nucleare Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/nucleare/ un blog di approfondimento culturale Sat, 22 Oct 2016 18:50:26 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=7.1 https://minimaetmoralia.it/wp-content/uploads/2025/07/cropped-cropped-309290503_464034925751050_1790831071097755281_n-32x32.jpg nucleare Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/nucleare/ 32 32 Come ti provo a educare il pupo al nucleare https://minimaetmoralia.it/interventi/come-ti-provo-a-educare-il-pupo-al-nucleare/ https://minimaetmoralia.it/interventi/come-ti-provo-a-educare-il-pupo-al-nucleare/#comments Sun, 17 Apr 2011 11:06:00 +0000 http://www.minimaetmoralia.it/?p=4200   di Christian Raimo Fai l’insegnante in un liceo. Un giorno senti il tuo presidente del consiglio attaccarti come categoria in sé, perché non “trasmetti i valori della famiglia” ai tuoi studenti. Un altro giorno ti capita di accompagnarli, i tuoi studenti, a una conferenza informativa della Fondazione Veronesi sull’Energia del futuro: proposte energetiche per […]

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di Christian Raimo

Fai l’insegnante in un liceo. Un giorno senti il tuo presidente del consiglio attaccarti come categoria in sé, perché non “trasmetti i valori della famiglia” ai tuoi studenti. Un altro giorno ti capita di accompagnarli, i tuoi studenti, a una conferenza informativa della Fondazione Veronesi sull’Energia del futuro: proposte energetiche per un futuro sostenibile. Insieme a te, al teatro Quirino a Roma, alle nove e mezza di mattina, ci sono un’altra trentina di insegnanti, soprattutto di scienze o di fisica, e con loro un trecento quattrocento ragazzi del trienno di vari licei della provincia di Roma. A conferire – dopo il saluto benedicente in un video registrato del presidente della fondazione, Umberto Veronesi, e addirittura un breve audio di Giorgio Napolitano – ci sono tre professori: Luigi De Paoli (Economia dell’energia alla Bocconi), Giuseppe Zollino (Ingegneria nucleare a Padova), Giampaolo Manzolini (ricercatore in Energia e Ambiente al Politecnico di Milano). A moderare, Alessandro Cecchi Paone – quello della Macchina del tempo. Che inizia l’incontro proprio mostrando un filmato introduttivo “con lo stile Macchina del tempo”, dice, sulla storia del nucleare in Italia. Dal pioniere Enrico Fermi in poi, vi viene presentato un videoclip nostalgico sui bei tempi dell’Italia ricca e spensierata e all’avanguardia: immagini di gente che balla il twist, gira in lambretta, e progetta le prime centrali nucleari italiane. Caorso, Montalto di Castro. Ye-ye.

Poi parla De Paoli – che ribadisce il concetto della non sostenibilità dell’approvvigionamento energetico com’è ora in Italia, e esplicita che senza nucleare è difficile capire come si potrà fare in futuro. Segue Zollino – che fa un peana esplicito (“non sono innamorato”, si schermisce, “sono appassionato”) all’energia nucleare, meno rischiosa di tante altre (“provate a chiedere a un supersite del Vajont se non avrebbe preferito una centrale nucleare vicino casa?” è uno dei suoi ragionamenti stringenti) e di sicuro la più conveniente sul mercato energetico. Da ultimo: Manzolini, “giovane e bello” (come ce lo presenta Cecchi Paone), che – meno didattico degli altri – si prodiga in un excursus sulle energie rinnovabili, sempre attento però a sottolineare che queste da sole non bastino e non basteranno mai al fabbisogno energetico e che i combustibili fossili si stanno esaurendo (per cui?). Il ruolo di moderatore Cecchi Paone lo svolge accordandosi alla sintonia di fondo e ci tiene anche a fare outing: “Io trent’anni fa al referendum votai a favore del nucleare. E già prevedevo che quella sconfitta avrebbe fatto precipitare l’Italia tra le cenerentole dell’economia mondiale”.

Gli studenti e gli insegnanti e anche le famiglie potrebbero ritenersi soddisfatte della bella giornata di approfondimento, no? Cecchi Paone lo chiede direttamente ai ragazzi: avete domande? curiosità? questioni? E capita la cosa strana che questi diciassette, diciottenni non riescono proprio a evitare quel tono polemico tipico della loro età. Gli interrogativi fioccano.

E il problema delle scorie?, puntualizzano (in un altro video a un certo punto si glissava affermando come nelle nuove centrali si ricaverà energie anche da queste). E il problema della sicurezza? (ci fidiamo degli standard adottati dalle aziende costruttrici delle altre nazioni?). E il problema dell’impatto ambientale? E la salute: perché fin adesso si è parlato solo di costi e non di salute? E Fukushima? È proprio vero – come ha affermato il professor Zollino – che la fase acuta sia terminata, nonostante i rapporti dell’AIEA dicano il contrario? E che logica è quella per cui se la Francia si dota di centrali nucleari lo dobbiamo fare anche noi (“a me mia madre ha insegnato che non è che sia giusto per forza se la maggior parte lo fa”)? E perché nessuno di voi ha messo l’accento sul risparmio energetico, dando per scontato che i consumi devono essere sempre questi? E se capita un terremoto come in Giappone? Le centrali nucleari, si diceva nel video, sono state costruite per resistere a un impatto di un aereo di linea, è vero: e se lo schianto di un aereo di linea non succede, ma un terremoto di 9 gradi sì? E la ricerca su un nucleare più pulito, tipo quella che viene fatta da Carlo Rubbia? E le infiltrazioni criminali nella politica italiana che garanzia danno per la gestione di un progetto così complesso come quello del nucleare? E, professor Zollino, lei dice che ci sono catastrofi terribili in termini di costi umani (il terremoto giapponese ha ammazzato trentamila persone, dice, e noi stiamo a focalizzarci su Fukushima…), ma non ci pensa che dopo un’alluvione o un terremoto si ricostruisce, mentre dopo un evento come Chernobyl e forse Fukushima lì rimarrà tutto inabitabile per anni? E l’euristica della paura, come la chiama il filosofo Hans Jonas: senza paralizzarci in un terrore antiscientifico, noi non dovremmo dare la giusta legittimazione a un sentimento di paura rispetto alle possibilità della tecnica? E che rapporto hanno le scienze umane con questi discorsi sui costi e lo sviluppo economico italiano? Eccetera eccetera eccetera.

Alla fine dell’incontro potevi considerare (ritirando l’attestato di partecipazione con grafica à la giovani marmotte) come fosse quasi irritante riconoscere che – nonostante tutti gli sforzi di eliminare il pensiero critico dall’educazione scolastica, improvvisando lezioni speciali sul modello marketing della Avon – questi docenti e soprattutto questi ragazzi di oggi abbiano la presunzione di non prendere per oro colato le parole che gli vengono propinate e le confrontino invece con il loro bagaglio neanche ingenuo di conoscenze: e citino giornali stranieri, inchieste scientifiche, articoli su riviste specializzate, libri in argomento, o addirittura “quello che si è discusso in classe”. Come dire, il progetto di riforma della scuola è ogni giorno più evidente, ma sarà difficile “disinculcare” questa tarma dell’autonomia intellettuale da dei ragazzi così ostinati.

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di Christian Raimo

Cosa è successo a Fukushima? Cosa sta succedendo? Cosa è probabile che succeda? I giornali e i politici italiani da più di una settimana stanno rivelando tutta la loro sconcertante mancanza di deontologia, per usare un eufemismo. A un Umberto Veronesi, presidente dell’Agenzia per la sicurezza sul nucleare, Repubblica ieri concedeva un intervento incomprensibile se non altro per la sua ambiguità e laconica sinteticità, con affermazione buttate là tipo che è scientificamente vero che l’umanità non sopravviverà senza il nucleare. La domanda che un lettore si poteva porre era: scusate, ma perché non fargli un’intervista? ma perché non cercare con un pezzo di spalla di sottolineare tutti i punti critici sollevati dall’articoletto di Veronesi? No: non è questo il giornalismo italiano. Mentre in questi giorni i pezzi del Guardian, del New York Times sono sempre articoli che informano, corredati da infografiche di questo livello, editoriali che cercano di fornire al lettore gli strumenti per formarsi un’idea, quelli di Repubblica e del Corriere – per stare alla migliore stampa mainstream – sono improntati all’annuncio dell’Apocalisse, o della scampata Apocalisse: allarmano, consolano. Provate a leggere questo articolo di martedì scorso dell’inviato in Giappone Daniele Mastrogiacomo sull’esplosione di idrogeno nel reattore 3: troverete nell’ordine le espressioni “l’esplosione è improvvisa”, “restiamo impietriti”, “una voce lancia un grido soffocato”, “attimi di panico”, “veri eroi di questa apocalisse”,  “una lotta contro il tempo”, “l’incubo sembra non finire”, “uomini contro macchine”, “molti sono convinti che nascondano qualcosa: qualcosa di terribile, di inconfessabile”, “basta una temperatura troppo alta e il vapore tornerà a premere su questo scafandro. Ma se salta è davvero la fine”, “Fukushima 1, con i tre reattori, diventa come Chernobyl”, “La Natura, spietata e beffarda, assiste. Dall’esterno detta le regole: provoca il terremoto, scatena lo tsunami”, “È il Giappone intero, ferito, sconvolto, impaurito”. “Uno shock. Lo smarrimento. C’era assoluto bisogno d’acqua. Qualcuno ha guardato il mare: eccola l’acqua. Ha ucciso diecimila persone, può salvarne milioni”. “Se cede anche l’ultima corazza dei tre reattori, il Giappone vedrà l’inferno”. E nel frattempo, in modo poco chiaro, Mastrogiacomo interpola brandelli di dichiarazioni ufficiali che dovrebbero dare una spiegazione all’esplosione che è accaduta. Magari sono stupido e distratto io, ma alla domanda sul perché c’è stata un’esplosione non ho trovato risposta. Alla domanda sul perché si è prodotto idrogeno nemmeno. Poi ieri, casualmente, ascoltando una radio romana ho sentito Giorgio Ferrari che diceva in modo molto semplice che le barre di assorbimento delle radiazioni sono rivestite di zirconio proprio perché è un materiale ad alto assorbimento neutronico, ma che ad alte temperature si produce un processo che porta a esplosioni. Mi sembrava grave, molto, ma in un certo modo ho pensato non era l’Apocalisse, o comunque era quella Apocalisse.

Se questa è l’informazione, magari andrà meglio con la riflessione, uno si dice. Ecco che, per esempio, il Corriere in questi giorni per dare ai lettori la possibilità di formarsi un’opinione sul nucleare ha chiamato in causa sul fronte del sì Edoardo Boncinelli. Un biologo, non un ingegnere nucleare, ma quantomeno uno scienziato. Che al momento di argomentare ha scritto così: “Al nucleare non ci sono vere alternative e le nazioni più sviluppate e civili ce lo hanno e lo usano da anni. Sviluppare il primo argomento richiederebbe pagine e pagine, scomodando una quantità impressionate di cifre. Non lo farò qui, ma tutti in cuor loro sanno che una vera e propria alternativa al nucleare non c’è, almeno per ora e chissà ancora per quanto tempo”. In cuor loro? In cuor mio cosa?, mi sono chiesto. Forse se Boncinelli avesse citato qualche fonte in grado di suffragare questa sua affermazione, alcuni rapporti che sarebbe conveniente leggersi prima di lasciarsi trasportare dall’onda emotiva antinuclearista, forse se avesse indicato ad uso di noi poveri lettori – spaventati dalla “quantità impressionante delle cifre”, o dalle “pagine e pagine” che questa argomentazione richiederebbe – o almeno che so un paio di libri che per lui possono aiutare a orientarsi, non è che ci avrebbe fatto proprio un brutto servizio.

Ma non fissiamoci su Boncinelli, perché, a militare in prima pagina sul fronte del no chi trovavamo? Adriano Celentano: in una sua appassionata, sinceramente appassionata, lettera al Direttore, che per chiarirci quali sono i riferimenti importanti di cui tenere conto per non rimanere sprovveduti di fronte alla “quantità impressionante delle cifre” che un pro-nucleare potrebbe snocciolarci, ha scritto direttamente in maiuscolo (uno ogni cinque righe) quelli che lui ritiene i punti focali della sua invettiva, che – spero di non fare torto al ragionamento – potrebbe sintetizzarsi in questo modo: il nucleare non va utilizzato perché no. Leibniz l’avrebbe chiamata un’applicazione un po’ azzardata del principio di ragione sufficiente.

Ma è veramente così difficile consentire a chi lo vuole fare di capire cosa è accaduto ai reattori giapponesi, e aiutarli anche a capire cosa pensare del nucleare in modo meno impulsivo? È così corretto citare Chernobyl come uno spauracchio che taglia le gambe a ogni approfondimento, o meglio sapere cosa possiamo imparare da Chernobyl andandoci a leggere il reportage scientifico redatto nel 2006 da Ronald K. Chesser e Robert J. Baker (che analizzava gli effetti sul lungo periodo del fall-out radioattivo e provava a fare chiarezza contro quelli che sparano cifre sulle vittime che vanno da 30 a 93.000)?

Sembra che l’informazione nostrana debba riscoprire ex-novo delle sue regole deontologiche minime: dare la notizia, essere chiari, pubblicare opinioni fondate piuttosto che strali retorici, sviluppare per quanto possibile un pluralismo di prospettive, fornire altre fonti di approfondimento… Questo ruolo lo svolge sempre meno l’informazione mainstream e sempre di più quella dal basso: i giornali e le radio indipendenti, la rete, e in parte anche le case editrici. Così, non doveva essere complicato ricostruire la dinamica di Fukushima, le diversità e le analogie con Three Mile Island e Chernobyl – e ragionare in questo modo anche sulle questioni sicurezza rispetto all’errore umano e quello di progettazione – se Giorgio Ferrari l’ha fatto in un paio di pagine sul sito di Radio Città Aperta. Così come non doveva essere impossibile articolare un pensiero di sostegno allo sviluppo all’energia nucleare senza buttarla in caciara: se c’è riuscito il fisico e blogger dell’Espresso, Enrico Pedemonte sul sito de Linkiesta.it. E non doveva essere impensabile provare a riflettere da una prospettiva meno tecnica, e più umanista, sulla questione nucleare, senza scadere nell’apocalissifilia, se – anche qui – l’ha fatto benissimo il filosofo della scienza Antonio Sparzani su Nazione indiana. Come non dev’essere impensabile cominciare un dibattito sul nucleare, cercando contributi autorevoli e articolati, come stanno provando a fare sul sito della casa editrice nottetempo, o sul blog sempre più utile di Giorgio Fontana

E alla fine insomma, con un po’ più d’impegno, forse la Grande Angoscia può trasformarsi un timore serio ma non paralizzante, quello che forse serve a noi esseri umani per imparare a scegliere meglio oggi e vivere più consapevoli anche in futuro.

 

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