Nick Mason Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/nick-mason/ un blog di approfondimento culturale Wed, 17 Jan 2018 06:44:00 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=7.1 https://minimaetmoralia.it/wp-content/uploads/2025/07/cropped-cropped-309290503_464034925751050_1790831071097755281_n-32x32.jpg Nick Mason Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/nick-mason/ 32 32 Pink Floyd: la grande esibizione https://minimaetmoralia.it/arte/pink-floyd-their-mortal-remains/ https://minimaetmoralia.it/arte/pink-floyd-their-mortal-remains/#respond Wed, 17 Jan 2018 06:45:43 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=35963 Ieri mattina sono andato in via Nizza, una strada ben asfaltata tra viale Regina Margherita e piazza Fiume, a Roma. Al civico 138 c’è il Macro, il Museo di Arte Contemporanea, e si dà il caso che era in programma la conferenza stampa di The Pink Floyd Exhibition – Their Mortal Remains, la mostra sulla più interstellare tra le band inglesi. A Londra, dove ha esordito, è stata un successone. A officiare l’evento sono annunciati Roger Waters e Nick Mason, che non hanno bisogno di presentazioni.

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Ieri mattina sono andato in via Nizza, una strada ben asfaltata tra viale Regina Margherita e piazza Fiume, a Roma. Al civico 138 c’è il Macro, il Museo di Arte Contemporanea, e si dà il caso che era in programma la conferenza stampa di The Pink Floyd Exhibition – Their Mortal Remains, la mostra sulla più interstellare tra le band inglesi. A Londra, dove ha esordito, è stata un successone. A officiare l’evento sono annunciati Roger Waters e Nick Mason, che non hanno bisogno di presentazioni.

Grande ressa di fotografi e cronisti e videocamere e telefonini, con inevitabili dialoghi e battute che se non altro hanno il merito di ricalibrare l’evento in una dimensione più human. O caciarona, se preferite. In fondo a Roma da un bel po’ c’è penuria di Grandi Eventi, è una città in cui ultimamente si sogna poco, e come spiega con un pizzico di orgoglio provinciale il vicesindaco Luca Bergamo “Roma è la prima città fuori dal Regno Unito a ospitare Their Mortal Remains. Segno che non siamo proprio alla periferia del mondo”. Accanto a Bergamo c’è la sindaca Virginia Raggi – ci sono dei cronisti che sono lì per “coprire la Raggi”, che non hanno idea neanche di “come siano fatti i Pink Floyd”, ma che non possono perdersi una fotina di Virginia Raggi –, lieta di accogliere in città dei “veri e propri miti, c’era questo mio amico che tanti anni fa mi fece una cassetta con le canzoni dei Pink Floyd chiedendomi cosa ne pensassi”. Waters e Mason entrano in sala dopo la breve introduzione istituzionale, forse avevano altro da fare o forse non gli va di confondersi con la politica locale o vattelapesca: durante le foto Roger esibisce un pugno chiuso, fine dei giochi.

La conferenza. Un giornalista chiede a Waters se non ha pensato di riconsiderare il suo giudizio su Meddle: Waters risponde che non è qui per parlare “di quella roba”. Un altro gli chiede se ha idea di quale sia ad oggi la loro influenza/eredità/lascito, e Waters risponde che non gli importa, che non gli importa, che non gli importa. Un’altra gli chiede del loro “rapporto con l’Italia”, e così via.

Poi c’è l’Esibizione, la mostra. Strutturata in una rigida progressione temporale, è esattamente come vi aspettereste una Grande Mostra sui Pink Floyd: se mai avete pensato che i Pink Floyd sarebbero finiti in mostra. E quindi atmosfere psichedeliche con schermi che proiettano Alice e Madcap in loop, su soffitti che esplodono di bolle e palloncini multicolori e suoni cosmici che riempiono le cuffie – già, perché l’esperienza dell’Esibizione va necessariamente accompagnata con l’ascolto in cuffia, e non ci sono tutti quei bottoni da spingere; a seconda del luogo in cui vi trovate, l’audio si sincronizza: devo dire che uno dei miei divertimenti principi è stato quello di trovare i punti di confine, sapete, quelle postazioni dove si sovrapponevano i brani di A piper at the Gates of Dawn con gli echi di One of These Days o cose del genere, fare un passo avanti e uno indietro per cambiare scenario – e miriadi di poster caleidoscopici (avrete capito che questa è l’area del percorso dedicata alla brevissima e irripetibile era Pink Floyd costellata da Syd Barrett).

Quindi ecco la locandina di Zabrieskie Point e dei film di Barbet Schroeder, per cui i Pink Floyd curarono la colonna sonora. Il bellissimo-antro-Ummagumma, piccolo e libertario spazio di specchi che replica all’infinito la copertina del disco, a sua volta un gioco di specchi che si riproduce all’infinito, con Grandchester Meadows che risuona in cuffia come un’eco pastorale, lontana. Gli strumenti dei Pink Floyd, la cui ricerca sonora è parte integrante del mito. Sintetizzatori, mixer, bassi, un tripudio di chitarre che per gli appassionati deve rappresentare una pacchia; e la camicia che Nick Mason indossava all’epoca, e i biglietti dei primi concerti, le locandine dei concerti, le lettere della BBC e delle case discografiche, scalette, memorabilia, appunti, pagine di diario, mentre ai lati diversi schermi propongono digressioni sulle differenti fasi storiche della band. E dunque strada facendo ci si può trastullare con le cuffie alla ricerca degli interstizi sonori oppure fermarsi e ascoltare Waters e Gilmour che raccontano la nascita di Wish You Were Here. A un certo punto della mostra c’è un’ironica foto di John Lydon, Johnny Rotten dei Sex Pistols, che indossa una t-shirt I HATE PINK FLOYD; in seguito lo stesso Lydon ha dovuto ammettere che i Pink Floyd, in fondo, gli piacevano.

La primissima frase di Simon Reynolds in Retromania è una di quelle perentorie: “Per cominciare, una confessione: la mia sensazione viscerale è che pop e museo non vadano d’accordo”. E infatti, se è vero che alla cultura rock-pop è strettamente connaturata una certa dose di immediatezza, una pretesa di sincerità, quell’intima sensazione di ora e adesso, che sia legata all’ascolto in cameretta o a un concerto più o meno grande… insomma, voglio dire: l’enorme dimensione vitale/empatica che è parte essenziale della musica non può che scontrarsi con una sequenza di oggetti messi in fila e con una serie di monitor inevitabilmente asettici. Ma è pure vero, mi dico, che ci sono band o cantanti per cui la dimensione creativa/artistica è stata così spiccata, fin dall’inizio – penso ai Pink Floyd, ma anche a David Bowie – che se a un certo punto sono diventati, diciamo, museali, non è così improbabile o difficile da digerire. Soprattutto se lo spettacolo è così seducente.

E Their Mortal Remains è uno spettacolo seducente.
Eppure, man mano che si scavallano gli anni Settanta, e arriva la magniloquenza di The Wall, con le coreografie che si fanno sempre più giganti e i pupazzoni che pendono dal soffitto – il “Teacher” di The Wall, o l’enorme Maiale di Animals, due gonfiabili che hanno sì conservato la propria aura sinistra, ma sembrano ormai fuori tempo massimo: in questo decisamente pronti per il Museo – o i progetti di fatto solisti firmati da Waters e Gilmour (The Final Cut e A Momentary Lapse of Reason), si presenta, perlomeno in me, un senso di inquietudine. Una sorta di ribellione al percorso museale, alla concezione progressiva dell’Esibizione.

Qualcosa che mi spinge, arrivato alla penultima sala, a ritornare indietro, ripercorrendo tutti gli interstizi sonori e le immagini che scorrono e Wish You Where Here e Meddle e l’antro-Ummagumma, fino a risalire a lui, a Syd Barrett, l’artista ispirato da libri per l’infanzia, il matto, dove la musica era colorata e gioiosa, non incombente, maestosa, con lo sfarzo rivendicato dei grandi tour degli anni Ottanta e Novanta. Alla purezza: è lì che si torna.

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Cinque cose da scoprire su ‘The Dark Side of the Moon’ https://minimaetmoralia.it/musica/cinque-cose-da-scoprire-su-the-dark-side-of-the-moon/ https://minimaetmoralia.it/musica/cinque-cose-da-scoprire-su-the-dark-side-of-the-moon/#comments Sat, 09 Jul 2016 06:00:32 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=31522 Questo pezzo è uscito su Pagina 99, che ringraziamo (fonte immagine).

Il primo marzo del 1973 esce sul mercato americano, ad opera della Capitol Records, quello che si rivelerà uno dei dischi più venduti, celebrati e discussi della storia del rock. Su The Dark Side of the Moon si è detto e scritto di tutto: l’album più famoso dei Pink Floyd, quello più furbo, quello più maturo. Un lavoro non altezza delle sperimentazioni all’epoca di Syd Barrett, un’opera magniloquente che segna una vetta irraggiungibile nel percorso della band.

Un disco di canzoni, alcune molto belle, altre forse meno ispirate, ma con un suono che è stato capace di elevarsi a marchio di fabbrica. Il disco migliore dei Pink Floyd. Di sicuro non quello migliore. Oggi vogliamo fuggire lo spettro di questa Babele della critica musicale, per raccontarvi cinque fatti, alcuni noti altri meno, alcuni pertinenti altri meno, che inquadrano il mondo che ruota attorno a questa pietra miliare della musica leggera.

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Questo pezzo è uscito su Pagina 99, che ringraziamo (fonte immagine).

Il primo marzo del 1973 esce sul mercato americano, ad opera della Capitol Records, quello che si rivelerà uno dei dischi più venduti, celebrati e discussi della storia del rock. Su The Dark Side of the Moon si è detto e scritto di tutto: l’album più famoso dei Pink Floyd, quello più furbo, quello più maturo. Un lavoro non altezza delle sperimentazioni all’epoca di Syd Barrett, un’opera magniloquente che segna una vetta irraggiungibile nel percorso della band.

Un disco di canzoni, alcune molto belle, altre forse meno ispirate, ma con un suono che è stato capace di elevarsi a marchio di fabbrica. Il disco migliore dei Pink Floyd. Di sicuro non quello migliore. Oggi vogliamo fuggire lo spettro di questa Babele della critica musicale, per raccontarvi cinque fatti, alcuni noti altri meno, alcuni pertinenti altri meno, che inquadrano il mondo che ruota attorno a questa pietra miliare della musica leggera.

1) Ticket To Ride

Un esperimento da provare in cuffia. Alla fine del brano Eclipse, che chiude l’intero album, provate ad ascoltare con attenzione il canale audio di destra, possibilmente abbassando al massimo l’equalizzazione dei bassi sul vostro stereo. Il pezzo in questione termina su una pulsazione reiterata, un battito cardiaco, con la voce dell’usciere degli studi di Abbey Road a scandire le parole: “There is no dark side in the moon, really. Matter of fact it’s all dark. The only thing that makes it look alight is the sun”.  A un certo punto si comincia a percepire una sinfonia orchestrale sulle note di Ticket to ride dei Beatles.

La melodia proviene da una versione riarrangiata del brano dei baronetti e sono state fatte svariate congetture per spiegarne la presenza; la stavano forse suonando in quel momento agli Abbey Road Studios ed è rientrata in qualche canale di registrazione? Si tratta di una “sporcatura” dovuta all’utilizzo di un nastro usato? Tutto quello che sappiamo è che difficilmente potrebbe essere un semplice errore: i Pink Floyd erano dei perfezionisti e ancora di più Alan Parsons, tecnico del suono di Dark Side of the Moon.

2) Basi aliene

Se non siete assidui frequentatori delle teorie sugli alieni largamente diffuse in rete, forse ve ne sarà sfuggita una, molto in voga tra gli ufologi, che ha a che fare con la Dark Side of the Moon. Mentre I Pink Floyd potevano solo immaginarsi cosa albergasse nella metà oscura della luna, dando forma alle proprie suggestioni sotto forma di suono, Milton William Cooper, ex ufficiale dei servizi segreti dell’US AIR FORCE, ha dichiarato sotto giuramento nel 1989 che il governo degli Stati Uniti è a conoscenza di “avamposti alieni” sulla superficie oscura del nostro satellite.

“Ci sono basi aliene”, ha dichiarato Milton Cooper, “avvistate dagli astronauti delle missioni Apollo. Ci sono anche delle fotografie che testimoniano questo fatto e raffigurano grandi astronavi e macchinari extraterrestri utilizzati forse per l’estrazione mineraria”. Purtroppo non c’è più modo di interrogare sul tema l’ex ufficiale, rimasto ucciso, pare, in un raid delle forze di Polizia nella sua casa in Arizona, in seguito a una denuncia per evasione fiscale.

3) Tempo

Gli Abbey Road Studios hanno rappresentato per l’evoluzione del rock una sorta di magico laboratorio sperimentale, dove, tra gli anni ’60 e i ’70, Beatles e Pink Floyd si cimentavano in produzioni oramai slegate dal concetto di riproducibilità live del suono. Lo studio di registrazione assumeva quasi il valore di uno strumento musicale a se stante: molto di ciò che veniva registrato al suo interno era irriproducibile altrove e questa possibilità stimolava la fantasia dei musicisti.

The Dark Side of the Moon, con le sue tecniche di registrazione all’avanguardia per l’epoca, non faceva eccezione, anche se spesso molte delle invenzioni di produzione non sottostavano a rigide regole di fonia ma si basavano sull’estro del momento. In questo senso il celeberrimo incipit del brano Time, caratterizzato dalle sovraincisioni del ticchettio di orologi e dal trillo di sveglie, raccontato con le parole di Alan Parsons, sembra più frutto dell’inventiva di un vecchio alchimista che non di un fonico: “Ho effettuato quelle registrazioni stereofoniche in un vecchio negozio di orologi che si trovava proprio accanto allo studio. Ce n’erano tantissimi. Ho chiesto gentilmente al proprietario di fermarli tutti e li ho registrati uno a uno, per poi sincronizzarli pazientemente sul multitraccia.”

4) Mondi paralleli

Se le ipotesi che la fisica teorica va formulando da qualche decennio a questa parte hanno un fondo di verità, allora potrebbe esistere un mondo parallelo, uno degli infiniti percorsi limitrofi a quello che stiamo vivendo, nel quale The Dark Side of the Moon non è un marchio riconducibile ai Pink Floyd. E forse il mondo di cui stiamo fantasticando ha per un attimo incontrato il nostro: spieghiamoci meglio. Fino al 1972 il titolo del disco dei Pink Floyd non aveva nulla a che fare con il lato oscuro della luna; infatti la band di Roger Waters aveva scelto di utilizzare Eclypse come nome del lavoro. Questa decisione era dovuta al fatto che un’altra band li aveva preceduti: i Machine Head, che nel 1972 diedero alle stampe il loro Dark Side of the Moon.

Purtroppo per loro, quello in cui viviamo si è rivelato il mondo parallelo sbagliato e, visto il veloce fallimento dell’album in questione, i Floyd poterono tranquillamente appropriarsi del titolo, che resero celeberrimo in tutto il mondo. Ma ora chiudete gli occhi e ascoltate questo brano, immaginando,per un attimo, che abbia scalato le classifiche di tutto il mondo e che non esistano i Pink Floyd…

5) Gospel + chitarra

Questa storia probabilmente la conoscete già tutti. The Great Gig in the Sky è un brano scritto da Richard Wright, nel quale dominano i vocalizzi di una strepitosa voce femminile, che tessono un trama sonora divenuta ormai un archetipo rock. La cantante in questione venne convocata da Alan Parsons agli Abbey Road Studios il 21 Gennaio 1973; si chiamava Claire Torry, una turnista vocale molto dotata, all’epoca quasi ventiseienne.

Claire riferì che la band, a lei sconosciuta, sembrava terribilmente annoiata dalla lavorazione del disco e che gli fu data la vaga istruzione di improvvisare vocalmente su di un brano strumentale. In quel momento scattarono in lei due intuizioni geniali che resero la performance leggendaria: “Mi venne detto di non cantare parole: allora pensai di replicare con la voce una chitarra e a un certo punto mi sentii una Gospel Mama”. La Torry fu liquidata con 30 sterline per 3 ore di lavoro. Nel 2005 gli vennero riconosciuti i diritti autoriali sul pezzo, fino a quel momento firmato, sicuramente a torto, a solo nome Richard Wright.

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The Dark Side of the Moon. Riflessioni sulla persistenza delle emozioni https://minimaetmoralia.it/musica/the-dark-side-of-the-moon-pink-floyd/ https://minimaetmoralia.it/musica/the-dark-side-of-the-moon-pink-floyd/#respond Sat, 01 Mar 2014 06:00:48 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=19000 Il primo marzo 1973 usciva The Dark Side of the Moon dei Pink Floyd. Vogliamo festeggiare questo quarantunensimo anniversario con un pezzo di Marco Di Marco uscito nel 2009 sul sito di minimum fax.

di Marco Di Marco

«Capisci?, ero in questa stanza con il figlio degli amici dei miei, mentre fuori, nel resto della casa, c’era un party per gli adulti. Lui a un certo punto mi aveva visto annoiato e fuori posto alla festa e mi aveva detto: “Ok, vieni con me, adesso ci penso io”. Era la fine degli anni Settanta, avrò avuto tredici-quattordici anni, lui qualcuno più di me. Eravamo nella sua stanza, lui ha tirato fuori dell’erba e ha girato questa canna, abbiamo fumato, ed era la mia prima canna ma questo non ha importanza, poi mi ha messo le cuffie dello stereo sulle orecchie e mi ha detto: “Bene, ci vediamo tra un po’, e mi dici come va”. Ha appoggiato la puntina sul vinile, e si è chiuso la porta alle spalle, lasciandomi lì, un ragazzino strafatto d’erba, ad ascoltare uno dei più grandi dischi della storia, mentre fuori dalla porta c’è una festa. Dico, ti rendi conto?». Così mi raccontava, più o meno, una sera di qualche anno fa, uno scrittore americano mentre stavamo accovacciati a fumare sulle scale della Basilica di Sant’Andrea a Mantova, durante il Festivaletteratura. Eravamo partiti parlando dei Clash e di Sandinista!Somebody Got Murdered, Police On My Back e Ivan Meets G.I. Joe che facevano eco sonora a un’adolescenza che, credo per entrambi, avrebbe voluto essere più inquieta di quello che era stata – ed eravamo finiti a confessarci qualcosa di più intimo, di più morboso, custodito nella directory “Prime volte” delle grandi emozioni giovanili.

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Il primo marzo 1973 usciva The Dark Side of the Moon dei Pink Floyd. Vogliamo festeggiare questo quarantunensimo anniversario con un pezzo di Marco Di Marco uscito nel 2009 sul sito di minimum fax. (La foto è di Marco Di Marco.)

di Marco Di Marco

Dopo la prima volta, la prima volta non è più?

The Dark Side of the Moon. Riflessioni sulla persistenza delle emozioni

«Capisci?, ero in questa stanza con il figlio degli amici dei miei, mentre fuori, nel resto della casa, c’era un party per gli adulti. Lui a un certo punto mi aveva visto annoiato e fuori posto alla festa e mi aveva detto: “Ok, vieni con me, adesso ci penso io”. Era la fine degli anni Settanta, avrò avuto tredici-quattordici anni, lui qualcuno più di me. Eravamo nella sua stanza, lui ha tirato fuori dell’erba e ha girato questa canna, abbiamo fumato, ed era la mia prima canna ma questo non ha importanza, poi mi ha messo le cuffie dello stereo sulle orecchie e mi ha detto: “Bene, ci vediamo tra un po’, e mi dici come va”. Ha appoggiato la puntina sul vinile, e si è chiuso la porta alle spalle, lasciandomi lì, un ragazzino strafatto d’erba, ad ascoltare uno dei più grandi dischi della storia, mentre fuori dalla porta c’è una festa. Dico, ti rendi conto?». Così mi raccontava, più o meno, una sera di qualche anno fa, uno scrittore americano mentre stavamo accovacciati a fumare sulle scale della Basilica di Sant’Andrea a Mantova, durante il Festivaletteratura. Eravamo partiti parlando dei Clash e di Sandinista!Somebody Got Murdered, Police On My Back e Ivan Meets G.I. Joe che facevano eco sonora a un’adolescenza che, credo per entrambi, avrebbe voluto essere più inquieta di quello che era stata – ed eravamo finiti a confessarci qualcosa di più intimo, di più morboso, custodito nella directory “Prime volte” delle grandi emozioni giovanili.

La prima volta che ho ascoltato l’album di cui mi parlava il mio amico scrittore resta sicuramente anche per me uno dei punti saldi dell’adolescenza: avevo quindici anni e guardavo quello che mi succedeva intorno con un distacco sprezzante e disfattista: la guerra del Golfo appena finita, lo scioglimento del PCI appena dichiarato, gli agguati della Uno Bianca, Maradona trovato positivo alla cocaina, la fine almeno in via ufficiale dell’Apartheid in Sudafrica. Erano cose che mi sfioravano appena, quasi tutte si ridimensionavano ad argomenti di attualità per il prossimo tema in classe, io leggevo Baudelaire in bagno, preferivo Foscolo a Leopardi, sembravo uscire vittorioso dalla battaglia contro l’acne, portavo i capelli con il ciuffo laterale alla Nicola Berti, giocavo a pallacanestro e avevo appena smesso di ascoltare Vasco, di lì a poco avrei scavallato nel punk, andavo spesso a pomiciare al porto, rannicchiato con la ragazza di allora negli interstizi tra i frangiflutti dietro la banchina.

Era una domenica di maggio di inizio anni Novanta, un pomeriggio soleggiato, la casa vuota (i miei al funerale di un collega di mio padre fuori città), e il giradischi usato – di quelli vecchi, con tre lati in compensato camuffato da legno e il quarto dedicato a una fila di knobs dalla sensibilità approssimativa – comprato per 50.000 lire da un tipo della mia scuola, casse incluse, piazzato sulla cassettiera della mia stanza. L’Lp l’avevo preso al mio amico Francesco, e non lo avrebbe mai più riavuto, ma non ha mai protestato per questo. Avevo trascorso i mesi precedenti a consumare i solchi di The Wall, e posai sul piatto il vinile di The Dark Side of the Moon senza sapere assolutamente nulla di cosa mi aspettasse – che già allora ovviamente avesse venduto circa trenta milioni di copie, che fosse unanimemente considerato un pilastro della musica contemporanea – se non che era un disco di quegli stessi assurdi musicisti che avevano suonato sotto il nome Pink Floyd e che mi avevano aperto la testa con quel loro doppio album del 1979: avevo quindici anni, dalla provincia cronica del meridione anteweb avevo iniziato a capire che c’era qualcosa oltre il pop, che la musica può farti stare male seriamente, ma che in quello risiede la sua bellezza, nel chiedersi, straziato, dal proprio guscio «Is there anybody out there?».

Ora mi ritrovavo in mano questa copertina nera che già preannunciava un senso di circolarità: su sfondo nero un fascio di luce colpisce un prisma e si scompone, per il fenomeno di dispersione ottica, nello spettro dei colori dell’iride. La scala cromatica prosegue all’interno della copertina dell’Lp (di quelle che si aprono come un libro) e il verde di quell’arcolbaleno diventa la rappresentazione grafica delle pulsazioni cardiache per poi, sul retro della confezione, rientrare nei ranghi e colpire assieme agli altri colori un prisma capovolto che (anche se scientificamente non ne è dimostrata la possibilità) va ricomporre il fascio di luce che si ricongiunge con quello sul front della copertina.

Così feci andare il piatto, il disco si mise a girare, e si mise a girare anche quella “specie di triangolo” – il prisma – stampato al centro del vinile. Mi incantai a guardarlo come fosse una vertigine che ruota nel tentativo ipnotico, ma riuscii lo stesso a posare la puntina sul solco d’inizio corsa.

Lo ascoltai tre volte per intero, quel pomeriggio, nel silenzio di casa.

Oltrepassando la definizione di concept album, electrocattedrale illuminista di tutta la storia rock, The Dark Side of the Moon non ha certo bisogno di un nuovo e inevitabile atto di prostrazione dello scribacchino di turno.

Certo è innegabile che, scegliendo ambiziosamente di mettere al centro del disco l’uomo del XX secolo, dimostrando che lo zodiaco dei segni che lo governano sono gli stessi per ogni era (tempo, denaro, guerra, follia – sommati descrivono la vita e la sua decadenza tanto attraverso il testo quanto sul piano strumentale) l’album è diventato un manifesto definitivo, un’imprescindibile opera d’arte musicale sull’esistenza.

Il nucleo tematico dell’intero album è dichiarato in apertura, nel collage di suoni per un paradigmatico momento prenascita elaborato da Nick Mason («Speak to Me»): battito cardiaco, orologeria che segna la scansione del tempo, rumore di registratori di cassa, motori di meccanica militare, risate demenziali, qualcuno degli studi di Abbey Road che dice: «I’ve been mad for fucking years…», urla preumane prima del soffio iniziale dell’esistenza («Breathe») che non può che avere l’alito di un pessimismo in qualche modo cosmico. Ecco che tutti gli elementi costanti che muovono l’umanità sono già presentati, come un sommario di quello che ci attende per i restanti, imperdibili, tre quarti d’ora scarsi: quell’elettrocardiogramma che immortala in musica la vita dal primo vagito alla definitiva linea continua, già al primo impatto aveva una rotondità e un tepore sonoro, un caldo fiato che ti faceva sentire a casa, che ti faceva percepire che eri parte del caos che ti avevano appena raccontato e suonato.

La contaminazione del rock con la protoelettronica e la rumoristica, la voce soul di Clare Torry che diventa amplesso strumentale per una tra le canzoni più sensuali di tutti i tempi («The Great Gig in the Sky»), il sassofono di Dick Parry che illanguidisce le strofe di «Us and Them» – requisitoria sulla guerra e il potere – per poi impazzire nel ritornello, il passo sghembo e acido di «Money» che scandisce la rincorsa frenetica al denaro e agli status symbol, l’irreversibilità dello scorrere del tempo nel rassegnarsi alla «quieta disperazione» come suggerisce lo struggente testo di «Time» che posa sul rock perfetto della sua melodia, il tributo alla follia e alla visionarietà impersonata da Syd Barrett (magico pifferaio sacrificato in fondo suo malgrado sull’altare dell’arte e dello showbiz) nell’ode sonora di «Brain Damage», il ritorno all’oscurità, in quanto ineluttabile (l’ultima voce che si percepisce nello sfumare del suono che ci restituisce al battito cardiaco è quella del portiere degli studi di Abbey Road: «There’s no dark side of the moon, really. Matter of fact, it’s all dark» – «Non c’è un lato oscuro della luna, in realtà. Di fatto, è tutto oscuro»), con «Eclipse» che affonda nei suoi tappeti d’organo. Tutto questo era la perfetta dimostrazione di un teorema che affermava il superamento del genere pop, realizzando forse nel suo reale significato il concetto di world music.

Ma non è di questo che volevo parlare, mi ero impegnato a non farlo, quello su cui continuo ad arrovellarmi sta nel sottotitolo di questo pezzo: la persistenza delle emozioni. Ed era difficile riuscire a mettere ordine nei pensieri, perché in fondo bisognerebbe buttarla sul dogmatico e trarsi d’impaccio con un colpo retorico ma  inconfutabile: la persistenza delle emozioni può essere sicuramente rappresentata dalla differenza tra un buon album e un disco che attraversa la storia della musica (e non c’entra l’unanimità dei consensi, c’entra la sostanza, c’entra l’arte nelle sue possibili declinazioni, il gesto balistico da antologia, che fa scuola: che ne so, pensate a cosa ha seminato Revolver dei Beatles negli ultimi quarant’anni o all’elettronica di Trans-Europa Express dei Kraftwerk destinata a riecheggiare nei pezzi dei Chemical Brothers o di Aphex Twin). Come la differenza tra la buona narrativa e la letteratura (Io non ho paura di Ammaniti e Troppi Paradisi di Siti). Solo l’opera d’arte perpetua l’emozione, ogni volta che la vediamo, l’ascoltiamo, la leggiamo, la annusiamo, la mangiamo. A prescindere dal suo carico affettivo e dalla  sua potenza nostalgica (evitate la trappola della madeleine proustiana).

Ma continuando su quella china avrei dovuto avventurarmi su pericolosi sentieri lastricati di psicologia spicciola applicata all’arte, col risultato di sembrare patetico.

Ero piuttosto confuso, dicevo, su come riuscire a raccontare questa persistenza dell’emozione. Fin quando l’altro giorno – uscivo dal centro commerciale con una confezione di Huggies Super Dry per mia figlia sottobraccio – vedo camminare davanti a me una ragazza, vestita di scuro, con una canotta che le lasciava scoperta tutta la parte superiore della schiena al cui centro spiccava un tatuaggio che riproduceva il celebre prisma con tanto di fascio di luce e sequenza dei colori dell’iride. Mettendo da parte qualsiasi elucubrazione sugli incastri di coincidenze che il destino si diverte a proporci, l’ho seguita per qualche metro, fino a quando mi sono fatto coraggio e l’ho fermata. Quel tatuaggio mi sembrava – forse per eccessivo entusiasmo nei confronti di quella casualità – esattamente la soluzione a quello che cercavo di dire col mio discorso sulla persistenza dell’emozione, una metafora ideale. Così, con i pannolini di mia figlia sottobraccio, imbarazzato come un ragazzino, le ho chiesto di poter fotografare quello che portava per sempre inciso sulla pelle.

Lei mi ha guardato come fossi un alieno, poi mi ha sorriso nel caldo del mezzogiorno di luglio e mi ha detto: «Questa davvero non me l’avevano mai detta. Di solito mi chiedono: “Che è st’arcobaleno?”». Idioti, ho pensato io e le ho risposto: «Tranquilla, credo di sapere che cos’è». Ci siamo scambiati uno sguardo d’intesa come scoprendoci consanguinei, poi lei si è voltata, si è tirata su i capelli per rendere il prisma ben visibile e allora ho scattato la foto che vedete nella pagina col mio cellulare (era probabilmente la prima volta in cui la fotocamera del telefono mi si sia rivelata di qualche reale utilità). Poi un copione scontato avrebbe voluto la scena seguente con noi due seduti al tavolino di un bar a fare a gara di fanatismo pop, ma non è andata così. È andata che l’ho ringraziata per la sua gentilezza, ho raccolto il pacco di pannolini da terra e ci siamo salutati senza voltarci. Non so cosa pensasse veramente di The Dark Side of the Moon, ma mi auguro che ancora oggi, ascoltandolo, per lei, soprattutto per lei che ha deciso di sponsorizzarne il simbolo, l’emozione persista.

Per quanto riguarda me, dopo un incalcolabile numero di ascolti e tante letture in proposito, penso di avere una panoramica totale di questo album, riesco a percepirlo nel suo insieme come nei suoi particolari, ne conosco i più piccoli anfratti strumentali, ne ho tradotto, sviscerato, interpretato, i testi, ne conosco gli aneddoti e le sottotracce più o meno importanti. Fa parte di me, del mio bagaglio, ha influenzato, per quello che può un disco rock, il mio modo di pensare.

Ma quello che so con certezza, quello che realmente importa, è ciò con cui mi ritrovo a fare i conti, sempre, in ogni ascolto, tra il riverbero delle chitarre di Dave Gilmour e le note profonde dell’Hammond di Rick Wright, tra la metronomia delle bacchette di Nick Mason e il talento compositivo di Roger Waters (oltre che alla sinuosità dei suoi giri di basso): la botta emotiva di quel pomeriggio di tanti anni fa, quel senso di spiazzamento, quell’esperienza sonora vissuta ad occhi chiusi in una stanza, quel viaggio sotteso nella ciclicità della sistole e della diastole del movimento cardiaco, scevra da ogni condizionamento a posteriori. L’aprirsi di un  velo, la perdita di una verginità che riesce a ripetersi col suo tipico intrico di dolore, piacere e perdita di sangue.

Ogni volta è domenica pomeriggio, ogni volta ho quindici anni e uno strano senso di stupore che mi segna il viso.

L'articolo The Dark Side of the Moon. Riflessioni sulla persistenza delle emozioni proviene da Minima et Moralia.

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