Nikos Kazantzakis Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/nikos-kazantzakis/ un blog di approfondimento culturale Sun, 17 Dec 2017 23:58:27 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=7.1 https://minimaetmoralia.it/wp-content/uploads/2025/07/cropped-cropped-309290503_464034925751050_1790831071097755281_n-32x32.jpg Nikos Kazantzakis Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/nikos-kazantzakis/ 32 32 Sulle tracce dell’Odissea. Riscoprire Nikos Kazantzakis https://minimaetmoralia.it/letteratura/odissea-riscoprire-nikos-kazantzakis/ https://minimaetmoralia.it/letteratura/odissea-riscoprire-nikos-kazantzakis/#comments Mon, 18 Dec 2017 07:00:55 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=35802 Questo pezzo è uscito sul Venerdì, che ringraziamo.

Nikos Kazantzakis è stato un genio indiscutibile. Ma è cosa poco nota. In Italia, pochissimi ne conoscono anche solo il nome. E tra quei pochissimi, la maggior parte non ha mai letto una sua opera e prevale semmai il vago ricordo dei titoli di coda di un film stratosferico interpretato da Anthony Quinn, Zorba il greco. All’estero forse qualcosa cambia. Ma il problema è che nella sua stessa terra natale, Kazantzakis è stato osteggiato e continua a esserlo da uno schieramento di forze composite, a partire dalla potentissima chiesa ortodossa, passando per la destra, fino agli stessi intellettuali, giornalisti e scrittori, rosi dal livore dell’invidia nei confronti del genio. E tuttavia i suoi lavori restano per sempre a testimonianza di questa grottesca sorte di cui la storia farà giustizia.

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Questo pezzo è uscito sul Venerdì, che ringraziamo.

Nikos Kazantzakis è stato un genio indiscutibile. Ma è cosa poco nota. In Italia, pochissimi ne conoscono anche solo il nome. E tra quei pochissimi, la maggior parte non ha mai letto una sua opera e prevale semmai il vago ricordo dei titoli di coda di un film stratosferico interpretato da Anthony Quinn, Zorba il greco. All’estero forse qualcosa cambia. Ma il problema è che nella sua stessa terra natale, Kazantzakis è stato osteggiato e continua a esserlo da uno schieramento di forze composite, a partire dalla potentissima chiesa ortodossa, passando per la destra, fino agli stessi intellettuali, giornalisti e scrittori, rosi dal livore dell’invidia nei confronti del genio. E tuttavia i suoi lavori restano per sempre a testimonianza di questa grottesca sorte di cui la storia farà giustizia.

Qui da noi, in Italia, presto una delle opere più eccezionali di questo intellettuale dalla versatilità mostruosa sarà disponibile in libreria. La rivalutazione deve finalmente cominciare. Nicola Crocetti usa parole di fuoco. Scrittore, editore, traduttore, Crocetti è oggi il più attivo a diffondere la poesia e in generale la letteratura neogreca in Italia. Ha tradotto i principali poeti greci del Novecento (su tutti KavafisElitisRitsosSeferis), sua è la splendida traduzione di Zorba il greco che ci ha permesso finalmente di leggere l’opera tradotta dall’originale, e sta ora portando a termine un lavoro immane: la traduzione dell’Odissea di Kazantzakis. Un poema di 33.333 versi di 17 sillabe per ricreare l’effetto dell’esametro antico. Bellezza e potenza difficili da definire, almeno come inquantificabili sono i problemi che il poema pone al traduttore.

“Kazantzakis innanzitutto aveva una capacità lavorativa immensa. Conosceva perfettamente sei lingue. Tradusse Odissea e Iliade, la Commedia di Dante, i poeti spagnoli della Generazione del 27. Portò in Grecia Nietzsche, il Faust di Goethe, Bergson, Machiavelli. Tradusse addirittura 12 volumi del vocabolario Larousse in dispense. Si guadagnava da vivere traducendo. E intanto creava. Diede alle stampe dieci romanzi, cinquanta opere teatrali, quattro biografie, diversi libri e racconti di viaggio (primo fra gli europei a raccontare Giappone e Cina del Novecento), centinaia e centinaia di articoli, e ciliegina sulla torta: quest’opera immensa che nel 1938 suscitò sconcerto pari solo all’Ulisse di Joyce.

In essa, Kazantzakis fa sua la raccomandazione di Dante “fatti non foste a viver come bruti, ma per seguir virtute e conoscenza” e mette in scena un Ulisse che non ha più nulla dell’eroe omerico, ma in cui transustanzia se stesso e il suo ideale di uomo”. Difficile definire quest’ideale senza mettere accanto alla sete di conoscenza dell’Ulisse dantesco, il vitalismo che Kazantzakis sviluppò soprattutto leggendo Nietzsche, un vitalismo che si unisce allo spiritualismo ascetico messo alla prova dall’autore durante tutta una vita di viaggi e nomadismo (nacque a Creta nel 1883, visse fra Parigi, Berlino, Mosca, Italia, Spagna, Egina, Cipro, Egitto, Cecoslovacchia, Antibes). “Per definire l’eroe, Kazantzakis usa quasi centocinquanta epiteti. Il più frequente è l’Asceta”. Crocetti inizia a snocciolare a memoria e non si ferma più. “Mente di volpe. L’Amareggiato. Lo Spietato. Occhi di stella. L’Orgoglioso. L’Assediato dalle ombre. Il Volitivo. Il Subdolo. Il Combatti dèi. Il Paziente. L’Ambiguo. Il Solitario. Mente di Fiamma. Il Ladro di anime. Il Conosci Cuori. L’Eclettico… Ulisse è tutte queste cose assieme. Un Superuomo con virtù e difetti dell’uomo normale, con quella tensione ascetica tutta propria di Kazantzakis stesso, che possiamo ben ritrovare nella sua biografia di S. Francesco, in effetti quasi un’autobiografia”.

La storia che racconta questo poema debordante parte dalla fine dell’Odissea omerica. Ulisse è costretto a ripartire quando scopre un complotto delle donne di Itaca che assieme a Penelope e allo stesso Telemaco si preparano a ucciderlo. Mette assieme una ciurma di cinque uomini, costruisce una nave e la prima meta è Sparta dove Menelao, vecchio e imbolsito, lo delude. Elena invece è ancora bellissima e Ulisse la porta via con sé. A Creta però Ulisse cede Elena a un biondo giardiniere e si lancia in Egitto dove prende a risalire il Nilo in cerca delle sue sorgenti (tema che all’epoca tormentava molti esploratori).

Combatte, rovescia governi, incontra la Morte e passa una giornata in sua compagnia (si addormentano assieme, in un brano fenomenale, e la Morte sogna, e l’incubo da cui desidera risvegliarsi al più presto è il contraltare degli incubi umani: essa infatti sogna la vita). Incontra filosofi, Gesù Cristo, personaggi mitologici. Il viaggio si trasforma in un viaggio nel tempo in cui Ulisse e i suoi compagni si disfano delle enormi ricchezze accumulate a Eliopoli. Arrivano in Sudafrica. Di qui Ulisse s’imbarca su una specie di kayak, da solo. Naviga verso l’Antartide e l’aurora australe, infine muore schiacciato da un iceberg mentre la sua anima si fa fiamma, luce, spirito.

“Oltre alla ricchezza dei temi, è la lingua che Kazantzakis usa a sconcertare. Più di 8000 sono i lemmi introvabili su qualsiasi dizionario greco che rendono la lettura difficile per i greci stessi. Parte sono conii dell’autore. Parte sono termini dialettali che Kazantzakis raccolse in un’opera infaticabile dal lessico di pescatori, contadini, mestieranti cretesi. Si era accorto che una lingua intera sarebbe morta. Pensò di salvarla in un vocabolario. Poi creò l’Arca di Noè del suo poema. Un mondo intero salvato alla distruzione”. Al tempo stesso una fatica immane per i traduttori. “L’ottima versione inglese di Kimon Friar  ha venduto oltre 200.000 copie. La versione tedesca ne ha vendute 80.000. I lettori sono entusiasti. Non potevo sottrarmi. Avevo cominciato fin da ragazzo ma mi accorsi in fretta di essere del tutto impreparato. Mi sono rimesso all’opera tre anni fa, dopo aver finito il lavoro su Zorba. In un anno conto di finire e in massimo due anni il libro sarà disponibile”.

Si potrà cominciare anche da noi a restituire a Kazantzakis quel che non ebbe mai? Lui che perse il Nobel per un voto quando fu Camus a vincere. Lui che terminò il poema chiudendosi in una solitudine estrema sull’isola di Egina dopo dodici anni di riscritture. “Difficile dire quel che accadrà. I meriti sono indiscutibili. A me l’unica certezza l’ha data il traduttore svedese: non conosceva neppure il neogreco quando andò in pensione lasciando l’insegnamento in un liceo e cominciò a studiare solo per tradurre quest’opera unica. Oggi ha superato abbondantemente i cent’anni e sta lavorando a una revisione. È in forma perfetta. Quando gli ho chiesto qualche consiglio si è limitato a dirmi: “Bravo. Traduci l’Odissea. È un lavoro immane. Ma allunga la vita”.

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Chiedetelo al mio amico Pana se in Grecia la crisi è finita https://minimaetmoralia.it/reportage/grecia-e-crisi/ https://minimaetmoralia.it/reportage/grecia-e-crisi/#comments Wed, 14 May 2014 14:30:53 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=20700 Questo pezzo è uscito su Pagina 99. (Nella foto l'epigrafe sulla tomba di Nikos Kazantzakis con la celebre frase tratta dal suo 'Zorba il greco": "Non temo niente, non spero niente, sono libero".)

Atene. Per misurare con una certa obiettività la rinascita greca dopo sei anni di recessione, ciascuno di noi – stranieri, estranei, non greci, barbari –  ha in mano parecchi strumenti. Il più veloce richiede un’ora scarsa: andata e ritorno in giornata. Basta prendere la metropolitana all’aeroporto, scendere a Monastiraki, incamminarsi per qualche centinaio di metri su Athinas, voltare a destra quando si aprono le immense porte del mercato centrale. Andate lì a fine mattina, quando i banchi cominciano a chiudere. Conquistate un angolo dove sedervi e contemplate. Lo spettacolo della varietà di uomini e donne che puntano sugli scarti alimentari va seguito, appunto, per un’oretta e la dice lunga e bene – più di qualsiasi cifra statistica.

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Questo pezzo è uscito su Pagina 99. (Nella foto l’epigrafe sulla tomba di Nikos Kazantzakis con la celebre frase tratta dal suo ‘Zorba il greco”: “Non temo niente, non spero niente, sono libero”.)

Atene. Per misurare con una certa obiettività la rinascita greca dopo sei anni di recessione, ciascuno di noi – stranieri, estranei, non greci, barbari –  ha in mano parecchi strumenti. Il più veloce richiede un’ora scarsa: andata e ritorno in giornata. Basta prendere la metropolitana all’aeroporto, scendere a Monastiraki, incamminarsi per qualche centinaio di metri su Athinas, voltare a destra quando si aprono le immense porte del mercato centrale. Andate lì a fine mattina, quando i banchi cominciano a chiudere. Conquistate un angolo dove sedervi e contemplate. Lo spettacolo della varietà di uomini e donne che puntano sugli scarti alimentari va seguito, appunto, per un’oretta e la dice lunga e bene – più di qualsiasi cifra statistica.

Se non siete di corsa, potete invece voltare a sinistra su Sophocleous e seguire lo spettacolo della mensa comunale. Oppure potete sedervi a qualsiasi bar e aspettare di vedere in agguato qualche insospettabile borghese pronto a rubare il biscottino che viene servito accanto alla tazzina di caffè. O potete andare negli ospedali pubblici a seguire le scene raccapriccianti di chi non può essere accolto. Ci sono molti mezzi, alcuni definiti retorici dai soloni del commento, altri certo molto più complessi e raffinati. Ma si tratta comunque di mezzi necessari per dare vita ai numeri che propongono gli analisti e paragonare la presunta rinascita, ricrescita o come vogliamo chiamare quel mostro – chimera? ircocervo? – su cui stanno puntando in molti (dai greci governativi che sperano di conquistare consensi agli stranieri che hanno deciso di investire e speculare) e i numeri della povertà.

Cerchiamo di scandirli bene, questi numeri. Quasi undici milioni sono i Greci oggi. La metà, o poco meno, vive in questa metropoli che è il nucleo del malessere, il centro della guerra. Non si tratta di metafore. Fuori da Atene, tutto è meno violento. Qui, la guerra è palpabile. Qui si concentra la massa dei nuovi poveri. I disoccupati greci oggi sono quasi tre milioni. Si deve salire di numero per definire chi vive in stato di povertà (due disoccupati in una famiglia di quattro persone significa quattro persone in grave difficoltà – e questo i numeri lo sottintendono sempre) e ci si può assestare sui tre milioni o poco meno per contare coloro i quali stanno perdendo qualsiasi copertura medica. Ecco qui la guerra. La guerra che fa i morti. Oggi, in città si cominciano a contare i morti. Quelli che non possono ricevere assistenza medica per un tumore perché il tumore non rientra fra le emergenze (gratuite per tutti), ma che non hanno soldi per operarsi o essere trattati e che dunque muoiono. Non si creda che siano pochi, casi di questo genere. Numeri complessivi ancora non se ne fanno ma un giro fra gli ospedali di Atene può consegnarci qualche dato serio.

Negare l’estremo dramma della crisi greca nel 2014 è insensato. Non è un peccato, ma è insensato. Un peccato mortale è invece rifiutarsi di guardare come i greci stiano reagendo a questa crisi, si stiano difendendo in questa guerra, e stiano mostrando a noi europei, una volta ancora, una via. Qui però c’è bisogno di uno sforzo leggermente superiore. Bisogna conoscere l’uomo greco, un tipo umano che sfugge ancora all’omologazione globalizzante e mantiene caratteri tipici da millenni. Si può cominciare con due libri di magnifica lettura: Il colosso di Marussi di Henry Miller e Zorba il greco di Nikos Kazantzakis. Entrambi raccontano l’uomo greco, il colossale uomo greco: un poeta di nome Katsimbalis, per Miller; il celebre Zorba, per Kazantzakis. Meglio ancora però è conoscerne uno, di questi uomini. Ce ne sono ancora parecchi in giro, di questi tipi che sussumono in sé la varietà e le peculiarità del carattere greco fino a farsene paradigma. Io, da quasi dieci anni, ho individuato il mio eroe in un uomo che di nome fa Panagiotis e che di cognome non ha mai voluto essere trascritto pubblicamente. Preferisce essere chiamato “l’uomo di Cheronea” dalla città dove nacque, e dove nacque anche Plutarco e dove si combatterono quattro importanti battaglie. Nella vita, Panagiotis è stato un celebre campione di pallacanestro (sport qui popolare quanto il calcio), capitano del Panathinaikos e della nazionale. Oggi vive con la pensione minima: 360 euro al mese.

Passare le giornate con Pana è una delle cose migliori a cui io possa ambire. Perché l’uomo greco, tra le molte cose, ne ha una centrale e indiscutibile: non accetta alcun tipo di verità rivelata; è sempre in cerca di una sua risposta, la risposta che risulti migliore, dopo un accurato esame. C’è Socrate, in fondo. Ossia la sorgente della più grande conquista del pensiero occidentale: il senso critico. E allora: cosa è necessario e cosa non lo è? ci sono maniere alternative per vivere una vita dignitosa? come posso, io, conquistarmi la mia felicità? la crisi economica non porta opportunità oltre che dolore? Pana ha superato da poco ottant’anni. Vive nel centro esatto di Atene. Di mattina lo si può incontrare davanti al piccolo negozio di chiavi di un comunista con cui discute animatamente i modelli di vita possibile. Poggia la seggiola sul marciapiede e in cima a uno dei pilastri che impediscono alle automobili il parcheggio selvaggio ha costruito un tavolino su cui depone il suo caffè. A pranzo, Pana mi porta in posti dove si mangia magnificamente a meno di cinque euro. Con lui, ho conosciuto le nuove forme di baratto, gli scambi di competenze e servizi, i mercati dove il produttore è anche venditore e soprattutto le forme più straordinarie di solidarietà metropolitana – un genere di solidarietà particolarmente raro perché è noto che in una grande città i rapporti si perdono. Potrei fare molti esempi ma l’ultima è la questione più importante.

Come è possibile mantenere rapporti, in città? Non siamo tutti ormai convinti che la cosa si possa realizzare soltanto con le persone più vicine, quelle che conosciamo da tempo o con cui condividiamo interessi solidi? La tipica risposta greca è un’altra domanda: chi l’ha detto mai? ne siamo sicuri? non esiste un’altra possibilità? E così per qualsiasi tipo di apparente certezza. E su tutte, una. Ve la riferisco come l’ha formulata lui, l’uomo di Cheronea: “Lavorare, lavorare tutto il giorno, sembra scontato, ma non lo è. Certo, è bene lavorare il giusto. Quanto basta per poi dedicarsi a se stessi e cercare di essere felici. A che serve invece lavorare tutto il giorno? Non vorremo finire come la Svizzera!”

Si può essere d’accordo o meno, ma sarà evidente a tutti che è quanto hanno sempre ripetuto i filosofi antichi, esemplarmente i due più grandi: Platone e Aristotele. L’uomo libero è chi ha a disposizione il tempo per ragionare, chiedersi dove stia andando, come voglia vivere. Non è questo, forse, il modello a cui possiamo realmente ambire ancora oggi e magari proprio perché quasi costretti dalla crisi? Lavorare meno, lavorare tutti, tutti dedicare del tempo a soddisfare i veri bisogni. I greci sono ancora filosofi nel senso originario del termine: amanti di sapienza, sempre in cerca di una verità migliore delle precedenti. Troverete il vostro uomo in Grecia, se avrete tempo e voglia di cercarlo. Vi mostrerà una via, vi aprirà la strada delle domande semplici. Quelle che ci mostrano il profondo significato del termine “crisi”, per esempio. Ossia scelta, giudizio, bivio. Siamo in crisi, infatti, quando dobbiamo decidere. E allora domandiamoci: dove vogliamo veramente andare?

Pochi giorni fa, dopo aver salutato l’amico comunista del negozio di chiavi, Pana se la rideva. L’argomento era ancora il lavoro e stavolta si era trovato costretto a eliminare l’ipotesi precedente: “In quello che propongono i tedeschi, caro Matteo, non c’è posto per quella possibilità. Accettando il loro paradigma, restano solo tre strade. O lavori come un cane, lavori troppo, tutta la vita, dal mattino alla sera, e io non voglio lavorare troppo e nemmeno tanto. Oppure apri una banca. Oppure rubi. Rubare, delle tre, è la cosa migliore. È bello rubare. Ma solo se a rubare sei tu. Altrimenti non è bello affatto. Però che dire? sempre meglio un ladro che una banca”. Andate in Grecia. Fidatevi. Non c’è niente di meglio della Grecia, in tempo di crisi.

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