Paco Roca Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/paco-roca/ un blog di approfondimento culturale Wed, 28 Dec 2016 15:21:29 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=7.1 https://minimaetmoralia.it/wp-content/uploads/2025/07/cropped-cropped-309290503_464034925751050_1790831071097755281_n-32x32.jpg Paco Roca Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/paco-roca/ 32 32 “Storie del Barrio”: intervista a Bartolomé Seguí https://minimaetmoralia.it/fumetto/storie-del-barrio-intervista-bartolome-segui/ https://minimaetmoralia.it/fumetto/storie-del-barrio-intervista-bartolome-segui/#respond Wed, 28 Dec 2016 15:30:58 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=33248 (foto di Chiara Pasqualini)

di Giulia Gabriele

Alla libreria Borri Books della Stazione Termini, martedì 22 novembre il fumettista spagnolo Bartolomé Seguí ha presentato Storie del Barrio (Tunué), graphic novel realizzato insieme allo scrittore e illustratore Gabi Beltrán che, rievocando la sua adolescenza, ha dato vita ai testi.

Opera a quattro mani, dunque, che racconta la storia di un quartiere periferico di Palma di Maiorca e dei suoi ragazzi di strada, negli anni Ottanta.

Tavola dopo tavola conosciamo il giovane Gabi e i suoi amici: Benjamín, Arnaud, Falen, El Gato, Ramos, Cardona... Fuggono dalle loro case molto presto (prima dell'alba per vendere i giornali ai semafori), e vi tornano, se vi tornano, tardi la notte (dopo aver aiutato l’ultimo marinaio americano in licenza a trovare la sua “señorita”).

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(foto di Chiara Pasqualini)

di Giulia Gabriele

Alla libreria Borri Books della Stazione Termini, martedì 22 novembre il fumettista spagnolo Bartolomé Seguí ha presentato Storie del Barrio (Tunué), graphic novel realizzato insieme allo scrittore e illustratore Gabi Beltrán che, rievocando la sua adolescenza, ha dato vita ai testi.

Opera a quattro mani, dunque, che racconta la storia di un quartiere periferico di Palma di Maiorca e dei suoi ragazzi di strada, negli anni Ottanta.

Tavola dopo tavola conosciamo il giovane Gabi e i suoi amici: Benjamín, Arnaud, Falen, El Gato, Ramos, Cardona… Fuggono dalle loro case molto presto (prima dell’alba per vendere i giornali ai semafori), e vi tornano, se vi tornano, tardi la notte (dopo aver aiutato l’ultimo marinaio americano in licenza a trovare la sua “señorita”).

Ma dentro ai confini spessi e neri delle vignette di Seguí c’è spazio, ancora, per quella parte d’infanzia che resiste e spera. Che fa stare Gabi su Las Rocas a guardare il mare: “Pensavo che tutto il bene fosse al di là dell’orizzonte. Pensavo che laggiù, oltre la linea sotto la quale sparivano le barche, alle madri non saltassero i nervi e i padri non fossero alcolizzati. Pensavo che fosse sempre giorno, che l’estate abitasse lì e che ci potessi arrivare in barca“.

Le vite dei protagonisti sono difficili, ma il libro conserva in loro uno sguardo ingenuo. D’altro canto, questo è un fumetto non adatto esclusivamente ai giovani, anzi…

Esattamente, per questo credo che sia adatto a tutti. Avremmo potuto fare un libro con storie più marginali e realiste, ma ho e abbiamo voluto, usando un tratto più ingenuo appunto, idealizzare un po’ queste storie. Nei disegni c’è del sentimentalismo affinché emerga la tenerezza. In tutto il libro, ad esempio, non c’è una scena di sangue o di violenza fisica. Appare solo una goccia di sangue nella scena finale della storia intitolata “Coma”, ma non si vede nient’altro. Non volevamo mostrare troppa violenza né essere scabrosi.

Il messaggio non passa attraverso la violenza; c’è piuttosto la volontà di evidenziare che una alternativa concreta è possibile… Come quando il signor Paco ammonisce Gabi per le sue frequentazioni, dicendogli: “Non devi andare con certa gente. Ti porteranno problemi. Credimi… Non sono tuoi amici”.

Sì, nel libro abbiamo riposto anche un forte intento pedagogico. Gabi ha fatto molte chiacchierate con i ragazzi dei riformatori, perché vorrebbe che i giovani potessero trovare un’alternativa alla loro esperienza, alternativa che nel caso di Gabi è stata proprio il disegno e la letteratura.

Com’è stato disegnare per raccontare la storia di un altro che non solo ha conosciuto solo da adulto, ma che ha vissuto anche un’adolescenza completamente diversa dalla sua, seppur nella stessa città?

Avevo già letto alcune storie che Gabi aveva pubblicato sul suo blog. Ha un modo di spiegare le storie che mi sembra fantastico. Credo che sia il migliore nel denudarsi a livello emozionale… Per me è stato facile, in questo periodo della mia carriera quello che mi interessa sono le storie che uno racconta. Io ho già pubblicato cinque libri, con le mie sceneggiature, ma se c’è un buon testo è molto facile disegnare per un altro e in questo caso così è stato, nonostante la mia esperienza e la mia vita non abbiano niente a che vedere con quella di Gabi. Abitavo in tutt’altro quartiere e a volte vedevo il suo, ma da lontano, sapevo che non ci si doveva entrare. Ma, ripeto, è stato facile perché dietro questa storia c’era un bravo scrittore.

Come ha costruito la narrazione grafica della storia?

Di fatto ho voluto mantenere le storie del passato, quelle dell’infanzia. Nel libro ci sono le storie disegnate, che sono quelle di quando Gabi era piccolo, insieme alle narrazioni in prosa che sono quelle del personaggio adulto. Questo aiuta a capire le precedenti che non sono solo un ricordo infantile, ma la visione del personaggio adulto che ricorda quell’ambiente. Le storie non sono raccontate con rancore, ma con la capacità di saper perdonare di un uomo ormai cresciuto, maturo.

Di solito non sono mai completamente contento dei miei lavori, ma in questo caso, avendo dovuto curare una storia che Gabi – che stimo molto come professionista e come persona – non era in grado di rivivere da solo, mi sento finalmente soddisfatto.

Quali autori di fumetti legge e apprezza? Conosce, immagino, Paco Roca, pubblicato in Italia proprio da Tunué…

Conosco Paco Roca perché ci siamo incontrati in alcune premiazioni. Ricordo che un anno Paco vinse il secondo Premio Nazionale e l’anno successivo lui era nella giuria che mi ha premiato. Devo dire che è una persona meravigliosa!
Il mio fumettista italiano preferito invece è Gipi. In Spagna hanno pubblicato anche “5” di Igort e mi è piaciuto molto. Secondo me, quando uno inizia a disegnare e pubblicare, a noi disegnatori quello che interessa sono i migliori illustratori, ma poi, con il tempo, ciò che ci interessa di più è la narrazione. Così, a poco a poco, mi sono interessato ad autori che, forse, non disegnano così bene, però narrano in un modo fantastico. In una narrazione ciò che importa è il ritmo della lettura, che non deve essere interrotto per soffermarsi a vedere il disegno, e questo mi piace in Gipi. Forse non è un autore virtuoso graficamente, ma si limita all’essenza per concentrarsi su una narrazione ottima.

Gipi è un autore molto apprezzato anche in Italia, e tre anni fa con unastoria fu selezionato per il nostro premio letterario più importante, il Premio Strega. L’anno successivo toccò a Zerocalcare con Dimentica il mio nome… Diciamo che qui il fumetto (o graphic novel, che dir si voglia) sta vivendo un momento fortunato. La situazione in Spagna è analoga?

L’etichetta “graphic novel” ha aiutato a recuperare il lettore e avvicinarlo alle librerie di fumetti. In Spagna non c’è una tradizione, manca l’industria che c’è in Francia e negli Stati Uniti, ma ora stanno comparendo molte opere interessanti.
Nel 2007, inoltre, è stato creato il “Premio Nazionale” dal Ministero della Cultura. Prima di allora tale riconoscimento veniva concesso alla pittura, alla musica, alla letteratura, ma non al fumetto che così, grazie al Premio, è diventato ufficialmente arte al pari di tutte le altre. Anche i giornali hanno aiutato a fare in modo che il fumetto venisse visto come qualcosa di importante, alla stregua di letteratura, pittura… Ora i mezzi di comunicazione danno molto spazio e attenzione al fumetto, ci sono più critiche e più recensioni. Il fatto che ci sia un premio importante per i fumetti unito all’interesse dei giornali è stato fondamentale per questo nuovo corso.
Ed è pur vero che il “formato libro” ha permesso di trattare temi che prima non si affrontavano nei fumetti, che ora sono pensati (anche) per un pubblico che legge romanzi.

Per finire, a proposito di romanzi, che spazio occupano la letteratura italiana e americana nella sua biblioteca domestica?

Mi piacciono molto i romanzi gialli… E perciò, ovviamente, ho letto Camilleri! Ma apprezzo anche altri autori come Roberto Saviano. Per quanto riguarda la letteratura americana amo Carver, Cheever e Kerouac.

(Si ringrazia Maria Valeria Salinas Soria per la traduzione)

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L’arte di saper raccontare. Intervista a Paco Roca https://minimaetmoralia.it/interviste/paco-roca-intervista/ https://minimaetmoralia.it/interviste/paco-roca-intervista/#respond Tue, 13 Dec 2016 06:30:57 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=33071 di Natalia La Terza

Paco Roca è uno dei più importanti fumettisti contemporanei. Nato a Valencia nel 1969, è arrivato in Italia con Alessandro Editore e poi con Tunué, che ha pubblicato tra gli altri, i suoi graphic novel più famosi: il pluripremiato Rughe, diventato un lungometraggio d’animazione, L’inverno del disegnatore, Memorie di un uomo in pigiama e, quest’anno, La casa, un’opera autobiografica che ha come protagonisti tre fratelli, riuniti alla morte del padre in un’abitazione che per ognuno di loro ha significati, ricordi e suggestioni diversi.

Incontro Paco a Più libri più liberi, la Fiera della piccola e media editoria che si svolge ogni anno a Roma, e aspetto, prima di parlargli, che finisca la dedica al ragazzo che l’ha intervistato prima di me, un’illustrazione che imita e personalizza la copertina del suo ultimo libro, il disegno di un ragazzo con un cappello di paglia e scarpe di tela che innaffia il suo giardino.

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di Natalia La Terza

Paco Roca è uno dei più importanti fumettisti contemporanei. Nato a Valencia nel 1969, è arrivato in Italia con Alessandro Editore e poi con Tunué, che ha pubblicato tra gli altri, i suoi graphic novel più famosi: il pluripremiato Rughe, diventato un lungometraggio d’animazione, L’inverno del disegnatore, Memorie di un uomo in pigiama e, quest’anno, La casa, un’opera autobiografica che ha come protagonisti tre fratelli, riuniti alla morte del padre in un’abitazione che per ognuno di loro ha significati, ricordi e suggestioni diversi.

Incontro Paco a Più libri più liberi, la Fiera della piccola e media editoria che si svolge ogni anno a Roma, e aspetto, prima di parlargli, che finisca la dedica al ragazzo che l’ha intervistato prima di me, un’illustrazione che imita e personalizza la copertina del suo ultimo libro, il disegno di un ragazzo con un cappello di paglia e scarpe di tela che innaffia il suo giardino.

Hai sempre voluto fare il fumettista?

Volevo fare animazione, ma era più difficile. È un lavoro che non puoi fare da solo quando sei piccolo, a casa tua: hai bisogno di una squadra che lavori con te. Fare fumetti, invece, mi dava una libertà totale.

Cosa c’era nella libreria di casa tua?

I miei non erano grandi appassionati di letteratura. La mia famiglia apparteneva alla classe media, operaia, c’era qualche libro, qualche fumetto, ma a casa mia non si respirava cultura: è stata una passione che ho coltivato io.

In La casa, José dice alla ragazza che il padre non leggeva mai i giornali dove si parlava di lui, che li faceva a pezzetti per coprire i grappoli d’uva e non farli mangiare dagli uccelli. Una volta scoperta la tua passione, la tua famiglia ha incoraggiato le tue aspirazioni?

Le professioni artistiche di tutti i tipi venivano scoraggiate. Potevi disegnare per hobby, nel tempo libero, ma quella del fumettista non si considerava una professione seria. Mio padre desiderava per me un lavoro normale, ma col passare del tempo il suo atteggiamento è cambiato molto, soprattutto quando mi ha visto felice di fare quello che facevo, e quando si è reso conto che potevo guadagnarmi da vivere così.

Qual è stato il momento in cui hai iniziato a scrivere e disegnare graphic novel?

I fumetti mi sono sempre piaciuti. La spinta a iniziare a disegnare me l’hanno data quei fumettisti pubblicati in Spagna negli anni 50, che sono i protagonisti de L’inverno del disegnatore: Josep Escobar, Guillermo Cifré, José Peñarroya e Carlos Conti.

Quali sono state le tue prime illustrazioni?

Ho lavorato per tanto nella pubblicità. Il primo incarico che ho avuto è stato quello di disegnare un cartello per chiedere alla flotta americana di andarsene.

Hai fatto un graphic novel, La casa, sulla storia di una casa, e precisamente la tua; uno, Le strade di sabbia, dove c’è un personaggio che non riesce più a tornare alla sua e si ritrova in un hotel ai limiti dell’immaginazione; un’altra, Rughe, dove i personaggi, ormai anziani devono abbandonare la loro casa per trovarne un’altra, il pensionato. La casa e la famiglia sono elementi al centro della tua opera: li troveremo anche nei tuoi prossimi libri?

Sì. Finisco sempre a parlare dello stesso tema e degli stessi personaggi, della memoria, dell’origine, e quindi della casa. Posso anche travestirlo: creare una casa surreale o disegnarla in un altro stile, ma il tema rimane sempre quello. Si può parlare dello stesso tema per due motivi: o perché non riesci ancora a svilupparlo come davvero vorresti o perché ti evoluzioni anche tu, e ogni volta lo vedi da un punto di vista diverso. Rughe e La casa sono la stessa storia. In Rughe racconto della vecchiaia di mio padre, in La casa della morte di mio padre: parlo sempre della mia relazione con lui, da angoli diversi.

Il tuo primo lavoro è stato in campo pubblicitario e leggendo La casa scopriamo che anche tuo padre lavorava nella pubblicità: “portava gli annunci ai giornali”. A pagina 17, Silvia guarda una sua foto da giovane e dice che ha “un’aria alla Don Draper”. Anche a te piace Don?

Mi piace Don Draper e mi piace tantissimo Mad Men, ed è tutto vero: mio padre lavorava nella pubblicità, in un’agenzia, ma come una sorta di fattorino, niente a che vedere col glamour di Don Draper.

Vedi molte serie?

Alcune. Non ho molta pazienza nemmeno per le serie comics, non riesco a seguire quelle francesi e i manga. In televisione è un po’ lo stesso, preferisco le mini serie alle grandi, lunghissime serie, perdo velocemente l’interesse. Ma confido molto nelle potenzialità delle mini serie, che hanno un formato che dà molta più libertà di quella che c’è al cinema, e la possibilità di approfondire singoli temi. Mi piacciono anche Black Mirror, Vinyl, Daredevil, Seinfeld, e sono un grande fan di Ricky Gervais e di The Office.

Ci sono scrittori che ti piacerebbe illustrare, libri di cui vorresti fare una versione in graphic novel?

Per i temi che tratta e perché lo conosco, mi piacerebbe adattare le opere di Javier Cercas. Ora sto lavorando a un progetto con Javier Pérez Andújar, ma quello che mi piacerebbe fare è illustrare libri di non fiction. I graphic novel si sono dedicati per tanto tempo alla fiction, ma il percorso che sta facendo la non fiction è davvero interessante e in crescita. Sarebbe molto bello fare un graphic novel di un libro della scrittrice russa Premio Nobel per la Letteratura nel 2015, Svetlana Aleksievič.

Ho trovato su YouTube un video dove introduci un corso di scrittura comics. Quanto pensi che si nasca scrittori e quanto si possa imparare ad esserlo, allenando, addestrando il proprio talento?

Credo che alcune persone abbiano un talento naturale: lo capisci subito, parlandoci. Ci sono persone che in una semplice conversazione, senza nessun tipo di studio, riescono a rendere interessanti cose di tutti i giorni. Ma è anche un mestiere che si può imparare: l’importante è alzare gli occhi dal tuo mezzo di comunicazione e osservare le altre forme di narrazione. È una tecnica molto utile per trovare ispirazione. Quello che conta è l’arte di saper raccontare, di saper rendere interessante qualcosa. Come diceva Paul Auster: “Le cose succedono a chi le sa raccontare”.

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