Padget Powell Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/padget-powell/ un blog di approfondimento culturale Wed, 10 Apr 2013 09:03:50 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=7.1 https://minimaetmoralia.it/wp-content/uploads/2025/07/cropped-cropped-309290503_464034925751050_1790831071097755281_n-32x32.jpg Padget Powell Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/padget-powell/ 32 32 Significant Objects https://minimaetmoralia.it/libri/significant-objects/ https://minimaetmoralia.it/libri/significant-objects/#comments Wed, 10 Apr 2013 09:03:50 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=13601 Questo pezzo è uscito sul Venerdì di Repubblica.

Significant Objects è un esperimento prima ancora che un libro. L’idea è di due scrittori americani, Rob Walker e Joshua Glenn, che nel luglio del 2009, a titolo puramente sperimentale, decisero di trovare risposta alla domanda: può una grande storia trasformare una cianfrusaglia senza alcun valore in un oggetto significativo? L’esperimento durò cinque mesi, e coinvolse cento scrittori. A ognuno dei cento venne assegnato un oggetto con la richiesta di scriverci sopra una storia. Gli stessi oggetti (saliere, statuine, tazze, candele e pupazzetti), comprati con meno di 130 dollari, vennero poi rivenduti su eBay usando come didascalia i rispettivi racconti e facendo incassare a Walker e Glenn poco più di tremila e seicento dollari e la risposta: sì, una grande storia può trasformare una cianfrusaglia in un oggetto di valore.

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Questo pezzo è uscito sul Venerdì di Repubblica.

Significant Objects è un esperimento prima ancora che un libro. L’idea è di due scrittori americani, Rob Walker e Joshua Glenn, che nel luglio del 2009, a titolo puramente sperimentale, decisero di trovare risposta alla domanda: può una grande storia trasformare una cianfrusaglia senza alcun valore in un oggetto significativo? L’esperimento durò cinque mesi, e coinvolse cento scrittori. A ognuno dei cento venne assegnato un oggetto con la richiesta di scriverci sopra una storia. Gli stessi oggetti (saliere, statuine, tazze, candele e pupazzetti), comprati con meno di 130 dollari, vennero poi rivenduti su eBay usando come didascalia i rispettivi racconti e facendo incassare a Walker e Glenn poco più di tremila e seicento dollari e la risposta: sì, una grande storia può trasformare una cianfrusaglia in un oggetto di valore.

Walker e Glenn decisero così di usare la scoperta a fini di beneficienza, ripetendo l’esperimento con altri cinquanta oggetti e scrittori e devolvendo il ricavato alla 826 National, la scuola di scrittura no-profit di Dave Eggers e Nínive Calegari a San Francisco. E poi di nuovo, fino a un totale di duecento oggetti, duecento racconti e quasi 8mila dollari dati in beneficienza. Cento di quei racconti sono appena stati pubblicati in America in un unico volume illustrato (Significant Objects. 100 Extraordinary Stories About Ordinary Things, Fantagraphics Books, $ 24,99, con doppia copertina a scelta e foto degli oggetti). Tra gli autori ci sono Jonathan Lethem, Colson Whitehead, Padget Powell, Laura Lippman, Heidi Julavits, Meg Cabot, Nicholson Baker, William Gibson, Shelley Jackson, Bruce Sterling.

Una spazzola raccogli briciole (comprata a un dollaro e rivenduta a 30 dollari e 99) diventa così un insolito accessorio per un lupo mannaro allergico alla polvere di cui si innamora la protagonista del racconto di Jackson. Mentre un piccolo stivale di metallo (comprato per 3 dollari e rivenduto a 86) genera nella fantasia di Sterling una storia ambientata nel 1861 in cui quattro soldati italiani sbarcano a New Orleans al comando del capitano Chatham Roberdeau Wheat. Dopo essersi battuti contro Garibaldi e l’Unità d’Italia i quattro si ritroveranno in poco più di una pagina da borbonici a massoni, impegnati a combattere e morire durante la guerra civile americana.

E poi c’è un torsolo di mela di legno (comprato a un dollaro e rivenduto a 102 e 50), accompagnato dal bel racconto di Julavits (il più bello dei cento). Nel racconto c’è un uomo che ha una moglie malata di malinconia all’utero. La moglie è talmente malinconica e malata che ha smesso di mangiare e l’uomo si strugge a ogni pasto, così si chiude in garage e inizia a intagliare dei finti cibi di legno che sembrino già mangiati, e quotidianamente li sostituisce ai piatti intonsi della moglie. Ma a quel punto è la moglie a struggersi dello struggimento del marito, e per interrompere l’inutile sostituzione dei piatti afferra un finto torsolo di mela ed esasperata lo getta in giardino. Poi la moglie muore, e l’uomo si ritrova in buona compagnia di un albero nato dal torsolo di legno gettato in giardino. Come a dire: è l’impossibile che certe volte rende possibile la vita.

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Vergogna https://minimaetmoralia.it/libri/vergogna/ https://minimaetmoralia.it/libri/vergogna/#comments Mon, 07 Jun 2010 08:46:35 +0000 http://www.minimaetmoralia.it/?p=2530 Questo articolo è apparso domenica scorsa sul Sole 24 Ore La scena è un tavolo addobbato per pranzo. La scena è un tavolo addobbato. C’è un uomo. L’uomo è circondato da tre figli, una moglie, una ex-moglie, un paio di amici. La sua famiglia è sempre stata una minuscola comunità ad assetto variabile. L’uomo ha […]

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Questo articolo è apparso domenica scorsa sul Sole 24 Ore


La scena è un tavolo addobbato per pranzo. La scena è un tavolo addobbato. C’è un uomo. L’uomo è circondato da tre figli, una moglie, una ex-moglie, un paio di amici. La sua famiglia è sempre stata una minuscola comunità ad assetto variabile. L’uomo ha una sessantina d’anni. È stato un politico in ascesa, ha coperto cariche organizzato gruppi lanciato campagne. Cinque anni fa è stato colto in fallo, come accade comunemente in Italia, per aver distratto risorse pubbliche. Da lì in avanti, i titoli dei giornali, l’ammissione, il carcere, i conti bloccati, la discesa profonda in un cono rovesciato in cui le persone non smettono di salutarti, ma appunto, ti salutano e basta, mentre prima si fermavano guardando con gli occhi celeri dell’ammirazione. L’uomo non è sfuggito al processo. Per anni, per mesi, tutti i suoi cari hanno immaginato nei dettagli le circostanze del suo possibile suicidio, che non è mai avvenuto. I domiciliari, il rito abbreviato, poi il passare del tempo. Ma quasi sempre, durante ogni rito, nel mezzo di ogni festa, la medesima sequenza di gesti: l’uomo si alza, in un istante imprevedibile, cammina rapido e va in giardino a vomitare. Qualche minuto e tornerà a sedersi a tavola.

Mentre leggevo Senza Vergogna, di Marco Belpoliti (Guanda), non ho mai smesso di coltivare il ricordo visivo di quel gesto, di cui sono stato testimone, ospite casuale impietrito, proprio in occasione di un pranzo pasquale, qualche anno fa, nel cuore del nostro tempo. Senza Vergogna è un reportage di idee, genere peculiare del quale Belpoliti è titolare unico e magistrale nella nostra lingua. È un tomo dal peso insospettabile, 350 grammi, che però mette in moto un desiderio discorsivo fluviale. Finisci per telefonare ad amici, scrivere mail a lettori e lettrici, discuterne a tavola, per giorni – e ciò accade perché il soggetto su cui è imperniato collima con una domanda cruciale: esiste ancora la vergogna? Belpoliti svolge un tentativo di risposta come fa un autore: determina una struttura. C’è una visione iniziale, Silvio Berlusconi che partecipa alla festa di compleanno di Noemi Letizia, seguito da un affondo etimologico sulla parola vergogna, che precede a sua volta due ingrandimenti lenticolari sulla declinazione iconografica del tema: la vergogna si dà a partire dall’immagine, e l’immagine oggi equivale a fotografia. La parte introduttiva, simile a un canone barocco, si conclude con la definizione di un’ipotesi: «la Vergogna non c’è più», ma anche «la Vergogna costituisce un affetto fondamentale per descrivere la condizione contemporanea». Il resto del volume, per proseguire musicalmente, è occupato da diciotto variazioni dal Paese di Vergogna. Così si dispiega un viaggio nel tempo e nello spazio, un vortice di indagini sulle maschere di un’emozione. I riferimenti sono così numerosi e i cambi di paesaggio così repentini che il piacere del testo si condensa quasi sempre negli interstizi muti fra un capitolo e l’altro, nello sfregarsi di uno scenario con lo scenario successivo. Come in un videogioco che si deve mettere in pausa perché fa pensare troppo, viene da imitare l’autore, ampliando lo spettro degli argomenti. E ogni digressione sulla Vergogna porta allo scatto repentino di quell’uomo, nel mezzo del pranzo, e a ciò che ho visto sbirciando fuori dal giardino mentre il resto della famiglia provava a far finta di nulla. Ogni ragionamento sulla Vergogna, dopo aver letto questo libro, può solo prendere una piega interrogativa, come nel magnifico testo letterario dello statunitense Padget Powell, The interrogative mood, interamente composto da domande. I libri urgenti producono idee che vanno in ogni direzione. Perché allora non parlare dell’agente fotografico Fabrizio Corona? Non è forse il caso più eclatante di sparizione di qualsiasi pudore, quando uscendo di galera dice «in Italia conti qualcosa solo se vai in carcere»? Perché non raccontare le sgranate immagini della moglie di Bernard Madoff pubblicate su Vanity Fair, in cui la signora occupa con aria contrita lo spazio domestico del duplex su Park Avenue che le verrà giustamente sottratto a causa dei reati commessi dal marito? Perché non passare a un altro secolo e non visitare il palcoscenico pensato da Henrik Ibsen per il suo dramma John Gabriel Borkman, del 1896, in cui si narra la vicenda di un banchiere condannato per aver speculato sul denaro dei suoi clienti? E magari aprire lo Zibaldone al 29 luglio 1823, data in cui Giacomo Leopardi annota: «Niuna cosa nella società è giudicata, né infatti riesce più vergognosa, del vergognarsi»? Ma senza questo sentimento che unisce in modo lancinante l’esperienza interiore e l’esperienza sociale, si sarebbe suicidato, per nominarne solo uno, il capitano d’industria Raul Gardini? Siamo sicuri che la sparizione della vergogna, un fenomeno indubbio all’interno del circolo polare mediatico, sia poi così reale anche nelle zone più temperate, in cui la tv e i giornali si subiscono gioiosamente ma senza alcuna vera chance di partecipazione? Non è forse vero che spesso i personaggi più impudenti della tv una volta lontani dalle luci si trasformano in docili creature pronte a mostrare il petto indifeso al proprio agente, al produttore, al potere di chi affacciandosi da un’altra razza domina e guadagna sulla loro mancanza di vergogna, allargando le zampe a gruccia e rigirandosi a terra proprio come i nostri amati cani quando impauriscono e temono, perché verecundus deriva da vereri, cioè temere? E questa posa non coincide in modo inquietante con la figura di un uomo alla gogna? E perché non scrivere una storia sociale del vomito ? È possibile ribellarsi – onorevolmente – al diktat secondo cui il solo autentico terrore è il terrore di non essere un ‘personaggio’? Il riflesso condizionante dei media non ci fa immaginare la società in una sorta di continuo differito, come l’aria di Buenos Aires descritta da J. Rodolfo Wilcock ne Il Caos come dotata «di una consistenza colloidale particolarmente adatta alla trasmissione di voci false»?
La sottotraccia più intrigante del libro di Belpoliti è proprio quella che riguarda i cani, simbolo e paesaggio fraterno dell’uomo al pedice del cursus (dis)honorum, dal processo di Kafka a Disgrace di J.M. Coetzee, in italiano tradotto come Vergogna, nel quale il professore di lettere licenziato a causa di una relazione con una studentessa, dopo varie vicissitudini, finisce a lavorare presso un canile come becchino dei quadrupedi morti, trasportando i cadaveri con zelo, e in una specie di silenzio dell’Io – il silenzio di chi è caduto al fondo del pozzo sociale. Parafrasando E.M. Cioran, dovremmo muoverci in questa e altre direzioni ancora per attuare un sommario di decomposizione della vergogna. È una via quasi intollerabile, perché afferisce a un sentimento che davvero alligna al cuore dell’esperienza umana: uno stato di imbarazzo colossale, comprensibilmente disabitato dagli uomini vivi, che lo toccano e ne fuggono. Forse per questo c’era da rimanere storditi a vedere quell’uomo un tempo così rispettato vomitare in giardino, ricomporsi rapido, e subito dopo assistere all’arrivo del cane di famiglia, pronto a mangiarsi tutto.

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