Nikola Tesla Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/nikola-tesla/ un blog di approfondimento culturale Fri, 08 Dec 2017 13:25:24 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=7.1 https://minimaetmoralia.it/wp-content/uploads/2025/07/cropped-cropped-309290503_464034925751050_1790831071097755281_n-32x32.jpg Nikola Tesla Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/nikola-tesla/ 32 32 Parigi, capitale dell’inesperienza https://minimaetmoralia.it/letteratura/parigi-capitale-dellinesperienza/ https://minimaetmoralia.it/letteratura/parigi-capitale-dellinesperienza/#comments Tue, 29 Jan 2013 10:11:36 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=12718 Questo pezzo è uscito su Orwell. (Immagine: Cara Barer.)

Nella letteratura francese degli ultimi tempi, sempre più visibile è la presenza di opere che hanno per oggetto la vita di personaggi reali. Solo per fare alcuni esempi illustri: le vicende picaresche del Limonov di Emmanuel Carrère; i destini sofisticatamente narrati da Jean Echenoz (quello di Ravel nel volumetto omonimo, del fondista Emil Zátopek in Courir e dell’inventore Nikola Tesla in Des éclairs); la vocazione da medico-esploratore di Alexandre Yersin in Peste et Choléra, ultimo romanzo di Patrick Deville. Dopo l’orgia di insipide autofictions intimiste che, nello snodo fra i due millenni, ha depravato il mondo letterario francese, la salutare lezione del successo di Houellebecq sembra infine essere stata accolta: uno scrittore incapace di confrontarsi con ciò che è altro da sé non merita di essere letto. L’altro può assumere le forme più diverse: la Storia, la società, l’arte, le grandi vite di personaggi celebri o quelle, minime, di anonimi individui. E può assumerle anche nelle varianti di scrittura più egotistiche. Ma non laddove l’egotismo rifiuti di confrontarsi coi presupposti della sua legittimità: una madeleine che non racchiuda in sé l’intera architettura del tempo è, letterariamente, senza sapore.

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Questo pezzo è uscito su Orwell. (Immagine: Cara Barer.)

Nella letteratura francese degli ultimi tempi, sempre più visibile è la presenza di opere che hanno per oggetto la vita di personaggi reali. Solo per fare alcuni esempi illustri: le vicende picaresche del Limonov di Emmanuel Carrère; i destini sofisticatamente narrati da Jean Echenoz (quello di Ravel nel volumetto omonimo, del fondista Emil Zátopek in Courir e dell’inventore Nikola Tesla in Des éclairs); la vocazione da medico-esploratore di Alexandre Yersin in Peste et Choléra, ultimo romanzo di Patrick Deville. Dopo l’orgia di insipide autofictions intimiste che, nello snodo fra i due millenni, ha depravato il mondo letterario francese, la salutare lezione del successo di Houellebecq sembra infine essere stata accolta: uno scrittore incapace di confrontarsi con ciò che è altro da sé non merita di essere letto. L’altro può assumere le forme più diverse: la Storia, la società, l’arte, le grandi vite di personaggi celebri o quelle, minime, di anonimi individui. E può assumerle anche nelle varianti di scrittura più egotistiche. Ma non laddove l’egotismo rifiuti di confrontarsi coi presupposti della sua legittimità: una madeleine che non racchiuda in sé l’intera architettura del tempo è, letterariamente, senza sapore.

A un primo sguardo, la narrativa francese sembrerebbe quindi essersi districata dall’impasse autoreferenziale cui l’avevano condannata gli esperimenti del Nouveau roman e dell’Oulipo. Un esame meno sbrigativo spinge invece a chiedersi se la via d’uscita tracciata dalla tendenza alla biofiction non conduca a vicoli ancora più ciechi.

Tale tendenza, in effetti, può essere interpretata come il sintomo di una sindrome da sdoppiamento: vista la propria difficoltà a coniugare invenzione narrativa ed esperienza personale, ci si volge al racconto di vite altrui nella speranza che, ribaltando la persona dei pronomi e il significato delle identità, la narrazione possa trovare nuovo nutrimento creativo. Speranza in gran parte illusoria, poiché, nel confronto con individui la cui interiorità, contrariamente a quella dei personaggi di finzione, rimarrà comunque inaccessibile, il punto di vista narrativo sulle loro vite rischia di restare prigioniero di una prospettiva autobiografica, o di limitarsi a un’aneddotica didascalica.

C’è da domandarsi se questa inclinazione allo sfruttamento diegetico delle vite altrui, vite consumatesi in altre epoche o in altri paesi, non sia il riflesso di una incapacità a vivere il proprio mondo, la Francia, e in particolare Parigi, come un luogo di autentica esperienza. Parigi, che per oltre un secolo fu la capitale universale dei mondi d’invenzione, sembra oggi una città incapace di ispirare un qualunque destino narrativo. Sempre più ricca, acculturata ed ecologica, sempre più distaccata dalla banlieue e dalla provincia, sempre più pacificata nella propria identità bobo, Parigi espelle dal proprio perimetro le tensioni che di ogni vera esperienza sono al tempo stesso forma e sostanza. Non per nulla, in Limonov, Carrère interpreta lucidamente la sua fascinazione per l’avventuriero russo come il paradosso di un’educazione e di un’esistenza da classico letterato parigino: educazione ed esistenza incentrate su frequentazioni intellettuali di alto censo.

E gli altri scrittori di lingua francese, in particolare coloro che scrivono veri e propri romanzi, come si collocano in questo contesto al tempo stesso sociale e letterario? La produzione romanzesca d’Oltralpe è sterminata, generalizzare non avrebbe molto senso. Passando in rassegna alcuni fra i casi più significativi degli ultimi anni, si ha però conferma di questa estromissione di Parigi dal suo ruolo di capitale letteraria. Nei suoi romanzi, Houellebecq non si è mai interessato molto alla Ville lumière, preferendole la provincia, i paradisi erotici della Thailandia o gli scenari naturali dell’Irlanda e della Spagna, i due paesi in cui ha vissuto da quattordici anni a questa parte. Nel suo ultimo libro, La carta e il territorio, si è divertito a fantasticare una Francia del futuro ormai ridimensionata a parco di attrazioni turistiche. Jonhatan Littell, che a Parigi non ha quasi mai abitato, aveva trovato l’ispirazione delle Benevole nelle sue esperienze umanitarie in Bosnia. Smessi i panni del gerarca nazista, si è isolato con la moglie e i figli a Barcellona, e per tornare alla scrittura si è recentemente recato in Siria come reporter. Uno dei romanzi di cui più si è parlato questo autunno, La vérité sur l’affaire Harry Quebert di Joël Dicker, è stato pubblicato da un autore svizzero ed è ambientato negli Stati Uniti.

Insomma, la letteratura francese degli ultimi tempi sembra orientarsi sempre di più in una direzione extraterritoriale, disertando il luogo che, per centralità storica, culturale ed economica, ha tradizionalmente racchiuso il più alto capitale simbolico di esperienze. Parigi si è così ritrovata esclusa dai libri che espone nelle vetrine delle sue stesse librerie, le più belle e più numerose di qualsiasi altra città al mondo.

In Italia, la maggior parte delle librerie sono invece di uno squallore inenarrabile. E fra i paesi economicamente più sviluppati, siamo, com’è noto, quello con meno lettori. Un paese privo non solo di una capitale letteraria, ma di ogni solido tessuto culturale. Eppure, nonostante le diagnosi talvolta frettolose dei critici, l’Italia riesce a mantenere in salute una tradizione romanzesca ben radicata, una tradizione che oggi, nei suoi esempi migliori, si rinnova riuscendo a rappresentare senza provincialismi la sempre più tragica disgregazione di società e individuo, rovescio speculare del processo di omologazione planetaria in corso. Resta da chiedersi se questa capacità di rappresentazione non sia altro che lo sventurato privilegio di un paese ormai difficilmente vivibile, o se la letteratura non possa anche essere l’espressione narrativa di un mondo, tutto sommato, abitabile. Un mondo in cui sia possibile fare esperienza senza pagare il prezzo della disperazione.

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Intervista a Emmanuel Carrère https://minimaetmoralia.it/interviste/intervista-a-emmanuel-carrere/ https://minimaetmoralia.it/interviste/intervista-a-emmanuel-carrere/#comments Thu, 22 Nov 2012 15:38:59 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=11323 All’albergo degli scrittori questa volta l’ospite è Emmanuel Carrère. Si dà il caso che è uno che vale la pena incontrare. E poi dovrebbe essere una persona disponibile. Nel suo ultimo libro descrive di quando, giovane appassionato di cinema, fu ricevuto dal regista Werner Herzog per un’intervista; l’autore tedesco lo trattò così male da aver originato quello che somiglia molto a una specie di trauma. Insomma, c’è da dubitare che Carrère voglia passare a sua volta per uno stronzo. Secondo Les Inrockuptibles è uno dei migliori autori francesi viventi.

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Questa intervista è uscita sul Mucchio Selvaggio. (Fonte immagine: Limonow.de.)

All’albergo degli scrittori questa volta l’ospite è Emmanuel Carrère. Si dà il caso che è uno che vale la pena incontrare. E poi dovrebbe essere una persona disponibile. Nel suo ultimo libro descrive di quando, giovane appassionato di cinema, fu ricevuto dal regista Werner Herzog per un’intervista; l’autore tedesco lo trattò così male da aver originato quello che somiglia molto a una specie di trauma. Insomma, c’è da dubitare che Carrère voglia passare a sua volta per uno stronzo. Secondo Les Inrockuptibles è uno dei migliori autori francesi viventi. Nel suo paese fa incetta di riconoscimenti. In Italia gli hanno appena dato il premio Malaparte per il suo ultimo libro, Limonov (Adelphi); è il ritratto di Eduard Savenko, alias Eduard Limonov, un “avventuriero” russo. Quando si legge “avventuriero” è difficile non chiedersi cosa voglia dire: alla fine del libro di Carrère, se non altro sappiamo che il suo protagonista non potrebbe definirsi altrimenti. Nel corso della nostra chiacchierata, Carrère non esita a definirlo anche “carogna”. Tanto per darvi un’idea.

Ritratto, si diceva: una parola che per Carrère ha un preciso significato – una parola che aiuta molto a definire i suoi libri; altrimenti, questa cosa di dover definire può diventare un bel grattacapo. Lui stesso, nel corso dell’intervista, per semplificare tutto quanto, spiega: se fossi un pittore, sarei un ritrattista. È una definizione precisa, che assumerà più avanti maggior chiarezza, ma andiamo con ordine.

Prima di tutto, perché Limonov? Cosa la ha spinta a ritenere quest’uomo degno di essere ritratto in un libro?

Diciamo che con Limonov avevo una specie di storia personale, per così dire. Non mi sono messo a pensare qualcosa come “vediamo, che personaggio potrei trovare della Russia contemporanea su cui scrivere”? In verità, come racconto all’inizio del libro, conoscevo già Limonov. L’ho conosciuto a Parigi, negli anni Ottanta. Non dico che fossimo diventati amici, ma era sorta una specie di simpatia tra di noi. Avevo letto e ammirato alcuni dei suoi libri. Poi per una ventina d’anni o non ne ho sentito parlare oppure ne ho sentito parlare molto male, nel senso che sembrava si fosse trasformato in una specie di gran fascistone. Una cosa abbastanza spaventosa. Poi, dopo questi venti anni di quasi-niente, me lo sono ritrovato reincarnato nei panni di un eroe dell’opposizione democratica russa, incontrandolo durante la commemorazione per le vittime al teatro delle Dubkrova: ne sono rimasto molto disorientato. È questo che mi ha spinto prima di tutto a scrivere un reportage su di lui. Perché avevo voglia di approfondire, capire meglio dove collocare Limonov nello scenario russo odierno. Ma neanche quel lavoro giornalistico mi è bastato per farmi un’idea. Così, per capire io stesso che cosa pensassi di lui, ho voluto fare qualcosa di più lungo: un libro.

Nel raffigurare un personaggio così controverso, che problemi ha incontrato dal punto di vista stilistico ed etico?

Inizierei dall’aspetto dello stile letterario. Fin dal reportage, il primo lavoro che ho scritto su Limonov, ho avuto l’impressione – molto positiva per me – di avere azzeccato il tono giusto. Ero riuscito a dare un ritmo vivace, allegro. Il che mi piaceva molto: mi sembrava di aver trovato la giusta tonalità. E in fondo tutto il libro che poi è seguito è rimasto fedele a questa specie di registro musicale. Devo dire che scriverlo è stato un gran piacere. Dal mio punto di vista, il tono che mi viene naturale è un “andante moderato”. Con Limonov mi sono lanciato in questo “allegro”, o “allegro vivace” che ho adottato con piacere; trovato il tocco giusto, il difficile è stato tenere questo andamento per tutta la stesura del libro.

L’etica, dunque. In una lettera, Anton Cechov scriveva di essere molto fiero dell’indifferenza che lui provava verso i suoi personaggi; cosa ne pensa?

Per quello che mi riguarda, non sono rimasto indifferente al mio personaggio – e leggendo Cechov dubito fortemente che quello che lui provasse realmente fosse indifferenza. Io ho avuto l’impressione di avere dei sentimenti quasi sempre molto forti nei riguardi di Limonov, e quasi sempre contrastanti tra loro. In certi momenti Eduard mi sta molto simpatico, in altri lo detesto. Durante la stesura mi capitava di chiedermi che razza di oggetto fossi andato a trovarmi; un attimo dopo mi dicevo “caspita, che diavolo di storia  formidabile e avventurosa che ha questo personaggio”. Alla fine sono rimasto con quella strana difficoltà che si prova a farsi un’idea precisa del protagonista di cui scrivi. E secondo me per un autore questo è un ottimo motore, e rende la lettura più interessante: il fatto che io non sappia esattamente cosa pensare.

Ma devo ammettere che si sono stati alcuni momenti più difficili di altri. In particolare uno, e nel libro lo racconto: quando Limonov si trova nell’ex Jugoslavia, all’inizio degli anni Novanta. Non si tratta soltanto di riserve morali e politiche scaturite dal vederlo impegnato nelle guerre balcaniche. Il vero disagio è averlo visto, a un certo punto, sparare con la mitragliatrice in direzione di Sarajevo, sotto lo sguardo benevolo di uno come Radovan Karadzic (l’ex leader serbo accusato di crimini di guerra e genocidio dal tribunale dell’Aia, ndr). In questo caso, oltre a rendermi conto di avere a che fare con… una vera carogna, mi è parso un ometto, un cattivo, ma un cattivo meschino. Questo mi ha indotto a lasciare questo libro per quasi un anno.

Leggendo i suoi libri, sembra che prevalga in lei l’interesse per le vite degli altri, o per le biografie.

In realtà l’unica biografia “vera” è quella su Philip Dick, e non è neanche una biografia tradizionale…  in Vite che non sono la mia parlo di un gruppo di personaggi reali, ma sono noti solo a me, non a tutti. Come definirei allora i miei libri? Dei ritratti. Se io fossi un pittore, sarei sicuramente un ritrattista. Tantissimi pittori ritraggono la figura umana. Quando osservi i quadri di alcuni autori, hai l’impressione che si tratti di personaggi immaginari – per il modo che hanno di disegnare i volti: devono essere facce che stanno soltanto nella testa del ritrattista. Ma se guardi altri quadri, senti da qualche parte che certi pittori stanno ritraendo, in modo molto rassomigliante, delle persone reali. E ciascuno di noi, di chi guarda, anche inconsapevolmente, se ne accorge, coglie questa differenza. Pensi a Michelangelo: uno non ha l’impressione che quando ritrae dei volti stia ritraendo delle persone reali, quanto qualcuno che popola la sua mente, che sta nella testa di Michelangelo. Ma guardiamo ora il Ghirlandaio, invece, un altro grandissimo pittore; perlomeno a me, fa l’effetto di dire: “Sì, quello che vedo nei suoi quadri è qualcuno che ha incontrato per strada, che ha visto realmente”. Quindi direi – e non so quanto sia una mia scelta quanto sia per via del tipo di capacità o di talento – che io sono questo secondo tipo di ritrattista. E qui non sto dando nessun giudizio di valore: tra Michelangelo e Ghirlandaio, chi potrebbe dire quale dei due è un miglior pittore? Non si può dire: semplicemente rispondono a due temperamenti diversi.

Sembra un tema che la affascina molto.

Sì. Aggiungo un ricordo personale. Qualche tempo fa mi trovavo a Firenze e ho rivisitato questa cappella affrescata dal Gozzoli, nel Palazzo dei Medici. Raffigura una processione. All’inizio della processione tu vedi, senti che sta ritraendo dei personaggi che non possono non essere presi di peso dalla corte dei Medici. Ma più vai verso il centro spirituale del tema ritratto, e più ti accorgi che i personaggi – angeli, eccetera – non sono presi dalla vita vera. È un affresco meraviglioso dove soprattutto è molto interessante questa sorta di  progressione: via via questo modo di ritrarre si idealizza e ci sono dei volti che evidentemente sono immaginari. Quando guardi quel tipo di raffigurazioni, puoi anche non sapere di cosa si tratti. E però istintivamente avverti la differenza: qui si sta ritraendo qualcosa di vero, qui l’artista se lo è immaginato. E questo vale anche per il mio libro su Limonov. Poniamo il caso che Google non esista. Leggendo questo libro, qualcuno potrebbe davvero pensare che sia un parto della mia fantasia? Io non credo, penso che si avverta che ci sia una storia vera dietro. Senti, in un certo modo che non è facilmente spiegabile, direi intuitivo, se la storia è vera o no, se il personaggio – il volto – è vero o no, mancando ogni supporto esterno.

Dunque, se un lettore che non sappia chi è Limonov dovesse pensare che il suo è un personaggio inventato, significherebbe che il libro è riuscito? Sarebbe gratificante per lei?

Non ho una teoria in merito, come si renderà conto. Piuttosto ho una serie di intuizioni. Il mio libro L’avversario, si basa su un fatto di cronaca realmente accaduto. Penso che se fosse stato un parto esclusivo della mia immaginazione, insomma pura finzione, sarebbe stata una finzione “cattiva”, che non stava in piedi; se avessi scritto quel libro per poi proporlo al mio editore come un parto della mia fantasia, lui mi avrebbe risposto: “bene, l’idea è buona, la storia è interessante, ma vai a casa e riscrivilo, rendilo verosimile”. Perché la finzione letteraria è tenuta alla verosimiglianza. Penso che lo scopo di un libro sia di farti credere per verosimiglianza che il personaggio sia autentico.

Questa della letteratura che tende alla realtà, che “confonde” cronaca e immaginazione, sembra una tendenza vera e propria degli ultimi dieci anni almeno, non trova?

Sì, sono d’accordo che ci sia questa tendenza, e che siamo in tanti. Tra gli scrittori francesi che conosco,  c’è un grande mio amico, Jean Echenoz. Ultimamente ha scritto solo romanzi biografici, “vite di”: il compositore Ravel, il corridore Emil Zatopek, e poi… ora  non ricordo, insomma quel rivale di Edison (Nikola Tesla; il libro di Echenoz è stato tradotto in italiano con il titolo di Lampi, ndr). Lui, questo mio amico, mi dice: in questo momento ho voglia di scrivere di vite. E io gli rispondo… anch’io. In fondo quanto è strano, buffo, che ciascuno pensa – quando scrive – di seguire una sua inclinazione, tutta intima e privata. E poi ci ritroviamo tutti a fare la stessa cosa.

Una delle sue influenze dichiarate è Truman Capote. È stato un aiuto alla sua scrittura?

In realtà non so se mi ha aiutato. Forse sì. Il debito nei confronti di Capote è cominciato quando stavo scrivendo L’avversario, perché malgrado tutto oggigiorno chiunque scriva di vicende effettivamente successe, su fatti di cronaca, non può farlo fuori dall’ombra di A sangue freddo, che è un libro enorme, un libro grandissimo. Certo: come ombra intimidisce parecchio, se non finisce addirittura con il paralizzare. Tutte le teorie di Capote sul non fiction novel mi ha aiutato a trovare questa forma che è molto libera e nella quale mi sento molto a mio agio. E adesso che mi ci fa pensare, se vogliamo penso di poter dire di essermi tirato fuori da quest’ombra così ingombrante. Perché a un certo punto ho dovuto – forse addirittura costretto – passare alla prima persona singolare, cosa che Capote non fa, anzi, al contrario: lui si tira fuori, pretende una grande obiettività – che naturalmente non ha: fa finta di non essere implicato, ma non è vero, è una gran balla.  Io ho scelto – o forse non si è trattato di una scelta, ripeto, quanto di un passaggio obbligato – di entrare in scena, di entrare anche io dentro.

Per concludere: mi sembra che Limonov sia anche il racconto di una nazione, la Russia; è così?

Assolutamente.La Russia è una grande dispensatrice di storia. E di storie.

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La casa sul fiume https://minimaetmoralia.it/non-fiction/la-casa-sul-fiume/ https://minimaetmoralia.it/non-fiction/la-casa-sul-fiume/#comments Thu, 23 Aug 2012 13:00:43 +0000 http://www.minimaetmoralia.it/?p=9116 foto di Roberto Beani

La casetta a due piani si trova sopra la sponda di un fiume. Una ventina di metri più in alto si snodano i tornanti asfaltati di una strada di montagna. Ogni tanto arriva una donna, stringe le mani attorno al guardrail, dove una scala di ferro posticcia scende verso il fiume, e grida il nome di sua figlia:

“Sara! Saraaaa... Mi senti? Dove sei?”.

Sara − nome di fantasia − è una delle tante ragazze e ragazzi che ogni giorno, scesa la scala e un sentiero dirupato, tornano alla casa sul fiume. Non è raro che Sara, dopo aver cenato in veranda, si fermi a dormire su di una delle tre, quattro brandine attrezzate nella zona notte. Così come altri passano la notte in altre capanne, cannicci e baracche edificati negli ultimi anni lungo le due sponde del fiume. La zona si trova a pochi chilometri da un celebre tratto di costa italiana e si anima della presenza di decine di persone, tra i 12 e i 40 anni, nel periodo tra giugno e settembre. Trattandosi di costruzioni abusive, mi è stato chiesto di non aggiungere altre indicazioni. Al di là della definizione di abusivo, che getta una luce parziale ed iniqua sul lavoro creativo di questa piccola comunità, si può comunque affermare che la casa appartiene al genere delle architetture spontanee. Come gli igloo, i trulli, le tende mongole o le edicole religiose costruite, in Sud America, con le lattine di coca cola.

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foto di Roberto Beani

La casetta a due piani si trova sopra la sponda di un fiume. Una ventina di metri più in alto si snodano i tornanti asfaltati di una strada di montagna. Ogni tanto arriva una donna, stringe le mani attorno al guardrail, dove una scala di ferro posticcia scende verso il fiume, e grida il nome di sua figlia:

“Sara! Saraaaa… Mi senti? Dove sei?”.

Sara − nome di fantasia − è una delle tante ragazze e ragazzi che ogni giorno, scesa la scala e un sentiero dirupato, tornano alla casa sul fiume. Non è raro che Sara, dopo aver cenato in veranda, si fermi a dormire su di una delle tre, quattro brandine attrezzate nella zona notte. Così come altri passano la notte in altre capanne, cannicci e baracche edificati negli ultimi anni lungo le due sponde del fiume. La zona si trova a pochi chilometri da un celebre tratto di costa italiana e si anima della presenza di decine di persone, tra i 12 e i 40 anni, nel periodo tra giugno e settembre. Trattandosi di costruzioni abusive, mi è stato chiesto di non aggiungere altre indicazioni. Al di là della definizione di abusivo, che getta una luce parziale ed iniqua sul lavoro creativo di questa piccola comunità, si può comunque affermare che la casa appartiene al genere delle architetture spontanee. Come gli igloo, i trulli, le tende mongole o le edicole religiose costruite, in Sud America, con le lattine di coca cola.

La definizione di ‘architettura spontanea’, che ha avuto il merito concettuale di confrontarsi con una dimensione marginale e negletta del fare umano, nasce da una mostra allestita a New York nel 1964, da Bernard Rudofsky, un teorico dell’architettura che aveva all’epoca visitato la Puglia. La nozione investe quelle costruzioni nate dal bisogno di un singolo o di una piccola comunità, in genere sprovvisti non solo di specifiche competenze tecniche, progettuali, ma di aspirazioni estetiche o ideologiche programmatiche. Un’architettura senza pedigree.

Mi fa strada Alessandro − altro nome di fantasia − che mi mostra prima la veranda − un paio di tavoli, sedie di plastica in quantità, una cucina a gas, una piccola consolle da dj, un’amaca, pentole, piatti e una moka con cui mi offre un caffè − e poi il secondo piano, la zona notte, dove ci accomodiamo su dei divanetti neri gonfiabili, che poggiano su un puzzle di tasselli di legno. L’ambiente è fresco, confortevole, accarezzato dalle fronde degli alberi che spazzolano le onduline del tetto. “Abbiamo fatto un muro di sassi presi dal fiume, un riempimento, e poi tirato su la casa esclusivamente con materiali di risulta, roba trovata, scarti di cantiere. Il legno, i tubi Innocenti, le onduline, i pannelli, i pancali, tutto recuperato come potevamo e in grande economia”. Poi la scorsa estate è stato montato uno scivolo di cinque metri, ricavato da un tubo di plastica tagliato a metà, che si tuffa in una pozza artificiale − creata mediante l’innalzamento di una diga con pietre e sacchi di ghiaia − collocata proprio sotto la casa. Lo scivolo, che crea la suggestione di un acquapark rurale, è uno degli elementi che si sono aggiunti nel corso di più estati, “grazie alla collaborazione e alle competenze artigianali, meccaniche, manuali, di chi passava, ci conosceva e decideva di associarsi al progetto”. Il fabbricato si è sviluppato nel tempo, per accumulazione d’idee, proposte, come nelle stalagmiti, senza un progetto ultimo o una finalità, attraverso la volontaria donazione di tempo e competenze, e a volte riarrestato, nel suo processo, dai piccoli furti di materiale che si verificano durante l’inverno.

“Come passate il tempo?”, chiedo, e mi viene da completare: “come passate il tempo senza il mondo e senza un collegamento internet?”. Risponde la fidanzata di Alessandro, una ragazza con un viso sincero, da staffetta partigiana, che fa sapere di avere scelto questo posto, di aver scelto di vivere qui, concretamente e sostanzialmente, per almeno due mesi l’anno, di notte e di giorno, anche per prendere le distanze dalla vita che sta a valle, sulla costa e al mare, da quella frenesia, da quella certa ritmaticità, precisa, con una sorta d’involontaria e plastica, efficace alterazione del vocabolo. Qua il ritmo, invece, oltre che dalla preparazione del pranzo, dalla pulitura del bosco, dai tuffi, sembra sillabato da una circolare, infinita discussione sul più e il meno, che è forse la forma più elementare e feconda del ritmo, del bit, del beat, del dialogo umano e della filosofia. Si scioglie così il classico bivio: mare o montagna? “Inoltre il mare ha un costo”, aggiunge Alessandro, “essendo quasi interamente diviso in lotti e stabilimenti privati”, ed è spesso invaso da una socialità che, al contrario della socialità fluviale, è promiscua, deconcentrante e frammentata. Al fiume, invece, oltre a vivere bene pare si viva di pochissimo, e non è forse del tutto una coincidenza, è forse piuttosto un frutto dei tempi, il fatto che i primi lavori della casa siano iniziati qualche anno fa, in corrispondenza con la prima crisi dei subprime.

Lungo le pareti al secondo piano, come a ricreare un modulo domestico, sono state dipinte una tv, con il logo di Italia Uno in evidenza − “questa è un po’ una provocazione”, dice Alessandro, “la tv non dice la verità”− uno stereo e delle finte prese per la corrente. Infine, sulla parete verso mare, sono state dipinte una barca a vela e un’isola: la Giamaica. Le dominanti cromatiche, lungo tutte le pareti, sono quelle oro, verde e rosso della bandiera rastafari. “Qualche anno fa”, racconta Alessandro, “passarono da qui dei giamaicani, che ci dissero quanto questo posto gli ricordasse certe atmosfere di Negril”. Ecco perché tra le pieghe del breve apologo della fidanzata sul mare, sulla città giù a valle, su quel mondo così vicino e così lontano in cui il patto tra gli uomini e la natura, tra uomo e uomo, si sarebbe infranto, sembra riecheggiare proprio la mitologia rastafariana su Babylon, la metropoli maledetta. “Ci sono persone che lavorano in città o al mare, bagnini, meccanici, operai, che la notte vengono qua a dormire e la mattina poi si alzano per tornare al lavoro”. Ogni tanto, infatti, anche per gli umani, come nel caso dei cellulari e dei computer, è necessario riattaccare la presa a una corrente. Spesso la sera, grazie a un generatore, viene messo in attività un sound system, con un microfono, proprio come per i toaster a Kingstown. A volte il microfono è stato utilizzato per comunicazioni pratiche tra una baracca e l’altra tra le sponde del fiume. “Oh, ce l’avete un paio di pomodori? E il sale?”. La notte del 17 agosto c’era anche una macchina del fumo.

Agli inizi del secolo, non lontano da qui, sulla costa, con una intuizione non diversa da quella di Alessandro e degli altri ragazzi della casa, quando ancora esisteva una ricchissima vegetazione spontanea di tipo mediterraneo, identiche relazioni sociali ed economie di tipo informale, qualcuno pensò di portare un grammofono dentro una capanna di pescatori, che poi divenne, nel tempo, uno spazio privato e, nel dopoguerra, uno dei più famosi e internazionali locali notturni italiani.

Chiacchierando con gente della zona, gente senz’altro di sinistra, di sensibilità senz’altro ambientalista, mi è stato detto che questa casa, le baracche che stanno intorno, rappresentano una forma di privatizzazione e appropriazione dolosa del territorio, nonché uno scempio del medesimo. Sul primo punto, Alessandro ci tiene a sottolineare che quella casa appartiene a tutti, che il fiume, così come del resto il mare, appartiene a tutti. E il modo con cui sono stato accolto non mi fa dubitare delle sue parole, nonché della sintonia etica con il rastafarianesimo che in parte lo ispira. Sul secondo punto, invece, ricorda quanto svolto in origine, cioè la completa ripulitura dai cespugli e dai rovi che avevano invaso e reso indisponibile il luogo, e inoltre l’opera di quotidiana pulizia dell’area, il fatto che a fine stagione le dighe vengano smontate, pietra per pietra. È curioso notare come proprio chi predichi un ritorno alla natura ponga per la persona di sinistra e ambientalista, prima citata, una questione di violazione e sfregio del paesaggio. È curioso e strano, inoltre, notare come questa persona, nella difesa pura dell’ambiente così com’è, dimentichi di considerare i meriti e le qualità di un gruppo di persone che ha deciso, in autonomia, di costruire una comunità estiva, in esodo da tutto ciò che a valle, secondo un diffuso parere, ha reso complicata e infelice, votata ad un’economia turistica priva di slanci ed immaginazione, la vita degli uomini e dell’ambiente.

Per avviare il sound system fino ad oggi è stato utilizzato un generatore di corrente, ma Alessandro, che è una specie d’ingegnere autodidatta, che legge e studia molto su internet, ha già verificato, sperimentalmente, la possibilità di costruire una turbina idroelettrica, utilizzando le sorgenti e, sembra di capire, il motore di una lavatrice. Sarà pronta il prossimo anno, dice, mentre ragiona sull’ipotesi del biogas, sull’acqua potabile da una fontanella e sullo stafilococco, citando all’improvviso lo scienziato Nikola Tesla, ed altro, fino ad indurmi nel sospetto che sulla casa, oltre al tetto ad onduline, aleggi un materiale teorico che si potrebbe troppo facilmente definire evocando semplicemente un nome, nel bene o nel male troppo abusato, che mi rifiuto di menzionare, limitandomi ad accennare al fatto di aver incontrato un grillo, tra i cespugli che circondano il sentiero che porta al fiume. Le istituzioni locali, sulla questione dell’abusivismo, latitano. Ma qualcosa fa credere non si tratti di semplice inerzia, ma dell’essere scesi a più miti consigli − sarò ingenuo? − dell’aver compreso che questo accampamento interroga in profondità la loro coscienza di nativi, la loro immersa pasta genetica, l’interna, antica e complessa vibrazione che li accomuna ai loro amministrati, dato che le baracche sembrano parlare con lo zufolo di un ethnos locale, profondo e perduto, variamente mercanteggiato, sulla costa, inevitabilmente, a volte anche felicemente e positivamente, con gli altri riti e topoi della contemporaneità (gli aperitivi sòla da 8 euro, i bar finto orientali, le sfilate di brutta moda e le brutte feste in spiaggia ecc.).

 

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