Orhan Pamuk Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/orhan-pamuk/ un blog di approfondimento culturale Thu, 03 Dec 2015 22:44:12 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=7.1 https://minimaetmoralia.it/wp-content/uploads/2025/07/cropped-cropped-309290503_464034925751050_1790831071097755281_n-32x32.jpg Orhan Pamuk Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/orhan-pamuk/ 32 32 Quali maestri? https://minimaetmoralia.it/approfondimenti/quali-maestri/ https://minimaetmoralia.it/approfondimenti/quali-maestri/#comments Tue, 10 Nov 2015 06:30:24 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=29046 Questo pezzo è uscito sul numero di Linus attualmente in edicola.

La domanda nasce come un gioco davanti a una vecchia pubblicità (apparsa su linus nel maggio 1976): chi può spiegarci, oggi,  “perché siamo diventati come siamo”? Chi potremmo metterci al posto di quei tre (Elio Vittorini, Alberto Moravia, Eugenio Montale)? e conduce fatalmente a interrogarsi sull’endemico senso di inferiorità che attraversa il nostro paesaggio culturale. Osservare quegli illustri scrittori prima ancora che uno sforzo d’intelligenza storica, di critica letteraria o militanza culturale, ha tutta l’aria di un esperimento emotivo. Come ci sentiamo, come vogliamo sentirci rispetto al nostro tempo?

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Questo pezzo è uscito sul numero di Linus attualmente in edicola.

La domanda nasce come un gioco davanti a una vecchia pubblicità (apparsa su linus nel maggio 1976): chi può spiegarci, oggi,  “perché siamo diventati come siamo”? Chi potremmo metterci al posto di quei tre (Elio Vittorini, Alberto Moravia, Eugenio Montale)? e conduce fatalmente a interrogarsi sull’endemico senso di inferiorità che attraversa il nostro paesaggio culturale. Osservare quegli illustri scrittori prima ancora che uno sforzo d’intelligenza storica, di critica letteraria o militanza culturale, ha tutta l’aria di un esperimento emotivo. Come ci sentiamo, come vogliamo sentirci rispetto al nostro tempo?

Delle tante accuse che ci rivolgono i nostri predecessori, una sembra particolarmente azzeccata: oggi c ’è molto più giudizio, acume, finezza di analisi, e sempre meno capacità di scelta, volontà di schierarsi. È innegabile. Si cerca, non si trova. Mancano gli appigli. Spesso ci si perde. Al limite si fa dell’ironia. Incapace di indicarne una definitiva, ho pensato ad alcune possibili soluzioni:

L’autocritica triste

Nel paese campione mondiale dell’autodenigrazione, gli ormai attempati decani della cultura si affacciano dalle terze pagine tuonando contro la decadenza delle patrie lettere. Al programmatico ottimismo renziano la vecchia guardia oppone un solido e simmetrico disincanto. Tra agosto e settembre scorsi si è avuto un campionario abbastanza esemplare: Pier Vincenzo Mengaldo, sulla Stampa, lamenta la “omogeneizzazione sociale” e quindi letteraria. Franco Cordelli, sul Fatto, sostiene che il pubblico degli scrittori non esiste più, essendo composto per lo più da altri scrittori o aspiranti tali. Una gigantesca orgia endogamica. Piergiorgio Giacché, nell’ultimo numero dello Straniero, recensendo un libro di Enzo Traverso dal titolo Che fine hanno fatto gli intellettuali? ribadisce: “Già perché intellettuali siamo diventati tutti, dopo la scolarizzazione di massa e l’industria culturale (…) siamo immersi in un sapere diffuso e confuso che ci appartiene anche senza il dovere di apprendere nulla, e però con il diritto di trasmettere tutto”. Se altri lettori di queste pagine dovessero riconoscersi nel ritratto sarebbe da considerare la possibilità di fare come quella volta il Time: al posto dei volti dei noti scrittori mettiamo tre specchietti e guardiamo in faccia il problema.

La reazione confusa

Poi c ’è Asor Rosa, che ripubblica un libro di molti anni fa con un nuovo saggio a mo’ di aggiornamento (che Alfonso Berardinelli, su Avvenire, definisce “sbrigativo e incongruo”), e quando ne parla sui giornali al posto dell’omogeneizzazione mengaldo-cordelliana si attiene a uno speculare e altrettanto vulgato “atomismo individualistico”: «non ci sono gruppi, tendenza, centri di elaborazione collettiva che integrino scrittori, critici, intellettuali». Di conseguenza non ci sono personalità di rilievo. La scoraggiante solitudine dell’intellettuale. Eppure siamo circondati da spazi collettivi, circoli, librerie-caffetterie, biblioteche. Sarà certamente un effetto di quella abnorme “democrazia culturale” di cui sopra. La società letteraria è morta (dicono), ma occasioni di confronto non mancano. Potrei citare per esperienza diretta numerose riunioni consumate a elaborare progetti culturali più o meno riusciti. Infine i blog, le riviste on line, un flusso quotidiano di riflessioni e dibattiti spesso più approfonditi e animati di quelli cartacei. Valerio Mattioli e Raffaele Alberto Ventura hanno cercato di mappare questa “galassia” su linus giungendo alla conclusione che si tratta di “un immenso casino”. A questo casino forse un giorno la storia riconoscerà una certa importanza. Quel che è certo è che Asor Rosa non lo bazzica.

L ’entusiasmo plebiscitario

Il numero estivo della rivista Orlando Esplorazioni conteneva i risultati di un sondaggio voluto da Paolo di Paolo e Giacomo Raccis e animato da preoccupazioni simili alle nostre. La domanda era: «Chi tra gli scrittori che oggi hanno tra i quarantanove e i sessantanove anni continueremo a leggere in futuro?»: Si può essere più o meno d’accordo, ma il verdetto è stato unanime: Michele Mari, Walter Siti, Antonio Moresco (i risultati sono stati pubblicati qui). Indubbiamente dei “maestri”, ma nel senso in cui lo erano Montale, Moravia, Vittorini (eccetera)? Possiamo comunque accontentarci di un così bell’accordo intorno al canone futuro: il tempo e la selezione naturale (se esiste) ci diranno se abbiamo avuto ragione. Mari, Siti, Moresco, immaginiamoli insieme a sorseggiare un drink.

Il benaltrismo aggiornato

Indubbiamente la scrittura ha perso importanza sullo scacchiere delle arti e nel libero mercato dei prodotti culturali. Occuparsene, oggi,  è fare professione di inattualità. Altri sono i territori che contano, e i Grandi Maestri, se proprio vogliamo, andranno cercati lì. Chi dice meglio come siamo diventati: un uomo su una panchina di Sandro Veronesi o gli amici della De Filippi? Farinetti e il trionfo dell’universo food o un saggio di Recalcati sulla bulimia? Una pubblicità di Dolce & Gabbana o un’autofiction di W. Siti?

La riduzione del danno

Con le grandi narrazioni sono finiti i grandi narratori, ma non tutto è perduto. La letteratura è una creatura dotata di insospettabili facoltà adattive, capace di vivere lungamente nascosta negli anfratti più riposti di un mondo ostile. Spostarsi dal macro al micro. Ad esempio: se i grandi editori sono sempre più cinicamente “industriali” (e il gigante mondazzoliano non lascia sperare nulla di buono), forse dovremmo guardare ai piccoli. E se i letterati non sono più autorizzati a interpretare ruoli guida questo non significa che non si trovino ancora opere di alto livello. Siamo sicuri che per esempio Il tempo materiale di Giorgio Vasta, o Eravamo bambini abbastanza di Carola Susani siano meno validi di Agostino di Moravia? La vita in tempo di pace di Francesco Pecoraro mi ha appassionato almeno quanto Conversazione in Sicilia. Se fosse nato trent’anni prima questo autore avrebbe forse fatto “progettazione culturale” come Vittorini. Invece è un incallito e geniale frequentatore di social network. A ogni modo il libro cè, e forse anche grazie ai social network.

Il fatalismo storico

L’Italia è un paese letterariamente stanco, semplicemente non ci sono più scrittori così bravi. Capita: esistono alti e bassi nella storia delle arti. Si può ragionare all’infinito sul perché. Sta di fatto che adesso bisogna rivolgersi altrove: Stati Uniti, Sudamerica, Asia, Sudafrica. Al posto di quei tre dovremmo allora mettere le foto di altrettanti autori stranieri, che ne so: Coetzee, DFW, Pamuk. A bilanciare il fatalismo storico potrebbe comunque essere utile accompagnare un pizzico di…

…Ottimismo della volontà

Non ci sono più grandi maestri? inventiamoceli. Non siamo disposti ad accettare passivamente la nostra “minorità” (come la chiama Daniele Giglioli in un recente saggio, tanto interessante quanto avvilente): qualcuno del calibro di Vittorini dovrà tornare prima o poi a illuminare coscienze e comitati editoriali. Prendiamo tre bambini: saranno i nostri Futuri Maestri. Mettiamoli nella fotografia, almeno uno di origine extraeuropea, per ragioni politiche o semplice realismo demografico. E cerchiamo di farli crescere nel modo migliore.

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Discorsi sul metodo – 14: Daša Drndić https://minimaetmoralia.it/interviste/discorsi-sul-metodo-14-dasa-drndic/ https://minimaetmoralia.it/interviste/discorsi-sul-metodo-14-dasa-drndic/#comments Wed, 09 Sep 2015 05:00:40 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=28360 Daša Drndić è nata a Zagabria nel 1946. Il suo ultimo libro edito in Italia è Trieste (Bompiani 2015)

* * *

Quante ore lavori al giorno e quante battute esigi da una sessione di scrittura?

Quando ero un po’ piu giovane riuscivo a scrivere dieci o dodici ore senza interruzione; ora scrivo otto ore, sempre senza interruzione, poi cado addormentata. Scrivo molto lentamente, non mi do un limite anche se poi la mente comunque i limiti li crea, infatti se dopo otto ore ho fatto mezza pagina – e può capitarmi – mi sento molto frustrata, ma ogni volta penso che sarà capitato pure a Joyce, e che allora è inutile lamentarsi. Certo è che nei giorni buoni, che per fortuna sono la maggior parte, riesco a fare tre pagine, circa 6000 battute. In effetti se raggiungo quel limite a volte mi fermo anche – mi considero soddisfatta e risparmio energie per il giorno dopo.

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Daša Drndić
è nata a Zagabria nel 1946. Il suo ultimo libro edito in Italia è
Trieste (Bompiani 2015)

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Quante ore lavori al giorno e quante battute esigi da una sessione di scrittura?

Quando ero un po’ piu giovane riuscivo a scrivere dieci o dodici ore senza interruzione; ora scrivo otto ore, sempre senza interruzione, poi cado addormentata. Scrivo molto lentamente, non mi do un limite anche se poi la mente comunque i limiti li crea, infatti se dopo otto ore ho fatto mezza pagina – e può capitarmi – mi sento molto frustrata, ma ogni volta penso che sarà capitato pure a Joyce, e che allora è inutile lamentarsi. Certo è che nei giorni buoni, che per fortuna sono la maggior parte, riesco a fare tre pagine, circa 6000 battute. In effetti se raggiungo quel limite a volte mi fermo anche – mi considero soddisfatta e risparmio energie per il giorno dopo.

Dove scrivi? Hai orari precisi?

Sì, la mattina, o in generale appena mi sveglio. A casa. Scrivo subito. In pigiama. Senza fare la doccia o lavarmi i denti. Prendo il caffè, perdo un po’ di tempo su Facebook, gioco un po’ ai videogame, poi chiudo tutto e comincio a scrivere a dritto. Non sono come Orhan Pamuk che si mette in giacca e cravatta prima di scrivere, no.
Ora che mia figlia se ne è andata di casa e sono sola mi preoccupo ancora meno di quel che succede intorno a me mentre scrivo, e meno male, perché spesso negli anni ho pensato che sarebbe stato bello avere una cameriera invisibile, quel ruolo che a volte le donne ricoprono per gli scrittori maschi con cui stanno insieme, purtroppo a me non è mai accaduto – alle scrittrici donne mi sa che non capita proprio.

Fai preproduzione o scrivi di getto?

Conosco colleghi americani che fanno ogni tipo di schema, di ‘outline’ e storyboard prima di attaccare a scrivere. Io, anche se scrivo libri strutturalmente complessi, tendo più a partire, sempre con enormi difficoltà, da una singola idea. Da lì poi, una volta sfondata la prima barriera motivazionale, iniziano ad aprirsi fronti nuovi ovunque, accumulo cartelle su cartelle che vanno in direzioni anche completamente diverse, e da quel momento comincio a creare la struttura. È un po’ frustrante, perché ancora, nonostante la mia esperienza, ogni volta duro molta fatica a cominciare, ma è anche eccitante perché la scrittura, facendo così, diventa ancor più una ricerca, un’attività di scoperta – non mi piace il costruito in letteratura, il predefinito: a mio avviso la forma, che pure è cruciale, deve edasa-drndic-1mergere dal flusso della scrittura. Questo anche perché se vuoi scrivere cose che valgano qualcosa, devi sempre cominciare dalla tua esperienza o da storie di altra gente su cui hai fatto un esercizio di empatia. Solo dopo una tale immedesimazione empatica puoi inventare la struttura. Se fai troppa struttura prima, a mio vedere è il segno che sei dentro una specie di ego trip.

Quante riscritture fai? Tendi giù a buttare giù prima tutto o cesellare passo passo?

Una sola bozza. Scrivo lentamente, ma anche per questo quando la pagina è fatta è fatta, aspetta solo la revisione finale. Casomai lavoro molto, dopo, con le varie parti, il loro posizionamento, quelle da tenere e quelle da tagliare – appunto, la struttura.

Scrivi più libri in contemporanea?

No mai. Visto il modo in cui lavoro, impazzirei.

Carta o computer?

Computer, ma quando vado in revisione, quella la faccio a mano sullo stampato. Faccio così anche quando ho un problema, quando vedo che un passaggio o una scena non funziona. Stampo e ci metto le mani a penna.

Tic o rituali per favorire la concentrazione?

Non sono un tipo patologico, in genere anche se cominciare mi viene difficile, poi ce la faccio senza aiuti esterni. Tuttavia spesso emergono altri problemi  quando sono a metà libro, è lì che il testo inizia a tormentarmi, anzi le frasi stesse iniziano a tormentarmi, mi fanno pure svegliare la notte: la verità è che quando entro veramente dentro a un romanzo, quando sono davvero nel vivo dei lavori, attuo dei meccanismi che si potrebbero definire di auto-assillo, che a volte sono stimolanti, mi tengono aderente al lavoro, ma altre rischiano pure di bloccare tutto. Se capita, mi metto a giocare ai videogame o apro il frigo.

Come hai esordito?

Il mio primo libro è stato pubblicato a Belgrado nell‘82. Lo mandai a un editore e non rispose nessuno. Poi però un giorno aprii il giornale e lo vidi tra i programmati di quella casa editrice. Era la prima cosa seria che scrivevo, anche se avevo scritto racconti e poesie da ragazzina, quindi sono stata abbastanza fortunata.

Come è cambiato il tuo modo di lavorare da allora?

Quando è stato pubblicato quel libro ero già vecchia, avevo trentasei anni, mica venti, quindi se guardo indietro il mio metodo non è cambiato granché, sempre frammentato, mai lineare, parto da un’idea e la lascio germogliare in una serie di filoni diversi che poi cerco di rimettere assieme in un modo che abbia senso. Certo, se mi rileggo vedo che ora la mia lingua è migliore e lo stile è migliore, e meno male, ma il tipo di lavoro strutturale è lo stesso. Oggi magari creo architetture più complesse ed ellittiche, ma con un approccio molto simile: già allora usavo citazioni, documenti, fonti storiche assortite, filoni narrativi multipli – sono solo diventata più radicale nell’ibridazione.

Le opere che più ti hanno influenzato per quanto riguarda la pratica e il mestiere della scrittura.

Sicuramente quelle di Thomas Bernhard e di Franz Kafka.

“Esisti” online?

Non come scrittrice. Come ho detto, butto un po’ di tempo ogni giorno su Facebook, ma i miei amici là dentro sono i miei veri amici. Col pubblico interagisco tramite i libri.

[14 – continua; le precedenti interviste: Nettel, Lahiri, Sorokin, Pauls, Brizuela, McCarthy, Eggers, De Kerangal, Gospodinov, Vida, Lethem, Carrère, Vásquez, Egan, McGrath, Greer, Cunningham, Keret, Winterson, Tóibín]

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Se Venezia muore all’ombra dei grattacieli: intervista a Salvatore Settis https://minimaetmoralia.it/arte/intervista-salvatore-settis/ https://minimaetmoralia.it/arte/intervista-salvatore-settis/#comments Mon, 24 Nov 2014 09:36:10 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=24459 Pubblichiamo un'intervista di Simona Maggiorelli a Salvatore Settis apparsa sul settimanale Left. Ringraziamo l'autrice e la testata. (Fonte immagine)

di Simona Maggiorelli 

Lancia un grido d’allarme per Venezia e, attraverso questo simbolo, per il futuro di molte altre città storiche il nuovo libro di Salvatore Settis. Nel volume Se Venezia muore edito da Einaudi, l’eminente archeologo e storico dell’arte della Normale stigmatizza le responsabilità politiche e l’ignoranza di amministrazioni e governi che hanno ridotto la laguna a una sorta di Disneyland per grandi navi. Ma al contempo, come è nel suo stile colto e animato da passione civile, offre una riflessione alta sul senso politico dell’abitare raccontando l’originalità e l’unicità di centri urbani (da Venezia a l’Aquila, a Matera e oltre) che rappresentano una sfida creativa ai limiti imposti dalla natura.

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Settis

Pubblichiamo un’intervista di Simona Maggiorelli a Salvatore Settis apparsa sul settimanale Left. Ringraziamo l’autrice e la testata. (Fonte immagine)

di Simona Maggiorelli 

Lancia un grido d’allarme per Venezia e, attraverso questo simbolo, per il futuro di molte altre città storiche il nuovo libro di Salvatore Settis. Nel volume Se Venezia muore edito da Einaudi, l’eminente archeologo e storico dell’arte della Normale stigmatizza le responsabilità politiche e l’ignoranza di amministrazioni e governi che hanno ridotto la laguna a una sorta di Disneyland per grandi navi. Ma al contempo, come è nel suo stile colto e animato da passione civile, offre una riflessione alta sul senso politico dell’abitare raccontando l’originalità e l’unicità di centri urbani (da Venezia a l’Aquila, a Matera e oltre) che rappresentano una sfida creativa ai limiti imposti dalla natura.

Con i suoi palazzi storici che concorrono, ciascuno con un proprio timbro, alla composizione armonica della città sull’acqua, «Venezia offre l’esempio supremo di una transizione dall’ordine della natura a quello della cultura» scrive Settis. Qui più che altrove le tipologie architettoniche, le sequenze dei quartieri, le tecniche di muratura, i materiali, le membrature lasciano trasparire in filigrana il vissuto, le tensioni, i conflitti di chi l’ha abitata e modificata nei secoli.

«Per sparse sopravvivenze», la città visibile racconta la storia della «città invisibile» fatta di relazioni umane. All’occhio attento Venezia si fa leggere «come un palinsesto» lasciando intravedere una forma latente e più profonda. Che inavvertitamente, potremmo dire, concorre a creare la speciale atmosfera cosmopolita e malinconica che aleggia per le calli.

«Ogni città lascia una traccia nell’animo, nel carattere e negli umori delle persone che la abitano», scrive Orhan Pamuk in Istanbul. Tornano in mente queste parole del premio Nobel turco leggendo Se Venezia muore. «Nel parlare di città invisibile la mia ispirazione diretta è Italo Calvino e il suo personaggio Marco Polo» commenta Settis. «Ma Pamuk è un autore che amo molto. Nel libro Istanbul c’è il suo continuo girare intorno alla città e alla sua infanzia. Mentre il museo privato che ha costruito più di recente racconta un amore per una donna che è anche amore per Istanbul. La dimensione più importante di ogni discorso sulle città non è quella urbanistica né quella speculativa o dei piani casa dei vari governi, ma riguarda l’anima della città: l’anima siamo noi che l’abitiamo».

La città vive di relazioni umane, di spazi pubblici abitati, altrimenti rischia di scadere a scenografia inerte. Il centro di Venezia, come quello di Firenze, perde abitanti ed è sempre più ostaggio di un turismo mordi e fuggi. Come far capire ai politici che è un assassinio?

Di fronte alla politica ufficiale dei partiti ci sono già moltissimi movimenti di cittadini che si oppongono e contrastano tutto questo. Ma oltre alla lotta perché non si facciano più cene sul ponte Vecchio a Firenze, perché non si svendano i nostri centri storici, occorre una riflessione sui grandi principi: bisogna ricordarsi che cosa è la città e che sono gli esseri umani ad animarla. La città storica si pone come un luogo di dialogo, di discorso, uno spazio di creatività, di democrazia. In cui i cittadini sono attivi, non sono solo servitori di stuoli di turisti. Beninteso, va benissimo che ci sia chi tiene alberghi, chi fa cucina, ma non può essere solo questo. Le città devono ritrovare la loro “anima”. Venezia perde mille abitanti l’anno. Si svuota, in particolare, di chi ha pochi soldi. Sta diventando una sorta di paradiso artificiale per ricchi, una città che non esiste, una Disneyland. Questo è esattamente il contrario di ogni meccanismo di eguaglianza, di democrazia, di cui oggi invece avremmo bisogno.

Se non si danno strumenti di conoscenza, ma al contrario impacchettiamo pubblicitariamente Venezia, dando libero accesso alle grandi navi, non rischiamo di azzerarne la storia e di offrirne agli stessi turisti un’immagine appiattita, quasi fosse un clone di se stessa?

La ragione per cui Venezia si presta ad essere il simbolo delle città storiche è che, oltre ad essere straordinariamente bella, il suo tessuto urbano vive in simbiosi con la natura e in particolare con la Laguna. Il che, mutatis mutandis, è vero anche per altre città. In genere il limite della città è la campagna ma oggi è ridotta a un ritaglio fra un’autostrada e un’altra. A Venezia invece la presenza della Laguna è molto forte. Ma queste gigantesche navi sfilano portando decine di migliaia di persone al giorno, che guardano Venezia dall’alto stando in mutande. A volte non si degnano nemmeno di scendere. Questa intrusione di grattacieli immobili, distrugge il rapporto con la natura. È un problema non solo estetico, ma anche di natura etica,comportamentale, sanitaria, perché è chiaro che queste navi inquinano pesantemente. Le autorità comunali, regionali e nazionali fanno finta di non vedere ma lo sanno tutti.

Oltre alle «navi grattacielo», c’è stato anche chi ha avanzato il progetto folle di costruire un cordone di grattacieli a margine della città per proteggerla dall’acqua alta. Il postmoderno in architettura rischia di fare danni irreparabili?

Questo «grattacielismo» – l’espressione è di Vittorio Gregotti – affligge l’architettura contemporanea. È un figlio diretto della speculazione finanziaria. Edificare in altezza non conviene a chi ci va a vivere o a lavorare. Chi potendo scegliere andrebbe al centesimo piano, chiuso in un loculo e non in una casa con giardino? Il grattacielismo di moda nei più ricchi fra i Paesi del Golfo Persico, ad Abu Dhabi e Dubai, in Italia non ha mai preso piede ma ora lo si cerca di lanciare: i grattacieli di Milano spuntati per l’Expo ne sono un esempio. Pensavamo che i grattacieli a Venezia fossero solo un delirio di Pierre Cardin, ma è uscita quest’idea di uno studio belga di fare una corona di grattacieli. Può essere considerata una provocazione, uno scherzo, non è un progetto commissionato davvero, ma racconta questa difficoltà a pensare l’architettura contemporanea se non passando attraverso la forma del grattacielo. Qui sarebbe passiva imitazione, una scopiazzatura.

Riallacciandosi a Rem Kolhaas, tra l’altro direttore della Biennale 2014, lei racconta la storia dei grattacieli di Manhattan. A New York, come a Dubai o ad Honk Kong, il grattacielo era forse l’unica forma proponibile, ma che senso avrebbe nel nostro contesto?

La forma del grattacielo, così come è nata storicamente alla fine dell’800 ai primi del ’900 in città come Chicago o New York, veniva da un certo orizzonte culturale . È veramente sorprendente che città come Milano o Torino si vogliano allineare a questa moda con cento anni di ritardo, per giunta presentandola come se fosse una novità. E qui si notano contraddizioni anche di un architetto come Renzo Piano che da un lato dice «rammendiamo le periferie», dando una parola d’ordine bellissima, dall’altra costruisce un grattacielo nel centro di Torino. Se si limitasse a curare le periferie senza fare grattacieli sarebbe più credibile.

Citando Plutarco lei ricorda che una città è come un organismo vivente. Ed è soggetta al passare del tempo. Ma non tutto ciò che appartiene al passato deve essere conservato tale e quale. Da parte dei politici al governo va di moda accusare i soprintendenti di essere dei talebani della conservazione, ma la tutela non è, di per sé, necessariamente dinamica?

La tutela è sempre qualcosa di dinamico. Non solo i soprintendenti ma anche persone come me vengono accusate di essere talebani della conservazione. C’è questa specie di leggenda nera per cui chi dice dobbiamo proteggere le nostre città e il nostro patrimonio viene scambiato per uno che vuole ibernarli. Ma la realtà non si può ibernare, gli alberi crescono, nascono, muoiono, lo stesso paesaggio è in continuo mutamento, la natura e l’essere umano hanno a che fare con il cambiamento. Certo in questo caso deve essere negoziato in base al codice genetici di una determinata città, di un determinato paesaggio. E poi ci sono le leggi e il rispetto della legalità che dovrebbero portare verso la tutela.

Lo Sblocca Italia, di cui lei ha scritto anche nel libro Rottama Italia (L’Altreconomia) porterà nuove colate di cemento? Come si muove il governo?

La politica si sta muovendo come al tempo in cui il presidente del Consiglio si chiamava Berlusconi. Da questo punto di vista il cambiamento di cognome del premier e del nome del partito di maggioranza relativa non ha portato nessun cambiamento. Qui si vede che con il patto del Nazareno Berlusconi porta dei voti a Renzi, chiedendo delle cose in cambio. Nello Sblocca Italia ci sono delle norme contro cui il Pd protestava vivacemente quando le proponeva il centrodestra, ora le ha fatte proprie.

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Quell’intervista che rivela lo scrittore https://minimaetmoralia.it/libri/maestri-di-finzione-francesca-borrelli/ https://minimaetmoralia.it/libri/maestri-di-finzione-francesca-borrelli/#respond Tue, 09 Sep 2014 15:00:45 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=23155 Questo pezzo è uscito su Pagina 99.
«Amo pianificare i miei romanzi dall’inizio alla fine», dice Orhan Pamuk. Gli risponde, idealmente, Javier Marías: «sono il contrario del romanziere che sa tutto già prima di cominciare a scrivere». Si alza la voce di Toni Morrison: «quando comincio a scrivere un libro mi è già chiaro dove andrà a parare l’intreccio». Si intromette Michael Cunningham: «all’inizio non ho ben chiaro dove mi sto indirizzando».

Le idee dei grandi scrittori danno l’illusione, di solito, di essere verità universali sulla produzione letteraria. Non ci si accorge mai – come capita ascoltandoli tutti insieme – di quanto siano soggettive e instabili le loro posizioni. È un coro polifonico il risultato del libro orchestrato da Francesca Borrelli, Maestri di finzione (Quodlibet, pp. 610, euro 28), in cui sono raccolti venti anni di incontri e letture con autori di tutto il mondo.

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Questo pezzo è uscito su Pagina 99. (Fonte immagine)

«Amo pianificare i miei romanzi dall’inizio alla fine», dice Orhan Pamuk. Gli risponde, idealmente, Javier Marías: «sono il contrario del romanziere che sa tutto già prima di cominciare a scrivere». Si alza la voce di Toni Morrison: «quando comincio a scrivere un libro mi è già chiaro dove andrà a parare l’intreccio». Si intromette Michael Cunningham: «all’inizio non ho ben chiaro dove mi sto indirizzando».

Le idee dei grandi scrittori danno l’illusione, di solito, di essere verità universali sulla produzione letteraria. Non ci si accorge mai – come capita ascoltandoli tutti insieme – di quanto siano soggettive e instabili le loro posizioni. È un coro polifonico il risultato del libro orchestrato da Francesca Borrelli, Maestri di finzione (Quodlibet, pp. 610, euro 28), in cui sono raccolti venti anni di incontri e letture con autori di tutto il mondo. «Un’intervista può essere per me terribile», le dice Anna Maria Ortese, ma fortunatamente ciò non vale per tutti. Don DeLillo, per esempio, le concederà ben sei interviste, che coprono un arco temporale che va dal 1999 al 2012.

Anticipate da un breve testo che inquadra l’opera complessiva e il romanzo più recente, le interviste scansano i riferimenti biografici: non riguardano mai la vita privata, il contesto dell’incontro, né annotano vezzi, look, o segni distintivi (a parte evocare i cappelli di Amélie Nothomb, la sedia a rotelle di Toni Morrison, i giubbotti di pelle di Paul Auster). Tutto ciò che interessa Francesca Borrelli è un dialogo serrato sui testi, su singole frasi citate, trame, allegorie, psicologie dei personaggi, quasi assecondando l’adagio di Jacques Derrida secondo cui non c’è nulla al di fuori del testo («il n’y a pas de hors-texte»).

Le domande non sono mai interscambiabili, ogni autore ha le sue. Alcune contengono intuizioni critiche che bastano da sole a far luce sui testi: a Yehoshua chiede se il giovane arabo del primo romanzo L’amante (1977) non «trovi un suo prolungamento in Rashed», personaggio di La sposa liberata (del 2001). Utilizza poche parole per tratteggiare la narrativa di uno scrittore, come nel caso di Jeffrey Eugenides: «immune da cadute di tono». A volte affiora un’antipatia: «il carattere bizzoso. Esigente come una regina nata in miseria» riferito a Jamaica Zincai; o una nota negativa, come su Paul Auster: «i suoi alterni risultati e l’inclinazione a concentrarsi sulla sua persona mi hanno dissuaso dall’incontrarlo più di una volta».

Francesca Borrelli parla di mare con Derek Walcott, di cioccolata bianca con Amélie Nothomb, di Raymond Carver con Tobias Wolff, di Effie Briest con Günter Grass. Si confronta con David Foster Wallace, Emmanuel Carrère, Jennifer Egan, Julian Barnes, Kurt Vonnegut, Ian McEwan, e molti altri.

Le oltre 600 pagine di Maestri di finzione appaiono come un planetario con le rotte tracciate delle influenze di decine di classici contemporanei. Di ogni autore si riscontrano elementi di continuità e discontinuità, debiti, fuoripista. Se è vero, come dice Anna Maria Ortese, che «spesso non sappiamo nulla di ciò che abbiamo nell’animo, finché uno scrittore non ce lo rivela», può capitare che sfugga anche cos’abbia nell’animo uno scrittore, ma che un intervista ce lo riveli.

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