settimana per «Il Venerdì di Repubblica» poiché mi sembra che si affronti, da punti di vista speculari, il medesimo problema. Ho preferito postare su internet il mio contributo sul romanzo di Franzen a distanza di tempo rispetto alla sua uscita cartacea per dare a Libertà la possibilità – come non di rado accade con la letteratura – di sbocciare più felicemente nella sensibilità del detrattore. A distanza di mesi, non è sbocciato putroppo un bel niente. La distanza può forse servire non solo a me per meditare con più calma su questo tipo di romanzi. Al momento dell’uscita del mio pezzo sul «Sole» (rileggendolo, in effetti poco tenero) il libro di Franzen veniva salutato in Italia come un grandissimo capolavoro, gli animi erano forse un po’ sovraeccitati e alcuni fan dello scrittore americano si arrabbiarono molto. Addirittura una nota giornalista si convinse che la madame Bovary evocata dal mio pezzo fosse lei, e da allora mi ha tolto il saluto. Ad animi più quieti si può forse riconoscere che di peccati e non di peccatori si parla, e che a ciascuno dovrebbe essere riconosciuto il diritto di esercitare ogni tanto senza vergogna i propri bovarismi. Del resto, il primo a rivendicarlo per se stesso fu Flaubert.

Che Libertà, il nuovo romanzo di Jonathan Franzen, sia una leggibilissima soap opera capace di banalizzare con successo le grandi intuizioni letterarie degli ultimi due secoli non è colpa del suo autore – il talento uno se lo può dare fino alle colonne d’Ercole dei propri ferri del mestiere, e la furbizia è da prescrizione medica per un Salieri alle prese con i fantasmi di due Mozart, specie se uno è un fratello maggiore inghiottito dal proprio stesso genio (David Foster Wallace) e l’altro un mai riconosciuto padre putativo con le sembianze di Philip Roth. Se la soap in veste di pastorale viene però annunciata e quindi accolta come un capolavoro da quell’eterogenea élite che va dalle grandi firme (su tutte Michiko Kakutani del «NYT») ai cavalieri senza nome della blogosfera, allora l’abbaglio ha delle responsabilità filologiche più gravi. Madame Bovary c’est nous ogni volta che, maneggiando un libro, scambiamo la perfetta aderenza tra aspettative e esito della lettura per un sicuro segno di grandezza. È quanto accaduto a Libertà: un bovaristico bisogno di sublime l’ha trasformato in ciò che non potrà mai essere. Perché non limitarsi a definirlo un buon romanzo da compagnia?

Un grande libro vive sempre al di là delle nostre aspettative. Se fosse già compreso nell’idea che ce ne siamo fatta avrebbe poco da trascendere: ci appare ogni volta più bello e più brutto, più alato e più bizzarro, più pesante e più ineffabile di ciò che le nostre abitudini avrebbero desiderato, salvo poi agire in noi a tradimento, trasformando nel tempo la nostra percezione del mondo e di noi stessi. Il romanzo di Franzen, lodato per i suoi rapporti con la grande tradizione, è in realtà una continua traslazione di salme estetiche – prende a prestito da Guerra e pace e dai Buddenbrook e da Madame Bovary e da Pastorale americana, con la differenza che mentre tra le pagine di un Tolstoj o di un Roth si sente l’avventurosa bellezza e la palpitazione della scoperta (persino della riscoperta!), qui c’è solo il piacere del gioco a incastri. Il problema non è che non fa qualcosa di nuovo, ma che non fa qualcosa di vivo. Possibile dunque che la vita, ancor prima della letteratura, ci spaventi a tal punto da farci preferire il bello inerte a una salvifica perturbazione sui nostri panorami interiori?

Il triangolo amoroso che muove Libertà (tutto giocato sul principio che il nostro oggetto del desiderio diventa tale perché lo è già di un altro) è stato brevettato dai grandi scrittori ottocenteschi e ha avuto la sua definitiva teorizzazione in Menzogna romantica e verità romanzesca di René Girard. Non voglio insinuare che Franzen abbia letto Girard. Piuttosto, il suo libro sembra la messa in pagina dei tanti film e serie tv che sfruttano quello e altri grandi meccanismi letterari neutralizzandoli sull’altare dell’intrattenimento intelligente. È esattamente questo che ci rassicura facendoci scambiare per un miracolo il gioco di prestigio. L’Humbert Humbert di Nabokov ci lascia sgomenti ogni volta che, tra le tante sfumature del suo sentimento amoroso per Lolita, ritroviamo qualcosa di nostro. L’Humbert Humbert del film di Adrian Lyne è troppo bidimensionale per appartenerci. Il dramma della borghesia allestito da Franzen mutua a propria volta così tanto dalle buone e oneste fiction tv da portarci istintivamente a credere che: sì, è vero, quella storia potrebbe appartenerci, ma in fondo è a un’altra famiglia che accade. Troppo poco complessi per essere davvero noi. Il che non solo ci consola, ma soddisfa pienamente le nostre più immediate aspettative (non essere messi in discussione) lasciando il nostro più segreto e affascinante desiderio (empatizzare con i Raskolnikov e gli Humbert Humbert e le Bovary e le Karenina che sono sin troppo umanamente dentro di noi) fuori dalla porta. Se qualcuno arriva poi a dirci che su un simile meccanismo poggiano oggi i capolavori letterari, ecco che il nostro bisogno di rimozione è pienamente legittimato. Il bisogno di celebrare Libertà temo nasca insomma dalla vana speranza di poter superare il conformismo di noi umani del XXI secolo (di questo scrive Franzen) con poco spirito del rischio, lasciando il nostro più indigeribile profilo a specchiarsi in un libro che lo biasima utilizzandone i codici, e dunque lo nasconde.

Ma forse, perlomeno da noi, il successo di Libertà è anche dovuto a un gioco di provincialismi incrociati. La più allegra esterofilia italiana, il più grigio isolazionismo a stelle e strisce. L’autore de Le Correzioni è stato accolto nella realtà nostrana di queste settimane un po’ come la Egberg nella finzione di Fellini. A propria volta Franzen ha confermato fuori dalla pagina un’apertura d’ali striminzita, il che ovviamente ci ha portati a celebrare in lui ciò che non avremmo perdonato a noi stessi: interrogato sui propri consumi culturali a prescindere da ciò che accade negli States non ha saputo bene che rispondere. Anche questo è segno di una partita giocata tutta in difesa, specie se si pensa agli scrittori americani – da Hemingway in giro per il mondo, a Roth con Primo Levi, a Faulkner che apprende a distanza i segreti di Joyce – fatti grandi anche dal rapporto con le altre culture. Feticizzare gli Stati Uniti non supplisce alla mancanza di coraggio, abbandonare Europa e resto del mondo non riscatta una centralità di cui non si ricevono conferme da un decennio. Ritrovare un certo spirito d’avventura non farà male invece a nessuno, compresi Franzen e i suoi tanti estimatori. Ecco allora che i capolavori, magari, torneranno a coglierci alle spalle.

 

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Century Girl https://minimaetmoralia.it/arte/century-girl/ https://minimaetmoralia.it/arte/century-girl/#respond Tue, 14 Sep 2010 08:41:11 +0000 http://www.minimaetmoralia.it/?p=2854 Attenzione, lettore curioso. Proprio ora, dall’altra parte dell’oceano atlantico, mentre qui si spendono tempo ed energie in corrucciate sessioni di lamenti sul ruolo degli intellettuali, una giovane stella del firmamento culturale anglosassone sta apportando un contributo decisivo al processo di perfezionamento di una delle forme su cui umanisti, artisti, incisori, poeti, tipografi e visionari di tutti i generi si sono cimentati negli ultimi secoli: l’integrazione totale fra racconto per immagini e racconto di parole.

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Attenzione, lettore curioso. Proprio ora, dall’altra parte dell’oceano atlantico, mentre qui si spendono tempo ed energie in corrucciate sessioni di lamenti sul ruolo degli intellettuali, una giovane stella del firmamento culturale anglosassone sta apportando un contributo decisivo al processo di perfezionamento di una delle forme su cui umanisti, artisti, incisori, poeti, tipografi e visionari di tutti i generi si sono cimentati negli ultimi secoli: l’integrazione totale fra racconto per immagini e racconto di parole.

Lauren Redniss, nata in una famiglia ebraico-americana nei primi anni settanta e titolare di una nomination al Premio Pulitzer per le illustrazioni sul New York Times, ha pubblicato quattro anni fa un meraviglioso volume illustrato intitolato Century Girl (Regan, $ 129), incentrato sulle vicende dell’ultima star dello Zigfield Follies, Dorin Eaton Travis, centenaria all’epoca della pubblicazione e scomparsa l’11 maggio 2010, e ha appena consegnato al suo editore un’opera seconda che mantiene in misura mirabile le promesse dell’esordio estendendone ancor di più l’arco ambizioso: Radio Activity, che narra la vicenda umana, intellettuale e scientifica di Marie Curie e del marito Pierre, uscirà nei prossimi mesi per Harper Collins, e migliora il tiro già alto del suo predecessore: entrambe sono storie di ampio respiro, con al centro personaggi femminili rilevanti e vibranti; entrambe inventano la propria forma pagina dopo pagina, mescolando senza squilibri testo e disegno, fotografia e decorazione. Bisogna immaginare un collage di Max Ernst senza surrealismo (suo, peraltro, il capolavoro di testi-con-immagini Una settimana di bontà, recentemente riproposto da Adelphi) un’ossessione calligrafica à la Saul Steinberg ma senza concettualismo, un gusto fumettistico per la sovrapposizione di materiali spuri, e altre influenze ancora: ma la vena emotiva è nella tradizione delle scrittrici americane a proprio agio nel memoir come nella fiction, da Joan Didion a Adrian Nicole Le Blanc.

Century Girl è un resoconto accorato delle tre o quattro vite diverse che questa donna venuta al mondo nel 1904 è riuscita ad accumulare in una sola, longevissima, esistenza biologica. L’infanzia complicata, il successo popolare dello Zigfield Follies, il fallimento finanziario, la laurea con lode presa in tarda età, l’incredibile rientro sulle scene a metà anni novanta, persino incontri con personaggi come Henry Ford (“Anche se ha portato la modernità nelle vite di milioni di americani, i suoi gusti in fatto di ballo erano piuttosto conservatori”, recita un frammento dietro il quale si stagliano una foto della pista da ballo voluta del magnate, una sua caricatura, una foto automobilistica di repertorio). Doris Eaton Travis sarebbe stata un soggetto per un’ottima biografia, ma avrebbe costituito potente ispirazione anche per un romanzo, un film, una serie televisiva, una mostra. Lauren Redniss, però, non si è accontentata di ciò che già esisteva, e ha dato origine a una lanterna magica narrativa che sta nell’esatta metà fra la scintilla da numero danzante e la sicurezza architettonica di una sceneggiatura tosta.

Century Girl, come Radio Activity, è un’opera che si legge lasciandosi invadere da grandi campiture, spesso disposte su doppia pagina: le informazioni vengono convogliate da spazi bianchi colmi di frasi vergate in un maiuscolo brutalista, che portano avanti la trama, mentre le emozioni passano lungo l’asse di oggetti visivi in cui la fotografia sconfina nel disegno. In uno dei momenti chiave, quando la protagonista viene assunta dalla compagnia di danza di Arthur Murray, si vede uno skyline di Manhattan a colori e satinato che diventa la sala macchine di un transatlantico, la cui prua, affidata alla matita, naviga in un mare tranquillo appena accennato. All’interno dello scafo disegnato, parole come queste: “Il mio primo assegno è stato di 18 dollari. Quella telefonata cambiò la mia vita.”

Il lavoro di Lauren Redniss ci costringe a insistere ancora una volta sulla necessità di compenetrazione fra il visivo e il verbale; ci istiga a migliorare la qualità di questo dialogo, consapevoli che le discipline vogliono capirsi ma spesso sono reciprocamente sordomute, perciò bisogna immaginare modi sempre nuovi di costruire codici di comprensione. L’autrice di Century Girl è un esempio vivente di come una certa solidità narrativa possa controbilanciare l’imbarazzante mole di stimoli visivi di cui disponiamo – un armamentario eclettico e fiammeggiante che ha abbagliato, e un po’ stupidito, una parte non piccola degli artisti e degli illustratori di oggi. Ma è anche un monito agli autori letterari nel senso più ampio del termine: è sbagliato temere le immagini, è giusto avvicinare le immagini, farne strumento retorico e romanzesco, dismettere timori legnosi, anche perché nel futuro editoriale la carta sopravviverà soprattutto in territori ibridi come questi, e sarebbe delittuoso affidarne il presidio a certe menti depotenziate e sterili. L’ultimo pensiero, prima di riaprire queste pagine voluttuose, va a una di quelle frasi che vengono sempre citate fuori contesto dai killer di entusiasmi che amano ridurre le possibilità di creazione ai minimi termini, “parlare di musica è come danzare di architettura”, comunemente attribuita a Frank Zappa. E visto che le parole di un geniale bricoleur come il compositore dei Mothers of Invention possono essere smontate alla lettera senza ledere alcuna maestà, pare inevitabile mutare quel grido d’allarme contro la superficialità in un motto di battaglia verso il progresso delle forme e della rappresentazione. Dobbiamo danzare di architettura. Se lo faremo con la grazia e l’efficacia mostrate da Lauren Redniss nei suoi due libri, avremo conquistato qualcosa che non sarà più danza, né architettura, o letteratura, o disegno. Un luogo inatteso, avanzato e finalmente accessibile.

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L’inventario dell’amore https://minimaetmoralia.it/libri/linventario-dellamore/ https://minimaetmoralia.it/libri/linventario-dellamore/#comments Thu, 28 Jan 2010 09:40:32 +0000 http://minimaetmoralia.minimumfax.com/?p=1612 Pubblicato sulla Domenica del Sole24Ore il 10 gennaio 2009. L’amore inizia come un’esperienza di invenzione e finisce come un’esperienza di inventario. Il secondo libro di Leanne Shapton, trentasettenne autrice canadese e residente in America, si regge interamente su un’idea: raccontare la nascita, lo sviluppo e la dissoluzione di una storia d’amore come se i due […]

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Pubblicato sulla Domenica del Sole24Ore il 10 gennaio 2009.

L’amore inizia come un’esperienza di invenzione e finisce come un’esperienza di inventario. Il secondo libro di Leanne Shapton, trentasettenne autrice canadese e residente in America, si regge interamente su un’idea: raccontare la nascita, lo sviluppo e la dissoluzione di una storia d’amore come se i due protagonisti avessero deciso di mettere all’asta tutto ciò che di tangibile ha attraversato l’aria che univa e separava e definiva i loro corpi e i loro cuori: gli oggetti, le cartoline, le fotografie, le stampe di e-mail, le scritte sui tovaglioli, i piccoli doni e i soprammobili, gli abiti e i fermacarte: e ancora libri usati e amati, portafortuna e compact disc, videocassette e ritagli. Ma Important artifacts and personal properties from the collection of Lenore Doolan and Harold Morris, including books, street fashion and jewerly non è un romanzo che racconta di un’asta. È la fedele, inventaria riproduzione di un catalogo d’asta, di un’asta in cui nessun articolo vale più di cento dollari, che nessun collezionista frequenterebbe e nessun battitore consegnerebbe al tirannico ritmo del martelletto.

Pagina dopo pagina si rimane incantati nello scoprire che le fotografie riproducono con attenzione i momenti cruciali e i futili monumenti che marcano la traiettoria sentimentale di Lenore Doolan, critica gastronomica titolare di una rubrica su un prestigioso quotidiano, e Harold Morris, reporter giramondo. Il desiderio di attenzioni, il reciproco allontanarsi dopo un litigio, le assenze, le tenerezze, le differenze di linguaggio emotivo. Lenore è stordita, non aveva mai vissuto un legame così. Harold, più vecchio di quindici anni, vuole che le cose vadano sempre nella sua direzione. Meglio non annunciare come si concluderà la vicenda – al lettore scoprirlo, anche se non è difficile da immaginare. A ogni articolo in vendita, naturalmente, corrisponde una descrizione, un numero progressivo, e un prezzo. A ogni descrizione il compassato narratore – forse colui, o colei che indice l’asta? Forse uno dei due protagonisti? Forse l’appassionato acquirente che l’ha comprata in blocco? – associa un paragrafo che costituisce l’unica infrazione narrativa di ciò che potrebbe senza dubbio apparire come il più bizzarro e credibile dei cataloghi: un libro performativo – la messa in scena cinematografica di una storia d’amore, tanto che Leanne Shapton ha chiesto a due amici, una dei quali è un’altra bravissima autrice canadese, Sheila Heti, di interpretare i personaggi come se si trattasse di un fotoromanzo. Ogni cosa è ricostruita con la minuzia di uno scenografo. C’è la posa della prima festa di Halloween insieme. C’è la posa dei due amanti che indossano una vecchia t-shirt sdrucita che se indossata, nel segreto idioletto interno alla coppia, significa sono disponibile a fare l’amore. C’è la posa scherzosa in cui lui gioca con l’ombrello attraversando la strada mentre diluvia. Ci sono tutte, o quasi, le posizioni che ognuno di noi ha conosciuto quando ha conosciuto l’amore romantico contemporaneo, e ricorda con gradi alternati di tenerezza o distacco, nostalgia gelo oppure speranza: sì, perché le tappe della vicenda che porta Lenore ad avvicinarsi a Harold, e viceversa, fanno così parte del corredo di cose che accadono a noi umani, qui e ora, che le conosce a memoria persino chi ne ha solo sentito parlare, spiandole nelle fessure delle vite altrui, desiderandole come nient’altro al mondo, come un diritto per il quale non si può manifestare.


Negli ultimi due anni non ho visto nessuno che abbia reagito a quest’idea con un’espressione diversa da quel sull’attenti! che le intuizioni veramente nuove sempre destano negli occhi di quelli che sanno riconoscerle. Il libro, declinato secondo un ordine cronologico, il solo accettabile per una storia d’amore, imita i processi e le modalità tipiche di certi artisti contemporanei e coltiva senza alcuna naiveté la difficile coabitazione di verbo e immagine, di narrazione e installazione. A volte l’entusiasmo per l’adamantina potenza di quest’idea, la gioia di spiegarla capitolo dopo capitolo, oggetto dopo oggetto, fa smarrire la sostanza screziata e sfumata che è sempre il centro di ogni personaggio che si rispetti: ogni tanto si perdono di vista i connotati narrativi, appena appena. Important artifacts, che con questo titolo diventerà un film prodotto e interpretato da Brad Pitt (con Natalie Portman), mi è apparso fin da subito – da quando l’autrice ne delineava il profilo durante una conversazione o una passeggiata da e verso l’edificio del New York Times presso il quale ha lavorato fino a un mese fa come responsabile delle illustrazioni della pagina dei commenti – un’estensione immediata e felice della grande tradizione moderna che ha inaugurato Georges Perec nel precoce capolavoro Le cose, romanzo del 1966 che mostrava la vita di una coppia parigina negli affluenti anneès pop in una carrellata stordente di descrizioni oggettuali, dal mobilio ai monili, dai dettagli tecnologici agli effetti personali. Era un romanzo-istallazione, la messa in mostra della passione per il consumo di cui la nostra civiltà è intimamente intrisa. In quel testo, che sarebbe ora di ripubblicare, Perec iniettava di avventurosa comprensione narrativa i lasciti radicali del noveau roman di Robbe-Grillet, mostrando la differenza che passa fra un grande artista (Robbe-Grillet) e un grande artista-romanziere (Perec). Non c’è alcuna disfida, non c’è una scelta che esclude l’altra: ma noi, conviene dirlo, stiamo con gli artisti-romanzieri, e il meraviglioso libro di Leanne Shapton, così avanzato, così accessibile, così femminile, così universale, brilla da questa parte.


[Leanne Shapton, Important artifacts and personal properties from the collection of Lenore Doolan and Harold Morris, including books, street fashion and jewerly, Sarah Crichton Books, FS & G, 2009, 18 $]

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