Nilde Iotti Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/nilde-iotti/ un blog di approfondimento culturale Wed, 30 Mar 2016 22:18:50 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=7.1 https://minimaetmoralia.it/wp-content/uploads/2025/07/cropped-cropped-309290503_464034925751050_1790831071097755281_n-32x32.jpg Nilde Iotti Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/nilde-iotti/ 32 32 Un vuoto dove passa ogni cosa. Vita controvento di Maria Teresa Di Lascia https://minimaetmoralia.it/letteratura/un-vuoto-dove-passa-ogni-cosa-vita-controvento-di-maria-teresa-di-lascia/ https://minimaetmoralia.it/letteratura/un-vuoto-dove-passa-ogni-cosa-vita-controvento-di-maria-teresa-di-lascia/#respond Thu, 31 Mar 2016 05:30:44 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=30420 Questo pezzo è uscito sul Foglio il 12 marzo scorso: ringraziamo la testata e l'autrice.

È il 1975 quando una studentessa che viene da un minuscolo paese della provincia di Foggia si avvicina al Partito Radicale: si chiama Maria Teresa Di Lascia, studia Medicina a Napoli e sogna di diventare missionaria laica, viaggiare e curare gli altri.

È il 1995, la ragazza di Rocchetta Sant’Antonio avrebbe quarantuno anni ma è morta di cancro l’anno prima. Il romanzo che in sordina ha fatto in tempo a consegnare a Feltrinelli le sopravvive, sbaraglia Le maschere di Luigi Malerba e trionfa al premio Strega, eccezionalmente assegnato postumo (era accaduto al Gattopardo di Tomasi di Lampedusa per lo stesso editore). Molto prima di Elena Ferrante, a Villa Giulia c’è una gara giocata da un libro e non da un autore, il quasi esordio di un nome nuovo ai lettori, un best seller che non offre che la propria storia. Come L’amica geniale – ma non ci sono altre somiglianze – anche Passaggio in ombra è una saga familiare ambientata nel sud dell’Italia.

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Questo pezzo è uscito sul Foglio il 12 marzo scorso: ringraziamo la testata e l’autrice.

È il 1975 quando una studentessa che viene da un minuscolo paese della provincia di Foggia si avvicina al Partito Radicale: si chiama Maria Teresa Di Lascia, studia Medicina a Napoli e sogna di diventare missionaria laica, viaggiare e curare gli altri.

È il 1995, la ragazza di Rocchetta Sant’Antonio avrebbe quarantuno anni ma è morta di cancro l’anno prima. Il romanzo che in sordina ha fatto in tempo a consegnare a Feltrinelli le sopravvive, sbaraglia Le maschere di Luigi Malerba e trionfa al premio Strega, eccezionalmente assegnato postumo (era accaduto al Gattopardo di Tomasi di Lampedusa per lo stesso editore). Molto prima di Elena Ferrante, a Villa Giulia c’è una gara giocata da un libro e non da un autore, il quasi esordio di un nome nuovo ai lettori, un best seller che non offre che la propria storia. Come L’amica geniale – ma non ci sono altre somiglianze – anche Passaggio in ombra è una saga familiare ambientata nel sud dell’Italia.

I vent’anni intercorsi fra quei due snodi valgono cento, la Di Lascia improvvisamente scoperta da tutti non è una sconosciuta, fuori dall’ambiente letterario: è stata vicesegretaria di partito e onorevole, ha diretto un giornale, fondato insieme al compagno e poi marito Sergio D’Elia Nessuno tocchi Caino, la più importante associazione italiana contro la pena di morte, ha coordinato con Adriano Sofri “Un digiunatore al giorno” in solidarietà con le vittime delle guerre nei Balcani, ha incontrato il Dalai Lama, lasciato la facoltà di Medicina e fondato un’associazione per tutelare i pazienti che scelgono l’omeopatia, ha adottato sul mondo uno sguardo più femminile che femminista piegando ogni battaglia al suo linguaggio.

Da quella festa del 1995 a cui presero parte tutti tranne la festeggiata, persino Pannella che al Ninfeo non c’era mai stato prima e non tornerà mai più dopo lo Strega alla “strega radicale”, come la chiamava, da quella sera triste ed euforica sono passati altri vent’anni durante i quali io misuravo la distanza fra le generazioni, fra quella donna vissuta quando tutte le scelte private erano anche politiche e me, venuta su mentre la dimensione partecipativa si sgretolava e i miei coetanei congedavano l’idea che votare, associarsi, manifestare fossero verbi intimamente connessi con l’identità individuale.

Una distanza che si trasformava in abisso, mentre il mondo in cui ero nata invecchiava, servivano strumenti nuovi, magari dovevo essere proprio io a inventarli, toccava alla mia generazione figlia di quell’altra, e mi tornava in mente quel romanzo amato d’istinto, che cominciava così: «La creatura sgraziata che mi viene incontro dallo specchio ombrato dell’ingresso, che separa la cucina dal bagno, e quello della stanza del divano, sono io».

La creatura in cui mi ero specchiata taceva. Era affidata alle voci degli altri; chi l’aveva incontrata la ricordava, chi non riusciva a dimenticarla ne cercava le tracce, guardava le poche foto in circolazione interrogando quegli occhi in bianco e nero; nascevano biografie, un documentario, una piazza, un’associazione e un premio letterario per Maria Teresa Di Lascia. Quanto a me, registravo notizie laterali e dettagli biografici sull’autrice del libro di cui mi ero impossessata con quella febbre che si manifesta solo nell’adolescenza, quando siamo certi che le storie dei grandi siano state scritte apposta per noi.

Oggi quella voce che in Passaggio in ombra non si zittiva, svelta e assillante come un animaletto indolenzito e spaurito, assertiva come una figlia bastarda troppo e male amata da una famiglia matrilineare, parla di nuovo. Esce per le Edizioni dell’Asino, curata da Antonella Soldo, un’antologia di interviste, articoli, racconti il cui titolo riprende le righe di una lettera a Sofri, Un vuoto dove passa ogni cosa. Quel vuoto è la scrittura. Di Lascia attraversa spedita la storia e gli individui senza mai scambiarli per massa, e dentro quel vuoto ci sono la politica e la vita.

Lì nascono i suoi interventi e la sua letteratura, lì abitava la persona nascosta dietro Passaggio in ombra: «la morte verrà quando verrà e nessuno ci potrà fare niente. Mi porteranno via, per queste strette scale dei palazzi moderni, e avranno un gran da fare per svuotare tutto il ciarpame che è stato la mia vita». Il ciarpame è ora raccolto in questo libro, da mettere accanto a quell’altro accolto con stupore nel 1995 da lettori e critici improvvisamente costretti a chiedersi cos’erano impegnati a fare, da quale inutile pensiero erano distratti mentre quella voce chiedeva e scriveva senza sosta.

Se alla Conferenza sui Diritti Umani, a Vienna, Di Lascia viene affascinata dall’idea tibetana dell’agire senza fine, senza premio, senza utile, appena dopo precisa: «queste riflessioni non mi hanno impedito di massacrare una ragazza tedesca che stava con noi». Scopriamo che la scrittrice di Rocchetta è prossima al bene ma non sente il dovere di essere buona, è una razzista dell’intelligenza, una razzista culturale, «secondo me sono una ragazza della via Paal», non ha paura della morte ma ha nausea del tempo che le cancella gli zigomi a matita, svelando un volto di quarant’anni e da bambina pesta.

«Bisogna, mi pare, essere asciutti come marinai o come donne che hanno già pianto», scrive androgina, lei che l’otto marzo non si prenderebbe neanche il disturbo di abolirlo («è stato già abolito. A ricordarcelo ci stanno soltanto le testate giornalistiche e le televisioni e tutti quelli che, sapendo bene quanto una cosa è stata abolita, la ricordano soltanto come un catafalco», dice ai microfoni di Radio Radicale), lei che di quella festa non vede nemmeno più la retorica, solo la bara vuota in mezzo a una nevrosi collettiva di competitività maschile e femminile.

Quanto alle femministe, basta osservare che fine hanno fatto: «quasi tutte sono finite a scrivere nelle redazioni di giornali» a raccontarsela, mentre fuori, nel mondo, la parità è rimasta imprigionata nella riproduzione meccanica del rito dell’indipendenza, senza un passo avanti verso la realizzazione personale; il legittimo bisogno di essere autonome, una volta esaurito, dovrebbe coincidere con un desiderio di realizzarsi che riguarda tutti, senza distinzioni di sesso.

«Io fra votare Nilde Iotti e votare un uomo intelligente preferisco votare un uomo intelligente, per essere chiari ed espliciti» è la risposta alla paura che una legge uninominale nel 1988 avrebbe potuto penalizzare le donne, ma è anche una frase di odierno buon senso, riutilizzabile come argine ogni volta che le quote rosa minacciano di esondare, perché nascere maschi o femmine è un puro incidente biologico e dovrebbe destare sempre meno preoccupazione, non sempre più chiacchiericcio. E tuttavia è in buona parte femminile la responsabilità della nonviolenza, di cui il femminismo avrebbe potuto essere portatore formidabile, un’occasione mancata sul cui rimpianto però non c’è stupore: «non ho mai creduto che coloro che avessero la cultura della rivoluzione o dei rivoluzionismi sarebbero stati particolarmente in grado di porsi in maniera paritaria e intelligente nei confronti dei rapporti».

Nel 1989 Di Lascia discute la Ru486 definendola “la pillola della solitudine” che secondo lei non restituisce l’utero alle donne ma lo vende a una casa farmaceutica, e teme il ritorno buio a un rito esoterico e privato: abbiamo fatto tanto per far uscire l’aborto dalle case, siamo sicure di volercelo rinchiudere di nuovo? Nel 1991 interviene alla Conferenza internazionale sull’Aids e, mentre l’immaginario comune è arenato su tossicodipendenti e omosessuali, riporta: «voi sapete che su dieci persone sane che si ammalano otto sono donne. E lo prendono con le trasfusioni dopo i parti che avvengono negli ospedali».

Questa era Maria Teresa Di Lascia, e insieme, di nascosto dai più e forse anche da se stessa, una scrittrice che spiava la famiglia, la follia e l’amore dietro una porta socchiusa, la narratrice di un mondo intimo che scansava trappole come l’utilizzo letterario del sociale e il ricatto del civile. «Io credo che la vera arte si occupi sempre di sociale, anche quando non lo rappresenta proprio», esordisce presentando a Roma una mostra contro la pena di morte, e cita Elsa Morante: il processo artistico come ricomposizione nell’immaginario di una realtà atomizzata, senza scopo didattico.

Ancora, sull’aggettivo “civile”, dopo aver insistito per usarlo a proposito di Nessuno tocchi Caino, spiega che serve a designare un impegno fuoriuscito dal parlamento, «ma con questa parola non si vuole certo dividere il mondo in civili e incivili». Per fortuna l’arte dev’essere incivile, e la letteratura della Di Lascia lo è, anche nei racconti, alcuni bellissimi, come La moglie e Compleanno, raccolti in questo volume; è una letteratura sgarbata, ancestrale, fastidiosa – incivile almeno quanto era stata civile la sua breve esperienza parlamentare e quella più lunga di partito, la cittadinanza vissuta con pienezza, senza perdersi nessun dubbio, nessuna possibilità di suscitare dubbi negli altri.

Per Di Lascia la politica è innocenza, intesa come disponibilità totale, gradiente di comprensione della realtà, capacità di accogliere le sfide; un’innocenza non passiva, l’opposto della stupidità, addirittura il suo antidoto. Gli occhi di Chiara D’Auria, sua alter ego protagonista di Passaggio in ombra, sono quelli di una bambina innocente e coraggiosa che diventa grande mantenendo i segreti degli adulti, scansandosi dalle maldicenze di provincia, imparando come difendersi dalla fragile aggressività dei cosiddetti valori maschili.

Nel 1995, su quel palco di Villa Giulia dall’aria festosa e smarrita come quella di un funerale – i funerali non si fanno mai il giorno del funerale – c’erano anche i fratelli. Uno di loro, nel documentario L’audacia e il silenzio curato da Alessandro Galano, ricorda il disappunto di Maria Teresa: come fai a leggere solo quindici libri l’anno, gli chiedeva costernata, e nemmeno quelli giusti. Quindici era un numero irrisorio per la fame di esperienza di una donna che teneva il libro aperto sulle ginocchia e parlava, guardava la televisione e leggeva, litigava e leggeva. «Un litigio non lo si nega a nessuno», diceva, e come tutte le persone di cattivo carattere a chi glielo faceva notare rispondeva che non era vero, lei aveva semplicemente un carattere, «il carattere è il destino delle persone», ripeteva, ed è anche il cuore del suo romanzo, popolato da creature incapaci di uscire da se stesse, inchiodate a un luogo, a un oggetto, marchiate da forza o debolezza, o anche solo da una smorfia, dal nervosismo, dalla paura.

«Io, come tutti, ho fatto solo quello che potevo» conclude in una lettera al padre, aperta con la dichiarazione d’indipendenza dei figli che hanno smesso di essere tali, ovvero la consapevolezza di aver deluso i propri genitori e di essere sopravvissuti senza traumi a quella delusione, perché non è mica un gran dolore, significa solo essere diventati adulti: «non credere che non sappia che sei molto dispiaciuto per l’assetto complessivo della mia vita e per, l’apparente, testardaggine che sembra racchiuderla».

Una testardaggine che le fa dire, appena incontrato Sergio, detenuto di Prima Linea in permesso premio per andare al congresso Radicale: «di questo qui me ne occupo io», e da allora non lo lascia più, si prende cura di lui ogni minuto con quello che nel romanzo sarà definito «il coraggio fragile e spietato del dono seppure transitorio dell’amore». Intanto lavora a Nessuno tocchi Caino, insiste perché nella descrizione dell’associazione non trovi posto il verbo uccidere, come da traduzione biblica di Erri De Luca.

La radicale e la romanziera non sono due persone diverse, anche se scrivendo narrativa Di Lascia dava alla sua voce un’attitudine che l’ampiezza dei suoi interventi non le avrebbe permesso, quella di farsi minuscola, paesana, soffocata. È il respiro rotto della letteratura a rendere universale quella piccola voce, insieme alla capacità di raccontare il dolore, l’inquietudine, il presagio. Passaggio in ombra era il racconto di molte morti, sempre descritte come un sonno perché «c’è qualcosa di inquietante nel sonno delle persone che amiamo; qualcosa che, se ci mettiamo all’ascolto, contiene la profezia della loro morte».

Se ne vanno uno dopo l’altro i personaggi di quel romanzo intimo e corale, mentre chi li osserva aspetta il destino senza paura e senza spocchia, immaginando l’addio con le sole categorie che abbiamo a disposizione, quelle dei vivi, con la paura che dà pace e terrore insieme: che la morte non sia nient’altro che un luogo dove nessuno ti chiama per nome, nessuno ti viene più a cercare.

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Elio Vittorini ai tempi del “Politecnico” https://minimaetmoralia.it/approfondimenti/elio-vittorini-ai-tempi-del-politecnico/ https://minimaetmoralia.it/approfondimenti/elio-vittorini-ai-tempi-del-politecnico/#comments Fri, 12 Feb 2016 13:00:42 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=29875 Cinquant'anni senza Elio Vittorini: l'intellettuale siciliano morì a Milano il 12 febbraio 1966. In questo pezzo ricordiamo la sua avventura, non priva di travagli, alla guida del Politecnico.

È il dicembre del 1947 quando esce il numero 39 del Politecnico, la “rivista di cultura contemporanea” diretta da Elio Vittorini per Einaudi. Il pezzo di copertina è di Vasco Pratolini, un’inchiesta-reportage sulla città di Firenze. “I fiorentini sono faziosi, beceri, geniali. Il loro spirito è bizzarro perché è composito, sincero soltanto quando è cinico”, scrive[1].

Nella rubrica delle lettere, un tale G.C. da Biella chiede conto al direttore “delle critiche della Pravda a Pablo Picasso con la sua conseguente espulsione”. Vittorini risponde: «Non mi risulta che Picasso sia stato espulso dal P.C. Un’espulsione, per ragioni simili, sarebbe una novità sensazionale nei metodi del P.C. e non saprei assolutamente spiegarmela. Non sarebbe giustificata da nessun punto di vista». Poco sotto, un riquadro invita i lettori a regalare un abbonamento al giornale per le feste in arrivo. Dono poco azzeccato, se non altro perché proprio con il numero 39 l’esperienza del Politecnico – nato settimanale nel settembre ’45 e diventato mensile un anno e mezzo dopo – giunge al capolinea.

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Cinquant’anni senza Elio Vittorini: l’intellettuale siciliano morì a Milano il 12 febbraio 1966. In questo pezzo ricordiamo la sua avventura, non priva di travagli, alla guida del Politecnico.

È il dicembre del 1947 quando esce il numero 39 del Politecnico, la “rivista di cultura contemporanea” diretta da Elio Vittorini per Einaudi. Il pezzo di copertina è di Vasco Pratolini, un’inchiesta-reportage sulla città di Firenze. “I fiorentini sono faziosi, beceri, geniali. Il loro spirito è bizzarro perché è composito, sincero soltanto quando è cinico”, scrive[1].

Nella rubrica delle lettere, un tale G.C. da Biella chiede conto al direttore “delle critiche della Pravda a Pablo Picasso con la sua conseguente espulsione”. Vittorini risponde: «Non mi risulta che Picasso sia stato espulso dal P.C. Un’espulsione, per ragioni simili, sarebbe una novità sensazionale nei metodi del P.C. e non saprei assolutamente spiegarmela. Non sarebbe giustificata da nessun punto di vista». Poco sotto, un riquadro invita i lettori a regalare un abbonamento al giornale per le feste in arrivo. Dono non azzeccatissimo, se non altro perché proprio con il numero 39 l’esperienza del Politecnico – nato settimanale nel settembre ’45 e diventato mensile un anno e mezzo dopo – giunge al capolinea.

Se Picasso ha i suoi grattacapi con la Pravda[2], la grana di Vittorini assumerà le severe sembianze di Palmiro Togliatti. Fin dagli esordi, il Politecnico avrebbe dovuto decisamente agganciarsi alla linea rivoluzionaria del Pci. O almeno queste erano le intenzioni di Vittorini, che non esita a definirsi comunista; d’altro canto, Togliatti e compagnia guardano con attenzione al nucleo di intellettuali che gravita intorno alla redazione di viale Tunisia, a Milano.

Ma bastano pochi numeri della rivista per chiarire a entrambi le parti che, insomma, dev’esserci stato un equivoco. La visione politico-culturale di Vittorini è tutt’altro che ortodossa, e il suo lavoro al Politecnico – generoso, appassionato, a volte persino caotico – ne è uno specchio.  Che riflette, ad esempio, la grande fascinazione per la letteratura e il mondo americano. Uno dei suoi primi colpi è la pubblicazione a puntate di Per chi suona la campana di Ernest Hemingway[3]. Racconta: «Era il 1942 quando riuscii ad avere, via Svizzera, una copia di For whous the bells tolls. Cominciai allora io stesso a tradurlo, sapevo che presto non ci sarebbe più stato Mussolini ad impedire di pubblicarlo. Ma poco tempo dopo venni arrestato, e la mia traduzione andò perduta col testo». Poco male: la prima puntata del romanzo di Hemingway campeggia sulla rivista, accompagnata da un disegno di Renato Guttuso.

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Non solo Hemingway, però. Sul primo numero del Politecnico, nell’elegantissimo formato ideato da Albe Steiner, c’è un pezzo di Henry Miller (titolo sibillino: L’America non è sempre il paradiso). Più avanti troveranno spazio opere o interventi di Charlie Chaplin, Walt Withman e persino di un altro zio Walt d’America, Disney in persona. Accade sul numero 20: l’articolo firmato dal creatore di Mickey Mouse («Walt Disney: la mia officina») è corredato con disegni di Paperino – definito nella didascalia un papero furente – e Topolino («Il topo ragazzo Mickey Mouse è uno dei personaggi più sconsolanti di Disney: euforico, furbo ma non troppo. Un uomo che non sa di essere un topo[4]»).

E insomma se è vero che fu il Politecnico a pubblicare le prime lettere dal carcere di Antonio Gramsci, e che in copertina figuravano pezzi come «Principio di carattere e principio di casta[5]», e all’interno saggi di Georg Luckás, d’altro canto l’ortodossia filo-Pci era ben altra cosa. La tentazione è quella di immaginare lì a Botteghe Oscure una sequela di alzatine di spalle a ogni numero del Politecnico.

Ad esempio: sin dal secondo numero Vittorini affida a Oreste Del Buono (e ad altri collaboratori) il compito di “sdoganare” il fumetto[6], con l’obiettivo di illustrare la dignità del nuovo formato: ecco i balloons con Braccio di Ferro, Barnaby o il signor O’Malley. Passano pochi giorni e Nilde Iotti censura su Rinascita la “sottoletteratura dei fumetti”, incapace di veicolare contenuti ideologici, formativi o culturali. Anni dopo, intervistato da Umberto Eco su Linus, Vittorini dirà candidamente: «Avevamo cercato di servirci dei fumetti come mezzo di divulgazione letteraria, ma si trattava più che altro di un divertimento per noi stessi. Del resto uno spirito di fumetto c’era anche nel tipo di impaginazione che usavamo per il Politecnico».

Ma la dialettica, al Politecnico, era piuttosto vivace anche dall’interno. Franco Fortini, al fianco di Vittorini dalla prima uscita della rivista[7], tiene una rubrica intitolata Diario di un giovane borghese intellettuale. Ecco quello che compare sotto la voce 13 settembre: «Vittorini mi scrive, indignato per il mio “Kafka” “astruso e inutile”. Dice che è contro lo spirito del Politecnico. Ho telefonato, molto di malumore, a Milano, ma Vittorini non c’era […] Può darsi che sia davvero astruso e inutile, letterario e sbagliato. La buona volontà non basta, è noto. Ed effettivamente, scrivendolo, sentivo di non aver risolto quasi nulla. Ma è possibile oggi parlare altrimenti di Kafka? Non si corre il rischio, parlandone, di riprendere il tono degli innumerevoli articoli che compaiono dovunque sulla sua opera, articoli psicologico critici, mistico letterari, e francamente insopportabili?». La polemica si riferisce al numero 37: il servizio di copertina presenta “cinque inediti di Kafka”, accompagnati da due pezzi critici, uno di Carlo Bo e uno di Fortini.

La verità è che di carne al fuoco, nella cucina di viale Tunisia, ce n’era davvero tanta. È come se Vittorini – e i suoi collaboratori – non vedesse l’ora di rovesciare sulla nazione tutte le istanze represse da vent’anni di dittatura, con una miscela di curiosità intellettuale e zelo pedagogico. La rivista considera ogni linguaggio una tecnica, ma non vuole eccedere negli specialismi. Parla ai lettori in modo rigoroso ma non accademico; invita a uscire «dai compartimenti stagni dei tecnicismi e a rendere traducibili i diversi linguaggi, riconducendoli ai concreti motivi umani da cui hanno avuto origine».

Anche in questo caso, l’accavallarsi di idee e spunti rischia di generare disarmonia – e alzatine di spalle a Botteghe Oscure – eppure le intenzioni sono decisamente moderne. Ecco quanto scrive Vittorini a un suo redattore, Marcello Venturi[8], sulla struttura e sulla direzione che avrebbe dovuto seguire per scrivere i suoi reportage: «Vorrei ora impegnarti in un lavoro nuovo. […] Prendendo come esempio l’articolo sulle Puglie, desidererei che qualcosa di simile tu mi facessi su qualche paese tipico della tua zona. politecnico Come lavorano, come mangiano, come amano gli uomini e le donne di famiglie di diversi ceti sociali, le condizioni della donna e dei giovani, le abitazioni di uomini ricchi e poveri. Questo lo schema, ma tutto deve essere raccontato, vivo». E reportage del genere compariranno via via sui numeri del giornale. Italo Calvino ne firma due (Liguria magra e ossuta e Riviera di Ponente), Giorgio Caproni uno (Viaggio tra gli esiliati di Roma).

(Da rivedere la sezione dedicata alla critica musicale: con un pezzo siglato “Firmus”, il Politecnico intona il funerale del jazz, perché «appare chiaro che artisticamente parlando è stato un fenomeno assai circoscritto e di modesta portata[9]»).

Dopo tanto abbozzare e far grossomodo finta di nulla, la prima vera cannonata per il Politecnico arriva per mezzo di un articolo su Rinascita, firmato da Mario Alicata. Dirigente del Pci, intellettuale raffinato – lavorò con Giaime Pintor e Luchino Visconti – Alicata scrisse: «Bisognava lavorare a una cultura nuova, e lavorare per una cultura nuova significa riuscire a creare e diffondere un linguaggio nuovo. Orbene, il linguaggio col quale essi vogliono parlare è risultato quanto mai astratto ed esteriore: intellettualistico, insomma. Mi si chiederà che cosa intendo per intellettualismo. Ecco, per esempio secondo me è intellettualismo giudicare “rivoluzionario” e “utile” uno scrittore come Hemingway, le cui doti non vanno al di là d’una sensibilità da “frammento”, da “elzeviro”, e “rivoluzionario” e “utile” un romanzo come Per chi suona la campana,che rappresenta la riprova estrema dell’incapacità dell’Hemingway a comprendere e a giudicare (cioè, poi, a narrare) qualcosa che vada al di là d’uno suo quadro di sensazioni elementari e immediate: egoistiche».

Ora, si capisce che per Vittorini le parole “Hemingway” e “incapace” non possono comparire nella stessa frase, eppure il direttore del Politecnico prova a non cadere nella provocazione e a rispondere nel merito. E quindi, risponde: «Qui si incorre in una serie di errori. Si vede in Alicata il Partito comunista stesso».

E: «L’errore principale è di ritenere il Politecnico comunista per il fatto di essere diretto da un comunista».

E: «La politica agisce sul piano della cronaca, la cultura sul piano diretto della storia».

In un crescendo wagneriano la polemica giunge al culmine. A scrivere al Politecnico è stavolta il segretario del Pci in persona, Palmiro Togliatti. La lettera, come riferisce nel sommario Vittorini, arriva quando il giornale era “già pronto per andare in macchina”, e viene pubblicata nella sua versione integrale. L’immagine che mi viene in mente di Togliatti si sovrappone a quella di un gatto. «Ma davvero si può arrivare a un punto tale per cui una rivista comunista non potrà esprimersi criticamente a proposito di una pubblicazione culturale fatta da comunisti, senza che s’apra la ridicolissima campagna sulla nostra intolleranza, sul soffocante controllo che noi pretenderemmo esercitare sopra le attività intellettuali?».

E: «La politica, tu dici, è cronaca; la cultura è storia. Falsa generalizzazione!».

E: «Quando il Politecnico è sorto, l’abbiamo tutti salutato con gioia […] Ma a un certo punto ci è parso che le promesse non venissero mantenute. L’indirizzo annunciato non veniva seguito con coerenza, veniva anzi sostituito, a poco a poco, da una strana tendenza a una specie di cultura enciclopedica, a una astratta ricerca del nuovo, del diverso, del sorprendente».

E: «A noi rincrescerebbe che il Politecnico non riuscisse a fare opera di rinnovamento. Il nostro voleva essere più che altro un richiamo alla serietà del compito che vi sta davanti».

E il punto che preferisco, dove sul finire della frase Togliatti incontra Edgar Allan Poe: «Negli ultimi tempi del fascismo, ci furono tentativi di reazione al cretinismo ufficiale; ma anch’essi scarsamente efficaci, perché mancanti di unità e anche di serietà, tanto che si esaurirono nell’attività intermittente, come un fenomeno di fuggevole fosforescenza sopra un corpo in decomposizione, di piccoli gruppi slegati l’uno dall’altro».

Vittorini scrive sul numero 35 un’accorata risposta al segretario del Pci, Suonare il piffero per la rivoluzione?, il cui culmine arriva in questi due passaggi, a): «Se Hemingway, mettiamo, si compromette politicamente, noi potremo considerare nemica la sua persona, ma i suoi libri non sono nemici, sono ancora nostri amici[10], e io ho molto in contrario a vederli rifiutati come letteratura della borghesia reazionaria»; e b): «Rivoluzionario è lo scrittore che riesce a porre attraverso la sua opera esigenze rivoluzionarie diverse da quelle che la politica pone; esigenze interne, segrete, recondite dell’uomo ch’egli soltanto sa scorgere nell’uomo, che è proprio di lui scrittore scorgere e che è proprio di lui scrittore rivoluzionario porre».

Ma a quel punto il destino del Politecnico, che già non era in una fase diciamo espansiva, è segnato. In una lettera inviata a Italo Calvino nel 1956, Vittorini scrisse: «Se qualcosa di pubblico mi piacerebbe di fare, di questi tempi, non sarebbe di dirigere un Politecnico, ma di tornarmene in Sicilia e mettere in piedi un quotidiano[11]». Eppure, Vittorini, che impeto, e quanta libertà, possiamo ancora ritrovare sulle pagine di quella tua rivista.

 

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[1] Opinione sua.

[2] E non sarà l’unica volta: qualche anno dopo il PCUS non gradirà un suo ritratto commemorativo del compagno Stalin.

[3] «Più importante di Joyce e Proust, è lo Stendhal dei nostri giorni».

[4] Di fianco all’intervento di Disney ecco il pezzo «Come si studia la storia nell’U.r.s.s.»

[5] Esattamente, “casta”.

[6] Con un pezzo intitolato «Il mondo a quadretti».

[7] E per esempio nel numero doppio 33/34 ha scritto un saggio bellissimo sul Canto notturno di un pastore errante dell’Asia.

[8] Partigiano, giornalista all’Unità, futuro direttore della collana Universale economica Feltrinelli. Così lo introduce Vittorini: «Marcello Venturi è un altro giovane che non ha mai pubblicato un rigo. Un altro scrittore del Politecnico. È toscano delle parti di Lucca. Suo padre è ferroviere».

[9] Il pezzo è del 1946. Nel 1965 John Coltrane pubblica A love supreme.

[10] I libri sono degli amici. E Vittorini ancora in difesa di Hemingway: «Giuseppe Mazzini, per citare un esempio illustre, scrisse che Leopardi era un poetucolo decadente al paragone del grande poeta civile G.B. Piccolini».

[11] Quando Vittorini lascia il Pci, Togliatti non rinuncia a un’ultima stoccata e con lo pseudonimo di Roderigo di Castiglia fa uscire su Rinascita un pezzo intitolato Vittorini se n’è ghiuto e soli ci ha lasciato: «A dire il vero, nelle nostre file pochi se ne sono accorti. Pochi si erano accorti, egualmente, che nelle nostre file egli ci fosse ancora. Vittorini? Sì, era stato accanto a noi nel combattimento contro la tirannide interna e l’invasore straniero. Come tanti altri. Né meglio, né peggio, dicono […]. Fondò una rivista che finì per scontentare tutti perché conteneva di tutto e non conteneva nulla […]. (Scrisse libri) di cui è difficile parlare, perché è a tutti difficile trovar la pazienza di leggerli sino alla fine. Nei precedenti, almeno, qualcosa c’era […] Vittorini pensa che rimanga, per lui e per gli altri, la libertà. Ma già ragiona, egli stesso, come uno schiavo».

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Pio La Torre è stato una storia diversa https://minimaetmoralia.it/approfondimenti/pio-la-torre-e-stato-una-storia-diversa/ https://minimaetmoralia.it/approfondimenti/pio-la-torre-e-stato-una-storia-diversa/#comments Wed, 08 Jul 2015 09:53:39 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=27715 Pubblichiamo la prima parte di un lungo ritratto di Pio La Torre realizzato da Gabriele Santoro a partire dal libro Sulle ginocchia. Pio La torre, una storia, scritto dal figlio Franco per Melampo.

Per la foto ringraziamo l'archivio online del Centro studi Pio La Torre.

1. La terra a tutti

«Due di maggio, bandiere al vento. Son morti due compagni, ne nascono altri cento», urlarono dal cuore del corteo. In fondo però sapevano anche loro che la morte violenta di Pio La Torre e Rosario Di Salvo non era una ferita suturabile. A Enrico Berlinguer, e soprattutto al Paese, il terrorismo politico mafioso, che ha dettato parte cospicua dell'agenda dei giorni nostri, aveva sottratto due uomini valorosi. «(...) Perché hanno ucciso La Torre? Perché hanno capito che egli non era uomo da limitarsi a discorsi, analisi, denunce di una situazione, ma era un uomo che faceva sul serio alla testa di un grande partito di lavoratori e popolo. Era capace di suscitare grandi movimenti, di stabilire ampie alleanze con forze e uomini sani, democratici di altre tendenze; di prendere iniziative che colpivano nel segno», scandì il segretario del Partito Comunista Italiano durante l'orazione funebre.

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Pubblichiamo la prima parte di un lungo ritratto di Pio La Torre realizzato da Gabriele Santoro a partire dal libro Sulle ginocchia. Pio La torre, una storia, scritto dal figlio Franco per Melampo.

Per la foto ringraziamo l’archivio online del Centro studi Pio La Torre.

1. La terra a tutti

«Due di maggio, bandiere al vento. Son morti due compagni, ne nascono altri cento», urlarono dal cuore del corteo. In fondo però sapevano anche loro che la morte violenta di Pio La Torre e Rosario Di Salvo non era una ferita suturabile. A Enrico Berlinguer, e soprattutto al Paese, il terrorismo politico mafioso, che ha dettato parte cospicua dell’agenda dei giorni nostri, aveva sottratto due uomini valorosi. «(…) Perché hanno ucciso La Torre? Perché hanno capito che egli non era uomo da limitarsi a discorsi, analisi, denunce di una situazione, ma era un uomo che faceva sul serio alla testa di un grande partito di lavoratori e popolo. Era capace di suscitare grandi movimenti, di stabilire ampie alleanze con forze e uomini sani, democratici di altre tendenze; di prendere iniziative che colpivano nel segno», scandì il segretario del Partito Comunista Italiano durante l’orazione funebre.

Il 2 maggio 1982 a Palermo, in piazza Politeama, centomila persone tennero la rabbia, le lacrime e i pugni fuori dalle tasche. La Banda di Altofonte fece risuonare le note dell’Inno dei lavoratori e dell’Internazionale. La medesima colonna sonora del matrimonio con rito civile che, il 29 ottobre del 1949 al Municipio di Palermo, celebrò l’unione con Giuseppina Zacco. Sandro Pertini con la voce rotta dell’emozione accarezzò il viso di quella donna coraggiosa, sempre e per sempre al fianco di un uomo che amava la libertà. In quel giorno di lutto e di lotta, senza vessilli della Democrazia cristiana, sfilò anche Sergio Mattarella, futuro Presidente della Repubblica. Una fotografia ritrae una signora dei vicoli stretti. Sotto a un balcone con le lenzuola stese, s’inginocchia con le mani giunte e piange senza consolazione. Con il caschetto da lavoro in testa c’erano i minatori di Pasquasia. Issarono sulle spalle il feretro e scortarono i carri funebri. Fu sincera la commozione popolare per quelle due vite spese al solo fine della giustizia sociale.

Nell’agguato del 30 aprile del 1982 Franco La Torre perse il padre, non ancora cinquantacinquenne. Sceglie con cura le parole, quando lo rievoca, avvertendo il peso di un’eredità preziosa, al confine tra pubblico e privato. È la memoria diretta di una storia bella. Negli anni ha gestito e se possibile rieducato il dolore, i suoi segni, anche mediante l’impegno nell’associazione Libera. Dopo un tempo lungo e faticoso ha varcato la soglia di una riservatezza pudica, che accomuna migliaia di parenti delle vittime innocenti delle mafie, per scrivere Sulle ginocchia, Pio La Torre una storia (Melampo, 204 pagine, 15 euro). La narrazione si muove da uno scatto in bianco e in nero: il padre tiene in braccio il figlio. La prima immagine insieme. Appaiono felici e sorridenti all’inaugurazione di una sede del Pci. «Nella nostra casa palermitana mi esortava ad arrampicarmi sulle sue gambe per raccontare storie concepite durante il periodo di studio alle Frattocchie. Di solito il protagonista, che aveva subito una prevaricazione o era stato vittima di un’ingiustizia, trovava conforto e solidarietà negli amici, che lo aiutavano a sconfiggere l’arroganza del più forte», annota.

La vicenda di Pio suggerisce una riflessione su almeno quattro temi di attualità stringente: la sorte dei corpi intermedi (su tutti partito e sindacato), sui quali lui confidò e ai quali affidò il riscatto dalla subalternità delle proprie origini umili; l’elaborazione politica che si fa corpo e non può prescindere dalla lotta; l’antimafia tradita e il principio di diversità del partito, che nella sua interpretazione equivaleva pure a guardarsi dentro con onestà. Il testo invita ad approfondire tre architravi  dell’attività di La Torre: il movimento contadino, la sponda fra Roma e Palermo nella fase del Compromesso storico, il retaggio legislativo antimafia.

Il libro pone interrogativi al Partito Democratico, che rivendica l’appartenenza alla storia di La Torre. «(…) Riguardando indietro, lungo i trentatré anni che ci separano dall’omicidio, quella parte politica non ha fatto buon uso del lascito. Il Pci nelle sue evoluzioni è andato indebolendo il fattore genetico antimafia», ammonisce l’autore. Nella ricorrenza del trentesimo anniversario della morte i democratici si accontentarono dell’intitolazione della sala dibattiti all’ex Festa dell’Unità nazionale. «(…) Il motivo sono i soldi. Quest’anno il bilancio della festa è ridotto all’osso e non si farà niente di particolare, tranne i dibattiti. Pensa che non si farà neanche quanto era stato deciso di dedicare a Nilde Iotti, che a Reggio Emilia era nata!», risposero con aria desolata a Franco La Torre, che aveva stilato un programma di commemorazione e rilancio di un patrimonio ideale.

Un foglio conserva un ritratto, appassionato e ricco di sgrammaticature meravigliose, dal quale è giusto iniziare. Lo scrisse e lesse l’allora ottantenne Rosolino Cottone, qualcosa di più e diverso da una guardia del corpo di Li Causi e poi di La Torre. Il suo nome di battaglia sull’Appennino tosco-emiliano era Esempio, in quanto partigiano dalla condotta esemplare. Guidò la trentunesima Brigata Garibaldi, in prima fila all’ingresso a Parma, liberata. Poi fu un militante instancabile, della vecchia scuola, pilastro del Pci palermitano.

«(…) Con Pio abbiamo cresciuto insieme. Io gli andavo sempre dietro. Ero armato, certo, ma l’arma non me la vedevano mai. Con La Torre eravamo due fratelli. Lui era uguale a noi, era un combattente.

La cosa che più ricordo di lui quella mattina a Palermo, che lui non si meritava di morire. In che senso mi ricordo? Alle otto ero lì, ma che ne sapevamo che gli assassini erano già lì anche loro? Erano giù. In casa La Torre dice a Di Salvo: “Fai il caffè a Rosolino, che deve andarmi a fare delle commissioni”. Io ho preso il caffè e sono andato. Arrivo in Federazione verso le nove e mezzo e il portiere appena mi vede mi urla: “Cottone! Ammazzarono a La Torre e Di Salvo”. “Ma cosa dici?”, urlai io, ma corsi via come un dannato, la polizia cercò di bloccarmi, ma urlavo dalla rabbia e mi fecero passare e arrivai alla macchina tutta insanguinata.

Era un bravissimo compagno, duro e forte. Mi dice a me, eravamo a Comiso, la mattina del grande comizio. C’erano tanti contadini, tanti operai venuti a Comiso per il discorso di La Torre, erano più di cinquemila anche dai paesi attorno. Allora La Torre mi dice a me: “Comandante ma pecchè sono accussì poco?”, così mi parlava, e io gli faccio: “Scusa La Torre, sono più di cinquemila. Tu quanti ne vuoi?”, ci faccio a lui. Non si contentava mai, voleva sempre di più nella lotta popolare».

Pio La Torre, a proprio agio fra gli agrumeti, amava stropicciarsi le mani con le foglie di limone. Aveva un legame irrisolvibile con la terra e i suoi profumi. Finanche nelle espressioni e nella cadenza condensava la fatica della sua lavorazione. Non dimenticò mai le condizioni patite dai braccianti. Vincenzo Consolo lo definì l’orgoglio della Sicilia: «(…) Abbiamo citato le parole del principe di Salina per concludere ora che i veri nobili non sono, no, i Leoni e i Gattopardi, questi parassiti della storia, ma veri nobili sono stati e sono tutti quelli che hanno lottato e lottano in Sicilia, pagando spesso con la vita per il rispetto della democrazia, dei diritti e della dignità umana. I veri nobili sono i Pio La Torre, i Rosario Di Salvo, i Giovanni Falcone e i Paolo Borsellino».

Angela Melucci, figlia di pastori e contadini lucani, cullò in grembo un seme fecondo e ribelle. Ad Altarello di Baida non c’è mai stato nulla di agevole. La luce elettrica illuminò la borgata solo nel 1935 e per l’acqua occorreva risalire alla fonte. La famiglia abitava un casolare spoglio e viveva di un’agricoltura di sussistenza. Si accorsero però presto che Pio, classe 1927, era un’altra storia. Impose al padre il proprio diritto allo studio, perché era certo che il destino di subalternità, con la schiena curvata su un appezzamento di terra scadente, non fosse ineluttabile. Cambiò il destino con la passione per lo studio e il dono della curiosità. Nella nota autobiografica, a margine della tesi La classe operaia e la questione siciliana, discussa il 25 ottobre 1954 a conclusione della scuola di partito, omaggiò così Angela: «(…) Mia madre era analfabeta e si pose il problema di istruire i figli facendo di ciò l’obiettivo primo della sua esistenza, sacrificata a questo scopo».

La sveglia suonava alle 4 per pulire la stalla, prima di recarsi a scuola. Ad Altarello era l’unico figlio di contadini ad accedere all’istruzione pubblica. Ripagò con la dedizione fino alla laurea in Scienze Politiche. Il fratello Filippo nelle lettere dal fronte si premurava: «(…) Pio sta studiando? Mamma, papà, mi raccomando non fatelo lavorare in campagna. Lui deve studiare. Il suo futuro sono i libri».

Dopo l’avviamento, promosso con il massimo dei voti, si iscrisse all’Istituto tecnico industriale Vittorio Emanuele III. «Nei primi anni a scuola riuscirono a inculcarmi gli ideali del fascismo. “Il fascismo darà al popolo la vera giustizia sociale”, dicevano. A sedici anni mi trovai in uno stato di disillusione». Ricercò un partito che “avesse per programma di trasformare la società”, di creare “una vera giustizia sociale”. Lì il fiore di campo germogliò la coscienza politica. Franco Scaglione, professore di lettere e filosofia, assistette alla scoperta, perché la sua arte dell’insegnamento era piena di idee. Antifascista e marxista assecondò la sua sete di conoscenza, aprendogli la biblioteca di casa. Lo sostenne nella doppia maturità: quella tecnica e quella scientifica da privatista.

«(…) La Torre partiva dalle cose per arrivare alle idee. Quindi l’esperienza di natura sociale è basilare nella sua formazione. Non era il tipo competitivo, era un tipo collaborativo. La sua intelligenza lo portava alla centralizzazione del nucleo problematico. E il problema non è individuale ma di classe. Partecipa alla realizzazione del piano educativo senza rinunciare mai alla propria originalità. La Torre resta sempre un logico, un ragazzo riflessivo fortemente impegnato nel suo rapporto con il reale. Si preoccupa soprattutto di osservare se gli uomini siano oppressi o in qualche modo alienati. È estraneo alla neutralità, all’indifferenza. Per lui la liberazione era un valore da realizzare e per il quale combattere», appuntò Scaglione.

Diciotto anni da compiere e due orizzonti di senso: l’Università, facoltà d’Ingegneria, e il partito. Il primo contatto con la cellula universitaria di Palermo, poi, a fine novembre 1945, si tesserò nella combattiva sezione del Pci Francesco Lo Sardo. «D’istinto ad identificare le mie aspirazioni con il programma del Pci». Li stupì quel ragazzino dallo sguardo profondo: settecento copie dell’Unità vendute in una giornata. Gli spiegava già l’intensità necessaria per contrastare la mafia e la povertà vissuta sulla propria pelle: «Ho detto alle persone che li difendiamo dalle prepotenze dello Stato, della mafia e dei grandi proprietari terrieri. E loro si sono fidati». Percepì il fare politica come il mestiere più bello, perché poteva occuparsi dei problemi nell’interesse generale. «Per essere comunista ci vuole l’anima», diceva. E il partito di massa, in una dimensione avvolgente, fu il suo strumento di emancipazione. Non si privò tuttavia dello spirito critico, con la sua visione politica ideale radicata nella realtà.

Nel luglio 1949 Pio è già membro del Consiglio Federale del Pci. In piazza a Corleone, dove da poco erano stati ritrovati resti di Placido Rizzotto, interruppe il proprio comizio sulla matrice della strage del primo maggio del 1947 a Portella della Ginestra. Aveva intravisto giù dal palco un giovane capitano dei Carabinieri, Carlo Alberto dalla Chiesa. Andò a stringergli la mano, ringraziandolo per aver arrestato gli assassini di Rizzotto. Qualche anno più tardi, La Torre reclamò in una lettera al Presidente del consiglio Spadolini l’invio immediato con pieni poteri di Dalla Chiesa a Palermo. Come noto, evasero la richiesta dopo la mattanza del 30 aprile 1982: «Dalla Chiesa prenda il primo volo per Punta Raisi». I poteri però restarono a Roma. L’indomani del duplice omicidio in Via Generale Turba l’occhiello de Il Giornale predì: «Un avvertimento al Prefetto Dalla Chiesa?» Dieci giorni dopo l’assassinio di Dalla Chiesa il Parlamento approvò la legge Rognoni-La Torre, n.646/1982, che introdusse nel codice penale la fattispecie di reato di associazione a delinquere di stampo mafioso, la cui genesi approfondiremo più avanti.

Portella della Ginestra rappresenta il primo snodo chiave di questa vicenda repubblicana. Nei pressi della Piana degli albanesi, gli undici morti, fra i quali due bambini e una donna incinta, e i ventisette feriti in un giorno di festa furono un atto politico reazionario, avverso all’anelito di redenzione e affrancamento dal sottosviluppo delle masse diseredate siciliane. In Sicilia alle elezioni del 20 aprile 1947 era accaduto un fatto nuovo: la sinistra, socialisti e comunisti uniti nel Blocco del popolo, aveva vinto, superando la Democrazia cristiana di Alcide De Gasperi. Nel giugno 1983 Rocco Chinnici, un mese prima di essere ucciso dall’esplosione di un’autobomba, spiegò alla vedova Zacco quanto fossero collegate le indagini su Portella della Ginestra e quelle sui delitti politici Reina, Mattarella e La Torre.

Nei quartieri durante il volantinaggio provarono a convincere La Torre che la mafia fosse un’entità intangibile: «Siete dei pazzi a pagare il pizzo, diventeranno più forti. Questa gente non merita rispetto, ci stanno rovinando», gli replicava. Il novizio sapeva parlare in italiano e in dialetto. Le sezioni andavano aperte in borgata, e lui ne aprì tre nella natia Altarello, a Boccadifalco e Chiavelli. Un affronto a Salvatore Cappellano, capomafia di Altarello. Tentarono di isolarlo, innanzitutto dal nucleo familiare. L’incendio intimidatorio della stalla di famiglia provocò l’addio alla casa paterna: «È arrivato il momento di alzare la testa. Domattina faccio le valigie e vado via».

Lo accolse Pancrazio De Pasquale, giovane segretario della federazione Pci di Palermo, con il quale spartì una stanza e l’intesa politica che fu lunghissima e proficua. Le qualità organizzative contraddistinsero subito il suo agire. Lo coinvolsero nell’organizzazione dei comizi per le elezioni regionali e amministrative del 1946 e del 1947. Nel gennaio 1947 si presentò in via Montevergini, nella sede della Federterra, esprimendo, con la chiarezza e la determinazione che gli erano proprie, l’urgenza di un miglior coordinamento sindacale dei braccianti. Le sezioni comuniste, quanto le sedi delle Camere del lavoro, erano nel mirino. Rizzotto fu il trentacinquesimo sindacalista assassinato, alla vigilia del voto che nell’aprile 1948 richiamò alle urne il 92.23% degli aventi diritto, circa 27 milioni di italiani.

Nel saggio esaustivo Quindici anni di lotte contadine Antonino Sorgi evidenzia le paure di quelli che catalogò come gli “esponenti dell’industria del delitto”:

«(…) Non sfuggiva loro come la sola minaccia alla sopravvivenza dei loro metodi non venisse tanto dall’azione della polizia, quanto dall’azione dei contadini e dal diffondersi in campagna degli organismi sindacali, i quali con la forza del numero e dell’organizzazione avrebbero potuto radicalmente rovesciare il rapporto di forza. L’ideale del capomafia di un centro agricolo era di non avere nel proprio paese sezioni dei partiti di sinistra e sindacati o vederli diretti e controllati da uomini di fiducia».

Giuseppina Zacco, un amore a prima vista, intuì tutto fin dal viaggio di nozze a Capri. «Dobbiamo tornare in Sicilia. Dopo la strage di Melissa è stato deciso di anticipare il tempo dell’occupazione delle terre». In provincia di Crotone la polizia aveva aperto il fuoco sui manifestanti, uccidendo tre contadini e ferendone quindici. Si erano incontrati in Federazione. In una mattina come le altre Giuseppina sarebbe dovuta andare al circolo del tennis, invece optò per la tessera del Pci. «Almeno hai letto L’emancipazione della donna di Lenin?», le chiese Pio in sezione. Bella, elegante, di estrazione nobiliare, allevata da tate tedesche, decise di sposare l’uomo, condividendone le tensioni morali e le battaglie. «Non era raro che dormissimo sulla paglia nella stalla. Poco più che ventenni venivamo lasciati nei paesi, dove avremmo organizzato con i contadini le manifestazioni, spostandoci a piedi o con i mezzi disponibili in loco». Gli occhi di Don Luigi Ciotti si fanno lucidi, quando rimembra lo strenuo impegno di Giuseppina.

Nel giugno 1949 il Pci e la CGIL dopo l’omicidio di Rizzotto affidarono a Pio la Camera del lavoro di Corleone. Quella era una zona strategica. La prima ondata di occupazione di massa dei feudi era avvenuta nell’autunno del 1945. Tra il 1921 e il 1926 gli iscritti al Pci siciliano erano scesi da 776 a 530. Tra il 1944 e il ’45 li vide quasi triplicare fino a quota 80mila. Togliatti aveva scelto Girolamo Li Causi per la guida di un partito giovane, che avanzava la questione del governo.

Lo slogan «La terra a tutti» non era populistico. Si sostanziò in un’organizzazione con un obiettivo politico a medio termine. Colpire il latifondo e spingere per una politica economica differente. Un censimento del 1936 rilevò che all’epoca i quattro quinti degli addetti all’agricoltura non possedevano terra o erano contadini poveri. Il 13 novembre 1949 un gruppo dirigente giovane dispiegò un’azione vigorosa per ampiezza con l’occupazione non simbolica, non frutto di spontaneismo, di diecimila ettari nei feudi di dodici Comuni della provincia di Palermo.

A Corleone confluirono i cortei e piantarono il grano in circa tremila ettari. A Palermo i contadini invasero piazza Politeama, smuovendo i rapporti di forza politici. Nel biennio ’49-’50 la lotta per la riforma agraria alimentò l’essenza di un movimento, che andò oltre l’effettivo successo temporaneo delle occupazioni delle terre incolte o mal coltivate con l’assegnazione in parti uguali ai contadini che ne avessero bisogno. Dal ’49 al ’50 i tesseramenti crebbero del 250% nei comuni del corleonese, dove La Torre agì con efficacia, supplendo a qualche indecisione del partito.

Nella prefazione della significativa riflessione di La Torre Comunisti e movimento contadino in Sicilia, Rosario Villari fissa alcuni punti. Innanzitutto quell’esperienza fu d’ispirazione democratica e riformatrice. Da lì prese l’avvio la costruzione di una struttura politica e associativa moderna, basata sui partiti nazionali e non più su formazioni personalistiche e autonome locali. La gestazione del Pci in Sicilia è riconducibile soprattutto a quel grande movimento. Lo storico, che visse quella stagione di lotte in Calabria, riconosce a La Torre:

«(…) la consapevolezza dei limiti della tradizione di passività e assenza politica che pesava sul Mezzogiorno. Era in grado di cogliere il significato più profondo degli avvenimenti a cui partecipava, di valutare la forza che erano destinate ad acquistare le aspirazioni contadine una volta valorizzate dall’organizzazione e dall’elaborazione di un programma politico».

La Torre nel contesto della Federterra costituì una novità detonante. Interpretò il sindacato come un’organizzazione unitaria anticorporativa. All’azione sindacale seppe sempre dare un’impostazione generale politica. Non fu mai un contrattualista, ma sapeva tradurre i temi politici nella rivendicazione delle esigenze primarie. Si portò appresso l’arte della mediazione, fino alle più alte cariche sindacali di segretario della Camera del Lavoro di Palermo (1952) e segretario regionale della CGIL (1956).

La breccia era stata aperta da Fausto Gullo, un comunista, ministro dell’agricoltura nel secondo governo Badoglio. Nell’ottobre 1944 varò due decreti per l’assegnazione delle terre incolte e mal coltivate ai contadini, ovviando alla necessità di un aumento della produzione di grano, e per il miglioramento della ripartizione dei prodotti della mezzadria impropria a favore dei contadini lavoratori, con potenziali effetti positivi sui redditi. Tali provvedimenti si scontrarono con il potere del gabellotto mafioso, l’intermediario che prendeva in affitto la terra dei grandi agrari assenteisti per poi darla in subconcessione, a condizioni strozzinesche a mezzadri e coloni.

«(…) Si mobilitano i sindaci mafiosi, insediati dagli americani nel 1943: a Villalba Don Calò Vizzini, a Palermo Don Lucio Tasca (capo degli agrari). I gabellotti possono contare sulla protezione di larga parte dell’apparato statale, dei marescialli dei Carabinieri, e fino all’Alto Commissario Aldisio che porta avanti una linea politica tendente alla riorganizzazione del blocco conservatore in Sicilia, all’insegna dello scudo crociato. I decreti Gullo vengono sabotati in maniera frontale in Sicilia. Essi vengono definiti un cavallo di Troia del Partito comunista, come fatto estraneo alla Sicilia», rammentò La Torre in Lotte agrarie in Sicilia dal 1944 al ’55, apparso nel giugno 1973 sui Quaderni siciliani.

La repressione fu violenta per mano del banditismo e di quello che La Torre soprannominò il triangolo Scelba (Ministro dell’Interno), Restivo (Presidente della Regione) e Vicari (Prefetto di Palermo): «Pronti a scatenare la reazione contro un movimento ormai ampio nel ’49-’50». Epifanio Leonardo Li Puma, Calogero Cangelosi e i braccianti ignoti caduti lui non se li è mai dimenticati. Non si dimenticò del manifestante Salvatore Catalano, ferito alla spina dorsale e reso invalido da una pallottola vagante sparata dalle forze dell’ordine. Il 10 marzo del 1950, a Bisacquino, centro agricolo della provincia di Palermo, dove vi era il feudo di Santa Maria del Bosco, gli presentarono il conto. «Togliete quello sconcio di bandiere!», intimarono i Carabinieri. Loro, i contadini, si erano messi in testa di occupare la speranza abbandonata all’erosione: un’estensione immensa non coltivata, pari a 200mila ettari, di proprietà della famiglia Inglese. Alla testa di un corteo, lungo cinque chilometri, composto in gran parte da donne, c’era La Torre. Dopo aver contenuto la reazione dei contadini all’aggressione dell’autorità in divisa, patì la beffa in un arresto indiscriminato di centosessanta manifestanti.

La cella dell’Ucciardone si spalancò con l’accusa di un tenente di polizia per tentato omicidio. Dietro le sbarre la paradossale compagnia di Gaspare Pisciotta, membro della banda di Salvatore Giuliano, la manovalanza criminale di Portella della Ginestra. Frazionismo fu invece il capo d’imputazione del partito, che avviò un procedimento quantomeno singolare. Tra il 17 e il 18 novembre 1950 si riunì il Comitato Regionale del Pci in seguito all’inchiesta svolta dal funzionario Armando Fedeli, affiancato a Li Causi da Roma. Destituirono De Pasquale dalla carica di segretario della federazione di Palermo e abbandonarono La Torre alla detenzione. Puniti per le fughe in avanti. La Torre in Comunisti e movimento contadino in Sicilia pubblicò, destando scalpore, i verbali riservati di quella discussione perorata dalla relazione di Pietro Secchia.

 

Dal profondo della notte che mi avvolge,
Buia come un pozzo che va da un polo all’altro,
Ringrazio qualunque dio esista
Per l’indomabile anima mia.
Non importa quanto stretto sia il passaggio,
Quanto piena di castighi la vita,
Io sono il padrone del mio destino:
Io sono il capitano della mia anima.

Là fuori il ciclo della vita non si fermò. Giuseppina diede alla luce il primogenito Filippo, mentre De Gasperi annunciava la riforma agraria. Il 27 dicembre del ’50 l’Ars votò la legge “Milazzo” n. 104 di riforma agraria, che prevedeva l’esproprio delle proprietà terriere superiori ai duecento ettari e la loro ripartizione in lotti ai contadini aventi diritto. Una legge tormentata, la cui applicazione si arenò per quattro anni al Tribunale di Palermo, con gli agrari ad approfittare dello stallo per vendere a prezzi altissimi le proprie terre. Tuttavia il risultato di lotte durissime fu tangibile. Oltre all’introduzione dei principi della limitazione permanente della proprietà e dell’obbligo di buona coltivazione della terra, si decompose il paesaggio latifondista. Una doppia gioia per La Torre, testimoniata dalle lettere sfuggite alla censura carceraria.

Paolo Bufalini fu l’uomo della provvidenza. Dov’era finita la solidarietà per i compagni in galera? Il dirigente, appena giunto a Palermo in qualità di vicesegretario regionale, promosse su sollecitazione del dottor Zacco un comitato d’opinione influente. Il nuovo collegio difensivo con l’avvocato Varvaro mostrò l’infondatezza delle accuse formulate dagli esponenti delle forze dell’ordine e il 23 agosto 1951:

«La Corte dichiara di non doversi procedere nei confronti di La Torre Pio in ordine al delitto di lesione in offesa del tenente Caserta, perché l’azione penale non poteva essere iniziata per difetto di querela».

Bufalini, intellettuale finissimo e latinista d’eccezione, con i fatti gli manifestò la solidarietà del partito. Lo candidò al Consiglio comunale di Palermo. Nella lista Garibaldi spiccava il cognome La Torre, che il 25 maggio 1952 venne eletto con 6922 voti di preferenza: «La candidatura mi permetterà di continuare la lotta alla mafia e alla corruzione, sempre al fianco delle persone per cui mi sono battuto: gente comune, contadini, operai e braccianti». Un capitolo del programma elettorale della lista Garibaldi era riservato alle disfunzionalità dei “Servizi pubblici”, che denunciò senza tregua.

Per i servizi segreti italiani il venticinquenne neo consigliere comunale, che voleva sconfiggere la mafia, era un “sospetto”, una potenziale spia. Il 22 luglio 1952, in concomitanza con l’elezione, il Centro di Controspionaggio propose di classificare La Torre, fascicolo 502/M, fra «gli agenti “sospetti” a favore di organizzazione politica asservita agli interessi dell’URSS. Sette giorni dopo l’ufficio D approva». Interruppero il flusso delle informative una settimana prima dell’omicidio con una parentesi misteriosa aperta nel 1976, quando i servizi segreti lo giudicarono non più d’interesse ai fini istituzionali. Da quel momento trasferirono la sua posizione a un organo di sorveglianza in nessun modo verificabile.

La leadership di La Torre emergeva senza egocentrismi ed era riconosciuta. Diede la propria esistenza per il partito. Dentro alle istituzioni non smarrì mai la centralità del confronto con militanti, lavoratori e giovani. Dalla qualità dialogica misurava la vitalità delle organizzazioni di riferimento. Non aveva una concezione esclusiva del Pci, quale partito solo della classe operaia. L’elaborazione della linea politica non poteva essere slegata dalla capacità di suscitare adeguati movimenti di massa attorno a obiettivi che di quella politica fossero coerente espressione. Ne andava del radicamento del partito nella società, guai alla concezione verticistica e dirigenziale. L’unità del partito era un bene non barattabile, dunque rifuggiva le rotture senza tuttavia astenersi dalle battaglie interne, anche dopo sconfitte brucianti. Nel 1967 nel giro di quarantotto ore fu deposto da Longo dalla carica di segretario regionale, per una flessione pari a 15mila voti alle Regionali.

Si pose in ascolto, attento alle trasformazioni e alle istanze della società, con l’urgenza di sintesi politiche di largo respiro. Contrario agli astrattismi ed estremismi criticò certe forme di rivolta velleitarie. Una vita all’opposizione senza cullare mai il minoritarismo di rendita. Nella mentalità del partito togliattiano doveva conseguire risultati concreti, dunque riteneva imprescindibile il dialogo con le altre forze democratiche per soluzioni nell’interesse delle grandi masse. Fare pressione sulla parte migliore degli avversari è una strategia ricorrente. «(…) Abbiamo sottolineato giustamente che era superata la concezione totalizzante del partito. Ma ciò non comporta la frantumazione in mille rivoli della nostra presenza e l’arrendersi allo spontaneismo. Si richiede, invece, una capacità di coordinamento e di sintesi politica a un livello superiore. Nasce da questa difficoltà la crisi in molte nostre sezioni. È di fronte a queste difficoltà che assume rilievo la tentazione a regredire nel partito di opinione», scrisse su Rinascita a trent’anni dall’elezione a consigliere comunale, prefigurando la deriva del partito liquido.

Fecero sparire dagli archivi comunali i testi dei suoi interventi, ma è forte l’eco dei suoi contro pronunciati con l’inconfondibile cadenza palermitana.

«(…) Al vertice di questo sistema di potere a Palermo, da venti anni, si è insediato l’attuale ministro della marina mercantile onorevole Giovanni Gioia. (…) Organizzò la confluenza nel suo partito delle cosche mafiose ex monarchiche, liberali e qualunquiste. Quell’impianto non è stato ancora debellato. Che il sistema di potere mafioso a Palermo conduca all’onorevole Gioia è dimostrato da tutta la documentazione in possesso della Commissione», argomentò nella Relazione di minoranza della Commissione antimafia del 1976.

Nella sala consiliare si scontrò con gli amministratori, che svendettero il bene comune alla speculazione edilizia, alla mala gestione del ciclo dei rifiuti, alla dissipazione e privatizzazione delle risorse idriche. La mafia entrò negli affari regionali proprio attraverso le dighe. Gli appalti per tali infrastrutture erano visti come una grande occasione per alimentare una fitta rete di interessi clientelari e mafiosi. Miliardi spesi per l’acquisto di acque private, lasciando la rendita ai padroni dei pozzi. Alla fine del ’76, a fronte di un potenziale di acqua utilizzabile, dalla falda più profonda, di 7 miliardi di mc, le disponibilità per uso potabile erano pari a 350 milioni, 1.076 milioni per uso irriguo e 133 per industriale.

Le denunce delle malsane cointeressenze fra gli assessorati, gli uffici tecnici comunali e la ristretta cricca di ditte appaltatrici furono puntuali e circostanziate. Fa impressione rileggere la durissima requisitoria sulle inadempienze della ditta del conte Romolo Vaselli, che calpestava il capitolato d’appalto, mentre la città soffocava nella sporcizia. I banchi dei mercati ortofrutticolo e ittico, assegnati a personaggi mafiosi alle dipendenze del sindaco e dell’amministrazione comunale, erano oggetto costante dei suoi interventi. Per la licenza di una pompa di benzina deve intercedere il boss, Salvatore La Barbera: «Il sindaco (Lima) è una cosa mia, lei avrà quello che desidera e poi avrà a vedere con me». A Palermo la manutenzione stradale e quella fognaria doveva avere costi esorbitanti, il doppio che altrove in Italia, per soddisfare il sistema dell’impresa della famiglia del conte Arturo Cassina, che dettò legge per trentasei anni.

La Relazione di minoranza della Commissione antimafia offre uno squarcio documentato del dissesto amministrativo, corruttivo, degli anni trascorsi da La Torre a Palazzo delle Aquile.

«(…) Si è verificato, ininterrottamente, alla scadenza del contratto, che il Consiglio comunale sia stato messo di fronte al fatto compiuto del rinnovo automatico dell’appalto alla ditta Cassina. E ciò nonostante le vivaci proteste dell’opposizione di sinistra. Il Cassina, infatti, ha legami ben saldi a destra. Il servizio di manutenzione delle strade a Palermo è stato gestito dall’impresa Cassina in maniera indecente. Il Cassina ha sempre dato in subappalto, a piccoli mafiosi dei vari rioni, i lavori da eseguire. (…) Il sequestro del figlio di Cassina, ingegner Luciano, come quello del figlio di Vassallo, si spiega proprio nell’ambito dello scontro fra cosche mafiose».

La speculazione edilizia è il motore dello sviluppo parassitario basato sulla rottura città-campagna, di cui le banche furono l’altro asse portante. In Sicilia, nel periodo 1952-’75, la diffusione della rete operativa delle banche popolari è stata cinque volte maggiore della media nazionale, quattro volte quella delle banche s.p.a. Nelle carte, redatte anche da La Torre nel 1976, si legge che il costruttore Francesco Vassallo, i cui precedenti penali risalivano al 1933, ottenne la licenza di appaltatore grazie a una dichiarazione «molto discutibile dell’Ingegner Ferruzza, consigliere delegato della s.p.a. SAIA (Società per Azioni Industria Autobus), che gestiva il trasporto urbano nel capoluogo siciliano». In alcuni casi i “progetti Vassallo” erano approvati dalla Commissione e dal Consiglio comunale prima di essere protocollati. Alla distruzione dei bombardamenti del ’43 si sovrappose un fiume di cemento che offusca il cielo.

Gran parte degli edifici costruiti dalla ditta Vassallo erano acquistati o presi in affitto in anticipo dagli enti pubblici e prenotati dal Comune e della Provincia per essere adibiti a edifici scolastici. Gli appartamenti di Vassallo venivano venduti a prezzi di favore a quella rete tessuta minuziosamente con il posizionamento di parenti e amici nei gangli vitali della pubblica amministrazione. Funzionari che accentrano e accelerano le pratiche. Tra il 1958 e il 1962 il Comune rilasciò 4205 licenze edilizie, firmate dalle stesse teste di ponte. «L’Ufficio Lavori Pubblici è stato trasformato in un grande baraccone che ha il compito di portare avanti i piani della speculazione privata», sintetizzò La Torre sulla stampa.

Nel 1956 Salvo Lima entrò nella cabina di controllo dell’Assessorato ai lavori pubblici, facendone la base di un sistema di alleanze dirimente per il potere democristiano. Due anni dopo, eletto sindaco, gli subentrò Vito Ciancimino. Lima fu incriminato dalla magistratura per avere violato la legge e favorito il costruttore Francesco Vassallo.

«(…) Il documento n. 737 della Legione dei Carabinieri a firma del generale dalla Chiesa offre uno spaccato di come si è potuto edificare un impero economico che è diventato un pilastro decisivo del sistema di potere mafioso a Palermo. Ma da quella relazione emerge la funzione decisiva dell’onorevole Gioia con i suoi uomini di fiducia dislocati in posti chiave (assessorati, uffici, banche, enti economici, aziende municipali, ospedali, eccetera). La fantasia dei giornalisti è stata attratta dall’interrogativo se esistesse o meno una società (la VA-LI-GIO) formata da Vassallo-Lima-Gioia. Ma il problema non è di provare l’esistenza del contratto giuridico fra i tre. Il rapporto del prefetto Bevivino e la relazione dell’onorevole Vestri hanno documentato a sufficienza la compenetrazione tra le cosche mafiose e il gruppo di potere dominante a Palermo e, in questo ambito, il ruolo del costruttore Vassallo».

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