New York Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/new-york/ un blog di approfondimento culturale Sun, 05 Apr 2026 15:46:50 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=7.1 https://minimaetmoralia.it/wp-content/uploads/2025/07/cropped-cropped-309290503_464034925751050_1790831071097755281_n-32x32.jpg New York Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/new-york/ 32 32 Su La vita operosa di Massimo Bontempelli https://minimaetmoralia.it/approfondimenti/su-la-vita-operosa-di-massimo-bontempelli/ https://minimaetmoralia.it/approfondimenti/su-la-vita-operosa-di-massimo-bontempelli/#respond Sun, 05 Apr 2026 15:46:49 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=57158 Nei primissimi minuti di “Taxi Driver” c’è una scena a cui è facile non prestare troppa attenzione. De Niro è appena stato assunto come autista; quando esce dalla rimessa dei taxi lo vediamo camminare lungo un marciapiede, finché l’immagine non sfuma con una dissolvenza; subito dopo, lo ritroviamo che cammina lungo quello stesso marciapiede, soltanto […]

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Nei primissimi minuti di “Taxi Driver” c’è una scena a cui è facile non prestare troppa attenzione. De Niro è appena stato assunto come autista; quando esce dalla rimessa dei taxi lo vediamo camminare lungo un marciapiede, finché l’immagine non sfuma con una dissolvenza; subito dopo, lo ritroviamo che cammina lungo quello stesso marciapiede, soltanto un po’ più vicino alla macchina da presa. Un uso simile della dissolvenza è a dir poco atipico: si tratta d’una soluzione decisamente meno discreta rispetto allo stacco, e viene infatti usata soprattutto quando si vuole segnalare un passaggio di natura temporale oppure emotiva. Dopo una dissolvenza ci si aspetta cioè di assistere a un sogno o a un ricordo, o comunque a qualcosa di totalmente diverso rispetto a ciò che si era visto in precedenza; non certo di tornare alla stessa identica scena.

Scorsese fa questa scelta (e proporrà tante altre “stranezze” nel corso del film) per evidenziare come il protagonista non si trovi completamente laddove lo vediamo: il suo corpo è a New York ma la sua mente è un buco nero, pronto a fare spazio alla paranoia e alla violenza. Mentre gira con il suo taxi, di notte, assiste a innumerevoli scene di degrado, e trasporta passeggeri parecchio inquietanti, come quello interpretato dallo stesso Scorsese; e tutti questi episodi contribuiscono a intorbidire i suoi già poco limpidi pensieri. La città non è più un luogo ma un’idea malsana, un riflesso d’uno stato mentale compromesso.

Questo stesso rapporto tra mente e spazio, tra realtà e allucinazione, rende “La vita operosa” di Massimo Bontempelli più inquieto di quanto il suo tono umoristico lasci intendere. Anche in questo romanzo – ambientato nel 1919, pubblicato nel 1921 e ristampato ora da Utopia nell’ambito della riproposizione di tutte le opere dell’autore – il protagonista è un reduce di guerra, che torna a Milano dopo l’armistizio; e anche in questo caso la città non è una semplice ambientazione, ma il simbolo di un’idea, anzi di un’ossessione: quella per gli affari, per l’accumulo di denaro, per quella “vita operosa” a cui si riferisce il titolo, in evidente continuità con “La vita intensa” del romanzo precedente di Bontempelli. Di quell’opera l’autore riprende inoltre il tema principale, proponendo ancora una volta un io narrante alla costante ricerca d’un posto nel mondo; e raccontando le difficoltà incontrate nel tentare, e il profondo disagio provato nel non riuscire.

Bontempelli mantiene il tono leggero e si diverte a passare in rassegna le maschere più classiche del vasto repertorio consolidatosi intorno alla figura dell’uomo che fatica a integrarsi: l’imbranato (quando il protagonista prova a fare il pubblicitario), il sognatore (quando decide di dedicarsi alla speculazione edilizia), o lo spaesato (allorché si cimenta nel commercio all’ingrosso). Chi proviene dalla lettura di “La vita intensa” ritroverà dunque qui lo stesso umorismo e una struttura simile, con una trama sfilacciata, disarticolata in tante divertenti scenette urbane.

In modo analogo, tornano i passaggi meta-letterari in cui l’io narrante si rivolge direttamente a chi sta leggendo (“Se tuttavia il lettore del presente capitolo non ha letto i sei che precedono, non importa: per l’intelligenza di questo basta ch’egli sappia che la mattina del 9 di febbraio, alle ore 10:45, mi venne il mal di capo”, p. 110), oppure si dilunga in considerazioni su quanto ha appena scritto (“Questo «ah» non fu un «ah» di quelli grassi, sdraiati, episcopali, che nei dialoghi della vita indicano soddisfatta conclusione e lasciano l’animo pacato: fu un «ah» arido, giallo di sarcasmi. I romanzieri non hanno ancora trovato la maniera di distinguerli nella scrittura, e mettono «ah» senz’altro, in tutt’e due i detti casi e anche nei loro infiniti intermedi e collaterali: la quale è una lacuna non lieve dell’arte nostra”, pp. 53-54).

Se “La vita operosa” è un romanzo forse meno efficace ma più maturo rispetto a “La vita intensa”, è perché questa disinvoltura stilistica si trova qui messa al servizio non solo dei propositi novecentisti di Bontempelli, che qualche anno più tardi sarebbe stato co-direttore di una rivista chiamata “900”, ma anche e soprattutto di un protagonista ben individuato. La condizione mentale dell’io narrante si sovrappone a più riprese all’idea di Milano che sta alla base del romanzo. Come nella scena di “Taxi Driver” in cui, all’interno di una tavola calda dove sta facendo uno spuntino notturno coi suoi colleghi, il protagonista a un certo punto nota tra gli avventori alcuni personaggi che si somigliano molto tra loro e sembrano tutti appartenere alla malavita, e lo spettatore non ha chiaro se sia ancora New York o già un’allucinazione, così anche “La vita operosa” confonde continuamente i piani.

C’è un episodio, quasi identico, nel quale l’io narrante riferisce di aver notato “in piedi presso l’estremo del bancone, tre o quattro giovanotti fatti alla stessa maniera come fossero stati colati in serie da uno stampo, cioè tutti erano alti e stretti; portavano il cappello duro e piccolo, spinto assai indietro sull’occipite; cappotti grigi a scacchi, aderentissimi sotto la schiena con una larga martingala, abbasso assai corti e in alto compiuti da folti baveri di pelo nero” (pp. 127-128). Esistono davvero quei giovanotti tutti uguali, oppure sono il frutto delle fantasie dell’io narrante, o si tratta d’una diretta emanazione dell’ossessione milanese per gli affari?

Non è importante deciderlo né bisogna temere eccessi d’interpretazione, anche perché, dalla dissociazione evidenziata dai dialoghi (o monologhi) del protagonista col Dàimone che l’accompagna, fino agli episodi di più immaginifica trasformazione della città (“Sotto la larva d’ogni ragioniere milanese vedevo corruscare un biturigio superbo, ogni dattilografa parevami una sacerdotessa accorrente ad aggiunger fiamme a un sacrificio umano; vidi appunto sull’angolo del corso sorgere ed elevarsi d’un tratto immani fantocci di vimini, alti come torrioni, e gli eubagi riempirli d’uomini vivi e appiccarvi il fuoco in onore di Hesus, dio sanguinolento armato di scure”, p. 59), sono frequenti i passaggi in cui è lo stesso Bontempelli a incoraggiare in tal senso; arrivando addirittura ad anticipare, nei capitoli sesto e settimo, quel realismo magico che avrebbe caratterizzato tanta parte della sua produzione letteraria successiva.

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Lawrence Ferlinghetti, da New York a San Francisco il pilastro della poesia https://minimaetmoralia.it/letteratura/lawrence-ferlinghetti-da-new-york-a-san-francisco-il-pilastro-della-poesia/ https://minimaetmoralia.it/letteratura/lawrence-ferlinghetti-da-new-york-a-san-francisco-il-pilastro-della-poesia/#comments Tue, 28 Sep 2021 08:00:53 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=49275 Pubblichiamo un pezzo uscito su La voce di New York, che ringraziamo. L’illustrazione è di Pia Taccone. New York 6 aprile, 1997. Lawrence Ferlinghetti guarda l’atlantico. Le onde si sollevano in creste bianche e la spuma resta sospesa in aria per poi frangersi scintillando nel sole come una pioggia di vetri rotti. L’uomo socchiude gli occhi umidi […]

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Pubblichiamo un pezzo uscito su La voce di New York, che ringraziamo. L’illustrazione è di Pia Taccone.

New York 6 aprile, 1997. Lawrence Ferlinghetti guarda l’atlantico. Le onde si sollevano in creste bianche e la spuma resta sospesa in aria per poi frangersi scintillando nel sole come una pioggia di vetri rotti.

L’uomo socchiude gli occhi umidi e si gratta la folta barba bianca. Pensa ad Allen Ginsberg e al suo funerale di ieri allo Shambhala Center a Manhattan. Ripensa alla timidezza del suo amico, alle tante risate insieme, al processo per l’Urlo, alla poesia L’Agonia di Allen Ginsberg  che ha scritto su di lui in questi giorni. Gli tornano in mente anche gli amici della Beat Generation come Jack Kerouac e perfino i suoi genitori arrivati a New York attraversando proprio quell’oceano circa cento anni prima dall’Italia e dalla Francia.

Brandelli di nuvole corrono verso l’oceano che continua a contorcersi freneticamente. Si mette la mano in tasca e afferra il biglietto aereo per San Francisco. Si volta di scatto e si incammina verso l’AirTrain JFK. Basta pensare ai morti, si torna a City Lights, si torna a casa.

Andiamo/ venite / andiamo.
Vuotiamo le tasche e scompariamo.
mancheremo a tutti gli appuntamenti
ci rifaremo vivi fra anni
con la barba lunga
vecchie cartine di sigarette
attaccate ai pantaloni
foglie nei capelli.
Non ci preoccupiamo più dei pagamenti.
Che vengano pure
a prendersi tutto ciò
per cui stavamo pagando.
E si prendano anche noi.

Estratto tratto da Junkman’s Obbligato della raccolta di poesie “A Coney Island of the Mind” 1968. (Qui il link al video della sua lettura).

Lawrence Ferlinghetti è stato un poeta, artista, attivista e fondatore della libreria City Lights di San Francisco morto il 22 febbraio del 2021 a 101 anni. Detestava l’automobile definendola “l’infernale motore a scoppio” e aveva un istintivo senso degli affari, basato sul principio del “piccolo è bello”. City Lights, che ha avviato in collaborazione con l’editore della rivista Peter Martin nei primi anni ’50, è ancora tra i negozi più accoglienti, con i suoi tavoli e sedie, fasci di riviste e cartelli che dicono: “Prendi un libro, siediti, e leggi”.

Per molti anni, ha indicato il suo cane, Homer, come “addetto alla pubblicità e alle pubbliche relazioni” di City Lights. Il poeta ha ricordato al The Guardian che il suo cane riceveva posta tutti i giorni e che la sua carriera nelle pubbliche relazioni è stata stroncata quando si è messo a fare pipì contro la gamba di un poliziotto. Per questo e altro, il padrone gli ha dedicato la poesia Dog.

Nei libri di Ferlinghetti si possono trovare delle date di nascita diverse ma non ha mai negato di essere nato a Yonkers, New York, da madre francese, Albertine Mendes-Monsanto, e padre italiano, Carlo Ferlinghetti, banditore d’asta di Brooklyn, che aveva accorciato il cognome in Ferling per mascherare le sue origini italiane e ottenere più lavoro.

Il padre però non l’ha mai conosciuto perché è morto sei mesi prima della sua nascita, aveva solo 46 anni. Sua madre rimase sconvolta dal lutto fino a finire in ospedale così Lawrence fu affidato ad una zia che lo portò in Francia, a Strasburgo dove visse i primi sei anni della sua esistenza. Tornata negli Stati Uniti, la madre venne assunta come governante da una famiglia chiamata Lawrence “Poi mi ha lasciato lì”, ha detto Ferlinghetti sul The Guardian “È semplicemente scomparsa un giorno e quella famiglia mi ha cresciuto”.

All’inizio degli anni ’40, frequentò l’Università della Carolina del Nord, dove un professore lo introdusse alla poesia. Si arruolò poi nella Marina durante la Seconda Guerra Mondiale, prendendo anche parte allo sbarco del D-Day in Normandia nel giugno del 1944. Inviato nella città giapponese di Nagasaki settimane dopo il bombardamento del 1945, rimase testimone di quegli orrori che lo introdussero a diventare un convinto pacifista.

Tornato dalla guerra, conseguì il Master alla Columbia University di New York e il dottorato in Letterature comparate alla Sorbona di Parigi dove studiò letteratura francese mentre traduceva poeti e romanzieri nel suo tempo libero.

In quel periodo incontrò George Whitman, proprietario della libreria in lingua inglese Shakespeare and Company. Ferlinghetti ha sempre affermato di aver preso esempio da lui quando fondò City Lights Bookstore nel 1953 a San Francisco. City Lights divenne presto un punto d’incontro per gli scrittori boemi che si rifiutarono di accettare quella che Ferlinghetti soprannominò la “Coca-Colonization” dell’America. Come disse l’autore al The Guardian “Una volta iniziato, non siamo riusciti a chiudere le porte”. Infatti per molti anni il negozio è stato aperto fino alle due del mattino e tutt’ora rimane aperto fino a mezzanotte, sette giorni su sette.

City Lights diventò presto l’ufficio postale che conservava la posta degli scrittori mentre viaggiavano. Fu, inoltre, il primo negozio a vendere pubblicazioni di autori omosessuali. Le sue bacheche erano zeppe di volantini e stampe alternative. Era il posto dove si annunciava una manifestazione politica o si cercava un passaggio, un compagno di stanza, un lavoro o un partner sessuale.

Nell’agosto 1955, due anni dopo, Ferlinghetti fondò la sua casa editrice chiamandola con lo stesso nome della libreria e pubblicò la sua raccolta di poesie, Pictures of the Gone World, come numero 1 della serie Pocket Poets, piccoli tascabili 4in x 5in, in bianco e nero, che continuano ad apparire anche oggi. In quel periodo decise di tornare al cognome italiano “Ferlinghetti”.

I successivi due Pocket Poets furono Kenneth Rexroth e Kenneth Patchen ma fu il quarto della serie “Howl and Other Poems” di Ginsberg a garantire il successo della casa editrice grazie soprattutto al dipartimento di polizia di San Francisco, come ha sottolineato più volte lo stesso Ferlinghetti.

Il proprietario della libreria aveva sentito leggere Ginsberg a un evento alla Six Gallery di San Francisco, nell’ottobre 1955. Al ritorno a casa, inviò al poeta un messaggio, lo stesso che Ralph Waldo Emerson mandò a Walt Whitman per Foglie d’erba: “Vi saluto all’inizio di una grande carriera” (Nel 2015 fu pubblicata una raccolta della corrispondenza tra i due intitolata proprio “Greet You At The Beginning Of A Great Career: The Selected Correspondence of Lawrence Ferlinghetti and Allen Ginsberg 1955–1997.)

Howl and Other Poems fu pubblicato nel 1956 in un’edizione da 1.000 copie ma il 25 marzo 1957 la polizia sequestrò 520 copie, perché era “preoccupata che potesse turbare la coscienza dei bambini”. Il poema Howl infatti contiene molti riferimenti all’uso delle droghe, anfetamina, LSD, morfina, marijuana, a pratiche sessuali, sia eterosessuali sia omosessuali.

L’ispettore doganale si lamentò con il tribunale dei minori che emise un mandato di cattura nei confronti di Ferlinghetti. Nove esperti di letteratura testimoniarono in favore del poeta. Con il supporto dell’Unione per le Libertà Civili Americane, Ferlinghetti vinse la causa quando il giudice Clayton Horn, lo assolse dalle “accuse di oscenità, dichiarando che censurare il poema avrebbe comportato una limitazione anticostituzionale della libertà d’espressione”. Il caso fu ampiamente pubblicizzato, con articoli comparsi su Time, Life ed Evergreen (dove comparve un articolo di Ferlinghetti stesso) assicurando un’ampia diffusione del libro, diventato poi uno dei poemi americani più popolari al mondo.

Ferlinghetti ha scherzato sul fatto che la polizia “ha rilevato l’account pubblicitario della casa editrice e ne ha fatto un lavoro decisamente migliore”.

Ferlinghetti oltre che editore è soprattutto un poeta. La sua prosa è irriverente, lusinghiera, disinvolta e sciolta. Le sue storie provocatorie e divertenti. “Il linguaggio e l’umorismo di Ferlinghetti, e le cose che stava dicendo, erano cose che piacevano, potevano essere comprese dall’uomo medio della strada”, ha detto l’autore e critico letterario Gerald Nicosia alla National Public Radio (NPR) nel 2019.

Vi siete mai fermati a considerare
la biancheria intima in astratto?
Se scavate fino in fondo
vengono fuori problemi scioccanti.
L’intimo è qualcosa che dobbiamo affrontare tutti.

L’intimo può davvero metterti nei guai.
Avete visto le pubblicità di intimo da uomo e da donna
così simili ma tanto diverse?
L’intimo femminile tiene le cose su.
L’intimo maschile tiene le cose giù.

Prendete i busti da donna per esempio.
In realtà sono delle forme fasciste di governo occulto
per convincere la gente di qualche non-verità
dicendovi cosa si può del non-si-può.

Estratto tratto da “Underwear” della raccolta di poesie Starting from San Francisco (New Directions, 1967). (Qui il link al video del suo reading).

Oltre alle sue numerose raccolte di versi, tra cui A Coney Island of the Mind Minimum fax traduzione di Damiano Abeni, Moira Egan 1958) tradotta in nove lingue, The Secret Meaning of Things (1969) e Endless Life (1981), Ferlinghetti ha scritto tre romanzi: Love in the Days of Rage (1988), ambientato durante la rivolta studentesca del 1968 a Parigi, Her (1960), un’opera più sperimentale, un classico “romanzo di poeti” e per i suoi cento anni ha pubblicato Little Boy  (Edizioni Clichy tradotto da Giada Diano). In collaborazione con Rexroth, ha preso parte a molti eventi di poesia e musica jazz sulla costa occidentale e i due hanno registrato un disco insieme.

e sto aspettando
che l’Ultima Cena sia di nuovo servita
con uno strano e nuovo aperitivo
e sto aspettando perpetuamente
una rinascita della meraviglia

Sto aspettando che il mio numero sia estratto
e che papà ritorni a casa
le tasche piene
di splendidi dollari d’argento
e sto aspettando
che finiscano i test atomici
e sto felicemente aspettando
che le cose vadano molto peggio
prima di andar meglio

e sto aspettando
che sia concepito un modo
per distruggere tutti i nazionalismi
senza che sia ammazzato nessuno
e sto aspettando
che fringuelli e pianeti cadano come pioggia
e sto aspettando che chi ama e chi piange
dorma ancora insieme
in una nuova rinascita della meraviglia

Estratto tratto da “I Am Waiting” dalla raccolta di poesie “These Are My Rivers: New & Selected Poems 1955-1993 (New Directions, 1993). (Qui il link al video del suo reading).

Ferlinghetti non amava essere associato ai Beat, sebbene ne traesse beneficio e, nonostante il suo amore per Ginsberg, era incline a lamentarsi della commercializzazione della Beat Generation anche se ha ammesso al The Guardian che “è ancora l’unica ribellione in circolazione”. Politicamente si è schierato sempre.

Decise di recarsi a Cuba per vedere di persona il regime di Castro e nel 1961 scrisse One thousand fearful words for Fidel Castro che termina con “Fidel… ti do il mio rametto di alloro”. Nel 2012 ha rifiutato un premio dal Pen club ungherese, in segno di protesta contro le politiche del primo ministro, Viktor Orbán.

Nel 1988 fu responsabile della ri-nominazione di dieci strade in onore di scrittori associati alla città di San Francisco, tra cui Jack Kerouac e Alley. Nel 1994 è stata inaugurata Via Ferlinghetti, prima volta in cui una strada della città è intitolata a uno scrittore vivente. In occasione del 100º compleanno a San Francisco sono stati organizzati convegni, mostre e conferenze che celebrano il poeta, artista e pacifista della controcultura americana, il sindaco della città ha perfino proclamato il 24 marzo Lawrence Ferlinghetti Day.

Interrogato da NPR, in occasione del suo centesimo compleanno, per il segreto della sua longevità, ha scherzato: “Fai una bella risata e vivrai più a lungo”.

Lawrence Ferlinghetti è morto il 22 febbraio di quest’anno a causa di una malattia polmonare interstiziale. Nel primo pomeriggio, un piccolo memoriale di fiori e una lattina di Pabst sono state lanciate fuori dalla porta della City Lights Books. E la sera, nell’adiacente Jack Kerouac Alley si è tenuta una veglia di circa cento persone che ha bevuto vino e letto i suoi versi. Poiché Ferlinghetti aveva raggiunto l’età di 101 anni, i presenti appartenevano a diverse generazioni. In quell’occasione un giovane poeta di nome Scott Lord ha letto un proprio componimento quasi urlando: “Essere un poeta a 16 anni significa averne 16. Essere un poeta a 40 anni è essere un poeta. Essere un poeta a 101 anni significa essere Lawrence Ferlinghetti».

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Jesmyn Ward, la scrittrice pluripremiata che non ha mai dimenticato il Mississippi https://minimaetmoralia.it/libri/jesmyn-ward-la-scrittrice-pluripremiata-che-non-ha-mai-dimenticato-il-mississippi/ https://minimaetmoralia.it/libri/jesmyn-ward-la-scrittrice-pluripremiata-che-non-ha-mai-dimenticato-il-mississippi/#respond Mon, 30 Aug 2021 07:30:48 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=49160 Pubblichiamo un pezzo uscito su La voce di New York, che ringraziamo. L’illustrazione è di Pia Taccone. New York primavera 2001. Jesmyn Ward è seduta per terra nel bagno in un appartamento nel West Village. Ha il cellulare in mano, ma non riesce a compilare il numero della sorella. Alza gli occhi e nota solo ora che le […]

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Pubblichiamo un pezzo uscito su La voce di New York, che ringraziamo. L’illustrazione è di Pia Taccone.

New York primavera 2001. Jesmyn Ward è seduta per terra nel bagno in un appartamento nel West Village. Ha il cellulare in mano, ma non riesce a compilare il numero della sorella. Alza gli occhi e nota solo ora che le coinquiline hanno appeso delle polaroid dei loro amici su tutte le pareti, lei si è chiusa lì per star da sola e ora si ritrova un mare di pallidi hipster che le posano davanti con sguardi annoiati e quell’espressione belloccia tipica dei ricchi.

Quelli non sono come lei e non solo per il nero della sua pelle. Quei volti appartengono a un ambiente protetto e confortevole, dove si parla a bassa voce e le camicie vengono ordinate negli armadi per gradazione di colore. Lei è un’intrusa, si trova in quella casa soltanto perché – quando era piccola – uno dei datori di lavoro della madre (che faceva la donna di servizio) le ha pagato una scuola privata. Grazie a quell’aiuto e ad altre borse di studio ha conseguito un BA presso la Stanford University in California nel 1999 e un master nel 2000.

Anche se ha fatto le stesse scuole delle sue coinquiline, non ha mai sentito di appartenere a quel mondo, la sua vera casa è il Mississippi con la sua famiglia e i suoi quattro fratelli. Ma, nonostante la laurea in inglese a Stanford e un master in comunicazione, in sei mesi non era riuscita a trovare lavoro e aveva iniziato ad accumulare debiti. Era venuta a New York per fare dei colloqui, ma dopo i primi due giorni è dovuta tornare subito a DeLisle a causa di una telefonata in lacrime della madre che gli aveva comunicato che suo fratello minore Joshua, 19 anni, era morto in un incidente stradale. Il ragazzo era stato tamponato a forte velocità da un guidatore ubriaco, un uomo bianco sulla quarantina, che aveva accelerato da dietro spingendo l’auto contro un idrante che era salito dal pavimento, aveva staccato il metallo come il coperchio di una scatola di sardine e gli si era schiantato sul petto.

Dopo il funerale era stata contattata dalla Little Random, una divisione della casa editrice Random House, che gli aveva proposto un lavoro a New York. Così si era ri-trasferita e aveva trovato alloggio insieme ad alcune ex compagne di scuola.

Jesmyn Ward sospira. Si alza dal pavimento del bagno e chiama la sorella che le racconta che l’autista ubriaco che ha investito il fratello è stato condannato solo a cinque anni. Cinque fottuti anni, ha pensato la Ward. Questo è quanto vale la vita di mio fratello in Mississippi. Cinque anni.

Questo episodio viene raccontato dalla stessa autrice nell’articolo sul quotidiano Guernica dove sottolinea che la polizia aveva scoperto che l’autista era stato in diversi bar e aveva anche bevuto nei casinò, ma l’uomo era sulla quarantina ed era bianco. Suo fratello aveva diciannove anni ed era nero. L’uomo fu condannato, inoltre, a restituire a sua madre $ 14.252,27, ma ha scontato tre anni e due mesi di pena prima di essere rilasciato e non ha mai pagato nulla.

Soltanto pochi mesi dopo la sentenza sul fratello, l’autrice è uscita dalla metropolitana a Midtown Manhattan e ha visto il fumo inondare New York e le torri gemelle crollare al suolo. Era l’11 settembre 2001.  È stato un anno terribile, ma che è diventato fondamentale per il suo processo di scrittrice. “Ero così infelice, il dolore per la perdita di mio fratello erano così freschi e dopo l’11 Settembre la situazione peggiorò”, dice la Ward al Los Angeles Times, “Per fortuna New York mi ha chiarito le idee. Ho pensato, cosa potrei fare della mia vita per darle un significato? E scrivere è stato questo per me”.

“Non avevo più scelta”, ricorda sul NPR. “Non potevo scappare da quella voglia di raccontare storie su di noi e sulle persone che amavo. Non potevo più scappare. Non ero così sicura di poterlo fare, ma ho pensato che dovevo provarci. E se ci fossi riuscita, allora avrei fatto qualcosa di utile con il tempo che mi è stato concesso”.

Nel 2003 si inscrive in un programma di scrittura creativa presso l’Università del Michigan, dove ha conseguito un MFA. Due anni dopo, nel 2005, mentre stava scrivendo il suo primo romanzo, lei e la sua famiglia sono state vittime dell’uragano Katrina. La loro casa a DeLisle si è allagata rapidamente e sono stati costretti a nuotare verso un camion per cercare di trovare un posto più sicuro. Cercarono di raggiungere una chiesa locale, ma finirono bloccati in un campo pieno di trattori. Si salvarono per miracolo.

Questo episodio l’ha convinta ancora di più a scrivere del Mississippi e delle sue terre, ma continuava a ricevere solo lettere di rifiuto. Al Los Angeles Times ha raccontato che il suo primo romanzo non interessava a nessuno. “Ho pensato che forse avrei dovuto semplicemente lasciare tutto e fare qualcosa che mi potesse dare uno stipendio fisso e più remunerativo come l’infermiera. Mi sono detta di fare ancora un altro tentativo così ho fatto domanda per alcune borse di studio. Per fortuna solo pochi mesi dopo ho saputo che il mio romanzo era stato accettato da una piccolissima casa editrice di Chicago chiamata Agate e anche che avevo vinto la borsa di studio Stegner. È stato fantastico, come vincere alla lotteria”.

Il primo libro di Jesmyn Ward si intitola Where the Line Bleeds (La linea del sangue trad. di Monica Pareschi, NN Editore) ed è ambientato nella cittadina fittizia di Bois Sauvage, la città in cui ambienterà tutti i suoi futuri romanzi. Il romanzo racconta la storia dei gemelli Joshua (il nome in omaggio al fratello scomparso) e Christophe. Joshua trova lavoro nel Golfo del Messico, ma Christophe ha meno fortuna: incapace di trovare un impiego e nel disperato tentativo di alleviare la povertà della sua famiglia, inizia a vendere droga. Quando il loro padre tossicodipendente (scomparso da tempo) riappare, provoca uno confronto aspro tra lui e i fratelli. Jesmyn Ward racconta il mondo che conosce e ama, quello nero, povero, disperato, ma contrassegnato anche da intensi legami familiari e da un senso di comunità che bilancia speranza, dolore e trionfo.

Già in questo primo romanzo appare evidente lo stile letterario di Jesmyn Ward, molto vicino alla poesia e alla metafora. Una somiglianza stilistica che la avvicina a William Faulkner, Ernest J. Gaines e Toni Morrison.

Dall’autunno 2008 alla primavera 2010 Jesmyn Ward ha vissuto a San Francisco grazie alla borsa di studio Stegner, dopodiché ha ottenuto la cattedra alla Grisham Writing Residency all’università di Ole Miss in Mississippi dove ha vissuto accanto alla casa di Faulkner. Nel 2011 ha pubblicato Salvage the Bones (Salvare le ossa, NN Editore, traduzione di Monica Pareschi) che vince il National Book Award per la Fiction. Il romanzo ha ricevuto un’accoglienza ampiamente positiva. Il New York Times l’ha descritto come una rappresentazione riuscita della vita e della cultura del sud attraverso una prosa potente e diretta che si immerge nella metafora poetica. Il Washington Post ha commentato che ci vorrà molto tempo prima che la sua magia svanisca e che il romanzo ha già l’aria di un classico.

Salvage the Bones è la storia delle precarie condizioni di una famiglia afroamericana della classe operaia nel Mississippi prima e dopo l’uragano Katrina attraverso lo sguardo di Esch Batiste, una ragazza di quindici anni incinta di un amico dei fratelli. La Ward ha raccontato al The Paris Review che ha scritto il romanzo, dopo essere stata “infastidita del modo in cui Katrina si era allontanata dalla coscienza pubblica”.

“Vincere il National Book Award for Fiction è stata una benedizione, ma anche una maledizione perché dopo ho avuto problemi a scrivere”, ammette la Ward al Los Angeles Times. “Sentivo il peso di essere accanto a nomi come William Faulkner e Alice Walker, che sono tra le mie influenze. Con Faulkner ho affinato il mio stile e – come lui – uso un’unica città del sud come centro del mondo letterario. Con Walker, c’era invece un libro specifico che ci univa, “Il colore viola”, che ho letto alle medie. Era la prima volta che leggevo qualcosa di una donna nera del sud che mi ha fatto sentire come se fosse possibile essere una donna nera del sud che scrive sui neri del sud”.

La notte dei National Book Awards, Nikky Finney, che aveva appena vinto il premio per la poesia, la prese da parte e le diede un consiglio. “Quando ti siedi a scrivere, dimentica tutto questo. Ritorna alla scrivania, a quando hai scritto il romanzo. Ecco perché sei qui, perché sei stata in grado di stare su quella scrivania”. Con il consiglio di Finney in mente, Jesmyn Ward mette da parte le ansie, attiva il programma di blocco di Internet e si concede almeno due ore al giorno per scrivere.

Nel 2017 pubblica Sing, Unburied, Sing (Canta, spirito, canta. NN Editore, traduzione di Monica Pareschi) il suo terzo romanzo che vince il National Book Award 2017 per la narrativa facendo diventare Jesmyn Ward la prima donna e la prima afroamericana a ricevere questo premio per due volte. Il romanzo ha ricevuto recensioni estremamente positive ed è stato acclamato come uno dei migliori romanzi dell’anno dal New York Times, dal New StatesmanFinancial Times e BBC. Il romanzo ha vinto anche l’Ainsfield-Wolf Book Award for Fiction nel 2018 e il Mark Twain American Voice In Literature Award nel 2019. Il Washington Post lo ha paragonato a Lincoln in the Bardo di George Saunders e Beloved di Toni Morrison. L’ex presidente degli Stati Uniti Barack Obama ha incluso il romanzo nella lista dei migliori libri letti nel 2017.

Sing, Unburyed, Sing è la storia di Joseph, detto Jojo, e della sua famiglia. Il padre di Jojo, Michael, sta per essere scarcerato, così sua madre, Leonie, tossicodipendente, carica la famiglia in auto per dirigersi a nord verso il penitenziario di stato. La famiglia attraversa il paese rimanendo unita, accalcata e irritata. Non appena lasciano la relativa sicurezza della loro fattoria nel bosco, le insidie ​​e le tentazioni del mondo esterno si affollano, minacciando di far deragliare il loro. Sing, Unburied, Sing diventa un road book, una storia di fantasmi e d’amore tra fratelli.

Nel 2018 Jesmyn Ward ha tenuto un discorso per l’inaugurazione dell’anno accademico alla Tulane University sul valore della tenacia e sull’importanza del rispetto per sé stessi e gli altri. Il discorso ripercorre le sfide affrontate dall’autrice e la casa editrice NN Editore  ne ha fatto un libro intitolato Naviga le tue stelle con le illustrazioni di Gina Triplett e la traduzione di Alessio Forgione.

Ad inizio gennaio 2020, Jesmyn Ward, suo marito e i figli si sono ammalati di quella che pensavano fosse l’influenza. Lei e i figli sono stati subito meglio, ma il marito no. Bruciava di febbre. Non riusciva a respirare. Lei l’ha portato al pronto soccorso, dove dopo un’ora in sala d’attesa, è stato sedato e messo attaccato ad un ventilatore. I suoi organi hanno ceduto: prima i reni, poi il fegato. È morto entro quindici ore dal suo ingresso nel pronto soccorso. Aveva solo trentatré anni.

“Senza la sua presa a coprirmi le spalle, a sostenermi, sprofondai in un dolore caldo e muto”. Ricorda l’autrice in un articolo su Vanity Fair. “Il tempo sembrava essersi fermato in Mississippi tra il lockdown e i miei figli che seguivano le lezioni a distanza e ogni tanto strofinavano la faccia contro il mio stomaco e gridarono istericamente: mi manca papà”. Intanto in America scoppiava la contestazione dei Black Lives Matter e nello stesso articolo racconta “Mi sono svegliata con la gente per strada, con Minneapolis in fiamme. Mi sono svegliata con le proteste nel cuore dell’America, i neri che bloccavano le autostrade. Mi sono svegliata con adolescenti in felpa con cappuccio, con masse di persone a Parigi, a Londra, da marciapiede a marciapiede, che si muovevano come un fiume lungo i viali. La gente marciava, e non avevo mai saputo che potessero esistere fiumi come questi, e mentre i manifestanti cantavano e calpestavano, mentre facevano smorfie, gridavano e gemevano, le lacrime mi bruciavano gli occhi. I neri americani non erano soli in questa guerra. Sono tutti testimoni dell’ingiustizia. Sono testimoni di questa America che ci ha messo da parte per quattrocento fottuti anni. Singhiozzo, e nelle strade scorrono fiumi di gente”.

Giugno 2020, Union Square, New York, Black Lives Matter cattura l’attenzione del pianeta (di Terry W. Sanders)

Quando la pandemia si è stabilizzata Jesmyn Ward ha impostato le sveglie prima di quella dei bambini e ha ripreso a scrivere il suo nuovo romanzo. “Il mio impegno mi ha sorpreso. Anche in una pandemia, anche nel dolore, ho dovuto scrivere, ho dovuto amplificare le voci dei morti che cantano per me, dalla loro barca alla mia barca, sul mare del tempo. Quasi tutti i giorni, ho scritto una frase. In alcuni giorni, ho scritto mille parole. Il mio dolore è sbocciato in depressione, proprio come dopo la morte di mio fratello a diciannove anni. Io, come allora, ho pensato a cosa potrei fare della mia vita per darle un significato e scrivere è diventato questo per me”.

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Colson Whitehead e le notti di pandemia in cui osserva la sua silenziosa New York https://minimaetmoralia.it/letteratura/colson-whitehead-e-le-notti-di-pandemia-in-cui-osserva-la-sua-silenziosa-new-york/ https://minimaetmoralia.it/letteratura/colson-whitehead-e-le-notti-di-pandemia-in-cui-osserva-la-sua-silenziosa-new-york/#respond Mon, 28 Jun 2021 12:00:42 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=48962 Pubblichiamo un pezzo uscito su La voce di New York, che ringraziamo. L’illustrazione è di Pia Taccone. Maggio 2020, tarda notte, Manhattan. Colson Whitehead non riesce a dormire, si alza dal letto senza svegliare la moglie Julie e si avvicina alla finestra. Alza lo sguardo verso il cielo scuro, il lembo di una nuvola sfiora l’alone […]

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Pubblichiamo un pezzo uscito su La voce di New York, che ringraziamo. L’illustrazione è di Pia Taccone.

Maggio 2020, tarda notte, Manhattan. Colson Whitehead non riesce a dormire, si alza dal letto senza svegliare la moglie Julie e si avvicina alla finestra. Alza lo sguardo verso il cielo scuro, il lembo di una nuvola sfiora l’alone bianco della luna. L’uomo afferra la maniglia ed esce sul balcone. Il silenzio sembra diffondersi su tutta l’isola fino a sommergerlo. Il virus del covid-19 ha trasformato la sua città, non è più New York, è qualcos’altro. Era tornato nel suo appartamento a Manhattan per finire il suo ottavo romanzo Harlem Shuffle, un’opera di fantascienza ambientata ad Harlem negli anni ’60 (l’uscita è prevista per il 14 settembre 2021) gli mancavano una ottantina di pagine e voleva concluderlo entro l’estate e invece  – ha raccontato al The Guardian – ha trascorso il periodo di lockdown a seguire le notizie, ad assicurarsi che il Wi-Fi non si interrompesse, insieme alla moglie ha aiutato i figli a seguire le lezioni su internet, hanno cercato di preparare dei buoni pasti e di mantenersi tutti sani di mente. “In circa sei settimane” – racconta nella stessa intervista “ho avuto solo un’ora libera e ho scritto una pagina”.

Colson Whitehead poggia una mano aperta sulla guancia e continua ad osservare la notte calma. Un’autombulanza senza sirena passa senza fermarsi, poi torna il silenzio. Lentamente, però, l’udito si affina, così riesce ad individuare alcuni rumori di sottofondo: il pianto di un bambino, della musica da un appartamento, il suono di una televisione accesa seguito da una risata roca.

Sono suoni tenui, appaiono timidi, come se chiedessero permesso. Sono completamente diversi da quelli della New York in cui è cresciuto. Nel 2003 pubblicò la raccolta di saggi: The Colossus of New York (Il Colosso di New York traduzione di K. Bagnoli, Milano, Mondadori) dove raccontava di una metropoli che urlava, si agitava, un luogo che era esuberanza, caos, promessa e dolore. Il The New York Times l’aveva definito come un tour de force di voci che saltella incessantemente dalla prima alla seconda alla terza persona, in un ritmo forsennato che mima efficacemente il rumore della grande mela. Il primo capitolo inizia con ”Cominci a costruire la tua New York privata la prima volta che ci metti gli occhi sopra”. Cosa capirebbe una persona che la vedesse ora per la prima volta? Nello stesso libro scrisse: ”La città ti conosce meglio di qualsiasi persona vivente perché ti ha visto quando sei solo.” Questa frase aveva un senso prima della pandemia, quando essere soli a New York sembrava qualcosa di raro e intimo, mica come ora dove tutti sembrano essere abbandonati, segretati e spaventati. Il covid-19 ha trasformato la sua città in un cimitero. All’improvviso gli torna in mente l’African Burial Ground National Monument un museo nato all’inizio degli anni ’90 quando alcuni operai edili scoprirono per caso dei resti scheletrici in quello che si rivelò essere il primo e il più grande cimitero afroamericano degli Stati Uniti. Ricorda bene quel posto perché ci aveva fatto delle letture e il Beyond Midtown l’aveva indicato come il luogo ideale per leggere The Underground Railroad (La ferrovia sotterranea, traduzione di M. Testa, Sur, 2017). Il romanzo racconta la storia di Cora, una schiava in una piantagione in Georgia, rimasta sola ed emarginata dopo che sua madre Mabel è scappata senza di lei. Quando Caesar, appena arrivato dalla Virginia, le racconta della Underground Railroad, decidono di fuggire. Nel romanzo di Whitehead, la Underground Railroad non è una semplice metafora (come è stata nella realtà) ma diventa una vera ferrovia segreta di binari e tunnel sotto il suolo dell’America meridionale. Cora intraprende un viaggio straziante, stato per stato, alla ricerca della vera libertà incontrando mondi diversi in ogni fase della sua strada. Il 5 agosto 2020, un cratere su una luna di Plutone è stato chiamato Cora proprio per omaggiare l’eroina del romanzo di Whitehead.

Il libro ha vinto sia l’Award National Book che il Premio Pulitzer per la narrativa (con la seguente motivazione “intelligente fusione di realismo e allegoria che unisce la violenza della schiavitù e il dramma della fuga in un mito che parla all’America contemporanea) ha ricevuto anche l’Arthur C. Clarke Award per la letteratura di fantascienza, l’Andrew Carnegie Medal for Excellence 2017 ed è stato selezionato per l’Oprah’s Book Club. Il 14 maggio 2021 Amazon ha diffuso la serie TV omonima scritta e diretta da Barry Jenkins (regista di Moonlight).

Michiko Kakutani al The New York Times l’ha definito “potente, quasi allucinatorio… Possiede l’agghiacciante potere concreto delle narrazioni sugli schiavi raccolte dal Federal Writers’ Project negli anni ’30, con echi di Beloved di Toni Morrison, Les Misérables di Victor Hugo, Ralph L’uomo invisibile di Ellison e le pennellate prese in prestito da Jorge Luis Borges, Franz Kafka e Jonathan Swift… Ha raccontato una storia essenziale per la nostra comprensione del passato e del presente americano”. Al quotidiano on line Scroll.in Whitehead spiega come questo parallelismo tra passato e presente non era voluto anche se i dialoghi che ha scritto nel romanzo sono gli stessi che ha usato  quando è stato fermato dalla polizia soltanto per essere nero e per essersi trovato al momento sbagliato e nel posto sbagliato.

Colson Whitehead osserva un aereo che attraversa il cielo scuro verso est, la sua traiettoria è lineare come se fosse stato tirato di lato da un sottile filo invisibile.

Gli è sempre piaciuto volare, viaggiare, fare eventi e tenere conferenze. Ha raccontato al Entertainment Weekly quanto amasse quelle interazioni sociali che non si riescono a replicare parlando con una videocamera . Se non ci fosse stata la pandemia adesso starebbe in Europa o in Asia a promuovere The Nickel Boys (I ragazzi della Nickel, 2019 traduzione di S. Pareschi, Mondadori) che è stato nominato uno dei migliori libri del decennio dal TIME ed ha vinto il secondo Premio Pulitzer (nel 2020, dopo quello del 2017) diventando il quarto scrittore (e unico afroamericano) a vincerne due. I giudici hanno definito il romanzo “un’esplorazione spartana e devastante dell’abuso in un riformatorio nella Florida dell’era di Jim Crow che è in definitiva una potente storia di perseveranza umana, dignità e redenzione”.

The Nickel Boys si basa sulla vera storia della Dozier School, un riformatorio in Florida che ha operato per 111 anni e la cui storia è stata smascherata da un’indagine universitaria. Come riporta il The Guardian  nel 2011 sono state scoperte sepolture non segnalate di più di cinquanta ragazzi. Le analisi dei cadaveri hanno riportato che tra le cause dei decessi ci sono state ferite da arma da fuoco, traumi causati da percosse e grave stato di malnutrizione. E, attraverso i racconti dei sopravvissuti, sono stati svelati i maltrattamenti e gli abusi subiti dagli alunni fino alla fine degli anni Sessanta. Il romanzo racconta la storia di Elwood Curtis, un giovane afroamericano condannato a scontare una pena detentiva nel riformatorio con l’accusa di aver guidato una macchina rubata. Lì incontra Turner, un ragazzino di strada che è alla sua seconda permanenza al riformatorio. I due diventano amici nonostante le personalità contrastanti: Elwood crede negli ideali promossi da Martin Luther King, è un ottimista e desideroso di rendere il mondo un posto migliore; Turner, invece, è un cinico che non ha fiducia nel fatto che gli Stati Uniti potranno mai liberarsi dal loro passato fondato sulla schiavitù e genocidio.

Su Entertainment Weekly l’autore confessa che “c’è molto di me in questo libro. Mio fratello è morto l’anno prima che lo finissi e ho riportato molta della dinamica tra me e lui in questa storia”.

Colson Whitehead abbassa lo sguardo dal cielo scuro e lo rivolge verso Brooklyn dove ha vissuto nei quartieri di Clinton Hill e Fort Greene per circa due decenni. La sua residenza nel distretto lo ha portato a essere annoverato come “scrittore di Brooklyn”, uno stereotipo che ha preso in giro nel 2008 per il New York Times con il saggio I Write in Brooklyn. Get Over It.

Nel 2018, Whitehead è stato nominato il dodicesimo autore dello stato di New York, seguendo le orme di Grace Paley e Kurt Vonnegut. La motivazione del premio ha indicato come Colson Whitehead sia uno di quegli scrittori capaci di usare più generi letterari, dal noir al romanzo di formazione, dall’horror zombi alla storia, mantenendo una scrittura ferma e chiara. Fino ad ora, però, Colson Whitehead ha ambientato un solo (dei sette romanzi) nella grande mela: il post-apocalittico Zone One (Zona Uno, traduzione di P. Brusasco, Torino, Einaudi, 2013) che racconta una versione alternativa di New York, che è stata distrutta da una piaga che ha trasformato la maggioranza della popolazione in zombi. “Ho visto La notte dei morti viventi in tenera età e gli zombi sono diventati parte del mio panorama psicologico”, afferma Whitehead al The Guardian. “Ho fatto sogni di zombie ogni notte per anni”.

Il cielo verso est ha cambiato colore, si è tinto di stirature azzurre e celesti. Sta arrivando l’alba. Colson Whitehead si volta verso casa ma sente il rumore inconfondibile della metropolitana newyorkese. Nel saggio The Colossus of New York aveva scritto che in questa città “si vive ogni minuto come se si fosse in ritardo per l’ultimo treno”. Dà un ultimo sguardo alla sua città. Speriamo che il treno riparta presto, pensa. Si volta ed entra in casa.

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Jennifer Egan voleva rubare un portafoglio a New York e invece ha scritto un Pulitzer https://minimaetmoralia.it/letteratura/jennifer-egan-voleva-rubare-un-portafoglio-a-new-york-e-invece-ha-scritto-un-pulitzer/ https://minimaetmoralia.it/letteratura/jennifer-egan-voleva-rubare-un-portafoglio-a-new-york-e-invece-ha-scritto-un-pulitzer/#comments Fri, 23 Apr 2021 12:00:25 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=48442 Pubblichiamo un pezzo uscito su La voce di New York, che ringraziamo. New York 2006. Tarda sera. Jennifer Egan inspira a fondo, apre la porta del ristorante ed entra nella penombra e nel brusio. Nell’aria c’è odore di pesce alla piastra e di vestiti bagnati. Vede la madre al tavolo e la raggiunge subito. È […]

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Pubblichiamo un pezzo uscito su La voce di New York, che ringraziamo.

New York 2006. Tarda sera. Jennifer Egan inspira a fondo, apre la porta del ristorante ed entra nella penombra e nel brusio. Nell’aria c’è odore di pesce alla piastra e di vestiti bagnati. Vede la madre al tavolo e la raggiunge subito. È stanca e ha bisogno di una serata con lei per sfogarsi. Le racconta del suo ex Steve Jobs che ha un tumore al pancreas, delle difficoltà di pagare il mutuo della casa acquistata in Fort Greene Brooklyn nel 2000, della convivenza con il marito – il direttore teatrale David Herskovits – e i due figli Raoul (5 anni) e Manu (3), e soprattutto di quanta fatica facesse per scrivere un libro storico su New York (quello che sarebbe poi diventato Manhattan Beach). Aveva trascorso tutta la giornata in biblioteca e non era riuscita a ricavarne nulla; più faceva ricerche sul libro, più rimandava a scriverlo facendo nuove ricerche. Aveva una scaletta ben precisa, ma stava andando tutto a rotoli.

In una pausa va nel bagno delle donne dove rimane a fissare prima il suo volto stanco, poi nota un portafoglio che spunta dalla borsa di una donna. “Ho pensato che sarebbe stato facilissimo allungare la mano e prenderlo. Mi sono connessa con la prospettiva della persona che ruba”, spiega l’autrice su Entertainment Weekly “E ho pensato, domani inizierò a scrivere di questo e vediamo cosa succede”. Questa scena è diventata il primo capitolo di A Visit From the Goon Squad (Il tempo è un bastardo minimum fax, 2011 traduzione di Matteo Colombo) vincitore del Premio Pulitzer 2011, il libro ha vinto anche il National Book Critics Circle Award per la narrativa nel 2010, ha ricevuto recensioni positive dalla critica ed è apparso in molte liste dei migliori romanzi degli anni 2010.

La Egan aveva intenzione di scrivere solo un racconto su Sasha, una cleptomane che ha un appuntamento con un uomo di nome Alex, che è nuovo in città ed è stupito quando più tardi scopre che la ragazza ha una vasca da bagno nella sua cucina (come si usava a New York negli anni ‘70). Dopo aver scritto il racconto, ha iniziato a pensare a come potesse essere Bennie Salazar, il capo di Sasha e dirigente discografico e ha scritto anche una storia su di lui. E poi una terza storia e una quarta. Seguendo solo la sua curiosità ha scritto un romanzo di racconti intrecciati su Sasha, Benniee e altri personaggi, che, man mano che invecchiano, cambiano la loro vita in direzioni impreviste. Le storie si spostano avanti e indietro nel tempo dagli anni ‘70 al presente e al prossimo futuro (c’è un capitolo futurista creato solo come una presentazione in PowerPoint). Molte delle storie si svolgono a New York e dintorni, anche se altre ambientazioni includono San Francisco, Napoli e un safari in Kenya.

“Volevo evitare la centralità. Volevo la polifonia. Volevo una sensazione laterale, non una in avanti. Le mie regole di base erano: ogni pezzo deve essere molto diverso dagli altri e avere un punto di vista nuovo – racconta l’autrice su BOMB Magazine – Per me il tempo non è lineare. Una cosa che facilita questo tipo di viaggio nel tempo è la musica, ecco perché io penso che la musica abbia finito per essere una parte così importante del libro. Inoltre, stavo leggendo Proust. Lui cerca, con grande successo, di catturare il senso del tempo che passa, la qualità della coscienza e i modi per aggirare la linearità”.

Jennifer Egan è conosciuta soprattutto per la sua immaginazione (quasi preveggente) e per l’ingegnosità delle sue costruzioni letterarie fuori dagli schemi. Goon Squad è una meditazione proustiana sulla musica rock e sul tempo perduto che attraversa il passato, il presente e il futuro, cambiando protagonisti e voci a ogni capitolo. The Keep (La fortezza minimum fax, 2014 traduzione di Martina Testa ) è una favola neogotica di tecnologia e paranoia ambientata in un castello dell’Europa orientale. Black Box (Scatola nera minimum fax, 2013 traduzione di Matteo Colombo) è una spy story nata per essere pubblicata su Twitter, ossia scandita in singoli tweet (brevi porzioni di testo non più lunghe di 140 caratteri).

Delle volte è sembrato addirittura che Jennifer Egan fosse in grado di predire il futuro. Nell’ultimo capitolo di Goon Squad, che è stato pubblicato nell’era dell’iPhone, ma scritto principalmente prima che arrivasse sul mercato, ha introdotto lo Starfish, un telefono touch-screen per bambini (due genitori discutono su quando permettere alla figlia di usarne uno, forse la prima rappresentazione in letteratura di quella battaglia persa.) Per il suo secondo romanzo, Look at Me (Guardami minimum fax, 2012 traduzione di Matteo Colombo e Martina Testa), ha inventato una piattaforma di social-media dove persone normali si sottopongono alla sorveglianza continua della webcam (“survivor” era uscito l’anno precedente). Uno dei personaggi principali di Look at Me è Z., un terrorista libanese che insegna matematica al liceo nel Midwest mentre organizza un attacco contro gli Stati Uniti. Egan ha lavorato al libro per sei anni e mancava solo una settimana alla pubblicazione quando le torri del World Trade Center furono colpite. Gli agenti dell’F.B.I. consultati dalla scrittrice le avevano detto che il terrorista medio era giovane, insensibile, abbastanza inetto. Ma lei ha reso Z. un poliglotta ben istruito e sofisticato, integrato nella cultura che sogna di distruggere, proprio come, si è scoperto, i principali dirottatori dell’11 settembre.

Jennifer Egan ha replicato al The New Yorker che tutte quelle erano soltanto “facili previsioni dovute all’energia della logica” ( definizione di Jane Smiley che consiste di canalare il presente verso una serie di possibili futuri). Con Manhattan Beach (Mondadori, 2018 traduzione di Giovanna Granato) il suo ultimo romanzo – quello che stava scrivendo quando ha incontrato nel bagno del ristorante la donna con il portafoglio – l’autrice americana rovescia ogni aspettativa e presenta al lettore un romanzo storico dove la protagonista – la diciannovenne Anna –  cerca di scoprire la verità su suo padre all’interno di un mondo popolato da criminali, marinai, sommozzatori, banchieri aristocratici e uomini del sindacato. La National Book Foundation ha inserito il libro nella lista del National Book Award 2017 nella categoria Fiction. La rivista Time lo ha selezionato come uno dei suoi dieci migliori romanzi del 2017.

Jennifer Egan non ha sempre voluto fare la scrittrice. Quando era ragazza viveva a San Francisco e il suo obbiettivo di allora era solo quello di partire per un anno sabbatico in giro per l’Europa prima dell’università (immaginava di fare archeologia). Per recuperare i soldi per il viaggio lavorò in un bar e anche come modella. “Sapevo com’era stare di fronte a una telecamera, sapevo cosa significa essere mercificata – ha detto Egan – ed è uno strano mix tra la denigrazione e l’esaltazione”. In Europa però, in una stanza sterile di un ostello a Reims, ha avuto il primo di quelli che ora identifica come attacchi di panico, ma che all’epoca credeva fossero flashback dell’LSD. Li chiamava The Terror e pensava che stesse impazzendo. “Ero sola ed ero impaurita – ricorda – l’unica cosa che facevo era tenere un diario segreto, scrivere era l’unica cosa che mi faceva stare bene e in quel momento ho deciso che sarei stata una scrittrice”.

L’autrice tornò in America e studiò letteratura, innamorandosi di William Faulkner, Ken Kesey e John Fowles. A una cena a San Francisco, l’estate dopo il suo secondo anno, Egan ha avuto una conversazione con un uomo che le ha detto che lavorava ai computer Apple. “Continuavo a chiedergli: ‘Cosa fai esattamente?’ E lui rispondeva genericamente – ha detto l’autrice americana – poiché sembrava così giovane, ho pensato che stesse cercando di nascondere il fatto che aveva un lavoro precario o umile”.

Era Steve Jobs. Aveva ventotto anni ed era già famoso. “Steve era fondamentalmente una persona timida che era costantemente al centro dell’attenzione. Penso che gli piacessi perché non avevo idea di chi fosse”. I due sono usciti insieme per un anno. Facevano lunghe discussioni sulla presunta contraddizione di Steve tra la sua devozione alla filosofia buddista e il suo obbiettivo di convincere la gente a comprare computer. “È stato molto divertente averlo così innamorato di me – ha detto – Lo chiamavo nel suo ufficio dalla biblioteca e, qualunque cosa stesse facendo, veniva sempre al telefono. Ho trovato esilarante che avesse questa gigantesca azienda legata a lui. Sembrava incredibilmente travolgente, ma anche divertente”. Quando le disse che valeva centinaia di milioni di dollari, lei scoppiò a ridere. “Era pazzesco!”

La relazione finì quando Steve Jobs propose il matrimonio, una formalità, in un certo senso, poiché sapeva che lei avrebbe rifiutato. “Ammetto che ci sono stati momenti in cui mi sono sentita oscurata da lui”, ha detto la Egan. “Non dal fatto che fosse una specie di star, se vuoi. Ma di più quando parlava di andare alla Casa Bianca e di essere amichevole con le persone nell’amministrazione Reagan, e di avere conversazioni sul potere e sulla diplomazia. Mi sono sentita davvero sminuita da questo. Tipo, ho sentito, Oh, mio Dio, non sono niente. Niente di quello che faccio è importante”.

Dopo il college, Egan è andata a Cambridge con una borsa di studio in inglese. Un’amica del liceo l’aveva avvertita di evitare un suo orribile ex fidanzato, David Herskovits, che studiava classici in quella stessa scuola. Ma qualcosa nella descrizione dell’amica ha stuzzicato la sua curiosità così si è presentata all’improvviso nella stanza di Herskovits per il loro primo incontro. “Era mezzogiorno e si stava radendo, e c’erano ancora i resti di una cena – ha ricordato – Mi sono resa conto di averlo capito completamente già in quei primi quindici minuti: ama dormire fino a tardi, ama intrattenere, è un cuoco straordinario. È una persona così gioiosa, celebrativa, raffinata”.

Nell’autunno del 1987 i due si trasferirono nell’Upper West Side di New York e si sposarono nel 1994. L’anno dopo venne pubblicato il primo romanzo The Invisible Circus (La figlia dei fiori, Piemme, 2003 traduzione di Vincenzo D’Antonio) di Jennifer Egan che raccontava la storia di Phoebe, una diciottenne sensibile e smarrita che si imbarca in un viaggio in Europa per scoprire il motivo del suicidio della sua sorella maggiore (nel 2001 hanno tratto un film con Cameron Diaz).

L’autrice americana oggi vive a Clinton Hill in Brooklyn, lavora tutti i giorni scrivendo a mano seduta su una poltrona Ikea nel suo ufficio, o, quando il tempo è bello, su una poltrona reclinabile Zero Gravity che lei ha installato sotto l’albero di magnolia nel suo cortile. Immagina di avere ancora venti anni di buona scrittura e ha un piano per scrivere altri sette libri. Il prossimo utilizzerà le stesse idee strutturali di Goon Squad e alcuni dei personaggi. Poi vuole scrivere un romanzo tratto da Manhattan Beach, seguendo il figlio di Anna Kerrigan negli anni Sessanta. Ha una scaletta ben precisa, ma chissà se in un bagno o in qualunque altro luogo si soffermerà su un particolare per creare una storia completamente nuova.

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Teju Cole. Delle città aperte o della porosità di certi confini https://minimaetmoralia.it/letteratura/teju-cole-delle-citta-aperte-o-della-porosita-di-certi-confini/ https://minimaetmoralia.it/letteratura/teju-cole-delle-citta-aperte-o-della-porosita-di-certi-confini/#comments Sat, 06 Jun 2015 06:00:46 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=27186 Questo pezzo è uscito su Nuovi Argomenti.

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Parte prima – La morte è una perfezione dell’occhio

New York

Non vedo i confini di questa città, ma ne sento i suoni

Circonferenza

New York non è mai descritta nella sua totalità: da flaneur,Julius non può vederla dall’alto, ma solo ad altezza d’uomo, dalle strade, dai marciapiedi. «E così quando lo scorso autunno avevo cominciato a fare le mie passeggiate serali, mi ero reso conto che Morningside Heights è un buon punto di partenza per esplorare la città». Quindici minuti da Central Park, a Est di Sakura Park, a Nord c’è Harlem: in geometria si dice circonferenza il luogo geometrico costituito da punti equidistanti da un punto fisso, detto centro – fare il flaneur è andare a visitare tutti i punti equidistanti dal centro e superarli, andare così lontani da dover prendere la metro per tornare a casa.

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Parte prima – La morte è una perfezione dell’occhio

New York 

Non vedo i confini di questa città, ma ne sento i suoni

Circonferenza

New York non è mai descritta nella sua totalità: da flaneur, Julius non può vederla dall’alto, ma solo ad altezza d’uomo, dalle strade, dai marciapiedi. «E così quando lo scorso autunno avevo cominciato a fare le mie passeggiate serali, mi ero reso conto che Morningside Heights è un buon punto di partenza per esplorare la città»Quindici minuti da Central Park, a Est di Sakura Park, a Nord c’è Harlem: in geometria si dice  circonferenza il luogo geometrico costituito da punti equidistanti da un punto fisso, detto centro – fare il flaneur è andare a visitare tutti i punti equidistanti dal centro e superarli, andare così lontani da dover prendere la metro per tornare a casa.

Le migrazioni

Dice «poco prima che iniziassero i vagabondaggi, avevo preso l’abitudine di osservare il passaggio degli uccelli migratori da casa mia, e ora mi chiedo se ci fosse un nesso», ma se Julius fosse un animale sarebbe una formica che perde la direzione, un animale che si perde volontariamente. Dalla finestra si vedono passare piccioni, rondini, scriccioli, orioli, rondoni e tanagre. E le oche, delle cui migrazioni si ricordano solo i colori del cielo e le stazioni radiofoniche, puntini neri in movimento associati a un brano per orchestra e contralto solo di Ščedrin (o forse era Ysaÿe).

Non siamo abituati a sentire la nostra voce

Sant’Agostino non riesce a credere che si possa leggere senza pronunciare le parole. Ogni libro è un dialogo, qualcuno che scrive e parla, qualcuno che legge e risponde. Parlare da soli: eccentricità, muoversi fuori dalla circonferenza, rendersi visibili, come vedersi camminare nella folla. Il silenzio dei libri contro il rumore incessante della strada, «uno shock dopo la concentrazione e la relativa quiete della giornata, come se qualcuno avesse acceso un televisore a tutto volume in una silenziosa cappella privata», ma il volume non si abbassa, non c’è uno schermo di protezione.

«Una sera ero arrivato a Houston Street semplicemente camminando senza sosta per una decina di chilomentri, fino a sentirmi così esausto e disorientato che faticavo a stare in piedi», quella sera non riesce a dormire, Julius, rievoca gli episodi e le scene a cui ha assistito nella sue peregrinazioni – è un pellegrino, il santuario è la città.

Ogni quartiere è di una sostanza diversa, ognuno ha una diversa pressione atmosferica, un diverso peso psichico.

«Le camminate rispondevano a un bisogno: erano una liberazione dalla severa disciplina mentale del lavoro»: è uno psichiatra, nessun errore, nessuna imperfezione. Vagabondaggi come abbandono a una vita psichica incontrollata, lungo tracciati conosciuti: un jazz, un’improvvisazione su un tema conosciuto. Dal vecchio professore Saito «ho imparato l’arte di ascoltare, e anche l’abilità di costruire una storia partendo dalle omissioni» – così ricostruiamo anche New York, pezzo a pezzo, strada per strada, come seguendo l’idea che «sono gli spazi tra le forme, gli spazi necessari, a definirle come onde o dune».

Gli spazi bianchi

Le omissioni, quello che hai perduto – quello che è stato cancellato. Cammini su un cavalcavia, vedi questo panorama «sotto il livello della strada, scorsi il bagliore verde metallico di un vagone della metropolitana, che, esposto agli elementi, attraversava lo spiazzo, una vena liquida sul collo dell’undici settembre», accanto trattori che sembrano giocattoli in quella buca enorme dove prima sorgevano le torri. Il vuoto. «E prima ancora? Quali vie dei Lenape sono sepolte sotto le macerie? Quel luogo, come d’altronde tutta la città, era un palinsesto scritto, cancellato e poi di nuovo riscritto. […] Generazioni su generazioni si infilavano nella cruna dell’ago, e io, individuo di una folla appena discernibile, entrai nella metropolitana. Volevo trovare la linea che mi collegava al mio ruolo in quelle storie. Da qualche parte vicino all’acqua, tenendosi aggrappato a quello che conosceva della vita, il ragazzino, con uno scatto secco, aveva spiccato un altro salto».

Al di là dell’oceano

Voli a Bruxelles e non sai neanche perché. I tuoi vagabondaggi ti portavano a chilometri da casa, adesso ti portano su un aereo. Prendi tutte le tue vacanze, passi mesi in Europa. Qui stava tua nonna – ti assomigliava? Le omissioni: non sappiamo che aspetto ha Julius, come non sappiamo qual è l’aspetto di New York. Osserviamo tutto dal microscopio, conosciamo i tuoi pensieri, ma vediamo solo attraverso i tuoi occhi, mai i tuoi occhi. È la terza volta che vai, ma ricordi poco. Ordine, grigiore, l’atteggiamento formale e distaccato della gente. Il silenzio, la quiete: se New York è rumore incessante, è movimento, sono gli stormi che migrano, le metro che corrono, qui tutto è ovattato, silente, immobile.

Sogni di Lagos, la tua Nigeria compare solo nei sogni, nei racconti, nelle storie delle persone. Piove, una notte a Bruxelles, e tu sogni della pioggia implacabile e intensa che ti spaventava e confondeva un giorno della tua infanzia. Ricordi di quando tuo padre beveva la Coca Cola e tu ti eri ripromesso che da grande ne avresti avuta quanta ne volevi – salvo poi crescere e iniziare a odiarla. Ricordi tutte queste cose e detesti chi vuole rendere la tua giovinezza qualcosa di esotico, chi ama gli scrittori in esilio che mitizzano le loro origini, perché per te sono solo origini e a volte il suono dei tuoi pensieri sembra rimbombare nel silenzio della cattedrale belga. Fuori piove ancora.

A New York – Parte seconda. Ho esplorato me stesso

Il Loews 175th Street Theatre era ricco di dettagli sfarzosi: lampadari, moquette rossa, una profusione di ornamenti architettonici ispirati a vari stili – egizio, moresco, persiano, Art Déco. È diventato una chiesa, sempre meno frequentata. Nella sua prima vita ospitava trentamila spettatori, ma il miscuglio di stili architettonici non era riuscito neanche allora, non si è mai risolto in qualcosa di significativo.

Come psichiatra sei abituato a usare i Segni Esteriori come indizi di realtà interiori, nonostante la relazione tra i due mondi non sia affatto chiara. I Segni sono visibili, difficile non notarli, ma non è forse quello che resta invisibile, inascoltato a essere più importante? Pensi al punto cieco, il blind spot che non riusciamo a vedere. «È proprio qui, dove si concentrano molti dei neuroni associati alla visione, che la visione va in tilt».

La mente è opaca a se stessa, pensi. Una notte, vedi le luci della Quarantaduesima che lampeggiano in lontananza, il vento sferza rumorosamente, sei rimasto chiuso fuori dal Carnegie Hall: una solitudine di rara purezza. Trovi un’apertura di emergenza, rientri, ma prima guardi il cielo. «Le stelle! Non avevo pensato di riuscire a vederle, non con l’inquinamento luminoso che avvolgeva costantemente la città, e non in una sera di pioggia. Ma mentre stavo scendendo le scale, la pioggia si era interrotta, e aveva pulito l’aria. […] Erano stelle meravigliose, una nuvola lontana di lucciole, ma nel corpo sentivo quello che i miei occhi non potevano afferrare, cioè che la loro vera natura era l’eco visiva di qualcosa che era già nel passato. […] Negli spazi bui tra le stelle morte, brillanti, c’erano stelle che non potevo vedere, stelle che esistevano ancora, ed emettevano una luce che non mi aveva ancora raggiunto, stelle che vivevano e illuminavano ma che per me erano presenti solo come interstizi vuoti. La loro luce sarebbe arrivata un giorno sulla terra, molto dopo che io e la mia generazione e tutta la generazione dopo di me saremmo scivolati fuori dal tempo».

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Teju Cole raccontato da New York https://minimaetmoralia.it/libri/recensione-citta-aperta-teju-cole/ https://minimaetmoralia.it/libri/recensione-citta-aperta-teju-cole/#comments Mon, 09 Sep 2013 13:24:17 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=15398 Questo pezzo è uscito su Europa.

Come in tutti in luoghi ispirati ai sogni collettivi, a New York si dovrebbe vagare serenamente, senza preoccuparsi di tralasciare posti "imperdibili" o "di culto". Dove palazzi e strade sono materiale onirico le guide non servono: New York non va visitata, è un flipper dentro cui rimbalzare spinti solo dalle occasioni.

Si può essere tentati di leggere il libro dello scrittore nigeriano Teju Cole, Città aperta (Einaudi), come una guida alternativa ai quartieri mitici di New York e inserirlo tra i buoni libri di narrativa di viaggio. Le pagine infatti appaiono come il resoconto di un narratore, Julius, che cammina per la metropoli e descrive ciò che vede. Nota che «nella notte di Harlem non c’erano bianchi», osserva «il traffico della Sixth Avenue», attraversa i parchi («adorati, curati, affollati»), ammira la folla, scruta abitanti sempre diversi, che si tratti di «donne di colore in tailleur antracite» o di «giovani ben rasati, di origine indiana». Tutte le pagine potrebbero aprirsi con la frase «uscii per una delle mie camminate» e potrebbero concludersi con «finii per perdermi».

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cole

Questo pezzo è uscito su Europa.

Come in tutti in luoghi ispirati ai sogni collettivi, a New York si dovrebbe vagare serenamente, senza preoccuparsi di tralasciare posti “imperdibili” o “di culto”. Dove palazzi e strade sono materiale onirico le guide non servono: New York non va visitata, è un flipper dentro cui rimbalzare spinti solo dalle occasioni.

Si può essere tentati di leggere il libro dello scrittore nigeriano Teju Cole, Città aperta (Einaudi), come una guida alternativa ai quartieri mitici di New York e inserirlo tra i buoni libri di narrativa di viaggio. Le pagine infatti appaiono come il resoconto di un narratore, Julius, che cammina per la metropoli e descrive ciò che vede. Nota che «nella notte di Harlem non c’erano bianchi», osserva «il traffico della Sixth Avenue», attraversa i parchi («adorati, curati, affollati»), ammira la folla, scruta abitanti sempre diversi, che si tratti di «donne di colore in tailleur antracite» o di «giovani ben rasati, di origine indiana». Tutte le pagine potrebbero aprirsi con la frase «uscii per una delle mie camminate» e potrebbero concludersi con «finii per perdermi».

L’accoglienza italiana a questo libro è stata ottima. Si è fatto molto riferimento ad altri scrittori pellegrini, e sono venuti fuori tutti i nomi dei camminatori letterari, da Benjamin a Iain Sinclair (l’autore di London Orbital a cui ha fatto riferimento Cristiano de Majo su Repubblica), passando per Baudelaire e Sebald (il più citato). Cordelli sul Corriere della Sera si è chiesto perché fosse associato a Coetzee, collegamento che aveva proposto Goffredo Fofi su Internazionale. Gli itinerari di Cole (tanto per le strade americane quanto lungo i confini della forma romanzo) insomma sono piaciuti a tutti, dallo stesso Fofi  («raramente un esordio ci è sembrato più benvenuto di questo») a Luca Doninelli sul Giornale (che lo definisce «una straordinaria guida di New York»).

Forse però, bisognerebbe lasciarsi andare meno alla scrittura ipnotica di Teju Cole e alle sue digressioni urbane e prendere più seriamente in considerazione la chiave di lettura lasciata proprio sulla soglia, nella prima pagina. Qui c’è un’indicazione dell’autore che rovescia la tesi che questo sia un libro-guida. Scrive Cole, come premessa: «New York si era fatta strada nella mia vita passo dopo passo» («New York City worked itself into my life at walking pace»). Non è tanto l’autore dunque che percorre la città e la indaga e la racconta, quanto il contrario: è la città che scopre l’uomo, lo attraversa e lo descrive. È New York che mette a nudo chi la visita. È New York che fa venire alla luce luoghi inaccessibili dell’anima, quartieri dimenticati dell’io, periferie dell’emotività. Ecco dunque che scorci, grattacieli e cittadini si «fanno strada» nel narratore al punto da scavarne psicologia e coscienza. La città si fa strada ed emergono presto i suoi rapporti famigliari: «Mia madre e io avevamo smesso di parlarci quando avevo diciassette anni, poco prima che partissi per l’America». New York lo visita, e lui torna indietro nel tempo fino l’abito scelto per la cerimonia funebre del padre.

Un altro indizio, talmente evidente da risultare invisibile, è il titolo della seconda parte: «Ho esplorato me stesso». Il viaggio – certo come avviene in tutti i veri libri di viaggio – è dunque quello verso l’interiorità. Ma in questo caso particolare pare che le proporzioni siano addirittura invertite: «Io facevo parte di una minuscola minoranza, o almeno così mi pareva, che pensava continuamente all’anima». Non sembra un caso il riferimento a Paracelso: «la realtà interiore è di fatto così profonda che, per Paracelso, può esprimersi solo nella forma esterna». Insomma aggirandosi per queste pagine si scopre più come è fatto l’essere umano – coi suoi rimorsi, i suoi interrogativi, l’instancabile ricerca del senso che lo spinge a mettersi in moto – di quanto non si scopra la città percorsa. Sarà che New York è una città di specchi, ma tutto riflette chi la racconta. Ed è precisamente, come scriveva JR Moheringer in Pieno giorno, una città «Dove la gente non nota mai niente, perché sono tutti in fuga da qualcosa». Cole nota tutto, eppure la sua fuga continua.

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New York Ballerina https://minimaetmoralia.it/teatro/new-york-danza/ https://minimaetmoralia.it/teatro/new-york-danza/#comments Thu, 07 Mar 2013 09:38:21 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=13423 (Fonte immagine.)

La prima cosa è guardare

La prima cosa che faccio ogni volta che metto piede a New York è controllare cosa c’è in cartellone al Joyce Theater. Il Joyce Theater è un piccolo importante teatro sull’Ottava, all’angolo con la Diciannovesima. È un teatro consacrato alla danza, dove passano le migliori compagnie newyorkesi, americane o internazionali. Lì ho visto Cedar Lake, Shantala Shivalingappa, Keigwin + Company, Gallim Dance, e ieri sera, arrivata meno di ventiquattr’ore prima dall’Italia, la Martha Graham Dance Company. Ero passata lì davanti per caso, per dare un occhio ai prossimi spettacoli, e ho visto che era l’ultimo giorno di una rassegna della compagnia di Martha Graham su “mito e metamorfosi”. Sono entrata, ho preso un biglietto. Alle due ho visto la prima parte delle coreografie, alle quattro sono andata via, alle sette e mezza sono tornata e ho visto il resto. Quattro ore di Martha Graham in tutto, e ne avrei viste ancora. L’ultima coreografia era del 1962, diretta da Richard Move, si chiamava The Show (Achilles Heels), musiche di Arto Lindsay, canzoni e voce (di Atena) di Debbie Harry, altra voce (di Achille) di Mikhail Baryshnikov, i ballerini della Martha Graham Dance Company in Achille, Patroclo, Elena di Troia, Atena e Xanto, il cavallo di Achille. I miti greci che incontrano Blondie che incontrano Martha Graham. Una roba così la riesci a immaginare solo a New York.

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La prima cosa è guardare

La prima cosa che faccio ogni volta che metto piede a New York è controllare cosa c’è in cartellone al Joyce Theater. Il Joyce Theater è un piccolo importante teatro sull’Ottava, all’angolo con la Diciannovesima. È un teatro consacrato alla danza, dove passano le migliori compagnie newyorkesi, americane o internazionali. Lì ho visto Cedar Lake, Shantala Shivalingappa, Keigwin + Company, Gallim Dance, e ieri sera, arrivata meno di ventiquattr’ore prima dall’Italia, la Martha Graham Dance Company. Ero passata lì davanti per caso, per dare un occhio ai prossimi spettacoli, e ho visto che era l’ultimo giorno di una rassegna della compagnia di Martha Graham su “mito e metamorfosi”. Sono entrata, ho preso un biglietto. Alle due ho visto la prima parte delle coreografie, alle quattro sono andata via, alle sette e mezza sono tornata e ho visto il resto. Quattro ore di Martha Graham in tutto, e ne avrei viste ancora. L’ultima coreografia era del 1962, diretta da Richard Move, si chiamava The Show (Achilles Heels), musiche di Arto Lindsay, canzoni e voce (di Atena) di Debbie Harry, altra voce (di Achille) di Mikhail Baryshnikov, i ballerini della Martha Graham Dance Company in Achille, Patroclo, Elena di Troia, Atena e Xanto, il cavallo di Achille. I miti greci che incontrano Blondie che incontrano Martha Graham. Una roba così la riesci a immaginare solo a New York.

New York è la città della danza

New York dev’essere la città col maggior numero di ballerini. Te ne accorgi facendo la conta delle compagnie di danza presenti in città e delle scuole di danza e degli spazi dove almeno una volta a settimana c’è la prima di uno spettacolo di danza. Danza danza danza. La trovi al Bac (Baryshnikov Arts Center), meraviglioso spazio aperto e diretto da Mikhail Baryshnikov, che è sia residenza per ballerini sia spazio dove presentano i loro spettacoli importanti compagnie di danza contemporanea. La trovi nello spazio di Cedar Lake, un grande capannone a Chelsea dove i ballerini provano i loro spettacoli e che ogni tanto aprono al pubblico per mostrare il loro work in progress. La trovi nei teatri e nelle scuole, in coreografie grandi e piccole, destinate a girare il mondo, o a nascere e morire in città.

Una tra le più belle l’ho vista quest’estate, Vespers del Company C Ballet, musiche di Tom Waits, in scena due ballerini, un lui e una lei, lui vivo, lei in pigiama bianco e morta, nella loro vita immaginaria dovevano essersi amati moltissimo. Lui non accettava che fosse morta, e la faceva ballare, muovendo gambe e braccia e testa e gomiti e ogni cosa. Hanno duettato così per un po’. Il pubblico in sala piangeva. Anch’io piangevo. Sono tornata a rivedere Vespers qualche giorno dopo. Poi volevo rivederlo, ho cercato in rete anche pochi minuti ma niente. Ogni tanto mi rimetto a cercarlo, più o meno una volta al mese, vorrei rivedere la ragazza morta ballare, fino a oggi non l’ho ritrovata.

Si può ballare qualsiasi cosa

Tempo fa Lorenzo Mattotti mi disse che si può disegnare qualsiasi cosa. Se metti dei limiti è meglio che cambi mestiere. Lo stesso vale per la danza. L’estate scorsa ho passato tre mesi a New York. Guardavo danza quasi quotidianamente. A volte da sola, quasi sempre con un amico che stranamente (e per fortuna) aveva stabilito con la danza la mia stessa relazione e prospettiva. Andavamo a vedere qualunque cosa, e ne uscivamo ogni volta stupefatti, come sotto sortilegio, incapaci di avere un punto di vista critico o anche solo di verbalizzare quello che avevamo visto, desiderosi di svegliarci l’indomani e vederne ancora. A distanza di tempo, se dovessi descrivere alcuni o tutti gli spettacoli che ho visto e vedo la cosa che mi viene da dire è che si può ballare qualsiasi cosa. I ballerini di Yung-Li Dance che danzano la relatività di Einstein, quelli di Cedar Lake che ballano il decostruzionismo di Jacques Derrida, il New Chamber Ballet che usa Stockhausen per mettere in scena un triangolo amoroso, la Trisha Brown Dance Company che fa ballare le opere di Robert Rauschenberg. Questi ballerini possono ballare qualsiasi cosa, mi dico.

La mia educazione sentimentale

Se dovessi scrivere una lista delle cose che hanno contribuito alla mia educazione sentimentale, ai primi posti ci sarebbe Saranno famosi, la serie tv. Avevo circa tredici anni e guardavo e riguardavo sempre le stesse puntate cercando di capire chi volevo essere. Lì dentro cercavo il mio futuro. Poi alla fine vinceva sempre Coco. Vinceva nelle puntate in cui ballava. Vinceva sempre perché ballava. Io volevo essere Coco Hernandez, volevo ballare e volevo abitare a New York. Ora di anni ne ho quarantuno, non sono Coco Hernandez, non faccio la ballerina, a New York ci abito ogni tanto, guardo ininterrottamente spettacoli di danza. È la mia educazione sentimentale che me lo impone. Fortunatamente. E poi mi fermo. Potrei scrivere di danza all’infinito. Potrei guardare danzare all’infinito. Potrei danzare all’infinito. Dice Leonard Cohen, Dance Me To The End of Love. Dico io, la soluzione sta nella danza. Qualunque cosa voglia dire.

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C’era una volta New York https://minimaetmoralia.it/libri/cera-una-volta-new-york/ https://minimaetmoralia.it/libri/cera-una-volta-new-york/#comments Fri, 09 Jul 2010 07:57:11 +0000 http://www.minimaetmoralia.it/?p=2697 Alcuni romanzieri scrivono vibranti resoconti della propria città. Molti editori pubblicano guide letterarie alle città. Certi narratori insicuri provano a far cassa dedicando volumi alle tangenziali o ai quartieri turistici dell’ultima città che hanno visitato

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Questo articolo è apparso sul Sole 24 Ore

Alcuni romanzieri scrivono vibranti resoconti della propria città. Molti editori pubblicano guide letterarie alle città. Certi narratori insicuri provano a far cassa dedicando volumi alle tangenziali o ai quartieri turistici dell’ultima città che hanno visitato. Poi, in mezzo al disordine, ai tentativi riusciti e agli errori, svetta Luc Sante, con Low Life, che è semplicemente un testo perfetto. Alet lo manda in libreria in questi giorni con il titolo di C’era una volta New York, ma il secco fascino di quell’espressione, low life, che sta per ‘bassifondi’ ma può anche venir attribuito a un individuo, non esce bene dall’umido richiamo cinematografico della traduzione.

Il soggetto del libro, uscito nel 1991, è Manhattan, i suoi abitanti e la sua ‘mentalità’ tra gli ultimi decenni del XIX secolo e i primissimi del XX, ovvero quando il corpo della città – così lo definisce lo stesso autore – muta in modo irreversibile, incontrando i paradigmi fisici e sociali della modernità tecnologica e industriale: la metropolitana, le infrastrutture, l’elevazione, il brutale sacrificio dolciastro e collettivo cui le classi subalterne dell’epoca furono sottoposte in omaggio alla costruzione di un luogo. Anzi, di un’entità spaziale che sarebbe diventata nel ‘900 il modello e la metafora internazionale di ogni dramma ed eccitazione urbana. Gli eroi collettivi e singolarissimi di C’era una volta New York, tuttavia, non sono la totalità degli abitanti di Manhattan, né l’insieme del suo tessuto geografico: ma principalmente disgraziati, avventurieri, alcolisti, venditori e consumatori di droghe, animatori di locali e circhi urbani, musicisti di strada, prostitute e protettori: e ancora criminali, truffatori, proprietari di locali, orfani e giovanissimi membri di gangs. Proprio la lettura di questo volume ha fornito a Martin Scorsese il materiale narrativo e documentario che ha utilizzato in Gangs of New York. La Manhattan che capitolo dopo capitolo Sante mette in scena gravita decisamente verso la punta, verso sud, e lungo l’arteria ferrosa che ancor oggi i suoi abitanti chiamano Bowery. Un teatro di selvaggia competizione per la vita, l’archetipo e l’ispirazione per l’idea stessa di ‘giungla di cemento’, il poco rispettabile corridoio pubblico dietro la cui facciata si nascondevano cantine e saloon in cui bambine offrivano il proprio corpo e centinaia di coltelli e pistole potevano iniziare a roteare da un istante all’altro. Ma anche un territorio d’iniziativa individuale denso di ogni possibile via alla propria fortuna: Sante ci ricorda, senza mai esplicitarlo, che il grado di perversione e pericolo di una città è sempre direttamente proporzionale all’assenza di noia – a quel misto di pungolo elettrico e terrore liquido, paura e desiderio che rende la vita pubblica un incubo con un sogno nascosto dentro.

Luc Sante è  uno scrittore che ha dato un senso peculiare all’idea di nostalgia urbana. Uno scrittore che ha pubblicato un’autobiografia intitolandola nel miglior modo possibile – The Factory of Facts, la fabbrica dei fatti. Uno scrittore che raccoglie e colleziona vecchie fotografie postali, cartoline folk americane degli ultimi decenni dell’Ottocento e dei primi del Novecento. Uno scrittore che nella presentazione del suo blog, significativamente chiamato pinakothek, traccia con queste parole il proprio autoritratto: “non fingerò di specializzarmi o presentarmi come un esperto. Il mio nome è Soggettività, una memoria truccata mi fa da mulo portabagagli, e il mio fidato vecchio coltello da campo è l’auto-contraddizione. In termini generali, preferisco l’umile al grandioso, il marginale al centrale, il vecchio al nuovo, ma non sempre – perché come una veranda aperta su quattro lati, sono esposto a tutti i venti.”

Sante, di origine belga, lascia il suo paese insieme alla famiglia alla fine degli anni cinquanta per approdare in America, nell’East Coast, dove frequenta la scuola con risultati prodigiosi. Poi cresce, incrocia il ’68 e muove verso Manhattan. Così, negli anni che seguono, proprio come New York, passeggia e dorme sul letto di fogne e cemento, si perde nei rivoli delle sostanze chimiche, si piega e prolifera sotto una bancarotta comunale che è la vera cesura storica di tutto un immaginario violento e pauroso: i grattacieli modernisti vedono stormi di uccelli infrangersi contro le vetrate, e nei giorni di sole ulcerante, quando la temperatura è altissima, il sistema elettrico va in tilt. Il travaglio e la passione del Lower East Side della fine degli anni settanta è il soggetto di un altro bellissimo testo di Luc Sante, meritoriamente incluso nell’edizione italiana di Low Life, perché ne è il contraltare autobiografico: la stessa Bowery di fine Ottocento subisce in quel periodo un’ennesima trasformazione, e da luogo di fantasia, disperazione e caos diviene teatro della più redditizia mutazione immobiliare contemporanea. Il Lower East Side diventa una città sostituita da un’altra città, volendo usare la classica formula coniata da Rem Koolhaas nell’altro monumento letterario alla Grande Mela, Delirious New York.

È una sensazione infantile e imperitura, quella che ci lega all’angolo di una strada, a un parco e alle sue panchine, che visitiamo anni dopo convinti che i muri e le pietre testimonino qualcosa del passato, del nostro averci passato del tempo sopra, dell’esserci passati in mezzo come in un’ordalia vista al contrario. Così accade che andiamo in pellegrinaggio nei luoghi in cui siamo cresciuti, e annotiamo rime e differenze: con occhio impassibile, lacrime sul punto di essere versate,  oppure sollievo – per non essere più lì, per non essere più le fragili creature che siamo state.

Ma Luc Sante, in C’era una volta New York, riesce a compiere il salto che separa l’alveo della riuscita artistica da quello delle aspirazioni, la vibrazione nostalgica dalla produzione di conoscenza. Trasferisce in dosi omeopatiche sbigottimento, malinconia, erudizione, passione frontale e humour laterale, in ciascuno dei ladri, dei tossici e dei pompieri che hanno lasciato tracce di sé lungo le strade di New York. Così questo capolavoro irregolare è un epitaffio antropologico, un modello di storia urbana, un ricordo non vissuto, una corale di aneddoti, parabole e idee – scritta benissimo, poi, con una prosa lirica e contenuta allo stesso tempo, e l’invincibile desiderio che ogni frase ‘suoni’ con tutta la ricchezza di senso e di ritmo che le compete, nell’asse invisibile che compone ogni intenzione verbale: la medesima asse, invisibile anche quando ci sembra di vederla benissimo, su cui conduciamo la nostra triste, buffa, sanguinosa passerella.

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Una strategia esistenziale violenta e primitiva https://minimaetmoralia.it/cinema/un-strategia-esistenziale-violenta-e-primitiva/ https://minimaetmoralia.it/cinema/un-strategia-esistenziale-violenta-e-primitiva/#comments Mon, 22 Mar 2010 08:36:15 +0000 http://minimaetmoralia.minimumfax.com/?p=2039 di Giuseppe Zucco Tra cinema e boxe, l’attrazione è fatale. La pellicola sembra impressionarsi sul serio solo se davanti alla macchina da presa piovono pugni assassini e i nasi si ammaccano, i sopraccigli si rompono, i pugili sputano sangue. Nella boxe c’è tutta una grammatica della violenza che il cinema non ha mai smesso di […]

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di Giuseppe Zucco

Tra cinema e boxe, l’attrazione è fatale. La pellicola sembra impressionarsi sul serio solo se davanti alla macchina da presa piovono pugni assassini e i nasi si ammaccano, i sopraccigli si rompono, i pugili sputano sangue. Nella boxe c’è tutta una grammatica della violenza che il cinema non ha mai smesso di mettere in scena. I combattimenti possono avvenire nei luoghi più strani, tra i personaggi più differenti, con durate temporali ora fulminanti ora più estese, ma è sempre la stessa logica che accomuna la scazzottata tra commilitoni in Barry Lyndon, la mattanza seriale di Rocky, i pestaggi deliranti di Fight Club, la lotta progressista di Million dollar baby. La boxe radicalizza il conflitto, e questo piace al cinema. Né intreccio, né trama, neppure l’ombra di complicazioni psicologiche o di ideologie di massa: solo due corpi, sul deserto bianchissimo del ring, a darsele di santa ragione – il Bene contro il Male, l’eroe contro l’aggressore, il prevalere della Vita contro lo stallo della Morte. Ed è questa la magia della boxe rappresentata sul grande schermo: caricare i pugili di significato, farli diventare simboli spietati di qualcosa che resisterà nella memoria.

Ovviamente c’è di più. La boxe è un intreccio fortissimo di passato e di futuro. Le sue radici non affondano solo nella preistoria del conflitto – l’uno contro l’altro, unico fine: la sopravvivenza – ma soprattutto nello spettacolo del conflitto. La boxe è violenza per gli occhi, battaglia organizzata per lo sguardo, guerra stilizzata per la visione. La boxe è tale solo quando le luci puntano sui pugili e il pubblico pagante circonda il ring. Per questo è sopravvissuta così a lungo: perché fin dall’inizio concilia l’arcaico con il moderno, l’arena con il cinema, il sangue e i pugni con la pellicola e i pixel. In fondo – per il dramma, la suspense e l’inevitabile catarsi finale – è già un’opera teatrale divisa in quindici atti. Ma è con il cinema il legame formidabile.

Guardate meglio: il ring immacolato, su cui si staglia nettamente il rosso del sangue e il movimento dei pugili, è uno schermo cinematografico disposto orizzontalmente. Su di esso, i pugili scorrono e agiscono come attori tridimensionali. La boxe, così, consegna alla visione ciò che il cinema insegue da sempre: il volume dell’immagine. Ma non basta. Per guardare ancora più in profondità, infilate i guantoni, salite sul ring, e mollate un uppercut, prima che l’avversario ve lo rifili. Ovviamente, è la prima volta che siete sul ring. E per quanto schiviate, e vi muoviate bene, i pugni vi raggiungono e vi stordiscono. Così imparate che fanno male, che i colpi più feroci puntano al viso – e se non è la mascella a saltare, di sicuro il guantone vi si è stampato molto vicino agli occhi, tanto che ormai un sopracciglio è andato, e sanguina, sanguina a tal punto che alla fine del round vi devono ricucire. Cominciate a capire come andrà avanti la lotta: con gli occhi gonfi, che quasi non ci vedete più. Un paio di nuovi colpi ben piazzati, e nei prossimi round vi batterete ciechi, senza più controllo. Allora, fisicamente provati, capite: il cinema, quando filma la boxe, racconta della crisi dello sguardo, della perdita di controllo dello sguardo, della cecità imminente, del nero che arriva senza dissolversi in nuove immagini. Una sorta di castrazione, direbbe Sigmund Freud.

I registi, lungo la loro carriera, avvertono spesso questa sensazione da pugile. Basta poco: un flop in sala, le incomprensioni con i produttori, le difficoltà della messa in scena, i soldi che non girano, le tristezze personali, e subito sembra che le storie non quadrino più e lo sguardo sia tanto confuso quanto poco incisivo. Martin Scorsese provò una cosa del genere tra il 1976 e il 1978. New York, New York era appena uscito, ma non piacque a nessuno, tantomeno al regista – sebbene oggi venga apprezzato come rivisitazione evocativa del classico musical in stile Hollywood. All’insuccesso si aggiunsero depressione, asma e problemi personali. Così, per evadere dal perimetro dello sconforto, si aggrappò con forza al progetto di Toro Scatenato. L’idea arrivò con Robert De Niro. Fu lui a consigliargli di ricavare un film da Raging Bull, la biografia di un pugile italo-americano, Jack La Motta. La stesura della sceneggiatura fu parecchio complicata. Passò dalle mani di Paul Schrader e Mardik Martin prima che Scorsese e De Niro volassero su un isola per completare l’opera tranquilli. Un paio di settimane più tardi il copione fu pronto e il film diventò realtà. Quello che venne fuori fu pellicola a cinque stelle: roba da Storia del Cinema, e uno tra i migliori film di Scorsese – benché ci sia da sgranare gli occhi per qualsiasi suo lavoro – tanto che incassò due Oscar e ancora oggi scintilla di bellezza e disperazione.

Il film, seppure con molti cambiamenti, girato nel bianco e nero dei reportage fotografici degli anni ’40, cavalca la parabola esistenziale di Jack La Motta: dalla palestra nel Bronx dove si allena, al ring su cui conquista il titolo di campione del mondo, ai locali di infimo ordine dove si guadagna da vivere recitando monologhi. La particolarità di Jack La Motta era quella di trascinarsi dietro il ring, dovunque andasse. La vita, per lui, non era poi così diversa dai quindici round, se le sberle erano la norma della vita quotidiana, e l’unico modo per difendersi era quello di attaccare per primo e fare male senza riserve. Gli insegnamenti della boxe erano per La Motta guida e metafora – una strategia esistenziale violenta e primitiva. Per non andare giù al tappeto, mise alle corde praticamente tutta la sua famiglia: non solo la prima moglie, ma perfino Vickie, il suo unico amore, e Joey, fratello e manager. Per questo, vinse e perse senza soluzione di continuità. Perchè in tutti vedeva, e cercava, l’avversario da battere, il nemico da stendere. Ma la resa dei conti arriva nell’ultima scena del film. In un camerino vuoto, davanti ad uno specchio. Lì rintraccia il profilo del suo più grande rivale: un se stesso fuori forma, strizzato nel vestito elegante, ormai fuori da qualsiasi giro, senza più nessuno a puntare sulla sua furia.

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