Nordafrica Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/nordafrica/ un blog di approfondimento culturale Wed, 02 Oct 2013 15:33:17 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=7.1 https://minimaetmoralia.it/wp-content/uploads/2025/07/cropped-cropped-309290503_464034925751050_1790831071097755281_n-32x32.jpg Nordafrica Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/nordafrica/ 32 32 Le rivoluzioni del Cairo https://minimaetmoralia.it/interventi/le-rivoluzioni-del-cairo/ https://minimaetmoralia.it/interventi/le-rivoluzioni-del-cairo/#respond Thu, 09 Jun 2011 09:21:17 +0000 http://www.minimaetmoralia.it/?p=4495 Questo articolo è uscito sul Manifesto.

“Era meglio prima”, mi dice Batriq mentre l’aereo comincia la manovra d’atterraggio virando verso l’aeroporto internazionale del Cairo e spalancando a sinistra una massa indiscriminata di un giallo tufaceo in cui cielo deserto e città si mescolano tra loro. “Prima della rivoluzione”, ripete Batriq, “era meglio”, e poi non aggiunge altro, non argomenta, non descrive, fa valere soltanto un generale rammarico e si gira a guardare la città nella quale, dopo una breve parentesi italiana, sta ritornando.

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Questo articolo è uscito sul Manifesto.

di Giorgio Vasta

“Era meglio prima”, mi dice Batriq mentre l’aereo comincia la manovra d’atterraggio virando verso l’aeroporto internazionale del Cairo e spalancando a sinistra una massa indiscriminata di un giallo tufaceo in cui cielo deserto e città si mescolano tra loro. “Prima della rivoluzione”, ripete Batriq, “era meglio”, e poi non aggiunge altro, non argomenta, non descrive, fa valere soltanto un generale rammarico e si gira a guardare la città nella quale, dopo una breve parentesi italiana, sta ritornando.
Lo ascolto, lo guardo e mi dico che con la Storia, quando accade o hai la sensazione che accada, a volte va così. Da lontano – per esempio dall’Europa, dall’Italia – la Storia ha una forma e una compattezza, un perimetro nitido e riconoscibile, si è certi di sapere che cos’è. Se poi la Storia accade nella forma della rivoluzione, con la gente che accorre in piazza Tahrir e attraverso l’intelligenza democratica inventa un cambiamento, allora non sopravvive nessun dubbio, è tutto chiaro e lampante. Nel momento in cui però ci si avvicina al suo epicentro, si scopre che forse da lontano si è idealizzato e distorto, si è semplificato, e che una rivoluzione è un fenomeno proteiforme, irriducibile a un unico punto di vista. La rivoluzione è le rivoluzioni, un’esperienza plurale; per dirla, per raccontarla, è necessario intersecare tra loro prospettive molteplici e spesso contrastanti.
Quando all’interno dell’aeroporto sto aspettando il bagaglio noto un grande cartello retroilluminato e scopro subito un’altra prospettiva. “The people of Egypt are the greatest people of earth and they deserve the Nobel Prize”, dice la scritta che fa da didascalia a una foto di piazza Tahrir. Firmato Heinz Fischer, presidente austriaco. E ancora, accanto: “We must educate our children to become like young Egyptian people”, dice Barack Obama. A margine delle due foto la scritta Mobinil, vale a dire uno tra i principali gestori telefonici locali.
La rivoluzione, penso mentre il taxi si immerge nell’aria sabbiosa del Cairo, è dunque un’idealizzazione (la percezione che ne ho avuto da lontano), è nostalgia (il rimpianto generico di Batriq) ed è anche un prodotto, un oggetto al contempo storico ed emotivo del quale, attraverso un riflesso automatico, il marketing si impossessa.
Nei giorni che trascorro al Cairo, la rivoluzione ininterrottamente si frantuma e prolifera, si capovolge e si oblitera, si enfatizza, sparisce.
“Può darsi che gli egiziani siano al momento impreparati, da un punto di vista civile e culturale, davanti agli effetti e alle responsabilità della rivoluzione”, mi dice Nahed, la guida che mi accompagna nella visita della Cittadella e delle moschee. “C’era una bolla di rabbia, si doveva cambiare, ma adesso a prevalere è il disorientamento.” Questi mesi che precedono le elezioni di settembre, mi rendo conto, sono un tempo critico, vertiginoso. “Da saper usare”, dice Nahed facendo esistere ancora un’altra rivoluzione.
Al Cairo sono arrivato su invito dell’associazione culturale Baad El Bahr per la seconda edizione del Cairo Mediterranean Literary Festival. Giorgia e Stefania, le due organizzatrici della manifestazione, vivono da parecchi anni nella capitale egiziana. Tramite loro incontro altri italiani residenti al Cairo. Con Barbara – palermitana, traduttrice dall’arabo all’italiano – parlo della nostra città d’origine. Palermo è la radice cubica del Cairo. C’è in comune – ed è ovvio – una sostanza fisiognomica, comportamentale, architettonica (l’implosione continua delle forme, l’impulso di ogni struttura a trasformarsi in maceria). Eppure – e forse questo è meno ovvio, o almeno è per me motivo di stupore e tenerezza – andando in giro per Il Cairo, per la sua povertà insieme fragorosa e silenziosa, non avverto quella tensione logorante che invece a Palermo è per me la norma.
“Nei giorni della rivoluzione la polizia è scomparsa”, mi racconta Barbara. “Ci si poteva aspettare che esplodesse il caos e invece, con l’eccezione di alcuni furti, tutto è rimasto sotto controllo.” Come se fosse prevalso un bisogno, che si è fatto pratica, di razionalizzazione. Dei ruoli, delle azioni e degli obiettivi. “Adesso c’è da capire se e come il patrimonio civile accumulato dalla fine di gennaio riuscirà a fruttare.”
Prima di entrare alla galleria d’arte Mashrabia che ospita la conversazione tra Elena Stancanelli, Gianni Biondillo, me e tre scrittori egiziani – Hamdi Abu Golayyel, Youssef Rakha e Fadi Awwad – resto a guardare un vecchio che dall’altra parte della carreggiata passa la ramazza su un frammento di marciapiede.
È l’ennesimo, sembra sempre lo stesso. Il caftano marrone, una specie di pettorina arancione, la ramazza oppure due pezzetti di compensato usati a paletta. Sul marciapiede, sui cordoli spartitraffico. Con movimenti minuti raduna polvere e sabbia, ne fa un mucchietto, arriva il vento basso, disperde tutto e si ricomincia. Lo chiamano “spazzare il deserto”, e non c’è bisogno di altre spiegazioni. So solo che resterei a guardare questo fratello di Sisifo fino a sera. Invece salgo su, comincia l’incontro. Per circa tre ore discutiamo del Cairo, di Milano, di Firenze Roma Palma di Montechiaro Palermo Torino e Pistoia, delle città intelligenti e di quelle stupide, di come un’esperienza dell’abitare complessa e profonda possa corrispondere, oggi, a “fondare” città.
Alla domanda sul modello al quale Il Cairo in transizione potrebbe rifarsi, Youssef Rakha risponde che occorre prima di tutto sottrarsi ai due paradigmi attuali, quello patriarcale medievale e quello islamista radicale, e subito dopo bisogna pensare a Istanbul, guardare in quella direzione.
La rivoluzione, penso, è un’ipotesi, un progetto in divenire, uno sguardo da decidere e impostare.
Ed è una postura da mutare, mi dico attraversando la Città dei morti – dove il cimitero antico è uno spazio abitato, una necropoli vivente – mentre Barbara mi racconta la manifestazione del 28 gennaio. Quel giorno Mubarak aveva rivolto un appello radiofonico alla popolazione rassicurando e promettendo la cacciata del governo. Aveva parlato in arabo classico, una lingua istituzionale percepita come morta. In piazza Tahrir i giovani – e da un certo momento in poi non solo loro – gli avevano risposto asimmetricamente, in dialetto, alterando il codice e spiazzando ironicamente l’interlocutore.
Mentre percorriamo un mercato irreale che si allunga sotto un cavalcavia – le merci del tutto indistinguibili dalle macerie – penso che una rivoluzione è messa in torsione del codice, disorientamento; una rivoluzione è mettere la polizia nella condizione grottesca di usare i lacrimogeni senza possedere le mascherine con cui proteggersi. Costringere il potere a non capire, a non sapere cosa fare. Sottrargli codice, linguaggio, renderlo analfabeta. Diseredarlo. Mutare atteggiamento, psichicamente e subito dopo socialmente, passando dalla subalternità all’assunzione di responsabilità.
Prima di ripartire vado a piazza Tahrir. In realtà ci sono passato ogni giorno ma senza fermarmi, cercando dal taxi di riconoscerne la forma, l’estensione, osservando i capannelli di gente che ancora si ritrova per discutere. Appena arrivo vedo un uomo in caftano, i colpetti di ramazza a radunare polvere e sabbia. Se ne sta per conto suo, mentre centinaia di persone attraversano lo spazio, a piedi o in macchina, e altri – in decine di gruppi funghiformi – ragionano, si scaldano, sforbiciano l’aria con le braccia.
Ecco cos’è, penso aggirandomi per i capannelli. A fare la differenza, a fare la rivoluzione, è stata la durata. Non avere risolto l’esasperazione in un acuto isolato ma avere saputo presidiare per giorni e giorni, e ancora adesso, con intelligenza coraggio e ironia, uno spazio all’apparenza impossibile, caotico, trasformandolo in un’alternativa fertile, il luogo in cui ancora e ostinatamente una comunità si autoconvoca. Non essersi semplicemente limitati a scendere in piazza, dunque, e poi, a simbolizzazione acquisita, essere tornati a casa; ma stare, restare in piazza, fabbricare una durata e renderla un oggetto pacificamente contundente: avere fatto di piazza Tahrir una città logica e virtuosa all’interno di una città entropica, dando così forma a un’alleanza tra lo spazio e il tempo e inventandosi una cittadinanza.
Adesso l’uomo in caftano usa la scopa come un paravento, protegge il mucchietto di polvere e sabbia, ne trattiene la dispersione. Solleva lo sguardo e osserva i suoi concittadini, l’endoscheletro rurale del Cairo al quale sembrano avviticchiarsi i nuclei di altri mondi in divenire. Poi riporta lo sguardo sul lavoro e nella sua espressione ci sono dubbio, scetticismo, rimpianto, incredulità, amarezza e disincanto, e una fiducia cauta in una specie di progetto.
L’uomo fa un respiro, distende le braccia, ricomincia a lavorare di ramazza.
La rivoluzione, forse, sempre, è spazzare il deserto.

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Bengasi anno zero https://minimaetmoralia.it/inchieste/bengasi-anno-zero/ https://minimaetmoralia.it/inchieste/bengasi-anno-zero/#comments Thu, 31 Mar 2011 08:45:52 +0000 http://www.minimaetmoralia.it/?p=4097 di Stefano Liberti

Il premier incaricato, Jibril, è un uomo della Francia e i ministri sono tutti di provata fede anti-gheddafiana. Il governo nato dal Consiglio nazionale di transizione prova a colmare un profondo vuoto politico. Il morale dei ribelli è ancora alto, ma la strada da percorrere è tutta in salita.

«Un gruppo di brave persone che si è trovato a vivere un momento straordinario senza avere la minima idea di cosa fare». La definizione è di Ali Tarhouni, responsabile incaricato delle finanze nel nuovo governo messo in piedi dagli insorti della Cirenaica. Professore di economia negli Stati uniti, Tarhouni è tornato dopo 35 anni in Libia

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di Stefano Liberti

Il premier incaricato, Jibril, è un uomo della Francia e i ministri sono tutti di provata fede anti-gheddafiana. Il governo nato dal Consiglio nazionale di transizione prova a colmare un profondo vuoto politico. Il morale dei ribelli è ancora alto, ma la strada da percorrere è tutta in salita.

«Un gruppo di brave persone che si è trovato a vivere un momento straordinario senza avere la minima idea di cosa fare». La definizione è di Ali Tarhouni, responsabile incaricato delle finanze nel nuovo governo messo in piedi dagli insorti della Cirenaica. Professore di economia negli Stati uniti, Tarhouni è tornato dopo 35 anni in Libia per contribuire alla nascita del nuovo stato che, nella speranza dei ribelli, dovrà nascere all’indomani della caduta di Muammar Gheddafi. Dopo cinque settimane di autogestione, affidata a un Consiglio nazionale transitorio (Cnt) di cui non è mai stata chiara né la composizione né le prerogative, né tanto meno dove si riunisse, gli insorti hanno deciso di creare un gruppo ristretto di sei persone che dovrebbe costituire il governo.
Il premier incaricato è Mahmoud Jibril, l’uomo che è stato ricevuto all’Eliseo da Nicolas Sarkozy (ottenendo sia il riconoscimento formale della Francia che l’impegno a spingere per la risoluzione delle Nazioni unite per i bombardamenti) e che a Parigi ha incontrato anche il segretario di stato americano Hillary Clinton. Gli altri esponenti di cui si conosce finora il nome sono Tarhouni, Omar Hariri (cui è stata affidata la difesa e il coordinamento degli affari militari) e Ali al Essawi, incaricato degli esteri. Tutte persone di provata fede anti-gheddafiana: Tarhouni ha passato buona parte della sua vita in esilio, Hariri ha trascorso anni in carcere e poi agli arresti domiciliari per aver partecipato nel 1975 a un colpo di stato contro il rais. Jibril non si è mai mischiato con il regime, se si eccettua l’esperienza del National Economic Development Board (Nedb), un corpo messo in piedi nel 2007 dal figlio (ex) riformatore di Gheddafi, Seif El Islam, per aprire l’economia del paese e lanciare una politica di privatizzazioni che è poi stato interrotta dal padre. Essawi è stato tra i primi, come ambasciatore in India, a dimettersi e unirsi agli insorti.
Il governo vuole essere il volto pubblico dei ribelli di Bengasi, oltre che il braccio operativo di una rivolta che è nata per caso e si è trovata a gestire dal nulla un nuovo stato. «Quando la Cirenaica è finita sotto il nostro controllo, ci siamo trovati di fronte a un vero e proprio vuoto politico. Non sapevamo cosa fare» racconta ancoraTarhouni. La Libia è un paese senza istituzioni. Dietro la favola della Jamahiriya, il potere diretto esercitato dalle masse attraverso i cosiddetti «comitati popolari», il colonnello Gheddafi ha ridotto lo stato libico a uno one-man show. Con una politica di arresti, di torture, di assassini, il rais ha cancellato l’opposizione. Ha incenerito la società civile. Ha vietato la libertà di stampa e di espressione. Ha bandito o addomesticato ogni tipo di corpo intermedio. Così, all’indomani della rivoluzione del 17 febbraio, i ribelli della Cirenaica si sono guardati in faccia e si sono chiesti: «E ora che facciamo?».
Per capire la confusione, la mancanza di coordinamento e anche i segnali contraddittori che il Consiglio nazionale transitorio ha mandato al mondo in queste cinque settimane bisogna partire da un dato: la rivoluzione non è stata preparata. È nata come un moto spontaneo di migliaia di giovani che si sono ribellati pacificamente contro i simboli del potere gheddafiano prima a Bengasi e poi nelle altre città. Seguendo il vento delle rivolte che soffiava in tutto il mondo arabo, hanno manifestato a mani nude e si sono fatti uccidere come mosche – solo nella capitale della Cirenaica nei giorni dal 17 al 20 febbraio, quando alla fine le forze del colonnello sono fuggite, sono morti almeno 200 ragazzi. I giovani manifestanti hanno poi saccheggiato le caserme e, da studenti, commercianti, impiegati che erano, si sono trasformati in ribelli armati. Gli «shebab al thawra», i giovani della rivoluzione, sono ragazzi di vent’anni che non sopportavano più di vivere nella dittatura e che oggi partono al fronte con in braccio i vecchi kalashnikov che hanno trovato nei depositi di Gheddafi. Non sono membri di al Qaeda, come vorrebbero le farneticazioni del colonnello. Né sono islamisti radicali, come si sono apprestati a sottolineare alcuni profeti di sventura anche di casa nostra, spostando il centro del dibattito. Sono ragazzi che usano internet e che oggi si passano sui bluetooth del cellulare le immagini delle battaglie di Ras Lanuf, o i video dell’attacco lanciato dalle forze di Gheddafi su Bengasi. Sono giovani che si prendono gioco del rais trasformando in rap i suoi minacciosi discorsi. Sono la stessa generazione 2.0 che ha rovesciato Ben Ali in Tunisia e Mubarak in Egitto. Con la differenza che in Libia il colonnello Gheddafi si sta mostrando molto più resistente dei suoi omologhi ex dittatori del Nordafrica. Perché il rais di Tripoli ha messo in piedi un vero e proprio sistema totalitario, creando milizie civili (la famigerata Lijan Thawra) e unità speciali delle forze armate affidate alla guida dei suoi figli. Ha svuotato di senso l’esercito, temendo colpi di stato. Ha distribuito potere e prebende a una serie di fedelissimi che rimangono legati a lui a doppio filo. E vive il personalissimo delirio di ritenersi l’unico legittimo rappresentante di un popolo che in realtà lo detesta.
La politica di costruzione dello stato totalitario per quattro decenni ha dato i suoi frutti: quando hanno assunto il controllo di Bengasi, in modo del tutto inatteso, gli insorti del 17 febbraio non sapevano assolutamente che pesci prendere. Si sono trovati di fronte all’esigenza di esercitare il potere, di governare. Ma loro erano solo «un gruppo di brave persone». Hanno creato il comitato, affidandone la guida a Mustafa Abdul Jalil, che fino a poco prima era ministro della giustizia di Gheddafi. Hanno accolto Abdel Fattah Younis, ex compagno d’armi nonché ex ministro degli interni del colonnello, come capo di stato maggiore. Hanno cercato «personale politico» in un paese in cui non si faceva politica da 42 anni. E ne è venuta fuori un’accozzaglia un po’ incoerente di ex gheddafiani, giudici, professori, imprenditori con poca o nessuna esperienza nella gestione della cosa pubblica.
«Abbiamo preso il meglio che c’era in giro – confessa un po’ sconsolata Iman Bugaighis, portavoce del Cnt . Abbiamo dovuto cominciare da zero, o quasi».
Questo il punto di partenza. Quello di arrivo è ancora lontano. Il colonnello è saldo al potere a Tripoli. Il fronte è fermo ad Ajdabiya. Il morale continua a essere alto a Bengasi nonostante l’impasse, le scuole e le università chiuse da cinque settimane, i soldi che non girano, le comunicazioni che non funzionano, la precarietà che diventa routine. I ribelli sono fiduciosi: «Gheddafi cadrà. Ha il mondo contro e presto sarà a corto di liquidità» dice Tarhouni. Ci vorrà tempo, forse settimane o mesi, ma tutti sono sicuri che il regime è arrivato alla fine. E allora comincerà la vera sfida per questo «gruppo di brave persone»: capire se sono in grado di soddisfare le aspettative create, di dare vita a una Libia libera e democratica e voltare definitivamente la pagina di un regime che si diceva socialista ma che ha finito per sparare sul suo stesso popolo.

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