Osvaldo Soriano Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/osvaldo-soriano/ un blog di approfondimento culturale Wed, 22 Apr 2020 13:40:32 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=7.1 https://minimaetmoralia.it/wp-content/uploads/2025/07/cropped-cropped-309290503_464034925751050_1790831071097755281_n-32x32.jpg Osvaldo Soriano Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/osvaldo-soriano/ 32 32 Cosa non funziona in “The English Game” https://minimaetmoralia.it/approfondimenti/cosa-non-funziona-the-english-game/ https://minimaetmoralia.it/approfondimenti/cosa-non-funziona-the-english-game/#comments Wed, 22 Apr 2020 13:40:32 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=43071 di Luca Todarello

Nel 1905 Alexander Bassano, fotografo dell'alta società inglese del XIX secolo (suo è anche lo scatto utilizzato da Alfred Leete per Lord Kitchener Wants You, manifesto britannico per il reclutamento di anime per la Grande guerra), immortala in uno scatto Lord Arthur Fitzgerald Kinnaird, ultimo discendente di una ricca famiglia di banchieri anglosassoni.

Si tratta probabilmente di uno dei primi lavori che un artista dedica alla celebrazione di un calciatore: Lord Kinnaird è stato infatti una stella del calcio dei pionieri e sarà anche presidente della FA, la Football Association inglese, per ben trentatré anni.

L'articolo Cosa non funziona in “The English Game” proviene da Minima et Moralia.

]]>
1engame

di Luca Todarello

Nel 1905 Alexander Bassano, fotografo dell’alta società inglese del XIX secolo (suo è anche lo scatto utilizzato da Alfred Leete per Lord Kitchener Wants You, manifesto britannico per il reclutamento di anime per la Grande guerra), immortala in uno scatto Lord Arthur Fitzgerald Kinnaird, ultimo discendente di una ricca famiglia di banchieri anglosassoni.

Si tratta probabilmente di uno dei primi lavori che un artista dedica alla celebrazione di un calciatore: Lord Kinnaird è stato infatti una stella del calcio dei pionieri e sarà anche presidente della FA, la Football Association inglese, per ben trentatré anni. Kinnaird è, assieme al talentuoso Fergus Suter, il protagonista della serie tv in sei puntate The English Game, distribuita da Netflix.

Siamo nel 1879, nel nordovest dell’Inghilterra. Suter e John Love, suo compagno di squadra nel Partick, vengono ingaggiati da James Walsh, mastro cotoniere della città di Darwen, per rafforzare la locale squadra di calcio (rigorosamente dilettantistica) e condurla al sogno della vittoria della FA Cup, il più prestigioso trofeo del paese, mai vinto da una compagine operaia e popolare. Per capire di quale calcio stiamo parlando bisogna fare riferimento al tempo dei pionieri, quello dei dagherrotipi di gracili uomini in baffoni a manubrio e maglie lunghe con calzoni a metà polpaccio. E soprattutto di palloni di cuoio cucito.

Il calcio di quegli anni, ed è questo il pregio (uno dei pochi) di The English Game, non è ancora l’epopea di Davide che abbatte Golia, alla quale più di un secolo di sport professionistico ci hanno abituato – spesso in maniera affannata e retorica –, quella cioè del Pelé menino de rùa che nel 1958 solleva la Rimet in faccia alla ricca Svezia o della struggente serpentina di Maradona nella pancia degli inglesi a Città del Messico nel 1986. Il racconto di quegli anni e di quei personaggi ci riporta all’origine di tutto, quando lo sport «non per signorine», come ricorda Enrico Brizzi nel suo Il meraviglioso giuoco (addomesticamento nostrano dell’aggettivo “inglese”) riportando le parole del mitico mediano della Pro Vercelli Guido Ara, cercava nella sua primigenia strutturazione associativa e linguistica (le parole di Ara sprezzavano l’approccio borghese dei fondatori, invischiato ancora di modi aristocratici) di allargare la platea di praticanti e appassionati. Con The English Game assistiamo al successo, reso forse in modo narrativamente affrettato e in un finale altrettanto ingessato, del sogno di Fergus Suter e Kinnaird.

Quest’ultimo, unico fra i membri dell’upper class a partecipare alla causa sportiva e sociale dei suoi avversari proletari (arriverà a convincere il consiglio della FA a ritirare la squalifica per disordini e a riammettere il Blackburn di Suter, arrivato nel frattempo dal Darwen per tentare un nuovo assalto alla coppa) è, però, al tempo stesso abile finanziatore dell’impresa di abbigliamento sportivo di un suo ex avversario che «rende molto bene».

Ecco allora che già si profila all’orizzonte il Giano bifronte del calcio: la diffusione del gioco attraverso l’accettazione del professionismo libera le energie delle squadre operaie, capaci al fine di trionfare sui ricchi team dei padri fondatori dell’FA, ma genera al contempo la nascita del marketing sportivo e l’ingresso, sotto celata specie, del capitale nel mondo della neonata disciplina. Eppure The English Game non affonda nell’analisi dello scontro di classe, mai veramente esploso, né riesce a offrire molto in termini di profondità dei personaggi o di linee narrative, esigue e a tratti sincronizzate su registri più affini al love drama.

Non è colpa dei suoi protagonisti se non possiamo goderci almeno una bella resa scenica delle partite: il football di fine Ottocento è ancora segnato dalla regola non scritta del kick’n’rush (calcia e corri), e dalla mischia attorno al pallone dal tutt’altro che vago sapore rugbistico. Guardando le gesta di Suter, Love e Kinnaird non ritroveremo il Ken Loach del Mio amico Eric – forse il più bel film sul calcio – che ancora oggi ha molto da insegnare (si pensi solo alla famosa battuta “Il più bel goal? È stato un passaggio”, diventata poi il titolo di un pamphlet del filosofo francese Jean-Claude Michéa) né la sospensione estetica della rovesciata del prigioniero alleato Pelé (ancora lui!) in Fuga per la vittoria, che fa scattare l’applauso del nazista Max von Sydow.

Per non restare delusi potremmo affidarci sempre alle lezioni di vita “a pallonate” di Osvaldo Soriano o capire quanto perdiamo a non essere tifosi, come ci ha raccontato con ironia e intelligenza Sandro Bonvissuto nel suo ultimo romanzo La gioia fa parecchio rumore; o riflettere su quanta filosofia si possa suggere dal calcio così come possiamo goderne nei libri di Fernando Acitelli. Insomma, se in questi giorni difficili non possiamo né giocare a calcio né guardare il calcio, sarebbe meglio leggere il gioco più bello del mondo nelle pagine di chi sa raccontarlo davvero, con buona pace di tutti i baffi a manubrio.

L'articolo Cosa non funziona in “The English Game” proviene da Minima et Moralia.

]]>
https://minimaetmoralia.it/approfondimenti/cosa-non-funziona-the-english-game/feed/ 1
Nero, il gatto di Parigi: una favola di Osvaldo Soriano https://minimaetmoralia.it/letteratura/nero-gatto-parigi-favola-osvaldo-soriano/ https://minimaetmoralia.it/letteratura/nero-gatto-parigi-favola-osvaldo-soriano/#comments Fri, 29 Mar 2019 07:36:11 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=39869 «Fu come se all’improvviso fossimo diventati due gatti e una sola paura.»

Ieri sera ho passato una splendida ora tra le pagine del racconto Nero, il gatto di Parigi, di Osvaldo Soriano, una favola, una storia per ragazzi, pubblicata per la prima volta in Italia da Liberaria editrice, con la traduzione (sempre perfetta) di Ilide Carmignani e le illustrazioni meravigliose di Vincenza Peschechera.

Quando ami un autore non lo consideri mai morto, anche se lo è o, prima o poi, lo sarà. Lo scrittore amato, il grande scrittore, rimane sempre vivo per i capolavori che ci ha lasciato. Romanzi, racconti, poesie che stanno sui nostri scaffali in bella mostra, nell’ordine che per loro abbiamo scelto, pronti a essere riletti qualche volta, a distanza di qualche anno tra una lettura e un’altra. Ogni volta troveremo una cosa nuova, ogni volta ci stupiremo e diremo cose come “Che bellezza”; e ci appunteremo un passaggio nuovo, e troveremo un nuovo (o diverso) significato.

L'articolo Nero, il gatto di Parigi: una favola di Osvaldo Soriano proviene da Minima et Moralia.

]]>
1soriano

«Fu come se all’improvviso fossimo diventati due gatti e una sola paura.»

Ieri sera ho passato una splendida ora tra le pagine del racconto Nero, il gatto di Parigi, di Osvaldo Soriano, una favola, una storia per ragazzi, pubblicata per la prima volta in Italia da Liberaria editrice, con la traduzione (sempre perfetta) di Ilide Carmignani e le illustrazioni meravigliose di Vincenza Peschechera.

Quando ami un autore non lo consideri mai morto, anche se lo è o, prima o poi, lo sarà. Lo scrittore amato, il grande scrittore, rimane sempre vivo per i capolavori che ci ha lasciato. Romanzi, racconti, poesie che stanno sui nostri scaffali in bella mostra, nell’ordine che per loro abbiamo scelto, pronti a essere riletti qualche volta, a distanza di qualche anno tra una lettura e un’altra. Ogni volta troveremo una cosa nuova, ogni volta ci stupiremo e diremo cose come “Che bellezza”; e ci appunteremo un passaggio nuovo, e troveremo un nuovo (o diverso) significato.

L’estate scorsa ho riletto Triste, solitario y final (Einaudi), deve essere stata la terza o quarta volta. Ero in spiaggia quando sono arrivato in fondo e temo di essermi commosso in preda a una sorta di malinconia. Per Soriano provo una profonda nostalgia, sentimento che ha sempre maneggiato, il sentimento fondante della sua scrittura, me ne dà una nuova conferma Marco Ciriello che nella prefazione a Nero, il gatto di Parigi scrive: «[…] è un’ode alla nostalgia, che poi era la squadra nella quale Osvaldo Soriano ha giocato meglio.»

La storia è quella dell’amicizia tra un bambino e un gatto, è una faccenda d’affetto e di fantasia; su come si accorcino le distanze e in che modo si sciolgano le malinconie. La storia non è mai una sola e qui sta il grande insegnamento (un altro) di Soriano. Abbiamo un bambino che con la sua famiglia lascia Buenos Aires per Parigi, sono gli anni della dittatura di Videla. È una favola e Soriano lascia immaginare ciò che non è troppo necessario scrivere. Il bambino ha lasciato presso uno zio in Argentina la gatta cui era legatissimo, la sua amica fidata, sogna di tornare da lei.

Nero usciva la notte e a volte tornava debole e malconcio, coi baffi spettinati e qualche graffio beccato in una zuffa. Aveva amori passeggeri e tempestosi […].

A Parigi accadranno molte cose, per prima cosa accadrà Parigi, narrata e disegnata dall’alto e dal basso, una città in cui è difficile orientarsi, una città lontana da Buenos Aires. Le cose che accadranno saranno il ponte che unirà le distanze tra la Francia e l’Argentina. Il primo ponte lo costruiranno i genitori del piccolo che gli prenderanno un altro gatto, un randagio scostante, Nero. La sera, il padre, mappa alla mano racconterà al figlio il loro paese d’origine, mettendo l’immaginazione al servizio della storia. Si può dire la dittatura e il suo orrore senza nominarla, si può viaggiare sui tetti e immaginare una lunga strada che tenga insieme due luoghi e due malinconie.

A poco a poco, papà mi raccontò una lunga storia di scoraggiamenti e di utopie e mi diceva che io dovevo ereditare, soprattutto, la speranza.

Il gatto e il ragazzino si somigliano. Il ragazzino capisce subito il carattere scostante del gatto e asseconda quella diffidenza, la accompagna, diventano inseparabili. Non parla  al gatto, Nero non risponde, ma comunicano. Parigi è il loro terreno d’avventura. Nero conosce la storia del ragazzo e una notte, sui tetti incantati di Parigi, si guarderanno negli occhi e dentro gli occhi di Nero il ragazzino vedrà.

Vedrà Buenos Aires, la casa dove tornare, i colori del Sudamerica, la gatta che ha lasciato laggiù. In una strada di stelle vedrà annullata la malinconia e alimentata la speranza, la sua e di Nero, perché comunque andrà i due sono ormai legati per sempre.

Si comportava come se tutto fosse semplice, come se la capacità di trasformare il mondo rientrasse nelle sue doti naturali.

Con un passo molto vicino a quello evocativo della poesia, Soriano scrive pagine di una dolcezza infinita, ci racconta di quanto possa mancare un luogo quando si è costretti all’esilio, di quanto possano essere brillanti, avventurose e infinite le strade che gli uomini si inventano per poter tornare. Soriano i gatti li ha sempre adorati e qui ne sceglie uno e lo fa re del racconto, un piccolo Virgilio nero che guida un ragazzino tra i comignoli e il freddo insegnandogli a guardare.

Il libro esce grazie alla lungimiranza di Liberaria e di Alessandro Raveggi che cura la collana Phileas Fogg, in cui il testo compare; ed è per impaginazione, illustrazioni, traduzione e scelte grafiche un piccolo gioiello.

La risposta migliore è la fantasia come quella che hanno i fuoriclasse del Boca Juniors, stadio che si scorge fin dalla Torre Eiffel, come quella che hanno i bambini.

L'articolo Nero, il gatto di Parigi: una favola di Osvaldo Soriano proviene da Minima et Moralia.

]]>
https://minimaetmoralia.it/letteratura/nero-gatto-parigi-favola-osvaldo-soriano/feed/ 2
Quando la vittoria è illegale. Intervista a Valerio Mastandrea https://minimaetmoralia.it/interviste/quando-la-vittoria-e-illegale-intervista-a-valerio-mastandrea/ https://minimaetmoralia.it/interviste/quando-la-vittoria-e-illegale-intervista-a-valerio-mastandrea/#respond Wed, 27 Apr 2016 05:30:51 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=30705 Questa intervista è uscita su Rivista Undici, che ringraziamo (fonte immagine).

di Malcom Pagani

Conti, Chinellato, Maggiora, Boni, Peccenini, Santarini, Di Nadai, Di Bartolomei, Pruzzo, De Sisti, Scarnecchia. Allenatore, Ferruccio Valcareggi. Arbitro Michelotti. «Roma-Atalanta, sei maggio del 1979, la prima partita che vidi allo stadio» dice Valerio Mastandrea che è dell’inverno 1972 e con la squadra fondata nello stesso quartiere in cui abita si è accompagnato – mese più mese meno, molti dolori, qualche sparuta gioia – per trentasette anni.

Dopo la sconfitta con la Lazio nel derby di Coppa Italia del 2013 – quella che nel sintetico Lulic 71, riempì di graffiti celesti i muri di mezza città omaggiando in cinque sole lettere e due numeri, giustiziere dei nemici e momento chiave della gara – Mastandrea tornò a casa, accese il computer e scrisse “Peggio”. Una sintesi del destino di chi soffre.

L'articolo Quando la vittoria è illegale. Intervista a Valerio Mastandrea proviene da Minima et Moralia.

]]>
mastandrea

Questa intervista è uscita su Rivista Undici, che ringraziamo (fonte immagine).

di Malcom Pagani

Conti, Chinellato, Maggiora, Boni, Peccenini, Santarini, Di Nadai, Di Bartolomei, Pruzzo, De Sisti, Scarnecchia. Allenatore, Ferruccio Valcareggi. Arbitro Michelotti. «Roma-Atalanta, sei maggio del 1979, la prima partita che vidi allo stadio» dice Valerio Mastandrea che è dell’inverno 1972 e con la squadra fondata nello stesso quartiere in cui abita si è accompagnato – mese più mese meno, molti dolori, qualche sparuta gioia – per trentasette anni.

Dopo la sconfitta con la Lazio nel derby di Coppa Italia del 2013 – quella che nel sintetico Lulic 71, riempì di graffiti celesti i muri di mezza città omaggiando in cinque sole lettere e due numeri, giustiziere dei nemici e momento chiave della gara – Mastandrea tornò a casa, accese il computer e scrisse “Peggio”. Una sintesi del destino di chi soffre.

Relativizzazione, ironia e idealismo, quasi un autoscatto: «Vincere per un romanista è ottenere giustizia. La vittoria nel suo mondo è illegale perché la legge vuole che perda sempre e sempre quando non dovrebbe». Seguono notti di coppe e di campioni, rimpianti, esempi, paure, gioie, consapevolezze. Incipit: «All’inizio del credo e alla fine della decenza. Peggio di così non poteva andare. Non è vero. Perché il concetto di peggio per un romanista non esiste, non è confinato in una logica precisa».

Più in là dei 60 film, dei premi e dei copioni studiati per Scola, Virzì, Moretti, Abel Ferrara e Giordana, Mastandrea ha visto anche un altro cinema. Per le strade di Testaccio, con una cassa d’acqua nella sinistra e le chiavi di casa nell’altra mano, lo salutano con familiarità. Lui parla con gli sconosciuti in libera uscita, accarezza i cani al guinzaglio e non dimentica di quando abbaiando alla luna tra i gradoni di un’arena a briglia sciolta, l’intera settimana altro non era che un conto alla rovescia dai tre fischi finali della domenica a quello iniziale della domenica successiva.

Da bambino giocava a calcio?

Forse avrei voluto, ma le iscrizioni, quando mia madre mi accompagnò nell’ottobre 1978 in oratorio, erano state già chiuse. «Signora ci dispiace-dissero i preti a questa signora di ventisei anni che teneva per mano il figlio di sei- il gruppo del calcio è stato completato a settembre». «Cos’è rimasto?» domandò. «La pallacanestro. L’allenamento è iniziato da dieci minuti, se suo figlio vuole può iniziare subito».

E lei iniziò.

«Vuoi giocare a pallacanestro?», «Che sport è?», «Un calcio con le mani». Mamma mi strappò un rapido assenso, si tolse la maglietta, me la mise e mi mandò sul parquet. Il basket è stato la mia vita fino al 1988.

Poi?

Smisi. Mi disamorai. Avevo avuto uno sviluppo lento. A quindici anni marcavo gente con la barba. Il basket è uno sport molto fisico e mi facevo sempre male. Con i miei compagni di allora ogni tanto giochiamo ancora.

Niente calcio quindi.

Dopo aver mollato il basket che come tutti i veri ex non seguo più, ho giocato in porta per tre o quattro anni. Non ero capace e non ero neanche coraggioso. Mi piaceva stare tra i pali, ma nelle uscite ero una pippa. I miei danni li ho fatti. Ho anche spaccato una gamba al mio difensore. Ci penso spesso, poveraccio.

Dinamica?

Lui e l’attaccante, un bel toro, avanzano gomito a gomito verso la porta. Io, gliel’ho detto, non uscivo mai. Quella volta esco. La palla è bassa e io prendo tutto. Il mio difensore era molto simpatico, scherzava sempre. Così quando lo sento urlare gli dico di rialzarsi sorridendo. Ma quello non si rialza. Allora mi avvicino, gli abbasso il calzino e vedo l’osso fuori asse.

Lo sport è anche questo: brutalità, immediatezza e colpi duri?

Stare in uno spogliatoio,  in qualsiasi spogliatoio, significa condividere con i tuoi compagni tantissime cose. Lo sport è una forma di socialità importantissima.

Lo è anche la curva?

Allo stadio, da piccolo, andavo con un amico di mio nonno. Poi, più grandicello con quelli del bar, un po’ più adulti di me. Quando iniziai a farlo da solo cominciai a capire anche altro.

Che cosa?

Andare in curva a 18 anni, vivere in quell’ambiente e passare tanto tempo in quel contesto, ti fa sentire l’identità della tua squadra nel cuore in un’altra maniera. E poi lo stadio, la curva, è aggregazione vera.

Può spiegarcelo?

Sei giovane. Vedi con i tuoi occhi un mondo nuovo e una comunità che ha le proprie regole. Sei sedotto da tante situazioni al limite. Impari a distinguere i confini. A fermarti in tempo. Cresci e intanto, riconosci i tuoi simili.

Chi erano i suoi simili in curva?

Gente con cui viaggiavo per vedere un Brescia-Roma serale, di lunedì, in trasferta. Gente che ha conosciuto il mondo attraverso la Roma e in funzione della Roma. Gente che sa come muoversi a Bruges e a Mosca. Dove mangiare e dove bere il caffè buono. La chiamano sottocultura. Non so, a me sembra cultura vera e propria.

Lei non ama parlare della Roma.

Lo faccio solo con i miei simili. Parlo pochissimo del mio rapporto con la Roma proprio perché lo definisco un rapporto. E non si racconta in giro di come fai l’amore con la tua donna. Finiti i tempi delle descrizioni sofferte dei flirt adolescenziali, su certe cose, non c’è niente di meglio del silenzio.

L’hanno cercata per chiederle di schierarsi tra Totti e Spalletti?

L’hanno fatto, certo. E io gli ho detto di non azzardarsi. Io nasco come romanista a prescindere dal mestiere che faccio e dalla persona che sono. Non l’ho scelto. È stato automatico.

Tra il campione quasi quarantenne e l’allenatore di ritorno, Roma si è divisa.

Sono stati giorni sofferti. È come se avessimo avuto un grave problema di famiglia. Non è che uno non prenda posizione per ignavia, ma solo perché è troppo complicato.

Giorni sofferti.

La sofferenza è un’altra cosa, però ci incontravamo al bar  tra persone romaniste con certe facce che erano un programma: «Ma tu stai male?», «Benissimo non mi sento». È stato come se le chiacchiere di casa tua, quello che ne so, fatte a Natale tra un sette e mezzo e una stoppa, fossero rese pubbliche. Lo so che sembra ridicolo, ma la Roma è qualcosa che va oltre l’amore, gli anni e la passione. È facile dire moriremo romanisti. Il difficile è vivere come tali.

Il calcio le piace ancora?

Allo stadio non vado più. Sono abbonato, ma non riesco più ad andare in un posto in cui le due curve non sono piene e non cantano. Non c’è più l’approccio goliardico. L’ironia e l’autoironia che faceva impazzire gli avversari e ci portava a passare sopra alla sconfitta. A ridere e a far casino anche se perdevamo per cinque a zero. Il romanista sapeva prendersi e prenderti per il culo come nessuno. Oggi il Barcellona ti fa sei gol ed è subito psicodramma. Si sfasciano le famiglie. È diventato tutto più nevrotico ed è svanita quella sensazione di poter andare oltre. Oltre il risultato, come si diceva, ma non solo.

Andare oltre era importante?

Era fondamentale. In curva ho imparato a ridere e ad amare nonostante tutto. Se tifi per una squadra che ha storicamente perso scudetti e coppe, spesso in casa e sempre all’ultimo istante, ridere è l’antidoto che ti permette di sopravvivere alle sofferenze dell’amore.

Sono sensazioni che si stanno perdendo?

Si stanno perdendo perché lo stadio è diventato un luogo inaccessibile. Ci sono norme assurde che limitano fortemente quando non impediscono del tutto l’accesso allo stadio.  Mi stupisco che ci si sia dimenticati la valenza sociale di una curva.

Curva e tifosi vengono raccontati unidirezionalmente?

È strano, ma quando si tratta di discutere di tifo, anche da parte dei commentatori più illuminati, c’è un riflesso pavloviano. E si ascoltano banalità, analisi superficiali, accuse scontate. Per scrivere di quel mondo dovresti conoscerlo. E conoscere non significa giustificare ogni eccesso, ma evitare di chiudere una curva per un coro magari sì.

“La curva come luogo d’elezione della frustrazione” hanno scritto.

E hanno mentito. I frustrati che portano allo stadio le rabbie delle proprie vite esistono, ma sono negli altri settori dello stadio. In curva c’è un’altra dimensione. Che il settore popolare continui a essere il settore più sano non me lo toglie dalla testa nessuno. Una curva unita vale da sola tutti gli agi e i lussi dei mille Emirates Stadium sparsi per il mondo.

I tifosi parlano di repressione indiscriminata.

Che nel 2016 non si permetta ad alcune tifoserie di venire allo stadio di Roma e viceversa mi pare un controsenso. Sembra una scelta poco intelligente e poco lungimirante. A meno che l’interesse non sia mantenere la tensione alta senza alcun reale interesse nel contrastare le derive violente che pure esistono, di cui chi controlla conosce ogni dettaglio a partire dai nomi e dai cognomi e di cui certo non sarò mai alfiere. Se dai una coltellata a un altro, amico mio non sei.

Si ricorda di Gabriele Sandri?

I morti da stadio italiani me li ricordo tutti, uno a uno. La lezione che suo padre Giorgio ha dato a tutti, a differenza di quanto fecero le istituzioni, è stata grandissima. Ci penso sempre a quella conferenza stampa che fu fatta in tarda mattinata. Parlarono di una rissa da stadio come fosse un reato che prevedesse sparare.

Sarebbe bastato dire la verità: «Un matto ha sparato, prenderemo provvedimenti». Perché poi uno ci pensa: «Faccio a cazzotti e tu che fai, mi spari? Dall’altro lato di una carreggiata, in autostrada?». La repressione in questi anni ha alzato molto il livello dello scontro. Ma alcune curve hanno dimostrato di sapersi educare da sole anche attraversando momenti di contraddizione pura. I precetti calati dall’alto come le ricette da laboratorio non funzionano.

Lo stadio è stato usato come laboratorio per veicolare la repressione?

Senz’altro. Il mondo del pallone è appetibile per ogni forma di potere. L’ambiente che rimpiango, a tutto questo, al potere in senso stretto, era estraneo.

Ha mai avuto paura allo stadio?

Certo. Ho imparato ad avere paura e ad avere coraggio.

Il calcio è conflitto?

Il calcio è battaglia nel senso positivo del termine. È conflitto perché a duellare sono due identità. Chi tifa si immedesima, vibra, soffre e sembra quasi soffiare alle spalle di chi corre. Perché la gente ama i calciatori scarsi che però mettono in gioco ogni cosa? E perché invece detesta la personalità di un calciatore che è l’unico aspetto che un atleta non può allenare?

Puoi migliorare tecnicamente, ma il tuo carattere rimane tale e a essere diverso da come sei in fondo non impari mai. Una volta Franco Baldini mi disse che per capire che calciatore hai davanti agli occhi, devi guardare quanto gli altri si fidino di lui in campo. Non è solo questione di tecnica. La squadra è una classe, l’allenatore è il professore, gli alunni vanno in campo e devono dimostrare di avere cuore, non solo di aver appreso la lezione.

Dalle maglie in lanetta degli anni 70 a oggi, il calcio ha compiuto il suo giro ed è diventato un affare.

Il pallone negli ultimi trent’anni è stato talmente mercificato a livello ideologico e non solo commerciale che è entrato nell’immaginario collettivo ancor prima che le persone lo scoprissero e lo praticassero. I bambini italiani oggi hanno accesso al calcio in una maniera talmente costante, polemizzata ed esasperata che automaticamente, in un processo imitativo, rifanno delle cose invece di scoprirle.

Colpa delle tv?

Prenda il cinema. Perché, Fuga per la Vittoria a parte e soprattutto per merito del cast, non esiste un buon film sul calcio che sappia coniugare immagine e drammaturgia? Perché la tv ha ucciso la curiosità. Perché devo concentrarmi sulla finzione quando con Sky posso leggere persino il labiale al rallentatore e capire cosa ha detto il giocatore in campo?

Il calcio è anche letteratura.

Il libro di Sandro Modeo sul Barcellona è filosofia. Come erano saggi filosofici anche i pensieri di Soriano e Galeano. Si ricorda il suo affresco di Maradona? «È stato un grande calciatore di calcio nonostante la cocaina». Nonostante.

Amava altri campioni che non vestissero la maglia della Roma?

Il romanismo l’ho incamerato molto presto, a cinque o sei anni. Ho avuto un momento di offuscamento quando Zico andò all’Udinese. Era un campione ed era brasiliano come Falcao. Non dico che tifassi per l’Udinese, ma una sbandata l’avevo presa. Poi ci fece gol e mi bastò per capire da che parte stavo.

Altre sbandate?

È come chiedermi se mi è mai piaciuta una donna diversa dalla mia.

Figurine romaniste?

A parte quelle dell’infanzia, penso al bomber Pruzzo e ad Agostino (Di Bartolomei, ndr) e a qualche passione improvvisa e smodata per certi eroi da derby, vedi Simplicio, ho sempre ricordato meglio le figurine che mi hanno interrotto un sogno, magari al novantesimo. Vavra dello Slavia Praga ad esempio adesso si è ritirato e magari ha aperto una burgheria a Praga, ma per me resta un nome indimenticabile. E comunque le figurine che ti restano dentro più di quelle dei calciatori sono quelle dei tuoi compagni di stadio.

Alcuni conosciuti, altri raccontati, storie e persone che hanno sempre fatto e dato qualcosa in più al senso più grandi dell’essere tifosi di una squadra di calcio. I calciatori prima o poi smettono di giocare nella Roma. Noi non smettiamo mai di essere parte della Roma. Non c’è un contratto che scade. A parte quello con la “commare secca”.

E le sconfitte?

Ringrazio dio di aver avuto solo dodici anni a Roma-Liverpool e non più di quattordici dopo Roma-Lecce. Le sconfitte si ricordano meglio delle vittorie. A volte gli zero a zero improvvisi non li cancelli più. Il Liverpool ad esempio mi ha colpito in tutte le fasi della mia vita. Infanzia. Adolescenza e quasi maturità. (Coppa Uefa, arbitro Miranda). Forse da vecchio un dispiacere glielo darò anche io.

Il lutto?

Bisogna elaborarlo e accettarlo alla velocità della luce. Perché per un romanista la vittoria è illegale e la legge vuole che perda sempre e sempre quando non dovrebbe. Non vincere una Coppa dei Campioni. Non una Coppa Uefa. Non due Coppe Italia. Non due scudetti. Giocando sempre in casa. Episodi che sanciscono la biodiversità di un romanista. E la sua grande forza. Non nel sopportare. Ma nel crederci sempre, pronto a cogliere il canto della normale felicità, quella che non ci appartiene di natura: la felicità illegale. E vittoriosa.

L'articolo Quando la vittoria è illegale. Intervista a Valerio Mastandrea proviene da Minima et Moralia.

]]>
https://minimaetmoralia.it/interviste/quando-la-vittoria-e-illegale-intervista-a-valerio-mastandrea/feed/ 0
Ricordo di Eduardo Galeano che non ha mai smesso di abitare né di scrivere dalle parti del cuore https://minimaetmoralia.it/letteratura/ricordo-di-eduardo-galeano-di-gianni-mura/ https://minimaetmoralia.it/letteratura/ricordo-di-eduardo-galeano-di-gianni-mura/#comments Wed, 15 Apr 2015 13:00:27 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=26225 «Non ho un dio. Se lo avessi, gli chiederei di non farmi arrivare alla morte. Ho ancora molto da camminare. Ci sono lune alle quali non ho ancora abbaiato e soli che non mi hanno ancora acceso». Con o senza un dio, è arrivato un tumore al polmone e così è morto Eduardo Galeano, ieri mattina, nella stanza 503 dell'ospedale del Sindacato Medico di Montevideo. Dov'era nato il 3 settembre 1940, dov'era vissuto prima e dopo i lunghi anni d'esilio. Gli ultimi anni nel quartiere Malvin. Cenava spesso in un ristorante italiano, ai muri foto che lo ritraevano con Saramago, Skármeta, con il cantautore catalano Joan Manuel Serrat.

Il suo libro più famoso, Le vene aperte dell'America Latina , lo scrisse a 31 anni. Era un appassionato e documentato grido anticolonialista, partiva dal periodo precolombiano e arrivava alle multinazionali del petrolio e delle banane, a tutti quelli che avevano sfruttato le ricchezze di un continente lasciandolo sempre più povero, analfabeta, schiavo.

L'articolo Ricordo di Eduardo Galeano che non ha mai smesso di abitare né di scrivere dalle parti del cuore proviene da Minima et Moralia.

]]>
eduardo-galeano-1Questo ricordo di Gianni Mura è uscito ieri su La Repubblica. (Fonte immagine)

«Non ho un dio. Se lo avessi, gli chiederei di non farmi arrivare alla morte. Ho ancora molto da camminare. Ci sono lune alle quali non ho ancora abbaiato e soli che non mi hanno ancora acceso». Con o senza un dio, è arrivato un tumore al polmone e così è morto Eduardo Galeano, ieri mattina, nella stanza 503 dell’ospedale del Sindacato Medico di Montevideo. Dov’era nato il 3 settembre 1940, dov’era vissuto prima e dopo i lunghi anni d’esilio. Gli ultimi anni nel quartiere Malvin. Cenava spesso in un ristorante italiano, ai muri foto che lo ritraevano con Saramago, Skármeta, con il cantautore catalano Joan Manuel Serrat.

Il suo libro più famoso, Le vene aperte dell’America Latina , lo scrisse a 31 anni. Era un appassionato e documentato grido anticolonialista, partiva dal periodo precolombiano e arrivava alle multinazionali del petrolio e delle banane, a tutti quelli che avevano sfruttato le ricchezze di un continente lasciandolo sempre più povero, analfabeta, schiavo.

Non è questo il momento migliore per stilare una classifica di grandezza degli scrittori sudamericani e cercare un posto a Galeano nella lista dei Borges, Coloane, Benedetti, Cortázar, Rulfo, García Márquez, Mutis. Li ha incrociati, frequentati, anche impaginati. Quando si dice la vocazione: a 21 anni dirigeva la rivista Marcha , cui collaboravano, tra gli altri, Mario Benedetti e Mario Vargas Llosa. Poi diresse Epoca , altra testata di sinistra. Nel ‘73, quando i militari presero il potere, fu incarcerato, poi riparò in Argentina. Ancora militari al potere (Videla) e molto sbrigativi nei confronti dell’opposizione. Il nome di Galeano figura nella lista nera dei condannati dagli “squadroni della morte”. Altro esilio, in Spagna, e di nuovo in Uruguay nel 1985, con il ritorno della democrazia.

Tra le sue opere: la trilogia di Memoria del fuoco, La conquista che non scoprì l’America, Splendori e miserie del gioco del calcio, Un incerto stato di grazia (con Sebastião Salgado e Fred Ritchin), Specchi, Le parole in cammino, Il libro degli abbracci, Giorni e notti d’amore e di guerra, Le labbra del tempo, I figli dei giorni (pubblicati in Italia da Sperling & Kupfer). Nel 2009 Hugo Chavez, presidente del Venezuela, regalò a Obama l’edizione inglese di Le vene aperte, dicendogli che si trattava di un’opera fondamentale per capire l’America Latina. Non è dato sapere se Obama l’abbia letto. Si sa però che Galeano ha preso le distanze dal suo libro più famoso, che quel giorno del duetto Chavez-Obama ebbe una prodigiosa impennata nelle classifiche di Amazon: era oltre la sessantamillesima posizione e risale nelle prime dieci.

«Non ho voglia di rileggerlo», disse Galeano, criticando la sua relativa ignoranza in fatto di economia. Fondamentalmente, Galeano si è sempre considerato un giornalista. Non uno storico, non un economista, non un romanziere, non un poeta. Uno «che ha imparato a raccontare nei vecchi caffè di Montevideo». Uno che si definiva «uno scrittore ossessionato dalla memoria». E come si diventa scrittori? «Guardando e ascoltando. Per questo abbiamo due occhi, due orecchie una sola bocca». Già, parliamo di parole. «Uso soltanto quelle che possono migliorare il silenzio».

Ne ha usate tante e ha migliorato un silenzio sinonimo di indifferenza, ignoranza, stanchezza, rassegnazione. Tra le frasi più citate, dal diario degli adolescenti ai propositi dei vecchi combattenti, quella sull’utopia: «È come l’orizzonte, cammino due passi e si allontana di due passi. Cammino dieci passi e si allontana di dieci passi. L’orizzonte è irraggiungibile. Allora, a cosa serve l’utopia? Serve per continuare a camminare ». Nelle sue pagine la critica ha scorto parentele con Faulkner e Dos Passos, Lorca e Pasolini. È stato certamente uno scrittore militante, ai tempi s’era candidato con Pepe Mujica nel Frente Amplio. Da ossessionato della memoria, era legato a Che Guevara: «Aveva capito che la vita è darsi, e si è dato». Spesso Galeano usa una prosa che, salgarianamente, vien da definire lussureggiante. Dentro ci sono i colori dei mercati guatemaltechi, il calore delle passioni e degli sguardi, la malinconia di chi è nato in un Paese di emigranti che confina con altri Paesi di emigranti. Aveva radici gallesi, Galeano (il secondo cognome è Hughes) e forse, da parte dei bisnonni paterni, venete. Aveva anche un modo brechtiano di descrivere il Sistema: «I funzionari non funzionano. I politici parlano ma non dicono. Gli elettori votano ma non scelgono, I mezzi d’informazione disinformano. I centri d’insegnamento insegnano a non imparare. I giudici condannano le vittime. I militari sono in guerra contro i loro compatrioti. I poliziotti non combattono i delitti perché sono troppo occupati a commetterli. I fallimenti si socializzano, gli utili si privatizzano. È più libero il denaro che la gente. Le persone sono al servizio delle cose».

Gli piaceva il calcio, tanto da dedicargli un libro intero, anche se la sua storia è triste «perché passa dal piacere al dovere». Non gli piaceva la sinistra che snobba il calcio in quanto oppio dei popoli (qui evidente la vicinanza con Pasolini). Si definiva «mendicante di bellezza» e si specchiava solo in Messi. Però sapeva a memoria la formazione tipo dell’Inter del Mago (Sarti, Burgnich, Facchetti ecc). Con Osvaldo Soriano, Galeano è la stella (uruguayana) nel cielo dei giornalisti sportivi che non vivono di solo 4-3-3. Ha scritto: «Come tutti gli uruguagi avrei voluto essere calciatore. Giocavo benissimo ma solo di notte, mentre dormivo. Durante il giorno ero il peggiore scarpone mai apparso sui campetti del mio Paese». Ma anche: «Se non ci fosse il diritto di sognare tutti gli altri diritti morirebbero di sete». Ci teneva agli etimi: «Democrazia, parola che significa potere del popolo, è stata umiliata fino a ridursi al contrario di giustizia». E ancora: «Ricordare deriva da re-cor, significa ripassare dalle parti del cuore». Non faceva sconti: «La carità è verticale, va dall’alto al basso. Non mi piace. La solidarietà invece è orizzontale, ha rispetto degli altri». Si era appuntato un cartello degli Indignados spagnoli: «Se non ci farete sognare, non vi faremo dormire». Credeva nella grandiosità delle piccole cose. Dalle parti del cuore non ha mai smesso di abitare né di scrivere. Mi piace immaginarlo come un ambulante di generi un po’ così, la dignità e la speranza. A cosa serve, in definitiva, leggere Eduardo Galeano? A non smettere di sognare, di lottare e di stare, per quanto è dato, dalle parti del cuore.

L'articolo Ricordo di Eduardo Galeano che non ha mai smesso di abitare né di scrivere dalle parti del cuore proviene da Minima et Moralia.

]]>
https://minimaetmoralia.it/letteratura/ricordo-di-eduardo-galeano-di-gianni-mura/feed/ 1
Vecchia guardia, nuovi merletti https://minimaetmoralia.it/politica/vecchia-guardia-nuovi-merletti/ https://minimaetmoralia.it/politica/vecchia-guardia-nuovi-merletti/#comments Mon, 20 Oct 2014 16:16:07 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=23774 di Giacomo Giossi 

Per vecchia guardia fino a poco tempo fa s’identificava un gruppo solido e spesso vincente di una squadra. Vecchia guardia era quella del Milan degli anni Novanta (il grande Milan di Berlusconi), vecchia guardia erano Maldini, Tassotti, Donadoni per non parlare capitan Baresi (Baresi Franco, Giuseppe suo fratello, giocava nell’Inter, ma non era la stessa cosa). La vecchia guardia era insomma quella che aveva ottenuto successi stellari e poi negli anni aveva tenuto duro a fronte anche di un cambio generazionale spesso non all’altezza.

L'articolo Vecchia guardia, nuovi merletti proviene da Minima et Moralia.

]]>
RENZI-DALEMA_13_resize

(Fonte immagine)

di Giacomo Giossi 

Per vecchia guardia fino a poco tempo fa s’identificava un gruppo solido e spesso vincente di una squadra. Vecchia guardia era quella del Milan degli anni Novanta (il grande Milan di Berlusconi), vecchia guardia erano Maldini, Tassotti, Donadoni per non parlare capitan Baresi (Baresi Franco, Giuseppe suo fratello, giocava nell’Inter, ma non era la stessa cosa). La vecchia guardia era insomma quella che aveva ottenuto successi stellari e poi negli anni aveva tenuto duro a fronte anche di un cambio generazionale spesso non all’altezza.

In realtà la prima origine del termine risale ad un film del 1934 (premiatissimo) di Alessandro Blasetti, dal titolo per l’appunto Vecchia guardia con cui s’identifica proprio la salvifica azione d’ordine dei fascisti della prima ora. Il film non privo di meriti cinematografici è principalmente un’apologia del fascismo e del suo presunto eroismo. Insomma, come spesso accade, la retorica sportiva pesca da una cultura d’ordine di destra. Il peggio è quando la retorica politica, pescando da quella sportiva, non sa bene cosa dice, pur avendo ben chiaro l’effetto che vuole scatenare. Anche se andrebbe ricordato che poi le parole e i gesti vanno ben oltre l’effetto dell’attualità e verranno registrati poi per quello che sono, nella loro miseria come nella loro volgarità.

Matteo Renzi definisce vecchia guardia il vecchio gruppo dirigente rappresentato al meglio (si fa per dire) da Massimo D’Alema e da Pier Luigi Bersani, ma il gruppo dirigente è vecchia guardia di cosa? Liquidatori loro stessi di una storia e di una militanza, ora vorrebbero scaricare su Matteo Renzi le colpe della propria approssimazione e inconcludenza? Da quando a D’Alema sta così a cuore il Partito Democratico? L’indignazione dei dirigenti vive tutta sul personale e molto poco nel politico, non come calciatori a fine carriera, ma già come commentatori televisivi: vecchie glorie rinchiuse in territori di periferia a celebrare una fama che non fu nemmeno mai tale.

Matteo Renzi non è altro che il loro specchio, il risultato povero delle loro passioni tristi. La vecchia guardia riguarda un tempo, una generazione spazzata via dal proprio stesso immobilismo che ha avuto come unico significato l’accumulo. Accumulo di ogni cosa. Non è quindi in corso un conflitto generazionale, ma un vero e proprio scavalcamento, un superamento. Quello che la generazione nata negli anni Cinquanta non ha mai saputo fare: superare il conflitto.

Viviamo in un eterno conflitto generazionale che ancora coinvolge le giovanili testoline incanutite con gran parte dell’armamentario Novecentesco. Un conflitto che è stato capace di deformare e rendere inutilizzabili scrittori, politici, visioni culturali. L’elenco è lungo e si possono citare tra gli altri gli eterni Pasolini e Moro (tanto per cambiare), a cui si aggiungono recuperi spesso imprevedibili quanto improbabili: si va da Craxi fino ad Almirante e ultimamente qualcuno si ricrede anche di Scelba.

I trentenni/quarantenni di oggi vanno a braccetto con i nonni (del resto da loro sono stati cresciuti, accuditi e in alcuni casi mantenuti), così come Renzi si accompagna a Napolitano (anche se forse è il contrario). Il conflitto non è previsto e quello che resta è solo una lunga e rapida erosione, di consenso, di capitale, di territorio, di ogni cosa.

Il panorama si presenta così con gli ottuagenari costruttori di fondamenta alleati a chi ha energia da spendere e qualche buona idea sufficientemente vecchia da poter attivare un dialogo. Nel mezzo e ai lati, come dossi di velocità, si abbarbica una generazione accumulo priva di ogni spinta e proposta la cui vitalità si valuta solo nella tensione polemica, ultimo stadio della dialettica.

Come il Regno Unito difficilmente celebrerà il regno di Carlo (se non per un breve tratto) finendo probabilmente tra le mani del figlio William, così Matteo Renzi – con l’accelerazione che la spinta democratico populista ha rispetto ad organizzazioni più stabili come la monarchia (per non dire del papato) – sta realizzando alleandosi con i nonni il sogno dei padri. Un sogno piccolo, quello della presa decisa e salda del potere, quello di sostituirsi nel ruolo al di là dei contenuti a Moro e a Berlinguer, a Scalfari e a Montanelli, a Calvino e a Pasolini.

Matteo Renzi e i suoi sodali non hanno i numeri, non hanno le competenze e non hanno mai vinto premi Nobel, come ricorda il buon Massimo D’Alema, ma tutto questo non serve, non è mai servito se non come giustificazione di fronte all’eccessiva e continua richiesta di garanzie mascherata da complessa strategia. Si voleva il Palazzo d’Inverno senza sparare un colpo e senza prendere freddo; così si è rimasti alla finestra a guardare e a valutare. Nel frattempo le strade si sono riempite di disperazione o di complessità Nei palazzi il ghigno dei potenti si è trasformato in un tragico sorriso bonario che accoglie i nuovi arrivati: la nuova gioventù dal sangue fresco.

Che l’attuale presidente del consiglio non abbia i numeri non è rassicurante così come non lo è che lo stesso avvenga in più ambiti, spesso cruciali e determinanti per il futuro del Paese, ma potremmo forse fare diversamente? È possibile immaginare un pensiero diverso proprio quando il conformismo è stato così tanto a lungo ricercato da chi vedeva Berlusconi come un politico mediocre e un industriale di genio mentre probabilmente era l’opposto?

Una generazione di inservibili ha tentato, e in parte vi è riuscita, di mantenere il potere elidendone un’altra; lo ha fatto con azioni terroristiche, con continue ipocrisie utili solo per non dichiarare una guerra che sarebbe stata se no rigettata e quindi persa. Tuttavia una volta essa sostanzialmente in scacco una generazione e forse due la visione si è rivelata sbagliata (eticamente anche, ma lasciamo perdere) sia strategicamente, sia strutturalmente. L’errore è nelle cose: il sistema non potendo più rinnovarsi si è imballato e infine rotto del tutto.

La vecchia guardia non ha tenuto duro per il bene della squadra, ma ha passato il tempo a scendere a patti con un tizio che era sceso in campo, il calcio di rigore più lungo del mondo direbbe Osvaldo Soriano. Il tempo è scaduto e un altro tizio con un cono gelato in mano ora fa patti e propone riforme. Il gruppo dirigente privo anche dello stesso Partito è attonito (ma in fondo lo è sempre stato) e non sa darsi pace, proprio ora che non avrebbe davvero più nulla da dire.

L'articolo Vecchia guardia, nuovi merletti proviene da Minima et Moralia.

]]>
https://minimaetmoralia.it/politica/vecchia-guardia-nuovi-merletti/feed/ 2