New Yorker Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/new-yorker/ un blog di approfondimento culturale Mon, 30 Jan 2017 20:37:49 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=7.1 https://minimaetmoralia.it/wp-content/uploads/2025/07/cropped-cropped-309290503_464034925751050_1790831071097755281_n-32x32.jpg New Yorker Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/new-yorker/ 32 32 I difetti fondamentali – intervista a Luca Ricci https://minimaetmoralia.it/racconti/difetti-fondamentali-intervista-luca-ricci/ https://minimaetmoralia.it/racconti/difetti-fondamentali-intervista-luca-ricci/#comments Mon, 30 Jan 2017 14:00:40 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=33456 È appena uscito il tuo nuovo libro I difetti fondamentali. Non solo un libro di racconti con una major, nel 2017, ma addirittura un libro di racconti sugli scrittori. Come hai fatto a convincere Rizzoli?

Nell’autunno 2015 si è svolto un pranzo di lavoro a Milano, tra me e due figuri che si sono qualificati come Michele Rossi (responsabile narrativa italiana Rizzoli) e Stefano Izzo (editor narrativa italiana Rizzoli). Di lavorare insieme a un «libro di racconti»- espressione che è l’equivalente culturale di «Frau Blücher» in Frankenstein Junior, insomma fa imbizzarrire gli editori- me l’hanno proposto loro. Io sulle prime ho pensato a uno scherzo, poi invece mi è arrivato addirittura un contratto. Le questioni tra editore e scrittore sono storie d’amore, e Rizzoli ha saputo corteggiarmi, non c’è dubbio.

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È appena uscito il tuo nuovo libro I difetti fondamentali. Non solo un libro di racconti con una major, nel 2017, ma addirittura un libro di racconti sugli scrittori. Come hai fatto a convincere Rizzoli?

Nell’autunno 2015 si è svolto un pranzo di lavoro a Milano, tra me e due figuri che si sono qualificati come Michele Rossi (responsabile narrativa italiana Rizzoli) e Stefano Izzo (editor narrativa italiana Rizzoli). Di lavorare insieme a un «libro di racconti»- espressione che è l’equivalente culturale di «Frau Blücher» in Frankenstein Junior, insomma fa imbizzarrire gli editori- me l’hanno proposto loro. Io sulle prime ho pensato a uno scherzo, poi invece mi è arrivato addirittura un contratto. Le questioni tra editore e scrittore sono storie d’amore, e Rizzoli ha saputo corteggiarmi, non c’è dubbio.

Il libro è molto compatto tematicamente, formalmente e stilisticamente: come hai lavorato? Sapevi da subito che tutti quei racconti sarebbero stati destinati a una raccolta unitaria o i primi sono nati in modo più sparso? Come hai stabilito, poi, l’ordine dei racconti nel libro finito?

Avevo un bel po’ di materiale che ancora non aveva trovato un indirizzo preciso, sapevo solo che era buono. Ho cominciato a lavorare da lì, una volta stabilito il filo conduttore degli scrittori immaginari. E poi ti dico una cosa che manderà in estasi gli appassionati di novelle, racconti e short stories. Tra questo materiale c’erano anche un paio di romanzi, che non ho esitato a smembrare. Cioè ti rendi conto? Sono l’unico scrittore al mondo che invece di allungare racconti per ottenere dei romanzi, taglia dei romanzi per fare dei racconti.

Cosa hai provato nel farlo? Ti sei sentito restituito al ruolo di “raccontista” e quindi è stato liberatorio, oppure hai sofferto e mediti di riprenderli in mano un giorno?

Dei romanzi fatti a pezzi non ho nessun rimpianto: funzionano molto meglio i racconti che ne ho tratto. Sai cos’è? Uno scrittore di racconti si pone sempre il problema della noia, sto lucaricciannoiando o no?, mentre le scritture più lunghe, con ampie variazioni narrative, suddivise in corposi capitoli, con digressioni e sottotrame, diciamo che hanno nel loro statuto un certo grado di noia, cioè la noia diventa quasi obbligatoria, e persino funzionale al raggiungimento dello scopo narrativo (se non proprio del risultato estetico). Poi, certo, la scrittura è come il maiale, non si butta via niente. Non è detto che dai brandelli avanzati di quei romanzi non nasca qualche altro racconto.

Nonostante tutti i personaggi dei suoi racconti siano scrittori, I difetti fondamentali finisce per rappresentare molto bene l’Italia di oggi: c’entrerà proprio la famosa storia secondo cui tutti gli italiani sotto sotto scriverebbero?

“Quanto è attuale il romanzo che ho scritto?” sembrano chiedersi costantemente molti di noi. Mentre una domanda fondamentale, rovesciando i termini del discorso, potrebbe essere: “Quanto è inattuale?”. Il potere delle storie, di qualunque storia, non può infatti prescindere da un certo grado di trascendenza e universalità. È valido cioè nella misura in cui disintegra la realtà, più che tentare di ricostruirla con puntigliose ricostruzioni storiche. Un libro di narrativa non può non essere attuale nella misura in cui nessuno di noi scriventi può fuoriuscire dal periodo storico che gli è toccato in sorte. Un altrove storico dal quale scrivere opere fuori dal tempo non esiste, perciò perché preoccuparsi di voler essere contemporanei a tutti i costi?

Del ”problema” dell’editoria italiana con la forma breve mi è capitato di scrivere, anche con le tue opinioni, allora apriamo il discorso: cosa consiglieresti a un aspirante scrittore che vuole dedicarsi solo ai racconti?

munroL’unica cosa che paga in ambito letterario – e credo in tutto il resto – è la perseveranza, tenendo però ben presente che gli scrittori di racconti non costituiscono una setta. Pochissimi sono gli specialisti puri, così su due piedi mi vengono in mente Poe, Čechov e Munro. C’è poi una seconda categoria spuria di scrittori di racconti che hanno voluto scrivere anche qualche romanzo, e qui penso a Maupassant, Kafka e Buzzati. Infine c’è la categoria (affollata) degli scrittori che hanno saputo eccellere in ambedue i campi, Melville, Verga, Murakami. Direi così: diffido degli scrittori che non hanno saputo scrivere almeno un racconto memorabile.

Nella tradizione anglosassone il racconto è sempre stato rispettato anche perché ha sempre avuto palchi a grande diffusione: penso al New Yorker, a cui ti rifai anche per il titolo di un tuo corso di scrittura breve, all’Atlantic o alla Paris Review, ma anche al fatto che riviste più generaliste, come GQ o addirittura Playboy, ospitavano e ospitano racconti. In Italia sarebbe possibile secondo te avviare un discorso di questo genere?

La scuola può giocare un ruolo fondamentale nell’educazione al racconto, anche se il fatto che sia una modalità un po’ clandestina, da leggere sottobanco, continua a piacermi ancora di più. Però al liceo sperimentale che ho frequentato io, tra le materie opzionali c’era uno splendido corso sul «racconto fantastico», e credo che abbia avuto su di me un influsso importante. Il racconto non è figlio di un Dio minore, e qualche nuova rivista adesso prova a dirlo con forza. Penso a The FLR ad esempio, diretta dal mai domo Alessandro Raveggi, che presenta scrittori italiani con traduzione inglese a fianco, per aprirsi a quei mercati e quegli scenari che sul racconto hanno un’educazione migliore della nostra.

Uno dei racconti più divertenti del libro è ambientato allo Strega, un premio che non smette di stuzzicare l’immaginario dei nostri scrittori, penso a I pappagalli di Filippo Bologna, a un racconto come Vita e opere di Enzo Siciliano di Gregorio Magini, allo stesso romanzo-memoir La polveriera di Stefano Petrocchi… Credo sarebbe troppo facile attribuire ciò al solo fatto che il premio è molto ambito dagli scrittori, ci devono essere anche delle ragioni di costume: sbaglio?morante3_MGTHUMB-INTERNA

Proprio perché I difetti fondamentali non è un libro di satira su certo milieu artistico romano e italiano – Vade retro Satana –, ho dedicato al costume solo “Lo stregato”, anche perché onestamente sarebbe stato impossibile nel caso del Premio Strega disgiungere la narrazione dal suo rituale divinamente mondano e cafone, intellettuale e bestiale, metafisico e viscerale. Più in generale il costume non c’entra per niente, e il set è sempre funzionale allo scrittore in primo piano, che viene come ritagliato con un paio di forbicine letteraria in modo che possa distaccarsi nettamente dallo sfondo. Ecco cos’è (anche) I difetti fondamentali: il tentativo di restituire un poco d’importanza, di preminenza, perfino di autorialità agli autori.

In un racconto come “L’invidioso”, però, inquadri, e con precisione, sia un universale – il rapporto tra scrittori e mercato – sia uno specifico italiano-e-contemporaneo, anzi due, speculari: il complesso dei giallisti di successo nei confronti degli autori “letterari” (che sfocia non di rado in tentativi “alti” che di solito non funzionano) e il complesso – tutto economico – degli autori letterari nei confronti dei giallisti di successo (che pure a volte sfocia in commissari ben scritti ma poco convinti, sovente altrettanto poco funzionanti dei tentativi dei primi)…
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Sì, hai saputo inquadrarlo perfettamente, dentro “L’invidioso” c’è anche una battaglia tra intrattenimento e letteratura, una situazione che si è creata proprio a causa della cultura bestsellerista che ha suddiviso e parcellizzato le storie in generi merceologici ancora prima che letterari: se pensi ai thriller, ai chick-lit o agli young-adult, non ti vengono in mente questioni formali o estetiche, ma solo target di riferimento. A proposito dello scontro odierno tra intrattenimento e letteratura mi viene sempre in mente quell’aforisma di Flaiano (che dentro al libro viene ampiamente celebrato): “Oggi anche il cretino è specializzato”. Nel senso che tutta la grande letteratura è sempre stata anche un intrattenimento formidabile: basta leggere Ionesco ad alta voce per rendersene conto.

Mai statoAdamo_Basettoni tentato di inventarti uno sbirro?

Anche in questo caso siamo morti di specializzazione. La letteratura è sempre stata un thriller (l’incredibile e incalzante interrogatorio poliziesco dell’Edipo Re…), del resto la parola storia significa ricerca, indagine. L’egemonia del giallo è interessante da un punto di vista sociale e, direi, antropologico, per il resto sogno un giallo definitivo (gore-splatter) in cui tutti questi commissari fatti con lo stampino – inflessione dialettale italianizzata per essere comprensibile e fare simpatia, vita privata tormentata e qualche sottoposto mascotte o cagacazzi – si uccidono tra di loro.

Mentre leggevo quel racconto mi sono venute in mente le librerie francesi, che poche righe dopo hai puntualmente citato, dove una delle certezze è che lo spazio nobile e più ampio è sempre dedicato alla literary fiction, mentre le cose più commerciali se ne stanno ben in fondo. Non credi che se, oggi, in Italia, i libri migliori difficilmente finiscono in classifica a meno di vincere o classificarsi nei premi più importanti, c’entri anche un decadimento della struttura di vendita?

C’entra soprattutto il decadimento della struttura di vendita e l’intera filiera editoriale. Lo dico senza tema di smentita. Oggi in Italia ci sono autori interessanti, libri belli, narrazioni meritorie. Penso a Giorgio Falco, Vitaliano Trevisan, Laura Pugno, Francesco Permuniam, Andrea Tarabbia, Rossella Milone… Se questa gente non va in classifica è colpa della filiera. Qualcuno dovrebbe perdere il posto con ignominia. Invece restano tutti al loro posto, di anno in anno.

Mi pare che dai tuoi racconti emerga una descrizione dell’Italia che è efficace proprio perché inattuale, ma che appartiene certamente al nostro secondo Novecento – e lo dico dal punto di vista letterario. Quali sono i tuoi riferimenti in questo senso?vila matas

Facendo un libro che parla di scrittori – cosa che per l’appunto genererà una serie infinita di fraintendimenti – non ho voluto fare l’elogio dei giochi meta-letterari, del citazionismo, di tutto quello che ha reso il postmoderno insopportabile nel giro di un paio di decenni. Insomma mentre scrivevo avevo un’unica preoccupazione, cioè non diventare un altro Enrique Vila-Matas. Non m’interessava scrivere un libro che romanticamente elogiava altri libri. M’interessava parlare di scrittori, sì, ma attingendo alla mia forza creativa primordiale, e a quasi null’altro. Ogni scrittore ha il diritto e il dovere di ricreare il mondo dal principio.

C’è almeno un racconto che ha – almeno – un sapore postmoderno, “L’eccitato”. Lo uso come punto di partenza per una domanda: in quanto raccontista, possibile non ti sia mai venuta voglia di scrivere un racconto alla Barthelme (o alla Barth)? o uno alla Borges (o alla Cortázar)?

Non proprio, e per il motivo che ho appena detto sopra. Io ho avuto dei modelli e perfino dei maestri, ma scrivendo oltre a omaggiarli ho sempre voluto anche ucciderli. È una cosa che bisogna cominciare daccapo ogni volta che si scrive un nuovo libro, omaggiarli e ucciderli, è proprio un doppio movimento, una sorta di numero di M10814equilibrismo. Per questo ti dico che no, non voglio scrivere racconti alla. Alcuni scrittori li ho amati e letti più di altri – Poe, Maupassant, Verga, Buzzati, Carver – ma cerco di scrivere i miei racconti.

Durante un incontro al Pisa Book Festival con altri scrittori toscani hai detto due cose interessanti: che noi autori toscani tendiamo a essere cani sciolti, e che sei uno “scrittore da camera”, intendendo con ciò non solo la tua predilezione per la forma breve ma anche per le ambientazioni in interni. Mi pare che tutto ciò si confermi anche in questo libro, ma dimmi tu.

Dire che la toscana è rimasta il Granducato di Toscana, con tante Città-Stato che si fanno la guerra tra loro, è quasi un’ovvietà: ma negli ultimi tempi ho cominciato a prendere questa nostra inclinazione alla sempiterna belligeranza come un pregio e non più come un difetto. Nel bene e nel male gli scrittori toscani sono più liberi e disgraziati (disgraziati perché liberi) degli scrittori di altre regioni, che a volte mi sembrano proprio rinchiudersi in clan. Per quanto riguarda la mia poetica del “chiuso”, viene ribadita molto chiaramente ne I difetti fondamentali. In un racconto come “L’affittacamere” – la storia di un aspirante scrittore che si ritrova come affittuario Andrew Wylie,  l’agente letterario più importante del pianeta – la casa viene designata come tomba dei ricordi nella quale spesso ci tumuliamo da vivi.
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Un’altra cosa che dicesti era che non ti sentivi per niente uno scrittore pisano, e in effetti Pisa non si vede nei tuoi lavori, sebbene la si possa forse intravvedere in certi rimandi all’ambiente universitario. Anzi a guardar bene, nei Difetti fondamentali di rimandi all’ambiente universitario ce ne sono moltissimi, tanto nel racconto d’apertura, “Il rothiano”, quanto in quello forse più feroce e amaramente divertente, “Il manierista”. Come mai ti è rimasta così tanto addosso l’università?

Uno dei romanzi smembrati di cui ti parlavo prima s’intitolava proprio Gli studenti di Lettere, e naturalmente le varie città senza nome e di provincia che compaiono ne I difetti fondamentali per me hanno tutte le sembianze di Pisa. L’università l’ho vissuta come un evento traumatico, come la prosecuzione angosciosa dell’esperienza liceale, di cui salvo il summenzionato corso opzionale sul «racconto fantastico» e poco altro. Questa angoscia della scuola c’entrerà sicuramente con me, con la mia biografia, e perciò non è molto importante, se non forse per il fatto che mostra chiaramente uno dei motivi per cui si scrive: per superare dei traumi, per cercare di capire quello che ci fa stare male.

Nel “Manierista” non c’è Pisa (la città di partenza potrebbe essere quella ma anche un’altra città universitaria di medie dimensioni abbastanza vicina al mare, che so, Urbino, peraltro citata altrove nel libro), ma c’è Roma, una Roma vista e rappresentata con precisione, e che fa capolino anche in altri racconti: sarà mica che ti senti uno scrittore romano?

Nessuno scrittore italiano non può non sentirsi uno scrittore romano o milanese, nel senso che storicamente il flusso migratorio del letterato è sempre stato dalla provincia alla grande città, con tutto quelle che ne è conseguito circa Grandi Speranze & Illusioni Perdute. Nel libro, spazialmente, compaiano tanti set quante sono le esigenze narrative dei singoli racconti, cioè i luoghi sono funzionali alla storia (e mai il contrario), anche molto di maniera, ma in buona sostanza tracciano appunto questo grande, sempiterno movimento: la forza centripeta esercitata dalle uniche due specie di metropoli dello Stivale.

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Oh Maria https://minimaetmoralia.it/editoria/oh-maria/ https://minimaetmoralia.it/editoria/oh-maria/#respond Mon, 30 May 2011 09:19:59 +0000 http://www.minimaetmoralia.it/?p=4449 di Tiziana Lo Porto

C’è nella storia del New Yorker una copertina talmente famosa che basta dire il nome perché i newyorkesi la visualizzino a mente. Si chiama New Yorkistan, è datata 10 dicembre 2001, e al momento vanta un quattordicesimo posto nella classifica delle 40 copertine di riviste più belle degli ultimi quarant’anni. Disegnata sopra c’è una mappa di New York nei colori pastello con nomi inventati e multiculturali

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di Tiziana Lo Porto

C’è nella storia del New Yorker una copertina talmente famosa che basta dire il nome perché i newyorkesi la visualizzino a mente. Si chiama New Yorkistan, è datata 10 dicembre 2001, e al momento vanta un quattordicesimo posto nella classifica delle 40 copertine di riviste più belle degli ultimi quarant’anni. Disegnata sopra c’è una mappa di New York nei colori pastello con nomi inventati e multiculturali (in un misto di yiddish, persiano e newyorkese) al posto dei veri nomi dei quartieri della città. Così il Bronx si chiama Bronxistan, con dentro l’oasi felice e per niente pericolosa Notsobad (Noncosìmale), mentre Central Park è Central Pakistan, e la zona della Columbia è Liberaci (da “liberal”). A firmarla due degli illustratori più celebri della città: Rick Meyerowitz e Maira Kalman.
Maira Kalman è nata nel 1949 a Tel Aviv, quando aveva quattro anni si è trasferita a New York con la famiglia, e da lì non si è più spostata. Illustratrice, scrittrice e designer, ha realizzato una dozzina di magnifici libri per bambini e sette per adulti. L’ultimo è And the Pursuit of Happiness, viaggio nell’America post-Obama in cerca di quel che resta della democrazia, pubblicato prima come (seguitissimo) blog sul New York Times e poi diventato un libro per la Penguin. Il più chic è The Elements of Style, versione illustrata dell’omonimo ultracelebre manuale di scrittura del 1918 firmato William Strunk, Jr. e E.B.White. Il più poetico è The Principles of Uncertanainty, diario scritto e illustrato di un anno della vita dell’artista (anche questo, prima blog e poi libro). I prossimi saranno su Lincoln e su Thomas Jefferson.
Di poche settimane fa l’inaugurazione al Jewish Museum di New York, in collaborazione con l’Institute of Contemporary Art della University of Pennsylvania, della personale Maira Kalman: Various Illuminations (of a Crazy World). In mostra fino al 31 luglio, trent’anni di lavori e di oggetti collezionati dall’artista. Ovvero, il meglio del suo mondo. “La musica, la luce, i miei figli e la mia famiglia, i libri, e i viaggi”, mi dice quando le chiedo di provare a elencare cinque delle sue “varie illuminazioni”. Mentre i suoi cinque posti illuminanti di New York sono “Central Park, il Metropolitan Museum of Art, il Museum of Modern Art, camminare a Chinatown, camminare ovunque”. Maira Kalman ama New York. “La adoro”, mi dice. “Di solito disegno le persone che vedo per la strada, e questa è una cosa che puoi fare dappertutto. Ma non potrei vivere in nessun’altra città degli Stati Uniti, questo è certo”. Quando non è a spasso per la città, la trovi dentro una libreria, o in un caffè di Manhattan. “Il Café Sabarsky (il caffè della Neue Galerie, nell’Upper East Side, ndr) in questo momento è il mio preferito”, dice. “Disegno e scrivo lì, oppure nel mio studio”. Mi spiega il suo lavoro, e le chiedo se le viene in mente il verso di una poesia che riesca a definirlo. Cita Goethe, il Faust: “Un brivido mi afferra, lacrima segue lacrima, / si sente molle e tenero questo cuore severo; / quel che adesso possiedo lo vedo da lontano, / e quello che svanì diventa reale e vero”. E poi aggiunge che “più che il mio lavoro, sono versi che definiscono una parte di me”. Per definire il suo lavoro sceglie invece tre aggettivi: “eccentrico, letterario, narrativo”. E spiega che a muoverlo è soprattutto “il desiderio di non annoiarmi, di raccontare storie in cui ci siano dentro tutte le cose importanti e anche quelle non importanti”. Le chiedo se anche la religione, il suo essere ebrea, rientri tra le cose importanti. “Essere ebrea può significare un sacco di cose”, risponde lei. “Significa che ho senso dell’umorismo? Senso del tragico? Senso del coraggio? Significa sentirmi una outsider? Forse sì, forse significa tutto questo. Con ciò non voglio dire che la religione mi piaccia particolarmente, ma è anch’essa parte della vita”.

Questo articolo è uscito per D-Repubblica.

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Listen to This! https://minimaetmoralia.it/musica/listen-to-this/ https://minimaetmoralia.it/musica/listen-to-this/#comments Thu, 09 Dec 2010 08:39:57 +0000 http://www.minimaetmoralia.it/?p=3419 L’ascoltatore perfetto è un animale fantastico che a un certo punto, nel sonno silenzioso in cui accordi e note diventano necessità, vede spuntare dal fianco una proboscide simile a una cornucopia, o alle tasche di Eta Beta, colma di suoni trasformati in immagini, immagini piene di senso, senso e conoscenza venuti al mondo sotto forma di amore musicale.

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L’ascoltatore perfetto è un animale fantastico che a un certo punto, nel sonno silenzioso in cui accordi e note diventano necessità, vede spuntare dal fianco una proboscide simile a una cornucopia, o alle tasche di Eta Beta, colma di suoni trasformati in immagini, immagini piene di senso, senso e conoscenza venuti al mondo sotto forma di amore musicale. Nel mondo editoriale in cui tocca vivere, nessuno ammaestra tale creatura meglio di un quarantenne bianco americano chiamato Alex Ross, già critico del New Yorker, e autore dell’acclamato capolavoro Il resto è rumore, e che da qualche settimana è tornato a illuminare gli scaffali in lingua inglese con Listen to This (FSG, 28 $), una raccolta dei saggi apparsi sulla rivista. Esempi quasi miracolosi di intelligenza interpretativa, passione per l’umanità e le sue hilarotragedie cantate, capacità di sintesi, analisi, trasmissione del sapere e infine qualità della prosa – se Ross non è uno scrittore, non lo sono la maggior parte di coloro che pubblicano romanzi oggi.

Lo spettro degli interessi di Alex Ross è così ampio da suscitare qualche dubbio nei perversi labirintici timpani di certi accademici: i soggetti di questi interventi passano da Brahms ai Radiohead, dal direttore d’orchestra Esa Pekka-Salonen a Bjork, da Messiaen alla percezione della ‘musica classica’ in Cina. E nel primo della serie, che è davvero un memoir dell’esperienza di ascolto, l’autore racconta quanto è stato traumatico il passaggio da un mondo fatto di cosiddetta musica colta a quello in cui i compagni di college ti mettono in mano i dischi dei Sonic Youth, dei Pere Ubu, oppure il White Album dei Beatles. Ma attenzione: Ross sta alla critica musicale come Saul Steinberg stava all’illustrazione o Chaplin al cinema – campioni di una categoria definita da Roland Barthes come immune alle opposte tentazioni della volgarità e dell’esoterismo. In effetti non troverete mai, in Listen to This, quella sufficienza sociologica con cui molti studiosi approcciano la musica ‘non notazionale’. Troverete piuttosto un solidissimo esegeta del testo musicale. Uno storico coscienzioso e preciso. Un inquietante talento nel mettere sulla pagina una sequenza di accordi, ma sempre pronto a sovvertire le idées reçues non appena ne avverte la puzza di marcio. Ecco come: “Per molti la musica pop è la colonna sonora dell’adolescenza rabbiosa, mentre il genere ‘alto’ scocca le campane crepuscolari della maturità. Per me è l’esatto opposto. Ascoltare l’Eroica mi riporta a una certa energia infantile, una felice ferocia nei confronti del mondo. Essendo giunto al pop in età adulta, lo investo di sentimenti adulti. Mi sembra penetrante, lungimirante, pieno di microscopici coni di verità su come davvero stanno le cose. Blood on the Tracks di Bob Dylan racconta la fine di una storia d’amore con una chiarezza saturnina che un’opera entrata nel Canone come Die schone Mullerin di Franz Schubert non mostra affatto.”

Listen to This raccoglie per la prima volta in volume i capitoli di un viaggio che spinge ai diversi antipodi dell’astronave musicale: il lettore vorace sarà condotto nei meandri di una recente rappresentazione dell’Otello di Verdi, poi qualche pagina dopo fra le spire della voce da mezzosoprano di Lorraine Hunt-Lieberson, scomparsa nel 2006, poi nei paesaggi invocati dalle sinfonie di John Luther Adams. Ma il meglio è in un saggio inedito, completato apposta per l’occasione: in Ciaccona, Lamento e Walking Blues, Ross compie un’immersione comparatistica nel destino compiuto da alcune linee di basso nella storia della musica, e davvero mette sul piatto del lettore imperfetto, dell’ascoltatore imperfetto, un tesoro di connessioni, fughe, approfondimenti, incroci virtuosi. “In uno dei suoi momenti più sani, l’Enciclopedia Sovietica definisce il lemma ‘musica’ con le seguenti parole: una variante specifica all’interno dei suoni emessi dal popolo. Facendo questo mestiere si scopre che è molto più facile descrivere un suono che descrivere un essere umano”, dice Ross nella prefazione. Ecco il nocciolo della sua lezione – nutrire nei confronti del testo musicale la medesima cieca, altissima fedeltà che i migliori fra noi applicano al testo esistenziale: l’adesione a quel che c’è, e a quel che ancora non c’è, e all’equazione instabile che lega le catene dei nostri fantasmi ai tamburi della Storia.

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