Oliver Sacks Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/oliver-sacks/ un blog di approfondimento culturale Wed, 30 May 2018 13:47:38 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=7.1 https://minimaetmoralia.it/wp-content/uploads/2025/07/cropped-cropped-309290503_464034925751050_1790831071097755281_n-32x32.jpg Oliver Sacks Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/oliver-sacks/ 32 32 Il fiume della coscienza. Un testamento di Oliver Sacks https://minimaetmoralia.it/letteratura/fiume-della-coscienza-un-testamento-oliver-sacks/ https://minimaetmoralia.it/letteratura/fiume-della-coscienza-un-testamento-oliver-sacks/#respond Thu, 31 May 2018 06:00:03 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=37336 Prosegue con la consueta regolarità la traduzione di Adelphi delle opere di Oliver Sacks. Questa volta ad essere pubblicata è l'opera postuma del grande scienziato americano, scomparso nel 2015, che ricade sotto il titolo fortemente evocativo di Il fiume della coscienza (tradotto da Isabella Blum) e curato da tre dei suoi allievi, Kate Edgar, Daniel Frank e Bill Hayes.

Due settimane prima della sua morte, scrivono i curatori, Sacks stabilì le linee generali di quest'ultimo libro, ma l'origine della sua creazione risale al 1991 quando, durante una discussione televisiva (visibile in parti su Youtube) Sacks si concentrò sulle questioni più importanti della scienza, come l'origine della vita, il significato dell'evoluzione o la natura della coscienza.

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Prosegue con la consueta regolarità la traduzione di Adelphi delle opere di Oliver Sacks. Questa volta ad essere pubblicata è l’opera postuma del grande scienziato americano, scomparso nel 2015, che ricade sotto il titolo fortemente evocativo di Il fiume della coscienza (tradotto da Isabella Blum) e curato da tre dei suoi allievi, Kate Edgar, Daniel Frank e Bill Hayes.

Due settimane prima della sua morte, scrivono i curatori, Sacks stabilì le linee generali di quest’ultimo libro, ma l’origine della sua creazione risale al 1991 quando, durante una discussione televisiva (visibile in parti su Youtube) Sacks si concentrò sulle questioni più importanti della scienza, come l’origine della vita, il significato dell’evoluzione o la natura della coscienza. In quel frangente si accorse di avere un profondo interesse anche per i campi della scienza che esulavano dalle neuroscienze o dalla medicina, spinto da un entusiasmo conoscitivo e da una grande curiosità, fattori che segnano la sua opera come testimoniano gli intrecci tra musica e cervello nel celebre Musicofilia o tra poesia, letteratura e scienza in Allucinazioni (e a testimonianza di questo continuo fiorire, scrive che «le idee, come creature viventi, possono emergere e fiorire andando in tutte le direzioni, oppure abortire ed estinguersi in modi del tutto imprevedibili»).

In questo nuovo testo sono i nomi dei tre grandi «eroi» di Sacks, Darwin, Freud e William James, a guidare la ricerca, autori con i quali Sacks ha intrattenuto un continuo dialogo nella sua vita e con ognuno dei quali aveva particolari legami: «Come Darwin – riassumono i curatori –, Sacks era un acuto osservatore e traeva un gran piacere nel raccogliere esempi, molti dei quali provenienti dalla sua fitta corrispondenza con pazienti e colleghi. Come Freud, si sentiva spinto a comprendere il comportamento umano nelle sue manifestazioni più enigmatiche. E come James […] Sacks rimane sempre concentrato sulla specificità dell’esperienza».

Proprio perché vivono di una curiosità mai imbrigliata dagli steccati disciplinari, questi agili, ma sempre approfonditi e scientifici saggi toccano temi che non possono non coinvolgere il lettore: prendendo a prestito la quotidianità e le sue occorrenze, Sacks si addentra nel mondo della botanica, della biologia e della filosofia, non mancando mai di riferirsi alla chimica, alla psicologia e alla fisica, riuscendo, con la sua consueta scrittura, a rendere appassionanti e coinvolgenti i mondi, talvolta asettici per natura, della scienza.

Uno dei saggi più belli della raccolta è Velocità, sul rallentamento o sull’aumento di velocità degli oggetti e, più in generale, sul movimento e il tempo e i modi attraverso i quali è possibile che alcuni momenti sembrino più rapidi o più lenti alla nostra coscienza. Dialogando con le descrizioni «quasi cinematografiche» del H.G. Wells di La macchina del tempo e Il nuovo acceleratore, con la storia di una sostanza che accelera di diverse migliaia di volte la percezione, i pensieri e il metabolismo di che la assume, Sacks finisce per interrogarsi sulla natura più profonda dello scorrere del tempo, chiedendosi se le leggi che regolano la velocità di uomini, piante o animali, possono assumere un valore diverso da quello che hanno nella realtà, «in quale misura, cioè, esse fossero vincolate da limiti interni, e in quale misura da fattori esterni quali la gravità della Terra, la quantità di energia ricevuta dal sole, la quantità di ossigeno presente nell’atmosfera».

L’analisi si sposta poi sui meccanismi che regolano lo scorrere del tempo nella vita dell’uomo e come al solito Sacks immerge la riflessione, che si arricchisce di riferimenti a Dostoevskij e Michaux, nella sua storia personale: «Spesso si dice che, quando si invecchia, il tempo sembra andare più velocemente e gli anni corrono: o perché quando si è giovani i giorni sono pieni di impressioni nuove ed emozionanti; o perché, invecchiando, un anno diventa una frazione sempre più esigua della propria vita. Ma se è vero che gli anni sembrano scorrere più rapidamente, questo non vale per le ore e i minuti, che restano gli stessi di sempre».

Attraversando il mondo della fantascienza e degli studi neurologici riferendosi alla sindrome di Tourette o al morbo di Parkinson, Sacks illustra i modi attraverso i quali possiamo ridurre durate quasi illimitate di tempo (guardando mediante il computer i tredici miliardi di anni della storia dell’universo ad esempio), con strumenti che amplificano le nostre percezioni e le portano a «un livello infinitamente superiore a quello uguagliabile da qualsiasi processo biologico».

Il saggio si chiude con una riflessione che sembra un omaggio non solo alla scienza e alle sue continue direzioni di sviluppo, ma anche, forse, alla nostra limitatezza, perché è essa che ci consente di immaginare; attraverso questi strumenti, scrive infatti Sacks, «benché bloccati nel nostro tempo e vincolati alla nostra velocità, possiamo – con l’immaginazione – addentrarci in qualsiasi tempo e sperimentare qualsiasi velocità».

Altrettanto affascinante è il saggio sulla rimembranza e sulle sue trappole, intitolato La fallibilità della memoria: si tratta di un percorso nel quale Sacks illustra con parole tanto semplici quanto inquietanti, il viaggio che percorre la mente nei ricordi, spiega l’insorgere di dimenticanze, di ricordi di fatti in realtà mai accaduti o ricerca il funzionamento dei meccanismi che guidano la mente quando essa richiama un evento accaduto. Anche qui il punto di partenza è un’occorrenza personale («Ho il sospetto che molti dei miei entusiasmi e dei miei impulsi, che mi sembrano in tutto e per tutto miei, possano essere scaturiti da suggerimenti altrui dei quali ho subito, in modo più o meno consapevole, la forte influenza, e che poi ho dimenticato»), ma l’indagine di Sacks ha un valore universale perché arriva a considerare i prodotti dei meccanismi agiti dalla memoria, «fallibile, fragile», come le uniche vere narrazioni della nostra vita.

Il fiume della coscienza è dunque per sua natura un’opera testamentaria, l’esecuzione delle ultime volontà di uno dei più grandi scienziati, ma anche tra i curiosi avrà certo un ruolo di primo piano, del Novecento: tale curiosità si fa però, come sempre accade con i suoi libri, contagiosa e le difficili questioni che vengono indagate diventano materiale per interrogarsi continuamente sui funzionamenti, sconosciuti, della nostra mente e dare un senso diverso alla nostra quotidianità.

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La mia vita sotto la barba https://minimaetmoralia.it/libri/la-mia-vita-sotto-la-barba/ https://minimaetmoralia.it/libri/la-mia-vita-sotto-la-barba/#respond Tue, 07 Jul 2015 15:00:01 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=27712 Questo pezzo è uscito sul Venerdì di Repubblica. Ringraziamo l’autrice e la testata. (fonte immagine) di Valentina Della Seta Difficile non averne sentito parlare, perché si tratta di una notizia ripresa dai giornali di tutto il mondo. Il 19 febbraio di quest’anno Oliver Sacks ha scritto in un editoriale sul New York Times di essere […]

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Questo pezzo è uscito sul Venerdì di Repubblica. Ringraziamo l’autrice e la testata.

(fonte immagine)

di Valentina Della Seta

Difficile non averne sentito parlare, perché si tratta di una notizia ripresa dai giornali di tutto il mondo. Il 19 febbraio di quest’anno Oliver Sacks ha scritto in un editoriale sul New York Times di essere molto malato: «Fino a un mese fa mi sentivo in perfetta salute. A ottantuno anni nuoto ancora per un miglio tutti i giorni» racconta. «Ma adesso la fortuna sembra avermi abbandonato». Sacks è inglese, ebreo, ateo. Conclude il suo breve saggio esprimendo gratitudine per avere avuto il tempo di «esistere, come animale pensante, su questo bellissimo pianeta».

Sono passati più di quarant’anni, era il 1973, da quando l’editore inglese Duckworth pubblicò la prima edizione di Risvegli. Nel libro Sacks descrive la propria esperienza con i pazienti post-encefalitici dell’ospedale Mount Carmel nel Bronx, a cui aveva cominciato a somministrare un farmaco sperimentale. Nel 1990 è uscito anche un film tratto da Risvegli, diretto da Penny Marshall e interpretato da Robert De Niro e da Robin Williams, che è il dottor Sacks. Ci eravamo abituati a immaginarlo così: camicia bianca con il taschino gonfio di penne e matite, cravatta, camice stazzonato, barba, occhiali con la montatura metallica, timido e gentile, disponibilissimo con i pazienti ma refrattario a qualunque contatto umano al di fuori dell’ospedale. Dopo aver visto la foto sulla copertina dell’autobiografia On the Move: A life (Knopf), abbiamo dovuto ripensarlo tutto da capo.

La fotografia deve essere della fine degli anni Cinquanta: Sacks è un bellissimo ragazzo a cavallo di una Bmw e indossa una giacca di pelle aderente. Le spalle e i quadricipiti femorali ricordano quelli dei modelli delle riviste beefcake, che ritraevano uomini muscolosi seminudi e che hanno avuto un boom negli Stati Uniti proprio negli anni del dopoguerra.

Si tratta di un periodo in cui si registra, come scrive lo storico Giovanni Dall’Orto in Tutta unaltra storia (Il Saggiatore): «il picco più alto di isteria omofobica dell’intera storia umana. Negli Usa questo fenomeno portò a proclamare ufficialmente per la prima volta che l’omosessualità era una malattia mentale nel 1952, e nel 1953 l’Executive Order 10450 del presidente Eisenhower stabilì che il puro e semplice fatto d’essere omosessuale, indipendentemente dal fatto d’aver infranto qualche legge, era motivo sufficiente di licenziamento da qualsiasi impiego pubblico». Anche in Gran Bretagna la legge vietava l’omosessualità (basta pensare al caso di Alan Turing, morto suicida nel 1952, dopo essere stato costretto alla scelta tra la prigione e la terapia ormonale). Ecco perché forse fino ad oggi, nelle centinaia di pagine in cui ha accostato il racconto dei casi clinici alle storie della sua vita (come in Zio Tungsteno, Allucinazioni o Su una gamba sola), Sacks non aveva mai accennato al fatto di essere omosessuale.

On the Move sembra scritto quasi per rimediare a questo. Non siamo di fronte, come potrebbe sembrare, alle confessioni di un uomo che si trova al cospetto della morte (anche perché il libro, che non ha certo l’aria di un lavoro finito in quattro e quattr’otto, doveva essere ormai bello e pronto a febbraio, quando Sacks ha scoperto di essere malato).

Al grande neurologo Oliver Sacks, riservatissimo, deve essere venuta voglia di scrivere dell’amore dopo averne sperimentato le magiche profondità domestiche. Nel suo caso, come racconta, è accaduto solo pochi anni fa, quando ha incontrato lo scrittore Billy Hayes, con cui vive da allora e a cui il libro è dedicato. In quel periodo Sacks aveva settantasette anni, era costretto a scrivere restando in piedi per via di una sciatica dolorosissima e ostinata. Gli avevano sostituito il ginocchio destro con una protesi artificiale. Si nutriva da anni di cereali e sardine, mangiate direttamente dalla lattina. Aveva l’impressione di essersi tenuto sempre «a una certa distanza dalla vita. Ma tutto è cambiato quando Billy e io ci siamo innamorati».

In On the Move usa come epigrafe una frase di Kierkegaard che dice più o meno così: «La vita va vissuta in avanti, ma può essere capita solo all’indietro». E leggendo della sua vita, non si può fare a meno di notare come, nel corso degli anni, abbia incarnato i diversi sottotipi iconici della cultura gaia: da ragazzo è stato il motociclista vestito di pelle, poi il culturista (nei primi anni Sessanta, a Venice Beach in California, detta anche Muscle beach), poi il bear (rotondetto e peloso come un orso), e infine il daddy (il fidanzato Billy ha una trentina d’anni di meno). Probabilmente senza farlo apposta. La parola gay, in senso di omosessuale, Sacks l’ha sentita pronunciare per la prima volta solo nel 1956, ad Amsterdam.

Da ragazzino si eccitava alla vista di una statua di Lacoonte in cima alle scale della scuola media, ma i suoi pensieri erano presi soprattutto dalla chimica inorganica e non si faceva tante domande. I suoi amici sapevano e non gli interessava, semplicemente avevano smesso di invitarlo alle festicciole organizzate per pomiciare con le ragazze.

A diciotto anni Sacks vince una borsa di studio per andare a Oxford, ma è ancora indeciso tra lo studio della biologia marina o della medicina. Il padre lo prende da parte e gli chiede se ha una ragazza. Oliver risponde di no. Il padre gli chiede allora se per caso è omosessuale. Lui risponde di sì, ma che la madre non deve saperlo. Le cose non vanno così. La mattina dopo Sacks vede sua madre infuriata come non l’aveva mai vista: lo chiama «abominio», gli dice che preferirebbe non fosse mai nato. Non gli rivolge la parola per tre giorni. Poi torna a comportarsi normalmente, senza più fare cenno all’accaduto. La famiglia di Sacks è, per molti versi, evoluta: sua madre viene da una famiglia in cui anche le figlie vengono mandate all’Università. Muriel Elsie Landau è una delle prime chirurghe di Londra. Ma è pur sempre, scrive Sacks nel libro, una donna nata nell’Ottocento, educata come ebrea ortodossa e cresciuta leggendo la Bibbia: «La morte di mia madre», scrive Sacks, «è stato il più grande dolore della mia vita». Anche se le sue parole, aggiunge, lo hanno perseguitato per moltissimo tempo, inquinando con senso di colpa e inibizioni una vita sessuale che avrebbe dovuto essere libera e gioiosa.

Sacks si innamora per la prima volta quando incontra il poeta Richard Selig a Oxford, nel 1953. Selig ha ventiquattro anni, Sacks ne ha venti e perde la testa: «Amavo il suo viso, il suo corpo, la sua mente, le sue poesie, tutto». Quando lo dice a Selig, questi gli risponde che aveva capito, che gli vuole molto bene, ma non lo ricambia. Dopo poco tempo Selig chiede all’amico Sacks di dare un’occhiata a una ghiandola che gli da fastidio. È un linfoma, Sacks lo capisce al volo. Non si vedranno più: Selig si sposa con l’arpista irlandese Mary O’Hara, si trasferisce con lei a New York e muore pochi mesi dopo.

Due anni dopo Sacks è ancora vergine. Ha passato l’estate a spaccare legna in un kibbutz in Israele. Al ritorno è come se si accorgesse per la prima volta di avere un corpo: ha ventidue anni, è dimagrito, bello e non è mai stato toccato da nessuno. Va ad Amsterdam, dove l’omosessualità è più libera. Ma comunque ha bisogno di vincere la timidezza ubriacandosi fino a svenire. La mattina si sveglia nel letto di un ragazzo sconosciuto, che gli porge una tazza di caffè e gli racconta che hanno fatto l’amore. La sola cosa sbagliata e pericolosa, gli dice il ragazzo, è aver bevuto così tanti superalcolici. Passa ancora del tempo. Sacks si è laureato e fa il tirocinio in un ospedale di Londra. L’ospedale è a pochi passi da Soho e dalla famosa Old Compton Street (ancora oggi sede di molti bar gay della città). Qui, in una vetrina, legge un annuncio velatissimo: motociclista cerca compagno per andare in giro durante il fine settimana. È così che inizia la relazione con Bud: a letto insieme il sabato pomeriggio e in motocicletta nella campagna inglese la domenica mattina. Ma poi Sacks decide di partire per il Canada per specializzarsi in neurologia. Come spiega in On the move, a Londra era più difficile fare carriera. C’erano già troppi medici, e soprattutto troppi che di cognome si chiamavano Sacks.

Dal Canada il giovane Oliver si sposta a a San Francisco, una città di cui ha sognato per anni. Lavora in nero in ospedale (il suo talento viene subito riconosciuto, ma non possono assumerlo perché non ha ancora la green card) e ha qualche altra relazione occasionale. A 32 anni, durante un periodaccio in cui abusa di anfetamine,vive una storia con un certo Karl. Poi, per più di tre decenni, pratica la castità. È in questo arco di tempo che inizia ad assomigliare al dottor Sacks dell’iconografia ufficiale, il Sacks reso famoso da Robin Williams.

Su Vanity Fair Usa un suo vecchio amico, Lawrence Weschler, racconta di come abbia tentato di scrivere, negli anni tra la pubblicazione di Risvegli e di Luomo che scambiò sua moglie per un cappello (1985), una biografia di Sacks: «A quell’epoca viveva in un appartamentino a New York. Usciva praticamente solo per andare negli ospedali in cui lavorava, non aveva molti amici ed era quasi sempre libero per i pranzi e le uscite che costituirono l’inizio della nostra amicizia». Weschler aveva riempito interi taccuini di appunti. Da questi viene fuori il dramma di una vita vissuta quasi tutta sotto copertura, insieme con il gusto per la boutade, che non manca mai: «Il mio analista», gli confessa una volta Sacks, «dice che non ha mai incontrato nessuno meno toccato dal movimento di liberazione dei gay. È come se me ne restassi chiuso in cella, mentre si scatenano le danze ai cancelli della prigione».

Se c’è una cosa che attraversa tutta la sua scrittura negli anni è forse la capacità di descrivere anche il benessere, l’equilibrio, lo stato che in biologia è definito omeostasi. Sacks ne parla anche in un lungo articolo del 23 aprile, sulla New York Review of Books, in cui descrive un fastidioso intervento per tenere a bada la malattia. Il suo medico lo ha avvisato che i postumi sono dolorosi. Ma poi, dopo dieci giorni, comincia a sentirsi meglio: «Mi sono ritrovato all’improvviso pieno di energia fisica e creativa così potenti da sfociare quasi nell’ipomania. Ho cominciato a camminare su e giù per il corridoio del mio appartamento, mentre pensieri esuberanti mi attraversavano la mente».  Chissà, è improbabile, se Oliver Sacks ha mai visto una puntata Il trono di spade. Magari proprio quella in cui un maestro d’armi addestra una ragazzina al combattimento, e le spiega che «c’è solo una cosa che possiamo dire alla morte: non oggi».

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Asa Nisi Masa o la memoria https://minimaetmoralia.it/cultura/asa-nisi-masa-o-la-memoria/ https://minimaetmoralia.it/cultura/asa-nisi-masa-o-la-memoria/#comments Fri, 28 Feb 2014 14:22:01 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=18972 (Immagine: una scena di 8½ di Federico Fellini)

di Pietro Menozzi

Cosa avete fatto due sere fa? Provate a ricostruire visivamente quello che vi circondava: luci, oggetti, movimenti, abiti delle persone, ambiente sonoro e stato emotivo.

Ora immaginate un futuro prossimo in cui tutto ciò diventa ordinario – cose migliori per una vita migliore grazie alla tecnologia. Un hard disk delle dimensioni di un pistacchio (grain) incastonato alla base della scatola cranica archivia sistematicamente tutte le informazioni captate da pupille e timpani. Per tornare a due sere fa allora basta scorrere il grain, scegliere data e ora e proiettare sulla retina il video. The entire history of you, senza più vuoti di memoria, dal primo all’ultimo giorno della nostra esistenza ripresi senza sbavature. È la distopia spuntata messa in scena in uno degli episodi di Black mirror, miniserie made in UK che, comparsa due anni fa, fantastica sull’evoluzione del rapporto individuo-tecnologia-media.

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(Immagine: una scena di 8½ di Federico Fellini)

di Pietro Menozzi

Cosa avete fatto due sere fa? Provate a ricostruire visivamente quello che vi circondava: luci, oggetti, movimenti, abiti delle persone, ambiente sonoro e stato emotivo.

Ora immaginate un futuro prossimo in cui tutto ciò diventa ordinario – cose migliori per una vita migliore grazie alla tecnologia. Un hard disk delle dimensioni di un pistacchio (grain) incastonato alla base della scatola cranica archivia sistematicamente tutte le informazioni captate da pupille e timpani. Per tornare a due sere fa allora basta scorrere il grain, scegliere data e ora e proiettare sulla retina il video. The entire history of you, senza più vuoti di memoria, dal primo all’ultimo giorno della nostra esistenza ripresi senza sbavature. È la distopia spuntata messa in scena in uno degli episodi di Black mirror, miniserie made in UK che, comparsa due anni fa, fantastica sull’evoluzione del rapporto individuo-tecnologia-media.

Se la mimesi con i personaggi ipermnemonici della serie tv dopo aver incantato può disarmare, sono le neuroscienze a sgombrare il campo dai sensi d’inferiorità: la memoria umana può contenere un numero illimitato d’informazioni per un tempo che lambisce l’∞. Potremmo ricordare tutto, fino all’oblio.

C’era un uomo che riusciva a farlo, un uruguayano di diciannove anni che paralizzato dalla testa in giù dopo una caduta a cavallo, aveva involontariamente sviluppato una capacità di ricordare straordinaria.

Noi in un’occhiata, percepiamo: tre bicchieri su una tavola. Funes: tutti i tralci, i grappoli, gli acini di una pergola.[…] Poteva ricostruire tutti i sogni dei suoi sonni, tutte le immagini dei suoi dormiveglia. […] Mi disse: – ho più ricordi io da solo, di quanti non ne avranno avuti tutti gli uomini insieme, da che mondo è mondo. […]  Un cerchio su una lavagna, un triangolo rettangolo, un rombo, sono forme che noi possiamo intuire perfettamente; allo stesso modo Ireneo vedeva i crini rabbuffati di un puledro, una mandria innumerevole in una sierra, i tanti volti di un morto durante una veglia funebre. Non so quante stelle vedeva nel cielo.

Ma possiamo anche dimenticare ininterrottamente. L’antipode umano del personaggio creato da Borges in Finzioni, è il marinaio perduto che capitò nella clinica di Oliver Sacks.

Ne L’uomo che scambiò sua moglie per un cappello (Adelphi 1986) il neurologo inglese racconta la condanna di Jimmie, speculare all’ipervisionarietà di Ireneo: perdere tutto ad ogni istante; non sapere cosa ci è accaduto un minuto prima, ricominciare sempre da capo, da un punto morto in cui si è arenata la capacità di conservare traccia di quello che facciamo, diciamo, ascoltiamo, vediamo, sentiamo, tocchiamo.

Il paradossale punto d’incontro tra i due estremi – ipertrofia e resa della memoria – è la perdita di sé. Lo specchio riflette di entrambi i personaggi un’immagine che non riconoscono. Che sia polarizzata in infinitesimali sembianze – prodotte dalle istantanee che si depositano senza sosta nella schiacciante biblioteca mentale di Ireneo – o imprendibile riflesso acqueo come nel caso di Jimmie, poco importa. È sempre della stessa perdita di coscienza che stiamo parlando. Di Ireneo, Borges racconta che il suo proprio volto nello specchio, le sue proprie mani, lo sorprendevano ogni volta, Jimmie se guarda allo specchio vede un vecchio che tutto può essere tranne il sé stesso fermo a quel 1945 prodromo della cancellazione totale.

Rilanciando il gioco dei rimandi il marinaio di Sacks è un indice che scaraventa facilmente tra le braccia tatuate del protagonista di memento. Lo sventurato Leonard messo in scena da Nolan, come Jimmie non può più contare sulla memoria a breve termine: colpa di un trauma cranico riportato mentre tenta di salvare la moglie dal suo assassino. Quello è il grado zero della sua amnesia anterograda, il primo ricordo che affiora di ritorno dal limbo di ogni sonno.

Il film prova a restituire la coscienza frammentaria del protagonista attraverso un montaggio impazzito che fa pezzi la storia con pochi indizi per ricostruirla.

Memento e il saggio di Sacks si chiudono con domande simili: esiste un mondo fuori dalla mente (se questa lo confuta continuando a dimenticarlo)? E può vivere l’uomo ridotto a un puro flusso incoerente di mutamenti non collegati?

La memoria è quasi tutto ma l’uomo è in grado di abitare anche l’oblio – suggerisce Sacks osservando la vita del suo paziente. Perché rimane l’intenzione, la volontà così indistruttibilmente e inequivocabilmente umana, lo stupore dell’esistenza. Jimmie riusciva a esistere immergendosi in attività momentanee dello spirito, il gioco, la contemplazione estetica di un’opera d’arte, una funzione religiosa. Riusciva a credere e rimanere uomo.

Tra i due estremi allora è più reale l’oblio, a cui naturalmente tende la parabola di ogni ricordo. L’ipermemoria è un paradigma ingannevole, soprattutto se pensiamo che i ricordi non sono mai repliche fedeli di quello che è successo (e come potrebbero anche volendo? L’esperienza originale è mai qualcosa di unitario e incontrovertibile?), ma interazioni della memoria con l’esperienza attuale da cui la attiviamo. Distorsioni, persistenze e buchi neri fanno parte del gioco.

E la delicata convivenza con il passato, personale e collettivo, dipende anche da questa consapevolezza e dalla capacità di accettare l’arbitrarietà dei ricordi, non senza diffidarne.

Vi ricordate come li trattavano le creature di Cortázar?

I famas, per conservare i loro ricordi seguono il metodo dell’imbalsamazione: dopo aver fissato il ricordo con capelli e segnali, lo avvolgono dalla testa ai piedi in un lenzuolo nero e lo sistemano contro la parete del salotto, con un cartellino che dice: «Gita a Quilmes», oppure: «Frank Sinatra».

I cronopios, questi esseri disordinati e tiepidi, sparpagliano i ricordi per la casa, allegri e contenti, e ci vivono in mezzo e quando un ricordo passa di corsa gli fanno una carezza e gli dicono affettuosi: «Non farti male, sai» e anche: «Sta’ attento, c’è uno scalino». Questa è la ragione per la quale le case dei famas sono in ordine e in silenzio, mentre le case dei cronopios sono sempre sottosopra e hanno porte che sbatacchiano. I vicini si lamentano sempre dei cronopios e i famas scuotono la testa comprensivi, e vanno a vedere se i cartellini sono sempre al loro posto.

Per tornare alla realtà, psicologia e neuroscienze hanno fatto un po’ di luce sul sistema complesso, dinamico e imprevedibile che è la memoria umana. In pratica: quotidianamente convertiamo l’esperienza (sensibile, lisergica, letteraria, onirica) in informazioni che transitano a velocità folle per il registro sensoriale, rallentano nella memoria di lavoro (o a breve termine) per sedimentarsi nella memoria a lungo termine. L’uomo comune a metà strada tra Ireneo e il marinaio perduto, trattiene una piccola parte delle informazioni registrate dai sensi, le passa al setaccio della memoria di lavoro, prima di rovesciarle nel padiglione prodigioso della memoria a lungo termine. Qua dimorano due tipi di materiale mnestico: la memoria esplicita, che si può recuperare e riprodurre narrativamente, opposta alla memoria implicita, sotterranea e inattingibile.

E nel cervello? Le strutture che si contendono la memoria sono l’amigdala (epicentro emozionale) e l’ippocampo. Potete immaginare tutto quello che è stato elaborato dall’amigdala preda delle visioni lynchiane, un inland empire impenetrabile che si riversa nelle stanze dei nostri sogni o negli atteggiamenti inconsci che vanno dalla vocalità alle posture fisiche, all’espressione facciale. È la memoria implicita dei primi due-tre anni di vita, che non può essere recuperata a parole né rimossa volontariamente. Per quanto essenziale nella formazione della persona occupa uno spazio prenarrativo.

Il resto invece può essere estrapolato a colpi di ricordi e racconti sulla chaise long dell’analista, o sbalordirci mentre addentiamo un’innocua madeleine affondata nel tè. È la stessa memoria esplicita a cui fa appello controvoglia Zeno Cosini per cercare di venire a capo della sua nevrosi. Magmatica ricostruzione autobiografica, la coscienza precipita il lettore in un dissacrante viaggio introspettivo, gnommero di rimozioni, ridondanze e incomprensioni che riconduce la memoria sul terreno fallace dell’esperienza.

Era il 1923. Esattamente quarant’anni dopo un altro viaggio impossibile, tutto italiano, fa eco all’impresa di Zeno.

La confusione di ricordo e presente in un tempo composito che dà senso e forma, cioè disordine e bellezza, alla realtà, conduce nei territori di . Intessendo senza soluzione di continuità sogno, esperienza e memoria, Fellini costruisce un percorso ermeneutico aperto e liberatorio per smagare le strutture del giudizio, della comprensione di sé, della visione del mondo. Lasciandoci a festeggiare in una parata danzante (ma non assolutoria), costellata da tutte le figure che sono entrate nella nostra vita, la molteplicità irriducibile di quello che siamo.

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Psychedelic party https://minimaetmoralia.it/societa/psychedelic-party/ https://minimaetmoralia.it/societa/psychedelic-party/#comments Sun, 13 Jan 2013 10:09:52 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=12282 Qualche giorno fa, passando da Roma Termini, ho colto con la coda dell’occhio qualcosa che ha richiesto attenzione immediata: una scritta “PSYCHEDELIC PARTY”, col tipico sfondo bianco-nero “optical” della vecchia scuola free tekno, occupava un enorme cartello appeso al soffitto della stazione. Purtroppo, ho scoperto qualche secondo dopo, mentre la osservavo a bocca aperta e notavo che in mezzo c'era la foto di una signorina che non aveva troppo l'aria della raver, era soltanto la réclame di una linea di cosmetici. La cosa, tuttavia, dà da pensare: quando avviene una simile appropriazione di immaginario da parte della pubblicità, vuol dire che tale immaginario è stato ritenuto fertile: che qualcosa di sotterraneo ha acquisito – o riacquisito – un significato mainstream. Siamo forse prossimi al ritorno sulla scena culturale e scientifica degli psichedelici? Le premesse ci sono.

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Qualche giorno fa, passando da Roma Termini, ho colto con la coda dell’occhio qualcosa che ha richiesto attenzione immediata: una scritta “PSYCHEDELIC PARTY”, col tipico sfondo bianco-nero “optical” della vecchia scuola free tekno, occupava un enorme cartello appeso al soffitto della stazione. Purtroppo, ho scoperto qualche secondo dopo, mentre la osservavo a bocca aperta e notavo che in mezzo c’era la foto di una signorina che non aveva troppo l’aria della raver, era soltanto la réclame di una linea di cosmetici. La cosa, tuttavia, dà da pensare: quando avviene una simile appropriazione di immaginario da parte della pubblicità, vuol dire che tale immaginario è stato ritenuto fertile: che qualcosa di sotterraneo ha acquisito – o riacquisito – un significato mainstream. Siamo forse prossimi al ritorno sulla scena culturale e scientifica degli psichedelici? Le premesse ci sono. Per cominciare, c’è un dibattito sulla canapa fattosi affatto diverso: già dalla battaglia per la Proposition 19 californiana qualcosa era cambiato nel modo di parlare di tale sostanza, e adesso, con la legalizzazione in Washington e Colorado – certo, ci sono stati anche l’Uruguay e le depenalizzazioni di Portogallo, Croazia e Repubblica Ceca, ma sono ancora soltanto gli slittamenti culturali americani ad avere la forza di farsi globali in breve tempo – anche gli abituali megafoni del potere non sembrano più avere la forza di parlarne con la stessa sicumera di un tempo; che il proibizionismo, poi, sia stato un fallimento, è ormai un dato acquisito, al punto che lo fanno proprio anche Wall Street Journal e Economist. È dunque solo naturale se, sollevandosi il velo di esagerazioni sulla canapa, la cosa si espande alle sostanze che più con essa hanno in comune una quantità di cattiva stampa spropositata rispetto ai fatti. Inoltre, dopo quarantacinque anni di propaganda ostile, non solo girano nel circuito dei festival film “favorevoli” alla psichedelia come DMT: the Spirit Molecule di Mitch Shultz (2010), Dirty Pictures di Étienne Sauret (2010), Magic Trip, Ken Kesey’s Search for a Kool Place di Alex Gibney & Alison Ellwood (2011) e The Substance: Albert Hofmann’s LSD di Martin Witz (2011), ma tornano anche a presentarsi al grandissimo pubblico rappresentazioni di utilizzo di psichedelici non terroristiche. Ecco che nella quinta stagione di Mad Men, il buon Roger Sterling assume LSD a una serata casalinga (presente Timothy Leary, il ricercatore di Harvard divenuto profeta lisergico) e se la cava con qualche ora di buffi svarioni e un momento di confronto col suo “Don Draper interiore”; ecco Ashton Kutcher che svagella in un campo di grano, nei panni di uno Steve Jobs allegramente gonfio di acido, in una scena del film jOBS, che verrà presentato il prossimo 27 gennaio al Sundance; ecco Oliver Sacks, il neurologo più famoso tra i non neurologi, che lo scorso 12 novembre racconta al Telegraph le proprie esperienze psichedeliche e il ruolo che hanno avuto nei suoi studi; ecco il Guardian che fa propria una linea editoriale del tutto pro-psichedelici, sia sul piano culturale che su quello medico, con innumerevoli pezzi (alcuni esempi: 1. 2. 3. 4. 5.); ecco che il crescente turismo psichedelico nei luoghi dell’ayahuasca – la bevanda amazzonica a base di DMT, già cercata da Burroughs e Ginsberg – viene trattato da NYT e Washington Post in modo non problematico; ecco addirittura Oprah Winfrey che dedica un articolo del proprio magazine alla sperimentazione di MDMA nella cura del Disturbo post-traumatico da stress.
Le vere ragioni di questo cambiamento sono però diverse da quella necessità di contestazione radicale – al punto di cercare un punto di vista diverso su tutto – che portò alla prima rivoluzione psichedelica; sono più prosaiche e assieme più sottili: la chiave della faccenda – anche più del ritorno di interesse per le sostanze di sintesi originato, tra la metà degli anni ’90 e i primi anni zero, dal contemporaneo sviluppo, e successiva commistione, di club culture e rave culture – sta in Internet. Se già un sito come Erowid ha cambiato da solo – e nel modo più semplice: con la forza dei dati, non mediati da letture isteriche o moralistiche – il modo di fare informazione intorno alle sostanze psicoattive, oggi anche il più sprovveduto dei ragazzotti può ricavare dalla mera lettura di Wikipedia, pur con tutti i suoi limiti, più dati sugli psichedelici e la loro storia di quanti ne potessimo cavar fuori noi, da adolescenti, in mille scavi tra mercatini freak e librerie dell’usato: fino a qualche anno fa, infatti, chi avesse voluto trovare informazioni sul tema, al di fuori dell’isteria dei canali informativi tradizionali, doveva ricorrere a oscure pubblicazioni controculturali (che in Italia si riducevano, oltre alla rivista ALTROVE, ai due “millelire” editi da Stampa Alternativa, Viaggi acidi, dove Pino Corrias intervistava l’inventore dell’acido lisergico Albert Hofmann, e I miei incontri con Leary, Jünger, Vogt, Huxley, nel quale lo stesso Hofmann raccontava il suo rapporto con questi quattro appassionati della sua molecola, suggerendo a noi, ragazzini affamati di mitologie, che dietro la storia dell’LSD non ci fosse soltanto una manica di capelloni spostati). Qualcuno dirà: bene, brava la Rete, ma l’Italia di oggi è comunque peggiore e più arretrata di quella di quindici anni fa. E qui volevo arrivare: il bello di vivere in un paese culturalmente bloccato è che la libreria continua a essere il luogo dove si possono trovare i segni della contemporaneità: se, fatto salvo qualche slide dal Burning Man nella colonnina destra di Repubblica – spazio che assegna l’etichetta “ludico”, quando va bene, a ogni cosa ivi collocata – il piccolo rinascimento psichedelico in atto a livello globale sta passando per lo più inosservato sui nostri media, in libreria è diverso: ecco che proprio nell’anno appena trascorso, Fandango decide di aprire la propria collana “Vite”, dedicata alle biografie, con quella di Leary firmata da Robert Greenfield: una scelta forte, certo non ovvia per il pubblico italiano (ma il direttore di collana Edoardo Nesi non è insensibile all’argomento: aveva già avuto il merito di ricordare le origini psichedeliche del movimento di contestazione americano anni ’60 in un articolo del 4 settembre scorso, che aveva tuttavia il demerito di parlar bene del libro di Veltroni); ecco che i protagonisti di Nessuno è indispensabile, romanzo di Peppe Fiore da poco uscito per Einaudi e senz’altro tra i più significativi del 2012, trovano soltanto nella trascendenza acida la possibilità di una, pur grottesca, redenzione; ecco riaffacciarsi tra gli scaffali Matteo Guarnaccia, già autore del valido Psichedelica (Shake 2010), con l’assai lisergico almanacco Il Barbarossa, firmato assieme a Giancarlo “Elfo” Ascari, e appena uscito per Rizzoli: e gli almanacchi, si sa, prima di essere diari, sono sempre raccolte di presagi.

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