Nicola Manuppelli Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/nicola-manuppelli/ un blog di approfondimento culturale Fri, 14 Oct 2016 06:47:09 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=7.1 https://minimaetmoralia.it/wp-content/uploads/2025/07/cropped-cropped-309290503_464034925751050_1790831071097755281_n-32x32.jpg Nicola Manuppelli Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/nicola-manuppelli/ 32 32 Tutto il nostro sangue di Sara Taylor: un estratto https://minimaetmoralia.it/estratti/tutto-il-nostro-sangue-di-sara-taylor-un-estratto/ https://minimaetmoralia.it/estratti/tutto-il-nostro-sangue-di-sara-taylor-un-estratto/#respond Fri, 14 Oct 2016 06:43:58 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=32277 Pubblichiamo un estratto da Tutto il nostro sangue, romanzo d'esordio di Sara Taylor edito da minimum fax. La traduzione è di Nicola Manuppelli. Vi segnaliamo che l'autrice è in Italia per presentare il libro: oggi, venerdì 14, alle 20 è alla libreria Marco Polo di Venezia e nei prossimi giorni sarà a Vigevano, Lecco, Milano e Roma. Qui tutte le tappe del tour.

Quando la notizia dell’omicidio si sparge, sono da Matthew’s a comprare colli di pollo per andare a pescare granchi con la mia sorellina Renee. Non abbiamo granché da mangiare a casa, ma siamo riuscite a racimolare un dollaro e sessantatré centesimi in monetine, e abbiamo deciso che il modo migliore per riempirci la pancia con una somma del genere è pescare granchi che sono gratis. Di solito la nostra esca sono le croste di pancetta, ma questa volta le abbiamo già mangiate.

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Pubblichiamo un estratto da Tutto il nostro sangue, romanzo d’esordio di Sara Taylor edito da minimum fax. La traduzione è di Nicola Manuppelli. Vi segnaliamo che l’autrice è in Italia per presentare il libro: oggi, venerdì 14, alle 20 è alla libreria Marco Polo di Venezia e nei prossimi giorni sarà a Vigevano, Lecco, Milano e Roma. Qui tutte le tappe del tour.

di Sara Taylor
traduzione di Nicola Manuppelli

1995
Esercitazioni di tiro

Quando la notizia dell’omicidio si sparge, sono da Matthew’s a comprare colli di pollo per andare a pescare granchi con la mia sorellina Renee. Non abbiamo granché da mangiare a casa, ma siamo riuscite a racimolare un dollaro e sessantatré centesimi in monetine, e abbiamo deciso che il modo migliore per riempirci la pancia con una somma del genere è pescare granchi che sono gratis. Di solito la nostra esca sono le croste di pancetta, ma questa volta le abbiamo già mangiate.

Sono accovacciata a guardare le confezioni di cupcake su uno degli scaffali più in basso, quando una donna mi scavalca per arrivare alla cassa. Il negozio è piccolo, gli scaffali sono uno attaccato all’altro. Quando mamma ci portava con sé a fare la spesa, Renee e io facevamo a gara per vedere chi arrivasse con meno saltelli dalla porta d’ingresso al bancone sudicio della carne sul lato opposto; la mia media era sette. La donna è grassa, ha un girovita che sembra più lungo dell’equatore; i suoi passi sono pesanti e le trema tutto il corpo; per qualche istante mi terrorizza l’idea che possa inciampare e precipitarmi addosso. Fa cadere una dozzina di scatolette di carne di maiale e fagioli sul nastro della cassa e tira fuori i buoni pasto; poi si setaccia con le mani il davanti della camicetta rossa, stretta attorno al corpo, ed estrae dal reggiseno un biglietto da dieci accartocciato, chiedendo un pacchetto di sigarette al mentolo.

«Sentito cos’è successo a Cabel Bloxom?», chiede alla cassiera. La cassiera fa segno di no.
«L’hanno trovato sprofondato fino alla vita nel fango del Muttonhunk Creek. Un proiettile gli ha fatto esplodere la faccia e l’acqua l’ha gonfiato tutto. La sua ragazza per identificarlo è stata costretta a guardargli il tatuaggio sulla schiena».
Le sopracciglia della cassiera si sollevano e gli occhi si spalancano.

Continuo a rovistare fra le confezioni di cupcake. La cassiera mi vede, ma a quanto pare questo non impedisce alle due donne di continuare a parlare; il fatto che io abbia tredici anni non attira verso di me più attenzioni di quando ne avevo dodici. I colli di pollo iniziano a gocciolare sangue e trasudare unto attraverso la carta di giornale in cui sono avvolti, sporcandomi la gamba.

«Sanno chi è stato?», chiede la cassiera mentre afferra la banconota floscia e apre la vetrinetta in cui sono custodite le sigarette.
«Non ancora. La polizia dice che hanno usato un fucile a canna liscia di quelli per la caccia al cinghiale. Ma non sono riusciti a trovare le cartucce».
«Bella scoperta… tutti da queste parti possiedono uno di quei fucili», risponde la cassiera. Ha ragione. Anche noi ne abbiamo uno sistemato accanto alla calibro 22, vicino alla porta della veranda, caso mai un cervo si presentasse in cortile.

«E non ho ancora detto tutto». La signora si china per sussurrarle qualcosa da più vicino, ma il volume non è granché differente da quando parla ad alta voce.
«Glielo hanno tagliato via!»
«Oh, immagino non ne avesse più bisogno».
Il viso della cassiera è acceso come un albero di Natale mentre infila nei sacchetti le lattine di fagioli e carne di maiale. Non succede molto di cui valga la pena parlare sulle Shore. La donna raggiunge l’uscita, dondolando coi sacchetti in mano; mi tiro su dallo scaffale dei cupcake e lascio cadere il mio pacchetto fradicio sul nastro della cassa.
«Ci stavi ascoltando, Chloe?», mi chiede la cassiera mentre fa passare i colli e li infila in un sacchetto per alimenti di plastica riciclata che viene dal Food Lion lungo l’autostrada.

Matthew’s è il negozio di alimentari più vicino a casa; si trova di fianco a un furgoncino che vende taco là dove una stradina laterale sterrata forma una t con la Route 13, a metà strada tra il paesino di Parksley e la strada rialzata per Chincoteague Island. È anche il negozio di alimentari più economico che posso raggiungere. Così tutti i cassieri conoscono il mio nome, anche se io faccio un po’ di fatica coi loro.
«Non ho potuto farne a meno», rispondo.
«Mi spiace, ma quel figlio di puttana se lo meritava. Probabilmente il papà o il marito di qualche ragazza ha deciso di averne abbastanza».
Annuisco mentre conto gli spiccioli che mi vengono dati di resto, poi prendo dalle mani della signora la borsa di plastica.

Percorro un tratto di strada sterrata trascinandomi dietro la bici prima di tirare fuori il sacchetto di cupcake al cioccolato che ho nascosto nella gamba dei pantaloncini. Sembra di mangiare segatura, la glassa di vaniglia è come uno strato di lardo, ma è sempre meglio di niente. Ci sono due cupcake nel pacchetto; infilo il secondo in tasca per Renee e comincio a pedalare per i cinque chilometri che mi separano da casa. Non è un brutto percorso, se eviti i cani. Vicino a Matthew’s ci sono case a un piano solo e roulotte – tenute ferme da blocchi di cemento – con le finestre rotte e i tetti ricoperti di muschio; i fabbricati sul retro potrebbero essere capanni per gli attrezzi o laboratori per produrre metanfetamine, impossibile stabilirlo fino a che non ne salta uno per aria. Nel punto in cui le case terminano, però, la strada curva attraverso i campi di grano e non ci si deve più preoccupare granché di incontrare altre persone.

La strada, se la si percorre tutta, conduce a un torrente e una banchina con uno scivolo in cemento per le imbarcazioni; io però devio prima, una volta giunta alla casa colonica, un’enorme abitazione con le colonne davanti dove vivono i nostri padroni di casa, i Lumsden. I bambini a scuola dicono che i Lumsden praticano la magia nera e sono in grado di evocare uragani, prosciugare il cielo o far piovere polli, tutte cose a cui non credo, ma in ogni caso preferisco non sostare mai più di tanto dalle parti di casa loro. Lilly Lumsden è di due anni più grande di me, ed è carina, ma la sorella più grande, Sally, ha già l’aspetto di una strega; a volte la incontro sul molo o nei boschi, intenta a fissare il cielo, quasi come se stesse ascoltando qualcosa che solo lei può sentire.

Mi fermo, coltivando per un attimo l’idea di mangiarmi anche il secondo cupcake; Renee non può sentirsi privata di qualcosa che non sapeva nemmeno che stessi per darle, e in più ho fame. Ma dopo un attimo rimetto i piedi sui pedali e proseguo, lungo la strada ricoperta di gusci di ostriche che incrocia il sentiero sterrato di fronte al casale, attraversando il campo di patate e correndo lungo il margine del bosco fino al piccolo molo su un lato silenzioso del torrente, troppo poco profondo per le imbarcazioni, là dove i Lumsden immergono le loro gabbiette per intrappolare i granchi.

La nostra casa emerge attraverso la foschia dovuta all’afa, simile a una tartaruga nella sabbia, una piccola gobba marrone che spunta da una macchia di sempreverdi e pochi acri di patate. Alcuni anni ci piantano il mais, altri i semi di soia, ma perlopiù il campo viene coltivato a patate. Il manto verde sbiadito di queste ultime si perde nell’orizzonte alla sinistra della strada ricoperta da gusci, mentre rovi e boschi si fanno sempre più fitti e scuri alla destra, e i gusci bitorzoluti e bianchi delle ostriche continuano a coprire gran parte del tragitto di fronte a me, quasi fino a casa, facendo sobbalzare, vibrare e sollevare polvere alla bici. Le zanzare mi sciamano intorno senza rumore, lasciandomi punture quadridimensionali.

Sono completamente ricoperta di pomfi quando il tratto con le conchiglie finisce e mi tocca scendere di sella per trascinare la bicicletta sull’erba, attorno ai sempreverdi e ai gelsi, fino al portico chiuso del piano di sotto. Il nostro gatto, Mickle, sbuca dai cespugli e si sfrega contro le mie gambe mentre porto la bici all’interno attraverso uno dei grandi buchi nel frangivento della veranda. Lo accarezzo un po’ prima di entrare in casa.

È una piccola costruzione, casa nostra, con una stanza al piano terra e due camere al piano superiore e una veranda per ogni camera; stando a ciò che dicono compagnia telefonica, società elettrica e fisco, questa casa non esiste. Renee è nella camera da letto che condividiamo al piano terra. Le dò il cupcake. A piccoli morsi lo sbriciola e ne mangia un pezzo alla volta, mentre mi segue su per le scale. La polvere che mi si è accumulata sulla pelle è spessa, e lascia macchie di terra sullo straccio per i piatti che uso per ripulirmi. Renee rimane due passi indietro, mentre frugo nella credenza della cucina cercando la scatola delle cartucce e poi afferro la calibro 22 da sopra la finestra: è più facile da maneggiare rispetto al fucile, e le munizioni costano meno. Mi segue titubante fino al portico al piano di sopra.

«Pensavo che saremmo andate a pescare granchi quando tornavi», mi dice, con la voce impastata e i denti davanti neri di cupcake. Lascia sbattere la porta squarciata della zanzariera dietro di sé.
«È quello che faremo», dico, appoggiando la scatola delle cartucce al parapetto. «Fammi solo esercitare un po’ al tiro al bersaglio. Sono nervosa».
Infilo cinque cartucce come fa papà, tenendo la base piatta contro il pollice e la punta contro l’indice, prendendole a una a una e inserendole nel caricatore; mentre scivolano all’interno fanno un rumore metallico.
«Cosa succede?», mi chiede Renee, e si arrampica per sedersi sulla ringhiera del portico. Le ho detto di non farlo, che non ci vuole nulla a perdere l’equilibrio e cadere all’indietro, ma non mi vuol dare retta. Non le piace sedersi sull’unica panca scheggiata che abbiamo, e a parte questa e il secchio per la pioggia, la veranda è vuota. Non ci sono zanzare quassù, solo una brezza piacevole.

Dietro Renee, la palude si estende coi propri colori, argento e grigio e un luminoso verde lime, venata di insenature che riflettono l’azzurro del cielo, fino alla distante macchia d’oro della barriera delle isole e a quella bianca dei cavalloni all’orizzonte. Alla destra di Renee, invece, un’altra palude e la strada a forma di guscio di tartaruga che porta fin giù al molo, con scorci dei tetti o delle finestre delle roulotte sull’altro lato del torrente, davanti alle quali sono passata tornando a casa, e che lampeggiano fra le foglie se ci si sforza di guardare un po’ meglio.

«Indovina chi si è fatto sparare?» Rispondo alla domanda con un’altra domanda, e carico il colpo.
«Chi?»
«Cabel Bloxom».
Il prato è un grosso, incolto rettangolo di erbe palustri, mollicce e zuppe d’acqua in alcuni punti, tagliate corte e ricoperte di spazzatura. Miro a una confezione rosa di Kleenex vicino all’angolo sinistro, poi punto un piede sulla parte più bassa della ringhiera, in modo che possa appoggiare il gomito sul ginocchio sollevato.
«Stai scherzando», dice.
Libero il respiro che ho trattenuto, e premo il grilletto. Piccole zolle di terriccio si sollevano. Alto e a sinistra. La cartuccia calda fuoriesce alla mia destra, si inarca di qualche centimetro sopra le ginocchia di Renee, poi atterra e rotola fino a cadere attraverso le assi scheggiate del pavimento e colpire il portico al piano terra con un leggero rumore metallico.
«Nessuno scherzo. Qualcuno gli ha sparato in mezzo alla faccia. Scendi da qui o finirai col bruciarti con le pallottole». Decido di non dirle la parte riguardante l’evirazione. Premo il grilletto. Alto e a sinistra, ma più vicino.
«Ma se è morto, perché ci dovremmo preoccupare?» Salta giù dalla ringhiera per sedersi sulla panchina dietro di me, fuori dalla traiettoria dei bossoli, appoggiando i talloni sul bordo del sedile e sollevando le ginocchia in modo da non toccare le schegge con le gambe nude.
«C’è sempre qualcuno di cui preoccuparsi. Qualcuno che sa che siamo qui da sole, tanto per cominciare». Questa volta colpisco la scatola, facendola saltare. La prendo anche coi due colpi successivi, sebbene non siano centrati.

Le Shore sono piatte come un uovo fritto; in una giornata limpida dalla nostra veranda al piano di sopra sembra di vedere nel domani, e di solito è quasi possibile scorgere, in lontananza, la macchia scura che corrisponde a Chinco­teague Island, a nord-est. Siamo una delle tre isole, al largo della costa della Virginia e appena a sud del Maryland, immerse nell’Oceano Atlantico come gocce cadute in un dipinto. Smorziamo la violenza degli uragani, produciamo così tanto cibo che parecchio finisce per marcire prima ancora di essere raccolto, perché c’è troppo da mangiare e da scegliere; ma la gente dice che il governo nemmeno si ricorda che siamo qui, che si dimenticano di noi quando disegnano le mappe.

Accomack Island, l’isola più grande, è la più vicina alla terraferma; il suo perimetro ai lati si unisce a quello delle barriere di sabbia che cambiano forma e dimensione a ogni tempesta che passa; una strada la attraversa nel mezzo con ponti che la collegano alla terraferma alle estremità sud e nord, e piccoli borghi sparsi in tutta la lunghezza; è questa l’isola su cui viviamo. Poi c’è Chincoteague Island, al largo della costa nord est di Accomack. È molto più piccola e squadrata, non grossa come una città, ma più grande di un paese, dove la maggior parte delle persone coi soldi, gente che non è nata qui, ma che è arrivata qui dalla terraferma, ha la propria residenza estiva; in inverno è il luogo più abbandonato del mondo. Assateague Island è l’isola più a est, dove un tempo c’era un villaggio, ma dove nessuno vive più da quando è diventata un parco nazionale. È lunga e sottile e ha una spiaggia di sabbia dove si può nuotare e vedere i pony selvatici. Tutte e tre le isole insieme formano le Shore.

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Intervista a Robert Ward https://minimaetmoralia.it/interviste/intervista-a-robert-ward/ https://minimaetmoralia.it/interviste/intervista-a-robert-ward/#comments Mon, 07 Apr 2014 16:00:15 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=19803 Questa intervista è uscita su Repubblica Sera.

Viene da Baltimora, nel Maryland, una di quelle città che sembra cantata da Bruce Springsteen in The River, dove nasci, cresci e farai il lavoro di tuo padre. Ma per Robert Ward, classe 1943, non è andata così, ora vive a Los Angeles, dopo essere stato a New York e aver scoperto che tutto è possibile, dopo aver attraversato gli Stati Uniti da hippy negli anni 60 e cambiato vita molte volte: insegnante, giornalista, scrittore, sceneggiatore per la televisione e per il cinema.

Ha firmato puntate di serie come Miami Vice e Hill Street Blues, e dal suo secondo romanzo Cattle Annie and Little Britches (1977) è stato tratto il film Branco selvaggio (1981) con Burt Lancaster e Diane Lane, ma c’è un personaggio in particolare che ha segnato la sua carriera: Red Baker, operaio trentanovenne di Baltimora che perde il lavoro e deve sopravvivere. È il protagonista di Io sono Red Baker, del 1985, subito premio Pen West come miglior romanzo americano dell’anno, amato da scrittori come Robert Stone, Richard Price, Michael Connelly, Christopher Hitchens, James Crumley, Laura Lippman. Una storia che ancora oggi ha molto da dire, che parla di crisi economica e che viene proposta in Italia, per la prima volta, dal piccolo e raffinato editore  senese Barney Edizioni, in una collana diretta dal traduttore Nicola Manuppelli e intitolata “I Fuorilegge”, dedicata agli autori americani meno noti (in Italia), ma non per questo meno interessanti. E infatti tra i primi estimatori di Ward c’è stato Tom Wolfe, che in qualche modo l’ha salvato da una vita che non gli piaceva, e l’ha lanciato alla ricerca del successo.

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Questa intervista è uscita su Repubblica Sera.

Viene da Baltimora, nel Maryland, una di quelle città che sembra cantata da Bruce Springsteen in The River, dove nasci, cresci e farai il lavoro di tuo padre. Ma per Robert Ward, classe 1943, non è andata così, ora vive a Los Angeles, dopo essere stato a New York e aver scoperto che tutto è possibile, dopo aver attraversato gli Stati Uniti da hippy negli anni 60 e cambiato vita molte volte: insegnante, giornalista, scrittore, sceneggiatore per la televisione e per il cinema.

Ha firmato puntate di serie come Miami Vice e Hill Street Blues, e dal suo secondo romanzo Cattle Annie and Little Britches (1977) è stato tratto il film Branco selvaggio (1981) con Burt Lancaster e Diane Lane, ma c’è un personaggio in particolare che ha segnato la sua carriera: Red Baker, operaio trentanovenne di Baltimora che perde il lavoro e deve sopravvivere. È il protagonista di Io sono Red Baker, del 1985, subito premio Pen West come miglior romanzo americano dell’anno, amato da scrittori come Robert Stone, Richard Price, Michael Connelly, Christopher Hitchens, James Crumley, Laura Lippman. Una storia che ancora oggi ha molto da dire, che parla di crisi economica e che viene proposta in Italia, per la prima volta, dal piccolo e raffinato editore  senese Barney Edizioni, in una collana diretta dal traduttore Nicola Manuppelli e intitolata “I Fuorilegge”, dedicata agli autori americani meno noti (in Italia), ma non per questo meno interessanti. E infatti tra i primi estimatori di Ward c’è stato Tom Wolfe, che in qualche modo l’ha salvato da una vita che non gli piaceva, e l’ha lanciato alla ricerca del successo.

Robert Ward, benvenuto in Italia, anche se si presenta con una storia per nulla solare, e con un personaggio tutt’altro che semplice: Red Baker. Chi è?

Be’, diciamo che è un uomo con delle convinzioni, che scivola, cade sempre più giù e cerca di galleggiare. Non sa scegliere, i suoi sogni si spezzano, è un debole come le persone vere e ha per soli amici gli operai licenziati come lui, che conosce dalla high school. Quando chiudono le aziende siderurgiche perdono tutti il lavoro e tutto crolla, anche le relazioni personali, eccetto le più salde, ma tutto si fa drammatico. Chi si suicida, chi diventa alcolizzato, chi si aiuta con anfetamine o altre pillole. Tutti o quasi cercano lavoro, accettano anche i più umili, ma è difficile non cadere in depressione, resistere. È una storia dei primi anni 80, quando si sentono i morsi della crisi, con Reagan alla Casa Bianca, la sua nuova dottrina economica, la “reaganomics”, e i Giapponesi che acquistano sempre più realtà produttive e finanziarie negli Stati Uniti. Una storia difficile da raccontare, vista dal basso, dalle difficoltà di un operaio licenziato, sposato, con un’amante e un figlio per il quale farebbe qualsiasi cosa, ma che è anche una persona che non ce la fa più. È un lavoro che mi ha impegnato nove anni, tra alti e bassi: facevo ricerca, avevo molto materiale, avevo scritto circa 500 pagine, ma non funzionava, non avevo il romanzo. Poi un giorno ho trovato l’incipit, con Red Baker che si presenta, e da lì tutto è scorso via veloce.

Anche la sua vita da lì ha preso un’altra piega.

La mia vita ha preso molte pieghe. Sono nato e cresciuto anch’io a Baltimora, dove ero un pessimo studente ma leggevo molti libri, e passavo i pomeriggi a fare sport o a giocare a poker perdendo un sacco di soldi. In fondo era una città dove non potevi andare da nessuna parte, dove avresti trovato il tuo schifoso lavoro per andare avanti. Quando alla fine della high school mia madre mi chiede se voglio andare al College, io penso sarebbe un’ottima cosa, perché ho visto lo studentato delle ragazze, ma mio padre vorrebbe andassi a fare il suo lavoro, cioè quel lavoro che ogni sera maledice tornando a casa. Ma scherziamo? Sono gli anni 60, divento un hippy e vivo nelle comuni, seguo in tour i Grateful Dead e scrivo. Lì, in quella follia, nasce il mio primo romanzo, Shedding Skin (1972), che racconta quelle avventure.

Esce negli anni in cui insegnava, se non sbaglio, e in cui incontra Tom Wolfe.

Sì, insegnavo inglese alla Miami University di Hamilton, in Ohio, due anni in un inferno di neve, poi a Geneva, nello stato di New York, ma proprio non mi piaceva l’ambiente accademico. Devo dire grazie a Tom Wolfe, che ha dato un occhio alle cose che stavo scrivendo e mi ha detto: “perché non vieni a New York?” Così mi licenzio e parto, senza un soldo. Lavoro come giornalista per magazine di sport per pagarmi l’affitto. Erano gli anni del new journalism, e mi piaceva, e soprattutto mi piaceva New York, una città dove potevi fare tutto: vuoi scrivere? Provaci e se vali qualcosa farai! Le cose accadevano, se volevi farle accadere. Era il contrario di quello che avevo vissuto a Baltimora, dove se dicevi “voglio fare lo scrittore”, ti rispondevano “non esistono scrittori a Baltimora, lascia perdere”.

Invece a New York la invitano a scrivere anche per il cinema.

Già. Quando pubblico Cattle Annie mi propongono di scrivere la sceneggiatura per il film diretto da Lamont Johnson, poi esce il terzo romanzo Sandman nel 1978, e nel 1985 Red Baker. Ma quando esce sono sfinito dalla fatica fisica e psicologica che mi ha causato, sono depresso, arrivo a pensare al suicidio, intanto escono recensioni molto positive, vinco il Pen West, e all’improvviso David Milch e Jeff Lewis mi chiamano: vogliono che faccia delle sceneggiature per Hill Street Blues, una serie tv poliziesca.

Un bel cambiamento di prospettiva, per un ex hippy.

A dire il vero il problema è che io non sapevo come si scriveva per la tv, oltre a non sapere che storie inventare. Così sono tornato a Baltimora, dove ho incontrato un poliziotto che si chiamava come me, Robert Ward, siamo usciti insieme a berci una birra e a bruciapelo mi ha detto: “ho una storia per te”. Ed era vero! Così ho imparato che anche per la tv, per scrivere storie belle, bisogna avere un fondo di verità, bisogna andare a pescarle da chi le vive: poliziotti per un poliziesco, medici per una serie sui dottori e così via.

Ma per uno scrittore fare tv, poi cinema, non è un po’ vendere l’anima al diavolo?

Il mito degli scrittori che si vendono al cinema e poi non valgono più nulla per la letteratura è stato inventato a New York, un centro di potere editoriale che si è visto negli anni sottrarre forza da Hollywood, da Los Angeles, dove mi sono trasferito anch’io da 29 anni, anche se all’inizio pensavo fosse solo per un anno o due. È un modo di pensare che non mi piace: quando insegnavo, i miei colleghi consideravano solo la letteratura, era il sacro tempio, e la scrittura per altre cose, come il giornalismo, era roba da prostitute. Figuriamoci per la tv, è un gradino sotto l’essere all’inferno. Eppure molti scrittori hanno scritto per il cinema. Penso ad esempio a Faulkner, ad esempio, alla sceneggiatura per The Big Sleep (Il grande sonno, 1946). Se ovviamente sceneggiature e romanzi sono scritture diverse, non è detto che uno scrittore non possa farli entrambi e bene, con ottimi risultati.

Veniamo all’oggi. Red Baker esce in Italia in piena crisi economica, che anche negli Stati Uniti ha morso con violenza. Il dramma che racconta il romanzo non è inattuale.

Per nulla. Forse anche per questo negli anni ha continuato ad avere successo, e sono contento che ora arrivi in Italia, anche se certo non mi fa piacere la situazione di crisi. Negli Usa è tremenda, ancora oggi. Molti, specie negli stati più poveri come il Kentucky o il West Virginia, vivono in macchina, o in autobus. Il lavoro manca, e il presidente Obama sta facendo il possibile, anche se speravo fosse più incisivo. Ma è difficile, non dimentichiamoci che è il primo presidente nero della storia del mio paese, e i Repubblicani lo odiano per questo. Sono disposti ad affossarci pur di vederlo finire nel fango, sono convinti che come se ne andrà la situazione si risolverà, ma la loro ricetta è la “reaganomics”, che abbiamo già conosciuto e ne abbiamo visto gli effetti. Ma non andranno alla Casa Bianca. I Repubblicani non sono amati e sono bravissimi a tirarsi la zappa sui piedi con molte gaffe. Per capirci, Sarah Palin non sarà il prossimo presidente degli Stati Uniti: questa, almeno per me, è la buona notizia che posso dare.

In questa lettura è molto vicino a Bruce Springsteen, per altro una colonna sonora ottima per il suo Red Baker. Però tra i tanti gruppi citati nel romanzo il Boss non c’è.

Quando facevo il giornalista a New York, vidi uno dei suoi primi concerti, e lo recensii molto bene dicendo che avrebbe fatto successo. Mi piace, ma non lo adoro. Spesso, specie per Red Baker, mi paragonano a Springsteen, e qualcuno ha anche detto che vorrei esserlo. Ma preferisco i Beatles, i Rolling Stones, il blues o il rock’n’roll. E poi, anche se negli anni di Red Baker molti lo ascoltavano, a Baltimora si sentiva piuttosto Elvis o Gene Vincent. È un posto perso nel tempo, una città operaia, di porto. Un posto nostalgico, ma difficile, come la storia di Red Baker, che però si chiude con un lieto fine, o almeno la cosa più vicina a un lieto fine che posso pensare.

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Intervista a Chuck Rosenthal https://minimaetmoralia.it/interviste/intervista-a-chuck-rosenthal/ https://minimaetmoralia.it/interviste/intervista-a-chuck-rosenthal/#respond Tue, 18 Mar 2014 16:30:16 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=19390 Questa intervista è uscita su Repubblica Sera.

Le vie della letteratura sono infinite. E Chuck Rosenthal, 63 anni, prolifico scrittore outsider americano, da tempo percorre una strada personale, quella del “giornalismo magico”, che racconta la società contemporanea attraverso narrazioni metaforiche. Una strada che lo ha portato in Italia, dove finora era stato tradotto solo il suo Elena delle stelle (1997). È infatti uscito per l’editore Mattioli 1885 A ovest dell’Eden (West of Eden, trad. it. di Nicola Manuppelli, pp. 245, € 17,90), una storia travolgente, difficile da riassumere, che esplode in tante direzioni tra humour, tragedia e risate. Il protagonista è Shark Rosenthal, scrittore, personaggio in parte autobiografico, con una moglie poetessa, Diosa, e una figlia di nome Gesù convinta di essere davvero il figlio di Dio in versione femminile, il che crea problemi al padre Shark, che si muove tra Hollywood, Malibou, Topanga Canyon e guida il lettore nella Los Angeles del ventunesimo secolo, fra business del cinema e letterario, poeti e santoni, hippies e fanatici di Scientology, con attori in crisi di nervi che ricorrono alla New Age. Persone sconosciute e vip stile Robert Downey jr., Mel Gibson e Sting si rincorrono in (dis)avventure di ogni tipo, di cui l’aggettivo “surreali” esprime bene la follia.

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Questa intervista è uscita su Repubblica Sera.

Le vie della letteratura sono infinite. E Chuck Rosenthal, 63 anni, prolifico scrittore outsider americano, da tempo percorre una strada personale, quella del “giornalismo magico”, che racconta la società contemporanea attraverso narrazioni metaforiche. Una strada che lo ha portato in Italia, dove finora era stato tradotto solo il suo Elena delle stelle (1997). È infatti uscito per l’editore Mattioli 1885 A ovest dell’Eden (West of Eden, trad. it. di Nicola Manuppelli, pp. 245, € 17,90), una storia travolgente, difficile da riassumere, che esplode in tante direzioni tra humour, tragedia e risate. Il protagonista è Shark Rosenthal, scrittore, personaggio in parte autobiografico, con una moglie poetessa, Diosa, e una figlia di nome Gesù convinta di essere davvero il figlio di Dio in versione femminile, il che crea problemi al padre Shark, che si muove tra Hollywood, Malibou, Topanga Canyon e guida il lettore nella Los Angeles del ventunesimo secolo, fra business del cinema e letterario, poeti e santoni, hippies e fanatici di Scientology, con attori in crisi di nervi che ricorrono alla New Age. Persone sconosciute e vip stile Robert Downey jr., Mel Gibson e Sting si rincorrono in (dis)avventure di ogni tipo, di cui l’aggettivo “surreali” esprime bene la follia.

Chuck Rosenthal, partiamo dal titolo: West of Eden ricorda East of Eden di Steinbeck (La valle dell’Eden). È la sua negazione “postmoderna”?

Viene da pensarlo, sì. La letteratura postmoderna eleva fenomeni della cultura di massa a un livello letterario e distrugge le convenzioni narrative fino a fare dell’ambiguità del linguaggio uno strumento di ricerca della verità, come la poesia cerca di esprimere l’inesprimibile attraverso la lingua. Il postmoderno è eclettico e ha messo le sue radici anche da voi in Italia, penso alla moda, al design, all’architettura e, a essere sincero, tra le mie prime influenze postmoderne ci sono due scrittori italiani: Dino Buzzati e Italo Calvino, che per me sono al fianco di Borges, Márquez e Cortázar per gli autori sudamericani e William Gass per gli Stati Uniti. Potrei poi fare molti altri nomi di autori per me importanti, a partire da Jack Kerouac e Mark Twain, o di musicisti come Leonard Cohen, ma uno scrittore postmoderno vive di influenze, e le usa consapevolmente. Così West of Eden certamente va messo in relazione con East of Eden, ma non penso sia una negazione del realismo di Steinbeck, piuttosto un’allusione a cos’è l’ovest di Los Angeles, non geograficamente, ma metaforicamente: la California, la terra promessa, la fine di un continente, vai a ovest di tutto questo e arrivi all’est.

Un est che affronta con il “giornalismo magico”, che per lei indaga «la metafora della vita». Una vita immersa nei consumi e nella società dello spettacolo.

Spesso toccando questo argomento nascono metafore iperboliche, ma West of Eden non estremizza quelle del consumismo e dello show business. Nel mio precedente lavoro di “giornalismo magico”, Are We Not There Yet, ambientato sull’Himalaya, seguivo attraverso induismo, buddismo e culture islamiche il concetto del maya, cioè l’idea che il mondo sia illusorio. E, quando parli per metafore di illusione e falsità, si mescolano aspetti magici e di verità.

Cioè appunto il suo “giornalismo magico”, dove però tutto rischia di diventare fiction.

A dire il vero non dico che tutto diventi fiction. Sono un grande fan della realtà, ma ci sono problemi che potrei riassumere con un aforisma: “Puoi morire per un’idea ma un’idea non morirà mai per te”. Insomma, per dimostrare quanto la parola “verità” sia senza significato, o sia difficile dire cosa sia, basta andare in un tribunale per un processo. Diciamo che sono affascinato dal potere e dalla bellezza della lingua, ma non ho fiducia in lei.  Quando provi a raccontare la realtà con le parole, come fai? Io provo a scrivere un libro diverso ogni volta, mescolo generi e tradizioni letterarie perché mi permette di portare in primo piano il linguaggio in maniera sempre differente, e voglio che ogni frase sia una sorpresa, se possibile. Se no, mi annoio. Poi certo, amo leggere i giornali, riconosco il valore del giornalismo tradizionale, del new journalism e del gonzo journalism, e leggo volentieri anche la fiction realistica, se ha un buon ritmo e porta in primo piano linguaggio e metafore, ma sinceramente preferisco la narrativa fiabesca.

“Narrativa fiabesca” echeggia il “realismo magico” della letteratura sudamericana. Nel suo saggio Che cosa è il giornalismo magico?, che chiude il libro, non lo cita.

Non lo cito perché con quel saggio voglio affrontare come oggetto il giornalismo, e quindi parlo di new e gonzo, creative non-fiction, ma non posso negare che il realismo magico abbia avuto una grande influenza su di me. In particolare, appunto, l’uso che ne fa Márquez, nelle cui mani diventa davvero un realismo sociale in senso marxista, una critica alla cultura borghese.

Il giornalismo magico è quindi una forma di denuncia?

Vorrei rispondere “sì”. Ma Whitman dice: “Do I contradict myself? Very well then, I contradict myself.  I am large.  I contain multitudes.”  Abbandono la ricerca di una verità semplice, ammesso che la verità possa essere semplice, e ne cerco una più profonda, nell’assurdo e nel miracoloso. Sì, si tratta di una specie di denuncia, ma mi diverto a farla.

E cosa vuole denunciare della società americana?

Sono un membro della cultura di massa, non posso separarmene, così West of Eden è un’immersione, un’operazione di autocoscienza.  Penso che il problema principale in America sia il consolidamento della ricchezza contro la crescente schiera di poveri. Constatarlo, o criticarlo, non risolve il problema. E sinceramente non condivido le narrazioni che raccontano di stanze dei bottoni o cospirazioni, penso anzi che queste metafore, come provocazioni, siano fallimentari. Il cinismo diventa lo strumento che protegge questa scissione. E a ben vedere, qui a Hollywood – città-impresa dell’industria dell’intrattenimento – siamo dominati dal cinismo, dall’interiorizzazione della distanza dalle cose, una condizione talmente introiettata da essere vissuta senza nemmeno averne coscienza. E non penso si conosca davvero il significato della parola “cinismo”.

Quindi l’ironia dei suoi personaggi è un’arma di difesa o l’accettazione della finzione?

Per quanto possa essere giocoso e divertente West of Eden, penso che la narrativa sia una ricerca dell’autenticità. Se i miei personaggi usano l’ironia come arma, è di difesa contro il cinismo. E la sincerità, l’espressione diretta, in fondo può essere letta come un’implicita, magari inconsapevole, forma di cinismo.

Però quando parla del dramma dei Desaparecidos, di persecuzioni, prigionie e torture, non fa ironia. Anche questo è “magic journalism”?

Sì, penso che i capitoli sui desaparecidos siano giornalismo magico. Anche se sono basati sulla storia di carissimi amici, fuggiti dall’Argentina e ora residenti a Los Angeles. E, anche se sono lontani dalla cultura hollywoodiana, provo a raccontarli in scene con loro seduti attorno a un tavolo di vetro o nella Death Valley (un’affascinante metafora essa stessa), o a Vasquez Rocks dove sono girati dozzine di show e film sci-fi hollywoodiani, per compensare sia la cupezza, la gioia e il dolore della loro fuga, sia l’aver vissuto al confine della morte e tra le ombre di così tanti parenti, amici, compagni morti.

A proposito di cinema, nel libro racconta anche di come stia fagocitando la letteratura.

Per gli editori, tra i criteri di selezione dei romanzi c’è anche la possibilità della loro trasposizione filmica. Era inevitabile che il cinema fagocitasse la letteratura, perché fin dal principio tutti gli animali, uomini inclusi, hanno pensato per icone, per immagini. Che noi viviamo soltanto in un universo linguistico è illusorio, e le sequenze d’immagini sono più profondamente radicate nella nostra psiche che quelle di parole. Si possono fare molti esempi, basti pensare al cambiamento in atto nell’uso dei devices simili all’iphone: da un lato sono spedite sempre meno parole via sms, servizi di messaggeria scritta o twitter, dall’altro aumentano le fotografie scattate e spedite (valgono più di mille parole?).

E allora perché sta scrivendo The Last Book of Everything, un libro che sembra essere infinto. Viene in mente Proust. Cerca di fare una sorta di catalogo della memoria fluida del suo tempo?

Anche in questo caso vorrei rispondere solo “sì”. The Last Book of Everything, da cui è stato tratto un docufilm che dovrebbe uscire nell’estate 2014, è un libro di 800 pagine, e incompiuto. Non ho la precisione e l’interiorità di Proust, ma sì, provo a raccogliere la memoria fluida dei miei tempi, ma allo stesso tempo provo, se possibile più radicalmente di Virginia Woolf, e imparando da lei, a distruggere la convenzione narrativa del “tempo”. Così non è proprio un catalogo, ed è anche magico, favolistico e non realista. Ospita dozzine di narrazioni, mini-racconti, novelle, trattamenti, e in teoria dovresti essere in grado di iniziarlo dove vuoi per poi tornare a quel punto, o leggerlo random. Comunque, ho smesso di scriverlo.

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