Occupy Wall Street Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/occupy-wall-street/ un blog di approfondimento culturale Sat, 27 Jul 2024 14:53:28 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=7.1 https://minimaetmoralia.it/wp-content/uploads/2025/07/cropped-cropped-309290503_464034925751050_1790831071097755281_n-32x32.jpg Occupy Wall Street Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/occupy-wall-street/ 32 32 (Non) con i nostri soldi https://minimaetmoralia.it/estratti/non-con-i-nostri-soldi/ https://minimaetmoralia.it/estratti/non-con-i-nostri-soldi/#comments Sun, 11 May 2014 05:00:03 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=20554 Pubblichiamo un estratto da Dobbiamo restituire fiducia ai mercati - Falso! di Andrea Baranes (Laterza).

di Andrea Baranes

Dopo lo scoppio della bolla dei mutui subprime nel 2007 e i conseguenti disastri, ogni vertice internazionale, dal G20 in giù, si è chiuso con roboanti dichiarazioni sulla necessità di introdurre nuove regole per chiudere una volta per tutte il casinò finanziario. A dispetto di tali dichiarazioni, poco o nulla è stato fatto fino a oggi. Il problema non è tanto di natura tecnica. Dalla seperazione tra banche commerciali e banche di investimento alla trasparenza sui mercati, dal proibire alcune operazioni al tassare le transazioni finanziarie ad altre misure ancora, sappiamo cosa andrebbe fatto e come procedere. È una questione di volontà politica. Fare sentire la voce del “99%”, riprendendo l'espressione di Occupy Wall Street, per riportare la finanza a essere uno strumento al servizio dell'economia, e non un fine in sé stesso per fare soldi dai soldi nel più breve tempo possibile.

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Pubblichiamo un estratto da Dobbiamo restituire fiducia ai mercati – Falso! di Andrea Baranes (Laterza). (Fonte immagine)

di Andrea Baranes

Dopo lo scoppio della bolla dei mutui subprime nel 2007 e i conseguenti disastri, ogni vertice internazionale, dal G20 in giù, si è chiuso con roboanti dichiarazioni sulla necessità di introdurre nuove regole per chiudere una volta per tutte il casinò finanziario. A dispetto di tali dichiarazioni, poco o nulla è stato fatto fino a oggi. Il problema non è tanto di natura tecnica. Dalla seperazione tra banche commerciali e banche di investimento alla trasparenza sui mercati, dal proibire alcune operazioni al tassare le transazioni finanziarie ad altre misure ancora, sappiamo cosa andrebbe fatto e come procedere. È una questione di volontà politica. Fare sentire la voce del “99%”, riprendendo l’espressione di Occupy Wall Street, per riportare la finanza a essere uno strumento al servizio dell’economia, e non un fine in sé stesso per fare soldi dai soldi nel più breve tempo possibile.

L’introduzione di regole “dall’alto”, però, non è che un lato della medaglia. È altrettanto importante agire “dal basso”, partendo dai nostri risparmi. Chi di noi presterebbe i propri soldi a chi intendesse giocarseli al casinò? Eppure quanti di noi domandano alla banca o al gestore l’uso che ne viene fatto? I nostri risparmi, incanalati sui mercati finanziari, possono avere un enorme impatto, tanto in positivo quanto in negativo. Possono essere impiegati per l’economia locale o finire in qualche paradiso fiscale, sostenere la creazione di posti di lavoro o le delocalizzazioni. In altre parole, quanto oltre che vittime siamo complici involontari di questo sistema? Anche se sembra che i nostri risparmi siano del tutto trascurabili rispetto alle somme in gioco, sommando le poche migliaia di euro di milioni di persone otteniamo una buona parte del carburante che alimenta la speculazione. I maggiori attori finanziari sono banche, fondi pensione e di investimento, assicurazioni. Soggetti che si alimentano dei capitali di moltissimi piccoli risparmiatori e clienti, i quali di norma hanno pochissime informazioni e nessuna possibilità di intervento.1 Tramite la leva finanziaria inoltre, anche risparmi limitati possono portare a grandi importi investiti nel casinò finanziario.

Abbiamo il diritto, e per molti versi il dovere, di esigere una piena trasparenza sull’utilizzo che viene fatto dei nostri soldi. Su questi principi e sull’idea di mutualità e partecipazione sono nate in Italia sul finire degli anni ’70 le Mutue di Auto Gestione o MAG, delle cooperative finanziarie che raccolgono risparmio ed erogano prestiti ai loro soci. Nascono con l’obiettivo di rispondere alla difficoltà di accesso al credito e alla mancanza di trasparenza del sistema bancario.

Tali cooperative riprendono le esperienze delle società di mutuo soccorso nate in Italia nel XIX secolo. I lavoratori costituirono delle casse comuni nelle quali ognuno versava una piccola cifra. Se qualcuno perdeva il posto o si ammalava poteva attingere alle risorse della cassa comune e superare in tale modo i propri problemi, il che gli permetteva di rientrare nel mondo del lavoro e di restituire il prestito contratto. L’aspetto rivoluzionario è che il denaro, da sempre una delle maggiori fonti di esclusione nei sistemi capitalisti, diventa al contrario un mezzo per rafforzare legami sociali e di solidarietà.

Dall’esperienza di alcune MAG e di altre organizzazioni, sul finire degli anni ’90 nasce in Italia la prima banca etica. Un istituto che offre tutti i servizi bancari, ma con principi che la rendono nettamente differente, a partire dalla completa trasparenza: è l’unica in Italia a pubblicare sul proprio sito tutti i finanziamenti concessi alle persone giuridiche, con l’importo e altri dettagli. Una dimostrazione che il segreto bancario non è legato a un obbligo legislativo o a una generica riservatezza: se non c’è nulla da nascondere, non è necessario nascondere nulla. Oltre a rifiutare speculazione, paradisi fiscali e operazioni di “ingegneria finanziaria”, una particolare attenzione è dedicata all’accesso al credito. I finanziamenti vanno unicamente ad alcuni settori: cooperazione sociale, cooperazione internazionale, mondo dell’associazionismo, le energie rinnovabili o l’agricoltura biologica. Forme di “altra economia” che non solo hanno ricadute positive sul territorio e l’ambiente, ma si stanno dimostrando molto più resilienti nell’attuale crisi.

Come per tutte le banche, ogni richiesta di prestito viene vagliata tramite un’istruttoria economico-finanziaria, svolta dai dipendenti. A questa analisi economica Banca Etica affianca una seconda valutazione, svolta direttamente dai soci sul territorio, degli impatti di natura sociale e ambientale dell’ente richiedente. Questo permette di creare e rafforzare reti sul territorio e meccanismi di fiducia e di conoscenza reciproca, con ricadute positive anche sul piano operativo. Il sistema bancario italiano ha un tasso di sofferenza intorno al 7%. Per Banca Etica, che finanzia soggetti considerati rischiosi quali piccole cooperative sociali, potrebbe sembrare già un risultato notevole rimanere nella media del sistema bancario. Il tasso di sofferenza di Banca Etica a fine 2012 era pari al 1,4%, circa cinque volte più basso.

Un dato che mostra come la finanza etica non sia una piccola nicchia per persone sensibili e magari un po eccentriche, ma un’alternativa concreta, che funziona altrettanto bene, e spesso molto meglio della finanza tradizionale. “Un vero e proprio approccio alternativo all’idea di finanza, senza ripudiarne i meccanismi di base (come l’intermediazione, la raccolta, il prestito), ma riformulandone i valori di riferimento (la persona e non il capitale, l’idea e non il patrimonio, l’equa remunerazione dell’investimento e non la speculazione)”.2 Paradossalmente, la caratteristica premiante e quasi di rottura è quella di fare prima di tutto ciò che la finanza dovrebbe fare: un luogo di incontro tra risparmiatori e chi ha bisogno di soldi. E’ la gran parte del sistema finanziario ad avere completamente perso di vista questo ruolo.

L’attenzione alle ricadute non economiche non ha unicamente delle conseguenze pratiche. Uno dei pilastri del neoliberismo è il prezzo come punto di incontro tra domanda e offerta e come riflesso di tutte le informazioni su un dato bene o servizio. Una visione meccanicistica e riduttiva alla base della mercificazione di qualsivoglia attività. Un dogma che esclude l’esistenza di esseri umani, o meglio li intende unicamente come homo oeconomicus, un essere astratto perfettamente razionale ed egoista, che pensa unicamente alla massimizzazione del proprio risultato economico.

La finanza etica smonta tale visione e supera nei fatti l’impianto neoliberista. Il valore torna a essere inteso nel suo senso più ampio, non come prezzo ma come insieme delle ricadute sociali e ambientali, dei benefici e degli impatti per l’insieme della società. Il valore economico è uno tra i molti parametri da prendere in considerazione. Nell’attuale fase di dominio della finanza intesa come un fine in sé stesso, viene restituita dignità alle attività economiche e il denaro diventa un mezzo per il raggiungimento di obiettivi di benessere delle comunità.

Con uno slogan, l’interesse più alto è quello di tutti. Tutti noi possiamo sottrarre risorse alla speculazione finanziaria e indirizzarle verso l’economia sociale il bene comune, la creazione di posti di lavoro, la realizzazione di progetti di tutela ambientale. Per creare e rafforzare circuiti virtuosi, reti di economia solidale, un vero e proprio sistema economico e sociale differente.

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Anatomia della vergogna https://minimaetmoralia.it/libri/recensione-vergogna-gabriella-turnaturi/ https://minimaetmoralia.it/libri/recensione-vergogna-gabriella-turnaturi/#comments Mon, 26 Nov 2012 15:44:27 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=11698 Questo pezzo è uscito sul manifesto. (Immagine: Sally Mann.)

«Shame, shame, shame on you» («vergogna, vergogna, vergogna»). È stato questo uno degli slogan più diffusi tra i manifestanti che hanno dato vita a Occupy Wall Street. Una denuncia morale e insieme politica, rivolta alla classe dirigente, all'élite politica e finanziaria, alla cinica oligarchia (l'1% vs il 99%) ritenuta colpevole di aver difeso i propri interessi, il particulare guicciardiniano, invece di promuovere e garantire uguaglianza e benessere collettivo. Ma che differenza c'è tra il ricorso alla vergogna da parte degli occupanti di Wall Street e quella del campione dell'«Italia della corruzione, dell'imbroglio, dei familismi, dell'evasione fiscale», l'ex presidente del Consiglio Silvio Berlusconi, che a più riprese ha gridato «vergogna, vergogna, vergogna!», rivolgendosi all'opposizione, alla magistratura, alla stampa critica, a chiunque si opponesse anche solo timidamente al suo prometeismo autoritario? Chi può arrogarsi il diritto di stabilire cosa debba essere considerato vergognoso? Cosa distingue il buon uso della vergogna, espressione di una passione politica, «una passione del Sé e del proprio essere con gli altri, del radicamento nella vita quotidiana», dal cattivo uso della vergogna, espressione di risentimento e rabbia, volta a distruggere la coesione sociale?

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Questo pezzo è uscito sul manifesto. (Immagine: Sally Mann.)

«Shame, shame, shame on you» («vergogna, vergogna, vergogna»). È stato questo uno degli slogan più diffusi tra i manifestanti che hanno dato vita a Occupy Wall Street. Una denuncia morale e insieme politica, rivolta alla classe dirigente, all’élite politica e finanziaria, alla cinica oligarchia (l’1% vs il 99%) ritenuta colpevole di aver difeso i propri interessi, il particulare guicciardiniano, invece di promuovere e garantire uguaglianza e benessere collettivo. Ma che differenza c’è tra il ricorso alla vergogna da parte degli occupanti di Wall Street e quella del campione dell’«Italia della corruzione, dell’imbroglio, dei familismi, dell’evasione fiscale», l’ex presidente del Consiglio Silvio Berlusconi, che a più riprese ha gridato «vergogna, vergogna, vergogna!», rivolgendosi all’opposizione, alla magistratura, alla stampa critica, a chiunque si opponesse anche solo timidamente al suo prometeismo autoritario? Chi può arrogarsi il diritto di stabilire cosa debba essere considerato vergognoso? Cosa distingue il buon uso della vergogna, espressione di una passione politica, «una passione del Sé e del proprio essere con gli altri, del radicamento nella vita quotidiana», dal cattivo uso della vergogna, espressione di risentimento e rabbia, volta a distruggere la coesione sociale?

Intorno a questi interrogativi si dipana Vergogna. Metamorfosi di un’emozione (Feltrinelli, pp. 192, euro 18), l’ultimo libro di Gabriella Turnaturi, docente di sociologia all’università di Bologna, che prosegue idealmente un itinerario esplorativo sulle trasformazioni delle nostre società inaugurato almeno nel 1999 con Associati per amore (Laterza) e proseguito con Tradimenti. L’imprevedibilità nelle relazioni umane (Laterza 2000). Rispetto ai libri precedenti, cambia l’oggetto dell’analisi e muta la cornice tematica, ma rimangono, costanti, due elementi: il primo è la capacità di dialogare con i diversi prodotti culturali che del nostro tempo sono espressione, dai film ai romanzi ai programmi televisivi. Un’opzione consapevole, che distingue Turnaturi da molti colleghi, ancorati all’idea che i classici siano colonne d’Ercole insuperabili, anziché stimolanti strumenti per immergere lo sguardo nel presente. Non ci si deve stupire dunque di trovare autori come Salman Rushdie e JM Coetzee, Philip Roth e Martin Amis, film come Pulp Fiction, Tra le nuvole o Accadde una notte come guide alla comprensione della polimorfia della vergogna contemporanea. E tantomeno ci si deve stupire – ché qui risiede la seconda costante – del tentativo ambizioso di valutare i nessi tra individuale e sociale, tra particolare e universale attraverso la lente delle emozioni.

È proprio questa l’idea di fondo del lavoro di Gabriella Turnaturi: la convinzione che le società possano essere lette, le loro mutazioni interpretate, scandagliando le nostre emozioni, indagando il loro manifestarsi sotto forme ed espressioni diverse, analizzando il loro sublimarsi, il loro celarsi in situazioni impensate. Le emozioni infatti, «pur essendo sempre individualizzate, non sono mai solo nostre, si inscrivono sempre in una sensibilità condivisa», perché ogni individuo «è formato dalla propria storia che però è anche storia degli altri». Ma se tutte le emozioni si esprimono socialmente, la vergogna – nota Turnaturi – sembra godere di uno statuto particolare, perché è un’emozione sentinella del legame sociale, «sta a guardia dei confini tra lecito e illecito, fra buono e cattivo, tra trasgressione e conformità», ci parla dunque del rapporto Io-Noi, degli attriti, del grado di corrispondenza tra individualità e collettività.

In altre parole, «è l’emozione sulla quale, e attraverso la quale, avviene ogni forma di socializzazione e ogni forma di educazione». Proprio per il fatto di essere la più socializzante delle emozioni, «è anche quella socialmente più costruita», quella il cui indebolimento nasconde ragioni non solo culturali, ma anche politiche. Ma allora, se la vergogna è un’emozione che presuppone il «comune», l’essere con, «che ne è della vergogna nell’epoca dell’individualismo atomizzato?».

Nella modernità, spiega l’autrice, a porsi come fonte legittima della definizione della vergogna sono state soprattutto le istituzioni statali, le agenzie nazionali, la scuola, la famiglia e in parte la Chiesa; oggi invece, in un’epoca di populismo emozionale e comportamentale, dove si fa appello all’autorità del presente e non a quella delle norme interiorizzate, condivise e percepite come inderogabili, la vergogna scompare. O, meglio, scompare la condivisione di senso e di sensibilità su quali espressioni e comportamenti si debbano ritenere vergognosi. Perduto un orizzonte comune, si instaura una vergogna fai-da-te, che si dissocia dalla responsabilità per divenire un deficit emotivo, «un problema non più etico, ma terapeutico», legato non al giudizio morale su che tipo di persona si è, ma su come si appare di fronte all’altro visto come spettatore e pubblico di un Io pateticamente illuso della sua irriducibile autonomia.

Se in questo caso la vergogna ci induce all’affermazione di un Io ipertrofico e narcisista, in altri casi può generare esiti opposti: «può ravvivare la nostra umanità, funzionare come richiamo emozionale a noi stessi, per riprendere il cammino insieme agli altri», riconducendoci al nostro ineliminabile essere con. Avviene quando la vergogna trascina con sé l’indignazione, «l’accendersi di quell’emozione che Bernard Williams chiama, per distinguerla dall’ira distruttiva, ‘ira giusta’ in quanto tende non a distruggere ma a ripristinare un ordine morale, a rimettere in campo la dignità». Avviene quando facciamo un buon uso della individualità, riconoscendola «non solo come singolarità ma anche come relazionalità», quando la vergogna diventa vergogna di sé, dell’acquiescenza con cui abbiamo permesso ingiustizie e menzogne; avviene quando un popolo «esce dal ruolo di muta comparsa e irrompe sulla scena», dando corpo alla consistenza virtuosa dell’indignazione: passioni del mutamento e perfino della rivoluzione, suggerisce Gabriella Turnaturi riportando una lettera spedita da Marx ad Arnold Regue: «Non è per vergogna che si fanno le rivoluzioni…ma la vergogna è già una rivoluzione….La vergogna è una sorta di ira che si rivolge contro se stessa. E se un’intera nazione si vergognasse realmente, diverrebbe simile al leone, che prima di spiccare il balzo si ritrae su se stesso…»

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Il cavaliere oscuro: il ritorno. Dell’apocalisse https://minimaetmoralia.it/cinema/il-cavaliere-oscuro-il-ritorno-dellapocalisse/ https://minimaetmoralia.it/cinema/il-cavaliere-oscuro-il-ritorno-dellapocalisse/#comments Tue, 25 Sep 2012 11:01:24 +0000 http://www.minimaetmoralia.it/?p=9591 Pubblichiamo un pezzo di Christian Caliandro uscito in forma ridotta su «Artribune».

 “Io non volevo che lei tornasse a Gotham.
Sapevo che per lei non c’era niente qui,
eccetto sofferenze. Volevo di più per lei!
E lo voglio ancora.”

ALFRED

“La sofferenza tempra il carattere.”

MIRANDA TATE

“Io ho paura di morire qui, mentre la mia
città brucia, e non c’è nessuno a salvarla.”

BRUCE WAYNE

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Pubblichiamo un pezzo di Christian Caliandro uscito in forma ridotta su «Artribune».

 “Io non volevo che lei tornasse a Gotham.
Sapevo che per lei non c’era niente qui,
eccetto sofferenze. Volevo di più per lei!
E lo voglio ancora.”

ALFRED

“La sofferenza tempra il carattere.”

MIRANDA TATE

“Io ho paura di morire qui, mentre la mia
città brucia, e non c’è nessuno a salvarla.”

BRUCE WAYNE

Ciò che è riuscito a costruire Christopher Nolan con l’intera trilogia di Batman si avvicina molto a una mitografia contemporanea. L’immaginario di Nolan è estremamente interessante, e intrattiene sin dagli esordi un rapporto profondo con le ansie collettive del presente: solo che, come avveniva nel recente Inception (e nel precedente The Prestige), la sua fantasia esuberante quando è libera da riferimenti rimane intrappolata in meccanismi narrativi eccessivamente farraginosi, proprio a causa del grande virtuosismo stilistico dell’autore. Rivedendo Inception, per esempio, si ha sempre più netta l’impressione che quel film avrebbe potuto essere un vero capolavoro, se solo il regista avesse saputo resistere alla tentazione di strafare, di stupire a tutti i costi, di incasinare in definitiva il cervello dello spettatore.

Al contrario – ed è un caso più unico che raro – Nolan è uno che riesce ad esprimersi al meglio proprio all’interno di quella mastodontica riserva di contenuti, e al tempo stesso contenitore, che è il mainstream: ciò che ha messo in difficoltà più di un autore con aspirazioni artistiche, riesce invece a incanalare questa immaginazione prodigiosa, costituisce il dispositivo di controllo perfetto per gestire energie mentali ed espressive che altrimenti si disperderebbero facilmente. In altre parole, è come se in Batman Begins (2005), The Dark Knight (2009) e in questo The Dark Knight Rises il fumetto avesse costituito per Nolan la struttura fondamentale, il telaio solidissimo su cui montare e allestire le proprie personali ossessioni, il proprio mondo immaginario e le proprie riflessioni sull’identità contemporanea.

Naturalmente, il fatto che il protagonista sia l’unico supereroe non dotato di superpoteri (a meno di non considerare la ricchezza spropositata come un superpotere…) non è un elemento estraneo alla riuscita di questa operazione; così come, parallelamente, il fatto che il regista abbia consapevolmente e categoricamente rifiutato – in tutte e tre le opere, ma in particolar modo in quest’ultimo episodio – l’uso del 3D (soprattutto in un territorio come i ‘blockbuster-tratti-da-fumetti’, in cui il 3D è considerato praticamente obbligatorio). “Solido” e “concreto” sono infatti gli aggettivi che più si attagliano, probabilmente, al Batman e alla Gotham di Nolan, che è sempre stato più interessato alla creazione di atmosfere credibili e fortemente metaforiche. Il fatto poi che il più cerebrale dei registi della sua generazione componga opere pop dall’aspetto estremamente solido, sotto ogni risvolto (look, narrazione, veicoli, oggetti, edifici, impianto teorico e filosofico, il modo in cui le domande vengono poste allo spettatore, ecc.) è l’aspetto forse più affascinante, e più gravido di conseguenze, di tutta la faccenda. Opere solide, e – nonostante l’apparenza sfarzosa, le risorse dispiegate con grande profusione – sembrano anche paradossalmente scarne.

Nolan riesce cioè a ridurre all’osso il mainstream nel momento stesso in cui a prima vista lo espande e lo dilata: il Batwing e gli altri gadget, le esplosioni a ripetizione (comprese quelle della colonna sonora martellante), gli innumerevoli colpi di scena, vale a dire gli orpelli ormai quasi obbligatori perché gli euro spesi nel multisala siano pienamente giustificati, risultano stranamente piegati ad un altro fine. Essi rappresentano solo un pretesto, per narrare più efficacemente una storia. Come Tom Hardy (che qui interpreta il feroce Bane) spiegava a Dom Cobb (Leonardo Di Caprio) verso l’inizio Inception: “l’idea deve essere semplice per svilupparsi nella mente del soggetto. È un’arte molto sottile.” Si intuisce dunque come Inception fosse di fatto costruito da Christopher Nolan come una sorta di trattato sulla costruzione dell’opera pop, sul senso del pop contemporaneo (cinematografico, e non), e sulla sua capacità di “innestare” contenuti significativi nel cervello degli spettatori attraverso gli artifici della finzione. Il film stesso era al tempo stesso, dunque, una colossale “inception” e un discorso sull’inception, mentre The Dark Knight Rises è il risultato di questa riflessione, e al tempo stesso uno degli esempi più riusciti di quest’arte molto sottile.

***

Ne Il cavaliere oscuro: il ritorno, ancor più che nei due episodi precedenti, la realtà irrompe sullo schermo in maniera potente ed efficace. E questo non ha nulla a che fare, evidentemente,  con la sparatoria di Denver (assolutamente imprevedibile, fin quando non è accaduta). Ha molto a che fare, invece, con il tipo di scenario sociale che il film dipinge. È piuttosto interessante, infatti, che anche David Cronenberg – l’autore di un film come Cosmopolis che ha moltissimi punti di contatto con Il cavaliere oscuro: il ritorno – si sia affrettato ad affermare come Christopher Nolan, in quasi tutte le interviste rilasciate, che le riprese erano precedenti alle proteste di Occupy Wall Street, e che in nessun modo esse lo avevano influenzato nel suo lavoro. In qualche modo, è come se i registi più politici di questo momento storico (che, come quasi sempre accade, sono proprio quelli che sembrano ‘i meno politici’) ci tenessero a prendere le distanze da ogni riferimento che possa apparire troppo didascalico, e descrittivo rispetto agli eventi della cronaca. Eppure, il sequestro dell’intera Borsa di Wall Street, la rivoluzione oscura e crudele di Bane, il caos anarchico in cui precipita Gotham/New York/l’Occidente, il risentimento sociale nei confronti dei ricchissimi (il famigerato 1%) rappresentano al tempo stesso una ricognizione accurata e una prefigurazione inquietante di una realtà che appartiene al futuro prossimo, ma che è anche quella in cui abbiamo appena incominciato a vivere.

D’altra parte, dal momento che gli eventi narrati si svolgono otto anni dopo la vicenda di The Dark Knight, il film è tecnicamente un’opera di fantascienza, per quanto vicinissima al presente – un po’ come i romanzi che uno scrittore come William Gibson sta scrivendo da una decina d’anni a questa parte, ambientati in un “presente immaginario” che coincide con un passato recentissimo rispetto alla narrazione (L’accademia dei sogni-Pattern Recognition, 2001, Guerreros-Spook Country, 2007, Zero History, 2010, che insieme compongono la Blue Ant Trilogy), giustificando così la sua scelta narrativa: “Non avevo punti di riferimento, non potevo navigare. Ciò che questi romanzi hanno fatto per me è stato permettermi di costruirmi un ‘indicatore di stranezza’. E ora, se voglio scrivere qualcosa che sia ambientato nel futuro e che sia rigorosamente immaginato a partire da questo mondo incomprensibilmente strano e complesso come quello in cui viviamo, so di averne preso le misure, in qualche modo, attraverso la narrazione, aprendo semplicemente me stesso a questa stranezza” (Mike Doherty, William Gibson: I really can’t predict the future, “Salon”, 22 gennaio 2012).

Questa idea di avvicinare il più possibile il futuro al presente nel momento stesso in cui il futuro stesso chiaramente sfugge, e da tempo non è più immaginabile in termini definiti (non è più il “good old-fashioned future”, il futuro all’antica di un altro scrittore cyberpunk, Bruce Sterling), è uno dei modi possibili – forse uno dei più efficaci – per aggirare la nostalgia, il rimpianto, e il presente perpetuo che di questo rimpianto culturale è il vero motore. Il fantastico, probabilmente, oggi rappresenta una delle piattaforme più efficaci per estrarre da questo presente onnivoro i semi di altri tempi, e per produrre ulteriore senso. Alla fine, le parti migliori del film sono forse proprio quelle più intime: i dialoghi sofferti e sofferenti tra Bruce Wayne e il maggiordomo Alfred, la storia dell’“innocente” nella prigione collocata “nel luogo più antico del mondo”, e il modo stesso in cui la prigione è rappresentata – un pozzo profondo, la luce accecante in cima. Tutto molto didascalico, certamente, anche retorico se si vuole (tutto Il cavaliere oscuro: il ritorno, del resto, può essere immaginato come retorica in forma di film d’azione): ma, appunto, “l’idea deve essere semplice per svilupparsi nella mente del soggetto.”

L’angoscia del protagonista (le sue diverse forme di angoscia, disposte per stadi successivi), il suo senso profondo di inadeguatezza, rappresentano molto bene l’apocalisse interiore e intima di noi tutti, l’insicurezza totalizzante in cui siamo sprofondati – e al tempo stesso disegnano una possibile traiettoria di rinascita che passa attraverso la riappropriazione di se stessi (“la paura della morte” come veicolo fondamentale della salvezza, nel percorso di formazione dell’eroe e dell’uomo).

Dark Ages are coming.

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Tommaso Puzzilli ha fatto carriera https://minimaetmoralia.it/interviste/tommaso-puzzilli-ha-fatto-carriera/ https://minimaetmoralia.it/interviste/tommaso-puzzilli-ha-fatto-carriera/#comments Tue, 18 Sep 2012 08:40:53 +0000 http://www.minimaetmoralia.it/?p=9471 Pubblichiamo un'intervista uscita sul «Mucchio» di settembre, a Walter Siti.

di Tito Lima

Incontriamo Walter Siti nel suo appartamento a Prati, a pochi passi dai musei vaticani. Tra qualche settimana lascerà Roma per trasferirsi a Milano. È una torrida giornata d’estate. Nel pomeriggio i sismografi registrano una piccola scossa di terremoto nella capitale. Di altri terremoti, dell’anima e del corpo, e del potere del denaro nell’ultimo romanzo Resistere non serve a niente si occupa da sempre Siti, instancabile indagatore dell’uomo, italiano in particolare: ecco un grande autore contemporaneo.

Abbiamo il “vantaggio” di fare questa chiacchierata a qualche tempo dall’uscita di Resistere non serve a niente. Diversi commentatori si sono soffermati sul suo romanzo cogliendovi soprattutto un eccesso di pessimismo. Si aspettava questo tipo di reazione dominante?

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Pubblichiamo un’intervista uscita sul «Mucchio» di settembre, a Walter Siti.

Incontriamo Walter Siti nel suo appartamento a Prati, a pochi passi dai musei vaticani. Tra qualche settimana lascerà Roma per trasferirsi a Milano. È una torrida giornata d’estate. Nel pomeriggio i sismografi registrano una piccola scossa di terremoto nella capitale. Di altri terremoti, dell’anima e del corpo, e del potere del denaro nell’ultimo romanzo Resistere non serve a niente si occupa da sempre Siti, instancabile indagatore dell’uomo, italiano in particolare: ecco un grande autore contemporaneo.

Abbiamo il “vantaggio” di fare questa chiacchierata a qualche tempo dall’uscita di Resistere non serve a niente. Diversi commentatori si sono soffermati sul suo romanzo cogliendovi soprattutto un eccesso di pessimismo. Si aspettava questo tipo di reazione dominante?

A dire il vero sì. Succede spesso, soprattutto nei primi mesi che seguono l’uscita di un libro, che la critica si focalizzi inevitabilmente sul suo contenuto più chiaro. Penso che in questo senso abbia colpito molto soprattutto il titolo. Altre considerazioni potrebbero venire in seguito. E qualcosa già si sta muovendo, penso a un pezzo di Andrea Cortellessa uscito su “Nazione Indiana” che già possiede uno sforzo critico maggiore: collega Resistere non serve a niente agli altri miei libri, parla un po’ di più anche dell’aspetto religioso del romanzo, del rapporto con il male.

Quando ha iniziato a immaginare di scrivere un libro che avesse come protagonisti squali della finanza internazionali e nuovi mafiosi?

Più o meno tre anni fa, anche se si tratta di un argomento che mi portavo dietro da parecchio tempo. Già in un libro uscito nel ’99, Un dolore normale, c’era stato un maldestro tentativo di agganciare il problema. Andai a Gela, cercai di parlare con qualcuno di lì, una storia che in parte riferisco nel libro e che era andata completamente “a pallino”… rispetto al protagonista di quel libro, Domenico Imparato, si fa allusione al fatto che la famiglia ha dei rapporti che non si capiscono bene; nascondono fucili tra i meloni. Durante gli anni ho mantenuto questa suggestione verso la criminalità: ma l’idea vera e propria di Resistere non serve a niente mi è venuta quando in Italia si è cominciato a parlare insistentemente della cosiddetta “zona grigia”, di queste persone che pur riciclando denaro di provenienza illecita possono frequentare senza troppi problemi i migliori salotti italiani. Magari perché esperti d’arte, o di bella presenza, eccetera. Leggendo di questi imprenditori, commercialisti, ho voluto creare un personaggio che appartenesse a questa zona grigia. Tanto è vero che fino a metà libro non si capisce quale tipo di denaro maneggi il mio personaggio (Tommaso Aricò, ndr): potrebbe sembrare tranquillamente un broker molto bravo, con notevole intuito per le vendite. Aggiungo che mi ha sempre affascinato – e anche spaventato – il pensiero che sotto l’aspetto esterno di una persona se ne potesse nascondere un altro: un specie di doppia natura. Ricordo che da ragazzo mi colpivano molto certi gialli di Agatha Christie, che pure non sono affatto spaventosi per l’ambientazione… in particolare uno di quelli in cui si scopre che gli assassini del libro erano un tempo gente normale, cambiati completamente da una offesa subita; ecco, l’idea che uno abbia una faccia molto rassicurante e che dietro si nascondi qualcosa di diverso mi ha sempre molto colpito. All’inizio quindi l’impulso per scrivere questo romanzo non era politico; il livello politico si è aggiunto in seguito, assecondando il mio discorso sul desiderio infinito, che questa volta prende la strada del denaro.

A questo proposito, a quale esigenza ha risposto l’introdurre nel romanzo elementi di cronaca politica, o se vogliamo anche gossippara, penso alle “Olgettine” o ai riferimenti alle feste per così dire eccellenti di cui abbiamo letto negli ultimi tempi?

Più che a una esigenza narrativa del tipo “voglio fare un romanzo a chiave”, “voglio scrivere un libro-pamphlet”, si tratta di voler introdurre effetti di realtà, procedimento che ho utilizzato anche altrove, come in Troppi paradisi. Quando scrivo, ho bisogno che i lettori credano il più possibile che quello che leggono sia vero. E allora se faccio riferimenti a persone che la gente conosce, o a fatti noti, è più facile creare questa specie di illusione, di trompe l’oeil. Insieme ai personaggi finti ne metto alcuni reali, che la gente ha visto in televisione o di cui ne ha sentito parlare… e quindi è più facile far passare la finzione.

Quando scrive un romanzo ha un tipo di lettore a cui si riferisce, voglio dire si preoccupa di chi e come leggerà le sue storie?

Sinceramente no; però ho in mente un “lettore ideale”. Un “lettore ideale” che voglio far cascare nella mia trappola. Continuo a pensare al realismo come a un inganno, il trompe l’oeil a cui accennavo prima; dunque tento di creare una trappola verbale che possa attirare il lettore e indurlo a identificarsi nei miei personaggi. Nel caso di Resistere non serve a niente, poi, l’identificazione era particolarmente importante, perché Tommaso Aricò diventa via via un protagonista decisamente negativo, un personaggio che fa cose terribili; e allora prima che il lettore potesse giudicarlo, mi interessava che si identificasse in lui. Di qui tutta la prima parte del romanzo: la sua infanzia, il problema dell’obesità, il rapporto con la madre; prima portare il lettore “dalla parte” del personaggio, per poi fargli ricevere in faccia la botta di sapere che è uno… così. E sa, è difficile, una volta che ci si è identificati in qualcuno, dis-identificarsi.

Fa parte quindi delle sue “trappole” l’aver scritto un romanzo che da un lato, sin dal titolo, non offre vie di scampo; e allo stesso tempo aver creato personaggi che non vengono “giudicati” dall’autore? Questa soluzione crea un effetto ancor più spiazzante nel lettore…

Sì, infatti. Non riesco mai a distanziarmi in un modo giudicante dai personaggi di cui parlo. Non è il mio modo di scrivere. Ci sarebbero due modi con cui si può giocare l’identificazione; il modo che usa Saviano, per esempio: “voglio fare in modo che il lettore si trovi proprio lì, dove io lo porto, perché stando lì lui possa indignarsi ancor di più”. Un uso apertamente politico dell’identificazione. Ti faccio vedere cosa è accaduto a Beslan, te la illustro anche con particolari minimi, in modo che la commozione ti prenda alla gola.

Un modo da cui potrebbe discendere un maggiore invito alla “resistenza”, se vogliamo.

Certamente: la commozione ti prende alla gola, ti indigni perché la crudeltà umana può arrivare fino a quel punto, e quindi cerchi di reagire. Io invece seguo una strada diversa. Ti porto fino lì, lettore, tu vedi quello che succede, e poi le conclusioni le tiri tu. Non ti spingo a fare né una cosa né l’altra. Ogni tanto, invece, prendo un po’ in giro le posizioni che sembrano più consolidate. Ad esempio, quando in Resistere non serve a niente scrivo del Teatro Valle. Non voglio dire che nel mio pensiero qualunque forma di protesta sia inutile; siamo qui per protestare, ci mancherebbe. Però quando la protesta diventa un po’ stereotipata, allora scatta in me l’ironia.

Un’ironia che qui però si fa sferzante, “giudicante”, no?

Ecco, forse sì, questo è l’unico caso in cui forse sono “giudicante”. Come succede spesso, si è portati a giudicare con più ironia le persone che ci sono vicine, di cui possiamo vedere più facilmente le sciocchezze. Mentre l’ambiente dei mafiosi non riesco a prenderlo in giro per il semplice fatto che non lo conosco direttamente. Ci ho anche provato a vedere se era possibile conoscere qualche criminale… il problema è che o sono già pentiti, e allora ci tengono a passare per brave persone che hanno reciso il loro legame con le mafie; o, se sono nell’esercizio delle loro funzioni, col cavolo (qui Siti ha una risata beffarda, ndr) che riesci a parlargli. Altrimenti penso che mi scatterebbe lo stesso meccanismo. Se mi trovassi a una cena di camorristi anche lì mi verrebbe di vedere come mettono la forchetta, come mangiano, come parlano della loro famiglia. Ma non li conosco abbastanza da vicino.

Il personaggio Walter Siti e la persona reale Walter Siti: nella sua letteratura le posizioni si confondono da sempre.

Sì, sin dall’inizio è la cifra su cui ho giocato. Sempre meno, però. Al principio i miei libri erano delle vere autobiografie, mentre in Resistere non serve a niente il personaggio che si chiama Walter Siti si mantiene più dietro le quinte. Però continuo ad avere bisogno della complicità. Nel Contagio entravo a pieno dentro la vita della borgata; la cocaina, eccetera. Lo faccio per contaminarmi, per contagiarmi, perché altrimenti ho l’impressione di descrivere da fuori, con troppo distacco, e quindi in qualche modo di sentirmi illeso: io il buono, e loro i cattivi; un atteggiamento che non mi piace. Ad esempio in Resistere non serve a niente ho inventato che Aricò regala a Siti l’appartamento –  cosa che purtroppo non è vera visto che sono in partenza per Milano dal momento che sono sotto sfratto – perché quella cosa lì mi rendeva complice. Anche se ho parlato molto di meno di me, avevo bisogno di creare complicità. Al punto che lui (Aricò, ndr) a un certo punto quasi glielo dice (a Siti, ndr): qui siamo al limite dell’accusa di favoreggiamento. Perché se io accetto di scrivere la sua storia e di depistare seguendo le sue direttive, allora sì che lo favorisco. È evidente che non è vero, nessun magistrato mi ha detto niente (altra risata beffarda, ndr) però mi sono inventato questa sorta di favoreggiamento per accentuare questo legame.

Accennava al Contagio, il suo romanzo del 2008. Esiste una continuità morale e psicologica tra i personaggi di quel libro e la fauna criminale di Resistere non serve a niente?

Sicuramente. Persino in termini materiali: ho voluto fare di Tommaso uno che nasceva proprio lì, in borgata. Qualcuno ha notato che si chiama Tommaso come il protagonista di Una vita violenta, Tommaso Puzzilli, il Tommasino di Pier Paolo Pasolini. Giancarlo De Cataldo mi ha scritto una mail dicendomi: è come se Tommaso Puzzilli cinquant’anni dopo avesse fatto carriera. Ho fatto altri giochini di cui nessuno per ora si è accorto, e pace: Tommaso nasce il 2 agosto del 1976, e andando indietro di nove mesi, al suo concepimento, si va alla notte della morte di Pasolini. Ma esiste anche una continuità psicologica: Tommaso è un personaggio che non si programma mai per il futuro. Malgrado faccia una carriera fulminante, la sua esigenza è solo di non fare la fine del padre. Anche nei rapporti d’amore, Tommaso ha la stessa incapacità ad amare che hanno molti personaggi del Contagio. Più che altro vuole possedere, ma non riesce a instaurare un rapporto vero d’amore né quando è lui che desidera né quando è lui ad essere desiderato.

Dopo due “false partenze”, lei comincia il racconto con una citazione del suo vecchio editor, Antonio Franchini di Mondadori, che in riferimento al suo ultimo romanzo avrebbe commentato “sei tornato a scrivere un libro per froci”. Un omaggio, una stilettata, o una semplice esigenza narrativa?

Più che altro un’esigenza narrativa, effettivamente. Volevo intanto sottolineare il fatto che questo romanzo non fosse omosessuale, e questo è un espediente per fare in modo che non ci fosse una dichiarazione mia, il che sarebbe stata una cosa un po’ scema. Anche se molti mi hanno fatto notare che si tratta di una negazione freudiana… il modo che lui (Tommaso, ndr) ha di trattare le donne assomiglia a quello con cui i miei antichi personaggi omosessuali trattavano gli uomini. E poi, dopo le due false partenze, non mi dispiaceva che ce ne fosse una terza: il fatto di dire “volevo scrivere un romanzo diverso, più positivo, impegnato”, e invece è venuto fuori questo qui. Infine evidentemente la frase di Franchini mi aveva anche ferito, quindi è ovvio che me la sono ricordata.

Lei scrive: “Il denaro non serve per comprare, ma per comprendere e quindi dirigere”. È così?

Per me no: serve per comprare, anche un’illusione di felicità. Ma ad alti livelli è così. Quando nella fase preparatoria del romanzo andavo a trovare questo mio amico che gestisce un hedge found, mi colpiva molto la possibilità che loro hanno di essere in presa diretta con il mondo. Hanno degli analisti dappertutto che li aggiornano ora per ora su dove investire, cosa bisogna fare… ai tempi di Fukushima lui aveva sulla scrivania un contatore che gli dava in tempo reale il livello di radioattività. Il denaro ti permette di sapere un sacco di cose in più.

Documentandosi, informandosi sul mondo finanziario internazionale, che idea si è fatto? “Resistere non serve a niente”?

Un po’ sì, è così. Anzi, mi meraviglia che se ne parli così poco, a parte fenomeni come Occupy Wall Street che però sembrano già essersi affievoliti. Si parla dei mercati, ma rimane un mistero da chi sono composti. Io so i nomi dei principali leader politici mondiali. Ma dovessi indicare i nomi di quindici grandi finanzieri, non li saprei fare. L’unico che mi viene in mente è Soros… ma adesso è in pensione. Sono soggetti che possono giovare di una grande segretezza e della difficoltà degli stati a introdurre leggi. Basta pensare a cose molto semplici come la Tobin Tax… nessuno riesce ad applicarla. Ho l’impressione che sia diventato un contropotere molto forte, che possa fregarsene degli stati nazionali.

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Riflessioni su Il contro in testa https://minimaetmoralia.it/libri/riflessioni-su-il-contro-in-testa/ https://minimaetmoralia.it/libri/riflessioni-su-il-contro-in-testa/#comments Sat, 25 Aug 2012 08:30:53 +0000 http://www.minimaetmoralia.it/?p=8939 Pubblichiamo due recensioni su «Il contro in testa. Gente di marmo e di anarchia» di Marco Rovelli (Laterza): la prima, uscita su «Alias», è di Carlo Mazza Galanti, la seconda di Giulio Milani.

di Carlo Mazza Galanti  

Una ricognizione dei luoghi dove l'autore è nato e cresciuto: Massa, Carrara, le Alpi Apuane. Un testo poetico sulla storia politica a suo modo eccezionale di questa regione. Un libro di viaggio nella prossimità di un territorio fitto di storie: più un muoversi nella verticalità del tempo e della memoria, nelle stratificazioni culturali e tra le parvenze fantasmatiche di voci più o meno lontane (di canti, anche), che nell'espansione orizzontale dello spazio. Una bozza di autobiografia generazionale, infine. C'è molto in questo piccolo libro di Marco Rovelli: molta dedizione, molto amore, molta nostalgia, molto studio, molta rabbia (e forse anche molta frustrazione). Non ci sarebbe bisogno di altro.

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Pubblichiamo due recensioni su «Il contro in testa. Gente di marmo e di anarchia» di Marco Rovelli (Laterza): la prima, uscita su «Alias», è di Carlo Mazza Galanti, la seconda di Giulio Milani.

di Carlo Mazza Galanti  

Una ricognizione dei luoghi dove l’autore è nato e cresciuto: Massa, Carrara, le Alpi Apuane. Un testo poetico sulla storia politica a suo modo eccezionale di questa regione. Un libro di viaggio nella prossimità di un territorio fitto di storie: più un muoversi nella verticalità del tempo e della memoria, nelle stratificazioni culturali e tra le parvenze fantasmatiche di voci più o meno lontane (di canti, anche), che nell’espansione orizzontale dello spazio. Una bozza di autobiografia generazionale, infine. C’è molto in questo piccolo libro di Marco Rovelli: molta dedizione, molto amore, molta nostalgia, molto studio, molta rabbia (e forse anche molta frustrazione). Non ci sarebbe bisogno di altro.

Senonché le risposte alle domande più importanti restano alquanto incomplete, come forse è inevitabile che sia, e a quei giovani che “fanno le vasche” sul corso di Carrara dimenticando nel viavai tra le vetrine la storia antica della loro terra ancora mancano le giuste motivazioni, e gli strumenti, per strapparsi all’insignificanza. Come a noi, in fondo, che ancora ci crediamo (nella rivolta, se non nella rivoluzione), e aspettiamo. Quello che mi sembra più ammirevole di questo fluido puzzle di testimonianze, racconti, incontri, memorie, è la continua vigilanza dell’autore intorno allo stato delle proprie emozioni, e di quelle che la scrittura potrebbe fingere e trasmettere agli altri. A chi è cresciuto nel mito della storia anarchica che fiorì (e venne calpestata) in quella regione, cosa resta oggi dei sentimenti, delle passioni, di quella fede? E soprattutto che farne?

“Quello spirito secolare è davvero un senso profondo che ha impregnato questa terra, o è solo una nostra immaginazione, un altro fantasma a uso e consumo personale per mascherare la nostra impotenza?”. La domanda non è riferita soltanto all’anarchismo storico ma anche alla politica del secondo novecento, a Lotta Continua, a Potere Operaio, che lì ebbero una sede importante, alla generazione dei padri, alla mitografia recente e ancora raggiante del ’68-’77. A questo insieme confuso di lotte e fallimenti, di slanci e cadute Rovelli si rivolge come uomo nato e cresciuto nel “vuoto pneumatico” degli anni ottanta, nella tabula rasa su cui tanto hanno già ragionato scrittori e intellettuali della sua generazione. “Era con quel senso di orfanitudine addosso che cercavamo l’anima nei recessi più riposti”: su questo piano si articola il tentativo di risposta di Rovelli. Risposta che non dà sconti, come sconti non vengono concessi alla descrizione della sua terra rovinata da una lunga storia (politica, industriale) di offese, come non vengono censurate le parole di sconfitta e depressione sfuggite a padri o fratelli maggiori davanti a un vino sempre meno gioioso e dionisiaco. Anche i matti che vedono la Madonna possono allora diventare amici e forse consiglieri, in un tempo di “orfanitudine”. O gli immigrati che manifestano davanti al Duomo di Carrara. O ancora possiamo spenderci nella riappropriazione pratica e teorica degli ormai famosi “beni comuni” (della montagna, del marmo, in questo caso), come di una terza via ancora percorribile tra la burocratizzazione del pubblico e la rapina del privato.

Sono le strade battute in maniera più o meno istintiva da quella sinistra che forse più di ogni altra potrebbe (e vorrebbe) rivendicare un’eredità anarchica: “non dell’anarchia come dottrina, ma nei modi di fare, di protestare… di volere” come dice uno dei tanti vecchi cavatori o operai incontrati da Rovelli per osterie. Strade segnate da una scrittura che non rinuncia a sedurre, elaborare uno stile, guardare in alto, ma soprattutto che cerca di liberarsi dell’eredità pesante del passato perduto. Disconoscere i padri, liberare i fantasmi, questo il cuore del libro: passare al vaglio le glorie e i disonori per conservare ciò che serve. Trasmettere testimonianze senza rimpianti né venerazioni. Rimettere in circolo la vita: “Consegnati loro alla mitologia, a chi resta non è consentito sentirsi orfano. Si tratta di sentirsi liberi. Tocca esplorare il presente.”: questo il pensiero del narratore davanti a Angelo Dolci, detto Taro, che a sedici anni fu partigiano.

Le due città

di Giulio Milani

Scrive Junger che le montagne generano negli abitanti della pianura due tipi di atteggiamenti molto distanti fra loro: la modesta tranquillità di chi si sente protetto e vive nascosto, e insieme l’ambiziosa inquietudine di chi si vede prigioniero e scorge nella vetta l’ostacolo da superare, a ogni costo.

Sentimenti polarizzati, propri di chi è nato in mezzo agli estremi, e che trovano una loro composizione (epica, e narrativa) nella figura dell’«Anarca», del Grande Solitario.

«Che poi l’ho sempre detto, per salvarti da un posto così o te ne vai presto o emigri internamente, trovando rifugio nei boschi, lathe biosas, vivi nascosto.»

Come si legge ritroviamo la stessa duplicità, ma qui per così dire “raddoppiata” dall’estendersi del mare davanti a «scogliere di marmo» alte duemila metri, nel libro di Marco Rovelli “Il contro in testa. Gente di marmo e d’anarchia” edito nella collana Contromano di Laterza. Bipolarità, e insieme refrattarietà di identità e di appartenenze, quasi a comporre una sorta di «geologia della psiche umana» (per citare ancora Junger) fatta di doppi e di fantasmi stratificati.

Le città “gemelle” di Massa e di Carrara, in particolare quest’ultima, sono note in Italia e non solo per l’estrazione del marmo bianco cosiddetto «statuario» – impiegato, tra gli altri, da Michelangelo – e per il sindacalismo e l’attivismo anarchico “eroico” di matrice ottocentesca.

Esiste un nesso, ci spiega l’autore, tra il marmo e l’anarchia, e tra questi rapporti e giorni nostri.

«A Carrara le cave erano – e sarebbero – di tutti, così come storicamente fu anche per le terre sulle montagne massesi, con l’uso del compascuo, la proprietà comune dei pascoli e degli alpeggi. […] Dal 1751 in poi furono le leggi degli Estensi a regolamentare le concessioni. L’accaparramento privatistico degli usi civici (le usurpazioni, come le leggi stesse le chiamavano) continuò imperterrito, per due secoli e mezzo. Tanto più dalla metà dell’Ottocento in avanti, quando cominciò una produzione di tipo industriale. Questa fu una delle ragioni, è da credersi, del fiorire dell’anarchismo in questa terra. La volontà di riappropriazione di un bene comune.»

Quando sul finire dell’Ottocento le cave, che per gli usi civici (le cosiddette «vicinanze») erano “beni comuni” indivisi, vennero espropriate alle comunità e privatizzate (per finire presto in mano alle multinazionali dell’escavazione), le genti di Massa e di Carrara che abitavano i monti e lavoravano in quelle cave, aderirono in forma spontanea, esistenziale, alla pratica anarchica (perché l’anarchia è in primo luogo un metodo, un sentiero e una pratica, e solo in subordine un’ideologia).

«Per spaccare il marmo devi capire quel è la linea giusta, il suo verso. Se la segui, tagliarlo è facile. Se invece vai contro il verso, non ci riesci. Non c’è verso, proprio. E quello si chiama contro. Il marmo è come la vita, morbido al verso e duro al contro. Solo che avere il contro in testa non è facile. È un bel fardello da portare.»

Il «contro in testa» è dunque per l’autore un atteggiamento naturalmente (geologicamente) refrattario, ribelle e riottoso all’ordine impartito, perché è come il verso “contromano” della pietra calcarea, concrezione geologica marina (il mare che si fa montagna), che se presa per il verso sbagliato è dura come basalto, e non si taglia.

«Basta salire sulle montagne, in Apuania, e il paesaggio stesso si presta a essere scenario di visioni. Che poi già il marmo è un brulichio di vite marine, sedimenti carbonatici prodotti in quelle che furono scogliere coralline. Quegli strati, segnati da linee oblique e parallele, vene sottopelle che il lavoro millenario delle cave ha scoperto e portato in superficie, sbattendotelo in faccia – quegli strati di marmo sono vivi, profondamente vivi, e quel biancore che ti abbaglia è come un concentrato ipnotico di vita. Il mare, qui, è già compreso nella montagna.»

Uomini e cose sembrano quindi appartenere a uno stesso orizzonte ontologico. Qui cadano determinati aspetti metafisici come la solitudine del cavatore in tecchia, un confronto quotidiano con la morte che fa dell’anarca un “individuo” solidale, ovvero il rovescio della concezione liberista: la società dei solitari è una società «spartana», nel senso che spartisce un destino comune, quello che nella lizzatura fa dipendere la tua vita da quella degli altri.

Nella medesima rete di relazioni, di «conduttori elettrici», e attraverso la loro «visionaria» sedimentazione psichica, si apre per l’autore un orizzonte di «eventi», alla Badiou, che nella loro estemporaneità e singolarità producono significati permanenti e universali (come la morte di Carlo Giuliani o il breve avvento della Comune di Parigi). Proprio qui si mostra l’aspetto più letterario del libro, ovvero la capacità di raccontare una città, anzi due, come fosse il doppio spaventoso dell’Italia intera, o se vogliamo del mondo.

«L’ho detto e ridetto; reale la rivolta, qui, lo è stata, ma da un trentennio a questa parte un’onda di dimenticanza pare aver sommerso la storia passata, e pare sia in grado di cancellare quell’identità che si credeva incisa nel marmo. Per ciò, allora, questi ultimi trent’anni di questa terra non dicono solo di se stessi, ma anche di una storia più ampia: raccontano, come fosse un eccentrico punto di verità, della storia e della mutazione della società italiana.»

Ritroviamo questo modo partigiano e “messianico” di intendere la verità nel racconto dell’esemplare protesta degli immigrati al Duomo di Massa, che il narratore si assume il rischio di considerare “figura” dell’epoca presente, nel bene e nel male. D’altra parte – sempre parafrasando Badiou – non esiste evento se non quello che siamo d’accordo per riconoscere come tale.

«È cosa buona e giusta che questa terra sia trasfigurata. La trasfigurazione le appartiene. Qui hanno proliferato visioni, e una visione è davvero tale quando ne suscita altre, in una catena interminata.»

L’antefatto è la promulgazione della sanatoria-truffa «salva badanti», ultima di una serie di leggi «asimmetriche», che pongono gli immigrati in una «condizione di minorità e di totale dipendenza dal datore di lavoro», impedendo l’emersione dal marchio criminalizzante della clandestinità. Il primo maggio del 2011 un gruppo di immigrati occupa pacificamente l’ingresso del Duomo di Massa, chiedendo ascolto e solidarietà. Dal nulla si crea un presidio e un moto di solidarietà spontaneo capace di contagiare perfino i commercianti del centro, che sostengono la protesta fornendo viveri e generi di conforto agli occupanti.

«Ecco, qui, nel centro della città, dove ci sono lavoratori senza diritti che li rivendicano, è qui che io ritrovo finalmente lo spirito di una terra che non sentivo più mia. È qui che trovo la resistenza viva, vibrante, gioiosa, piena di speranza, che guarda all’avvenire. È qui che i fantasmi smettono di essere tali, e tornano a essere lo spirito di corpi che agiscono e costruiscono un mondo.»

Così per l’autore anche questa vicenda diventa un tutt’uno organico coi movimenti di Occupy Wall Street, gli Indignados, i No Tav, e prima ancora il Social Forum, i No Global, un pastore visionario, l’esplosione della Farmoplant e la nascita della coscienza ambientalista, Lotta Continua, la pecora nera massese, la resistenza partigiana sui monti liguri-apuani, gli eccidi nazifascisti di Forno, Vinca e San Terenzo, la rivolta delle donne a piazza delle Erbe, l’opposizione antifascista durante il ventennio, l’attentato a Mussolini, l’uccisione di Umberto I, i moti di Lunigiana all’epoca di Crispi, fino all’anarchia eliogabalica del principe Alderano e prima ancora alla resistenza dei liguri-apuani alla dominazione romana. Movimenti, eventi, figure, azioni, pratiche: non partiti e non istituzioni, sentite (dallo spirito anarchico che seduce la prospettiva di chi narra) come il “nemico” immorale trionfante. Mentre come diceva l’editore e stampatore di “Umanità Nova” Alfonso Nicolazzi: «tante persone fanno scelte anarchiche ogni giorno, e non se ne rendono conto.»

Alfonso Nicolazzi, Osvaldo Pegollo, Alberto Meschi, Gogliardo Fiaschi, Ceccardo Ceccardi: sfila in queste pagine un corteo di personaggi eroici – politici e letterati – che agli occhi dell’autore rappresentano un modello e un ostacolo, perché «non ce nè più di uomini così, non ce n’è più.»

«Fu così che iniziai il mio viaggio nella terra dei fantasmi. Mi sentivo l’ultimo anello di una catena proliferante di padri, eredità polverizzate e disperse, e tanto più celebrate quanto più disperse. Quanto maggiore la distanza, tanto più l’attaccamento e l’identificazione. Un riconoscimento unilaterale, però, ché l’anarchico dell’Ottocento non è più qui per riconoscerti. È convocato in effigie, e costretto a farsi padre. Del resto il padre putativo, quello che ha fatto il Sessantotto, lui è sparito. E la mia generazione si è trovata orfana.»

Chi parla qui? Un narratore dalla tensione etica ed espressiva inappagata, che non cerca nei «fantasmi del passato» il confronto coi dilemmi attuali, ma che proprio pensa sé stesso come la materializzazione dei fantasmi delle passate generazioni, come lo stadio o la «figura» in cui queste generazioni passate risolvono retroattivamente i loro punti morti, redimendosi.

«Cosa resta del padre, domanda l’analista, e risponde: la testimonianza. Oggi possiamo usarli, quei padri, proprio in ragione della loro distanza. Perché non è con i loro simboli e le loro pratiche che cambieremo il mondo, perché il mondo ha cambiato formato.»

Per la voce narrante non si tratta dunque di prendere a modello i miti del passato, quanto di metterci alla loro altezza etica. Per questo l’autore si mette in ascolto. Ne scaturisce una produzione letteraria (da Lager italiani a Servi, a Lavorare uccide) che trova nella coralità la propria voce: una voce inclusiva, che non prevarica, perché nasce da un confronto coi sacrificati della terra: migranti, clandestini, morti sul lavoro.

Il lavoro, innanzitutto. A un certo momento il narratore domanda al Taro, cavatore e anarca: «Taro, dimmi una cosa: per te il lavoro è un valore?» E subito il pensiero va al displuvio di morte e sofferenza che da sempre inquina il lavoro umano, specie quello dei dannati della terra. Ci si domanda se il lavoro sia un «sacrificio» accettabile per pagare il prezzo della nostra libertà.

L’autore non risponde, la risposta è affidata al suo interlocutore, come sempre. Ma non pare una coincidenza il fatto che sacrificio e lavoro in cava siano messi in rapporto fin dall’inizio della narrazione: «Sid Barrete cantava e Camilla, seduta sul sedile di fianco, diceva che tutto quel bianco troppo esposto pareva tratto per corrosione, come fosse il resto di un millenario percolare, ottenuto per sottrazione, e non per un’addizione di colore. Era esattamente quel che vedevo anch’io: il rovescio, appunto, il fondo nascosto e terribile che appare alla fine di tutto. Alla fine dello scuoiamento, di un infinito sacrificio.»

Se si riflette sulla circostanza che le cave di pietra e le miniere in genere rappresentano forse i cantieri più antichi della terra, diventa quanto mai centrata (e tutta da pensare) la visione della cava di marmo come «introibo a un’ostensione sacrificale»: quella dei reietti della terra, appunto, su cui si concentra l’attenzione del narratore.

Negli anni Ottanta, infatti, il «caso Farmoplant» – la Chernobyl italiana.

Nell’87 ci fu un referendum consultivo per domandare alla popolazione se il polo chimico apuano dovesse chiudere o meno. La vittoria fu clamorosa: quasi il 72% si espresse per la chiusura: «Il sindaco revocò le licenze, ma il Tar ordinò la riapertura. Fabbrica sicura al 99,99 %, era scritto. Il 17 luglio 1988 l’incidente definitivo. Esplodono i fusti di Rogor, il pesticida più nocivo, che la Farmoplant spacciava come il più puro dell’universo (memorabile l’amministratore delegato: “Io col Rogor mi ci lavo la faccia”). Chi poté scappò da Massa, quel giorno, fu vero panico. Chi restò andò sotto il palazzo ducale a protestare e venne caricato e manganellato dalla polizia. Ma per la Farmoplant fu la fine.»

Ne nacque l’embrione di un movimento ambientalista che ancora oggi, nella zona di Massa e di La Spezia, mostra tutta la sua forza pioneristica, per ampiezza e organizzazione, sul fronte della costituzione di Gruppi di Acquisto Solidali e Distretti di Economia Solidale, tanto che l’agricoltura è l’unico settore scampato alla crisi, con un sonoro + 8 % nel 2011.

«Del resto è stata lunga la storia dell’infestamento di questa terra. […] Anche l’industria, qui, era nata dal marmo. E fu per la crisi del marmo, quando l’autarchia fascista aveva fatto crollare le esportazioni, che il regime – il ras Renato Ricci in testa – decise di creare la Zona Industriale Apuana. […] I grandi industriali del Nord scesero a colonizzare la piana tra Massa e Carrara, avendo a disposizione pure una grande forza lavoro a basso costo. Siderurgia, meccanica, chimica. Poi venne la guerra.»

Quando la Zona Industriale Apuana prese avvio, nel ’38,  si cominciarono a produrre gas asfissianti, oltre che pesticidi: «Iprite, a quanto pare. C’era una guerra in Etiopia, se ne avvicinava un’altra, e c’era bisogno di armi. Sacrificare un po’ di contadini della piana apuana era questione secondaria, di ben irrisorio valore. Sempre di colonie si trattava.»

La Zona Industriale continuò a pieno regime fino agli anni Ottanta. La chimica di Montecatini e Rumianca. La cokeria della Cokapuania. La meccanica fine della Riv. I mobili da ufficio della Olivetti. La carpenteria avanzata del Nuovo Pignone. Poi, pezzo per pezzo, venne smantellata. Le grandi aziende, che detenevano i due terzi di tutta l’occupazione industriale, vennero ristrutturate. Ovvero, abbandonarono il campo.

«Si usciva dal fordismo, era ormai tramontata “l’età dell’oro” di un capitalismo costretto a mediare con le rivendicazioni dei lavoratori. Si entrava rapidamente in una nuova, ruggente, feroce fase storica, che avrebbe triturato tutto e tutti. Ancora una volta, il buco nero degli anni Ottanta, che hanno fatto tabula rasa di ogni storia. La forma delle aree deserte della Zona Industriale e il vuoto riverberato nella via del centro dalle merci nelle vetrine sono la stessa, letale traccia di quel decennio.»

Ma al tempo della Farmoplant come in piazza delle Erbe nel ’44, «ha giocato molto il ruolo delle donne, erano loro che prendevano le iniziative, tempestavano la prefettura con centinaia di telefonate, centinaia e centinaia… Dalle finestre delle loro case guardavano dentro la fabbrica, avevano imparato a leggere i movimenti di persone dentro e capire se c’era stato un incidente.»

Ecco che torna «il contro in testa», vero genius loci dalle possibilità inespresse: «La Zona Industriale ha unito Massa e Carrara ben prima di Lotta Continua. E l’ha unite nel disastro, come quelle acque bianche e nere che andavano a confluire nello stesso mare.»

Pur nel disastro, infatti, o meglio per sua diretta conseguenza, il male diventa l’altro nome della nostra capacità di rinnovarci, di cambiare radicalmente, perché come l’adulto discende dal bambino così il futuro si fonda a partire da una reinterpretazione del passato.

L’anarchia, d’altra parte, cerca i suoi modelli nella giovinezza dell’umanità (Junger, Lo stato mondiale):[1] potremmo dunque leggere questa vicenda come la storia di una giovinezza, di un giovane che voleva cambiare il mondo e si trova davanti, in pieni anni Ottanta, il deserto del reale, a cui ci si oppone con una pratica resistenziale che è soprattutto una pratica pedagogica.

«Massa è un luogo in cui ancora può darsi un pastore che vede la Madonna. Massa conserva ancora i tratti di una premodernità mai superata, o trapassata troppo in fretta, che torna perciò a singhiozzo e sussulti, come un non-morto nelle notti dei sogni incubosi, che torna tra i buchi e gli strappi delle cicatrici di cemento, asfalto e paraboliche che hanno saturato questo lembo di terra compressa tra la catena di monti, vissuti come troppo incombenti, e un mare che i massesi hanno sempre avuto in sospetto. È anche per questo che qui hanno dimorato i visionari.»

Per diretta conseguenza, persino la prosa dell’autore è un confronto/scontro con l’identità e la prosa poematica del novecento, una rammemorazione che è anche una festa di liberazione dai fantasmi del passato: nel libro compaiono qua e là gli inserti di un testo precedente, un testo giovanile che cercava di abbracciare il deserto del reale con uno sguardo tanto dritto da apparire orbo, fuori fuoco.

«Nello sbucare dal buio sottopassaggio, gli occhi erano stati abbagliati dalla luce improvvisa di quel sole che brillava algidamente. Stava, Evasio, come mettendo a fuoco da una differente prospettiva quanto lo circondava, ciò di cui aveva, finalmente, per la prima volta, una chiara visione. Quella città gli si rivelava come un ammasso disordinato di cose, e quel disordine propagantesi dal centro alla periferia, e indietro da questa a quello, tanto che non esistevano più né l’uno né l’altra, ma solo una grande, magmatica nebulosa

Differente da questo precedente progetto narrativo autobiografico la difficile ma riuscita operazione che l’autore affronta qui: quella di infilare la testa nell’acqua dei ricordi e nello stesso tempo cogliersi da fuori, sulla distanza.

Mi sembra in conclusione di poter dire, per chi abbia seguito o voglia seguire la produzione letteraria di Rovelli, che questo libro rappresenti il momento di passaggio dall’inchiesta saggistica, dal reportage narrativo, alla forma romanzesca vera e propria, che già si annuncia con la pubblicazione, in settembre per Bebés, del romanzo d’esordio “Il rovescio del sangue”. All’insegna di una «debole forza messianica» del narratore (Benjamin), che dentro una sorta di «interpretazione figurale» (Auerbach) della propria vita, adempie quanto rimasto aperto – domandativo, doloroso – del suo passato, e lo redime.

 

[1]        . Ironia della sorte, il figlio di Junger, arrestato per attività di opposizione al regime nazista nel febbraio del 1944, venne inviato sul fronte occidentale della Linea Gotica, e trovò la morte a Carrara nel novembre dello stesso anno: una sinistra coincidenza per l’autore del “Trattato del ribelle”, da molti considerato un inno all’anarchia, e di “Sulle scogliere di marmo” (1939) – libro preveggente, anti-nazista, probabilmente ispirato da un viaggio in Dalmazia ma leggibile come una dantesca discesa agli inferi che prende avvio dalla coreografia allucinata di una cava apuana.

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OWS: notizie da Zuccotti Park https://minimaetmoralia.it/libri/ows-notizie-da-zuccotti-park/ https://minimaetmoralia.it/libri/ows-notizie-da-zuccotti-park/#comments Tue, 20 Mar 2012 10:14:55 +0000 http://www.minimaetmoralia.it/?p=7067 Partendo da due libri con l'omonimo titolo «Occupy Wall Street», uno di Riccardo Staglianò uscito per Chiarelettere, l'altro di autori vari appartenenti al movimento uscito per Feltrinelli, Alessandro Leogrande fa il punto sulla protesta dopo lo sgombero di Zuccotti Park in questo articolo uscito su «Saturno».

Può esistere un movimento senza leader? Quando la totale orizzontalità di un movimento di protesta rischia di rovesciarsi nel suo contrario, o addirittura di diventare controproducente? Sono queste le domande che attraversano due libri usciti di recente. Hanno il medesimo titolo, Occupy Wall Street, e costituiscono un dettagliato resoconto di quanto è accaduto negli ultimi mesi del 2011 a Zuccotti Park. Il primo, edito da Chiarelettere, è un reportage “dentro la protesta” di Riccardo Staglianò; il secondo, edito da Feltrinelli, è un lavoro collettivo nato dall'interno dei gruppi di lavoro del movement. Eppure, per essere un testo “interno”, è notevolmente autocritico e pieno di spunti di riflessione.

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Partendo da due libri con l’omonimo titolo «Occupy Wall Street», uno di Riccardo Staglianò uscito per Chiarelettere, l’altro di autori vari appartenenti al movimento uscito per Feltrinelli, Alessandro Leogrande fa il punto sulla protesta dopo lo sgombero di Zuccotti Park in questo articolo uscito su «Saturno».

Può esistere un movimento senza leader? Quando la totale orizzontalità di un movimento di protesta rischia di rovesciarsi nel suo contrario, o addirittura di diventare controproducente? Sono queste le domande che attraversano due libri usciti di recente. Hanno il medesimo titolo, Occupy Wall Street, e costituiscono un dettagliato resoconto di quanto è accaduto negli ultimi mesi del 2011 a Zuccotti Park. Il primo, edito da Chiarelettere, è un reportage “dentro la protesta” di Riccardo Staglianò; il secondo, edito da Feltrinelli, è un lavoro collettivo nato dall’interno dei gruppi di lavoro del movement. Eppure, per essere un testo “interno”, è notevolmente autocritico e pieno di spunti di riflessione.

Staglianò è interessato a cogliere la genesi di Occupy Wall Street (Ows): le sue idee, il suo quotidiano, le biografie dei partecipanti, sia di quelli più in vista che degli attivisti comuni. Viene fuori un ritratto estremamente plurale, molto più composito di quanto in realtà si sia percepito in Italia in questi mesi. Forse il limite di Ows può essere racchiuso in poche parole tratte da un discorso, tenuto proprio lì, da Slavoj Zizek: sappiamo cosa non vogliamo, ma dobbiamo ancora elaborare quale tipo di mondo vogliamo. Eppure, quel “noi non ci stiamo” coniugato al plurale, quell’insieme di “lettere di dimissioni dal sogno americano”, per usare una felice definizione di Marco Roth, editor della rivista “n+1”, è già di grande interesse. Staglianò coglie tra le righe come il più importante movimento progressista degli ultimi tempi sia figlio della parte migliore della sinistra americana successiva alla stagione dei diritti civili. L’attenzione estrema al momento assembleare, il forte egualitarismo tra militanti, la critica di ogni forma di leadership, la riflessione sui mezzi, la costante produzione di controinformazione, slogan molto creativi, bollettini, dirette video, commenti, tweet sono tutti fattori che articolano tra loro il lato “reale” e quello “virtuale” della protesta, forme nuove e nuovissime. Tuttavia, a parte la solita riflessione sulla funzione dei social network, Ows è stato una straordinaria rivincita della politica reale, quella fatta di nuove relazioni umane in mezzo a una piazza “occupata”, contro la sua rarefazione on-line. Altro che antipolitica…

Sugli elementi concreti della vita a Zuccotti Park insiste molto il libro collettivo di Scrittori per il 99%. Il volume racconta come siano stati messi in piedi la biblioteca, la cucina, il servizio legale e quello medico, il media center, un sistema di smaltimento rifiuti e tante altre cose. Racconta, insomma, come si è creata una vera e propria comunità di base, interetnica e interclassista, nel cuore di New York: qualcosa di molto simile a ciò che Michael Walzer in un suo recente saggio apparso su “Dissent” ha definito “socialismo-nel-suo-farsi”, con grande attenzione alla fase creativa, al work in progress dei movimenti sociali e politici migliori.

Dopo lo sgombero di Zuccotti Park che ne sarà di Ows? Rinascerà in nuove forme? Manterrà la stessa intensità di partecipazione? Secondo Staglianò dalla primavera in poi, avvicinandosi le elezioni presidenziali, qualcosa accadrà, il movimento farà sentire la sua voce. Secondo gli Scrittori per il 99%, invece, il principale merito di Ows è quello di aver creato un modello e un metodo che si sono riprodotti anche altrove, in altre città e perfino in alcuni centri della provincia americana.

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