Oscar Iarussi Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/oscar-iarussi/ un blog di approfondimento culturale Mon, 20 Jan 2020 12:58:33 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=7.1 https://minimaetmoralia.it/wp-content/uploads/2025/07/cropped-cropped-309290503_464034925751050_1790831071097755281_n-32x32.jpg Oscar Iarussi Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/oscar-iarussi/ 32 32 Amarcord Fellini https://minimaetmoralia.it/cinema/amarcord-fellini/ https://minimaetmoralia.it/cinema/amarcord-fellini/#respond Mon, 20 Jan 2020 12:58:33 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=42160 Pubblichiamo, ringraziando editore e autore, un estratto da Amarcord Fellini. L'alfabeto di Federico, scritto da Oscar Iarussi e in libreria per Il Mulino. Il libro è una rievocazione alfabetica del genio di Fellini: abbiamo scelto la lettera Q, ed è il nostro omaggio nel centenario della nascita del maestro.

Un quid in Fellini? V’è «un certo che» di incantevole e pur sempre sfuggente nei suoi film, dove la felicità e l’angoscia sono le braccia di un unico amplesso. Svagato cronista come il Marcello di La dolce vita o narratore «proustiano» del tempo perduto (e perso), tuttavia Federico è – suo malgrado – l’autore italiano del secondo Novecento che forse più di chiunque ha interiorizzato, elaborato e oltrepassato il lascito delle avanguardie storiche.

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Pubblichiamo, ringraziando editore e autore, un estratto da Amarcord Fellini. L’alfabeto di Federico, scritto da Oscar Iarussi e in libreria per Il Mulino. Il libro è una rievocazione alfabetica del genio di Fellini: abbiamo scelto la lettera Q, ed è il nostro omaggio nel centenario della nascita del maestro.

Un quid in Fellini? V’è «un certo che» di incantevole e pur sempre sfuggente nei suoi film, dove la felicità e l’angoscia sono le braccia di un unico amplesso. Svagato cronista come il Marcello di La dolce vita o narratore «proustiano» del tempo perduto (e perso), tuttavia Federico è – suo malgrado – l’autore italiano del secondo Novecento che forse più di chiunque ha interiorizzato, elaborato e oltrepassato il lascito delle avanguardie storiche.

Lo testimoniano la primazia e l’ossessione del linguaggio e della forma rispetto alla trama e al contenuto, in maniera particolare nell’unò duè che scandisce l’andatura dei primi anni Sessanta, La dolce vita e 8 ½, proprio quando sembra rallentarla con i dubbi e i tormenti del Nostro. «Mi ha guardato come Socrate avrebbe guardato Critone scoprendo che il discepolo era improvvisamente impazzito», raccontò Fellini a proposito della reazione di Roberto Rossellini, il suo maestro, all’uscita dalla visione di La dolce vita.

Ma Federico non è impazzito. D’istinto e anche per cultura, nonostante simulasse d’essere un po’ selvatico, sa di vivere da «uomo postumo», e non soltanto perché è scampato all’immane tragedia della guerra, visto che era riuscito a non farsi arruolare a forza di rinvii concessi agli universitari e ai giornalisti, nonché certificando la patologia dell’occhio basedowiano, cioè sporgente (in effetti, metaforicamente ne fu affetto). Egli è «postumo» nei termini di un altro Federico, Herr Nietzsche:

Gli uomini postumi – io, per esempio – sono meno ben compresi di coloro che si sono conformati alla loro epoca, ma li si intende meglio. Per esprimermi ancora più esattamente: non ci si comprende mai – ed è da ciò che viene la nostra autorità.

Senza farla troppo lunga, la Roma felliniana può evocare in tal senso i paradossi della Vienna di Wittgenstein e Musil, di Hofmannsthal e Roth, di Schiele e Schönberg, e dell’aforista Kraus, che, volendo, sarebbe un antenato di Flaiano. «Un paesaggio di pellegrinaggi infiniti e follie interminabili», la definisce Massimo Cacciari nel suo classico Dallo Steinhof che si apre con un’epigrafe perfetta anche per dire Fellini: «Merita di essere raggiunto dalla sua epoca colui il quale si limita ad anticiparla» (Ludwig Wittgenstein).

cover IarussiVia Veneto come la chiesa di San Leopoldo della capitale austriaca? Due imperi in disfacimento, rovine che guardiamo e ci riguardano, assenze/presenti nel labirinto del pensiero. «Noi non sappiamo se nel labirinto vi sia un centro edenico o demoniaco», ammoniva Jorge Luis Borges, l’aedo dantesco che trasognò quel centro sotto forma di anfora: un totem dell’infanzia, chissà se salvifico. Fellini «abita la distanza» dal centro smarrito (Rovatti) e sogna Borges: «Davanti a me al di là del tavolo c’è Borges che vuol parlare con me, anzi vuol sentirmi parlare e si sporge in avanti per ascoltare meglio. Ma io non so cosa dire».

Così come fa con Picasso, che ricorre quattro volte nel Libro dei sogni: «Tutta la notte con Picasso che mi parlava, mi parlava… Eravamo molto amici, mi dimostrava un grande affetto, come un fratello più grande, un padre artistico, un collega che mi stima alla pari, uno della stessa famiglia, della stessa casta…».

Fellini e Picasso erano accomunati dalla passione per il circo, ma non s’incontrarono mai. Il regista era ammaliato dallo stregone spagnolo della scomposizione figurativa e della «quarta dimensione» simbolica, ne subiva la malia demiurgica. Audrey Norcia, curatrice della mostra parigina Quand Fellini rêvait de Picasso (Cinémathèque française, 2019) riscontra quest’influenza in due scene del Satyricon: quella di Encolpio nella pinacoteca dove «la coppia Marte e Venere è un richiamo al Picasso classico degli anni Venti» e il labirinto, considerato dalla storica dell’arte «una discendenza del Picasso surrealista degli anni Trenta».

«Avete fatto voi questo orrore, maestro?», chiede un ufficiale nazista davanti alla grande tela di Guernica. «No, l’avete fatto voi», risponde Picasso, riferendosi al bombardamento della Luftwaffe che il 26 aprile 1937 devastò la piccola città dei Paesi Baschi. Avete fatto voi la Dolce vita? No, l’avete fatta voi… «È una cafonata, il sogno di un provinciale», sbottò Vittorio De Sica. È vero che solo il provinciale si accosta al nuovo con divorante curiosità, attento a registrarne i battiti nascosti, i chiaroscuri e l’enigma. Perciò Fellini diventa il cronista partecipe e visionario di una trasformazione radicale dell’Italia, la cosiddetta «cafonata», in cui i famosi per il lampo di un flash e i non famosi cominciano ad anelare a un’ambigua nomea, convivono in un’alternanza di esuberanza e di depressione, di fiction e di scaltrezza cinica. Un processo, colto nel suo nascere, che finirà per congiurare ai danni del principio di realtà, oggi infermo in ogni dove, labile, difficile da distinguere in mezzo alle menzogne spacciate per autentiche (le fake news).

Il raffinato scrittore britannico Aldous Huxley – che negli anni Venti risiede a lungo in Italia e trascorre più di un periodo di vacanza a Rimini – è un precursore del misticismo filosofico e nell’uso degli allucinogeni per allargare i confini della mente (ante litteram un approccio in stile Castaneda). Morirà a Hollywood, dopo aver sofferto per tutta la vita di seri problemi alla vista, cui dedica il trattatello «terapeutico» L’arte di vedere: «Esiste un rapporto indissolubile, per il bene come per il male, tra l’immagine visiva prodotta dalla memoria, dall’immaginazione o dall’interpretazione dei sensa, e la condizione fisica degli occhi».

In quelle pagine Huxley scrive anche di cinema con tocchi simili a quelli di Lo spettatore addormentato di Flaiano, di cui anticipa l’invito all’occasionale e salubre assopimento in sala, e conclude asseverando il bisogno di una «vigile passività» che più felliniana non potrebbe essere… Vigile quando si dice inerte, attento al quadro d’insieme, alle facce del mondo e alle possibili moltiplicazioni del reale, inattuale nella temperie della cronaca: ce n’è abbastanza per un quid, forse due.

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Ricordando Sergio Claudio Perroni https://minimaetmoralia.it/letteratura/ricordando-sergio-claudio-perroni/ https://minimaetmoralia.it/letteratura/ricordando-sergio-claudio-perroni/#comments Tue, 02 Jul 2019 05:30:30 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=40609 «Tradurre è un po’ tradire». Ogni volta che qualcuno lo diceva in sua presenza, Sergio Claudio Perroni gli riservava il rispetto/dispetto dovuto a un occasionale incontro fra Benjamin e Peynet, alticci entrambi al bistrot delle frasi fatte. Non ne conseguiva una delle sue proverbiali rampogne perché il privilegio era riservato al «Gialluca» di turno – nomignolo affibbiato agli amici più cari, uomini o donne che fossero – reo di aver messo una virgola nel posto sbagliato o di aver usato un termine improprio, tanto più se si trattava di un anglicismo non necessario (quando mai son necessari?).

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«Tradurre è un po’ tradire». Ogni volta che qualcuno lo diceva in sua presenza, Sergio Claudio Perroni gli riservava il rispetto/dispetto dovuto a un occasionale incontro fra Benjamin e Peynet, alticci entrambi al bistrot delle frasi fatte. Non ne conseguiva una delle sue proverbiali rampogne perché il privilegio era riservato al «Gialluca» di turno – nomignolo affibbiato agli amici più cari, uomini o donne che fossero – reo di aver messo una virgola nel posto sbagliato o di aver usato un termine improprio, tanto più se si trattava di un anglicismo non necessario (quando mai son necessari?).

Una smorfia di sarcasmo segnalava, essa sì, la distanza di Perroni dal tradimento volontario dell’opera letteraria, stramba idea, all’opposto della sua acribia di traduttore principe dall’inglese e dal francese, oltre che di editor e custode appassionato e severo della bellezza della nostra lingua. Sono sue le versioni italiane di novecentisti quali Butor (di cui amava molto La modification), Cheever, Steinbeck (la redazione integrale di Furore), Camus, Saint-Exupéry, ma anche David Foster Wallace e Houellebecq. A tutti si approcciava con un rigore quasi ossessivo. E con la medesima intransigenza fustigò in varie rubriche e antologizzò sia le velleità alate/tarpate dei mille «poetastri» nazionali, sia «mostri, papere e scelleratezze della stampa italiana» nel volume Raccapriccio (Aliberti 2007): un setaccio perfetto per procurarsi nuovi amici…

Sebbene non parlasse che di rado della «bottega» del traduttore, a Perroni si attaglia il magnifico racconto-studio di Cesare Garboli sulla propensione «proustiana» dello storico dell’arte Roberto Longhi per l’opera «già scritta nel vissuto», che uno scrittore deve soltanto scoprire (Pianura proibita, Adelphi 2002). Garboli chiarisce che «Proust si esprime negli stessi termini di Longhi, ma con più fermezza, come se sbattesse la porta dopo una lunga discussione: “le devoir et la tâche d’un écrivain sont ceux d’un traducteur”».

Lo scrittore come traduttore e il traduttore come scrittore. Ecco Perroni. Si è tolto la vita lo scorso 25 maggio con un colpo di pistola alla testa, nel centro di Taormina dove risiedeva. Era un siciliano «di ritorno», nato a Milano nel 1956 da una famiglia dell’Isola, vissuto tra il capoluogo lombardo e Roma sino alla fine degli anni Ottanta, quando aveva scelto la città etnea arroccata sullo Ionio, dove quasi ogni mattina «scendeva» a fare il bagno. Vittorio Sgarbi, amico di Perroni da lunga pezza, ha menzionato Longhi nel necrologio apparso il 26 maggio sul «Giornale», accennando a un dipinto, la secentesca Cleopatra di Artemisia Gentileschi, a sigillo del suo rapporto con Sergio che trent’anni fa glielo aveva venduto, alienandolo dal lascito del padre. «Il suicidio non era per lui un atto estraneo. Sono certo che lo ha inteso ed eseguito negli stessi termini e con lo stesso orgoglio di Mishima (…) Nel momento in cui Cleopatra sente che la bellezza se ne sta andando, che perde la sua forma, non vuole essere ricordata altro che per quello che è stata. Quindi si uccide per non perdere la ragione della sua vita…».

Il suicidio quale estrema affermazione di vitalità e di vitalismo; un gesto paradossale, eroico, libertario, virile; una sfida alla tirannia del tempo anagrafico o biologico. Il morso dell’aspide di Cleopatra ovvero il colpo di pistola resta tuttavia ineffabile, incomprensibile, dolorosissimo per chi rimane ad arrovellarsi sul perché. Forse una disillusione radicale,una protesta verso il mondo e finanche rispetto a sé, il disperato bisogno di non essere dimenticato in un orizzonte che del valore letterario non sa cosa farsene, e, anzi, lo rimuove quale fastidioso residuo del passato. «A volte andarsene è solo un modo più efficace per restare», recita la quarta di copertina di La bambina che somigliava alle cose scomparse, apparso pochi mesi fa per i tipi della Nave di Teseo, la casa editrice guidata da Elisabetta Sgarbi che Perroni nel 2015 aveva contribuito a fondare, atto di indipendenza dalle concentrazioni editoriali, insieme naturalmente alla Sgarbi, a Umberto Eco, a Mario Andreose, e, tra gli altri, ai suoi amici Pietrangelo Buttafuoco, Sandro Veronesi ed Edoardo Nesi.

La vita, emulazioni per l’uso. Parafrasiamo il celebre titolo di Georges Perec, La vita, istruzioni per l’uso, che in Italia conquistò fra i primi lo stesso Eco e Italo Calvino, per accennare all’ultimo libro di Perroni, il quale però poco prima di uccidersi ha inviato un corposo inedito a Elisabetta Sgarbi. La bambina del titolo si chiama Pulce e pur di rendere gli altri felici o meno malinconici è in grado all’istante di assumere le sembianze di una madre o di una moglie appena scomparsa, di una stella cadente, del compagno di classe ignaro della ragazzina innamorata di lui, d’un arcobaleno, di un’ombra abbandonata dal suo corpo, di una poesia dimenticata, di una nuvola svanita, chissà dove, lasciando senza rifugio un passerotto in fuga dal falco cattivo.

Tanto appartato quanto cruciale nelle nostre lettere degli ultimi lustri, Perroni ci ha abituato a testi che affabulano o drammatizzano il mito e la storia, la realtà e il sogno, e l’amore, con un breviloquio fascinoso e irresistibile. Basterà ricordare il formidabile Nel ventre (Bompiani 2013), che rinserra il lettore nel cavallo di Troia, rendendolo partecipe del terrore, della speranza e delle visioni di Ulisse e degli Achei; e Renuntio vobis (Bompiani 2015) sui tormenti di un pontefice dimissionario, con risonanze della traumatica scelta di Ratzinger, al cospetto della Voce che lo incalza e lo biasima in un dialogo intessuto di versetti testamentari.

In Entro a volte nel tuo sonno (La Nave di Teseo 2018), la «prosa poetica» di Perroni – secondo la perfetta definizione di Sandro Veronesi – apre al turbamento, al rimpianto, al dissenso, alla pausa contemplativa, lungo la frontiera fra quotidianità e desideri, fra essenza e rappresentazioni. «Certe storie lasciano il sogno» è lo stigma di Il principio della carezza (La Nave di Teseo 2016).

Del resto, quanta realtà può annidarsi nell’artificio? Il tema è letterario per eccellenza (Pirandello e Borges, appunto Perec e Calvino), è un gioco da prendere sul serio perché metaforico delle «identità plurali», che, spesso contraddittorie fra loro, possono convivere – più o meno armoniosamente, più o meno clinicamente – in un personaggio polifonico o labirintico. Su tale sfondo per così dire «antropologico», la fortuna dell’artificio letterario ha una periodicità non del tutto imprevedibile: riaffiora alla ribalta quando le narrazioni tendono all’abbraccio con la cronaca che oggi va per la maggiore (vedi l’egemonia mercantile del meta-genere noir), provando a liberarsi dalle virgolette fra cui Nabokov invitava a trascrivere la «realtà». Allora, contro tale eccesso di prosa secolarizzata, c’è sempre un autore pronto a spendersi per ribadire il primato della fiction pura, della fantasia sfrenata, del gioco colto come viatico per il reale.

L’ipotesi appena abbozzata è in fondo una delle costanti di Non muore nessuno, l’esordio romanzesco di Sergio Claudio Perroni (Bompiani 2007, La Nave di Teseo 2018), con il suo memorabile protagonista R.T. Fex (leggi «Artifex»), perché, nomen omen, serba un destino segnato dall’artificio, dalla voluttà di mascherarsi e di moltiplicarsi, dal vulcanico talento che gli permetterà di diventare uno scrittore affermato. Ma all’apice del successo R.T. Fex scompare, o forse si eclissa, si sottrae al mondo alla stregua di un novello Salinger, non prima però di aver incaricato due ricercatrici di raccogliere una pletora di testimonianze su di lui… Ebbene, nella vita di R.T. Fex non c’è in apparenza alcuna logica o linearità individuabile, tutto parla piuttosto di una geniale impostura e di una struggente nostalgia per un altrove irriducibile all’esperienza, e ciò fin dai tempi in cui brevettava modalità masturbatorie o si votava all’«apostolato della sesta vocale» in cerca d’un suono essenziale nella conversazione cui non corrisponde alcunché di scritto. Invero R. T. Fex è un cacciatore di epifanie, di rivelazioni che ci attendono là dove meno le cerchiamo, nelle pause, negli interstizi, nelle ineffabili «uscite di scena», ovvero negli istanti in cui un attore o un cantante lirico lascia il palcoscenico e guadagna il buio del retropalco abbandonando così il personaggio, ma senza ancora riconoscersi quale persona. È un elogio della sospensione, di uno «stupore triste», del Neutro caro a Roland Barthes.

Concrezioni/illuminazioni. Una scritta a pennarello vergata sul traghetto Messina-Reggio – un «papa» senza accento a fianco di una «mamma» e di una Alessandra e di una data e di un «Buon viaggio» – per Fex è una commovente stratificazione di graffiti nel corso degli anni. Oppure l’usura secolare di una pietra della chiesa romana di Sant’Andrea della Valle, per lui – rivelerà una delle sue donne – equivaleva all’enigmatico e vivido «greto del tempo» da accarezzare «con un movimento di una bellezza infinita, ipnotico».

Contro il tempo R. T. Fex elabora l’antidoto della scrittura, e la «moviola» della lettura, «perché nei libri non muore mai nessuno: se un personaggio che ami muore, per resuscitarlo ti basta tornare indietro di un paio di pagine – e sai che lo ritroverai vivo ogni volta che prenderai in mano quel libro e lo riaprirai, non importa quanti anni saranno passati». Una scrittura limpida come poche innerva questo romanzo e gli altri libri di Perroni, sobria e tesa, con sprezzatura non solo linguistica del caso e del caos. Più che un fuoco di un artificio, il suo stile è un artificio per mettere a fuoco i contorni sfuggenti del mondo. Fino a quando qualcosa non si è spezzato nella struggente identità – «analogia», per dirla ancora con Garboli – fra l’arte e il vissuto, tra la letteratura «promessa contro la morte» (Paul Nizan) e l’attesa di un domani mattina.

«Les dieux sont faits» avevi scritto sul profilo Instagram. Mi manchi Sergio.

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La Milanesiana 2019, ideata e diretta da Elisabetta Sgarbi, ha in programma due mostre concepite con Perroni. Giovedì 27 giugno, nella galleria Jannone di Milano (Corso Garibaldi 125) è stata inaugurata “Entro a volte nel tuo sguardo – Le fotografie di Sergio Claudio Perroni”, in contemporanea con “Dal cielo e dal mare – I paesaggi di Franco Dugo e gli abiti di Matea Benedetti”.

Sabato 13 luglio a Firenze (ore 18, Ospedale pediatrico Meyer, Viale Pieraccini 24) si apre la mostra di Leila Marzocchi e Sergio Claudio Perroni, “La bambina che somigliava alle cose scomparse”. Lettura di Michela Cesconda Sergio Claudio Perroni, lezione-concerto “La musica spiegata ai bambini” di  Ramin Bahrami, introduce Gianpaolo Donzelli, intervengono Leila Marzocchi e Cettina Caliò. Le mostre resteranno aperte fino al 13 luglio. Qui le informazioni

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Élites e popolo in circolo con «La Scaletta» di Matera https://minimaetmoralia.it/societa/elites-popolo-circolo-la-scaletta-matera/ https://minimaetmoralia.it/societa/elites-popolo-circolo-la-scaletta-matera/#respond Tue, 30 Apr 2019 12:30:18 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=40146 Riprendiamo un commento apparso su La Gazzetta del Mezzogiorno, che ringraziamo. (fonte immagine)

Ci si interroga parecchio negli ultimi tempi su che cosa sia o debba essere un’élite, e sulla distanza crescente tra le élites politiche, culturali, economiche e il popolo. È forse utile provare a riflettere sulla questione in termini pragmatici, per esempio alla luce dell’esperienza del circolo culturale La Scaletta, che ha appena festeggiato a Matera i sessant’anni di attività, il sette aprile scorso.

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Riprendiamo un commento apparso su La Gazzetta del Mezzogiorno, che ringraziamo. (fonte immagine)

Ci si interroga parecchio negli ultimi tempi su che cosa sia o debba essere un’élite, e sulla distanza crescente tra le élites politiche, culturali, economiche e il popolo. È forse utile provare a riflettere sulla questione in termini pragmatici, per esempio alla luce dell’esperienza del circolo culturale La Scaletta, che ha appena festeggiato a Matera i sessant’anni di attività, il sette aprile scorso.

La Scaletta deve il nome a una piccola scala che conduceva alla prima sede seminterrata del circolo, in via Lucana numero 9, in uno stabile di proprietà dell’avvocato e meridionalista Nicola De Ruggieri, padre di Michele e Raffaello, entrambi in anni diversi alla guida del sodalizio materano. L’attuale presidente è Francesco Paolo Vizziello, ingegnere civile e gestionale, nato nei Sassi che continua ad amare smisuratamente. Vicepresidente è il medico Nicola D’Imperio che per il sessantennio pubblica nelle Edizioni Magister un bel volume celebrativo, illustrato con immagini dal 1959 a oggi.

Il 7 aprile ‘59 diciannove giovani intellettuali di varia ispirazione (socialisti, repubblicani e liberal-democratici, cattolici) fondarono il circolo con gli intenti candidi e volitivi propri delle élites di provincia nel dopoguerra: manifestazioni e laboratori di arte, teatro, musica; incontri con personalità dell’economia e della politica, Emilio Colombo tra i primi; attività di volontariato… Fra i diciannove fondatori vi erano ben sei ragazze e tra gli altri nomi spicca appunto quello dell’avvocato Raffaello De Ruggieri, attuale sindaco di Matera.

La loro era una vocazione civica non solo teorica, perché si sarebbe presto concretata nella scoperta, nel censimento e quindi nel restauro di decine e decine di chiese rupestri, tra cui Madonna delle Virtù e San Nicola dei Greci che da molti anni ospitano esposizioni di prestigio (Kengiro Azuma, Duilio Cambellotti, Arturo Martini, Pietro Consagra e attualmente Salvador Dalì). Senza dimenticare la favolosa Cripta del Peccato Originale, il cenobio benedettino di epoca longobarda in un vallone della Gravina di Picciano, con i suoi affreschi dei Santi dagli occhi sgranati, che Vittorio Sgarbi ha definito «la Cappella Sistina dell’arte rupestre».

Scarponi ai piedi il sabato o la domenica mattina, e incontri di studio durante le sere della settimana… I soci della Scaletta – in prima fila anche per ottenere la scuola di restauro e il conservatorio musicale – nel corso del tempo hanno semplicemente lavorato in favore del riscatto di Matera ex «vergogna nazionale» e della tutela dei Sassi che qualcuno avrebbe preferito coprire con una colata di cemento. Una sfida intrapresa in costante rapporto sia con gli artisti e gli intellettuali in cammino sulle polverose strade… oltre Eboli (da Carlo Levi a Zanotti Bianco, dagli urbanisti di Olivetti a Pasolini, da Ortega a Melotti, da Adamesteanu a Sacco), sia con i cittadini materani, con il popolo. Già, i pastori che indicarono i sentieri nella Gravina per raggiungere le chiese rupestri usate come ovili o le donne del «vicinato» nei Sassi sono partecipi della storia della Scaletta.
Oggi invece è la ferita tra élites e popolo a incarognire l’orizzonte e a scatenare il rancore verso chiunque non prometta soluzioni immediate ancorché illusorie di un problema, a cominciare dall’immigrazione, regolare o clandestina, che importa. «Cacciamoli tutti» e «I porti sono chiusi» sono slogan che non producono effetti nella realtà, né mai potrebbero, ma garantiscono un certo consenso nella perenne campagna elettorale che ci affligge e di cui sotto sotto gongoliamo nel Nulla sovrano.

Gli stessi riflessi linguistici appaiono talora paradossali: radical-chic è l’accusa ricorrente rivolta a chi coltiva il dubbio e non è prono all’insofferenza «popolare» nei confronti del nero o dello zingaro. E sì che un tempo radicale aveva una… radice terragna e chic era un complimento per l’eleganza degli abiti o dei modi!

Tuttavia, di certo qualcosa è andato storto nella dialettica tra élites e popolo. E la responsabilità è delle classi dirigenti che non sono riuscite a elaborare alternative credibili rispetto allo sfarinarsi del tessuto connettivo dei partiti politici. Nella Dc e nel Pci come nelle formazioni più piccole, l’ingegnere e il muratore, il professore e l’operaio, erano affratellati dalla militanza. Al contrario, negli ultimi decenni, i colti e gli spiriti eletti si sono rinchiusi nel privato anche quando ambivano al discorso pubblico, frequentandosi solo tra eguali, a dispetto della legittima enfasi sul «diverso» o sull’«altro». Un disastro, aggravato da un apparente punto di forza: il cosmopolitismo e in particolare l’europeismo della «generazione Erasmus» che ha studiato all’estero e dei genitori che oggi incoraggiano l’espatrio dei figli.

Così la spinta alla fuga annichilisce il residuo amor loci, la vocazione a difendere le radici culturali e la società civile, e, vista da Sud, sigilla la rinuncia a colmare il divario con il Nord. Una missione, quest’ultima, ormai demandata in esclusiva ai fondi europei, come se la questione meridionale fosse solo una faccenda di soldi e non di idee, cura, impegno, passione, amore dei luoghi.

Fin dagli esordi, dicevamo, La Scaletta si è battuta affinché i Sassi non fossero abbandonati, bensì risanati, e in seguito ha partecipato alle battaglie ambientalistiche nel Materano, nel Metapontino e a Scanzano Jonico. Sessant’anni di prassi e di studi nel segno del «gioco di squadra», e nel nome del passato e del futuro di Matera che il sindaco De Ruggieri ha rivendicato lo scorso 19 gennaio inaugurando l’anno della capitale europea con un discorso sobrio e commovente. E se nel libro di D’Imperio suona ingeneroso l’accenno polemico al «dossier discutibile» della Fondazione Matera-Basilicata 2019, resta inconfutabile che l’attività della Scaletta sia alla base del riconoscimento Unesco di Matera quale patrimonio mondiale dell’umanità nel 1993 (un risultato di cui bisogna esser grati all’architetto Pietro Laureano) e della designazione europea giunta nel 2014.

Fa bene quindi Vizziello a parlare del circolo nei termini di «un modello di azione e di vita democratica», che in queste settimane oltretutto si esercita con un ciclo di conferenze sulla cosiddetta «autonomia differenziata» (fiscale) cui ambiscono alcune regioni settentrionali a scapito del Mezzogiorno e della Costituzione. La Scaletta è un esperimento originale nel profondo sud che è piuttosto un sud profondo. Le ragazze e i ragazzi di via Lucana sapevano d’istinto e non hanno dimenticato fino a oggi quel che Gramsci scrisse del «sapere vivente» e dell’impossibilità di fare politica-storia senza «la connessione sentimentale tra intellettuali e popolo-nazione».

Invece di salire in pulpito, sempre più inascoltate, alle élites magari basterebbe scendere qualche gradino della… scaletta più prossima: un quartiere ai margini, una miseria nascosta, una speranza inespressa. Matera 1959-2019 propone un tragitto possibile.

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Tutti i film portano a Roma https://minimaetmoralia.it/cinema/tutti-film-portano-roma/ https://minimaetmoralia.it/cinema/tutti-film-portano-roma/#comments Tue, 16 May 2017 12:30:03 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=34388 Pubblichiamo, ringraziando editore e autore, un estratto dal libro di Oscar Iarussi Andare per i luoghi del cinema, pubblicato dalle edizioni Il Mulino.

Oltre un varco appena aperto, in una camera stagna si palesano dei magnifici affreschi che subito dopo svaniscono al contatto con l’aria, nello stupore impotente degli esploratori. È una sequenza di Roma (1972) di Federico Fellini dedicata alla scoperta casuale di vestigia dell’età imperiale durante gli scavi per la costruzione della metropolitana (ancora oggi lavori in corso nella capitale).

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Pubblichiamo, ringraziando editore e autore, un estratto dal libro di Oscar Iarussi Andare per i luoghi del cinema, pubblicato dalle edizioni Il Mulino.

Oltre un varco appena aperto, in una camera stagna si palesano dei magnifici affreschi che subito dopo svaniscono al contatto con l’aria, nello stupore impotente degli esploratori. È una sequenza di Roma (1972) di Federico Fellini dedicata alla scoperta casuale di vestigia dell’età imperiale durante gli scavi per la costruzione della metropolitana (ancora oggi lavori in corso nella capitale).

L’archeologia «felliniana» è una metafora della sparizione che riguarda la storia, l’arte e la bellezza, non meno dei sentimenti. I fantasmi dei genitori parlano a Marcello Mastroianni in aggirandosi fra le rovine di un acquedotto romano sull’Appia antica, ma della rivelazione presto non resta che nulla: solo le pietre del tempo, mute. Contro quelle stesse pietre, cinquant’anni dopo, una performer nuda pratica l’arte di battere la testa nella Grande bellezza (2013) di Paolo Sorrentino, vincitore del premio Oscar, ambasciatore nel mondo dell’autolesionismo nirvanico made in Italy. Ne è l’elegante interprete Jep Gambardella/ Toni Servillo, flâneur nei salotti di dimore marmoree e licenziose, con residenza in un attico di piazza del Colosseo.

Roma rimane «l’unica città mediorientale priva di un quartiere europeo», secondo la mordace definizione di Ennio Flaiano, un corpo vivo – indolente eppure vivo, come un blob – che ingloba e annichilisce persino Il marziano a Roma dell’omonima pièce. Flaiano motteggia: «A causa del cattivo tempo, la rivoluzione è stata rinviata a data da destinarsi».

Dai sette colli giunge la millenaria eco di Romolo e Remo, un fratricidio che per Umberto Saba racchiude tutta la storia italiana a seguire, perché «è solo col parricidio (uccisione del vecchio) che s’inizia una rivoluzione». Roma di Fellini non è fiction e non è documentario, è un giornale intimo che prende le mosse nella Rimini degli anni Trenta, donde un ragazzo di nome Federico (Peter Gonzales) parte per la capitale nel 1939. «Sono nato, sono venuto a Roma, mi sono sposato e sono entrato a Cinecittà. Non c’è altro».

Il battesimo capitolino a Termini è suggellato dal manifesto di Grandi magazzini (1939) di Mario Camerini, con Assia Noris e Vittorio De Sica. Alle pagine di ieri, in Roma si alternano le incursioni nell’atmosfera del 1972. Un lacerto di apocalisse giunge dal Grande raccordo anulare della metropoli levantina, il Sacro GRA che sarà scandagliato da Gianfranco Rosi nel 2013 (Leone d’oro a Venezia). Fellini mostra il traffico in delirio, gli animali trasportati da veicoli bizzarri, l’ingorgo memore dell’incubo iniziale di , i cortei di protesta e il caos all’ombra del Colosseo. Ma si torna al 1943.

Una bambina insegue una palla a piazza di Siena, la parte più antica di Villa Borghese, e un carrello «fluido» prelude all’ulteriore flashback, a un’altra indulgente memoria nel Teatrino della Barafonda (cioè il leggendario Ambra Jovinelli all’Esquilino), dove uno spettatore sta leggendo «Il travaso delle idee» al quale Fellini collaborava, mentre Alvaro Vitali si esibisce nel meglio/peggio del repertorio dell’avanspettacolo e tutti aspettano solo le ballerine, finché non risuona l’allarme per un imminente bombardamento.

«Cadevano le bombe come neve / il 19 luglio a San Lorenzo», canterà Francesco De Gregori. Madeleines de Proust? Piuttosto «maritozzi spesso con la panna. Indigesti magari, ma fanno gola» (Goffredo Fofi). Quanto a Proust, in Bianca (1984) Nanni Moretti butta un libro della Recherche nel lago al tempietto di Esculapio in Villa Borghese.

L’epilogo di Roma è affidato al disincanto di Anna Magnani, nella sua ultima apparizione sullo schermo (muore il 26 settembre 1973 a 65 anni). Fuori campo la voce di Fellini scandisce: «Anna Magnani è un’attrice romana, simbolo stesso di Roma, vista come lupa e vestale, aristocratica e stracciona, tetra, buffonesca, potrei continuare all’infinito».

Lei si gira e con un accenno di sorriso replica: «A Federi’, vattene a dormi’». Lui insiste: «Ti posso fare una domanda?». «No, non mi fido. Buonanotte».

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La scrittura come empatia: intervista a Elizabeth Strout https://minimaetmoralia.it/interviste/intervista-a-elizabeth-strout-2/ https://minimaetmoralia.it/interviste/intervista-a-elizabeth-strout-2/#comments Mon, 10 Oct 2016 12:00:31 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=32238 Questo pezzo è uscito sulla Gazzetta del Mezzogiorno, che ringraziamo (fonte immagine).

“Conosco troppo bene il dolore che noi figli ci stringiamo al petto, so che dura per sempre. E che ci procura nostalgie così immani da levarci perfino il pianto”. E’ un passo di Mi chiamo Lucy Barton di Elizabeth Strout, tradotto nei mesi scorsi da Susanna Basso per Einaudi (pagg. 168, euro 17,50), definito da The New York Times come “un romanzo perfetto, nelle cui attente parole vibrano silenzi”.

In una stanza d’ospedale a Manhattan, per cinque giorni e cinque notti due donne che non s’incontravano da parecchi anni parlano con intensità. Sono una madre e una figlia che “ricordano di amarsi”. La protagonista Lucy Barton rievoca quel dialogo inatteso e serrato molto tempo dopo, quando è ormai diventata una scrittrice famosa. Flashback… Nel suo letto ospedaliero, dove si trova per le complicazioni post-operatorie di un’appendicite, “le basta sentire quel vezzeggiativo antico, ‘Ciao, Bestiolina’, perché ogni tensione le si sciolga in petto”.

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Questo pezzo è uscito sulla Gazzetta del Mezzogiorno, che ringraziamo (fonte immagine).

“Conosco troppo bene il dolore che noi figli ci stringiamo al petto, so che dura per sempre. E che ci procura nostalgie così immani da levarci perfino il pianto”. E’ un passo di Mi chiamo Lucy Barton di Elizabeth Strout, tradotto nei mesi scorsi da Susanna Basso per Einaudi (pagg. 168, euro 17,50), definito da The New York Times come “un romanzo perfetto, nelle cui attente parole vibrano silenzi”.

In una stanza d’ospedale a Manhattan, per cinque giorni e cinque notti due donne che non s’incontravano da parecchi anni parlano con intensità. Sono una madre e una figlia che “ricordano di amarsi”. La protagonista Lucy Barton rievoca quel dialogo inatteso e serrato molto tempo dopo, quando è ormai diventata una scrittrice famosa. Flashback… Nel suo letto ospedaliero, dove si trova per le complicazioni post-operatorie di un’appendicite, “le basta sentire quel vezzeggiativo antico, ‘Ciao, Bestiolina’, perché ogni tensione le si sciolga in petto”.

Elizabeth Strout ha 60 anni, è nata nel Maine ma vive da oltre trent’anni a New York. Ha pubblicato i suoi racconti su The New Yorker e altrove. L’Italia non ha tardato a riconoscere la grazia e l’inquietudine della sua voce, oggi ritenuta tra le più preziose della letteratura Usa. Sono infatti apparsi, per Fazi editore, tre romanzi, Amy e IsabelleResta con me e I ragazzi Burgess, e la raccolta di racconti Olive Kitteridge. Grazie all’amara ironia di Olive Kitteridge, Strout ha vinto il prestigioso Premio Pulitzer nel 2009, e, da noi, il “Bancarella” e il “Mondello”. Dalla stessa raccolta di racconti è stata tratta una serie Tv con Frances McDormand, che fu presentata in anteprima alla Mostra di Venezia nel 2014.

Come Lucy Barton, per uno di quei beffardi “giochi di specchi” che si creano tra vita e letteratura, anche Elizabeth Strout qualche giorno fa è stata ricoverata e operata d’urgenza per un’appendicite all’ospedale “Cardarelli” di Napoli. In città era appena giunta per imbarcarsi verso Capri, dove domenica 2 ottobre avrebbe dovuto ritirare il Premio Malaparte. Il “Malaparte” è rinato nel 2012 grazie alla tenacia di Gabriella Buontempo, nipote di Graziella Lonardi Buontempo che insieme a Moravia lo aveva fondato negli anni ’80. Il genius loci isolano Raffaele La Capria presiede la giuria e Andrea Kerbaker ne promuove le scelte coraggiose e raffinate: Emmanuel Carrère, Julian Barnes, Donna Tartt, Karl Ove Knausgard e, appunto, Elizabeth Strout.

La manifestazione si è tenuta egualmente nella Certosa di San Giacomo senza la Strout, che però intanto sta meglio e ha risposto alle nostre domande.

Signora Strout, il testo che ha scritto e che verrà comunque letto a Capri, si intitola “Why Fiction Matters” (Perché la narrativa è importante). In sintesi estrema, può dirci il perché?

“Perché la fiction permette di entrare nella mente delle persone. Anche il cinema ci riesce, ma rimane un po’ più esterno. La letteratura accede alla struttura mentale ed esplora le pieghe nascoste della nostra anima”.

Quale considerazione lei ha del cosiddetto “storytelling” che, di marca Usa, oggi è in voga anche in politica? Le “regole della narrazione” avvicinano alla realtà oppure proiettano il lettore e il cittadino in una dimensione artificiosa e retorica? 

“I politici raccontano storie, certo, ma sono storie false, perciò quel genere di storytelling non è fondamentale nel mio mondo”.

Quale dialogo concreto o immaginario intrattiene con i suoi lettori mentre scrive un romanzo?

“Penso sempre al lettore quando scrivo. Per me equivale in qualche modo a danzare con lui o con lei, immaginando quale sarà il prossimo passo, la mossa successiva da fare insieme”.

Come sceglie le storie che racconta?

“In verità, non penso di essere io a scegliere le mie storie. Le storie mi appaiono sotto forma di un personaggio, o di una persona che incontro, o di un raggio di sole che filtra attraverso una finestra. Amo molto il momento in cui questa epifania accade”.

Il reverendo in crisi protagonista di “Resta con me” evoca un personaggio alla Hawthorne, il grande autore di “La lettera scarlatta” Quale rapporto coltiva con i classici americani? 

“Mi fa piacere che venga citato Hawthorne e le confesso che lo stavo rileggendo mentre scrivevo Resta con me. Del protagonista mi interessava che stesse perdendo non tanto la fede, quanto il senso di sé. Rileggo i classici perché a ogni età donano qualcosa di diverso: noi cambiamo con loro. Così è ad esempio per Francis Scott Fitzgerlad, ma soprattutto per i romanzi russi, i miei prediletti”.

“Olive Kitteridge” e altri suoi libri sono ambientati nel Maine donde lei proviene. E anche in “Mi chiamo Lucy Barton” c’è una fuga della protagonista dalla provincia. Provincia che però “torna” nei racconti materni. Bisogna forse andar via per capire il proprio mondo?

“Non è propriamente una fuga quella di Lucy Barton. Gli americani si muovono molto di più degli europei e muoversi significa reinventarsi la vita ogni volta. A mio avviso, questa è una chiave di lettura forte per comprendere l’America”.

A proposito ancora di “Mi chiamo Lucy Barton”, esiste un modo per riuscire a perdonarsi vicendevolmente nelle relazioni genitori/figli? Passa attraverso il racconto?

“Sì, senz’altro sì. La narrazione può aiutare. Quando scrivo, io mi astraggo dai giudizi che esprimo nella vita quotidiana. La scrittura è empatia ed è compassione: sono i personaggi che fanno le loro cose e sono i personaggi a dettare le regole. Non importa che siano buoni o cattivi, che stiano dalla parte del bene o del male, io ci sono affezionata. E il lettore, grazie ai personaggi, può capire meglio se stesso e magari dirsi: ‘Se anch’io sono così, in fondo non sono poi così male’“.

E’ tempo di elezioni presidenziali negli Usa. Lei è sposata con James Tierney, avvocato dello Stato del Maine e politico del Partito Democratico, che l’ha accompagnata a Napoli. In Europa tendiamo a interpretare il duello tra la democratica Hillary Clinton e il repubblicano Donald Trump come un conflitto non solo tra due visioni politiche, ma tra due mondi opposti: la tradizionale democrazia americana contro il populismo rinvigorito del resto anche in Europa. E’ così o semplifichiamo troppo?

“Populismo, sì certo, ma per Trump io parlerei anche di fascismo e di razzismo. La sua ascesa è una cosa incredibilmente strana e inaspettata che mi fa molta, molta paura. I suoi elettori sono persone arrabbiate e scelgono lui per sfogare la loro rabbia”.

Arrabbiati verso chi o che cosa?

“Hanno perso il lavoro, hanno meno soldi, hanno assistito alla chiusura delle loro aziende. Nondimeno sono elettori molto miopi”.

Chi crede che vincerà le elezioni a novembre?

“Hillary” (E incrocia le dita).

Lei in Italia – fra l’altro – ha insegnato alla Scuola Holden di Torino e ha ottenuto dei riconoscimenti importanti.  Quali sono gli autori italiani che ama?

“Umberto Eco e ho appena letto Elena Ferrante, che mi piace molto”.

A proposito della Ferrante (dall’identità ignota ma con matrice napoletana), nel Sud dell’Italia nascono alcuni dei successi editoriali dei nostri giorni, come Camilleri e Saviano. In generale, pensa che la fiction possa aiutare il riscatto di un Paese oppure raccontarne i problemi rischia di ribadire lo “status quo” e di mettere in atto un meccanismo consolatorio? 

“Conosco poco quegli autori, ma se scrivono di cose vere, non si capisce perché dovrebbero nasconderle. Anche perché nascondere i problemi non serve certo a eliminarli. Quindi in linea teorica sono a favore della letteratura di denuncia, sebbene non sia un genere nelle mie corde”.

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Certe storie lasciano il sogno. Su “Il principio della carezza” di Perroni https://minimaetmoralia.it/letteratura/principio-carezza-perroni/ https://minimaetmoralia.it/letteratura/principio-carezza-perroni/#respond Wed, 11 May 2016 12:00:11 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=30919 Sergio Claudio Perroni presenta Il principio della carezza giovedì 12 maggio al Salone del Libro di Torino, interviene Chiara Valerio (Caffè letterario, ore 19). La recensione che segue è uscita sulla Gazzetta del Mezzogiorno, che ringraziamo (fonte immagine).

È aerea, celeste, impalpabile la nuova storia di Sergio Claudio Perroni, eppure l’amore che volteggia e prende corpo nelle pagine di Il principio della carezza si può toccare con mano perché «certe storie lasciano il sogno» (La nave di Teseo ed., pagg. 101, euro 15,00). Perroni, traduttore principe dall’inglese e dal francese nonché editor corteggiato e severo, è innanzitutto un gran maestro della lingua italiana, frequentata ormai poco più del sanscrito classico, oppure abusata, «ma non senza qualche raccapriccio» per dirla con Manzoni. E Raccapriccio si intitolano un sito e un libro in cui il Nostro setaccia «orrori, papere e strafalcioni della stampa italiana».

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Sergio Claudio Perroni presenta Il principio della carezza giovedì 12 maggio al Salone del Libro di Torino, interviene Chiara Valerio (Caffè letterario, ore 19). La recensione che segue è uscita sulla Gazzetta del Mezzogiorno, che ringraziamo (fonte immagine).

È aerea, celeste, impalpabile la nuova storia di Sergio Claudio Perroni, eppure l’amore che volteggia e prende corpo nelle pagine di Il principio della carezza si può toccare con mano perché «certe storie lasciano il sogno» (La nave di Teseo ed., pagg. 101, euro 15,00). Perroni, traduttore principe dall’inglese e dal francese nonché editor corteggiato e severo, è innanzitutto un gran maestro della lingua italiana, frequentata ormai poco più del sanscrito classico, oppure abusata, «ma non senza qualche raccapriccio» per dirla con Manzoni. E Raccapriccio si intitolano un sito e un libro in cui il Nostro setaccia «orrori, papere e strafalcioni della stampa italiana».

L’autore siciliano con l’impagabile Nel ventre (Bompiani, 2013) rinserrò nel cavallo di Troia il lettore partecipe del destino dei guerrieri achei, fra ansie e visioni arcaiche tuttavia contemporanee. Poi, nel recente Renuntio vobis sempre per i tipi di Bompiani, Perroni ha scandito i tormenti di un pontefice dimissionario (Ratzinger) al cospetto della Voce che lo incalza e lo biasima in un dialogo intessuto esclusivamente di versetti testamentari.

Anche stavolta il racconto è dialogico, nitido, esemplare, quasi teatrale; un breviloquio fascinoso e irresistibile. Alla ribalta di Il principio della carezza affiorano due personaggi in cerca di amore in una città deserta per ferie. Lui è un lavavetri, un «uomo ragno» di quelli che ogni tanto scorgiamo nel paesaggio urbano o nei film americani di solitudine e di grattacieli. È sospeso nel vuoto sulla sua «gondola», come beffardamente è denominato il ponteggio mobile, quando, di là da un vetro, vede lei e ne è subito incantato.

Eccola. È una donna che sembra fuggita da un film di Cassavetes, è sola, bella e delusa. È una drammaturga – scopriamo – intenta a correggere e rileggere a voce alta il «monologo sul futuro» che ha come protagonista Ninfa Avvenire. È una donna in crisi, naturalmente, visto che non riesce a colmare la distanza fra la vita e la scrittura; anzi, neppure prova più a farlo. Ed è impaurita dal senso di vertigine che lui le procura. A separarli v’è soltanto una lastra di cristallo: una trasparenza coriacea che però si stempera fino a incrinarsi.

La coppia per un po’ rimane sospesa in una levità poetica e a tratti ilare, colma di reciproco riguardo, quindi si sblocca grazie alla timida intraprendenza – ossimoro favoloso – di questo operaio «con i piedi fortemente appoggiati sulle nuvole», come avrebbe detto Flaiano.

D’altronde, il lavavetri è uno «spazzacammino», sì, con due emme. Capta alla sua maniera «i frammenti di un discorso amoroso» e «l’estrema solitudine» dell’eros e, senza aver mai letto Roland Barthes, «ricompone» il mondo per offrirlo alla donna, la quale in fondo aspettava quell’unità, una forza rigenerativa. La svolta? Un picnic in terrazza a base di birra e vino, con panini al pollo e al salame, senza dimenticare quelli al tonno.

Lassù la dimensione «verticale» della vicenda si sovverte nel suo contrario e la vicinanza fuga le residue convenzioni «gerarchiche» tra un’intellettuale single e un proletario solitario, padre di una bimba di quattro anni che non ha più la madre. A tu per tu, mangiando al riparo di un cono d’ombra sul tetto soleggiatissimo, la vita «vera» è un gioco di sguardi. E finalmente coincide con una delle «fantasie» che, in corsivo, punteggiano il testo.

«Gli occhi delle donne hanno dentro due occhi più piccoli, loro non lo sanno ma se guardi bene te ne accorgi, due occhi più piccoli che sembrano più grandi per le cose che ti dicono senza mai aprire bocca, per come ti guardano dritto nell’anima mentre gli occhi principali parlano d’altro […] Occhi magici che pesano tutto quello che dici alla donna che gli sta intorno, e alla fine sono loro a lasciarti entrare, e a farti restare se ci vai d’accordo, perché ci vuole molto a farseli amici, niente a farseli nemici…».

A ben guardare, Il principio della carezza è principalmente un libro sul candore, il tremore e lo stupore della prima volta: «la prima volta che qualcuno ha pensato di domandare qualcosa a un altro», l’esordio del canto, la nascita del vino o l’invenzione della bandiera, la prima volta che qualcuno ha chiuso gli occhi senza riaprirli più e la prima di chi era lì a stupirsene… «Gliene dico un altro paio?». «No. Mi dica solo la più bella». «Per me la più bella è quando l’uomo e la donna si sono dati il primo bacio. Dunque: se li immagini seduti fianco a fianco davanti al fuoco, a un certo punto lui si gi…».

«Certi baci sono morsi al guinzaglio, certi baci sanno già della prossima bocca, certi baci sono merce da memoria, ostaggi da ricordo, certi baci sono i libri che gli lascerai quando te ne andrai, le tue pagine lette da altre, le tue piante annaffiate da altre, la sua vita continuata da altre, certi baci sono già spoglie prima che scoppi la battaglia, certi baci, certi baci sono un modo per fare silenzio, per lasciare in silenzio, lasciarsi in silenzio».

Un piccolo libro di sogni perduti e di desideri ritrovati. Avvincente.

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Ricordando Ettore Scola https://minimaetmoralia.it/cinema/ricordando-ettore-scola/ https://minimaetmoralia.it/cinema/ricordando-ettore-scola/#comments Wed, 20 Jan 2016 09:02:34 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=29701 Questo pezzo è uscito su La Gazzetta del Mezzogiorno di Oscar Iarussi Ettore Scola o del comunismo ironico. L’ossimoro dice la singolarità del regista, fra i maggiori europei del secondo Novecento, tuttavia guardingo dal lasciarsi monumentare tant’è che poco più di due anni fa era a Venezia con un nuovo film, Che strano chiamarsi Federico!, […]

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Questo pezzo è uscito su La Gazzetta del Mezzogiorno

di Oscar Iarussi

Ettore Scola o del comunismo ironico. L’ossimoro dice la singolarità del regista, fra i maggiori europei del secondo Novecento, tuttavia guardingo dal lasciarsi monumentare tant’è che poco più di due anni fa era a Venezia con un nuovo film, Che strano chiamarsi Federico!, memoir cinematografico e omaggio a Fellini, cui lo affratellò la passione per i disegni e i sogni in celluloide (li divise se mai l’“impegno” o la militanza che il Riminese sempre rifuggì). Originario della Campania irpina, egli era come Fellini un provinciale presto inurbatosi, adesivo a ogni piega manifesta o nascosta della Roma madre matrigna e, suvvia, un po’ mignotta. Ma rimase legatissimo al Sud e in particolare negli ultimi anni era “di casa” a Bari, sul palco del Petruzzelli come nelle aule dove incontrava gli studenti, grazie al Bif&st di cui aveva accettato la presidenza propostagli dal vecchio amico Felice Laudadio.

Scola nasce nello stesso 1931 in cui esordì nelle edicole la rivista umoristica “Marc’Aurelio” e proprio sulle colonne care ad Attalo, Zavattini, Fellini, Marchesi prenderà a sbeffeggiare il piccolo mondo moderno dell’Italia post-bellica in odore di boom. Sono esercizi di stile caustico in vista dell’esordio nella commedia di costume con Se permettete parliamo di donne, scritto con Maccari, amico di una vita al pari di Scarpelli.

E’ il 1964. Da allora, per un quarantennio e oltre, Scola è una presenza sul set e nella vita culturale italiana grazie a un’intelligenza sarcastica che non si compiace del cinismo. Il suo acume balzachiano per la vita è infatti temperato dal senso comunitario, dalla voglia di appartenere a una storia più larga e più umana del gruppetto che imbandisce calembour folgoranti ai tavoli di “Cesaretto” o di “Otello alla Concordia”, dove cenano molti cineasti e intellettuali “de sinistra”. Di quella cerchia Scola resta un campione, eppure si sottrae al sottile conformismo che aleggia fra piazza di Spagna e via delle Botteghe Oscure. Sarà merito – nomen omen? – del battesimo iliaco e del cognome scolastico, ma anche liberatorio dei fluidi impuri.

A Scola è riuscito il prodigio di essere divertente e pugnace, nostalgico e temerario, individualista e popolare, poetico e marxista. Commediare la lotta di classe – mica facile! “Volevamo cambiare il mondo e invece il mondo ha cambiato noi”: eccolo chinarsi su un terzetto di ex partigiani fino a cogliere l’essenza stessa del paese in C’eravamo tanto amati, struggente elegia del trasformismo. E c’è lo Scola militante, documentario, di Trevico-Torino… Viaggio nel Fiat-Nam, dell’addio collettivo a Enrico Berlinguer, di Lettere dalla Palestina.

A lungo sceneggiatore principe di pellicole come Un americano a Roma, Il sorpasso, I mostri, Anni ruggenti, Io la conoscevo bene, Scola deve a tale esperienza di umiltà al servizio altrui una dimensione autorale a tutto campo, ovvero una sorveglianza nella scrittura filmica che ormai è merce rara. Non per caso, i suoi titoli diventano proverbiali, scandiscono intere stagioni dal primo centro-sinistra al crollo del Muro di Berlino, si mutano in locuzioni, fanno storia: Brutti, sporchi e cattivi, Una giornata particolare, La terrazza, Ballando ballando, fino a Romanzo di un giovane povero che nel concorso veneziano del 1995 fruttò la Coppa Volpi alla protagonista Isabella Ferrari. Perciò i francesi, incalliti linguaioli, impazziscono per “Scolà”, mentre il Nostro con La famiglia nell’86 schiude una magistrale finestra sul “secolo breve”, invero infinitamente lungo, per mostrarci che il “dentro” e il “fuori” delle mura domestiche si parlano, si danno del tu, si sfottono e si corteggiano. Amore e storia, passione e visione, comunismo e ironia, Ettore e Scola.

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Tu non conosci il sud: la rassegna https://minimaetmoralia.it/cinema/tu-non-conosci-il-sud/ https://minimaetmoralia.it/cinema/tu-non-conosci-il-sud/#comments Tue, 24 Nov 2015 16:00:46 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=29215 Torna a Matera, il 28 e il 29 novembre 2015, il progetto culturale itinerante Tu non conosci il Sud, prodotto dall’associazione Veluvre – Visioni Culturali. Il tragitto di Tu non conosci il Sud è partito da Bari un anno fa con una serie di incontri e spettacoli (Rocco Papaleo, Sergio Rubini, Roberto Cotroneo, Gianluca Arcopinto, Erica Mou) e con la mostra del fotografo Ferdinando Scianna “Il Sud e le donne”. Pubblichiamo di seguito il testo introduttivo alla manifestazione scritto da Oscar Iarussi, direttore artistico della rassegna.

Senza esilio non c’è patria. È la lontananza a definire l’appartenenza, come sa il lettore di Foscolo e di Mazzini, ma anche di Brodskij e di Sepúlveda. Il sogno dell’Unione europea sboccia nel confino a Ventotene degli antifascisti Rossi e Spinelli. E l’idea stessa di un possibile riscatto meridionale si focalizza nel domicilio coatto di Levi in Lucania.

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Torna a Matera, il 28 e il 29 novembre 2015, il progetto culturale itinerante Tu non conosci il Sud, prodotto dall’associazione Veluvre – Visioni Culturali. Il tragitto di Tu non conosci il Sud è partito da Bari un anno fa con una serie di incontri e spettacoli (Rocco Papaleo, Sergio Rubini, Roberto Cotroneo, Gianluca Arcopinto, Erica Mou) e con la mostra del fotografo Ferdinando Scianna “Il Sud e le donne”. Pubblichiamo di seguito il testo introduttivo alla manifestazione scritto da Oscar Iarussi, direttore artistico della rassegna (fonte immagine). 

Senza esilio non c’è patria. È la lontananza a definire l’appartenenza, come sa il lettore di Foscolo e di Mazzini, ma anche di Brodskij e di Sepúlveda. Il sogno dell’Unione europea sboccia nel confino a Ventotene degli antifascisti Rossi e Spinelli. E l’idea stessa di un possibile riscatto meridionale si focalizza nel domicilio coatto di Levi in Lucania. Oggi l’Europa vive soprattutto lungo le frontiere, là dove i fuggitivi da altri Sud agognano una nuova patria e l’affabulano, rischiando la vita. Ma la “terra promessa” si sottrae ai racconti e si rinserra nei conti delle ”quote immigrati”, sulle quali i governi europei ingaggiano scaramucce come un tempo sulle “quote latte”. Intanto gli esuli, i profughi, i naufraghi, cioè i sopravvissuti dell’esodo, continuano a saltare muri in cerca di rifugio. D’altronde, innalzare quei muri non mette l’Europa al riparo dal terrorismo, mentre ne snatura la qualità morale e forse il futuro.

Una storia di nomadi e clandestini dall’Africa alla Calabria palpita nel film Mediterranea del trentenne Jonas Carpignano, negli ultimi mesi invitato da numerosi festival internazionali e finalista al Premio Lux del Parlamento europeo. A riprese concluse, Carpignano ha deciso di stabilirsi a Gioia Tauro per lavorare ad altri progetti, lasciando New York dove è cresciuto. Una scelta non sbandierata, al pari di molte esperienze in vari campi, ignorate o sottostimate.

“Tu non conosci il Sud”, appunto. L’incipit folgorante di una lirica di Vittorio Bodini offre spunto e nome a questa rassegna che fa tappa a Matera per la seconda volta nel giro di pochi mesi. Perché Matera? Per il valore dei Sassi arcaici e rigenerati che, ricordiamolo, sta alla radice della sfida vinta per il titolo di Capitale europea della cultura 2019. Eppure Matera è irriducibile a qualsiasi omologazione, fosse anche virtuosa, restando fedele – echeggiamo Pasolini – alla diversità che la fece stupenda. Qui le pietre sono parole e dicono di una sobrietà abbastanza estranea all’estetismo di massa, al bric-à-brac postmoderno e allo stupidario mediatico. La relativa marginalità nella Storia politica post-unitaria ha preservato questa terra dagli eccessi di disincanto che paralizzano e impediscono di produrre nuovo senso.

Perciò la forza di Matera sta giusto nella sua debolezza rispetto ai canoni correnti, la sua centralità simbolica si nutre nel perenne esilio da tutti e da tutto, e non di rado da se stessa. Tale prospettiva di presenza/assenza, una paradossale ostinazione zen, la rende interessante per ricominciare dal Sud, senza la zavorra dei fallimenti meridionalistici. Per non parlare della messa al bando del Mezzogiorno dall’agenda della politica, mai così indifferente – a Roma e in molte regioni – ai temi concreti o alle dinamiche che esulano dalla mera perpetuazione del potere.

Manlio Rossi-Doria, maestro di Scotellaro a Portici, distingueva la “polpa” costiera e l’“osso” appenninico nell’economia agricola meridionale del dopoguerra. E se invece coltivassimo l’ipotesi che la polpa è l’osso? Se l’apparente retroguardia fosse l’avanguardia di un’inversione di marcia che non tutti ancora colgono? Sia chiaro, non si tratta di favoleggiare una regressione o la cosiddetta “decrescita felice” né di innalzare lodi alla lentezza meridiana o di contemplare i paesi perduti, le nostalgiche rovine, le alternative possibili nel… passato (“Ah, se soltanto i Borbone avessero sconfitto i Piemontesi!”). Piuttosto, strada facendo, vorremmo provare a riconoscere e a conoscere le esperienze, le qualità e le novità del Sud di oggi. Perciò abbiamo scelto “Qui e ora” come titolo del dialogo inaugurale della rassegna con Salvatore Giannella, giornalista, scrittore ed esploratore di mondi lontani o talora insospettabili dietro l’angolo, e con Giampaolo D’Andrea, storico contemporaneista dell’Università della Basilicata e capo di Gabinetto del Mibact.

A Matera vengo a piedi, parto da Roma due settimane prima”, dice al telefono con naturalezza il regista Guido Morandini. Il suo itinerario, aggiunge, si chiamerà “Io non conosco il Sud”. All’arrivo ne parlerà con Alessandra Bocchino, autrice di un recente viaggio per parole e immagini nella Basilicata dei nostri giorni che, memore di Camus, ha intitolato Ci riguarda, e con Andrea Rolando del Politecnico di Milano, esperto di rappresentazioni urbane e territoriali e di Architettura e Turismo.

A proposito, Casa Netural e l’associazione “Bicilona” propongono alcuni tragitti insoliti, a piedi o in bicicletta, nel quartiere materano di Adriano Olivetti e nei dintorni della città. Matera è “la terra vista dalla luna” nell’installazione sperimentale in 3D di Giacomo Giannella e Giuliana Geronimo (Streamcolors). È promossa dalla Fondazione con il Sud ed è ispirata alla vita di Rocco Petrone, ingegnere della Nasa e direttore del leggendario Programma Apollo, figlio di emigranti lucani negli Usa.

Ma nel cielo sopra Matera e lungo i sentieri del tempo, Carlo Levi è ancora una stella polare? “Eboli, addio!” notifica l’italianista e narratore Giuseppe Lupo nella sua ricognizione della letteratura meridionale. “Cristo si è fermato a Sondrio”, rincara la dose Gaetano Cappelli, i cui libri dai titoli belli e impossibili hanno tolto la coppola ai terroni e mostrato quanta… Potenza vi sia nel mondo d’oggi (e viceversa). “Nessun mondo nuovo senza un nuovo linguaggio”, ammonisce Ingeborg Bachmann, la poetessa austriaca che scandagliò la Lucania e il Mezzogiorno per restituirne la sotterranea utopia. Quella sua citazione appare in epigrafe al nuovo saggio di Gianrico Carofiglio, Con parole precise. Breviario di scrittura civile. Un tema cruciale a ogni latitudine.

Dalle Ande agli Appennini. Non è solo una questione meridionale: si annuncia così la serata a Casa Cava. Non sarà il tipico spettacolo fra lamento e denuncia, anzi, non sarà uno spettacolo, bensì un modo di dare forma teatrale e musicale alle idee in gioco, concepito e allestito da Gianpiero Borgia, Raffaello Fusaro, Elena Cotugno, Antonella Rondinone e altri.

 

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«The Walk» e «Spectre»: la libertà in bilico sul filo https://minimaetmoralia.it/cinema/the-walk-e-spectre-la-liberta-in-bilico-sul-filo/ https://minimaetmoralia.it/cinema/the-walk-e-spectre-la-liberta-in-bilico-sul-filo/#comments Wed, 18 Nov 2015 15:30:38 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=29160 Questo articolo è uscito sulla Gazzetta del Mezzogiorno, che ringraziamo.

Leggenda vuole che il padre dei fratelli Lumière giudicasse « u n’invenzione senza futuro» il cinematografo appena concepito nel 1895 a Parigi. Non è andata proprio così, il che oltretutto la dice lunga sulla perspicacia dei genitori. Non v’è dubbio infatti che il cinema sia un simulacro della macchina del tempo, ovvero quanto di più vicino si possa immaginare al sogno dell’uomo di viaggiare in epoche diverse, che si tratti di risuscitare gli spiriti del passato o di costruire un futuro allettante. Ogni tanto alcuni film giungono a ribadire questa valenza onirica eppure profondamente «realistica» del Cinema. Non sono sempre film d’autore, magari di quelli – prediletti da Woody Allen – che contengono la parola «morte» nel titolo. Anzi, spesso la resistenza immaginifica al presente «immutabile» o la scorribanda fra utopie e distopie si annida in prodotti spettacolari di massa.

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Questo articolo è uscito sulla Gazzetta del Mezzogiorno, che ringraziamo.

Leggenda vuole che il padre dei fratelli Lumière giudicasse « u n’invenzione senza futuro» il cinematografo appena concepito nel 1895 a Parigi. Non è andata proprio così, il che oltretutto la dice lunga sulla perspicacia dei genitori. Non v’è dubbio infatti che il cinema sia un simulacro della macchina del tempo, ovvero quanto di più vicino si possa immaginare al sogno dell’uomo di viaggiare in epoche diverse, che si tratti di risuscitare gli spiriti del passato o di costruire un futuro allettante. Ogni tanto alcuni film giungono a ribadire questa valenza onirica eppure profondamente «realistica» del Cinema. Non sono sempre film d’autore, magari di quelli – prediletti da Woody Allen – che contengono la parola «morte» nel titolo. Anzi, spesso la resistenza immaginifica al presente «immutabile» o la scorribanda fra utopie e distopie si annida in prodotti spettacolari di massa.

Pensate per esempio a Blade Runner di Ridley Scott e a Ritorno al futuro di Robert Zemeckis che nella prima metà degli anni Ottanta influirono non poco sulla pre-visione dei tempi, fondando modelli pop e «archetipi» che hanno fatto breccia persino nei modi di dire. In queste settimane è nelle sale l’ultimo film di Zemeckis, The Walk, una biografia del funambolo francese Philippe Petit al clou nella leggendaria impresa del 7 agosto 1974. Petit camminò per un’ora su e giù lungo un cavo sospeso tra le Torri Gemelle del World Trade Center di New York, a 400 metri dal suolo senza protezione alcuna, tranne quella dei numi delle altezze.

Gli stessi dei si distrassero l’11 settembre 2001 quando le Torri furono centrate e abbattute da due aerei controllati dai terroristi islamici. Il film è già stato recensito su queste colonne, ma qui mette conto rilevare la paradossale «nostalgia del futuro » che Zemeckis e il suo protagonista Joseph Gordon-Levitt riescono a infondere. Ovviamente The Walk non fa cenno al crollo delle Torri – l’evento mediatico più inflazionato di tutti i tempi, visto e rivisto milioni di volte -, ma è inevitabile non pensarvi. È impossibile non «riguardare» l’11 settembre 2001 con lo sguardo retrospettivo del 1974 e con la grazia «aerea» del protagonista.

All’indomani dell’attentato, lo scrittore Don DeLillo parlò di «rovine del futuro» in un articolo memorabile: «Gente che si butta dalle Torri mano nella mano. Questo fa parte della contro-narrazione, uniti mani e spirito, l’umana bellezza dentro il collidere delle reti d’acciaio. Nella defezione di ogni termine di paragone l’avvenimento si impone nella sua unicità. C’è come un vuoto nel cielo». (In The Ruins of the Future, «Harper’s Magazine», dicembre 2001). Un vuoto nel cielo, un vuoto nella terra (Ground Zero) e un vuoto sullo schermo.

Il cortometraggio del messicano Alejandro Gonzáles Iñárritu, uno degli undici registi che raccontarono il «loro» 11 settembre nell’antologia 11’09’’01, è dominato dall’oscurità, interrotta di tanto in tanto dai flash di persone in caduta «libera» dalle Twin Towers. Una rivendicazione disperata di identità: il suicidio nella strage collettiva. In sottofondo, voci confuse registrate quel giorno, imprecazioni, stupori, cronache concitate, una babele radiofonica che lentamente si sublima in una litania, un mantra, una preghiera collettiva. Iñárritu andò al cuore della questione: la necessità di inverare la realtà trasfigurata dalla fiction, la «riscoperta» del mondo. Né fu il solo ad ammantare di buio l’evento sullo schermo.

Un regista decisamente più «politico», Michael Moore, opera la stessa scelta in Fahrenheit 9/11 (2004). L’implacabile satira anti-Bush si placa nella scena dedicata alle Torri colpite e Moore lascia che siano le voci sullo schermo cupo a scandire la tragedia che provocò tremila vittime. La passeggiata beffarda e poetica nell’epilogo di The Walk, una sfida ai poliziotti e alla forza di gravità, simbolicamente «ricostruisce» pietra su pietra i grattacieli distrutti e restituisce loro una luce siderea: vivida quando è già estinta, come per le stelle e il desiderio (etimo comune). Così Zemeckis continua a desiderare il «ritorno al futuro », ossessionato dal domani che soltanto nel passato si sarebbe potuto modificare… Ah, se Osama Bin Laden avesse saputo che «la creatività è il crimine perfetto», secondo il titolo di un libro di Petit!

Per due edifici che «risorgono» sul grande schermo, eccone due che rovinano al principio e alla fine di Spectre: un vetusto palazzo a Città del Messico e una modernissima torre londinese. È il ventiquattresimo capitolo della saga di 007, diretto dal britannico Sam Mendes, con Daniel Craig ormai dubbioso persino di se stesso e perciò assai amabile. James Bond si innamora della tenebrosa gioventù di Léa Seydoux (nel film porta il nome proustiano di Madeleine Swann), sebbene non disdegni le grazie mature di Monica Bellucci, la prima Bond-Milf della serie, una vedova. Un altro mondo è possibile per 007? In Spectre la nostalgia di un futuro «alternativo » attiene al ruolo e alle modalità dei servizi segreti, ormai appannaggio di un potere super-tecnologico che preferisce intercettare/ricattare/ manipolare chicchessia rispetto alla vecchia azione sul campo. Là dove, dice Ralph Fiennes (il nuovo M), la licenza di uccidere significa parimenti «la licenza di non uccidere ». Bisogna guardare negli occhi l’antagonista prima di premere il grilletto, aggiunge il direttore del «MI6». E lo dice all’odioso «professorino», amico del ministro di turno, che sta unificando i servizi di tutto il mondo, guidato da un delirio di onnipotenza alla Grande Fratello. Il progetto prevede tra l’altro la «rottamazione» di Bond e compagni. Però 007 e i suoi amici non glielo permetteranno, sfuggendo all’esplosione del grattacielo high tech sulle rive del Tamigi. È un crollo speculare e contrario a quello delle Torri Gemelle: qui sono i servizi «deviati» a programmare l’attentato.

Ben più di quel che si vide, sostenne il filosofo francese Jacques Derrida, fu ciò che l’11 settembre 2001 non si vide ad agire in noi con inusitata violenza, lasciandoci in balia del caos. «Decostruendo » l’evento da par suo, Derrida si chiedeva: cosa è successo nei Boeing? Cosa nelle Torri? E cosa possiamo aspettarci dopo un attacco del genere? Adesso, alla sua maniera, prova a rispondere 007: dobbiamo aspettarci un deficit crescente di democrazia e u n’evanescenza della realtà che, in Spectre, riacquista i suoi contorni soltanto nel deserto marocchino. Abbiamo qualche chance? Sì, perderci negli occhi di una Madeleine o camminare su un filo con la testa fra le nuvole. Non sempre finisce male.

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La crisi della taranta https://minimaetmoralia.it/approfondimenti/la-crisi-della-taranta/ https://minimaetmoralia.it/approfondimenti/la-crisi-della-taranta/#respond Fri, 18 Sep 2015 06:00:20 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=28475 Fanno discutere le dimissioni di Sergio Blasi dalla «Notte della Taranta», cioè dal Consiglio di amministrazione dell’omonima Fondazione che ne governa le attività al culmine nel grande concerto del 22 agosto. Blasi rappresentava nel CdA la Regione Puglia, socio «di riferimento» in virtù dei cospicui fondi che essa impegna attingendo a risorse europee (quest’anno un milione di euro). Blasi, oggi consigliere regionale del Pd, è stato due volte sindaco di Melpignano, il piccolo comune della Grecìa salentina divenuto l’epicentro della tellurica e sonora estate pugliese.

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ataranta1Questo articolo è uscito sulla Gazzetta del Mezzogiorno, che ringraziamo.

Fanno discutere le dimissioni di Sergio Blasi dalla «Notte della Taranta», cioè dal Consiglio di amministrazione dell’omonima Fondazione che ne governa le attività al culmine nel grande concerto del 22 agosto. Blasi rappresentava nel CdA la Regione Puglia, socio «di riferimento» in virtù dei cospicui fondi che essa impegna attingendo a risorse europee (quest’anno un milione di euro). Blasi, oggi consigliere regionale del Pd, è stato due volte sindaco di Melpignano, il piccolo comune della Grecìa salentina divenuto l’epicentro della tellurica e sonora estate pugliese.

Della Grecìa, dove ancora si parla il «Griko» che mescola neo-ellenico e leccese, fa parte anche Sternatia di cui è sindaco Massimo Manera, presidente della Fondazione. Da giovane e lungimirante amministratore, Blasi nel 1998 fu tra coloro – con gli studiosi Maurizio Agamennone, Gianfranco Salvatore e pochi altri – che dettero il la al recupero, alla valorizzazione e all’«aggiornamento» post-moderno dell’arcaico fenomeno popolare del tarantismo. In sintesi estrema, era il complesso rituale ovvero l’esorcismo femminile attraverso la danza ossessiva, analizzato nel dopoguerra dall’antropologo Ernesto De Martino in La terra del rimorso e altri saggi o inchieste sul campo del Sud «magico».

Insomma, la «Notte della Taranta» è una creatura di Blasi. Allora perché se ne va? «Backstage politicamente affollato» e oblio del cinquantenario della morte di De Martino, sono due dei motivi addotti. Il secondo appare più grave del primo (i politici si sono sempre pavoneggiati con la Taranta), considerando che lo spirito originario dell’iniziativa contemplava gli studi al fianco dei concerti. D’altronde a fine agosto il primo a dimettersi è stato l’antropologo Eugenio Imbriani, membro del comitato scientifico della Fondazione, denunciando il tradimento di quella genuina e feconda matrice culturale da parte della «Notte» divenuta sì una kermesse affollata da 200.000 spettatori, ma indifferente o insofferente alle critiche. I numeri trionfali non autorizzerebbero i distinguo, stando a una logica televisiva – e politica – che giudica solo in base all’«auditel».

Ecco il punto, di là dal polemico addio di Blasi. La Puglia negli ultimi anni ha cercato di diventare un brand, un marchio turistico servendosi in parte dell’impatto mediatico della Notte della Taranta. Al tempo stesso, questamission affidata ai comunicatori non lasciava spazio alle riflessioni sul passato, alle ricognizioni del presente e, da un certo punto in avanti, alle aspettative di cambiamento. Persino la Puglia degli intellettuali di sinistra, tradizionalmente «eretici» dall’école barisienne al «pensiero meridiano», ha smesso di esprimersi in preda a improvvisa afasia o, forse, per non disturbare il manovratore/governatore (Vendola). Il dissenso, incluso quello relativo all’enfasi posta sulla Taranta, ha assunto via via le forme innocue della parodia o dello ius murmurandi, il mugugno magari su Facebook.  Non ricordiamo, invece, un autentico dibattito sulle politiche culturali e tanto meno sulle culture politiche nella Macondo rossa e dionisiaca, nella Puglia dove la Taranta un paio di anni fa venne esportata persino a Taranto, con la speranza – fallace – che il ritmo potesse stemperare il dramma della città.

Ma la reticenza alla lunga non giova. Per esempio, l’eco internazionale della Notte della Taranta è innegabile, tuttavia i suoi benefici territoriali sollevano dubbi nel Salento che mostra sintomi di snaturamento, somigliando qua e là a una Ibiza tardiva. Mentre resta incredibile l’assenza di pubblico confronto sulla Puglia dei milioni di euro del Fondo europeo di sviluppo regionale (Fesr) affidati alle Fondazioni culturali, trasformate di fatto in «agenzie» e quindi ben poco indipendenti.

Perciò la crisi in atto nella Notte della Taranta è simbolicamente un frutto di «fine stagione», il portato di un capitolo politico che si chiude. Per il prossimo che dovesse aprirsi, facciamo gli esorcismi: «ballare coi ragni» non basta a cambiare davvero le cose.

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Se il Rex ci «parla» dei profughi https://minimaetmoralia.it/cinema/se-il-rex-ci-parla-dei-profughi/ https://minimaetmoralia.it/cinema/se-il-rex-ci-parla-dei-profughi/#respond Sat, 05 Sep 2015 06:20:07 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=28331 Oggi, sabato 5 settembre, alla Mostra del Cinema di Venezia «prima» mondiale per la copia restaurata di «Amarcord» di Federico Fellini, che verrà proiettata a 40 anni dal premio Oscar vinto nel 1975. Pubblichiamo un intervento di Oscar Iarussi apparso su Tu non conosci il Sud - Gazzetta del Mezzogiorno

Il leggendario passaggio notturno del Rex al largo di Rimini in Amarcord (1973) di Federico Fellini conclude una sequenza iniziatasi in pieno giorno. È un’epifania «adriatica» della storia del cinema e dell’immaginario collettivo concepita sulla sponda del Tirreno. Il direttore della fotografia del film, Giuseppe Rotunno, ebbe a raccontare: «Il Rex fu girato dentro le piscine di Cinecittà. Invece l’imbarco per la serata del passaggio del Rex l’abbiamo girato a Fiumicino, stavamo girando un tramonto e gli ho detto: “Federico, abbiamo il sole dalla parte sbagliata! A Rimini non tramonta in mare” – “Sto qui per quello!”, mi ha risposto».

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rex_amarcord

Oggi, sabato 5 settembre, alla Mostra del Cinema di Venezia «prima» mondiale per la copia restaurata di «Amarcord» di Federico Fellini, che verrà proiettata a 40 anni dal premio Oscar vinto nel 1975. Pubblichiamo un intervento di Oscar Iarussi apparso su Tu non conosci il Sud – Gazzetta del Mezzogiorno

Il leggendario passaggio notturno del Rex al largo di Rimini in Amarcord (1973) di Federico Fellini conclude una sequenza iniziatasi in pieno giorno. È un’epifania «adriatica» della storia del cinema e dell’immaginario collettivo concepita sulla sponda del Tirreno. Il direttore della fotografia del film, Giuseppe Rotunno, ebbe a raccontare: «Il Rex fu girato dentro le piscine di Cinecittà. Invece l’imbarco per la serata del passaggio del Rex l’abbiamo girato a Fiumicino, stavamo girando un tramonto e gli ho detto: “Federico, abbiamo il sole dalla parte sbagliata! A Rimini non tramonta in mare” – “Sto qui per quello!”, mi ha risposto».

L’Adriatico si presta a tale ambivalenza non solo simbolica: orienta e disorienta. Mare «chiuso» e verticale fin da/a Otranto dirimpettaia dei monti albanesi, fu propaggine lagunare della Serenissima che lo dominò, colonizzò e ribattezzò «golfo di Venezia» o «nostro canal». Ma l’ipoteca linguistica non è certo bastata a farne limaccio per gondolieri, e se la Venezia postmoderna può sembrare una lugubre Disneyland ridotta a esibire il declino (Régis Debray), l’Adriatico resta un mare di storie vivide, tramandate nel congedo del ‘900. Non fa spettacolo della realtà, lo è.

Così, nel Breviario mediterraneo di Predrag Matvejevic e nelle raccolte di Sergio Anselmi, libri impareggiabili nel rammemorare che perdersi è ritrovarsi; ovvero, per cantarla con Battiato, che l’alba va cercata dentro l’imbrunire (e viceversa, vedi Amarcord).

Non c’è portolano che tenga per racchiudere l’Adriatico fra margini sicuri o segni tranquillizzanti. Da ultimo, persino le marine ansiolitiche formato famiglia e i bagni romagnoli cari ai Vitelloni e alla Gradisca sono punteggiati di caratteri in cirillico per i russi della classe media (i ricchi, a Forte dei Marmi), trasportati con i charter nell’aeroporto intestato a Fellini al pari delle pizzerie e degli hotel nella sua città.

Quella lingua straniante, esotica, apparentemente paradossale alla foce del Marecchia è una conferma turistica dell’Adriatico quale nostro «Muro di Berlino»: una barriera fluttuante e invisibile che, senza la fatica di crollare, fluidificò frontiere e confuse mondi laddove la geopolitica non aveva neppure immaginato potessero lambirsi.

Fu lo stesso Matvejevic, «filologo del mare», secondo una magnifica locuzione di Claudio Magris, a testimoniare in Mondo ex dello spaesamento che assale il reduce e il transfuga delle ideologie dopo l’Ottantanove europeo. Ma chissà perché da questa parte del muro/mare tendiamo a ritenere che la condizione postuma riguardi sempre e soltanto «gli altri».

Come se un mondo potesse rovinare su un unico versante e se le «macerie» fossero un problema di igiene stradale (leggi: ordine pubblico) e non lo stigma di un’epoca. Essa permane la nostra, come tragicamente confermano le cronache dei naufraghi di questa estate. L’esodo cominciò proprio in Adriatico con l’arrivo della «Vlora» nel 1991, memorabile preludio del Mediterraneo via di fuga e incerto approdo, esilio e speranza.

Un mare di storie e di morti che imporrebbe un bagno di umiltà a tutti noi, sapendo che il sole tramonta lì dove sorge.

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Cosa fare del Sud https://minimaetmoralia.it/interventi/cosa-fare-del-sud/ https://minimaetmoralia.it/interventi/cosa-fare-del-sud/#comments Mon, 03 Aug 2015 06:51:48 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=28006 Questo pezzo è uscito su La Gazzetta del Mezzogiorno di Oscar Iarussi Che palle, il Sud. Come dite? No, non ci sono le virgolette: non è una citazione di qualcuno, lo dicono tutti. È un pensiero talmente interiorizzato, incistato nel corpaccione flaccido sebbene elettrico dell’opinione in pubblico, da risultare veritiero agli occhi dei più (nessuna […]

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Questo pezzo è uscito su La Gazzetta del Mezzogiorno

di Oscar Iarussi

Che palle, il Sud. Come dite? No, non ci sono le virgolette: non è una citazione di qualcuno, lo dicono tutti. È un pensiero talmente interiorizzato, incistato nel corpaccione flaccido sebbene elettrico dell’opinione in pubblico, da risultare veritiero agli occhi dei più (nessuna traccia di opinione pubblica). Una fisiologia dell’insofferenza e dell’indifferenza avvolge e travolge la questione meridionale che per poco meno di un secolo e mezzo dopo l’Unità d’Italia, dal 1861 agli anni ’90 del Novecento, fu la questione nazionale per eccellenza, una diagnosi condivisa nonostante prognosi e terapie fossero spesso divergenti.

Che palle, il Sud. Oggi a sbuffare sono innanzitutto i meridionali che magari in stagioni diverse hanno coltivato l’idea di cambiarlo, il Sud, a dispetto del culto della sua immobilità perpetuata da una larga letteratura, fin da alcune magnifiche pagine di Verga e Tomasi di Lampedusa. Quanto ai giovani, appena possono, semplicemente se ne vanno, via, lontano, altrove. È una fuga di massa, una emorragia lenta e non percepita tranne quando – come nel caso del Rapporto Svimez di ieri l’altro – vengono diffusi i dati statistici sulla disoccupazione, le iscrizioni universitarie, la natalità, la demografia d’impresa, che parimenti depongono per una epocale «desertificazione» del Sud. Allora scatta una sorta di allarme silenziato e ritardato, comunque passeggero, quasi che di fronte a un incendio devastante si sussurrasse «Al fuoco! Al fuoco!» pur di non disturbare le contingenze del Palazzo in prima pagina (ieri la riforma della Rai era considerata più rilevante del Sud in crisi da quasi tutti i quotidiani).

Certo, l’apprensione per le magnifiche sorti e regressive del Mezzogiorno colleziona un tot numero di «mi piace» su Facebook, un regno che ha messo al bando il «non mi piace» o il «mi spiace», tanto che i like fioccano persino per le notizie luttuose. Certo, interviene qualche economista non arrendevole alla minaccia dell’incalzante desolazione, di solito rimbeccato dalla severa sentinella di turno a guardia dell’imputazione/amputazione di un terzo dell’Italia. Eppure non risulta che una qualsivoglia nozione di sviluppo abbia mai previsto il sacrificio di una parte per risolvere i problemi dell’altra o del tutto non più tutto, per esempio l’espulsione di uno Stato più povero da una confederazione. Mentre è accaduto il contrario, da ultimo con l’unificazione tedesca dopo la caduta del Muro nel 1989: stringere la cinghia per favorire la crescita altrui, consentirgli di mettersi al passo e rinforzare il Paese intero.

Sarebbe, questo, l’orizzonte proprio della politica, nata d’altronde per contendere il futuro al vaticinio. Invece da tempo i politici hanno assunto l’analisi e la proposta tra i compiti voluttuari, se non dannosi ai fini del consenso immediato. Intanto un’intera generazione, e presto saranno due, viene scoraggiata a rimanere nel Mezzogiorno d’Italia o addirittura «costretta» alla partenza europea dal genitore benestante e lungimirante e, suvvia, improvvisamente protestante. Laddove per «europea» assai di rado s’intende una destinazione greca o portoghese, perché per gli europei del Sud l’Europa è quella del Nord, la Francia, la Gran Bretagna, l’Olanda, e, über alles, l’amata/odiata Germania. Sicché, andrà bene infiammarsi di residue passioni politiche in favore di Alexis Tsipras o fare le vacanze nelle isole dell’Egeo (un’inedita, implacabile forma di militanza di sinistra), va meno bene lasciare che i ragazzi studino a Bari, Napoli, Cosenza, Palermo e lì crescano, s’innamorino, comincino a lavorare perché nel frattempo un po’ di lavoro in più è stato generato.

Che palle, il Sud. «Fujtevenne ‘a Napule», tuonò Eduardo De Filippo a metà degli anni Settanta. L’amaro invito era rivolto ai giovani attori che erano e sarebbero rimasti ancora per un pezzo senza un Teatro Stabile partenopeo. Però al «Fujtevenne ‘a Napule» noi continuiamo a preferire il celebre motto «Ha da passa’ ‘a nuttata». La frase finale di Napoli milionaria! (1945), malgrado il pessimismo del testo, assurse a emblema del dopoguerra e della fiducia italiana nella rinascita.

Ecco un punto cruciale. Il racconto teatrale, cinematografico, letterario e giornalistico delle macerie e delle miserie post-belliche suscitava sì le rampogne dei politici («I panni sporchi si lavano in famiglia»), tuttavia le polemiche non paralizzavano l’azione di governo, anzi, fungevano da stimolo. E l’immagine del Paese, in special modo del Sud, non era disgiunta dalla realtà: un filo tra le storie e la Storia c’era sempre, talvolta esile o ingarbugliato, sebbene visibile, effettivo, concreto.

Quel racconto realistico e autentico del Mezzogiorno va oggi ripreso, con le sue ombre ma anche con le sue luci spesso non viste o colpevolmente sottaciute. È un aspetto non secondario della questione, raccontare la sostanza del Sud, dopo anni di affabulazione o di propaganda, di storytelling o di «narrazioni» in salsa pugliese, che guarda caso segnano il declino sia della letteratura sia della vita nazionale. Perché, come dire?, aggiornando ai tempi di Twitter un bel verso di Bodini… #Tunonconoscilsud.

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Tu non conosci il Sud: le foto di Ferdinando Scianna a Otranto https://minimaetmoralia.it/fotografia/tu-non-conosci-il-sud-le-foto-di-ferdinando-scianna-a-otranto/ https://minimaetmoralia.it/fotografia/tu-non-conosci-il-sud-le-foto-di-ferdinando-scianna-a-otranto/#comments Tue, 23 Jun 2015 15:30:48 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=27483 “Il Sud e le Donne” è la mostra fotografica di Ferdinando Scianna che sarà allestita nel Castello Aragonese di Otranto dal 23 giugno al 30 settembre 2015. La mostra è prodotta dall’associazione “Veluvre – Visioni culturali” ed è una delle iniziative della rassegna culturale itinerante “Tu non conosci il Sud”, a cura di Oscar Iarussi. Le immagini sono state scelte personalmente da Scianna e sono introdotte da testi critici dell’anglista Vito Amoruso e dello stesso Iarussi.

“Tu non conosci il Sud” prende il nome da un verso dello scrittore Vittorio Bodini (1914-1970) che fu sodale di Leonardo Sciascia, l’autore decisivo nella formazione di Scianna. La rassegna sinora ha fatto tappa a Bari e a Matera designata capitale europea della cultura 2019.

Info: www.comune.otranto.le.it www.tunonconoscilsud.it

di Oscar Iarussi

“Tu non conosci il Sud” è un lampo del poeta pugliese Vittorio Bodini (1914-1970). La sua luce orienta il cammino di un’iniziativa culturale che sta provando a stimolare incontri, a smuovere pensieri e a sprigionare emozioni. Ve n’è bisogno nel Mezzogiorno spesso rappresentato come una galleria di macchiette grottesche o criminali, che non mancano, ma attengono all’Italia tutta. Immagini stereotipate da fiction televisiva non di prim’ordine sminuiscono e mortificano la complessità e le potenzialità di intere regioni.

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Scianna Bellucci

“Il Sud e le Donne” è la mostra fotografica di Ferdinando Scianna che sarà allestita nel Castello Aragonese di Otranto dal 23 giugno al 30 settembre 2015. La mostra è prodotta dall’associazione “Veluvre – Visioni culturali” ed è una delle iniziative della rassegna culturale itinerante “Tu non conosci il Sud”, a cura di Oscar Iarussi. Le immagini sono state scelte personalmente da Scianna e sono introdotte da testi critici dell’anglista Vito Amoruso e dello stesso Iarussi.

“Tu non conosci il Sud” prende il nome da un verso dello scrittore Vittorio Bodini (1914-1970) che fu sodale di Leonardo Sciascia, l’autore decisivo nella formazione di Scianna. La rassegna sinora ha fatto tappa a Bari e a Matera designata capitale europea della cultura 2019.

Info: www.comune.otranto.le.it www.tunonconoscilsud.it

di Oscar Iarussi

“Tu non conosci il Sud” è un lampo del poeta pugliese Vittorio Bodini (1914-1970). La sua luce orienta il cammino di un’iniziativa culturale che sta provando a stimolare incontri, a smuovere pensieri e a sprigionare emozioni. Ve n’è bisogno nel Mezzogiorno spesso rappresentato come una galleria di macchiette grottesche o criminali, che non mancano, ma attengono all’Italia tutta. Immagini stereotipate da fiction televisiva non di prim’ordine sminuiscono e mortificano la complessità e le potenzialità di intere regioni.

La politica in primis appare da tempo indifferente al Sud o talora punta a trasformarlo in un brand. Come se la terra – l’avete toccata questa terra? – potesse mai essere questione di marketing e non di scelte e di cuore e di coraggio. “Tu non conosci il Sud”, appunto, perché qui non c’è Gomorra a ogni angolo né si balla la pizzica tutto l’anno. “Tu non conosci il Sud” perché non è “un paradiso abitato da diavoli”, il luogo comune – nonché l’alibi – che maggiormente appaga e tranquillizza l’opinione pubblica, persino quella meridionale.

Di tale iniziativa culturale, nata a Bari qualche mese fa, la mostra fotografica “Il Sud e le donne” di Ferdinando Scianna è parte integrante e finora ne è stata anche il generoso “messaggero”. Dopo il foyer del teatro Petruzzelli nel capoluogo pugliese e la Casa Cava nei Sassi di Matera nominata Capitale europea della cultura per il 2019, è adesso il Castello Aragonese di Otranto a ospitare le magnifiche immagini di un fotografo italiano tra i più apprezzati in ogni dove, un maestro anticonvenzionale e molto amato. I volti femminili in mostra non sono icone, ma esercizi di realtà, della sua rapinosa bellezza.

D’altronde, la formula di “Tu non conosci il Sud” chiama a raccolta discipline e linguaggi diversi fra loro che fraternizzano in un proposito comune: contribuire all’onore e alla concretezza simbolica del Mezzogiorno. Per il giovane fotoreporter siciliano Scianna fu decisivo l’incontro con Leonardo Sciascia, lo scrittore rivelatosi grazie a Le parrocchie di Regalpetra (Bari, 1956) apparso negli innovativi “Libri del tempo” dell’editore Vito Laterza. È la medesima collana in cui trovò posto Contadini del Sud di Rocco Scotellaro, poeta e intellettuale modernissimo, forse più “giovane” oggi che nel 1953 in cui scomparve trentenne e incompreso (Scotellaro è uno dei numi tutelari di Matera 2019).

Sciascia e Bodini si scambiarono lettere, idee e vagheggiarono una raccolta mediterranea di testi antichi e moderni. Voci lontane, sempre presenti che – a prestar orecchio – echeggiano nella fortezza di Otranto. La sua struttura originaria risale a quasi mille anni fa e presto ne sarà completato il restauro che potrebbe farla rinascere quale contenitore culturale. Così adocchia il futuro un’antica imago urbis che comprende la Cattedrale dei Martiri e il mare, una città davvero posta “tra l’acqua benedetta e l’acqua  salata”, per dirla con la felice definizione del regno di Napoli coniata da Ernesto de Martino.

“Tu non conosci il Sud, le case di calce / da cui uscivamo al sole come numeri / dalla faccia d’un dado”. Versi che suonano come un azzardo, una vertigine. C’è il segno di una condizione che conosciamo nell’essere “numeri”, per esempio precari nel lavoro. Perciò ricominciare dal Sud e nel Sud si può. L’essenza stessa di Otranto lo testimonia: frontiera dell’alba, tenace levante, mediterranea senza retorica, semplicemente destinata agli inizi.

di Vito Amoruso

Ho sempre pensato che l’inconfondibile cifra espressiva di Ferdinando Scianna risieda in una straordinaria capacità di conferire alla realtà osservata, o meglio alla sua immagine riflessa nello scatto fotografico, una qualità visionaria, ben oltre la sua natura apparente di “oggetto” da riprodurre.

Immagini e  ritratti – rappresentino essi persone, cose, paesaggi, luci, ombre, chiaroscuri, tempo e stagioni della vita che Scianna sempre raccorda fino a fonderli fra di loro – sono sottoposti alla reinvenzione di uno sguardo che individua un loro “oltre”, una essenza segreta che viene intravista, o, si potrebbe dire, leopardianamente “si finge”.

L’affinità con i tratti distintivi della lingua della poesia è resa evidente da una qualità antirealistica dello sguardo di Scianna, che aggiunge a ciò che viene fissato nell’istante di uno scatto, una sua estrema verità o, forse, la radice ultima di una sua suprema illusione. Di qui a me pare discenda una ulteriore sua cifra distintiva, cioè la natura di scena teatrale delle sue immagini e dei suoi ritratti: il suo sguardo “espone” la scena insieme eterna e cangiante delle nostre vite, la loro strutturale recita.

Nulla lo dimostra meglio di queste foto di “donne del Sud” esposte a Bari: l’ostensione stilisticamente accentuata delle loro pose e dei gesti, sullo sfondo e nella cornice arcaica o modernamente surreale che li racchiude, non rappresenta una verità documentaria e tanto meno antropologica, ma il loro esatto contrario. Sono ritratti di donne, note o sconosciute, tutte di conturbante bellezza, colte nel loro transito, velate da una tenda o incorniciate dentro il riquadro di un rustico o fra volti di anziani a loro appaiati. Donne eccentriche nel loro abbigliarsi: il nero totale che le trasforma in steli, gli arabeschi screziati che ramificano le loro vesti o le gonne aperte a ventaglio come corolle di un fiore.

Sono, queste donne, anche volti di fanciulle che fissano l’obiettivo a viso aperto, ma non per questo meno impenetrabile, occhi bruni che osservano diritti o di sbieco, incorniciati da una ghirlanda rustica che sembra evocare un lontano oriente o completamente di spalle, oppure sullo sfondo aperto di uno sfuggente orizzonte marino al quale paiono appartenere.

Sono visionarie immagini del cuore, accarezzate ombre della propria fantasia che fissano il mistero di un universo femminile insieme familiare e straniero.

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Tu non conosci il Sud: le donne di Scianna a Matera https://minimaetmoralia.it/fotografia/tu-non-conosci-il-sud-le-donne-di-scianna-a-matera/ https://minimaetmoralia.it/fotografia/tu-non-conosci-il-sud-le-donne-di-scianna-a-matera/#comments Sat, 04 Apr 2015 12:00:20 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=26132 Approda a Matera, da sabato 4 aprile a domenica 19, all'interno di Casa Cava (in via San Pietro Barisano) la mostra fotografica di Ferdinando Scianna «Il Sud e le Donne», una produzione dell’associazione culturale barese Veluvre – Visioni  Culturali

di Oscar Iarussi

Tu non conosci il Sud” è un lampo del poeta meridiano Vittorio Bodini (1914-1970). Allo scoccare del centenario, la sua luce ha orientato una iniziativa culturale a Bari, che ha stimolato incontri, smosso pensieri e liberato emozioni. La manifestazione venne subito patrocinata da Matera 2019, il cui sguardo va ben di là dai confini dei Sassi e delle gravine, lungo il filo dell’orizzonte europeo nel Meridione. Il cardine della rassegna? Ora eccolo qui a Matera: è la mostra fotografica “Il Sud e le donne” di Ferdinando Scianna, concepita all’uopo, che approda da sabato 4 a domenica 19 aprile 2015 nella Casa Cava. È questo un altro prestigioso contenitore culturale, dopo il foyer del teatro Petruzzelli, “in dialogo” con le magnifiche immagini di Scianna, senza dubbio tra i fotografi italiani più apprezzati in ogni dove, un maestro anticonvenzionale e molto amato. D’altronde, la formula di “Tu non conosci il Sud” chiama a raccolta discipline e linguaggi diversi fra loro che fraternizzano in un proposito comune: contribuire all’onore e alla concretezza simbolica del Mezzogiorno.

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Approda a Matera, da sabato 4 aprile a domenica 19, all’interno di Casa Cava (in via San Pietro Barisano) la mostra fotografica di Ferdinando Scianna «Il Sud e le Donne», una produzione dell’associazione culturale barese Veluvre – Visioni  Culturali

di Oscar Iarussi

Tu non conosci il Sud” è un lampo del poeta meridiano Vittorio Bodini (1914-1970). Allo scoccare del centenario, la sua luce ha orientato una iniziativa culturale a Bari, che ha stimolato incontri, smosso pensieri e liberato emozioni. La manifestazione venne subito patrocinata da Matera 2019, il cui sguardo va ben di là dai confini dei Sassi e delle gravine, lungo il filo dell’orizzonte europeo nel Meridione. Il cardine della rassegna? Ora eccolo qui a Matera: è la mostra fotografica “Il Sud e le donne” di Ferdinando Scianna, concepita all’uopo, che approda da sabato 4 a domenica 19 aprile 2015 nella Casa Cava. È questo un altro prestigioso contenitore culturale, dopo il foyer del teatro Petruzzelli, “in dialogo” con le magnifiche immagini di Scianna, senza dubbio tra i fotografi italiani più apprezzati in ogni dove, un maestro anticonvenzionale e molto amato. D’altronde, la formula di “Tu non conosci il Sud” chiama a raccolta discipline e linguaggi diversi fra loro che fraternizzano in un proposito comune: contribuire all’onore e alla concretezza simbolica del Mezzogiorno.

Per il giovane fotoreporter siciliano Scianna fu decisivo l’incontro con Leonardo Sciascia, lo scrittore rivelatosi grazie a Le parrocchie di Regalpetra (Bari, 1956) apparso negli innovativi “Libri del tempo” dell’editore Vito Laterza. È la medesima collana in cui trovò posto Contadini del Sud di Rocco Scotellaro, poeta del riscatto ed intellettuale modernissimo, forse più “giovane” oggi che nel 1953 in cui scomparve trentenne e incompreso. Scotellaro è uno dei numi tutelari di Matera capitale europea della cultura 2019, ovvero della Basilicata coast to coast dall’Atlantico al Mar Nero, diremmo con Rocco Papaleo (tra i protagonisti di “Tu non conosci il Sud” a Bari).

Scianna e Bodini si scambiarono lettere, idee e vagheggiarono una raccolta mediterranea di testi antichi e moderni. Voci lontane, sempre presenti che – a prestar orecchio – echeggiano anche nello scrigno ipogeo di Casa Cava. “Tu non conosci il Sud, le case di calce / da cui uscivamo al sole come numeri / dalla faccia d’un dado”. Un azzardo, una vertigine. C’è il segno stesso del nostro presente nell’essere “numeri”, per esempio precari nel lavoro. Eppure bisogna lanciarsi nel mattino, fare l’esperienza del nitore, senza temere le ombre né sottacere i problemi: “Ha da passà ‘a nuttata” non vuol dire che la nottata sia già passata (immenso Eduardo).

Ricominciare dal Sud si può, oltre i luoghi comuni che lo riducono a un eden folcloristico o a una sconfinata Gomorra. La sfida di Matera 2019 è lì a ricordarlo, mentre i volti femminili in mostra costituiscono un invito in tal senso: sono esercizi di realtà, della sua rapinosa bellezza.

 

Ferdinando Scianna, una visionaria scena di ombre

di Vito Amoruso 

Ho sempre pensato che l’inconfondibile cifra espressiva di Ferdinando Scianna risieda in una straordinaria capacità di conferire alla realtà osservata, o meglio alla sua immagine riflessa nello scatto fotografico, una qualità visionaria, ben oltre la sua natura apparente di “oggetto” da riprodurre.

Immagini e  ritratti – rappresentino essi persone, cose, paesaggi, luci, ombre, chiaroscuri, tempo e stagioni della vita che Scianna sempre raccorda fino a fonderlifra di loro – sono sottoposti alla reinvenzione di uno sguardo che individua un loro  “oltre”,  una essenza segreta che viene intravista, o, si potrebbe dire, leopardianamente “si finge”.

L’affinità con i tratti distintivi della lingua della poesia è resa evidente da una qualità antirealistica dello sguardo di Scianna, che aggiunge  a ciò che viene fissato nell’istante di uno scatto,una sua estrema verità o,  forse, la radice ultima di  una sua suprema illusione. Di qui a me pare discenda una ulteriore sua cifra distintiva, cioè la natura di scena teatrale delle sue immagini e dei suoi  ritratti: il suo sguardo “espone” la scena insieme eterna e cangiante delle nostre vite, la loro strutturale recita.

Nulla lo dimostra meglio di queste foto di “donne del Sud” esposte a Bari: l’ostensione stilisticamente accentuata delle loro pose e dei gesti, sullo sfondo e nella cornice arcaica o modernamente surreale che li racchiude, non rappresenta una verità documentaria e tanto meno antropologica, ma il loro esatto contrario.

Sono ritratti di donne, note o sconosciute, tutte  di conturbante bellezza, colte nel loro transito, velate da una tenda o incorniciate dentro il riquadro di un rustico o fra volti di anziani a loro appaiati. Donne eccentriche nel loro abbigliarsi: il nero totale che le trasforma in steli, gli arabeschi screziati che ramificano le loro vesti o le gonne aperte a ventaglio come corolle di un fiore.

Sono, queste donne, anche  volti di fanciulle che fissano l’obiettivo a viso aperto, ma non per questo meno impenetrabile, occhi bruni che osservano diritti o di sbieco, incorniciati da una ghirlanda rustica che sembra evocare un lontano oriente o completamente di spalle, oppure sullo sfondo aperto di uno sfuggente orizzonte marino al quale paiono appartenere.

Sono visionarie immagini del cuore, accarezzate ombre della propria fantasia che fissano il mistero di un universo femminile insieme familiare e straniero.

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La scomparsa di Raimondo Coga https://minimaetmoralia.it/approfondimenti/la-scomparsa-di-raimondo-coga/ https://minimaetmoralia.it/approfondimenti/la-scomparsa-di-raimondo-coga/#comments Mon, 16 Feb 2015 09:42:28 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=25466 Questo pezzo è uscito sulla “Gazzetta del Mezzogiorno”. Ringraziamo autore e testata. Di Oscar Iarussi Nel 2015 la casa editrice Dedalo raggiungerà il traguardo del mezzo secolo di attività, ma il fondatore Raimondo Coga – scomparso ieri mattina all’età di 79 anni – di certo avrebbe scoraggiato le celebrazioni. Era un uomo schivo e fattivo. […]

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Questo pezzo è uscito sulla “Gazzetta del Mezzogiorno”. Ringraziamo autore e testata.

Di Oscar Iarussi

Nel 2015 la casa editrice Dedalo raggiungerà il traguardo del mezzo secolo di attività, ma il fondatore Raimondo Coga – scomparso ieri mattina all’età di 79 anni – di certo avrebbe scoraggiato le celebrazioni. Era un uomo schivo e fattivo. Il suo understatement aveva del proverbiale: rifiutò tre lauree honoris causa e resisteva alle rare interviste persino durante l’intervista stessa. Una decina di anni fa tornammo dalla zona industriale di Bari, dove ha sede la Dedalo, col taccuino colmo di storie. Ma Coga le aveva condite con il ricorrente invito a non trascrivere questo o quel ricordo: «Lasci perdere… È un dettaglio, ci porterebbe lontano». I giornali Coga li conosceva bene: negli anni Ottanta del ‘900 fu consigliere d’amministrazione della «Gazzetta del Mezzogiorno», e la Dedalo stampa da alcuni lustri un quotidiano romano in teletrasmissione.

Naturalmente, «lasciar perdere» non fu possibile  né sarebbe stato giusto perché erano in gioco le memorie di un protagonista della vita culturale italiana lungo stagioni feconde e decisive (in particolare gli anni Sessanta-Ottanta). La Dedalo resta una delle sfide vinte dal/nel Sud, nella Bari dei capitani coraggiosi  dell’editoria, produttivi senza boria: oltre a Coga, c’erano Vito Laterza erede ed innovatore di una importante tradizione, Vito Macinagrossa dell’Adriatica, Mario Adda, Nicola Cacucci e Diego De Donato.
La Dedalo nasce nella primavera del 1965 da una pregressa esperienza di Coga prima con l’Einaudi, di cui vendeva libri per potersi permettere il lusso di comprarne altri per sé, e poi con un’agenzia che rappresentava Feltrinelli, Guanda e Parenti. Coga non era riuscito a laurearsi in Lingue e Letterature straniere, ma all’università divenne amico di Mario Sansone e dei giovani intellettuali Tateo, De Castris, Marzi e Vittorio Bodini. E già nel 1961, in occasione delle manifestazioni torinesi per il centenario dell’Unità italiana, aveva ideato un’antologia sulla Puglia, con la grafica di Mimmo Castellano e i testi curati da Giuseppe Giacovazzo.

La Dedalo aderì all’obiettivo di un celebre saggio di Charles Percy Snow: «superare le due culture», mettendo in comunicazione le discipline scientifiche e quelle umanistiche. Niente letteratura e narrativa. Sociologia, diritto ed economia, da una parte; architettura,  urbanistica e medicina, dall’altra. E ancora oggi la casa editrice, il cui catalogo allinea oltre milletrecento titoli, predilige la saggistica e fa opera meritoria nel campo della divulgazione scientifica.

I primi consulenti, tra i baresi, furono il medievista Giosuè Musca e Achille Petrignani che insegnava architettura. A Milano, invece, un prezioso consulente venne individuato in Mario Spinella, letterato marxista e intellettuale a tutto campo che curò la prima collana, «La scienza nuova», con titoli  di sociologia, antropologia, linguistica, e autori del calibro di Bachelard, Poincaré, Henri Lefebvre, Virilio,  Derrida, Balandier, Vittorio Lanternari, Ferrarotti. Poi toccò alla collana «Storia e civiltà» in cui apparvero saggi di Francesco Gabrieli, Gabriele Pepe, Santo Mazzarino, il giovane Luciano Canfora, lo stesso Musca, Fernand Braudel, Georges Duby…

Ma dire «Dedalo» equivale soprattutto a dire «riviste». Coga ne varò a decine, sul sito web se ne contano quarantatré, praticamente in tutti i campi. Perché, gli chiedemmo, tanta passione per le riviste? «Semplicemente, per il ‘68. Parlo del desiderio di dibattere con strumenti agili e di intervento politico in varie discipline. Io cominciai l’anno prima, quando nel 1967 rilevai la testata della rivista “Sapere” dalle Edizioni di Comunità di Adriano Olivetti che erano in dismissione. Affidai “Sapere” alla direzione di Adriano Buzzati Traverso e poi a Giulio A. Maccacaro che mandò in edicola numeri di straordinario interesse dedicati alla diossina di Seveso e alla legge Basaglia contro i manicomi».

E se da qualche tempo «Sapere» è rinata per volontà di Claudia Coga, che ha preso le redini della casa editrice, molte delle riviste sospese continuano a essere menzionate, studiate e rimpiante, da «Cinema nuovo» di Aristarco alla «Monthly Review» della sinistra radicale americana di Hubermann e Sweezy, dal «Piccolo Hans» a «Mediares». Fra tutte, poi, è impossibile dimenticare «il manifesto», nato nel 1969 come mensile Dedalo, dopo che Rossanda, Pintor e compagni, ancora iscritti al Pci, si erano rivolti invano sia alla Einaudi sia alla Feltrinelli. Approdarono a Bari e Coga disse subito di sì, ponendo la condizione della diffusione di massa, in edicola. Ne uscirono dodici numeri prima che la Dedalo regalasse la testata al collettivo per far nascere a Roma il quotidiano. Fu un successo: si vendevano  trentamila copie a numero, con picchi di settantamila.

«A darci una mano – ricordava l’editore – fu il mio amico democristiano Giacovazzo che, conducendo il Tg1 della notte, citava spesso “il manifesto”, sia pure per evidenziare le divisioni interne al Pci che avrebbero portato all’espulsione di Rossanda e compagni».

Coga fu anche tra i primi in Italia a vendere software e si divertiva a progettare personalmente sistemi informatici («Lavorai, io uomo di sinistra, per un’azienda italiana che faceva circuiti per i missili Nato»). Nell’80 venne chiamato a presiedere la Net, la Nuova Emittenza Tv del Pci, ipotetica alternativa a Canale 5: «Un esperimento fallimentare. Berlusconi proponeva varietà e film, loro avevano pensato a programmi sulla storia del movimento operaio che non avrebbe visto nessuno. Con me c’era un giovane Walter Veltroni. Convinsi il Pci a vendere i macchinari e almeno non ci rimisero».
Coga non si faceva troppe illusioni sul futuro del suo – e nostro – mondo, che chiamava «ICM, l’Industria della Carta da Macero», tuttavia mai disperando e sempre sperimentando. Ha continuato a lavorare, nonostante la malattia, fino a qualche giorno fa.

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