Osama Bin Laden Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/osama-bin-laden/ un blog di approfondimento culturale Sat, 27 Jan 2018 10:42:27 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=7.1 https://minimaetmoralia.it/wp-content/uploads/2025/07/cropped-cropped-309290503_464034925751050_1790831071097755281_n-32x32.jpg Osama Bin Laden Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/osama-bin-laden/ 32 32 I teorici dello Stato islamico e Primo Levi https://minimaetmoralia.it/approfondimenti/i-teorici-dello-stato-islamico-e-primo-levi/ https://minimaetmoralia.it/approfondimenti/i-teorici-dello-stato-islamico-e-primo-levi/#comments Sat, 27 Jan 2018 10:45:51 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=29099 Quando diciamo che ci sono testi senza tempo, riflessioni valide per ogni stagione, pensiamo a Primo Levi e ai suoi libri. Questo articolo di Alessandro Leogrande, originariamente uscito su Lo straniero, rimetteva in circolo il messaggio di Levi a partire da un curioso cortocircuito: un saggio di Dabiq, la rivista dello Stato islamico, intitolato L’estinzione della zona grigia.

Per capire il fascino esercitato dai jihadisti dello Stato islamico su molti ragazzi che dal Nord Africa all’Europa al Medio Oriente ingrossano le sue file, è importante leggere i loro testi. Non solo vedere i loro filmati di propaganda, l’ostentazione delle morte e delle bandiere nere, i richiami alla guerra santa contro gli infedeli, ma leggere proprio i loro scritti, le loro riflessioni, la loro visione del mondo.

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Quando diciamo che ci sono testi senza tempo, riflessioni valide per ogni stagione, pensiamo a Primo Levi e ai suoi libri. Questo articolo di Alessandro Leogrande, originariamente uscito su Lo straniero, rimetteva in circolo il messaggio di Levi a partire da un curioso cortocircuito: un saggio di Dabiq, la rivista dello Stato islamico, intitolato L’estinzione della zona grigia.

Per capire il fascino esercitato dai jihadisti dello Stato islamico su molti ragazzi che dal Nord Africa all’Europa al Medio Oriente ingrossano le sue file, è importante leggere i loro testi. Non solo vedere i loro filmati di propaganda, l’ostentazione delle morte e delle bandiere nere, i richiami alla guerra santa contro gli infedeli, ma leggere proprio i loro scritti, le loro riflessioni, la loro visione del mondo.

Lo Stato islamico pubblica una rivista, Dabiq, la cui versione in inglese è facilmente recuperabile in rete. Il pdf di ogni numero ha 84 pagine, a colori. Sfogliandolo, salta subito agli occhi come le idee più violente, e spesso aberranti, siano mescolate a una grafica patinatissima e accuratissima.

Negli ultimi numeri di Dabiq sono state sistematicamente pubblicate le foto degli ostaggi giustiziati. Sul n. 7, è stato pubblicato addirittura un servizio fotografico sul pilota giordano bruciato vivo in una gabbia: dapprima ci sono alcune immagini in cui la gabbia è avvolta dalle fiamme, poi ci sono quelle di un corpo nero e raggrumato come un pezzo di carbone, riverso sulla nuda terra.

Sempre sullo stesso numero viene menzionata l’esecuzione di un “sodomita” accusato, oltre che di empietà, di diffondere l’Aids nei territori liberati dal Califfo. Anche qui ci sono delle foto. Un uomo di mezza età, bendato, appare legato mani e piedi a una sedia di plastica bianca. La sedia è sul cornicione di un condominio popolare molto alto, circondata da miliziani che inneggiano a qualcosa. L’articolo ci informa che è stato buttato di sotto.

Sul n. 8, l’ultimo per il momento, accanto alle interviste agli autori di recenti attentati, spiccano le foto dei giovani “leoni di domani”. Cioè dei bambini chiamati a giustiziare, pistola alla mano, gli ostaggi o i prigionieri nemici, e addestrati a combattere “i crociati e i loro alleati”. In questo campionario di atrocità, in cui ogni minima regola morale ed editoriale sembra essere pervertita, il linguaggio adottato provoca costantemente una serie di cortocircuiti.

Tutto questo materiale, come detto, si coniuga con una grafica da rivista occidentale: il medium è perfettamente rovesciato, nella sua adozione, ma per niente aborrito. Tuttavia il punto essenziale su cui riflettere è un altro: c’è una precisa ideologia alla base di tutto questo, una precisa interpretazione del mondo, e del proprio agire all’interno di esso. E la si ricava dai saggi più lunghi pubblicati su “Dabiq” forse ancora di più che dalle immagini e dal modo in cui sono impaginate.

“Crociati” è la parola che ricorre più spesso sulla rivista dello Stato islamico. I nemici non sono semplicemente gli occidentali, non sono semplicemente gli Usa e i loro alleati. Sono i “crociati”, e i regimi arabi “apostati” loro alleati.

L’interpretazione dello scontro non è geopolitica o economica (due aspetti di cui il jihadismo radicale non coglie assolutamente gli elementi). È storica e culturale. Sono tutti, indistintamente, crociati: politici, giornalisti, militari, abitanti di società di cui non si capisce l’eccessiva libertà e il ruolo della donna. E vista l’insistenza nell’uso del termine, non meraviglia che la capitale di questo vasto mondo che costituisce il rovescio del proprio non sia Washington, bensì Roma. È Roma, per lo Stato islamico, la capitale “crociata” per eccellenza. Quella che, dopo tutte le altre, dovrà cadere nel giorno della battaglia finale.

Il saggio più lungo apparso sul n. 7 della rivista spiega al meglio questo modo di vedere le cose. Come tutti gli articoli di Dabiq non è firmato. E come molti altri, ha un titolo volutamente programmatico: L’estinzione della zona grigia.

Il modo di ragionare dei teorici dello Stato islamico è tanto schematico quanto semplice. Ci siamo noi, e loro: i “crociati”. Ma non da ora. L’11 settembre ha segnato uno spartiacque, e a tracciare la linea tra un prima e un dopo è stato proprio Bin Laden, di cui viene recuperata questa citazione: “Il mondo oggi è diviso in due campi. Bush ha detto il vero quando ha affermato che chi non è con loro è con i terroristi. Detto altrimenti: o sei con i crociati, o sei con l’islam”.

Oggi ai “crociati” non si contrappone una galassia terrorista come al-Qaeda, bensì una formazione che vuole farsi stato totalitario, con l’idea di rifondare il califfato, e che ha idee non sempre sovrapponibili a quelle dei vecchi capi dell’organizzazione di Bin Laden. Controlla già una parte della Siria e dell’Iraq, e intende andare oltre.

Ma tra “noi” e “loro”, dicono i teorici dello Stato islamico ai propri lettori potenziali (e si presume si stiano rivolgendo innanzitutto alle giovani leve da attirare tra le proprie milizie), c’è una “zona grigia”.

La “zona grigia” è composta da tutti gli arabi che non scelgono da che parte da stare, e soprattutto da coloro i quali volontariamente si sono schierati con i crociati e sono pronti a criticare ogni azione jihadista. E qui l’elenco si fa lungo: dagli stati deviazionisti e corrotti ai singoli musulmani apostati, rinnegati, eretici, eccetera eccetera.

Ora, secondo Dabiq, più lo scontro sarà radicale, e più la “zona grigia” si assottiglierà. Questo per loro sta già accadendo, e gli autori dell’articolo riconoscono che la strategia degli attentati sia un modo essenziale per farla assottigliare. Da una parte i “crociati” tendono a vedere l’islam come un blocco monolitico, schiacciato verso gli estremisti. E dall’altra i musulmani “che vivono nelle terre dei crociati” sono chiamati a scegliere con chi schierarsi, per non soccombere alla persecuzioni crescenti. L’alternativa c’è, per “Dabiq”: basta trasferirsi nelle terre dello Stato islamico.

Insomma, sotto traccia, emerge una visione teleologica. Per trionfare bisogna arrivare allo scontro finale, nudo e crudo, tra “noi” e “loro”, ma per semplificare il campo di battaglia, bisogna prima prosciugare la “zona grigia”. Chi rientra nelle giuste file, farà la cosa giusta. Chi resterà nel mezzo verrà comunque stritolato. Non c’è spazio per i traditori, e soprattutto per chi ritiene di esercitare il libero pensiero davanti a una chiamata alle armi così categorica, per chi vuole soffermarsi sulle sfumature del mondo, o sulle differenze interne a ogni sua parte.

Da un certo punto di vista, i teorici dello Stato islamico non fanno altro che riproporre un modo di pensare comune ad altre strategie terroristiche. Per altri, abbattere la terra di mezzo ha voluto dire dare l’assalto ai riformisti o ai “servi dello Stato”, o a tutti coloro i quali sono stati percepiti come “collaborazionisti”: tutti quelli, cioè, che con la loro semplice presenza hanno attutito l’asperità dello scontro, e quindi della battaglia finale. Per loro, vuol dire liberarsi di una lunga serie di nemici prossimi o interni. Ma nel momento in cui teorizzano tutto questo, e riflettono a modo loro sulla “zona grigia”, inciampano in un evidente paradosso linguistico.

La lente di Primo Levi

Chissà se i redattori di Dabiq sono consapevoli di aver adottato un’espressione introdotta per la prima volta da Primo Levi in I sommersi e i salvati.

Chissà se sanno che quel modo di dire, “la zona grigia”, ormai tanto abusato su scala globale, sia nato all’interno di una riflessione sul lager e sia stato adottato per indicare lo spazio intermedio tra persecutori e vittime: il sottomondo dei kapòs, a metà strada tra il sistema di sterminio di cui erano parte integrante e le nude vite da stritolare (le ultime delle ultime tra le quali, ci ricorda proprio Levi, erano indicate nel campo come “mussulmani”).

Probabilmente i teorici di Dabiq non hanno mai letto niente di tutto questo. Non sanno ciò che Levi scriveva, non solo a proposito del caso estremo del lager, ma di tutte le esperienze umane che riproducono, anche se solo in parte, alcuni segmenti di quel “laboratorio” estremo. Probabilmente non hanno mai letto questo brano di I sommersi e i salvati: “Da molti segni, pare che sia giunto il tempo di esplorare lo spazio che separa (non solo nei lager nazisti!) le vittime dai persecutori, e di farlo con mano più leggera, e con spirito meno torbido, di quanto non si sia fatto ad esempio in alcuni film. Solo una retorica schematica può sostenere che quello spazio sia vuoto: non lo è mai, è costellato di figure turpi o patetiche (a volte posseggono le due qualità ad un tempo), che è indispensabile conoscere se vogliamo conoscere la specie umana, se vogliamo saper difendere le nostre anime quando una simile prova si dovesse nuovamente prospettare, o se anche soltanto vogliamo renderci conto di quello che avviene in un grande stabilimento industriale.”

Per Levi, quella zona intermedia, la “zona grigia” appunto, oltre ad avere i contorni mal definiti ed essere abitata dalla gente più disparata, “possiede una struttura interna incredibilmente complicata, ed alberga in sé quanto basta per confondere il nostro bisogno di giudicare”.

Si ripropone in ogni dialettica umana tra vittime e persecutori, e potremmo aggiungere, anche se su scala diversa, in ogni dialettica tra colonizzati e colonizzatori. Soprattutto è un processo immancabile, che sta a sottolineare quanto sia fallace pretendere di ricondurre il mondo a una visione manichea. La zona grigia, dice a un certo punto Primo Levi, è assente solo nelle utopie. O nei deliri totalitari, alimentati da coloro i quali di esse si sono pure serviti.

Per questo, il pensare alla sua estinzione, anche nel modo grossolano proposto dagli ideologi dello Stato islamico, dice molto più di loro, e di cosa si agita nelle loro menti, che non del mondo che vorrebbero ricondurre al proprio ordine.

Non solo. Per essi la “zona grigia” si popola innanzitutto dei dissidenti, dei laici, dei libertari, dei meticci, dei contrabbandieri di idee. Cioè esattamente quel tipo di persone che sono all’antitesi della selva di privilegiati, capetti e collaborazionisti che popolano la “zona grigia” descritta da Primo Levi. Anche per questo, il loro richiamo allo scontro frontale, e all’eliminazione sistematica di chi non si riconosce in una visione dicotomica della storia, suona doppiamente sadico.

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Il ritorno di al-Qaeda https://minimaetmoralia.it/mondo/ritorno-al-qaeda/ https://minimaetmoralia.it/mondo/ritorno-al-qaeda/#respond Sat, 29 Oct 2016 06:00:33 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=32631 Da oggi fino al primo novembre lo spazio Porta Futuro di Roma ospiterà il Salone dell'editoria sociale, giunto all'ottava edizione. Qui una sintesi degli incontri in programma. Di seguito pubblichiamo un articolo di Giuliano Battiston, curatore del programma della rassegna, apparso sull'Espresso, che ringraziamo.

«Geronimo E-KIA, enemy killed in action». È la notte tra l’1 e il 2 maggio 2011. La voce del vice ammiraglio William Harry McRaven, a capo del Joint Special Operations Command degli Stati Uniti, arriva ovattata nella Situation Room della Casa Bianca, riempita dall’attesa incerta dei più alti membri dell’amministrazione americana. Con asciutto linguaggio burocratico, McRaven annuncia la morte di Geronimo, nome in codice per Osama bin Laden.

Scovato dagli uomini del Navy Seals nel suo compound di Abbottabad, cuore dell'establishment militare pachistano, il 2 maggio 2011 il nemico pubblico numero uno degli Stati Uniti è ufficialmente morto: «giustizia è fatta», afferma con orgoglio il presidente Obama rivolgendosi al popolo statunitense. Si volta pagina, pensano in molti. L'operazione delle forze speciali chiude per sempre una storia durata fin troppo a lungo. Quella di al-Qaeda, l'organizzazione responsabile degli attentati dell'11 settembre.

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Da oggi fino al primo novembre lo spazio Porta Futuro di Roma ospiterà il Salone dell’editoria sociale, giunto all’ottava edizione. Qui una sintesi degli incontri in programma. Di seguito pubblichiamo un articolo di Giuliano Battiston, curatore del programma della rassegna, apparso sull’Espresso, che ringraziamo.

«Geronimo E-KIA, enemy killed in action». È la notte tra l’1 e il 2 maggio 2011. La voce del vice ammiraglio William Harry McRaven, a capo del Joint Special Operations Command degli Stati Uniti, arriva ovattata nella Situation Room della Casa Bianca, riempita dall’attesa incerta dei più alti membri dell’amministrazione americana. Con asciutto linguaggio burocratico, McRaven annuncia la morte di Geronimo, nome in codice per Osama bin Laden.

Scovato dagli uomini del Navy Seals nel suo compound di Abbottabad, cuore dell’establishment militare pachistano, il 2 maggio 2011 il nemico pubblico numero uno degli Stati Uniti è ufficialmente morto: «giustizia è fatta», afferma con orgoglio il presidente Obama rivolgendosi al popolo statunitense. Si volta pagina, pensano in molti. L’operazione delle forze speciali chiude per sempre una storia durata fin troppo a lungo. Quella di al-Qaeda, l’organizzazione responsabile degli attentati dell’11 settembre.

A più di cinque anni di distanza da quella notte, è tempo di tirare le somme: la storia di al-Qaeda è davvero finita ad Abbottabad? A giudicare dai successi del Califfo, si direbbe di sì. Abu Bakr al-Baghdadi ha conquistato la scena, eclissando i rivali qaedisti a colpi di teste mozzate, video aberranti, conquiste militari e attentati ispirati o organizzati contro l’Europa e non solo. Sovrano di un vasto territorio in Siria e Iraq, icona di un’ampia platea di aspiranti jihadisti, al-Baghdadi è il nuovo volto del male. Ma il suo protagonismo nasconde più di quanto riveli. Il suo successo potrebbe rivelarsi più effimero di quello del gruppo a cui intende sottrarre l’egemonia del jihad. Se non vediamo al-Qaeda, infatti, è perché ha scelto di abbandonare il palcoscenico. Facendo un passo indietro. Adottando un basso profilo. Cambiando pelle e strategia.

Per capire di quale strategia si tratti, è utile guardare allo Yemen, dove è in corso un conflitto sanguinoso. Qui la filiale più pericolosa della galassia qaedista, al-Qaeda nella penisola arabica (Aqap), ha guadagnato posizioni inserendosi in una partita complicata: da una parte i “ribelli” Houthi, la minoranza sciita che nel settembre 2014 ha conquistato la capitale Sanaa, costringendo all’esilio il presidente Abd Rabbo Mansour Hadi, eletto nel 2012; dall’altra i sostenitori del presidente Hadi, appoggiati dagli Usa e da una coalizione guidata dall’Arabia saudita che include il Qatar e gli Emirati arabi uniti, paesi che temono l’influenza dell’Iran sugli Houthi.

A fine aprile 2016, le forze armate degli Emirati arabi uniti e l’esercito yemenita hanno riconquistato al-Mukalla. Affacciata sul mare Arabico, quinta città e terzo porto del paese, cinquecentomila abitanti, al-Mukalla era stata conquistata il 2 aprile del 2015 dagli uomini di Aqap, che ne avevano fatto il centro nevralgico dei circa 600 chilometri di costa da loro controllati, ottenendone grandi profitti. Lo scorso aprile, le truppe degli Emirati hanno avuto gioco facile: anziché ingaggiare una guerriglia di resistenza, i qaedisti hanno abbondato la città, dopo aver trasferito le competenze amministrative a intermediari non riconducibili alla galassia jihadista. Il perché lo hanno spiegato in un comunicato rivolto agli abitanti dell’Hadramaut, la splendida regione costiera yemenita di cui al-Mukalla fa parte: «ci siamo ritirati per impedire che i nemici portassero la battaglia nelle vostre case e mercati, nelle vostre strade e moschee». Per proteggere la popolazione.

Il comunicato è un modo per capitalizzare con la propaganda una sconfitta tattica. Ma rimanda a una precisa scelta strategica. Risale alla fine degli anni Duemila, e spiega perché al-Qaeda sia tutt’altro che una minaccia disinnescata, anche se poco visibile. Come rivelano i documenti ritrovati ad Abbottabad dagli americani, prima di essere ucciso bin Laden era preoccupato. Lamentava che il nome di al-Qaeda fosse associato esclusivamente alla violenza. Che gli obiettivi politici e la matrice ideologica fossero offuscati. Invocava un cambio di passo, una «nuova fase», che rilanciasse il marchio nel mondo (cambiando perfino il nome dell’organizzazione, se necessario). Alla base, la convinzione su cui il medico egiziano Ayman al-Zawahiri, suo successore, avrebbe fondato il nuovo corso, dopo le primavere arabe: la legittimità passa per il consenso locale, non per l’imposizione e la violenza settaria. Senza il sostegno delle masse, il jihad è inutile. Senza l’appoggio dei musulmani, il Califfato è un castello di carta: la longevità politica deriva dalla persuasione, non dalla violenza. «Non costringiamo nessuno a riconoscere la nostra autorità, non minacciamo decapitazioni, non scomunichiamo chi ci combatte». Così al-Zawahiri in uno degli ultimi audio-messaggi, reso pubblico all’inizio di maggio.

È una stoccata al Califfo. La rivendicazione di un metodo e quella di una storia pluridecennale, che per al-Zawahiri comincia a quindici anni, con la lettura dei testi rivoluzionari dell’ideologo radicale dei Fratelli musulmani Sayyd Qutb, e prosegue ancora oggi. Come dimostra l’annuncio nel settembre 2014 della nascita di una nuova branca, al-Qaeda nel sub-continente indiano (Aqis), con cui l’egiziano intende «issare la bandiera del jihad» su un’area che dall’Afghanistan passa per il Pakistan, l’India, il Bangladesh e arriva fino in Birmania. Un’area su cui, puntando sul recente successo del marchio, anche il Califfo ha provato ad affacciarsi, ma dove l’egiziano ha il vantaggio di potersi affidare a una rete costruita pazientemente nel corso di decenni di militanza armata, propaganda e attentati.

Il metodo del numero uno di al-Qaeda, messo nero su bianco nel 2013 nelle “Linee generali per il jihad”, è opposto rispetto a quello dell’impaziente Califfo. Nel luglio 2014, Abu Bakr al-Baghdadi si è affrettato a dichiarare lo Stato islamico nei territori occupati in Siria e Iraq. Da allora, ha enfatizzato i successi militari, sbandierato scomuniche e massacri, rivendicato nuove affiliazioni, strumentalizzato differenze confessionali. Quando la pressione militare della coalizione internazionale si è fatta più serrata e l’Is ha cominciato a perdere porzioni significative di territorio, il portavoce del gruppo, Abu Mohammed al-Adnani, ha cambiato postura e atteggiamento, mettendosi sulla difensiva: la perdita dei territori non equivale alla sconfitta, perché più importante è la volontà di combattere, gli ideali che guidano la lotta. Così ha dichiarato a metà maggio. Pochi giorni fa, è arrivata la notizia della sua morte: con l’uscita di scena di al-Adnani, lo Stato islamico perde uno dei suoi uomini più importanti, tra i fondatori del gruppo, braccio destro del Califfo e principale propagandista e reclutatore. Segno di tempi burrascosi, per il Califfo.

I cui sogni di gloria si scontrano con la realtà. Come avviene per l’espansione fuori dai confini del Califfato: annunciate in pompa magna nel novembre 2014, le prime province esterne dell’Is – in Algeria, Egitto, Libia, Arabia Saudita e Yemen – oggi perdono colpi, mentre le branche ufficiali di al-Qaeda guadagnano terreno. Perché hanno agito in sordina. Puntando a radicarsi nei contesti locali, a rafforzare i legami sociali, con una concezione meno esclusivista e dottrinaria del jihad, più pragmatica. Non una scelta morale, dunque, ma strategica, che riduce l’esposizione militare e allo stesso tempo rinnova e rilancia il marchio di al-Qaeda nell’affollato mercato del jihadismo contemporaneo. Da gruppo di avanguardia a movimento popolare.

La scelta dei qaedisti di ritirarsi dalla città yemenita di al-Mukalla deriva da qui. Dopo aver governato per un anno tramite consigli locali, dalle retrovie, attenti a introdurre la sharia in modo graduale, si sono fatti da parte. In attesa di riprendersi la città. Il metodo vale anche in Siria, dove Jabhat al-Nusra, il gruppo legato ad al-Qaeda, è diventato uno degli attori principali dell’opposizione armata al presidente Bashar al-Assad. Nella città nord-occidentale di Idlib, per esempio, il fronte al-Nusra si è conquistato il predominio con pragmatismo: dal 2012 al 2014 ha messo le proprie competenze militari al servizio dei gruppi locali, collaborando con forze “moderate” e nazionaliste e tenendo a lungo nascosta la matrice jihadista, per non alienarsi le simpatie locali. Come consigliava al-Zawahiri in una lettera dell’inizio del 2015, i combattenti di Jabhat al-Nusra si sono integrati nel tessuto della rivoluzione siriana. Fino a intestarsela. La strategia ha funzionato. Il radicamento e la forza militare di Jabhat al-Nusra sono tali da renderlo un gruppo molto più pericoloso dello Stato islamico, sul lungo termine.

Ancor più pericoloso dopo l’operazione di marketing con cui a fine luglio l’emiro del movimento,  Abu Mohammad al-Julani, ha prima annunciato e poi pubblicizzato il distacco dalla casa-madre, al-Qaeda. L’operazione, attentamente pianificata, serve ad accreditare Jahbat al-Nusra, diventato ora Jabhat Fatah Al-Sham, come movimento autonomo, non compromesso con i terroristi stranieri. Ma si tratta solo di un’abile scelta mediatica: non c’è stato nessun vero distacco. La scelta del fronte al-Nusra è una mossa di facciata. Nominale, non sostanziale. Dietro c’è la lunga mano del numero uno di al-Qaeda, l’egiziano al-Zawahiri. Che rilancia l’opzione strategica già individuata da Osama bin Laden.

Radicamento sociale, capacità militari messe al servizio delle lotte locali in vista di un più ampio fronte globale. Il percorso siriano è simile a quello seguito nel Sahel, un’area spesso lontana dai riflettori mediatici ma cruciale, come cerniera tra il Nord Africa e l’Africa sub-sahariana. Difficile dare conto di tutti gli attacchi riconducibili a gruppi che operano nell’orbita di al-Qaeda. Più facile individuarne la strategia sottesa. Si prenda per esempio l’attentato del novembre 2015 contro il Radisson Blu Hotel di Bamako, in Mali, rivendicato da al-Murabitun, il movimento jihadista guidato da Mokhtar Belmokhtar. Bestia nera dei servizi segreti, una lunga militanza nei gruppi islamisti algerini negli anni Novanta, Belmokhtar con l’attentato di Bamako è entrato a piedi pari in una delicata partita locale, fatta di resistenze al processo di pace in Mali e all’interventismo militare francese nella regione. Ma ha tracciato anche un punto fermo: nel Sahel, la campagna acquisti del Califfo non funziona. Al Murabitun, ha ribadito “il guercio” (che qualcuno dà nuovamente per morto), è alleato con al-Qaeda nel Maghreb islamico, la branca ufficiale del network qaedista. Più in generale, nel Sahel l’obiettivo di una pletora di gruppi jihadisti rimane lo stesso: unire i mujahedin dall’Atlantico al Nilo. Sotto le insegne di al-Qaeda.

Nel Sahel al-Qaeda ha successo per le stesse ragioni per cui è diventata egemone in Siria: ha costruito un’ampia rete di sostegno integrandosi nelle comunità locali; ha ampliato il proprio bacino di consenso cooptando le dispute locali e facendosene interprete; ha enfatizzato gli obiettivi condivisi di medio termine rispetto all’ideologia; ha fornito risorse e capacità militari ai gruppi ribelli locali, nominandone i leader in posizione di prestigio. Così è successo per esempio in Mali, dove la presenza qaedista è cresciuta grazie all’accordo con il gruppo tuareg Ansar al Dine e i suoi affiliati, oltre che con la creazione del gruppo a maggioranza fulani del Massina Liberation Front, che vanta militanti dal Senegal e dalla Mauritania fino alla regione del lago Chad.

Il risultato? Attacchi sempre più frequenti e sofisticati. Contro le forze di pace sotto mandato Onu di Unisma; contro gli hotel frequentati da occidentali in Mali, Burkina Faso e Costa d’Avorio; contro obiettivi francesi e corporation globali. E un raggio d’azione ormai molto ampio, dalla costa meridionale del Mediterraneo fino al Golfo di Guinea. Tanto che il 29 luglio il Consiglio di sicurezza dell’Onu è stato costretto ad aumentare il numero dei soldati della missione Unisma, autorizzandone «una presenza più attiva e proattiva».

La minaccia qaedista si fa preoccupante anche in Nigeria, dove gli uomini di al-Zawahiri sono stati abili nel soffiare sulle spaccature che l’affiliazione allo Stato islamico del marzo 2015 ha prodotto in seno al gruppo Boko Haram, divenuto “provincia dello Stato islamico in Africa occidentale”. Abu Bakr Shekau, il leader di Boko Haram, ha chiesto a lungo a Bin Laden l’affiliazione formale. Lo sceicco saudita l’ha sempre negata. Il Califfo ha invece concesso a Shekau quel che cercava: un marchio globale da rivendicare. Shekau pensava di ottenerne grandi vantaggi, ma la storia è finita male. Il 2 agosto il magazine dello Stato islamico Al Naba ha comunicato che il “governatore” della provincia dell’Africa occidentale non è Shekau, ma Abu Musab al-Barnawi. Ne sono seguite diatribe a colpi di invettive, lettere infuocate e accuse reciproche di “deviazionismo”: il settarismo ideologico del Califfo ha provocato danni dentro Boko Haram. Un gruppo diventato più debole, e non più forte, dopo l’affiliazione allo Stato islamico: pressato dagli eserciti di Nigeria, Niger, Camerun e Chad, Boko Haram ha perso la rete di sostegno e protezione offerta un tempo da al-Qaeda nel Maghreb islamico, la branca qaedista che intende richiamare nella propria orbita i gruppi militanti dal Mali alla Nigeria.

A est, nel corno d’Africa, a operare sul terreno spesso lontano dai riflettori è al-Shabaab, che ha dimostrato un’inaspettata capacità di tenuta, tornando a bersagliare il governo somalo e obiettivi civili, a Mogadiscio e altrove, nonostante la presenza di 20.000 soldati dell’Amisom, la forza di pacificazione dell’Unione africana, le cui basi sono finite spesse sotto il tiro dei militanti somali. Nell’ultimo periodo, gli attentati si sono moltiplicati, in vista delle elezioni parlamentari e presidenziali che si terranno in Somalia tra settembre e ottobre. Mentre l’Europa annuncia la riduzione del 20% del suo contributo finanziario all’Amisom, e il governo ugandese ha già fatto sapere che entro il prossimo anno ritirerà seimila soldati.

Al-Shabaab ha riconosciuto l’affiliazione ad al-Qaeda soltanto nel febbraio 2012. Dopo anni di stretta collaborazione e, non a caso, dopo la morte di bin Laden. Per lui, l’opacità era un’opzione strategica. «Se ve lo chiedono – scriveva nell’agosto 2010 ad Ahmed Godane, l’allora leader del movimento somalo – è meglio dire che con al-Qaeda c’è soltanto una fraterna connessione islamica, niente di più». Tenendo l’affiliazione segreta, vi esporrete meno e otterrete più facilmente i finanziamenti del mondo arabo-musulmano.

Così pensava bin Laden nel suo covo di Abbottabad, lontano dal fronte di battaglia, meditando sul passato e immaginando il futuro di al-Qaeda. Veterano del jihad, alle spalle tante sconfitte e qualche successo, prima di morire lo sceicco saudita si era convinto che l’idea fosse più importante dell’organizzazione. «Che io muoia non è importante. Perché il mio martirio creerà altri Osama bin Laden». A cinque anni dal raid di Abbottabad, è il figlio Hamza a dare ragione al padre. Il 9 luglio As Sahab, uno dei canali di comunicazione di al-Qaeda, ha diffuso un file audio di 22 minuti, intitolato “Siamo tutti Osama”. Oltre a minacciare vendetta per l’uccisione del padre, Hamza rivendica l’espansione del movimento, dopo quindici anni di guerra al terrore. Subito dopo l’11 settembre «i mujahedin erano assediati in Afghanistan, mentre oggi hanno raggiunto Siria, Palestina, Yemen, Egitto, Iraq, Somalia, il subcontinente indiano, la Libia, l’Algeria, la Tunisia, il Mali e l’Africa centrale». Gli eredi dello sceicco saudita hanno messo radici in mezzo mondo. Aspettano che tramonti la stella del Califfo al-Baghdadi. Pronti a riprendersi la scena.

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Per una storia del jihad https://minimaetmoralia.it/approfondimenti/per-una-storia-del-jihad/ https://minimaetmoralia.it/approfondimenti/per-una-storia-del-jihad/#comments Thu, 07 Apr 2016 05:30:28 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=30470 Pubblichiamo di seguito un estratto dall'ebook di Giuliano Battiston Stato islamico. La vera storia, realizzato per l'Espresso.

Il 4 giugno 2009, in un discorso all'università cairota di Al-Azhar, Barack Obama reclamò la necessità di un nuovo inizio, «basato su interesse e rispetto reciproci», tra gli Stati Uniti e i musulmani nel mondo, e si assunse la diretta responsabilità «di combattere contro gli stereotipi dell'Islam dovunque si presentino». Sono passati più di cinque anni, ma la battaglia contro le letture stereotipiche del mondo islamico sembra più necessaria di allora. Ancora più urgente è distinguere gruppi, tendenze, obiettivi, ideologie e strategie dei gruppi riconducibili all'Islam politico: la «banalizzazione dell’islamismo», ha ricordato lo studioso Massimo Campanini in un saggio per l'Ispi, «è un lusso che non ci si può permettere se si vuole veramente capire il fenomeno».

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califfato

Pubblichiamo di seguito un estratto dall’ebook di Giuliano Battiston Stato islamico. La vera storia, realizzato per l’Espresso.

Il 4 giugno 2009, in un discorso all’università cairota di Al-Azhar, Barack Obama reclamò la necessità di un nuovo inizio, «basato su interesse e rispetto reciproci», tra gli Stati Uniti e i musulmani nel mondo, e si assunse la diretta responsabilità «di combattere contro gli stereotipi dell’Islam dovunque si presentino». Sono passati più di cinque anni, ma la battaglia contro le letture stereotipiche del mondo islamico sembra più necessaria di allora. Ancora più urgente è distinguere gruppi, tendenze, obiettivi, ideologie e strategie dei gruppi riconducibili all’Islam politico: la «banalizzazione dell’islamismo», ha ricordato lo studioso Massimo Campanini in un saggio per l’Ispi, «è un lusso che non ci si può permettere se si vuole veramente capire il fenomeno».

Farlo non è semplice. Nel tentativo di analizzare l’islamismo sono possibili due approcci: «il primo vede l’islamismo essenzialmente come un unico progetto con diverse varianti, in cui le similitudini sono più importanti delle differenze», il secondo invece riconosce «le differenze nell’ideologia e nel comportamento dei vari filoni islamisti». Alcuni testi dedicati all’“arcipelago Islam” seguono il secondo orientamento. Tra questi, Islam, Popolo e Stato. Idee e movimenti politici in Medio Oriente di Sami Zubaida, professore emerito di Scienze politiche e Sociologia al Birkbeck College di Londra. Un libro redatto negli anni Ottanta, nel decennio successivo alla rivoluzione iraniana del ’79, quando cioè l’Islam politico rappresentava ancora una novità. Sami Zubaida non critica soltanto le spiegazioni essenzialiste, che assumono il fenomeno islamico «come un’emanazione delle essenze culturali dei popoli musulmani, considerate storicamente senza soluzione di continuità», ma contestualizza la nascita e la natura dell’Islam politico moderno. Quell’insieme di «idee e movimenti, per lo più di opposizione, che in un modo o nell’altro vogliono istituire uno Stato islamico, e che ne cercano il modello nella “storia sacra” della comunità politica dei fedeli delle origini stabilita dal Profeta Muhammad a Medina nel VII secolo».

[…]

L’islamismo politico

È un punto centrale: l’islamismo è un fenomeno moderno, reattivo. Va compreso come una risposta ai processi di modernizzazione, alle trasformazioni sociali, istituzionali e demografiche, nell’ambito di una relazione conflittuale con l’Occidente: uno strumento per liberarsi e contestare la lunga subordinazione politica, economica e ideologica all’Occidente. «Nel secolo tra il 1830 e il 1930 quasi tutto il mondo islamico, dalla costa atlantica del Marocco alla punta più orientale di Java, dalle steppe dell’Asia centrale all’Africa sub-sahariana, fu invaso e/o soggiogato da potenze non islamiche», ricorda Jason Burke in The New Threat from the Islamic Militancy. Schiacciati dalla superiorità tecnologica e militare dell’Occidente, quei Paesi si interrogano sugli errori che hanno condotto a una simile debacle. La resistenza assume forme diverse, «ma la religione gioca ruolo centrale».

In India, in seguito alla fallita rivolta del 1857 contro il regime britannico, la scuola Deobandi – da cui 130 anni dopo sarebbero emersi i Talebani afghani – decide di “ritirarsi”, «per impedire che la propria cultura islamica venisse influenzata dall’Occidente»; negli anni Venti del Novecento in India e Pakistan vengono fondate organizzazioni politiche ispirate all’Islam. Puntano al rinnovamento religioso e culturale attraverso un attivismo sociale non-violento. Le ideologie politiche occidentali vengono selettivamente adottate, quando non sono ritenute immorali. Il revival religioso accomuna Paesi molti diversi. Nel 1928, in Egitto Hassan al-Banna dà vita alla Fratellanza musulmana, che combina una visione religiosa fortemente conservatrice con una visione politica contemporanea. L’obiettivo di costruire una società islamica perfetta, ricorda Burke, passa per la riforma dello Stato, non ancora per la sua abolizione.

Nei decenni successivi si assiste al processo di decolonizzazione. All’inizio degli anni Sessanta le potenze europee si sono ritirate dalla maggior parte del mondo islamico, «ma rimangono sfide importanti». Molti regimi di nuova indipendenza adottano ideologie nazionaliste, vagamente socialiste o  genericamente secolari. Coordinate culturali che vengono percepite come estranee o inutili. I cambiamenti demografici, sociali e culturali provocano trasformazioni strutturali nelle società. Crollano le certezze. Si cercano nuovi ancoraggi ideologici. «Dopo il fallimento delle ideologie secolariste (socialismo, nazionalismo, panarabismo) che avevano dominato l’età della decolonizzazione, i musulmani radicali erano in cerca di una grammatica di senso, di un linguaggio con cui ricostruire e dare significato a un mondo in profonda trasformazione da cui si sentivano estranei», scrive Campanini.

L’islamismo offre un’alternativa, un’alternativa islamica, a quello che lo storico Samir Kassir – protagonista della vita intellettuale libanese fino al suo assassinio nel 2005 – avrebbe definito come «l’infelicità araba». L’infelicità legata allo «sguardo paralizzante» delle potenze occidentali verso il mondo arabo, «quello sguardo che impedisce perfino la fuga e che, sospettoso o condiscendente che sia, ti rimanda alla tua condizione ritenuta ineluttabile, ridicolizza la tua impotenza, condanna a priori la tua speranza», e che a sua volta nutre un senso d’impotenza, un fatalismo rinunciatario, «l’impotenza a essere ciò che si ritiene di essere».

Per comprendere le radici dell’islamismo va inoltre ricordato che è stato incoraggiato, sollecitato e favorito dalle riforme legali e giuridiche adottate nei Paesi finiti sotto l’influenza europea, attraverso il controllo coloniale o mandatario. Un’influenza che avrebbe modificato non solo il rapporto tra i governanti e la classe dei religiosi, gli ulema, ma la stessa architettura istituzionale di molti Paesi mediorientali. «Prima dell’introduzione del modello Westphaliano di Stato-nazione», scrive il ricercatore Aaron Zelin, «il rapporto tra i governanti e gli ulema era più informale». In seguito, si formalizza. Il diritto islamico e la sharia vengono codificati. Con conseguenze notevoli, perché muta il ruolo sociale degli studiosi. «La codificazione suonò come una campana a morte per il ruolo degli studiosi come depositari del diritto….». Ciò che per secoli era stato nelle mani di una classe quasi indipendente di studiosi, diviene prerogativa dello Stato. Cooptati dai governanti, gli studiosi rinunciano all’indipendenza. E con l’indipendenza perdono legittimità e status sociale. La cooptazione degli ulema negli apparati di potere statuali crea un vuoto di potere, uno spazio politico in cui diventa possibile esercitare il diritto a interpretare la religione e i testi sacri fuori dai canali istituzionali. Quegli spazi vengono sfruttati dagli islamisti, anche se privi di credenziali accademiche. Prende così piede un ampio movimento di “contestazione” islamista dal basso. Sarebbe finito per espandersi in tutto il mondo arabo-musulmano e oltre, ma nasce in Egitto. Ed è lì che si radicalizza.

Gli ideologi radicali

Le radici dell’Islam politico possono essere rintracciate nella nascita della Fratellanza musulmana, che avviene in Egitto nel 1928. Coincide non a caso con «un periodo in cui il processo di modernizzazione e di secolarizzazione dello Stato egiziano si era esteso a tutti i compartimenti del politico». Nato in risposta alla spinta dell’imperialismo occidentale e al contestuale declino dell’Islam nella vita pubblica egiziana, il movimento di Hassan al-Banna punta a contrastare queste tendenze con l’attivismo dal basso, senza rinunciare alle critiche all’establishment religioso di al-Azhar, la più autorevole istituzione religiosa del mondo sunnita. Ed è proprio tra i Fratelli musulmani che emerge l’uomo che avrebbe fortemente contribuito a trasformare l’islamismo politico in un’ideologia radicale, Sayyid Qutb, maitre-à-penser del radicalismo degli anni Settanta.

Scrittore e pedagogista, nato nel 1906 in un villaggio dell’Alto Egitto, già ispettore al ministero dell’Istruzione, nel novembre 1948 Sayyid Qutb è costretto a emigrare negli Stati Uniti. Re Faruq, il monarca egiziano, ha disposto un ordine di cattura nei suoi confronti. Non gli vanno a genio i suoi scritti anti-governativi, fieramente polemici. Moralista tormentato, inquieto osservatore delle contraddizioni americane, torna al Cairo il 20 agosto 1950, aderendo al movimento dei Fratelli musulmani, di cui diviene uno dei più importanti ideologi. Nel 1952 sale al potere Nasser, che prima gli offre diversi incarichi governativi, poi lo spedisce in prigione. Il 26 ottobre 1954 l’apparato segreto della Fratellanza cerca di uccidere Nasser. Le autorità ritengono che Qutb sia coinvolto. Finisce in cercare, dove si ammala. Due attacchi di cuore. Un’emorragia polmonare. Viene trasferito nell’ospedale penitenziario. Nel frattempo alcuni membri dei Fratelli musulmani organizzano uno sciopero. Si rifiutano di uscire dalle celle. Vengono trucidati: 23 morti, 46 feriti. Qutb vede i corpi sfigurati. E lancia il suo anatema, ricorda Lawrence Wright nel libro Le altissime torri. Come al-Qaeda giunse all’11 settembre. Mettendosi al servizio di Nasser e di uno Stato secolarizzato, i carcerieri hanno negato Dio. È la scomunica, l’anatema, il takfir. Lo stesso che molti anni dopo avrebbe alimentato le brutali gesta del Califfo Abu Bakr al-Baghdadi.

Sayyid Qutb esce dal carcere, dove lamenta di essere stato torturato, con una convinzione: il paradigma della Fratellanza musulmana, volto a consolidare il movimento religioso all’interno della società egiziana sotto il profilo sociale e organizzativo, va archiviato. Invoca una versione rivoluzionaria, radicale, dell’attivismo sociale della Fratellanza, delineata nei suoi testi poi diventati classici (Pietre miliari; La giustizia sociale nell’Islam; All’ombra del Corano). Occorre liberarsi dal giogo coloniale, sostiene, instaurando un vero e proprio Stato islamico. Anche i governi arabi sono colpevoli, perché non riconoscono l’unica sovranità, quella divina, e così facendo legittimano lo stato di ignoranza pre-islamica.

È una mossa audace, che segna uno spartiacque. Prima di lui, gli ideologi islamisti avevano evitato di attaccare i regimi arabi, per scongiurare la fitna, la discordia nelle società musulmane. Qutb invece contribuisce a delineare le tendenze takfirì, l’inclinazione alla scomunica, diffusa nei decenni successivi. Lo fa definendo «in modo circoscritto la vera identità islamica» e denunciando le società arabe del suo tempo come corrotte e falsamente islamiche. Non invoca esplicitamente la tattica terroristica, né la strategia di costringere alla conversione i recalcitranti, ricorda lo studioso Campanini, ma aspira a instaurare un nuovo ordine sociale, economico e politico, che elimini false leggi e costumi, allontani i cattivi clerici e consenta libertà reale per tutti. Il suo messaggio finirà per influenzare profondamente i “proto-jihadisti”, attivi dalla fine degli anni Sessanta, e più in generale tutto il radicalismo islamista.

Tra questi, uno in particolare merita di essere ricordato: Abdel Salam Faraj. Fondatore del “Tanzim al-Jihad” – il gruppo responsabile nell’ottobre 1981 dell’assassinio del presidente egiziano Anwar Sadat –, seguace e poi critico del pensiero di Qutb, Faraj è l’uomo a cui molti analisti attribuiscono la legittimazione del jihadismo globale contemporaneo. Il suo libro, tradotto in inglese come The Neglected Duty, è un testo fondamentale per i “barbuti” degli anni Ottanta e Novanta, un vero e proprio manuale operativo in cui l’autore esamina il dovere di riformare se stessi e la società in cui si vive (il sesto dovere di ogni musulmano), il dovere di ribellarsi contro il “nemico vicino”, in quel caso il regime egiziano.

Dopo l’assassinio del presidente Sadat, ricorda Jason Burke in The New Threat, la polizia irrompe nelle case dei responsabili. Oltre ai testi di Qutb, trovano il libro di Faraj, leader della cellula e teorico di riferimento. Per Faraj, che verrà impiccato l’anno successivo, la ribellione è necessaria, e il mondo diviso in due. Di qua la luce, di là le tenebre. Qui la giustizia e la purezza, lì la tirannia e la corruzione. Ribellarsi è la premessa per l’instaurazione di un vero e proprio Stato islamico.

[…]

Jihad offensivo e difensivo

Sull’interpretazione di jihad, gli ideologi si sono spesso divisi in passato e continuano a farlo oggi. Sayyid Qutb e Abdel Salam Faraj credevano nel jihad offensivo. La loro giustificazione era storica: gli Stati islamici – il Califfato degli Omayyadi e degli Abbasidi, così come quello ottomano – avevano regolarmente inviato delle spedizioni nei territori non musulmani. La conquista e l’espansione sarebbero intrinseci al progetto califfale. Per Abdullah Azzam, invece, è il jihad difensivo a essere più coerente con l’ortodossia salafita.

Palestinese, cresciuto studiando all’università egiziana di al-Azhar, fortemente influenzato dall’occupazione sovietica dell’Afghanistan, Azzam è uno degli ispiratori di al-Qaeda, l’uomo che ha avuto maggiore influenza nel coinvolgimento di Osama bin Laden nella causa afghana. Il suo slogan era «il jihad e il fucile e nient’altro: niente negoziati, niente conferenze, niente dialoghi». Carismatico, polemico, lingua tagliente e stile accattivante, in un testo cruciale dell’islamismo radicale, La difesa delle terre islamiche, Azzam elabora una teoria su cui ancora oggi ci si accapiglia: la differenza tra jihad difensivo e offensivo, entrambi violenti. Per Azzam, il jihad offensivo è un obbligo collettivo, deciso dalle autorità islamiche, quando scelgono di controllare i confini del proprio territorio o inviano missioni nelle terre straniere per terrorizzare i nemici di Allah. Più importante, è il jihad difensivo, il dovere individuale di espellere gli infedeli dalle terre musulmane.

La novità del suo pensiero sta qui: prima di lui, il jihad difensivo era considerato un obbligo solo per coloro che risiedessero nel territorio occupato dagli infedeli. Dopo di lui, ogni musulmano, dovunque risiedesse, aveva il dovere di contribuire a scacciare gli infedeli, anche senza una decisione delle autorità islamiche. Il risultato? «Quel che sarebbe divenuto il fenomeno contemporaneo dei foreign fighters», scrive Aaron Zelin.

Dal jihad “classico” al jihad globale

L’importanza del palestinese Abdullah Azzam come ideologo di riferimento del jihadismo classico, diverso rispetto al cosiddetto jihadismo globale, è enorme. Oltre a dare una connotazione fortemente bellicista al concetto di jihad, Azzam ritiene che la violazione del territorio musulmano da parte di non musulmani richieda l’immediato coinvolgimento militare di tutti i musulmani abili, dovunque si trovino. Bin Laden, “autore” della dottrina del jihad globale, la pensava diversamente. «Mentre Azzam propugnava il conflitto e la guerriglia all’interno di zone di conflitto definite, contro nemici in uniforme, bin Laden esortava alle uccisioni di massa fuori dalle aree di attacco». Per rendere le cose più chiare: i militanti islamisti che negli anni Ottanta si sono recati in Afghanistan, per poi spostarsi negli anni successivi in Bosnia e Cecenia, vanno considerati esponenti del jihad classico. Gli emuli di bin Laden, con i loro attacchi contro gli infedeli in Occidente (non nelle terre musulmane occupate dagli infedeli), sono esponenti del jihad globale.

Il passaggio dal jihad “classico” a quello “globale” è cruciale, e segna il  progressivo abbandono dell’idea di jihad organizzato in favore di una concezione più individualistica. E dunque più pericolosa perché più difficile da intercettare e prevenire. «In contrasto rispetto all’orientamento comunitario dell’islamismo», scrive Nelly Lahoud in The Jihadis’ Path to Self-Destruction, il jihadismo si fonda dunque su basi individuali, rigetta l’idea dello Stato-nazione con i suoi meccanismi e processi politici secolari ed enfatizza «il jihad come unica strada per lo Stato islamico/Califfato», l’unico sistema che possa riunire tutti i musulmani, ovunque nel mondo. Da qui, anche una minore enfasi sull’istruzione religiosa, e una maggiore attenzione all’attivismo, al protagonismo militare. Che si accompagna al recupero di alcune correnti della teologia islamica medievale che rimandano a una battaglia tra fedeli e infedeli che non è soltanto globale, ma cosmica.

Il progressivo affrancamento dalla purezza dottrinaria in favore dell’attivismo militare è evidente nel percorso di un altro celebre jihadista, Mustafa Sethmarian Nasar, meglio conosciuto come Abu Musab al-Suri. Un nome importante, da tenere a mente: «se al-Awlaki è stato il propagandista che più ha influenzato l’attuale minaccia contro l’Occidente, e al-Zawahiri e al-Baghdadi sono oggi i comandanti più influenti, allora al-Suri è lo stratega di maggiore rilevanza», scrive Burke in The New Threat.

Nato ad Aleppo, in Siria, nel 1958, cresciuto in una famiglia agiata, una formazione da ingegnere, al-Suri è stato costretto a lasciare il suo Paese nel 1982, per sfuggire alla sanguinosa repressione degli islamisti da parte del regime di Hafez al-Assad, padre dell’attuale presidente siriano. Qualche anno dopo si ritrova a Peshawar, in Pakistan, dove conosce bin Laden e al-Zawahiri. Nel 1992 riparte, arriva a Londra (dove aiuta i militanti diretti in Algeria) e poi in Spagna, contribuendo a mettere in piedi i primi network qaedisti in Europa. Nel 1999 torna in Afghanistan, a Kabul, dove gestisce una sorta di rudimentale think tank, spiega Burke.

Editore, scrittore, pamphlettista e stratega, per elaborare una teoria del jihad militarmente efficace al-Suri ha accantonato i riferimenti dottrinali alla tradizione islamica per recuperare tattiche e strategie dei movimenti ispirati al maoismo. Una scelta che lo avrebbe portato a criticare perfino al-Qaeda: l’attacco alle Torri gemelle non è il coronamento delle ambizioni decennali degli islamisti radicali, ma un atto dalle conseguenze catastrofiche per il jihadismo, perché ha innescato la reazione degli Stati Uniti contro l’Emirato islamico d’Afghanistan, il governo dei Talebani, centrale nella resistenza agli infedeli. Autore di un pamphlet di 1600 pagine, The Call for Global Islamic Resistance, al-Suri si distingue da altri strateghi per l’idea di un jihad più decentralizzato, «senza leader», individuale, un’idea che sarebbe diventata popolare negli anni successivi e che avrebbe trovato risonanza nei sermoni e nelle teorie di un altro influente ideologo jihadista, Anwar al-Awlaki, propagandista di al-Qaeda nella penisola arabica e ideatore di Inspire, la rivista patinata del gruppo di bin Laden.

«Nizam la tanzim», «il sistema, non l’organizzazione». Sta qui l’originalità e l’importanza del pensiero di al-Suri, che auspica una rivolta popolare, interamente auto-organizzata, senza leader né strutture, condotta da cellule di militanti collegate in modo lasco. Unite per colpire obiettivi specifici e poi di nuovo autonome. Nessuna autorità superiore. Nessun leader autoproclamato. Anche al-Qaeda, scrive nel suo libro, «non è un’organizzazione, non è un gruppo, e non vogliamo che lo diventi». Al contrario, «è una chiamata, un riferimento, una metodologia». È un’idea che lo accomuna a bin Laden, ricorda Jason Burke. La convinzione che l’effetto cumulativo delle attività jihadiste avrebbe inevitabilmente provocato una radicalizzazione e una mobilitazione globale, facendo avanzare la causa. La convinzione che l’“idea” sia più importante delle persone e delle strutture. «Vita o morte per me non contano», avrebbe detto bin Laden prima di essere ucciso nel suo covo di Abbottabad, in Pakistan, «perché il risveglio è cominciato».

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Le elezioni americane più atipiche della storia https://minimaetmoralia.it/approfondimenti/le-elezioni-americane-piu-atipiche-della-storia/ https://minimaetmoralia.it/approfondimenti/le-elezioni-americane-piu-atipiche-della-storia/#comments Fri, 29 Jan 2016 06:30:36 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=29800 (nella foto, l'attore Jimmy Fallon impersona Donald Trump durante uno sketch con Hillary Clinton)

Il primo febbraio, con le primarie in Iowa, cominciano ufficialmente le elezioni presidenziali negli Stati Uniti.

Jon Meacham, premio Pulitzer e vice presidente di Random House, nell’ultima puntata dello show di Bill Maher sulla HBO, ha sostenuto che per la prima volta nella storia delle presidenziali americane la riduzione al common sense nella quale le varie spinte apocalittiche hanno storicamente confluito non si verificherà e questa volta il centro non sarà in grado di reggere.

Effettivamente i sondaggi parlano di un Donald Trump strafavorito tra i repubblicani e di un Bernie Sanders in ascesa in campo democratico nonostante la blindatura di Hillary Clinton sulla nomination.

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(nella foto, l’attore Jimmy Fallon impersona Donald Trump durante uno sketch con Hillary Clinton)

Il primo febbraio, con le primarie in Iowa, cominciano ufficialmente le elezioni presidenziali negli Stati Uniti.

Jon Meacham, premio Pulitzer e vice presidente di Random House, nell’ultima puntata dello show di Bill Maher sulla HBO, ha sostenuto che per la prima volta nella storia delle presidenziali americane la riduzione al common sense nella quale le varie spinte apocalittiche hanno storicamente confluito non si verificherà e questa volta il centro non sarà in grado di reggere.

Effettivamente i sondaggi parlano di un Donald Trump strafavorito tra i repubblicani e di un Bernie Sanders in ascesa in campo democratico nonostante la blindatura di Hillary Clinton sulla nomination.

Saranno in ogni caso le elezioni presidenziali più atipiche della storia degli Stati Uniti.

Repubblicani

Il riferimento nella Dichiarazione d’Indipendenza del 1776 ai diritti inalienabili dell’uomo come derivazioni verticali dal Creatore ha di fatto conferito ai documenti fondativi della nazione lo status di veri e propri testi ispirati e pertanto, al pari di ogni altro libro sacro, virtualmente inemendabili.

A partire dagli anni Ottanta con l’endorsment della destra religiosa a Ronald Reagan -nell’ultimo decennio assunto al grado metafisico di sigillo dei profeti dall’establishment repubblicano – e poi ancora con il geniale Karl Rove che, per spostare l’attenzione dalle falle dell’amministrazione nel prevenire gli attentati dell’11 settembre, impostò nel 2004 la rielezione di Bush jr sulla chiamata alle urne degli evangelici contro Darwin nelle scuole, l’originale Dio di Natura liberomassone dei padri fondatori si è via via trasformato in un Gesù Cristo decisamente più mondano, telegenico e interessato alla vita politica americana.

Si è arrivati così a una vaga ma forte identificazione tra democrazia e religione, ritualizzata nel God bless obbligatorio alla fine di ogni discorso pubblico, per cui è Gesù, il Gesù vivente, a fare da garante per il secondo emendamento o ad advocare lo small government.

Pensare di negare questa identità tra divinità e libertà individuale, intesa come totale deregolamentazione del vivere comune, è semplicemente impensabile per qualsiasi candidato repubblicano. Nella declinazione del Cristianesimo americano è la stessa divinità, incarnatasi nella Costituzione del 1787, a farsi custode del diritto di girare con una mitragliatrice, giustiziare i detenuti, pagare il meno possibile di tasse o picchiare i figli (durante un comizio di Trump in Nevada, un ospite chiamato sul palco ha rivendicato con orgoglio l’educazione manesca della prole ricevendo applausi scroscianti).

In questo modo, un milionario newyorkese al terzo matrimonio con la seconda modella esteuropea, si ritrova primo nei sondaggi in Iowa tra i fanatici della destra evangelica, solo evocando il più americano degli scenari: un maschio bianco con il fucile di fronte alla fine del mondo.

Dei diciassette candidati alle primarie repubblicane solo in due, il governatore dell’Ohio John Kasich e l’ex governatore della Florida Jeb Bush (rispettivamente 2,8% e 4,8% nei sondaggi su scala nazionale), sono su posizioni moderate se non in senso assoluto almeno rispetto agli altri candidati tra i quali c’è chi propone il divieto di ingresso ai musulmani nel paese (Trump, 34,6%), la costruzione di un muro lungo il confine Messico-USA (Trump), la pena di morte automatica per chi uccide un poliziotto (Trump) o la proibizione dell’aborto anche in caso di incesto o stupro (Cruz, 18,8%; Carson, 8,4%).

Questo conformismo di massa dei candidati repubblicani verso le posizioni della destra apocalittica ha almeno quattro cause:

  • Una parte consistente dell’elettorato repubblicano ha vissuto come un’umiliazione gli otto anni di un presidente che cinquant’anni prima avrebbe dovuto lasciarle il posto sull’autobus. Lo slogan Let’s take our country back va inteso (to the 50s).
  • Nelle elezioni del 2008 il partito repubblicano pensò di allargare il bacino elettorale mobilitando l’intestino più basso del paese con la candidatura alla vicepresidenza, in ticket con il moderato John McCain, della governatrice dell’Alaska Sarah Palin, già al tempo impresentabile ma negli anni protagonista di interventi pubblici del tenore di episodi psicotici. Da allora la destra razzista/paranoide del Tea Party è riuscita ad approfittare del dito allungato dal partito per prenderne possesso del braccio. In poche parole se ancora non comanda direttamente lei, comanda la sua retorica.
  • Gli Stati Uniti sono in una fase di allargamento delle libertà civili, il matrimonio gay è stato riconosciuto dalla Corte Suprema come una legge federale, sempre più stati ammettono l’uso ricreativo della marijuana e sospendono de facto la pena di morte. Parallelamente si è andata sensibilizzando la membrana del politically correct per cui ogni riferimento offensivo nei confronti di una qualsiasi minoranza è duramente ripreso dagli ambienti liberal, fino ai parossismi più isterici come la contestazione contro il rettore di Yale per le maschere da nativo americano indossate da alcuni studenti a Halloween. La libertà di espressione di una volta è caduta in una specie di trappola: negli Stati Uniti di oggi si può marciare in uniforme nazista ma non ci si può rifiutare di decorare la torta per un matrimonio gay.
  • Se da una parte Obama ha miracolosamente risollevato l’economia americana dall’abisso della recessione, in politica estera è stato quantomeno sfortunato sia nel suo interventismo riluttante e disordinato e intempestivo sia nel suo attendismo, dilapidando progressivamente il credito acquisito con l’uccisione di Bin Laden. La Russia ha approfittato del campo libero in Siria e gli effetti della recente riconversione della politica mediorientale americana, con il disgelo verso l’Islam sciita, sono ancora tutti da scoprire. Il mondo di oggi non è più a misura di America e ciò lo rende più pericoloso per l’americano col fucile.

Trump

L’establishment repubblicano non vuole che Donald Trump vinca le primarie. Persino i grandi vecchi della Fox come Bill O’Reilly o Glenn Beck gli stanno remando contro. In un sistema così oliato e interdipendente di lobby e politica, un outsider rappresenta un problema perché va ridiscusso un intero equilibrio di potere vecchio di decenni. A fidarsi dei sondaggi, sembra proprio che una soluzione dovrà essere trovata, a meno che il partito non punti unito verso un candidato che tuttavia ancora non riesce a emergere (Marco Rubio?).

Guardare un comizio di Donald Trump è un’esperienza ottundente, dopo un’ora ad ascoltare rimane in testa solo confusione. Sono discorsi del tutto irricevibili, collage di frasi brevi scollegate tra loro che si perdono in vicoli ciechi. Metà di un discorso lungo un’ora lo dedica a vantarsi dei propri numeri nei sondaggi, della propria sterminata ricchezza personale (in realtà tutta da dimostrare), del grande amore che riceve dalla gente, del successo del suo reality The Apprentice e del suo libro The art of the deal. Tutto ciò in modo molto scombinato, spezzettato: fa molte smorfie, apre milioni di parentesi. Poi dà delle canaglie ai giornalisti e degli stupidi agli avversari. Ogni tanto recita dei mantra: “Cina e Messico ci stanno uccidendo”, o promette generiche riscosse senza specificare come: “Con me vinceremo così tanto che vi stancherete di vincere”. Si tira i capelli per dimostrare che non porta il toupet.

Si vanta di non usare il teleprompter e di andare a braccio e la sua incapacità di elaborare un discorso compiuto incontra felicemente l’incapacità di mantenere l’attenzione del suo pubblico che aspetta la frase a effetto per sbracare, un po’ come da noi si sopportavano gli sproloqui berlusconiani in attesa del “Comunisti!” che avrebbe acceso i cuori.

Quindi niente a che vedere con i sermoni emozionanti e sbobinabili del pastore protestante Obama: nei discorsi di Trump non c’è struttura, non c’è climax, la frase a effetto è nell’aria e può erompere in qualsiasi momento. I discorsi di Obama erano costruiti per strati sovrapposti, accumulavano una tensione che veniva giocata tutta negli ultimi cinque minuti, quando alzava il volume della voce e salmodiava ed elevava gli spiriti. Era un’esperienza religiosa protestante in senso storico.

La cifra dell’esperienza religiosa trumpesca è invece evangelica nel senso della chiesa come crocevia caotico in cui ognuno è libero di cadere in trance, di parlare in lingue e nessuno è obbligato ad ascoltare.

Ma il vero talento di Trump – e la vera analogia con il nostro migliore Berlusconi al di là dei miliardi e della dialettica povera e del mistero voluttuoso dei capelli (nel suo caso un riporto esoterico a quadernino ripiegato) – è quello di scegliersi il terreno dello scontro. Dall’annuncio della sua candidatura ha immediatamente dettato l’agenda dei dibattiti (Messico, Cina, musulmani) costringendo gli avversari sulla difensiva. Con una mossa geniale ha cancellato dalla corsa Jeb Bush, sul quale le lobby avevano investito in massa, semplicemente trasferendo lo scontro dal piano dei contenuti a quello della biopolitica, dandogli del low energy. Da quel giorno il povero Bush, un distinto conservatore della migliore aristocrazia repubblicana, lotta quotidianamente, lontano dalla scena, per dimostrare di non essere moscio. Fa una tenerezza incredibile.

Tutto ciò non sarebbe in ogni caso possibile senza la sinergia con il sistema mediatico che, nella sua furiosa, allucinata missione di far perdere senso al mondo (o di sostituirlo con uno nuovo basato sulle visualizzazioni), si è letteralmente innamorato di Trump, ne asseconda e accredita, tra le risatine isteriche, qualsiasi sparata, e non vede l’ora che ne dica una più grossa.

I democratici

In una qualsiasi altra democrazia queste elezioni non avrebbero storia. Obama ha assunto la presidenza durante la peggiore recessione dal 1929 e in otto anni ha creato quasi 8 milioni di posti di lavoro, portando il tasso di disoccupazione dal 10% del 2009 all’attuale 5%. L’industria dell’automobile che nel 2008 era praticamente fallita adesso viaggia a ritmi di crescita del 20%. La produzione di petrolio è aumentata di quasi il 90%. Con la riforma del sistema sanitario 18 milioni di persone, finora scoperte, hanno adesso un’assicurazione.

Di fronte a questi dati non c’è da stupirsi se Trump abbia impostato la sua campagna elettorale sull’emergenza immigrazione dal Messico, emergenza tra l’altro fantasiosa visto che dal 2009 i messicani che hanno fatto ritorno in Messico sono 14000 in più rispetto a quelli emigrati nello stesso periodo verso gli Stati Uniti.

Eppure l’irrazionalità umorale che regola tanto i destini personali quanto quelli delle nazioni ci dice che questo novembre Hillary Clinton non si porterà la vittoria da casa, e paradossalmente proprio per la sua continuità con la presidenza Obama.

La Clinton, oltre a rappresentare uno dei volti del fallimento della strategia globale americana per i suoi quattro anni da dimenticare come Segretario di Stato, paga infatti l’assenza di una propria narrazione: nei suoi comizi non ha una storia da raccontare, né un’America bianca da terrorizzare; non ha un nemico da combattere e nessuna fine del mondo da anticipare.

L’unica carta che può giocarsi in un orizzonte di discontinuità con l’esistente è la prospettiva di essere il primo presidente donna (ma pur sempre il secondo presidente Clinton), per quello che questa prospettiva può evocare, ancora nel 2016.

Al contrario Bernie Sanders si è fatto portavoce del famoso 99% degli americani affamati dall’1%. Ha in mente una rivoluzione, ovvero trasformare gli Stati Uniti in una democrazia scandinava: redistribuire la ricchezza, demilitarizzare la nazione, chiudere le banche di investimento, istituire la sanità pubblica, rendere il college gratuito. Raccoglie consenso tra i giovani di Occupy Wall Street ma meno tra gli afroamericani dato lo scarso feeling in America tra la comunità nera e quella ebraica.

Ovviamente è fantascienza pensare a un senatore ebreo che si definisce un “democratico socialista” come candidato presidenziale credibile ma per adesso Sanders continua a raccogliere dollari, è avanti in New Hampshire e sta pressando da sinistra Hillary costringendola a prendere posizioni più laterali rispetto al centro che è la sua vera comfort zone.

Conversione al centro

È di qualche giorno fa la notizia che l’ex sindaco di New York Michael Bloomberg potrebbe partecipare come candidato indipendente alle elezioni, ricordando la candidatura di Ross Perot nel 1992, quando impedì a Bush sr la rielezione sottraendogli i voti necessari.

La storia potrebbe ripetersi nel 2016 nel caso in cui Bloomberg erodesse i voti di Trump, facendo vincere una nuova Clinton.

O magari si verificherà davvero quella convergenza degli opposti e gli Stati Uniti avranno infine un presidente miliardario come (e molto più di) Trump, ebreo come Sanders e nativo di quel centro che per il momento Hillary non può permettersi di occupare.

Top 5

 Nello spirito delle risatine isteriche, i cinque momenti finora più divertenti della campagna elettorale per le primarie:

  1. Trump che usa le scale mobili in discesa per andare a fare il discorso di annuncio della candidatura in cui darà degli stupratori ai messicani.
  2. La reazione di Lindsay Graham dopo che Trump ha reso pubblico il suo numero di telefono durante un comizio.
  3. Trump che dimostra come sia impossibile che il coltello che a 14 anni Ben Carson (il neurochirurgo sotto Lorazepam che per qualche oscura ragione a inizio novembre è stato il front runner repubblicano) ha tentato di conficcare in pancia a un amico si sia spezzato colpendo la fibbia della cintura di quest’ultimo.
  4. Carson che conferma non senza amor proprio la circostanza di cui sopra nonché di avere inseguito la madre con un martello.
  5. Il backstage del video elettorale in cui l’anguillesco ultraconservatore Ted Cruz (testa a testa in Iowa con Trump) riceve indicazioni su come abbracciare i propri cari.

 

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La fiction occidentale del Califfato https://minimaetmoralia.it/interventi/la-fiction-occidentale-del-califfato/ https://minimaetmoralia.it/interventi/la-fiction-occidentale-del-califfato/#comments Mon, 23 Nov 2015 06:00:29 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=29201 Pubblichiamo la versione integrale di un intervento di Silvia Ronchey apparso su la Repubblica, ringraziando l'autrice e la testata.

di Silvia Ronchey

“Se guardi ciò che Maometto ha portato di nuovo, troverai  solo cose cattive e disumane, come la sua direttiva di diffondere per mezzo della spada la fede che predicava”. La radice dell’idea tanto distorta quanto ormai vulgata sulla natura intrinsecamente violenta della religione islamica e sulla barbarie della sua tradizione bellica, che trapela dalla pubblicistica specialmente americana, sta forse nelle parole che Benedetto XVI citò nel 2006 a Ratisbona, chiamando tendenziosamente in causa l’imperatore bizantino Manuele II, rappresentante dell’impero che nel medioevo più a lungo e più da vicino aveva conosciuto l'ecumenismo egualitario, ispirato alla predicazione di Maometto e a espliciti brani del Corano, che contraddistingueva il califfato ommayade, abbaside, fatimida, poi il sultanato selgiuchide e osmano.

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crusad

Pubblichiamo la versione integrale di un intervento di Silvia Ronchey apparso su la Repubblica, ringraziando l’autrice e la testata.

di Silvia Ronchey

“Se guardi ciò che Maometto ha portato di nuovo, troverai  solo cose cattive e disumane, come la sua direttiva di diffondere per mezzo della spada la fede che predicava”. La radice dell’idea tanto distorta quanto ormai vulgata sulla natura intrinsecamente violenta della religione islamica e sulla barbarie della sua tradizione bellica, che trapela dalla pubblicistica specialmente americana, sta forse nelle parole che Benedetto XVI citò nel 2006 a Ratisbona, chiamando tendenziosamente in causa l’imperatore bizantino Manuele II, rappresentante dell’impero che nel medioevo più a lungo e più da vicino aveva conosciuto l’ecumenismo egualitario, ispirato alla predicazione di Maometto e a espliciti brani del Corano, che contraddistingueva il califfato ommayade, abbaside, fatimida, poi il sultanato selgiuchide e osmano.

Nel pacifico dialogo con il direttore della madrasa di Ankara, nel 1391, il basileus Manuele affermava che “la conversione mediante violenza è cosa irragionevole e contraria alla natura di Dio”, ma si riferiva sottilmente alla Quarta Crociata, che nel 1204 aveva “deviato” su Costantinopoli scagliando sul ricco impero una razzia ben più vandalica e rovinosa di quella portata due secoli e mezzo dopo dalla conquista turca. Un modello di guerra santa cristiana perpetrata da eserciti cristiani che portavano nel nome di Dio  — “Dieu le veult” — devastazioni e massacri di massa ben noti agli storici, dall’illuminismo agli studi novecenteschi di Steven Runciman.

Quando il califfo omayyade Umar ibn al-Khattab, successore del Profeta e creatore della prima struttura politica dello stato islamico, era entrato a Gerusalemme nel 638, aveva assicurato il rispetto della vita, del culto e delle proprietà dei cristiani al patriarca Sofronio, che pure per due anni aveva guidato la resistenza antiaraba. Aveva visitato la basilica bizantina dell’Anastasis e quando era sopraggiunta l’ora della preghiera l’aveva recitata fuori dalle sue mura, per evitare che i musulmani le rivendicassero. Ogni atto compiuto dal califfo, e riportato concordemente dalle fonti musulmane come cristiane, serviva a sottolineare la proverbiale tolleranza araba verso chi rimaneva fedele al proprio culto. La forza dell’irresistibile espansione islamica non era solo militare, era anche morale.

Non solo la natura storica dell’antico califfato — cui la propaganda dell’Is oggi rinvia con la stessa tendenziosa attualizzazione ideologica con cui poteva rifarsi Mussolini alla Roma di Augusto — non ha nulla a che fare con quella del sedicente stato islamico di al-Baghdadi. Non solo la sovrastruttura religiosa che invoca non rispecchia quella dell’antico islam a livello scritturale, dottrinale, storico. Ma il comportamento dell’islam nelle sue guerre califfali è il contrario esatto di quello che abbiamo visto, in una sorta di aberrante trailer, nell’atroce regia degli attentati di Parigi.

L’immagine del barbaro musulmano che il copione vuole offrirci, coerente con le sanguinarie performance con cui l’Is ha scandito la sua avanzata in oriente, mirante a indurre nell’occidente un delirio collettivo, porta le nostre più profonde paure al parossismo nel momento in cui ci restituisce non tanto un’immagine di sé quanto quella sedimentata dal tempo nel nostro inconscio sociale: un’immagine propagandistica creata nel medioevo, nella sua storiografia confessionale in particolare papista, e ripresa acriticamente a partire dall’11 settembre da una propaganda globale che ha insinuato l’”intrinseca negatività” della religione musulmana attraverso le suggestioni del clero cattolico e del personale politico proiettate in crescendo sull’immaginario mondiale.

Quella di Parigi è una narrazione orrifica del fondamentalismo che ha poco di fondatamente orientale, ma è essenzialmente costruita con materiali occidentali. È una riverberazione mediatica della nostra idea dell’infedele islamico come barbaro sterminatore storicamente ancora meno legittima di quella del cristiano come crociato specularmente propalata nel 2001 dal fanatico proclama urbi et orbi di Osama Bin Laden, quando, pochi giorni dopo l’11 settembre, lanciò attraverso al-Jazeera il suo storico appello “contro i crociati americani”.

Lo spettacolo sacrificale di Parigi è un uso mistificato di una narrazione fittizia dell’islam: della sua fiction, concepita per produrre orrore mettendo in scena un dramma che ha l’insensatezza incalzante dell’horror occidentale, che coinvolge il giovane pubblico dello stadio e del teatro, che avvera nel sangue il suo plot e lo amplifica riecheggiandolo nell’utenza mediatica totale.

Oltreché, dichiaratamente, un’orribile rappresaglia, quella di Parigi è  un’autentica autodemonizzazione. Più che riuscita, e in senso letterale, se ha spinto il presidente Obama a proclamare apertamente che l’Is è il diavolo. Affermazione giusta e perfino salutare se intesa a livello psicologico, perché è appunto questo, il male assoluto, che l’Is vuole rappresentare. Molto pericolosa e ingiusta se rischia di immedesimare quel diavolo nella religione e nella tradizione che falsamente l’Is sostiene di rappresentare.

Nella fantasia di sé come incarnazione dell’islam che con la sua strategia comunicativa vuole diffondere è deviante, accecante, ambiguo, delusivo e già in questo autenticamente diabolico, secondo la tradizionale accezione patristica cristiana del diavolo, in greco diabolos, l’obliquo, il mistificatore, il tentatore che nel deserto usa le nostre stesse visioni e fantasie. Contro l’entificazione del diavolo, la sua identificazione nell’uno o nell’altro ente reale, si sono battuti due millenni di teologia cristiana, da Agostino in poi.

Nel discorso più profondo di ogni religione, il demonio, il maligno, l’avversario, è l’ingannatore che agisce in noi. Se l’Is descrive e oggettiva la nostra stessa demonizzazione dell’islam, il fanatismo dell’Is realmente rappresenta il diavolo, ma attraverso lo specchio capovolto della nostra perdurante fragilità: la vulnerabilità al dogmatismo e all’ideologia, la semplificazione della verità storica, la censura, o autocensura, della sua e nostra complessità.

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«The Walk» e «Spectre»: la libertà in bilico sul filo https://minimaetmoralia.it/cinema/the-walk-e-spectre-la-liberta-in-bilico-sul-filo/ https://minimaetmoralia.it/cinema/the-walk-e-spectre-la-liberta-in-bilico-sul-filo/#comments Wed, 18 Nov 2015 15:30:38 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=29160 Questo articolo è uscito sulla Gazzetta del Mezzogiorno, che ringraziamo.

Leggenda vuole che il padre dei fratelli Lumière giudicasse « u n’invenzione senza futuro» il cinematografo appena concepito nel 1895 a Parigi. Non è andata proprio così, il che oltretutto la dice lunga sulla perspicacia dei genitori. Non v’è dubbio infatti che il cinema sia un simulacro della macchina del tempo, ovvero quanto di più vicino si possa immaginare al sogno dell’uomo di viaggiare in epoche diverse, che si tratti di risuscitare gli spiriti del passato o di costruire un futuro allettante. Ogni tanto alcuni film giungono a ribadire questa valenza onirica eppure profondamente «realistica» del Cinema. Non sono sempre film d’autore, magari di quelli – prediletti da Woody Allen – che contengono la parola «morte» nel titolo. Anzi, spesso la resistenza immaginifica al presente «immutabile» o la scorribanda fra utopie e distopie si annida in prodotti spettacolari di massa.

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Questo articolo è uscito sulla Gazzetta del Mezzogiorno, che ringraziamo.

Leggenda vuole che il padre dei fratelli Lumière giudicasse « u n’invenzione senza futuro» il cinematografo appena concepito nel 1895 a Parigi. Non è andata proprio così, il che oltretutto la dice lunga sulla perspicacia dei genitori. Non v’è dubbio infatti che il cinema sia un simulacro della macchina del tempo, ovvero quanto di più vicino si possa immaginare al sogno dell’uomo di viaggiare in epoche diverse, che si tratti di risuscitare gli spiriti del passato o di costruire un futuro allettante. Ogni tanto alcuni film giungono a ribadire questa valenza onirica eppure profondamente «realistica» del Cinema. Non sono sempre film d’autore, magari di quelli – prediletti da Woody Allen – che contengono la parola «morte» nel titolo. Anzi, spesso la resistenza immaginifica al presente «immutabile» o la scorribanda fra utopie e distopie si annida in prodotti spettacolari di massa.

Pensate per esempio a Blade Runner di Ridley Scott e a Ritorno al futuro di Robert Zemeckis che nella prima metà degli anni Ottanta influirono non poco sulla pre-visione dei tempi, fondando modelli pop e «archetipi» che hanno fatto breccia persino nei modi di dire. In queste settimane è nelle sale l’ultimo film di Zemeckis, The Walk, una biografia del funambolo francese Philippe Petit al clou nella leggendaria impresa del 7 agosto 1974. Petit camminò per un’ora su e giù lungo un cavo sospeso tra le Torri Gemelle del World Trade Center di New York, a 400 metri dal suolo senza protezione alcuna, tranne quella dei numi delle altezze.

Gli stessi dei si distrassero l’11 settembre 2001 quando le Torri furono centrate e abbattute da due aerei controllati dai terroristi islamici. Il film è già stato recensito su queste colonne, ma qui mette conto rilevare la paradossale «nostalgia del futuro » che Zemeckis e il suo protagonista Joseph Gordon-Levitt riescono a infondere. Ovviamente The Walk non fa cenno al crollo delle Torri – l’evento mediatico più inflazionato di tutti i tempi, visto e rivisto milioni di volte -, ma è inevitabile non pensarvi. È impossibile non «riguardare» l’11 settembre 2001 con lo sguardo retrospettivo del 1974 e con la grazia «aerea» del protagonista.

All’indomani dell’attentato, lo scrittore Don DeLillo parlò di «rovine del futuro» in un articolo memorabile: «Gente che si butta dalle Torri mano nella mano. Questo fa parte della contro-narrazione, uniti mani e spirito, l’umana bellezza dentro il collidere delle reti d’acciaio. Nella defezione di ogni termine di paragone l’avvenimento si impone nella sua unicità. C’è come un vuoto nel cielo». (In The Ruins of the Future, «Harper’s Magazine», dicembre 2001). Un vuoto nel cielo, un vuoto nella terra (Ground Zero) e un vuoto sullo schermo.

Il cortometraggio del messicano Alejandro Gonzáles Iñárritu, uno degli undici registi che raccontarono il «loro» 11 settembre nell’antologia 11’09’’01, è dominato dall’oscurità, interrotta di tanto in tanto dai flash di persone in caduta «libera» dalle Twin Towers. Una rivendicazione disperata di identità: il suicidio nella strage collettiva. In sottofondo, voci confuse registrate quel giorno, imprecazioni, stupori, cronache concitate, una babele radiofonica che lentamente si sublima in una litania, un mantra, una preghiera collettiva. Iñárritu andò al cuore della questione: la necessità di inverare la realtà trasfigurata dalla fiction, la «riscoperta» del mondo. Né fu il solo ad ammantare di buio l’evento sullo schermo.

Un regista decisamente più «politico», Michael Moore, opera la stessa scelta in Fahrenheit 9/11 (2004). L’implacabile satira anti-Bush si placa nella scena dedicata alle Torri colpite e Moore lascia che siano le voci sullo schermo cupo a scandire la tragedia che provocò tremila vittime. La passeggiata beffarda e poetica nell’epilogo di The Walk, una sfida ai poliziotti e alla forza di gravità, simbolicamente «ricostruisce» pietra su pietra i grattacieli distrutti e restituisce loro una luce siderea: vivida quando è già estinta, come per le stelle e il desiderio (etimo comune). Così Zemeckis continua a desiderare il «ritorno al futuro », ossessionato dal domani che soltanto nel passato si sarebbe potuto modificare… Ah, se Osama Bin Laden avesse saputo che «la creatività è il crimine perfetto», secondo il titolo di un libro di Petit!

Per due edifici che «risorgono» sul grande schermo, eccone due che rovinano al principio e alla fine di Spectre: un vetusto palazzo a Città del Messico e una modernissima torre londinese. È il ventiquattresimo capitolo della saga di 007, diretto dal britannico Sam Mendes, con Daniel Craig ormai dubbioso persino di se stesso e perciò assai amabile. James Bond si innamora della tenebrosa gioventù di Léa Seydoux (nel film porta il nome proustiano di Madeleine Swann), sebbene non disdegni le grazie mature di Monica Bellucci, la prima Bond-Milf della serie, una vedova. Un altro mondo è possibile per 007? In Spectre la nostalgia di un futuro «alternativo » attiene al ruolo e alle modalità dei servizi segreti, ormai appannaggio di un potere super-tecnologico che preferisce intercettare/ricattare/ manipolare chicchessia rispetto alla vecchia azione sul campo. Là dove, dice Ralph Fiennes (il nuovo M), la licenza di uccidere significa parimenti «la licenza di non uccidere ». Bisogna guardare negli occhi l’antagonista prima di premere il grilletto, aggiunge il direttore del «MI6». E lo dice all’odioso «professorino», amico del ministro di turno, che sta unificando i servizi di tutto il mondo, guidato da un delirio di onnipotenza alla Grande Fratello. Il progetto prevede tra l’altro la «rottamazione» di Bond e compagni. Però 007 e i suoi amici non glielo permetteranno, sfuggendo all’esplosione del grattacielo high tech sulle rive del Tamigi. È un crollo speculare e contrario a quello delle Torri Gemelle: qui sono i servizi «deviati» a programmare l’attentato.

Ben più di quel che si vide, sostenne il filosofo francese Jacques Derrida, fu ciò che l’11 settembre 2001 non si vide ad agire in noi con inusitata violenza, lasciandoci in balia del caos. «Decostruendo » l’evento da par suo, Derrida si chiedeva: cosa è successo nei Boeing? Cosa nelle Torri? E cosa possiamo aspettarci dopo un attacco del genere? Adesso, alla sua maniera, prova a rispondere 007: dobbiamo aspettarci un deficit crescente di democrazia e u n’evanescenza della realtà che, in Spectre, riacquista i suoi contorni soltanto nel deserto marocchino. Abbiamo qualche chance? Sì, perderci negli occhi di una Madeleine o camminare su un filo con la testa fra le nuvole. Non sempre finisce male.

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Nella biblioteca di Osama Bin Laden: Al Qaeda vs Stato islamico https://minimaetmoralia.it/approfondimenti/nella-biblioteca-di-osama-bin-laden/ https://minimaetmoralia.it/approfondimenti/nella-biblioteca-di-osama-bin-laden/#comments Thu, 28 May 2015 16:36:56 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=27054 Questo pezzo è uscito su Reset

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Kabul

Ci sono almeno due modi per leggere e interpretare i documenti di Osama bin Laden resi pubblici mercoledì scorso. La lettura a volo d’uccello della lista dei libri ritrovati e il “close reading” dei messaggi e delle lettere di natura operativa. La prima serve ad avere un quadro complessivo – anche se parziale – degli interessi di Osama bin Laden, delle sue abitudini personali, del suo universo ideologico-culturale. La seconda serve invece a capire cosa intendesse fare Osama bin Laden della sua organizzazione, e cosa la distingua dal gruppo che ha conquistato l’egemonia nel panorama del jihadismo contemporaneo: lo Stato islamico.

In un articolo pubblicato sul sito War on the Rocks, Clint Watts – già agente speciale dell’Fbi e ora ricercatore senior al Foreign Policy Research Institute di Philadelphia e al George Washington University Center for Cyber and Homeland Security – fornisce indicazioni utili per una lettura selettiva, e ricorda una cosa fondamentale: Bin Laden era un terrorista. Come tale, programmava attentati, elaborava piani strategici, compiva scelte tattiche, forniva indicazioni concrete (spesso disattese) ai suoi seguaci.

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Kabul

Ci sono almeno due modi per leggere e interpretare i documenti di Osama bin Laden resi pubblici mercoledì scorso. La lettura a volo d’uccello della lista dei libri ritrovati e il “close reading” dei messaggi e delle lettere di natura operativa. La prima serve ad avere un quadro complessivo – anche se parziale – degli interessi di Osama bin Laden, delle sue abitudini personali, del suo universo ideologico-culturale. La seconda serve invece a capire cosa intendesse fare Osama bin Laden della sua organizzazione, e cosa la distingua dal gruppo che ha conquistato l’egemonia nel panorama del jihadismo contemporaneo: lo Stato islamico.

In un articolo pubblicato sul sito War on the Rocks, Clint Watts – già agente speciale dell’Fbi e ora ricercatore senior al Foreign Policy Research Institute di Philadelphia e al George Washington University Center for Cyber and Homeland Security – fornisce indicazioni utili per una lettura selettiva, e ricorda una cosa fondamentale: Bin Laden era un terrorista. Come tale, programmava attentati, elaborava piani strategici, compiva scelte tattiche, forniva indicazioni concrete (spesso disattese) ai suoi seguaci.

Scartabellare la lista delle sue letture per avere un quadro dell’uomo Osama bin Laden ci restituisce un quadro forse utile, ma tutto sommato prevedibile e rassicurante nella sua prevedibilità. Studiare le lettere che inviava ai suoi seguaci, le indicazioni su ciò che in linea di principio era loro permesso e ciò era vietato, ci dice molto sulla natura organizzativa di al Qaeda. E come vedremo anche sulle ragioni per cui, più che gli epigoni di al Qaeda, dovremmo temere i membri dell’organizzazione rivale, lo Stato islamico.

Prima di vedere dove ci portano le due letture, un paio di premesse. I documenti resi pubblici mercoledì sono soltanto una parte di quelli trovati nel rifugio di Abbottabad nel maggio 2011, una vera e propria piccola biblioteca universitaria secondo i funzionari americani. Non sappiamo con quali criteri siano stati selezionati e scelti per la pubblicazione, né quali siano gli altri documenti ancora segretati. Non sappiamo se la pubblicazione faccia parte – come qualcuno sospetta – di una “damage control propaganda” per esorcizzare le domande poste dal giornalista Seymour Hersh sulla veridicità del racconto dell’amministrazione Obama sull’uccisione di Osama bin Laden. Secondo uno dei portavoce della Cia, Jeffrey S. Anchukaitis, l’analisi dei documenti da pubblicare è iniziata nel maggio 2014, proseguirà per tutta l’estate e ha avuto un’improvvisa accelerazione perché la Casa Bianca ha deciso di assecondare “il crescente interesse del pubblico”. Bontà loro.

Molti documenti pubblicati mercoledì erano disponibili dal 2012, ha ricordato Jason Burke dalle pagine del Guardian. D’altronde già nel 2006 il Combating Terrorism Center dell’accademia militare di West Point ha cominciato a declassificare per la prima volta, nell’ambito del progetto Harmony, alcuni documenti del gruppo fondato da Osama bin Laden nel 1998.

La lettura a volo d’uccello

Ma veniamo alle due letture. La prima, a volo d’uccello, ci restituisce l’immagine complessiva un uomo che, a dispetto dei problemi di comunicazione e dell’isolamento coatto, cerca di restare aggrappato al mondo esterno, di comprenderne i cambiamenti, e di veder confermati i propri pregiudizi sul grande Satana.

Bin Laden vive nel compound di Abbottabad con una famiglia numerosa. Tre mogli, diversi figli, una dozzina di nipoti. Sente forte la mancanza degli altri figli e della moglie Khayriyah, che dal 2001 vive agli arresti domiciliari in Iran. Dà loro consigli (“attenzione alle brutte compagnie, soprattutto femminili”, manda a dire ai figli). Non riesce a comunicare quanto vorrebbe anche perché è ossessionato dalla sicurezza. Sa che le tecniche di spionaggio degli americani sono sofisticate. Che ogni piccolo dettaglio potrebbe condurre alla cattura. O alla morte. In una lettera del 7 agosto 2010 scrive a un suo uomo: “il nemico può facilmente monitorare tutto il traffico email […]. La computer science non è una nostra scienza e non l’abbiamo inventata noi. Credo che sia un grande rischio dipendere dalla criptazione per inviare messaggi segreti”.

A una delle mogli che torna da un viaggio all’estero consiglia di lasciare dietro di sé ogni cosa, inclusi i vestiti, perché le cimici potrebbero essere dovunque. La sua ossessione non è campata in aria. Secondo alcuni documenti forniti dal contractor della Nsa Edward Snowden e resi noti dal sito The Intercept, la National Security Agency avrebbe elaborato un piano – Medical Pattern of Life: Targeting High Value Individual #1 – per nascondere strumenti di spionaggio nelle apparecchiature mediche potenzialmente destinate a Bin Laden.

Mentre cerca di mantenere saldo il legame con il resto della famiglia, lo sceicco saudita coltiva i suoi interessi. Prova a interpretare il mondo e le sue trasformazioni. La sua biblioteca è ricca ed eclettica, ma tutto sommato scontata. Noam Chomsky (con Hegemony or Survival: America’s Quest for Global Dominance), pensatore della sinistra radical e contestatore delle politiche imperialiste americane, va bene. Un po’ meno Michel Chossudovsky, che nel suo America’s War on Terrorism finisce per trasformare Bin Laden in un fantoccio nelle mani degli americani. Bin Laden è ossessionato dall’occidente e dagli Stati Uniti, ha scritto la critica letteraria del New York Times, Michiko Kakutani. Nella biblioteca ci sono testi recenti ma ormai classici come Obama’s Wars di Bob Woodward eThe Rise and Fall of the Great Power di Paul Kennedy.

Studia il nemico e vuole sapere quanto il nemico conosca la sua organizzazione. Legge e rilegge gli studi dei più accreditati think tank internazionali, inclusi quelli legati all’accademia militare di West Point, come Rand Corporation e Combating Terrorism Center. Legge Imperial Hubris di Michael Scheuer, l’ex funzionario della Cia che coordinava gli sforzi per catturarlo. Non si lascia ovviamente sfuggire il rapporto ufficiale della Commissione americana sugli attacchi dell’11 settembre, oltre che i rapporti del centro di ricerca del Congresso americano.

La politica, le relazioni internazionali, il cambiamento climatico, l’islamismo politico dei padri del jihadismo contemporaneo (Abdallah Azzam e Sayyd Qutb), l’economia francese degli anni Trenta, l’agricoltura delle palme, le analisi sul terrorismo. C’è un po’ di tutto nella lista dei libri di Bin Laden. Peccato che manchi un testo fondamentale come Le altissime torri, di Lawrence Wright. Perfino Osama avrebbero potuto imparare qualcosa su al Qaeda, la sua creatura.

La lettura operativa

Il grande errore di chi analizza i documenti di al Qaeda, sostiene Watts nell’articolo War on the Rocks già citato, è di concentrarsi eccessivamente sulle idee strategiche, piuttosto che sulle istruzioni operative. “Con i documenti di al Qaeda, preferisco concentrarmi su ciò che fanno, piuttosto che su ciò che dicono. I ragazzi di al Qaeda formulano sempre piani”. Quelle istruzioni operative non sono soltanto interessanti di per sé, dice Watts, ma risultano fondamentali, perché aprono una finestra su un mondo altrimenti inaccessibile: raccontano le motivazioni che si nascondono dietro al reclutamento di un jihadista, spiegano il funzionamento interno di un’organizzazione terroristica, anche nei particolari minori, apparentemente secondari.

Seguiamo allora i suoi consigli e puntiamo l’attenzione sui documenti operativi. Alcuni documenti rivelano aspetti quotidiani, di micro-gestione di una macchina economica e militare complessa. Altri illuminano la futura traiettoria di al Qaeda e spiegano, almeno in parte, il declino di al Qaeda come brand del jihadismo globale e il successo dello Stato islamico. Tra i primi ci sono per esempio alcuni fogli contabili relativi alle spese sostenute tra l’aprile e il dicembre 2009. Osama tiene i conti da vero burocrate. Ce lo immaginiamo nel suo camicione lungo, seduto alla scrivania, gli occhi stretti puntati sul quadernino degli appunti. Una delle mogli che dice “Osama, torna a letto. Si è fatto tardi”. Bin Laden si preoccupa delle spese. Nell’agosto del 2010 scrive a un suo sottoposto, dicendogli di non anticipare gli stipendi mensili agli agenti operativi di al Qaeda. “Potrebbero spenderli e tornare chiedendo un prestito”. Ogni azienda ha i suoi problemi.

Molti commentatori hanno trovato interessante la job application destinata agli aspiranti jihadisti: “Quanto Corano conosci a memoria?”, “Quali predicatori segui?”, “Qualcuno della tua famiglia o dei tuoi amici lavora per il governo?”, “Sei disposto al martirio?”. Domande semplici. Alle quali si prega di rispondere scrivendo “in modo chiaro e leggibile”, includendo soprannomi, hobby. E conoscenza delle lingue straniere. Che non fa mai male.

Queste sono alcune delle indicazioni operative, concrete, che emergono dalla lettura dei documenti resi pubblici mercoledì. Ma facciamo un passo ulteriore. Cerchiamo di capire cosa ci dicono tali documenti sull’organizzazione di Bin Laden, sulla sua parabola militare, sulle differenze rispetto allo Stato islamico. Grazie alle conoscenze ai piani alti del Pentagono e del Dipartimento della Difesa, il giornalista Peter Bergen ha avuto accesso non solo ai documenti pubblicati mercoledì, ma a molti altri, ancora riservati. L’impressione che ne ha avuto è quella di un terrorista che continua a immaginare piani di attacco poco credibili agli Stati Uniti, mentre fatica a tenere le redini di un’organizzazione che si è espansa oltre i suoi propositi iniziali.

I luoghi dove tutto ha preso vita nel 1998, le montagne del Pakistan, non sono più sicuri come una volta. I droni americani colpiscono duro. I vari gruppi affiliati ad al Qaeda in giro per il mondo agiscono troppo di testa loro. Sono tre, in particolare, le questioni che non fanno dormire sonni tranquilli a Bin Laden. Le stesse che mostrano quanto al Qaeda sia diversa dallo Stato islamico.

Le vittime civili e l’unità della comunità islamica

Il 3 dicembre del 2010 Bin Laden scrive all’allora leader dei Talebani pakistani, Hakimullah Meshud. Gli intima di interrompere la campagna di attacchi contro le moschee e i mercati, che ha già causato centinaia di vittime civili. È una lettera dai contenuti molto simili a quella inviata nel 2007 in Somalia, affinché i “fratelli somali riducano il danno dei musulmani del mercato di Bakarah come risultato dell’attacco ai quartier generali delle forze africane”. “Siate compassionevoli con la popolazione”, suggerisce ai guerriglieri locali. Non uccidete i membri delle tribù locali, scrive invece a uno dei leader di al Qaeda nella penisola arabica, il gruppo con base nello Yemen. L’obiettivo è chiaro: non ripetere gli errori compiuti nell’Iraq occidentale.

Sul nome di al Qaeda pesa infatti un’ipoteca negativa. Quella guadagnata con la loro brutalità dai gruppi affiliati ad al Qaeda in Iraq. In qualche occasione bin Laden suggerisce di tenere nascosto il legame con la casa-madre: il 7 agosto del 2010 scrive a Mukhtar Abu al-Zubair, il leader della milizia al-Shabaab in Somalia. “Se ve lo chiedono, è meglio dire che c’è una relazione con al Qaeda, ma semplicemente una connessione islamica fraterna, niente di più”. Tenete la vostra affiliazione ad al Qaeda segreta. Attirerete meno attenzione. E riuscirete a guadagnarvi più facilmente i finanziamenti del mondo arabo. Dichiarare pubblicamente il legame con al Qaeda sarebbe controproducente per i ribelli somali. Così pensa e scrive Bin Laden.

Che arriva perfino a pensare di cambiare nome alla sua organizzazione, anche per ragioni di strategia comunicativa, ricorda Peter Bergen. In un memo interno scrive: “Obama dice ‘la nostra guerra non è contro l’Islam o contro i musulmani, ma contro l’organizzazione di al Qaeda’. Così, se la parola al Qaeda fosse derivata o avesse un legame più forte con la parola ‘Islam’ o ‘musulmani’, o se includesse il nome ‘Partito islamico’, sarebbe più difficile per Obama riuscire a dirlo”. Bin Laden suggerisce alcuni nomi alternativi rispetto all’ormai tradizionale al-Qaeda: “Gruppo del jihad e del monoteismo; Gruppo del monoteismo e della difesa dell’Islam; Gruppo per la Restaurazione del Califfato; Gruppo per l’unità islamica…”.

La questione dell’unità islamica è centrale, per comprendere le differenze tra al Qaeda e lo Stato islamico. Hassan Hassan, co-autore di un libro importante sull’ascesa dello Stato islamico (Isis. Inside the army of terror) recentemente ha ricordato che Bin Laden mirava a rendere popolare il jihad, voleva persuadere gli altri musulmani a unirsi alla lotta, creare un fronte comune. Il leader dello Stato islamico Abu Bakr al-Baghdadi, che su questo eredita l’impostazione del suo predecessore Abu Musab al-Zarqawi, ritiene invece che sia essenziale combattere gli altri gruppi militanti sunniti che si oppongono al suo progetto, e ovviamente gli sciiti. La sua è innanzitutto una guerra interna al mondo musulmano. Portata avanti a colpi di “takfirismo”, la corrente dottrinaria che fa della scomunica degli altri musulmani, considerati eretici, apostati o complici dei miscredenti occidentali, il motore principale del jihad.

Entrambi i gruppi si ispirano al salafismo, la corrente teologica dell’Islam sunnita che punta alla purificazione della fede e che contrassegna ideologicamente gran parte del jihadismo contemporaneo. Ma c’è salafismo e salafismo (ce n’è perfino uno quietista). E come nota il ricercatore Cole Bunzel in un saggio per la Brookings Institution di Washington, al di là di un comune ricorso a un rigorismo testuale nell’interpretazione del Corano, ancorato a una tradizione teologica premoderna, le differenze tra i due gruppi sono più marcate di quanto non appaiano agli occhi dei profani. “Se dovessimo collocare il jihadismo lungo uno spettro politico – scrive Bunzel in From Paper State to Caliphate: The Ideology of the Islamic State – al-Qaeda rappresenterebbe la sinistra, e lo Stato islamico la destra”.

Gli Stati Uniti, la destra e la sinistra jihadista

È vero dunque, come è stato scritto su Foreign Policy, che le lettere ritrovate nel rifugio di Bin Laden illustrano bene le differenze tra al Qaeda, la vecchia scuola del movimento jihadista, e le nuove leve, quelle dello Stato islamico. Sinistra e destra del jihadismo contemporaneo, al Qaeda e lo Stato islamico, differiscono profondamente su quali siano i nemici da combattere, su quali siano le strategie e le tattiche da adottare per sconfiggerli. Lo hanno spiegato in modo chiaro su The National Interest Daniel Byman e Jennifer Williams. Scopo ultimo di al-Qaeda è sì il rovesciamento dei regimi apostati e corrotti del Medio oriente e la loro sostituzione con governi ‘puramente’ islamici, ma l’obiettivo primario rimangono gli Stati Uniti, il “nemico lontano”. I documenti ritrovati nel covo di Abbottabad lo confermano.

“Dobbiamo estendere e sviluppare le nostre operazioni in America, senza limitarci a far saltare in aria gli aeroplani”, scrive Bin Laden al leader dei suoi affiliati in Yemen. Uccidere gli americani è prioritario, rispetto all’uccisione dei soldati o poliziotti yemeniti. In una lettera destinata ad Atiyah Abd al-Rahman, che sarebbe divenuto il capo delle operazioni di al Qaeda prima di essere ucciso con un raid nel 2012, Bin Laden suggerisce apertamente di informare i membri di al Qaeda nel Maghreb Islamico (Aqim) di rinunciare alle operazioni contro le forze di sicurezza locali, “le fronde”, e di “concentrarsi sul tronco americano”.

Per Jason Burke, tra i documenti resi pubblici mercoledì, molti “sembrano tentativi di mantenere al Qaeda concentrata sulla ventennale strategia di colpire il ‘nemico lontano’, gli Stati Uniti e i suoi alleati occidentali, piuttosto che lasciarsi invischiare in battaglie contro le autorità del mondo islamico”. L’ostacolo principale alla ribellione delle masse arabe, ne è convinto Bin Laden, è il sostegno economico, militare e politico degli Stati Uniti ai regimi arabi e mediorientali. Abu Bakr al-Baghdadi ritiene invece che il fronte principale del jihad sia quello “interno”, dei regimi arabi: il “nemico vicino”. E che per combattere la loro corruzione morale e materiale occorra innanzitutto purificare la comunità islamica, eliminare l’idolatria (shirk), affermare l’unicità di Dio (tawhid), attaccando gli sciiti e le altre minoranze religiose.

Per lo Stato islamico la violenza sanguinaria va dunque indirizzata, prima ancora che contro il “nemico lontano”, gli Stati Uniti, contro il “nemico vicino”, gli sciiti e tutti quei musulmani sunniti compromessi con i regimi oppressivi del Medio Oriente e non solo. Bin Laden e i suoi seguaci hanno sempre avuto un atteggiamento più pragmatico: gli sciiti sono degli apostati, certo, ma attaccarli in modo esplicito sarebbe controproducente, sul breve e sul lungo termine. La rivoluzione di al-Qaeda vuole essere globale. Ha bisogno delle masse, e le masse musulmane faticano a comprendere la violenza contro gli sciiti, oltre a considerare secondarie le differenze dottrinali tra sciiti e sunniti. Al-Qaeda, da questo punto di vista, è un gruppo più orientato al pragmatismo politico: laddove conviene in termini strategici o tattici, segue le vie di mezzo, rinuncia alla purezza dottrinaria. Lo Stato islamico al contrario non accetta compromessi sulle questioni dottrinali, ricorda Cole Bunzel.

Il Califfato

Pragmatismo politico-militare versus purismo dottrinale. Semplificando, potremmo sintetizzare così la differenza tra al Qaeda e lo Stato islamico. Che si riflette anche sulla questione del Califfato. Nei documenti di Abbottabad emerge un Osama bin Laden molto preciso su questo punto: frena, dice di aspettare, nota che i tempi non sono maturi. Se non si sconfigge prima il grande nemico – gli Stati Uniti – ogni tentativo di istituire uno Stato islamico sarà destinato alla sconfitta, pensa. Lo ha dimostrato il rovesciamento nel 2001 dell’Emirato islamico d’Afghanistan, il regime dei Talebani fatto fuori a colpi di B-52.

Osama invita i membri di al Qaeda nella penisola arabica a rinunciare a ogni possibile ambizione a dichiarare un Califfato islamico. I combattenti “per ora” devono “evitare di insistere sulla formazione di uno Stato islamico, e lavorare alla distruzione del potere del nostro grande nemico, attaccando le ambasciate americane nei paesi africani, come Sierra Leone, Togo, e soprattutto attaccando le compagnie petrolifere americane”. Non siate troppo ambiziosi, scrive agli affiliati yemeniti: “Il popolo yemenita non è ancora veramente pronto per un governo formato da al Qaeda”.

Con Atiyah Abd al-Rahman è ancora più preciso. “Dobbiamo enfatizzare l’importanza del tempo nell’instaurazione dello Stato islamico”, scrive in una lettera. “Dobbiamo essere consapevoli che la pianificazione per l’instaurazione dello Stato comincia con la sconfitta della grande potenza che ha rafforzato l’assedio sul governo di Hamas, e che ha spodestato l’Emirato islamico in Afghanistan e Iraq […] Dobbiamo tenere in mente che questa potenza ha ancora la capacità di mettere sotto assedio lo Stato islamico e che tale assedio potrebbe forzare la popolazione a spodestare il loro governi debitamente eletti”.

Osama bin Laden, nel 2011, prima di venire ucciso, è un veterano del jihad. Un politico navigato. Conosce l’importanza dei rapporti di forza, in guerra come in diplomazia. Ha rinunciato a sognare il grande Califfato. Il suo sogno sarebbe poi stato realizzato da Abu Bakr al-Baghdadi, il cui gruppo sin dall’inizio ha puntato, contrariamente ad al Qaeda, alla conquista territoriale, all’occupazione e al governo dei luoghi finiti sotto la propria influenza.

Eppure anche gli esponenti di al Qaeda hanno discusso a lungo l’opzione-Califfato. Lo nota Cole Bunzel nel saggio già citato. Tra la fine del 2001 e l’inizio del 2002, subito dopo la caduta dei Talebani, in Iran si incontrano Sayf-al’Adl e Abu Musab al-Zarqawi. Il primo è lo stratega militare di al Qaeda, il secondo è il militante giordano che avrebbe poi fondato al Qaeda in Iraq, dando la linea allo Stato islamico. Un’opportunità storica, la reputa Sayf-al’Adl.

Abu Musab al-Zarqawi comincia allora a coltivare l’idea. Nel 2005, l’anno successivo al suo giuramento di fedeltà ad al Qaeda, riceve tre lettere da esponenti della casa madre. Perfino Ayman al-Zawahiri, allora vice di Osama e attuale numero uno dell’organizzazione, scrive di sperare che la creazione di uno Stato islamico in Iraq possa “portare allo status di Califfato”. Poi le cose cambiano. I rapporti tra Zarqawi e la casa madre si fanno più tesi. Al Qaeda, pragmaticamente, rinuncia all’idea. Fino a quando Abu Bakr al-Baghdadi non dà vita al sogno mai realizzato di Osama bin Laden.

L'articolo Nella biblioteca di Osama Bin Laden: Al Qaeda vs Stato islamico proviene da Minima et Moralia.

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Twitter e kalashnikov: la propaganda jihadista https://minimaetmoralia.it/attualita/twitter-e-kalashnikov-la-propaganda-jihadista/ https://minimaetmoralia.it/attualita/twitter-e-kalashnikov-la-propaganda-jihadista/#comments Fri, 23 Jan 2015 10:22:29 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=25119 Questo pezzo include e assembla, rivisitati, alcuni articoli usciti su Pagina 99 e il manifesto.

Kabul/Roma

C’era una volta, nell’Emirato islamico d’Afghanistan, un uomo di nome Wakil Ahmed Muttawakil,  un mullah con qualche chilo di troppo, la barba lunga e folta, gli occhiali dalla montatura pesante. Già portavoce e consigliere personale del leader dei Talebani mullah Omar, mullah Muttawakil è stato l’ultimo ministro degli Esteri del governo degli “studenti coranici”, prima che gli americani decidessero di rovesciarlo con i B-52. Mullah Muttawakil era temuto e rispettato in tutto il paese, ma ancora oggi qui a Kabul si racconta che nel suo ufficio nascondesse con timore un televisore e - peccato ancor più grande agli occhi della polizia religiosa - una parabola satellitare sul tetto. Mullah Muttawakil voleva aggiornarsi, ma contravveniva alle regole che il suo governo imponeva agli afghani: niente film e televisione, una sola emittente radiofonica, La voce della Sharia, per spiegare ciò che era giusto e ciò che era sbagliato.

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Questo pezzo include e assembla, rivisitati, alcuni articoli usciti su Pagina 99 e il manifesto.

Kabul/Roma

C’era una volta, nell’Emirato islamico d’Afghanistan, un uomo di nome Wakil Ahmed Muttawakil,  un mullah con qualche chilo di troppo, la barba lunga e folta, gli occhiali dalla montatura pesante. Già portavoce e consigliere personale del leader dei Talebani mullah Omar, mullah Muttawakil è stato l’ultimo ministro degli Esteri del governo degli “studenti coranici”, prima che gli americani decidessero di rovesciarlo con i B-52. Mullah Muttawakil era temuto e rispettato in tutto il paese, ma ancora oggi qui a Kabul si racconta che nel suo ufficio nascondesse con timore un televisore e – peccato ancor più grande agli occhi della polizia religiosa – una parabola satellitare sul tetto. Mullah Muttawakil voleva aggiornarsi, ma contravveniva alle regole che il suo governo imponeva agli afghani: niente film e televisione, una sola emittente radiofonica, La voce della Sharia, per spiegare ciò che era giusto e ciò che era sbagliato.

Da allora tante cose sono cambiate. Mentre Muttawakil scontava due anni nel carcere di Bagram, i suoi ex sodali hanno cominciato a capire che, se i media sono un’arma, vale la pena impugnarli, anziché nasconderli o vietarli. Oggi dispongono di un capillare sistema di comunicazione, gestito dalla Sezione multimediale della Commissione cultura dell’Emirato, sotto la diretta supervisione della shura di Quetta, una delle tre “cupole” dell’organizzazione talebana, quella che detta la linea politica. Dai video a Twitter, da Facebook a Youtube, dalle riviste alle trasmissioni radiofoniche, dai messaggi e dalle suonerie sui telefoni cellulari alle lettere notturne, dalle audio-cassette agli mp3, passando per le taranas, le canzoni patriottiche dai contenuti “tradizionali” e dal ritmo serrato, non c’è mezzo e linguaggio che i Talebani non usino con disinvoltura.

Il sito di riferimento dell’Emirato islamico, “Voice of Jihad”, propone notizie giornaliere e aggiornamenti costanti, analisi settimanali, articoli di approfondimento, interviste ai comandanti della guerriglia o ai rappresentanti del governo ombra, dichiarazioni ufficiali, video di propaganda. In cinque lingue diverse (farsi, urdu, arabo, pashto e inglese). La maggior parte dei contenuti audiovisivi sono realizzati dalla studio di produzione “Al Emarah”, che pochi giorni fa ha lanciato in pompa magna un nuovo video, “La terra delle battaglie epiche”: quasi un’ora e mezzo di riprese, attacchi, attentatori suicidi, musica trionfale, sigillati da una dichiarazione del leader supremo, Amir-ul-Momineen, la guida dei fedeli mullah Omar. Tra i più recenti successi mediatici dei Talebani va senz’altro segnalato il video, piuttosto rudimentale, della liberazione del sergente americano Bowe Bergdahl, catturato nel 2009 e restituito agli americani nel maggio scorso in cambio di cinque turbanti neri “ospitati” a lungo nel carcere di Guantanamo. Il video si chiude così: l’elicottero americano si posa sul terreno, Bergdahl viene frettolosamente recuperato, poi l’elicottero riprende il volo, mentre nel sottopancia scorre la scritta “Don’t come back in Afghanistan”. Un bel colpo.

Talebani e Stato islamico

Eppure, nonostante la capillarità del loro sistema di comunicazione e la diversità dei prodotti editoriali, i Talebani afghani non “bucano il video”. Di sicuro non quanto i barbuti dello Stato islamico. Perché? Le ragioni sono diverse. La prima, la più ovvia, è che il nuovo si vende meglio dell’usato: sul mercato dei media una storia sull’attivissimo e impegnatissimo Abu Bakr-al-Baghdadi vale più di una storia sull’evanescente mullah Omar. Ma oltre a questo e alla maggiore raffinatezza tecnica degli operatori dello Stato islamico, ci sono altre ragioni, legate al rapporto tra obiettivi politici e target mediatici. Se lo Stato islamico punta alla costruzione di un Califfato che includa, rendendoli irrilevanti, gli attuali confini degli Stati-nazione dell’area mediorientale, i Talebani afghani hanno invece un’agenda tutta “domestica”, pensano a ciò che accade all’interno dello Stato-nazione afghano. Quella dei Talebani si presenta come una resistenza nazionale all’occupazione straniera, benché contaminata dal sostegno straniero; quella dello Stato islamico è un’ambiziosa strategia transnazionale di riconfigurazione degli assetti politici e sociali del Medio Oriente e non solo. Da qui, dai diversi obiettivi politici, nascono le diverse strategie di propaganda dei due gruppi.

Per i Talebani afghani il pubblico è soprattutto locale, e va convinto; per lo Stato islamico la platea è in primo luogo mondiale, e va terrorizzata. I Talebani vogliono tornare al governo, cercano il consenso. Lo Stato islamico intende distruggere i governi attuali dell’area, deve terrorizzare, e con il terrore convincere il pubblico jihadista globale che il nuovo cavallo vincente è Abu Bakr al-Bagdhadi. Non è un caso che nel cyberspazio jihadista l’enfasi posta dai Talebani sulla resistenza nazionale abbia provocato forti critiche: per molti islamisti radicali, lo stesso concetto di Stato-nazione è da condannare, perché imposto dagli occidentali, dai colonialisti miscredenti, perché la Ummah (comunità) islamica non conosce nazioni né confini e perché tutti gli Stati attuali sono retti da governanti corrotti e immorali. Che vanno abbattuti. Non con le ragioni, che hanno bisogno di essere giustificate. Ma con la verità, che va soltanto mostrata nella sua cruda immediatezza. Quella di una testa mozzata.

I Talebani pakistani

Le due agende politiche sono dunque diverse, forse incompatibili. Eppure c’è chi prova a tenerle insieme, come i militanti di Tehreek-i-Taliban Pakistan (TTP), un network di combattenti che include vari gruppi islamisti che operano nelle Agenzie pakistane amministrate in modo federale (Fata) e nella provincia del Khyber-Puktunkhwa. L’organizzazione nasce su emulazione dei cugini “afghani”, ma l’errore più grande sarebbe pensare che si tratti dello stesso gruppo. I Talebani pakistani – responsabili della strage di Peshawar del 16 dicembre che ha causato la morte di 141 persone, tra cui 132 bambini – hanno struttura, leadership, metodi di combattimento e obiettivi diversi rispetto ai seguaci del mullah Omar. Con gli “studenti coranici” che hanno governato l’Afghanistan al tempo dell’Emirato islamico e poi combattuto le truppe della Nato, condividono soltanto il nome, una matrice culturale comune e soprattutto quell’ampia terra di nessuno che divide e unisce l’Afghanistan e il Pakistan.

La formazione del gruppo è stata annunciata nel dicembre del 2007, quando i comandanti di alcuni gruppi paramilitari che operavano nelle aree tribali del Pakistan e nel Khyber Pakhtunkhwa (all’epoca NWFP, North-West Frontier Province), hanno deciso di coalizzarsi. L’origine di questi gruppi rimanda alle battaglie combattute in Afghanistan dai Talebani, che accoglievano nelle loro fila anche alcuni mujaheddin provenienti dalle madrase (scuole coraniche) pakistane. Con il rovesciamento del governo talebano nel 2001, i combattenti sono tornati in Pakistan, nelle aree tribali amministrate in modo federale, dove l’autorità dello Stato pakistano è nulla. Con loro, c’erano anche diversi mujaheddin del Caucaso del Nord e dell’Uzbekistan, oltre che esponenti di Al Qaeda. Prima del 2007, non esisteva una struttura di comando e organizzazione per i Talebani pakistani: molti ameers (comandanti) vantavano contatti personali con esponenti di Al Qaeda, ma operavano senza una regia comune. Nel 2007, in seguito all’operazione dell’esercito pakistano contro Lal Masjid (la moschea rossa) a Islamabad, alcuni ameers hanno deciso di unirsi in una grande coalizione di combattenti islamici. È la nascita ufficiale del TTP. Dichiarano rispetto e fedeltà al leader dei Talebani afghani, mullah Omar, ma la stesso atto di nascita del TTP dimostra che intendono perseguire un’agenda diversa rispetto a quella dei “cugini afghani”.

Gli obiettivi espliciti del TTP sono due: rovesciare lo Stato pakistano, considerato asservito agli interessi americani, impedendo la presenza degli stranieri nell’area, e instaurare un governo di tipo islamico. Secondo lo studioso Michael Semple – autore del recente saggio The Pakistan Taliban Movement: An Appraisal, da cui traiamo molte delle informazioni qui fornite – il gruppo di Osama bin Laden ha avuto un’influenza fondamentale nel determinare la retorica jihadista del TTP e l’accanimento contro l’esercito pakistano, alleato degli americani.  L’organizzazione del gruppo è molto meno complessa e sofisticata di quella dei Talebani afghani, la cui articolazione interna ha impedito – finora – importanti fratture e favorito invece la nascita di strutture di governo “parallele” e alternative a quelle statali. Al TTP manca la stessa coesione, ma può vantare una lunga e consolidata rete di collaborazione con l’islamismo globale, che ha trovato nell’area del Waziristan un terreno sicuro per l’addestramento e il reclutamento. Non è un caso che sia Al Qaeda sia l’Islamic Movement of Uzbekistan abbiano riconosciuto ufficialmente il TTP come interlocutore privilegiato e partner per le azioni terroristiche condotte in Pakistan e Afghanistan. Ciò che rende il gruppo temibile, notano gli analisti, è proprio la sua capacità di offrire ansar, protezione e rifugio, ai militanti stranieri nell’area del Waziristan, al confine con l’Afghanistan, e in altre aree limitrofe. In questo modo il TTP ha consolidato legami significativi con alcuni gruppi qaedisti, anche se non ha ancora elaborato una strategia militare né una visione ideologica in linea con le sue scelte tattiche. Quando per esempio l’ex leader del TTP, ameer Hakimullah, è apparso in un video di Al Qaeda dedicato all’attacco contro la base militare afghana di Camp Chapman, il suo è stato un tentativo di guadagnare legittimità interna, nel variegato fronte pakistano, piuttosto che il segno di una reale adesione al qaedismo con ambizioni globali.

Di per sé – spiega Michael Semple – il TTP rimane infatti un amalgama di gruppi di combattenti accomunati dal fatto di considerarsi tali (mujaheddin), e ogni gruppo è radicato in una zona particolare o all’interno di una specifica tribù. Esiste un consiglio della leadership, che include i vari comandanti, e un ameer supremo, mullah Fazlullah, che prova a garantire coerenza alla strategia del gruppo, ma il TTP soffre forti spinte centrifughe. Le divisioni si sono fatte più acute quest’anno, a seguito delle operazioni militari lanciate dall’esercito pakistano, che si è assicurato il controllo di due luoghi fondamentali dell’islamismo armato, Mir Ali e Miranshah, entrambe nel Nord Waziristan. Così che parte del TTP è stato costretto a cercare rifugio sull’altro lato della Durand Line, in Afghanistan, in particolare nella cosiddetta Loya Paktia, l’area che include le province afghane di Paktia, Paktika e Khost, a ridosso del confine.

L’agenda ibrida dei Talebani pakistani

L’agenda del TTP è dunque politicamente ibrida, perché combina la battaglia nazionale contro il governo pakistano con gli appelli (retorici) e il contributo (logistico) al jihadismo transnazionale. Da qui, deriva una duplice strategia mediatica. Da una parte i messaggi rivolti al pubblico dell’area, realizzati e distribuiti attraverso canali locali, tra i quali l’organo principale di produzione, Umar Studio, il network di distribuzione al-Moqatel, e tante radio “pirata” (lo stesso leader del TTP, Mullah Fazlullah, ha guadagnato prestigio e celebrità come “Radio mullah” o “Fm Mullah”, quando nella valle dello Swat lanciava via radio sermoni infuocati). Dall’altra il passaggio per i “distributori” transnazionali, per raggiungere un pubblico più ampio. Già tre anni fa – spiegava tempo fa un articolo su Foreign Policy -, subito dopo la notizia dell’uccisione di Osama bin Laden, il TTP ha reso pubblico un omaggio allo sceicco saudita attraverso la Fondazione mediatica Al-Qadisiyyah, una branca del Global Islamic Media Front, tra i più consolidati network di traduzione e distribuzione dei materiali del jihadismo internazionale.

Di fronte all’attivismo mediatico dello Stato islamico di al-Baghdadi, oggi il TTP sembra però diviso. C’è chi prova a inseguirlo sullo stesso terreno. E chi invece frena. A inizio ottobre, Jamaat-ul-Ahrar, una delle fazioni del TTP, ora autonoma, ha lanciato Ihyae khilafat, versione inglese del suo magazine, pubblicato per quattro anni in urdu. Il primo numero della rivista, che mira ai jihadisti internazionali, include tra l’altro articoli su “I benefici di vivere nel Califfato” e la testimonianza di un presunto militante inglese. Ma il protagonismo del Califfo non convince tutti. Sempre a ottobre il portavoce del TTP, lo sceicco Maqbool, detto Shahidullah Shahid, ha annunciato via Twitter il sostegno del movimento allo Stato islamico e al presunto “Califfo”. Poco dopo, è stato silurato: la sua mossa rischiava di inimicare i Talebani afghani, per i quali l’unica figura religiosa di riferimento rimane il mullah Omar. Al posto dello sceicco Maqbool è stato nominato Muhammad Khurasani, che sarà di certo più prudente.

La battaglia mediatica tra Stato islamico e Al Qaeda

I media servono per confermare o negare nuove alleanze, all’interno dell’ampia e differenziata galassia jihadista. Ma anche per ottenere armi, soldi, sostegno morale e nuove reclute. Il 10 novembre alcuni gruppi jihadisti di cinque diversi paesi (Algeria, Egitto, Libia, Arabia Saudita, Yemen) hanno tributato “fedeltà” ad al-Baghdadi. Pochi giorno dopo, il 13 novembre, con un audio-messaggio il Califfo gli ha risposto, enfatizzando “l’espansione dello Stato islamico su nuove terre” e annunciando la creazione di 5 “nuove wilayah (province)”. Ha poi fatto un passo ulteriore, dichiarando “nulli” e illegittimi i gruppi jihadisti che operano in quei paesi ma che non riconoscono la sua autorità. Il guaio è che tra questi ci sono anche le sezioni locali di al Qaeda: al Qaeda nella penisola arabica (Aqab) e al Qaeda in Algeria e Libia (Aqim). La reazione è arrivata presto. Neanche una settimana dopo l’annuncio trionfante di al-Baghdadi – racconta The Long War Journal -, Aqab ha reso pubblico un video. A parlare non è un militante qualsiasi, ma Harith bin Ghazi al Nadhari, i cui scritti appaiono regolarmente su Nawa-e-Afghan Jihad (La voce del Jihad afghano), una rivista che include contributi dei leader di al Qaeda e dei loro sodali. Nadhari ribadisce che il suo gruppo è fedele al leader di al Qaeda, Ayman al Zawahiri, che Al Qaeda a sua volta “da quasi venti anni” riconosce l’autorità religiosa del leader dei Talebani, mullah Omar. E che l’annuncio del Califfato “non soddisfa le condizioni previste”, perché non è passato per la consultazione dei leader più influenti dell’Ummah islamica, come invece avvenuto per il mullah Omar. Nadhari accusa quindi al-Bagdhadi di aver fomentato le divisioni nella comunità islamica, “una cosa assolutamente proibita nella religione di Allah”. Non è stata certo la prima, ma la più esplicita condanna nei confronti del Califfo e del suo auto-proclamato Stato islamico. Ed è stata affidata a un video, circolato su internet, affinché tutti nel cyberspazio jihadista sappiano chi sono i jihadisti veri, quelli che puntano all’unità della comunità islamica, e i jihadisti falsi. Quelli che fanno il passo più lungo della gamba. E che rischiano di farsi male.

Dall’Afghanistan a Parigi, via Nadhari 

Oltre che l’autore della “scomunica” del “Califfo” al-Baghdadi, Nadhari è anche il primo autorevole esponente di Al Qaea nella penisola arabica – la branca ufficiale di al Qaeda che opera in Yemen e Arabia saudita – ad aver fatto riferimento all’attentato alla sede del settimanale satirico Charlie Hebdo. L’ha fatto venerdì 9 gennaio, con un audio messaggio che non è stato pubblicato attraverso uno dei canali ufficiali di Aqap ma che per gli analisti “appare legittimo”, visto che riporta il logo dell’al Malahem Media Foundation, la branca mediatica di Aqap, e che a parlare è proprio lui, un pezzo da novanta. Al Nadhari non rivendica esplicitamente l’attentato, ma loda “gli eroi mujaheddin”, giustifica la strage accusando la “Francia di aggredire i credenti” e invita “il popolo francese a convertirsi”. Una rivendicazione più esplicita dell’attentato è avvenuta alcuni giorni dopo, con un messaggio di Nasser bin Ali al Ansi, altro pezzo da novanta di al Qaeda nella penisola arabica. Il quale nel suo discorso ha citato tutto il pantheon del qaedismo: Osama bin Laden, lo sceicco saudita che con sguardo messianico, gesti stanchi e suadenti e un imponente serbatoio di finanziamenti ha ridisegnato la mappa politico-militare dell’islamismo radicale e fondato un brand terroristico esportato in ogni angolo del globo; Ayman al-Zawahiri, attuale numero 1 di Al Qaeda, il medico e ideologo egiziano che sin dall’età di quindici anni sogna la creazione di quell’“avanguardia dei pionieri” descritta nei testi rivoluzionari (Pietre militari, La giustizia sociale nell’Islam) del pedagogista egiziano Sayyd Qutb (1906-1966), il padre dell’islamismo politico contemporaneo, fatto impiccare da Nasser nel 1966. E Anwar Al Awlaki, l’uomo che, secondo quanto riferito da Cherif Kouachi (uno dei due “fratelli attentatori”) a un giornalista di Bfm Tv, avrebbe finanziato l’attacco al Charlie Hebdo, e che secondo l’intelligence statunitense e yemenita, avrebbe incontrato l’altro fratello Kouachi, Said, proprio nello Yemen.

Anwar Al Awlaki: Charlie Hebdo e la “Yemen connection”

Quello di Anwar Al Awlaki non è un nome qualsiasi: nato nel New Mexico nel 1971, di origine yemenita, una vita spesa tra Stati Uniti, Inghilterra e Yemen, “figura religiosa di riferimento per gli attentatori” delle Torri gemelle secondo il Rapporto ufficiale sull’11 settembre voluto dal presidente Bush e dal Congresso americano, Al Awlaki è stato profondamente influenzato – come al Zawahiri – dal pensiero dell’egiziano Sayyid Qutb e da quello del palestinese Abdullah Azzam (1941-1989), uno degli ispiratori di al-Qaeda, l’uomo che – scrive Lawrence Wright ne Le altissime torri. Come al Qaeda giunse all’11 settembre – ha avuto maggiore influenza nel coinvolgimento di Osama bin Laden nella causa afghana, e il cui slogan era “il jihad e il fucile e nient’altro: niente negoziati, niente conferenze, niente dialoghi”.

Al contrario di Abdullah Azzam, Al Awlaki ha attribuito molto importanza alle conferenze, tenendo lezioni dal vivo e sfruttando con estrema efficacia le potenzialità virali del web per disseminare le due idee. Tornato nello Yemen nel 2004, arrestato nel 2006 su pressioni degli americani, rilasciato nel dicembre 2007, Al Awlaki avrebbe garantito la protezione della sua tribù, gli awlaki, ad al-Qaeda nello Yemen, uno dei gruppi da cui nel 2009 sarebbe poi nata al-Qaeda nella penisola arabica. Sempre più esplicito nelle sue invocazioni al jihad e nelle sue condanne agli americani, Al Awlaki è l’autore, nel 2010, di una fatwa contro la disegnatrice di Seattle Molly Norris, organizzatrice il 20 maggio 2010 dell’“Everybody Draw Mohammed Day”, evento per la libertà di espressione, e di disegno. Molly Norris ha dovuto rinunciare alla sua firma: su suggerimento dell’FBI ha cambiato nome, e anche oggi continua a vivere nascosta.

Awlaki diffuse la fatwa contro di lei nel numero di giugno 2010 di Inspire, il magazine patinato di al-Qaeda nella penisola arabica, di cui era l’ideatore e il direttore (nel 2013 Inspire ha incluso anche Stéphane Charbonnier, il direttore di Charlie Hebdo, tra i “target” da colpire). Per i disegnatori colpevoli di “caricature blasfeme”, scriveva Al Awlaki nel 2010 rivolgendosi a Molly Norris e ad altri 8 autori satirici, “la medicina prescritta dal Messaggero di Allah è l’esecuzione”. La stessa medicina prescritta dalle autorità americane a lui: Al Awlaki è stato ucciso il 30 settembre 2011 da un drone Predator nella provincia yemenita di al Jawf, dopo che il suo nome era finito nella lista dei “capture or killing” della Cia, approvata da Obama, nell’aprile 2010. “La morte di Awlaki è un colpo fondamentale al più attivo affiliato operativo di al Qaeda”, disse subito dopo l’omicidio il presidente degli Stati Uniti. “Ha pianificato e organizzato sforzi per uccidere americani innocenti…L’operazione è un’ulteriore prova che al Qaeda e i suoi affiliati non avranno alcun rifugio sicuro nel mondo”. Le idee di Al Awlaki sono però sopravvissute ai droni americani. I suoi sermoni continuano a circolare nella galassia del jihadismo digitale.

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Le nostre ossessioni di schermi, da Bin Laden allo Stato Islamico https://minimaetmoralia.it/politica/le-nostre-ossessioni-di-schermi-da-bin-laden-allo-stato-islamico/ https://minimaetmoralia.it/politica/le-nostre-ossessioni-di-schermi-da-bin-laden-allo-stato-islamico/#respond Tue, 23 Sep 2014 09:45:42 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=23517 di Donatella Della Ratta Settembre 2001, la più grande paura (e ossessione) mediatica dell’Occidente si chiamava  Osama Bin Laden. Appariva minacciosamente con il logo dorato di Al Jazeera alle spalle, l’inquadratura era studiata con semplicità, dietro il mezzobusto di Osama campeggiava un paesaggio roccioso con un solo accessorio di scena: il kalashnikov. L’apparizione parlava piano, con studiata lentezza […]

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di Donatella Della Ratta

Settembre 2001, la più grande paura (e ossessione) mediatica dell’Occidente si chiamava  Osama Bin Laden. Appariva minacciosamente con il logo dorato di Al Jazeera alle spalle, l’inquadratura era studiata con semplicità, dietro il mezzobusto di Osama campeggiava un paesaggio roccioso con un solo accessorio di scena: il kalashnikov. L’apparizione parlava piano, con studiata lentezza scandiva parole in arabo classico, la lingua del Corano, ma anche della letteratura, della poesia, e dei notiziari televisivi nel mondo arabo. Bin Laden terrorizzava l’Occidente intero ma lo costringeva a tradurre, ad avvicinarci “noi” a “loro”, per comprenderne la minaccia, il perché di tanto odio, il perché di quel kalashnikov sul fondo dello schermo.

Sono passati oltre dieci anni, e tante guerre: Afghanistan, Irak, per nominare solo quelle direttamente collegate alle apparizioni televisive di Bin Laden. Il disperato nostro tentativo di spegnere quell’immagine minacciosa nel sangue: sparare a caso nei posti del terrore per stanare l’immagine e cancellarla.

Poi, dieci anni dopo, sono arrivate le primavere arabe. L’occasione storica offerta al mondo arabo per riscattarsi dalla sua “barbarie”, per provare che è capace di chiedere dignità e democrazia. L’occasione era talmente ghiotta per noi Occidente che abbiamo trovato una bella espressione pulita, “primavera”, per raccontare una stagione che doveva contenere rinascita, ma non sangue; rivoluzione, ma non violenza. I nostri media si sono uniti nell’abbraccio collettivo alle primavere arabe: rivoluzioni per il consumo digitale, i gelsomini che profumano per tutta la Tunisia, la piazza egiziana di Tahrir che offre la più bella inquadratura televisiva possibile, ventiquattroresuventiquattro accesa su un popolo che fa fuori il suo dittatore in un’atmosfera quasi carnevalesca. Il più grande spettacolo televisivo del secolo. I nostri media impazziti per questi giovani arabi, blogger, attivisti, che impugnano telecamerine e cellulari invece che il kalashnikov del loro antenato delle caverne.

E oggi arriva l’inverno. Siamo delusi, profondamente delusi da un mondo arabo che non ce l’ha fatta. Ha avuto la sua occasione, e l’ha bruciata. Il mondo arabo non è capace di chiedere giustizia, dignità, democrazia. Non è nel suo DNA. C’è qualcosa di marcio ad Oriente.

Così la primavera è finita, i media hanno cambiato i titoli.

I giovani arabi stanchi delle botte prese hanno mollato i cellulari e imbracciato – magari i kalashnikov! – pugnali e spade con cui oggi tagliano gole e teste. E così c’è una nuova minaccia che imperversa sui nostri schermi, tutti i nostri schermi mobili, portatili, piccoli e grandi: si chiama ISIS, ISIL, o semplicemente IS, Stato Islamico.

Non parla più l’idioma incomprensibile e troppo aulico di Bin Laden: si rivolge a noi direttamente nella nostra lingua, l’inglese, addirittura sfumandola nello slang cool delle periferie dove nasce il rap, l’hip hop, la cultura giovanile occidentale “cutting edge”.

Non ha più bisogno di Al Jazeera per far arrivare il suo messaggio. Ha il tesoro prezioso dell’Occidente a sua disposizione, Internet: i centoquaranta caratteri di Twitter, le segnalazioni di stato di Facebook, i “mi piace” di YouTube. Sa costruire apps che butta dentro il calderone di Google Play Store senza che neppure i nerdoni di Silicon Valley se ne accorgano. Monta video del terrore con camere HD, costruisce inquadrature complesse, zoomma e dissolve. Ed è chiaramente a noi che parla: “a message to America”.

Ironia della sorte, i nostri media che all’unisono nel settembre duemilauno chiedevano ad Al Jazeera di spegnere l’immagine di Bin Laden, di sottrarre il microfono a quella voce pacata e minacciosa in nome della sicurezza internazionale, del non istigare ulteriore odio e terrorismo, oggi fanno a gara a parlare dell’ISIS. Non passa un giorno che non si leggano articoli che ossessivamente scandagliano “la strategia mediatica” dello Stato Islamico, la loro scaltrezza techie, la loro familiarità con i “nostri” social media. Fiumi di inchiostro e pagine web e persino reportage video “embedded” con i soldati dell’ISIS – un pò come si faceva in Irak 2003 con le truppe americane – descrivono minuziosamente il loro stile di vita, nei deserti siriani ed iracheni così come online, nei meandri dei social networks dove impazzano di followers.

Tutto si compie nella celebrazione del momento: come sono bravi questi barbari, qui ed ora, a usare questi nostri media qui ed ora. Pochi, troppo pochi si sono chiesti da dove viene lo Stato Islamico, e perché si manifesti e si imponga proprio in questo momento. Le ragioni storiche vengono continuamente sacrificate all’altare dell’instantanea, dell’intervista intelligente in sessantasecondi, dei centoquarantacaratteri, dell’articolo tempo di lettura dueminuti e quarantacinque.

Eppure l’ossessione mediatica per l’ISIS è principalmente ossessione occidentale. Oggi che Al Jazeera esce di scena come megafono necessario di Bin Laden, oggi che il mondo arabo sta veramente cambiando sotto i nostri occhi, anche se non ce ne accorgiamo mentre misuriamo il cambiamento in termini stagionali di primavere ed inverni, oggi anche i media arabi parlano un’altra lingua quando parlano dell’ISIS. Leggere articoli della stampa araba o ascoltare discussioni sui canali panarabi apre lo sguardo su un altro mondo: il binomio ISIS-social media è lontano dalla glorificazione a cui lo sottopone l’Occidente, e lungi dall’essere il solo, ossessivo punto di discussione. L’esistenza dello Stato Islamico ha aperto un dibattito nel mondo arabo (e anche una spaccatura nel mondo sunnita) che si riflette sui media: cosa vuol dire essere musulmano oggi, da dove arriva questa violenza, cosa ne è delle nostre rivoluzioni, come facciamo ad impedire che il terrorismo non sia una nuova scusa fabbricata per sottometterci ancora, un nuovo Sykes-Picot rivisto e aggiornato in versione 2.0.

Ascoltando quello di cui discute il mondo arabo un dubbio emerge: che sia la nostra ossessione a produrre il mostro che ci perseguita. Come se a furia di discutere morbosamente dei talenti multimediali dell’ISIS lo facessimo diventare veramente talentuoso. Legittimamente sale il dubbio se il silenzio stampa che cercavamo di imporre ad Al Jazeera negli anni di Bin Laden non fosse piuttosto la nostra rabbia di non avere noi, sui nostri schermi, il terrorista del momento in diretta esclusiva. Lo Stato Islamico sembra aver colto questa contraddizione in cui ci dibattiamo, e per questo forse non crea problemi se a chiedere di seguire i suoi soldati giorno e notte a Raqqa e dintorni è Vice, la bibbia del glamour lifestyle, che spazia da come si cucina sano e vegano a come si muore barbaramente decapitati per mano di un gruppo sanguinario ma tecnologicamente cool (e nessuno, ahimé, nel nostro civile Occidente si scandalizza se il giornalista decapitato di turno si chiama Bassam Raies, ed è siriano: ma urla vendetta quando lettere a noi familiari riempiono i sottopancia degli schermi di sangue).

È come se l’ISIS abbia toccato il punto più debole del nostro Occidente: la morbosità per lo spettacolo violento; ma che sia e rimanga, appunto, spettacolo. Che ci siano migliaia di schermi, piccoli e grandi, camere e YouTube, portatili e HD home video, fra “noi” e “loro”. Il binomio nuova tecnologia e violenza che alle nostre teste occidentali sembra così assurdo, così inaccettabile (“barbari” e “tecnologici” sono due parole che spesso mettiamo insieme nelle nostre analisi); dentro le nostre pance, invece, quelle a cui parlano i media -l’emisfero destro di McLuhan -, fa scattare qualcosa di ancestrale.

Dalla fine della seconda guerra mondiale abbiamo scacciato la guerra e la violenza fuori dalle nostre porte di fortezza occidentale. La morbosità per la violenza si è trasferita sugli schermi, si è mediatizzata, il sangue si è sciolto nei pixel dei nostri HD home video, ma è ancora lì in agguato. E ci piace ancora consumarla, esaltarla nel momento stesso in cui ufficialmente la ripudiamo.

Recupero il bel libro di Don De Lillo, “Mao II”. È profetico quando osserva che:

“c’è un curioso nodo che lega romanzieri e terroristi”. “In Occidente”, dice Bill il romanziere protagonista del libro, “noi diventiamo effigi famose mentre i nostri libri perdono il potere di formare e di influenzare (…). Anni fa credevo ancora che fosse possibile per un romanziere alterare la vita interiore della cultura. Adesso si sono impadroniti di quel territorio i fabbricanti di bombe e i terroristi”.

Gli scrittori hanno ceduto il passo ai terroristi, che parlano alle coscienze più dei libri che scriviamo, delle nostre pallide riflessioni intellettuali, dei nostri dibattiti timidi. Invece i terroristi parlano la lingua trionfante della contemporaneità, la lingua veloce degli hashtag e dei “mi piace”. E i nostri media gli offrono schermi e pagine su un piatto d’argento.

Perché di fondo esiste una lingua comune, una lingua che accomuna la nostra ossessiva voglia di consumare violenza e coloro che la violenza la producono.

Nel mezzo, c’è un mondo arabo che il mondo ignora perché non riesce ad entrare nei centoquarantacaratteri e non si riassume in hashtag, non si filma e dissolve in HD, e la sua primavera non è passata attraverso il profumo dei gelsomini digitali ma continua a puzzare di corpi martoriati, carne e sangue di gente che ancora muore – mentre sui nostri media si esaltano l’ISIS e i media – per ragioni che forse non abbiamo mai veramente voluto ascoltare.

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Due mondi accomunati dalla guerra: quando vivere o morire dipende dalla sorte https://minimaetmoralia.it/estratti/due-mondi-accomunati-dalla-guerra-quando-vivere-o-morire-dipende-dalla-sorte/ https://minimaetmoralia.it/estratti/due-mondi-accomunati-dalla-guerra-quando-vivere-o-morire-dipende-dalla-sorte/#comments Tue, 11 Sep 2012 10:25:33 +0000 http://www.minimaetmoralia.it/?p=9411 Oggi ricorre l'anniversario dell'attacco terroristico alle Torri Gemelle. Pubblichiamo un estratto da «New York, ore 8.45. La tragedia delle Torri Gemelle raccontata dai premi Pulitzer», a cura di Simone Barillari. Traduzione di Martina Testa.

di C.J. Chivers
30 dicembre 2001

Kabul. Il cecchino era seduto al riparo di alcuni sacchi di sabbia sul tetto dell’ambasciata americana mentre il sole tramontava dietro i monti Paghman e il cielo cominciava a oscurarsi. Da un fornelletto da campo accanto alle sue ginocchia veniva puzza di gasolio e un sibilo costante.

Il soldato era il sergente Shane B. Schmidt, del corpo dei marine. Quello era il suo bunker. Alla sua sinistra c’era un fucile a otturatore girevole con il mirino telescopico. Alla sua destra, cinque bastoncini di zucchero bianchi e rossi appesi a un filo. Il sergente ­Schmidt era in vacanza nel Wisconsin quando gli aerei dirottati avevano abbattuto il World Trade Center. Guardare la scena in diretta televisiva, ha detto, «mi ha fatto sentire come un pugile che non riusciva a rispondere ai colpi». Ora davanti a lui si stendeva la capitale dell’Afghanistan, liberata dai talebani e silenziosa come la mezzanotte a Central Park. Per il momento si sentiva soddisfatto. «Le forze della coalizione?», ha commentato. «Diciamo soltanto che sono state piuttosto efficienti nel disinfestare questo posto dai ratti».

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Oggi ricorre l’anniversario dell’attacco terroristico alle Torri Gemelle. Pubblichiamo un estratto da «New York, ore 8.45. La tragedia delle Torri Gemelle raccontata dai premi Pulitzer», a cura di Simone Barillari. Traduzione di Martina Testa.

di C.J. Chivers
30 dicembre 2001

Kabul. Il cecchino era seduto al riparo di alcuni sacchi di sabbia sul tetto dell’ambasciata americana mentre il sole tramontava dietro i monti Paghman e il cielo cominciava a oscurarsi. Da un fornelletto da campo accanto alle sue ginocchia veniva puzza di gasolio e un sibilo costante.

Il soldato era il sergente Shane B. Schmidt, del corpo dei marine. Quello era il suo bunker. Alla sua sinistra c’era un fucile a otturatore girevole con il mirino telescopico. Alla sua destra, cinque bastoncini di zucchero bianchi e rossi appesi a un filo. Il sergente ­Schmidt era in vacanza nel Wisconsin quando gli aerei dirottati avevano abbattuto il World Trade Center. Guardare la scena in diretta televisiva, ha detto, «mi ha fatto sentire come un pugile che non riusciva a rispondere ai colpi». Ora davanti a lui si stendeva la capitale dell’Afghanistan, liberata dai talebani e silenziosa come la mezzanotte a Central Park. Per il momento si sentiva soddisfatto. «Le forze della coalizione?», ha commentato. «Diciamo soltanto che sono state piuttosto efficienti nel disinfestare questo posto dai ratti».

Questo è l’ultimo di una serie di ricordi che per tutta la vita sarà impossibile cancellare. Il cielo diventava sempre più buio. Erano uscite le stelle. Era la vigilia di Natale e c’era quel tanto di pace che bastava per riposare un po’. Ma il viaggio era cominciato in maniera ben diversa.

La prima notte, tre mesi e mezzo fa e a undicimila chilometri di distanza, l’agente Eric Josey girava in mezzo alle macerie fra Liberty Street e West Street: una sagoma dalle spalle larghe illuminata dalla luce di un incendio. Lo spazio dove sorgevano le torri era ridotto a una montagna di detriti in fiamme da cui si alzava una colonna di fumo nero.

L’agente Josey era intontito. Aveva la faccia impiastrata di cenere e sudore. Faceva qualche passo, si sedeva, si alzava e riprendeva a camminare. Tre membri della sua squadra di pronto intervento erano dispersi da qualche parte in quel cumulo di rovine. Attorno a lui c’erano autopompe dei vigili del fuoco distrutte. I lampeggianti e le radio erano ancora in funzione ma la maggior parte degli equipaggi era morta. Poco più in là un poliziotto in abiti civili coperti di macchie ripeteva il nome del fratello. L’agente Josey ha distolto lo sguardo. «È tutto il giorno che siamo qui e non riusciamo a trovare nessuno», ha detto, mentre un velo di vapore gli si alzava dalla nuca e dalle spalle. «Sono tutti morti».

New York e l’Afghanistan, mondi paralleli fatti di macerie, lavoro e dolore. Viaggiare dall’una all’altro – trascorrendo dodici giorni a Ground Zero, tre mesi in Asia centrale e in Afghanistan – vuol dire percorrere una successione di scenari popolati da tribù diverse ma ugualmente provate.

Osservata da lontano, l’escalation degli eventi filtrata da radio, tv e giornali si poteva mettere in qualche modo in prospettiva, mediante analisi e interpretazioni provenienti da vari punti di vista. Da vicino, però, tutto il contesto tendeva a scomparire. La devastazione di New York e quella dell’Afghanistan, e la guerra che le ha unite, diventavano un insieme sfocato di persone e impressioni. Non c’è una singola scena in grado di riassumere il senso del tutto, o quantomeno è impossibile trovarla fra le pagine dei taccuini o in mezzo al flusso di ricordi che si accavallano.

New York. Una tremenda vampata color platino e oro nel punto in cui l’aereo è scomparso infilandosi dentro la torre, e poi il boato dell’esplosione e le urla della folla che comincia a scappare. Le madri in fila sulle scale dell’asilo nido della Trinity Church avvolta dal fumo, con i bambini in braccio e pronte a uscire all’aria aperta, ignare del fatto che di lì a poco sarebbe crollata anche la seconda torre. Una vecchietta su una sedia a rotelle che viene spinta giù per Greenwich Street – intravista per un attimo e subito scomparsa in mezzo a un’altra massa di gente in fuga, mentre arriva la seconda ondata di polvere acre. Un capo dei pompieri che porta fuori, zoppicando, il sacco di plastica con il corpo senza vita di uno degli uomini del suo battaglione. Un capitano della Guardia Nazionale che gira con la torcia elettrica in pugno per i sotterranei del World ­Trade Center completamente bui, e il fascio di luce che illumina per un attimo la faccia del pupazzo di Bugs Bunny nel negozio della Warner Brothers.

Una parola scritta sul casco di un operaio: «Guerra».

Afghanistan. Un ragazzino che getta una granata in un fiume marrone – pluff, e un geyser di spruzzi – e poi ci si immerge alla ricerca di pesci storditi. Un denso velo di polvere nella luce del tramonto mentre la fanteria dell’Alleanza del Nord si muove da Bangi a Khanabad, i soldati irrequieti che sperano di prendere la città in tempo per l’interruzione del digiuno per il Ramadan. Due soldati talebani stesi a terra supini nel bazar di Kunduz, sulla fronte buchi grossi come monetine da dieci centesimi, segni dell’esecuzione avvenuta poche ore prima. Un bambino di dieci anni che si è visto distruggere la casa dalle bombe americane e descrive i dolori che prova a due arti che non ha più. Un generale dell’Alleanza, tanto bello da poter apparire sulla copertina di una rivista di moda, che si passa il filo interdentale dopo cena, ammettendo di essere un po’ confuso. «Per tutta la vita ho combattuto», dice il generale Atiqullah Baryalai, gli occhi castani fissi nel vuoto, l’avambraccio destro rigato dalle cicatrici. «Adesso ci tocca governare. Per farlo dobbiamo riflettere molto».

A volte gli appunti e i ricordi contengono il distillato di un certo tema. A volte rispecchiano gli spezzoni dei programmi ascoltati alla radio, quando la radio a onde corte funzionava. Fra l’uno e l’altro potevano passare minuti oppure settimane. Raccontano la paura, la spossatezza, il dolore, la rabbia, il coraggio, le carneficine, i tradimenti, l’angoscia, la fame, la disperazione, la malattia, lo smarrimento, la solitudine e il rimpianto. Raccontano la noia, il futuro incerto.

Raccontano la gioia. Pochi giorni prima che il nuovo governo afghano prestasse giuramento, una fila di portantini afghani stava attraversando il passo Salang scarpinando ad alta quota nella catena dell’Hindukush, in mezzo alle rocce e alla neve, quando un aereo da guerra americano gli è passato sopra la testa. I portantini erano uomini poveri che avevano vestiti lerci e una secca tosse invernale. I talebani erano stati sconfitti. Gli afghani stavano per riavere la loro nazione.

L’aereo gettava grappoli di razzi luminosi, quattro alla volta per chilometri e chilometri, lasciandosi alle spalle una scia calante di fumo e luce nella conca di aria montana. «È come quando se ne sono andati i russi», ha detto un portantino, senza il minimo affanno nonostante i tremila metri d’altezza. «Significa vittoria! Vittoria!»

Forse aveva ragione.

A meno che uno non lo chiedesse al cecchino. («Non è finita», ha detto il sergente Schmidt. «Ovunque ci sia il terrorismo, è lì che dobbiamo andare».) A meno che uno non lo chiedesse al poliziotto. (La squadra dell’agente Josey aveva donato le spalline blu delle proprie uniformi all’esercito, perché venissero incollate sulle bombe dei caccia. Josey ha detto: «Hanno ancora tante bombe da sganciare».)

Sono mondi paralleli, Manhattan e l’Afghanistan, pieni di contrasti e di tratti in comune. Impartivano continuamente due lezioni: che la verità dipende dalla tribù a cui si appartiene, e che il potere della sorte è quasi assoluto.

Cos’era successo? Dipende da chi doveva rispondere alla domanda, e di tribù con qualche interesse in gioco ce n’erano così tante che era facile perdere il conto: i politici, i poliziotti, i Pashtun, i profughi, il clero e i Berretti Verdi; i pompieri, gli uzbeki, le vedove, gli orfani, i mutilati e i marine. Ciascuno forniva una versione diversa, anche quando parlavano dello stesso fatto.

Un soldato talebano in un letto d’ospedale ha alzato il lenzuolo per mostrare i segni delle due pallottole che l’avevano colpito all’inguine. Ha detto che un soldato dell’Alleanza gli aveva ordinato di gettare le armi e, quando lui l’aveva fatto, quello gli aveva sparato proprio lì. Sarebbe stata un’intervista come un’altra, se l’interprete, che parteggiava per l’Alleanza, non si fosse reso conto che veniva trascritta.

«Quest’uomo mente», ha detto. «Non lo ascolti. Dice soltanto bugie».

Il talebano ha implorato antibiotici e antidolorifici, e l’interprete se n’è andato.

Ogni tribù aveva i suoi portavoce, dal sindaco Rudolph W. Giuliani a un ladro di macchine tagiko con una gamba sola. Alcuni di questi erano pazzi. Altri mentivano. Molti erano onesti e capivano perfettamente la situazione. C’erano poche regole da seguire per interagire con ciascuno di loro. Ma un ex soldato di fanteria britannico, che conosceva il paese ed era pronto a condividere la sua riserva segreta di whisky, ne aveva una ben precisa: ogni volta che un soldato afghano ti dà una cifra, ha detto, tu togli sempre uno zero.

Spesso questa regola funzionava, più o meno: un comandante dell’Alleanza ha affermato di avere a sua disposizione cento uomini, ma di fatto se ne sono trovati solo undici. A volte non bastava: voci su una strage a opera dei talebani nei pressi di Kunduz – «Duecento persone massacrate, se non di più», avevano detto i soldati afghani – hanno fatto scattare una ricerca che ha avuto come esito la testimonianza di un solo pastore che sapeva di sei vittime.

O magari le cose ci sfuggivano. Considerando le poche ore di sonno e le barriere linguistiche, poteva tranquillamente capitare. Ci perdevamo quasi ogni giorno. Andavamo sempre da qualche altra parte.

Le diverse interpretazioni sembravano non finire mai. Alcune erano semplicemente sintomo di ignoranza, come quando l’amministrazione cittadina ha dichiarato che a Ground Zero non c’era più bisogno di volontari mentre i volontari in mezzo alle macerie avevano un bisogno disperato di rinforzi. Altre volte rivelavano la distanza fra due culture impegnate in una guerra.

Come nel caso dell’operaio che è arrivato a West Street, forse il quarto giorno, con una salopette di tela e una felpa che gli tirava un po’ attorno al collo muscoloso. Aveva la stoffa del leader. Ha messo insieme una squadra di netturbini e per dodici ore li ha fatti lavorare più sodo di chiunque altro nei dintorni. Si chiama Anthony. Vorrebbe chiudere tutti i musulmani d’America in un campo di concentramento.

«Guarda cos’hanno combinato qui», ha detto, sedendosi a mangiare insieme ai pompieri in mezzo ai vetri rotti e all’immondizia. «Questo era il nostro quartiere».

I posti cambiano e cambia la prospettiva, c’è sempre un altro modo di vedere le cose.

Sei settimane dopo, ecco una donna musulmana seduta con aria compunta su una panca, nella valle di Fergana, in Uzbekistan, dove in settant’anni di occupazione i russi erano riusciti a compiere quasi ogni danno possibile. I comunisti avevano cercato di mettere fuori legge l’Islam, rovinando al tempo stesso l’economia e negando ai cittadini i loro diritti civili. La repressione aveva generato i basmachi, i guerriglieri islamici e alcuni dei precursori dei mujaheddin.

Dopo che l’Uzbekistan aveva raggiunto l’indipendenza, nel 1991, il presidente Islam Karimov si era scagliato con rinnovato vigore contro la religione. Aveva messo in carcere chi pregava in pubblico o faceva circolare libri religiosi. A Namangan, la città delle donne, più di mille uomini che cercavano di ricostruire una moschea erano stati arrestati. Proprio la settimana prima due erano stati riportati a casa morti.

Qui sembrava che fossero stati messi in pratica i sistemi di Anthony: i musulmani erano rinchiusi nei campi. Ma qual era il risultato? Mentre il regime di Karimov diventava sempre più oppressivo, i bambini chiedevano l’elemosina nei vicoli e la resistenza ricominciava a organizzarsi.

Alcuni combattevano nella valle di Fergana, altri passavano il confine con l’Afghanistan, dove i guerriglieri più esperti li addestravano e Al Qaeda gli forniva le armi. Era cominciata come una lotta contro l’oppressione, ma si erano ritrovati fianco a fianco con teste calde provenienti da tutto il mondo musulmano: pakistani, ceceni, tagiki, arabi, un paio di occidentali; i soldati semplici della jihad globale.

Il marito della donna era stato sorpreso mentre lavorava alla costruzione della moschea e messo in carcere dopo un processo segreto. Lei non poteva permettersi il riscaldamento, la carne o l’acqua corrente, ed era troppo povera per mandare i figli a scuola. Ha detto che non era dalla parte dei terroristi ma capiva cosa li spingeva a combattere. Il tutto suonava familiare. «Noi abbiamo studiato, e sappiamo che l’America ha fatto una rivoluzione per guadagnarsi la libertà», ha spiegato. «Quando avete fatto questa rivoluzione, eravate ridotti male come noi?»

Ovunque si andasse, era quasi sempre colpa di qualcun altro.

Altre sei settimane dopo, in una scuola superiore di Kunduz che in passato era stata requisita dai talebani, gli ex soldati del regime erano ancora in circolazione. Si erano semplicemente cambiati il copricapo, sostituendo al turbante nero il pakool marroncino dell’Alleanza, e una dozzina di questi voltagabbana accompagnavano due visitatori lungo il corridoio. Sopra una porta c’era un cartello che diceva: Arabi. Sopra un’altra: Vietato l’ingresso ai non autorizzati. Sopra una terza: Uzbeki.

Questa era una caserma riservata ai talebani provenienti da paesi stranieri. Mostrava che l’arroganza era diventata disperazione.

Forse un tempo questi guerrieri della jihad incutevano terrore, ma alla fine avevano paura persino a uscire per strada. Negli ultimi giorni di bombardamento, prima di passare al nemico o arrendersi, avevano usato le camerate come gabinetti e mangiato i piccioni che entravano dal tetto aperto. Si erano lasciati alle spalle mine antiuomo e scritte spavalde sui muri: L’ascesa di Osama bin Laden, o Viviamo per la jihad. Avevano abbandonato Kunduz quasi senza opporre resistenza.

Anche i loro ex compagni ne parlavano con disprezzo. «I talebani stranieri erano cattivi», ha detto uno di quelli che avevano cambiato bandiera, Jawid Gaurd, quindici anni, le guance coperte di una peluria da ragazzino, un kalashnikov in spalla.

Suo padre, Abdullah Gaurd, era un comandante talebano dell’Afghanistan, e il giorno dopo era fermo ad aspettare in cima alle scale di casa mentre le sue guardie del corpo facevano entrare gli ospiti. Ha parlato in maniera convincente, toccando vari punti della nuova linea politica del partito: la pace, i diritti civili e la democrazia, gli alleati dell’Afghanistan in Occidente.

Solo una volta ha fatto una gaffe, quando si è messo a ricordare quante persone aveva ucciso. Arrivato a più di cento, se ne è reso conto e si è interrotto. «Ma mai nessun civile», ha detto, agitando enfaticamente un dito. «Mai. Neanche uno. Lo può chiedere a tutta la gente della città. Le diranno: “Abdullah Gaurd è un grande amico del popolo afghano”».

In città, al sentire il suo nome, la gente aggrottava le sopracciglia.

In campagna c’erano dappertutto segni di morte. In certi punti, le strade erano fiancheggiate da tombe appena scavate con sopra bandiere bianche e verdi, simbolo dei martiri, che garrivano al vento. In altri punti, si vedevano i resti arrugginiti dei carri armati sovietici o crateri di bombe circondati da frammenti di vetro scintillanti.

Qua e là le bombe avevano mancato il bersaglio, e gli afghani scavavano fra le macerie delle proprie case in cerca dei civili morti. Era proprio come vedere la polizia e i pompieri a New York, solo che qui i soccorritori non avevano saldatrici o gru, né soldi per comprarsele, e nessuno che gli passasse bottigliette di Gatorade e panini al tacchino o che li applaudisse quando staccavano per andarsi a fare qualche ora di sonno.

C’erano posti in cui le bombe non erano esplose, e restavano nei cortili delle case. A Charykari, Muhammad Baz ha fatto segno dalla porta e la gente è entrata nel suo salotto e ha visto l’enorme pinna che sbucava dalla bomba. È stato uno spettacolo piuttosto improvviso. Quando uno dei visitatori ha fatto un passo indietro, il signor Baz l’ha guardato torvo, liquidandolo con un gesto secco della mano. «Puah!», ha detto. «L’ha buttata qui il vostro paese, e voi avete paura».

Era attorniato da bambini che scuotevano la testa. L’intervista è continuata per strada.

La gente è abituata, per tradizione e per esperienza di prima mano, a considerare certe doti come decisive per la sopravvivenza. La capacità di giudizio, la buona forma fisica, la prontezza di riflessi, una certa dose di abilità manuale, in teoria sono tutte qualità che dovrebbero assicurare a una persona in pericolo qualche speranza di cavarsela.

Ma in innumerevoli casi, a New York come in Afghanistan, queste doti non hanno contato nulla. È stato decisivo soltanto il caso, e la fortuna e la sfortuna sono state rappresentate soprattutto dalla posizione dei piedi di una persona nel momento in cui sono arrivati gli aerei, in cui sono crollati i palazzi o le bombe sono atterrate su una casa.

L’11 settembre i piedi di un uomo erano all’incrocio fra Liberty Street e Church Street. Quell’uomo è sopravvissuto. Quelli di un altro erano in un ufficio al 65º piano della seconda torre. Lui è morto. Cos’è stato a stabilire che uno fosse in un posto, uno in un altro? In fondo, niente. Era impossibile scegliere di essere nel punto giusto o in quello sbagliato, perché quando ognuno ha preso la propria decisione non poteva sapere quale ne sarebbe stato l’esito, da lì a pochi minuti; così come, quando una famiglia afghana è scappata a ripararsi da un attacco aereo, non poteva sapere che fra tutte le bombe che sarebbero piovute nel quartiere, proprio quella che avrebbe sfondato il tetto di casa loro non sarebbe esplosa.

L’incapacità di giudizio o l’ignavia avranno potuto causare la morte di qualcuno, ma non è detto che la sagacia e la prestanza fisica li avrebbero salvati. È stata questione di fortuna, e ci sono stati momenti in cui la sorte è sembrata la forza più determinante del mondo, più potente della fede dei soldati della jihad nella volontà di Dio, più potente delle bombe americane.

Ma ci sono state delle eccezioni.

La mattina dopo la caduta di Khanabad, uno snello comandante dell’Alleanza di nome Rhamazhoni stava accanto al cratere lasciato da una bomba sull’autostrada. Una dozzina dei suoi uomini erano stati uccisi nei campi di riso un paio di settimane prima, e ora che le linee del fronte si erano spostate era venuto a dargli una degna sepoltura. La prima vittima, Rahim Ullah, è stata trasportata fino al bordo della strada. Qualcuno gli ha deposto una coperta sul viso incrostato di fango. Era un uomo grande e grosso. Ci sono voluti sei soldati per sollevare il suo cadavere.

Rhamazhoni ha raccontato che era morto così: gli uomini erano stati sorpresi da un’imboscata dei talebani contro il loro convoglio e si erano sparpagliati per i campi. Alcuni avevano combattuto fino a quando erano durate le munizioni, poi avevano cercato di scappare. Alcuni erano feriti e non ce l’avevano fatta, e i talebani li avevano raggiunti e giustiziati.

Il comandante era riuscito a salvarsi e quel soldato no, e il motivo era così elementare che lo si sarebbe potuto capire anche solo giocando ad acchiapparella nel cortile della scuola. «Io ho corso più veloce di lui», ha detto Rhamazhoni.

Queste erano le costanti: proprio quando ti sembrava di aver compreso un certo meccanismo, qualcosa ti dimostrava che ti sbagliavi. Rischiavi sempre di perderti i momenti più importanti perché eri in cerca di qualcos’altro.

La neve scricchiolava sotto gli scarponi da montagna. Durante una pausa nella traversata dell’Hindukush, i portantini si sono radunati per chiedere da dove venivano i due stranieri. «Londra? Germania? America?», ha detto uno.

Noi stavamo cercando di rimettere il gruppo in marcia per arrivare a Kabul il prima possibile.

«New York», ho risposto frettolosamente, sul punto di andarmene.

Il portantino mi ha bloccato prendendomi per un gomito, facendo in modo di incrociare il mio sguardo. Quando ha parlato ha usato la pronuncia lenta di chi si sta avventurando in una lingua che non gli è familiare, ma vuole farsi sentire. Ha annuito – un cenno così profondo che poteva quasi essere un inchino – poi ha portato le mani fino all’altezza degli occhi e le ha abbassate, sventolandole, fino alla vita.

Il significato era ovvio, anche in mezzo a quelle montagne altissime in un angolo remoto della terra. Le torri che cadevano.

«New York», ha detto il portantino afghano. «Noi dispiace molto».

© The New York Times 

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Operazione Geronimo https://minimaetmoralia.it/politica/operazione-geronimo/ https://minimaetmoralia.it/politica/operazione-geronimo/#respond Tue, 05 Jul 2011 07:19:41 +0000 http://www.minimaetmoralia.it/?p=4676 Questo articolo è uscito sul numero di giugno della rivista Lo Straniero. di Giuliano Battiston “Geronimo E-KIA”. È il primo maggio 2011, la voce del vice ammiraglio William McRaven, a capo del Joint Special Operations Command (JSOC) degli Stati Uniti, arriva ovattata nella Situation Room della Casa Bianca, riempita dell’attesa incerta dei più alti rappresentanti […]

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Questo articolo è uscito sul numero di giugno della rivista Lo Straniero.

di Giuliano Battiston

“Geronimo E-KIA”. È il primo maggio 2011, la voce del vice ammiraglio William McRaven, a capo del Joint Special Operations Command (JSOC) degli Stati Uniti, arriva ovattata nella Situation Room della Casa Bianca, riempita dell’attesa incerta dei più alti rappresentanti dell’amministrazione americana, dal presidente Obama al vice Joe Biden, dal segretario di Stato Hillary Clinton a Robert Gates, segretario alla Difesa. Con asciutto linguaggio militar-burocratico, McRaven certifica la morte (enemy-killed-in action) di Geronimo, nome in codice per Osama bin Laden, lo sceicco saudita che con sguardo messianico, gesti stanchi ma suadenti e un imponente serbatoio di finanziamenti e retorica jihadista per più di vent’anni – dalla creazione nel 1988 di “al-Qaeda al-Askariyya” (la “base militare”) – ha ridisegnato la mappa politico-militare dell’islamismo radicale, trasformando un’organizzazione nata per difendere le terre musulmane minacciate dall’imperialismo muscolare dell’Occidente in un brand terroristico esportato in franchising in ogni angolo del globo, dalle opulente città europee ai degradati slum delle megalopoli asiatiche e africane. Uno zelante religioso salafita, divenuto icona contestata o ammirata grazie all’incontro con Ayman az-Zawahiri, il medico e ideologo egiziano che sin dall’età di quindici anni sognava la creazione di quell’“avanguardia dei pionieri” descritta nei testi rivoluzionari (Pietre miliari, La giustizia sociale nell’Islam) del pedagogista Sayyd Qutb, fatto impiccare da Nasser nel 1966. Lawrence Wright, ne Le altissime torri, spiega che proprio dall’incontro tra l’“anima” saudita – pragmatica e scaltra – e quella egiziana – ideologicamente solida e carica di un sordo rancore verso i corrotti regimi arabi -, sarebbe scaturita la miscela esplosiva e contagiosa di al-Qaeda, deflagrata in tutta la sua carica materiale e simbolica con gli attacchi dell’11 settembre alle Torri Gemelle di New York. Un duro colpo al cuore del nemico a stelle e strisce, ma anche l’occasione per i neoconservatori, allora egemoni sia al Pentagono che alla Casa Bianca, per consolidare “il momento unipolare” descritto nel 1990 su Foreign Affairs dal saggista Charles Krauthammer, con l’invasione dell’Afghanistan e poi dell’Iraq, nell’ambito della più grande narrazione della politica estera americana dalla caduta del muro di Berlino: la “guerra al terrore” dichiarata dal presidente manicheo del “o con noi o contro di noi”, il rude texano George W. Bush.
L’omicidio di bin Laden, salutato da Barack Hussein Obama come il più importante risultato nella lotta contro il terrorismo (oltre che con un “giustizia è stata fatta” che sintetizza la distanza tra la cultura politico-giuridica d’oltreoceano e quella europea), solleva però nuovi interrogativi sugli obiettivi ultimi della “guerra al terrore” e sulla stessa legittimità dell’intervento armato in Afghanistan. I primi a interrogarsi sono proprio gli afghani: da Kabul ad Herat, da Jalalabad a Mazar-e-Sharif, le reazioni più comuni alla notizia del ritrovamento del saudita barbuto in una villa di Abbottabad, a meno di 100 chilometri dalla capitale pakistana Islamabad e a poche centinaia di metri da una delle più blasonate accademie militari locali, sono due: la prima è che bin Laden, piuttosto che il fiero difensore delle masse musulmane calpestate dall’arroganza del ricco e corruttore Occidente (un’idea che circola soltanto negli ambienti più radicali, e marginali), rimane il politico del terrore che ha sfruttato l’ingenuità del popolo afghano per cinici interessi personali, lasciandogli in eredità una guerra immeritata ed estremamente costosa in termini di vite umane (l’ultimo rapporto sulle vittime civili della missione Onu in Afghanistan registra, con una stima al ribasso, 2800 vittime nel solo 2010); la seconda è che la guerra al terrorismo, da dieci anni a queste parti, la si sta combattendo nel posto sbagliato. Lo sostengono i cittadini ordinari e lo sostiene l’intero quadro politico di Kabul, dai parlamentari della Wolesi Jirga (la camera bassa del parlamento), che hanno invitato ufficialmente le truppe occidentali a spostare l’attenzione militare in Pakistan, a personaggi di spicco come l’ex capo dei servizi segreti Amrullah Saleh, fino al presidente Karzai in persona, che nei mesi scorsi aveva più volte invitato la Nato a occuparsi dei santuari dei movimenti antigovernativi al di fuori dei confini afghani, alludendo implicitamente al vicino pakistano, per il quale l’Afghanistan continua a essere un’area di profondità strategica nella partita senza esclusione di colpi che gioca con l’India dalla partizione del 1947, con i gruppi guerriglieri islamisti (da Lashkar-e-Taiba ai talebani pakistani, fino alla rete Haqqani, di base nel nord Waziristan) usati come strumento di politica negoziale in sostituzione del dialogo diplomatico.
Ad accusare il “paese dei puri” non è però soltanto l’Afghanistan. Nel discorso in cui ha annunciato la morte di bin Laden, il presidente Obama ha sottolineato che l’individuazione del compound di Abbottabad è stato il frutto della “cooperazione tra il nostro controterrorismo e quello pakistano”, ma a molti analisti è sembrato soltanto un accorgimento retorico per rendere meno doloroso agli occhi dei vertici pakistani l’affronto di un’operazione militare condotta a loro insaputa. Le bordate diplomatiche contro la presunta promiscuità dei servizi segreti pakistani, in particolare l’ISI (l’Inter-Services Intelligence Directorate), con il jihadismo stragista sono piovute da molto in alto: tra i primi ad esporsi, John Brennan, consigliere della Casa Bianca per la sicurezza interna e per l’antiterrorismo, che nella conferenza stampa del 2 maggio ha giudicato “inconcepibile” immaginare che bin Laden abbia potuto vivere per cinque anni ad Abbottabad senza qualche supporto all’interno del Pakistan; a seguire è intervenuto Leon Panetta, oggi capo della Cia e futuro segretario alla Difesa, che con un’insolita intervista al Time ha sostenuto di aver preferito non avvertire la controparte pakistana dell’operazione del Navy Seal Team per evitare brutte sorprese. Scontate, le repliche pakistane: il presidente Asif Ali Zardari, con un lungo editoriale sul Washington Post, ha rivendicato gli sforzi, e i costi, della guerra condotta dall’esercito pakistano contro i gruppi ribelli, ricordando inoltre come lo sceicco saudita sia il presunto responsabile dell’omicidio di sua moglie, Benazir Bhutto, “il peggior incubo di bin Laden in quanto leader donna democraticamente eletta, progressista, moderata, pluralista”. Da parte loro i vertici militari – dal generale Ahmed Shuja Pasha, capo dell’ISI, al generale Ashfaq Parvez Kayani, capo dell’esercito – hanno nicchiato, soffiando sul fuoco del risentimento popolare e politico verso un’operazione condotta in spregio della sovranità del Pakistan. Sanno bene di essere ancora essenziali nella partita che gli Stati Uniti stanno giocando in chiave regionale, e aspettano che passi la buriana per riprendere i bizantinismi fin qui adottati, usando parte dei soldi ricevuti in chiave anti-terrorismo dagli Stati Uniti per aiutare alcuni gruppi jihadisti, almeno fino a quando non saranno convinti di avere garanzie tali sui futuri assetti geo-politici dell’Afghanistan (e dunque dell’area) da rinunciare al doppio gioco. All’interno dell’amministrazione Obama, qualcuno spera che questa sia l’occasione giusta per costringere il recalcitrante alleato pakistano a una maggiore trasparenza, ma i più smaliziati sono consapevoli che si tratta di mere speranze: il Pakistan, ha sostenuto Christine Fair, della Georgetown University’ School of Foreign Policy, “può essere descritto sia come il pompiere che come il piromane, ma trova sempre i modi per rinnovare la sua rilevanza strategica”, come dimostrano le dichiarazioni dello stesso segretario generale della Nato, Anders Fogh Rasmussen, che si è affrettato ad annunciare ufficialmente la necessità “di una forte cooperazione con il Pakistan”, seguite da quelle di Mark Toner, tra i portavoce del Dipartimento di Stato americano, per il quale “la cooperazione con il Pakistan nel contro-terrorismo è nei nostri interessi di sicurezza nazionale”. Al di là delle recenti, superficiali increspature, Stati Uniti e Pakistan sanno dunque di avere bisogno l’uno dell’altro: senza i finanziamenti e l’appoggio politico degli Stati Uniti, il Pakistan perderebbe gran parte della propria solidità finanziaria e politico-militare, e rischierebbe il collasso, camminando già da anni lungo il sottile crinale che divide gli Stati funzionanti da quelli falliti; senza il contributo del Pakistan, gli Stati Uniti non riusciranno mai a uscire dal pantano afghano senza perdere del tutto la faccia. Quel che gli Stati Uniti stentano a riconoscere, sono invece le conseguenze impreviste dell’ormai decennale tradizione di aiuti concessi al Pakistan, conseguenze di cui ha parlato sul New Yorker Lawrence Wright (The Double Game. The unintended consequences of American funding in Pakistan): la creazione di un servizio segreto, l’ISI, divenuto “uno stato all’interno dello stato”, refrattario a ogni tentativo di democratizzazione (come testimonia il frettoloso ritiro del provvedimento annunciato nel 2008 con cui il governo pakistano intendeva sottoporre l’ISI al controllo del ministero dell’Interno); la creazione o l’appoggio a una galassia di gruppi islamisti che rispondono ormai soltanto parzialmente ai loro finanziatori. Tra questi, il movimento guidato da mullah Omar, i Talebani.
L’uscita di scena di bin Laden apre nuovi scenari, nella partita tra gli studenti coranici e le truppe straniere. Dall’ambasciatore degli Stati Uniti a Kabul, Karl Eikenberry, al blasonato generale David Petraeus, a capo delle truppe americane e Nato in terra afghana, dall’inviato speciale per Afghanistan e Pakistan Marc Grossman al segretario di Stato Hillary Clinton, non c’è alto esponente dell’amministrazione americana che non abbia sottolineato l’importanza del momento: la morte di bin Laden “apre possibilità per trattare con i Talebani che non esistevano prima”, ha affermato la Clinton, che ha invitato i turbanti neri ad approfittare dell’occasione. Prima ancora che per i turbanti neri, la morte di bin Laden offre però un’occasione all’amministrazione Obama. Fin qui, il presidente americano non è riuscito a imprimere una svolta strategica rispetto al suo predecessore: ha sofferto l’eredità di una situazione sul terreno complicata dagli interessi divergenti dei vari attori regionali, ma anche le contraddizioni di un orientamento politico che dichiarava la disponibilità a negoziare con il nemico soltanto da una posizione di netto vantaggio militare (da qui la schizofrenia tra timide aperture negoziali e massicce operazioni militari). Oggi, riconosciuta l’impossibilità di una soluzione militare, eliminata gran parte della pesante ipoteca qaedista che pesava sull’ipotesi negoziale (anche in chiave di legittimità agli occhi dell’opinione pubblica interna), Obama gode di margini di manovra molto più ampi, che potrebbe usare per portare a compimento il graduale piano di disimpegno militare annunciato nell’ultimo vertice di Lisbona dello scorso novembre, e per mantenere la promessa di riportare a casa parte delle truppe americane già nella prossima estate. Negli Stati Uniti il vento politico soffia a favore del presidente, che potrebbe tentare un riavvicinamento con le cancellerie europee, che da tempo cercano di sganciarsi da una guerra che si sta perdendo e che non è la loro. Non mancano gli ostacoli: da una parte i falchi del Pentagono, che faranno resistenza sia nei confronti del ritiro definitivo delle truppe – previsto per il 2014 -, sia nei confronti del negoziato con i Talebani; dall’altra le stesse strategie militari dell’amministrazione Usa: oltre all’abbandono delle armi e al rispetto della Costituzione afghana, gli americani hanno sempre posto ai turbanti neri come condizione per il negoziato politico la rinuncia ai legami con al-Qaeda, nascondendo a se stessi e all’opinione pubblica internazionale che quello tra i seguaci del mullah Omar e il movimento di bin Laden è sempre stato un matrimonio di convivenza tattica, molto fragile, segnato da dissidi e spaccature e da una incompatibilità ideologica di fondo. Lo hanno dimostrato due ottimi ricercatori e giornalisti di base a Kandahar, Alex Strick van Linschoten e Felix Kuehn, con un libro recente e importante, An Enemy We Created: The Mith of the Taliban/Al Qaeda Merger in Afghanistan, 1970-2010 (Hurst), in cui riprendono i temi già sollevati nel saggio “Separare i talebani da al-Qaeda: la chiave del successo in Afghanistan”, pubblicato alcuni mesi fa per il Center on International Cooperation della New York University. E in cui spiegano come le strategie dell’esercito americano e di quelli Nato, mirate a colpire i leader talebani, abbiano “indebolito l’intera struttura di comando e la capacità della leadership centrale di far rispettare le decisioni”, tanto che i membri ancora attivi della vecchia generazione talebana avrebbero visto decrescere significativamente la propria autorità, mentre si sarebbe progressivamente affermata una nuova generazione di combattenti, meno nazionalista delle precedenti, meno incline al negoziato, più motivata ideologicamente e permeabile alle sirene del jihadismo qaedista, trasformando la battaglia contro “gli invasori stranieri” nel sacro jihad contro i “crociati infedeli”. Se si cerca un accordo negoziato – questa la conclusione dei due autori – “è poco sensato provare a distruggere le organizzazioni con cui si vuole negoziare”. I Talebani della vecchia guardia – non “degli implacabili oppositori degli Stati Uniti o dell’occidente in generale ma di loro specifiche azioni o politiche in Afghanistan” – sono da tempo pronti al negoziato: nel corso degli ultimi tre anni hanno cercato di smarcasi dall’abbraccio soffocante e malsopportato dei gruppi filoqaedisti, e la morte di bin Laden potrebbe garantire loro ulteriori margini di manovra. Anche l’amministrazione Obama sembra più incline di prima a sedersi attorno al tavolo negoziale: in un discorso del 18 febbraio presso l’Asia Society di New York, Hillary Clinton ha parlato della necessità di un “responsabile processo di riconciliazione”, lasciando intendere che sia il tempo di rinunciare alle pre-condizioni fin qui stabilite. E assicurando che gli Stati Uniti hanno lanciato, parallelamente a quello militare, “un surge diplomatico, per spingere il conflitto verso un esito politico che rompa l’alleanza tra i Talebani e Al-Qaeda, per chiudere con la guerriglia e aiutare a produrre non solo un Afghanistan più stabile ma una regione più stabile”. Bisognerà vedere se Obama avrà il coraggio e il credito politico sufficiente per andare fino in fondo e se gli Stati Uniti saranno capaci di tenere a bada gli appetiti strategici dei partner regionali in un momento estremamente delicato per il futuro dell’Afghanistan: a marzo Hamid Karzai ha annunciato le sette aree la cui sicurezza, nell’ambito del programmato piano di “transizione”, già a luglio passerà sotto il controllo afghano: oltre a Kabul, al sud la città di Lashkar Gah, capoluogo della provincia dell’Helmand; al nord Mazar-e-Sharif, provincia di Balkh; a ovest Herat, nell’omonima provincia; e poi ancora Mehterlam, nella provincia di Laghman, nell’est del paese, e le province del Panjshir e di Bamiyan, da sempre ostili al movimento dei turbanti neri. Il 16 aprile invece è stata la volta dell’annuncio della Commissione congiunta tra Afghanistan e Pakistan, avallata dagli Stati Uniti, con il compito di portare pace e stabilità sulle catene dell’Hindu Kush. A farne parte, pezzi grossi dell’establishment pakistano, dal primo ministro Yusuf Raza Gilani al capo dell’esercito Ashfaq Pervez Kayani, per finire al direttore generale dell’ISI, Ahmed Shuja Pasha, insieme agli omologhi afghani. Secondo indiscrezioni della stampa afghana, il Pakistan avrebbe imposto condizioni stringenti per assicurare un aiuto non soltanto formale: una consultazione sulle nomine più delicate; un coinvolgimento nell’addestramento delle forze di sicurezza afghane; un ruolo di primo piano nella riconciliazione coi Talebani; un limite alle attività del consolato indiano di Kabul. E una supervisione su tutti gli accordi militari con Stati Uniti e Nato, proprio negli stessi giorni in cui i vertici americani si affrettavano a smentire le notizie sulla presunta volontà degli Stati Uniti di costruire una base permanente militare nei dintorni di Mazar-e-Sharif, una notizia che ha infiammato i dibattiti regionali, con Pakistan e Iran che hanno fatto sapere che non vogliono sentirne parlare, e interni, con gli interventi dei principali protagonisti della politica afghana. Dopo Ismael Khan, l’ex signore della guerra nominato Ministro dell’Acqua e dell’Energia, che ha rifiutato perfino l’idea di una base a stelle e strisce nel paese, è stata la volta di Abdullah Abdullah, il principale sfidante di Karzai alle scorse presidenziali: per lui, sarebbe un modo per garantire la stabilità del paese. I tubanti neri, anche se implicitamente, in uno dei loro ultimi comunicati hanno fatto sapere che non permetteranno il prolungamento dell’occupazione americana e la “resa alla schiavitù” e combatteranno “fino a quando le forze straniere non lasceranno l’Afghanistan e le cause della guerra non verranno rimosse”. A dispetto della morte di bin Laden, c’è chi si dice sicuro che in Afghanistan la guerra continuerà fino a quando i turbanti neri non sentiranno parole simili a quelle pronunciate il 15 febbraio 1989 dal comandante delle forze sovietiche in Afghanistan, generale Boris V. Gromov, mentre attraversava il ponte dell’Amicizia, al confine con l’Uzbekistan: “Non c’è un solo soldato o un ufficiale sovietico alle mie spalle. La nostra presenza in Afghanistan, durata nove anni, termina adesso”.

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Ciechi di fronte al risveglio arabo https://minimaetmoralia.it/politica/ciechi-di-fronte-al-risveglio-arabo/ https://minimaetmoralia.it/politica/ciechi-di-fronte-al-risveglio-arabo/#comments Thu, 23 Jun 2011 07:47:21 +0000 http://www.minimaetmoralia.it/?p=4603 In Medio Oriente i dittatori hanno praticato un’operazione di infantilizzazione del popolo, tirato su a suon di giornali finti, con il minimo indispensabile per vivere. Ce lo racconta Robert Fisk, giornalista e corrispondente, intervistato da Giuliano Battiston per Il manifesto. di Giuliano Battiston Quando aveva solo dodici anni, vedendo «Il prigioniero di Amsterdam», un film […]

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In Medio Oriente i dittatori hanno praticato un’operazione di infantilizzazione del popolo, tirato su a suon di giornali finti, con il minimo indispensabile per vivere. Ce lo racconta Robert Fisk, giornalista e corrispondente, intervistato da Giuliano Battiston per Il manifesto.

di Giuliano Battiston

Quando aveva solo dodici anni, vedendo «Il prigioniero di Amsterdam», un film di Alfred Hitchcock, Robert Fisk decise di diventare giornalista. A cinquant’anni circa da quell’episodio, oggi è considerato il più autorevole corrispondente dal Medio Oriente. Perché si è sempre tenuto alla larga da quello che considera il pericolo peggiore per il giornalismo, «il rapporto osmotico e parassitario con il potere», e perché non ha mai smesso di leggere i fatti più recenti con uno sguardo da storico, come dimostra negli articoli che pubblica per il giornale inglese The Independent, e soprattutto nei suoi libri. Abbiamo incontrato Robert Fisk a Roma, prima della lezione che ha tenuto per il Corso «Informazione tra guerra e pace», organizzato dalla sezione Internazionale della Fondazione Basso.

Come giudica le rivolte arabe che hanno infiammato Nord Africa e Medio Oriente. Segnano un vero spartiacque storico o sono destinate a cambiamenti effimeri?
Piuttosto che «rivolte», preferisco definire gli avvenimenti recenti come un «risveglio arabo», adottando il titolo di un libro dello studioso George Antonius, che racconta il periodo delle rivolte arabe sotto Lawrence d’Arabia, negli anni Venti del Novecento. Quel libro include la documentazione delle promesse fatte dagli inglesi agli arabi, così come gli accordi stipulati segretamente tra inglesi e francesi per spartirsi il mondo arabo in mandati ed evitare la nascita di Stati arabi indipendenti. Considero gli eventi degli ultimi mesi come l’avvenimento più straordinario dagli anni Venti del Novecento, che avrà effetti duraturi. La parola «rivolta» non mi piace: può spiegare quel che è accaduto in Tunisia ed Egitto, non definire la guerra tribale in Yemen e Libia, né la potenziale guerra religiosa e settaria in Siria. In ogni caso, il risveglio nasce dal rifiuto del popolo di essere impaurito.

Già alcuni anni fa, in uno dei suoi articoli scriveva che nella regione c’era una novità: i cittadini, dai palestinesi ai siriani, non avevano più paura del potere, e quando non si ha più paura le cose sono destinate a cambiare…
All’epoca avevo percepito la novità, non le potenzialità. Le rivolte arabe non nascono oggi: la prima è quella libanese del 2005, quando migliaia di cittadini hanno condannato l’uccisione dell’ex primo ministro Rafiq Hariri, chiedendo l’uscita dal paese dei soldati siriani. Il secondo risveglio è quello iraniano, quando nel 2009 sono stati contestati i risultati delle elezioni presidenziali. Le radici del risveglio arabo vanno ricondotte dunque agli anni scorsi, ai tanti movimenti di scrittori, intellettuali e lavoratori che reclamavano diritti. E che si dicevano stufi di vivere in una situazione che definirei di perenne infantilismo, o, meglio, di infantilizzazione. In tutti i paesi della regione, a eccezione del Libano, i dittatori hanno praticato una deliberata operazione di infantilizzazione del popolo: trattavano i cittadini come bambini, scolaretti che venivano tirati su a suon di giornali finti, con il minimo indispensabile per vivere. Chi usciva da «scuola», lo faceva a suo rischio, finendo direttamente nelle prigioni, per essere torturato ed eventualmente ucciso. Di fronte a una gioventù con un crescente livello di alfabetizzazione, il gioco non ha più retto: i cittadini resi infantili hanno capito chi erano i veri bambini: i dittatori di turno, chiusi nel «mare di silenzio» in cui vivono i despoti. Una delle cose più tragiche è la reazione simile dei dittatori. Tutti pensano di essere i proprietari del paese, come se appartenga alla loro famiglia, lo pensava Mubarak come Assad. E tutti, anche per questo, accusano «interessi e mani straniere» dietro le quinte.

C’è stato un generale rimando al pericolo islamista (anche da parte delle cancellerie occidentali), anche se gli studiosi più avvertiti hanno subito definito le rivolte come post-islamiste. Lei cosa ne pensa?
Tutti hanno agitato lo spauracchio islamista. O addirittura quello di al Qaeda. La cosa curiosa è che la minaccia di al Qaeda veniva paventata proprio quando al Qaeda dimostrava di essere finita. La parabola di al Qaeda si è esaurita anni fa: ha promesso agli abitanti della regione che li avrebbe liberati dai dittatori e dall’occupazione americana, e ha fallito completamente, perché è stata la popolazione che ha rovesciato i regimi. Sono stato in Tunisia, Egitto, Barhein, a Tripoli, e non ho visto brandire un solo vessillo islamico, tanto meno qaedista. L’ipotesi islamista non regge, e non hanno retto e non reggeranno le aperture dei dittatori. Appena si apre uno spiraglio al popolo, il popolo pretende sempre di più. È un fenomeno inarrestabile.

E le cancellerie occidentali? Tartufesche come al solito, frutto della solita schizofrenia tra dichiarazioni di principio e realpolitik?
È la cosa più vergognosa: quando Ben Ali era ancora al suo posto, Hillary Clinton lo ha sostenuto, mentre Barack Obama non diceva niente, e non l’ha fatto neanche quando Ben Ali ha lasciato il paese. Nel caso dell’Egitto, c’è stato silenzio da parte della Casa Bianca, che ha continuato a considerare Mubarak un amico anche quando milioni di persone lo contestavano. Era proprio quello il momento giusto per Obama: avrebbe dovuto alzarsi in piedi e dire: «Il popolo americano crede nella democrazia, siamo con voi, Mubarak vattene!». Non l’ha fatto, ha aspettato. Se lo avesse detto per tempo, le strade del Cairo si sarebbero riempite di bandiere americane, e forse avrebbe pulito i muri insanguinati afghani e iracheni. La realtà è che l’Occidente non vuole veramente la democrazia in Medio Oriente, e ancora non ha capito nulla del risveglio arabo: soltanto alla fine ha compreso che non avrebbe più potuto sostenere gli Stati polizieschi. Non dimentichiamo che la polizia di questi Stati è stata addestrata alla tortura dai consulenti occidentali, gli americani hanno spedito propri «prigionieri» nelle carceri siriane. L’Occidente vuole la democrazia, ma fino a un certo punto. La vera ossessione, è la cosiddetta stabilità. In una recente conferenza stampa, Obama ha ammesso: a volte le aspirazioni ideali americane sono entrate in conflitto con gli interessi americani. Intendeva il petrolio, ma non l’ha detto!

Lei è critico nei confronti del presidente americano, e definisce come patetici e inutili i suoi recenti discorsi sul Medio Oriente, per poi contestare i «collassi linguistici» di Obama sulla questione israelo-palestinese. Dov’è che sbaglia Obama?
Prendiamo il famoso discorso del Cairo di due anni fa. In quell’occasione, ha parlato del trasferimento dei palestinesi nel 1948. Ci rendiamo conto? Trasferimento! Non esilio, pulizia etnica, catastrofe. E poi il discorso con cui ha accettato il premio Nobel per la pace: devo essere realista, ha detto, devo vivere nel mondo, non posso comportarmi come Gandhi e Mandela. Come se Gandhi non avesse dovuto combattere l’impero britannico e Mandela l’apartheid. Nel suo più recente discorso sul cosiddetto conflitto israelo-palestinese, prima ha parlato di «insediamenti», poi, dopo aver sentito Netanyahu che si riferiva a «certi cambiamenti demografici sul terreno» per giustificare l’occupazione illegale di terra palestinese, ha usato la stessa frase, allineandosi in pieno. È semplicemente un uomo e un politico debole, che aspira al secondo mandato. Non si rende conto di essere diventato irrilevante. Netanyahu invece continua a rivendicare l’alleanza con gli Stati Uniti, ma coltiva un incubo: se c’è stato un risveglio nei paesi arabi, ce ne potrà essere uno anche tra i palestinesi. Cosa farà Israele se centinaia di migliaia di persone dovessero decidere di tornare nella loro terra dai paesi confinanti? Quando la popolazione di Gaza deciderà di manifestare? Gli occidentali continuano ad adottare nei confronti degli arabi quell’atteggiamento colonialista che avevano gli inglesi con gli indiani. Senza rendersi conto che gli arabi non hanno più paura: sanno che non hanno bisogno di nessuna lezione. E di avere potere.

Un’ultima domanda sulla Libia, dove pare sia scattata proprio quella combinazione tra «sogni ideologici e pistole fumanti» che lei ha sempre criticato. Come se ne esce?
Pochi giorni fa, a Istanbul ho comprato una nuova biografia di Ataturk, che prima di diventare il padre della patria turca era un soldato ottomano. Gli ottomani lo mandarono in Libia per addestrare una tribù senussita contro gli italiani, la stessa tribù che oggi viene sostenuta dalla Nato. Qualche settimana dopo il suo arrivo, scrisse una lettera a un suo amico ufficiale in Bosnia, dicendo che quell’operazione era inutile: «addestriamo i senussiti, sono buoni combattenti, ma vogliono essere pagati, e noi lo facciamo. Il guaio è che tirano la guerra per le lunghe, per avere sempre più soldi». Qualcuno dovrebbe mandare a Sarkozy, Cameron e Obama una copia di quella lettera.

IL PERSONAGGIO
Nato nel 1946 a Maidstone, nel Kent, dal 1971 al 1975 Robert Fisk è stato corrispondente da Belfast per il quotidiano inglese The Times, e nel 1976 si è trasferito nel Medio Oriente dove, prima per il Times e poi per The Independent, ha seguito i maggiori avvenimenti della regione: dalla rivoluzione iraniana all’ingresso delle truppe sovietiche in Afghanistan, dalla guerra civile libanese al conflitto tra Iran e Iraq, dalla prima guerra del Golfo all’occupazione americana dell’Iraq, per finire con il recente “risveglio arabo”, concedendosi una “parentesi” solo per seguire il conflitto in Bosnia-Erzegovina. Insignito di numerosi riconoscimenti, tra cui lo United Nations Press Award e per due volte l’Amnesty International Uk Press Award, Robert Fisk è l’unico giornalista occidentale ad aver intervistato Osama bin Laden, per tre volte, prima in Sudan nel 1994 e poi in Afghanistan. È autore di diversi libri, in cui combina il “passo” del giornalista alla profondità dello storico: In Times of War: Ireland, Ulster and the Price of Neutrality (1983), The Point of No Return: The Strike wich Broke the British to Ulster (1975), The Age of Warriors: Selected Writings (2008). In italiano, si possono leggere invece Il martirio di una nazione: il Libano in guerra e Cronache mediorientali, entrambi pubblicati dal Saggiatore, oltre che Notizie dal fronte (Fandango 2003).

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