Padma Lakshmi Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/padma-lakshmi/ un blog di approfondimento culturale Fri, 19 Jun 2015 08:22:26 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=7.1 https://minimaetmoralia.it/wp-content/uploads/2025/07/cropped-cropped-309290503_464034925751050_1790831071097755281_n-32x32.jpg Padma Lakshmi Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/padma-lakshmi/ 32 32 Est! Est! Est! (Ovest! Ovest! Ovest!) https://minimaetmoralia.it/approfondimenti/est-est-est-ovest-ovest-ovest/ https://minimaetmoralia.it/approfondimenti/est-est-est-ovest-ovest-ovest/#comments Fri, 19 Jun 2015 05:30:51 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=27392 Il 19 giugno 1947 nasceva lo scrittore Salman Rushdie. In occasione del suo sessantottesimo compleanno pubblichiamo un omaggio-racconto-reportage scritto da Giordano Meacci originariamente per Lotto 49.

Ricòrdati che è stato lui – e malgrado tutte le tue pretese anti-idolàtriche quasi te lo pensi così: Lui, con la maiuscola dedicata agli Assoluti della tua solipsistica, peristaltica vita di lettore fanfarone – ricòrdatelo; fai attenzione: è stato lui, a scriverlo; l’uomo che vedi estivo e assorto, il riso sornione degli occhi (di un nero luminoso: le scintille ironiche quasi rivolte al sé stesso compiaciuto nell’atto dei compiti prima ancora che alla folla caciarona e adorante) che passano da una copia all’altra, da una mano stretta all’altra – e intanto ti chiedi cosa debba essere stato, negli ultimi quindici anni, convivere con il fastidio omicida di una fatwah: te lo chiedi, di nuovo, convivendo tu, invece, con la banalità voyeuristica di quest’iterazione istintiva e immodificabile; vergognandoti anche, della pochezza sempliciotta delle tue considerazioni: quale forza ci sia stata in ogni gesto, in ogni risposta fisica di quest’uomo ai traslochi obbligati, alle minacce fondamentalmente ottuse e insopportabili di persone che non prevedono la musica;

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Il 19 giugno 1947 nasceva lo scrittore Salman Rushdie. In occasione del suo sessantottesimo compleanno pubblichiamo un omaggio-racconto-reportage scritto da Giordano Meacci originariamente per Lotto 49.

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Ricòrdati che è stato lui – e malgrado tutte le tue pretese anti-idolàtriche quasi te lo pensi così: Lui, con la maiuscola dedicata agli Assoluti della tua solipsistica, peristaltica vita di lettore fanfarone – ricòrdatelo; fai attenzione: è stato lui, a scriverlo; l’uomo che vedi estivo e assorto, il riso sornione degli occhi (di un nero luminoso: le scintille ironiche quasi rivolte al sé stesso compiaciuto nell’atto dei compiti prima ancora che alla folla caciarona e adorante) che passano da una copia all’altra, da una mano stretta all’altra – e intanto ti chiedi cosa debba essere stato, negli ultimi quindici anni, convivere con il fastidio omicida di una fatwah: te lo chiedi, di nuovo, convivendo tu, invece, con la banalità voyeuristica di quest’iterazione istintiva e immodificabile; vergognandoti anche, della pochezza sempliciotta delle tue considerazioni: quale forza ci sia stata in ogni gesto, in ogni risposta fisica di quest’uomo ai traslochi obbligati, alle minacce fondamentalmente ottuse e insopportabili di persone che non prevedono la musica; quanta grazia ci sia nelle sue – continuate – prese di posizione, ancora e ancora, contro la stupidità pericolosa di chi, come poi accade in tutte le chiese fedeli oltre ogni ragionevole dubbio― ed ecco che arriva il tuo turno, tu sei preso dalle divagazioni blande della vita postfatwiana di Salman Rushdie e non ti sei accorto, davvero non ti sei accorto – lo sguardo fisso su di lui, il flusso ebete del sangue sulle guance che te lo raggrumano in un’espressione che, vista da fuori, potrebbe realmente apparentarti a un qualche pronipote del Gassmann “e son contento” dell’ultimo capitolo dei Mostri ―― non ti sei accorto che Salman Rushdie ha il braccio teso verso di te e si aspetta – se lo aspetta lui, se lo aspettano i tre armadi a due ante che lo attorniano e che cominciano a insospettirsi, evidentemente, del tuo tempo sospeso nella baraonda (uno screzio infinitesimale di sopracciglio inarcato, un brivido sotto le fondine) – si aspetta che tu gli porga, gentilmente, la copia di Est, Ovest che hai appena comprato al volo nel gazebo saturo di libri di Salman Rushdie, appunto, alla fine di questa lettura estiva alla Basilica di Massenzio di Salman Rushdie, appunto, finché finalmente – uno scatto rubikiano della folla, un fruscìo ventoso della stoffa-da-gazebo, uno starnuto del tuo super-io frastornato dal deliquio amoroso – tu non ti rendi conto e gli dai la copia da firmare; e ti ricordi (ricòrdatelo, ricòrdatelo) di dirgli la frase che ti prepari da una vita, da quell’ultimo guizzo di pagine che ti hanno folgorato, tanto tempo fa, lasciandoti incandescente epperò ormai orfano di quelle pagine per sempre, prima che al nòvero si aggiungesse l’operaomnia – ripètitelo, evidentemente – di Mastro DFW, prima di qualsiasi sconcerto da iperbolela frase per Rushdie che ti sei preparato, nel tuo inglese performativo raffazzonato, più o meno dai tempi in cui è morto l’ayatollah Khomeini –finalmente raggiungendo il suo paradiso di urì, come ami dire e ripetere, pochissimo tempo dopo la ratifica della fatwah per i Versi Satanici – la frase che devi, davvero devi, dedicare a Salman Rushdie mentre lui ti sta dedicando la copia di Est, Ovest che hai appena comprato – il motivo per cui avrai, da qui in avanti, due copie di Est, Ovest di Salman Rushdie, appunto, di cui solo una firmataappunto – e gliela dedichi, così, alla fine, guardandolo firmare, la voce impostata dei filodrammatici d’occasione, “Ai dinc det Mìdnaitt Cìldren is de best novel ov de zecond alff ov de tuèntitt senturii…”. Non sei sicuro che lui abbia capito, quando ti ridà il libro e si gira, sorridente, verso un altro lettore.

Est, Ovest. Il motivo per cui – incredibilmente – non hai comprato al volo un’altra copia dei Figli della mezzanotte è (sei ancora nella tua fase iposciamanica e comunque feticistico-psicotica, nei confronti dei libri fondamentali della tua vita) che non puoi permetterti di far firmare un’altra copia dei Figli della mezzanotte in qualche modo tradendo la tua copia dei Figli della mezzanotte; e però non puoi trascinare la tua copia fino alla Basilica di Massenzio, da dove potrebbe ritornare intonsa della firma propiziatoria di Salman Rushdie, nel caso in cui Salman Rushdie decida di assecondare la volontà dei suoi armadi a due ante di turno ed èviti il bagno di folla grafofila che s’accalca prima, durante e dopo le letture: per questo ti trovavi sprovvisto di copie di libri di Salman Rushdie quando Salman Rushdie s’è fermato nei pressi del gazebo librario; e per questo ti sei precipitato contro la prima delle due file e poi verso la seconda delle due file, scientemente evitando I figli della mezzanotte e concentrandoti quindi sui racconti di Est, Ovest: ma questo quando decidi di non portare con te la tua copia dei Figli della mezzanotte ancora non lo sai e quando invece decidi di evitare graduatorie tra romanzi diversi dai Figli della mezzanotte e ti concentri su Est, Ovest invece lo sai. E sei soddisfatto della scelta; e della Bellezza di Est, Ovest. Quest’inclusione di mondi che sono la forma schematizzata e però improvvisata dal tempo delle short-stories di Salman Rushdie. Che è, evidentemente è, il geniale tratto di unione tra l’Occidente postremo di Joyce fino a Pynchon e la Riscrittura delle Mille e una notte; che è, evidentemente è – di là da qualsiasi inascoltabile detrattore degli ultimi giorni – la dimostrazione della Grandezza della Verità delle Storie viste come storie vs la Meschinità della Storia delle verità viste come Verità.

Un uomo non dovrebbe (intendendo con uomo l’iperonimo inerziale per ‘essere umano’) permettersi affermazioni finali elargite con la grandeur degli ubriaconi prima dell’ultimo goccio di Jack Daniel’s. Un uomo non dovrebbe (continuando a intendere iperonimicamente con uomo ‘essere umano’; e però affidando ai topos chandleriano, hammettiano o, meglio, archiegoodwiniano – con tanto di an-alcolosi “di fatto” ad alleggerire il barcollìo sintattico – il barbaglio emotivo e “di genere” di una qualche pesantezza sbiadita) – davvero non dovrebbe scendere a patti mai, con sé stesso, con le proprie piccolissime illusioni cercate (quando non portino danno a sé o agli altri, perlopiù), solo per indorarsi la pillola della delusione trovata. Mi riferisco a quando ci si convince ‘Che Dopotutto’ — con il retaggio insolubile dell’”è andata meglio”, “doveva andare”, “non poteva non andare” così. Non perché ci sia sempre qualcosa di svilente in sé (o di inappagante in sé) nell’accondiscendere, di fatto, alle successioni quotidiane della vita. Il problema – verrebbe da scrivere il problema, se l’esagerare in corsivi non avesse già da tempo trasformato la sottolineatura semantica in una preferibileinestinguibile partitura fondata sul ritmo – non sta,il problema, nell’inevitabile consapevolezza di doversi continuamente confrontare con lo squilibrio tra le nostre più infuocate aspettative di “quel che vorremmo accadesse” e il nevischio fangoso di “quel che realmente accade”. Il problema s’incantuccia, morbido e apparentemente non-pericoloso come uno yorkshire intontito dall’idrofobia, tra gli spigoli bui delle versioni plausibili da millantare a noi stessi. Il problema è non avere abbastanza coraggio, alle volte, da denunciare il peso specifico di una qualsiasi fortuita delusione al nostro io più vivo e vero e in attesa e pavlovianamente pronto a reagire alla notizia cercata con una scarica di adrenalina da sovrapposizione tra il possibile e l’avvenuto: una sorta di pieno del futuro lanciato a ritroso fino al vuoto sagomato del presente che lo aspetta. Così. Un uomo – per la precisione: chi scrive – non dovrebbe mai, allontanandosi da una qualsivoglia Basilica (mettiamo: la Basilica di Massenzio): non dovrebbe mai, allontanandosi con P dalla qualsivoglia-Basilica verso la Stazione T, lasciarsi andare, dopo aver saputo da M che non è possibile accodarsi alla cena che un qualsivoglia Comune (mettiamo: il Comune di Roma) ha preparato per onorare Salman Rushdie, che i posti sono tutti perfettamente, rigorosamente numerati e nominali per motivi di sicurezza, più o menonon dovrebbe lasciarsi mai andare, chi scrive, slittando sulla discesa fino a un qualsivoglia-Anfiteatro rovinoso (mettiamo: il Colosseo), parlando con P, del fatto che dopotutto va meglio cosìperché – chi scrive: e prevedendo un qualche discorso indiretto libero immediatamente successivo o una qualche finzione virgolettata – crede che le cose che accadono sono quelle che accadono, che i miti vanno (per non rischiare di coprirsi del ridicolo ingenuo e fastidioso dei fan senzasperanze) “vissuti affrontati con la giusta distanza emotiva”, che basta (ecco quello che si dice a P che s’è offerto, magnanimo, di accompagnare chi scrive alla Stazione T), basta aver detto in un inglese stentato a qualcuno che si considera dopotutto un proprio Dio privato quello che c’era da dire ed è meglio così. Ecco quello che si dice a P, dopo il colloquio con M, diretti in macchina verso la Stazione T. [Ed è chiaro che con M, P e Stazione T si vogliono tenere celate, in rigoroso rispetto della privacy, le identità di (M)arco Cassini, di Andrea (P)ulcrano e della (Stazione T)ermini].

 

Est! Est! Est! [Racconto Sicuramente Divagante] – «Oh, il Senso del Tempo che Tutti Voi, Maestri di Storie Future, accampate come scusa: come mònito affinché ci si affretti; e ci s’incàrdini in ogni inizio prima di cominciare a raccontare, già pronti a sbirciare da lontano la luce smerigliata della fine. Tutti Voi – Shahrazād incontrollate, madri illegittime di ogni Penelope al rammendo, Incantatori di Serpenti pronti a barattare la seconda vista con una qualche Cecità acuminata che Vi garantisca Rispetto Futuro, e Tutti i Nomi che s’incastrano orgogliosi tra le pietre di Chio e le menzogne di Argo – ‘la città’, non il cane alla Fine. Eccovi pronti: prestàteci orecchio nella speranza che Vi venga restituito. Se volete davvero ascoltare la storia mortale di Harivansh Kabir, nato quando ancora non si conoscevano né il rimedio miracoloso alla peste – ‘il tempo’, ‘la morte’; in realtà – né i giorni precisi di viaggio dalla Terra alla Luna; la vita lunghissima e affrettata di Harivansh Kabir, ultimo di otto figli di Ghanaseth Kabir, maestro d’armi di Yosepoth Bain’ Baarath, il Grande Legatore, Signore incontrastato della Porta d’Oriente.

Nacque, Harivansh Kabir, ultimo figlio di una nidiata invidiabile, già condannato a un tempo inesorabilmente, incredibilmente breve. Tanto che all’età di sette anni, iniziato ai soli primi rudimenti dello scrivere e del leggere dal Maestro di Yosepoth stesso, il lungimirante Raavehsh Tulqwoor, Ghanaseth fu costretto a guardare in faccia il presente dalle parole dure e pietose di Surawesh Boon’ Saator, il Primo Medico della Porta d’Oriente da tre generazioni.

“Tuo figlio già si conta i giorni”, quello che Surawesh disse a Ghanaseth. “Lui stesso si sente la morte vicina: e anche Raavehsh mi dice che impara ogni lezione, giorno a giorno, come se non ci fosse poi spazio e tempo per una lezione futura”.

“Impàra ad aspettare”, replicò Ghanaseth inviperito. “Non c’è figlio mio tra gli otto che non parteciperà al tuo funerale, Vecchio Impaziente Surawesh, e a quello di Raavehsh Tulqwoor, magari… Questo ti dico: e lo credo”, gridò Ghanaseth uscendo dalle stanze del Primo Medico.

E se è vero che la Morte, quasi avesse ascoltato la rabbia spaventata di Ghanaseth, venne a trovare quella notte stessa il Primo Medico della Porta d’Oriente sottoforma di mensola che cade sulla testa, spargendo pozioni e misture sul pavimento insanguinato e rosso dalle tempie di Surawesh: è anche vero che Ghanaseth, padre orgoglioso di una nidiata invidiabile di figlie e di figli, vedovo inconsolabile da quasi tre anni, non era uno stupido. E anche lui era persuaso della fragilità di suo figlio Harivansh.

“Harivansh”, gli disse infatti una sera, compiuti i giusti riti alla memoria del Primo Medico, la Corte di Yosepoth Bain’ Baarath in lutto (e in cerca, rapida, di un medico che lo sostituisse il prima possibile: l’Insidia del Male essendo in agguato dappertutto, in un filo di vento, in un brulichìo di polveri in volo).

“Harivansh, figlio mio… Voglio che tu ascolti questo giuramento che tuo padre ti fa… Non permetterò salti al Tempo, né pieghe innaturali della Corsa verso gli Anni che Seguono… Io ti giuro, figlio mio: e che questo si segni da sé come promessa e invocazione, che io non ti sopravvivrò, dovessi patteggiare con il Primo Principe dei Demoni, con un Gìnn Incattivito dalla Prigionia o con il Tempo stesso… Io, Harivansh, non ti sopravvivrò…”.

E fosse il flebile sbocciare del rosso sulle guance di Harivansh; fosse l’impeto di Ghanaseth insonne tra corridoi e sale del Palazzo di Yosepoth Bain’ Baarath, irritabile e preoccupato come un falcone a digiuno al limite del Deserto di Funah, fu proprio Guzīl, il Saltimbanco dei Gìnn, il Giullare del Tempo, a presentarsi a Ghanaseth nel cuore cupo della notte, nella Sala Viola dei Gigli.

“Tutto questo tempo a decorare di fiori le sale del Palazzo: e nessuna luce per far splendere il viola nelle notti d’inverno…”.

Quello che Ghanaseth vide, voltandosi di scatto al suono della voce – sensuale e derisoria a un tempo, un Amante Tradito che non ami già da anni l’Autrice del Tradimento – fu l’ombra di un uomo, sempre più definita a mano a mano che si avvicinava, al tremolìo delle due lampade della Sala, la luce fioca a far oscillare i Gigli dipinti: un uomo terribilmente bello: e però con una coda, lunghissima, nera e annodata come gomena di nave, corda da trascinatori di elefanti, eternamente frusciante sibili e schiocchi nel crepuscolo artificiale del Salone. “Troppe lampade aumenterebbero il rosso, trasformando in sangue il viola”, rispose Ghanaseth, contenendo lo stupore e quell’idea di paura che – volente o nolente, di là dai giuramenti al figlio – gli s’affacciarono nelle anticamere del cuore.

Guzīl, il Saltimbanco dei Gìnn, il Giullare del Tempo, gli arrivò a una spanna, più alto di Ghanaseth di trenta centimetri buoni, il colorito bruno e i lineamenti perfetti di un piccolo dio in attesa, il cordone pesante della coda a cucire arabeschi nella penombra.

“Hai fatto una promessa a tuo figlio, ho sentito”, disse la voce di Guzīl.

“Hai sentito bene”, replicò Ghanaseth senza chiedergli il nome.

“Càpita alle volte, nelle notti d’inverno, che il pensiero nero dei Gìnn si sciolga in arcobaleni sottili, in luci di spettacolo e in fuochi d’artificio, trasformando in teatro la finzione…”

“Dài, Gìnn, allora…”, spezzettò il discorso Ghanaseth mettendo il guinzaglio alla paura. “Svergógnami di banalità dicendomi che ‘questa è una di quelle notti’…”

Guzīl, il Saltimbanco dei Gìnn, il Giullare del Tempo, non sembrò indispettito dalle parole di Ghanaseth. Le salutò anzi con uno schiaffo della coda sulla parete.

“Bene, Ghanaseth Kabir, padre orgoglioso di Harivansh Kabir e dei suoi fratelli e delle sue sorelle… Sia come sia, come tu desideri… Lascia che ti proponga un patto…”.

E fu solo il tempo di ascoltare e di accettare, per Ghanaseth Kabir, la mano stretta e l’ago dell’unghia di Guzīl a solcargli di solletico un palmo, un rigo viola alla luce nuova dell’alba, il Primo Sole che allagò il Salone dei Gigli svaporando il rosso, lasciando Ghanaseth da solo, all’improvviso, la scomparsa fumosa di Guzīl a stordirlo tra il sonno e la veglia, mentre abbandonava di corsa la Sala Viola e s’affrettava alla camera da letto di Harivansh.

“Harivansh… Harivansh…”, svegliò suo figlio con la giusta dolcezza, perché non dovesse preoccuparsi del risveglio e dell’alba con un affanno precipitoso.

Harivansh… … Sta’ sereno, figlio mio… … stai sereno…”, gli accarezzava la fronte e intanto raccontava, veloce – lo scroscio ritroso di una cascata, il getto di una fontana in primavera – preda di una frenesia allucinata che gli accelerava i battiti del cuore.

“Ho patteggiato i miei desideri più certi… Due cose, mi ha detto ‘Guzīl… Due cose… il Saltimbanco dei Gìnn, il Giullare del Tempo’… … Così mi ha detto di chiamarsi, mentre la stretta di mano tra noi fermava l’accordo… …”. Nel dormiveglia Harivansh ascolta suo padre come se quello che dice non fosse altro che un’aggiunta ai racconti della buonanotte: una favola del Miglior Risveglio che suo padre Ghanaseth ha preparato per lui. “… … Due cose… La prima, è che non sopravvivrò ai miei figli… Che non ti sopravvivrò – e questo tu devi saperlo… … La seconda, la seconda… È che Guzīl, il Saltimbanco dei Gìnn, il Giullare del Tempo, ti ha concesso in dono la lettura di cinquantamila volumi… … Sai quanti sono, Harivansh, figlio mio? Sono tutto il tempo che vuoi… Tutta la vita che vuoi avere… Tu, ha giurato Guzīl, non morirai senza prima aver letto cinquantamila volumi… Non hai obblighi… Lo sai cosa significa? Vuol dire che potresti vivere per sempre, solo volendolo, Figlio Mio…”

E fu su quelle lacrime di speranza gioiosa, piene della luce ambrata della felicità, che un rumore di lancia che scocca l’ultimo colpo trafisse l’aria e la schiena e il petto di Ghanaseth: la coda di Guzīl, il Saltimbanco dei Gìnn, il Giullare del Tempo, piantata nel centro del cuore di Ghanaseth, la punta guizzante affacciata allo squarcio del torace come la testa nera di un serpente: gli occhi di Ghanaseth pieni di meraviglia scura fissi negli occhi terrorizzati di Harivansh.

“Gli errori della fretta, Ghanaseth…” furono le ultime parole di Guzīl, il Saltimbanco, alla schiena insanguinata di Ghanaseth, “… non ti hanno fatto patteggiare il quando e il come… Il quando del riscatto è ora… Il come è decisione di tuo figlio Harivansh”. E scomparve, lasciando ad Harivansh un dono di vita e a Ghanaseth suo padre il premio affannato della prima morte.

Ed ora guardàte il prezzo di Ghanaseth e l’acquisto di Harivansh: guardàtelo, Harivansh, ora che sono passati pochi anni dalla morte di suo padre, ora che ha deciso come usare il suo regalo sospeso di eternità. Guardàtelo mentre, anche a dispetto dei consigli di Raavehsh Tulqwoor, il suo lungimirante Maestro – “basta leggere, Harivansh, basta… Così sarebbe faticoso anche per dieci persone insieme…” – guardàte Harivansh Kabir, unico possessore del Tempo di Cinquantamila Volumi, mentre si affretta, la smania di chi non ha altro modo, a leggere libri su libri, chiuso giorno e notte nella Biblioteca di Yosepoth Bain’ Baarath, il Grande Legatore, il Signore incontrastato della Porta d’Oriente. Eccolo, Harivansh Kabir, divorare volumi su volumi, insonne, disperato, una fine dietro l’altra sfogliata come una margherita provvisoria del Tempo, anche tre o quattro libri al giorno, ora che non ci sono neppure più i giorni, e tutto il Tempo è solo una pausa respirata tra un volume e l’altro, la smania affrettata di Harivansh Kabir di leggere e leggere per arrivare a vedere la fine».

Sul predellino del treno che ti porterà a casa (quella che ora è la casa dei Tuoi ma che in quel preciso istante del Tempo era di nuovo e ancora la casa dove abitavi). Davvero sul predellino – così indicando quella minima sporgenza tra pavimento del binario e piancito seghettato del treno delle ventitré, più o meno: il penultimo treno tra la tua vita di Roma e la casa dei Tuoi, in quel preciso istante del Tempo. Stai continuando a parlare con P (lui al treno, a salutarti; tu già sul treno – sul predellino, in attesa della partenza) continuando a ribadire l’importanza di quella serata, di quell’Assenza Gigante solo smorzata da un delirio linguistico che potrebbe anche rimanere così per sempre, nella memoria, ingigantendosi anno dopo anno di ricordi di facciata – un gesto ammiccante di Salman Rushdie, un sorriso compartecipato: ti stai già preparando al come racconterai a te stesso l’aneddoto tra una decina d’anni, rendendoti come sempre ancora più goffo di quanto tu non sia e al tempo stesso ammantando di epica e di temporalità memorabile la storia che preparerai, inevitabilmente, per sopravvivere da essere umano ai buchi organizzativi dell’esistenza spicciola. Quando, il cartello di testa che annuncia cinque minuti di ritardo, squilla il telefono. È M che ti chiama da una qualsivoglia-Terrazza (mettiamo: la Terrazza del Campidoglio) dicendoti che, in realtà, i controlli di sicurezza praticamente non ci sono e che, se vogliamo, P e io possiamo raggiungerli. Il tempo di scendere dal predellino, uno sbuffo del treno in movimento verso la casa dei Tuoi, ormai, e tu e P vi muovete – tu addirittura evitando qualsiasi ritrattazione sui miti e sugl’incontri proprio per evitare di dire tutto e il contrario di tutto nel margine di tempo minimo che va dalla Stazione T al Campidoglio. Solo un barlume per presagire a posteriori la beffa (evitata) di una partenza in orario che ti avrebbe precluso definitivamente, a quel punto, la possibilità di comportarti come un goofy, prima ancora che groupie letterario, arrivando in ritardo e (più o meno) non invitato alla cena con Salman Rushdie.

 

Ovest! Ovest! Ovest! [Secondo Racconto Divagante] – «Il sabato, la donna con le sporte della spesa arriva sempre a quest’ora. Minuto più, minuto meno. Sbuffa appoggiando le due buste di plastica a terra, cerca la chiave nella tasca del cappotto; poi apre, come se ogni volta la possibilità di entrare fosse una rivelazione. O la vincita insperata a un quiz televisivo cui non si aveva intenzione di partecipare. Luigi guarda l’ora in alto a destra sul quadrante e legge le due e un quarto. E intanto trascrive l’sms spingendo la biro fredda sul foglio, il taccuino che scivola dal metallo ghiacciato del tettuccio dell’Opel. “Sei tu che non hai proprio avuto voglia di—“.

“Buongiorno, dottor Valloni!”Luigi si gira alla voce di Ennio Bonifazi, l’avvocato del secondo piano. Ha la stessa vecchiaia che gli ha sempre visto: la solitudine gli ha confezionato intorno una sagoma opaca di bonomìa. Questa la parola che aveva usato, anni prima, con Cinzia, quando s’erano trovati alla fine di una riunione condominiale a sparlare dei vicini: per la prima volta in vita sua. E bonomìa s’era adeguata all’orma in movimento dell’avvocato Bonifazi, appiccicandoglisi addosso come una guaina protettiva. Un riparo dal freddo e dalla pietà di maniera.

“Buongiorno, avvocato…”.

“…”

“…”

“Sta aspettando Davide?”, gli chiede Ennio Bonifazi. Luigi si accorge del borsalino dell’avvocato: gli cala sulla fronte: sembra di una misura in più. “Sì, sto aspettando Davide…”. L’avvocato guarda l’orologio e serra le labbra. Un tentativo di complicità, pensa Luigi. Una manifestazione solidale di disappunto. “Sono le due e diciassette”, dice. Digitalizzando le colpe temporali di Cinzia.

“Da quando te ne sei andato di casa Davvide—“, si accorge, trascrivendo, dell’errore di ortografia di Cinzia. Pensa alla sua ritrosia sospetta nei confronti del t9, all’iterazione ticchettante di ogni battere di tasto per trovare la parola giusta.

“Papà!” lo distoglie dal compito la voce chiara di Davide, in corsa verso di lui nonostante gli attento! di sua madre, da un bordo all’altro della strada vuota. Luigi accoglie il figlio lasciandosi cadere il cellulare in tasca; getta sul sedile il taccuino. L’abbraccio che segue sembra una postilla alla trascrizione: con Davide che lo tormenta di baci rumorosi sul collo, mentre lui lo tiene in braccio, accorgendosi ogni volta del peso nuovo del figlio. Poi arriva il ciao che si scambiano da un lato all’altro della macchina. Lui alla portiera aperta del guidatore, Cinzia in piedi lontana un tettuccio di Opel, le risate di Davide a rimarcare la distanza.

“Torniamo domani sera. Alle dieci e mezza, più o meno…”.

“State attenti”, dice Cinzia inquadrando un arco immaginario tra il colletto della camicia di Luigi e il fanale posteriore destro, si scopre a pensare Luigi; come se leggesse uno dei CID nella cartellina nera. Cinzia è già arrivata al figlio, deposto dal padre sul marciapiede ancora carico di zainetto. “Mi raccomando, eh?” è la colonna sonora del saluto della madre a Davide.

“Allora ciao”, ripete a Luigi, alzandosi, mentre Davide scarta il padre, getta lo zainetto sul sedile posteriore e prende possesso del posto; sdraiandosi in lotta con un qualche mostro invisibile.

“Ciao”, ripete Luigi. Quasi gli sembra di avere imitato lo stesso tono dell’ex-moglie. Si chiede per l’ennesima volta se avrà mai il coraggio di regalarle il taccuino. I centosette sms, finora, che lei gli ha spedito: e che lui sta ricopiando, pazientemente. Da quando lui ha cambiato casa fino alla sera prima, “A che ora arrivi, domani?”. Il poscritto alla fine inevitabile del loro matrimonio che nessuna incapacità di memoria dovrebbe mai permettersi di inghiottire via.

“Ci vediamo domani sera, allora”. Non ha ancora imparato a guardarla in viso: ha sempre troppa paura di vedere proprio quello che si aspetta. Così lascia a Davide il compito di stampigliarsi la faccia sul finestrino, rantolando i saluti alla madre di un bambino-mostro. Far scattare la cintura di sicurezza e infilarsi il bloc-notes nella tasca è,più o meno, un movimento solo».

Ho visto cose, sulla Terrazza del Campidoglio, che certo vi potete immaginare. Ma poi ne ho viste anche altre: ed è di queste che va detto. Ho visto un intero banchetto stregato dalla bellezza ineludibile di Padma Lakshmi, guardata più o meno da tutti, uomini e donne, con gli stessi occhi adoranti rivolti da me esattamente alla sua sinistra: a suo marito Salman. Ho visto un intero banchetto – o almeno così ho creduto – guardarmi con disprezzo accorgendosi del fatto che ora che tutti erano rivolti a Salman, dopo essere stati stregati da Padma Lakshmi, io mi ero finalmente accorto dell’ineludibile bellezza di Padma Lakshmi, e quindi ero l’unico tra tutti i tavoli a rivolgere lo sguardo verso l’ineludibile bellezza sunnominata. Coprendomi ai miei occhi di ridicolo e trovandomi per ben due volte fuoritempo. Ho visto (immaginandomi da fuoriluogo) chi scrive e il suo sodale M progettare traiettorie di avvicinamento al tavolo di Salman Rushdie (e della ineludibile consorte). Trovandosi poi incagliati in quella che viene comunemente definita “Sindrome da Stallo Sovradimensionato”: un corrispettivo etilico della Teoria dei Giochi di John Forbes Nash, jr. però con il dimeno della sua componente allucinatoria digressiva. Ho visto la città di Roma trasformarsi in un’inquadratura di un film di Terry Gilliam, i gabbiani ridicoli sospesi in volo a mezz’altezza tra il cielo e il (ridicolo del)l’Altare della Patria, la Sicurezza a due ante di Rushdie attorniare il Tavolo dei Coniugi Rushdie (almeno allora) e di quelli che probabilmente erano amici, conoscenti, famigliari o Altro-comunque-legato alla privacy ineludibile degli allora coniugi Rushdie. Ho sentito chi scrive parlottare complottisticamente con il suo sodale M subito dopo un’illuminazione. “Certo che se siamo riusciti a entrare qui anche noi, non è che proprio si siano sprecati per garantire la sicurezza a Rushdie”. E, per un momento alcolico e lunghissimo, chi scrive è sicuro di aver visto un’onda scura di sospetto brillare negli occhi del suo sodale M, mentre li rivolgeva in panoramica su tutta la tavolata. Ma era solo tristezza da fineVino. Come si sarebbe scoperto poi. [È evidente che con sodale M si continua a garantire riservatezza al (sodale M)arco Cassini].

Dopo la cena, piazzati a cerchio sulla scesa verso Marc’Aurelio a cavallo, tra il sodale M in veste di traduttore compulsivo, Salman Rushdie, il suo editore e sua moglie: chi scrive è stato in grado, fortunosamente – e leggermente stordito da un qualche rosso altolaziale di estremo gradimento – di proseguire un discorso cominciato in un inglese stentato tre ore e mezza prima, più o meno. Ha potuto sapere da Salman Rushdie in persona l’arrivo prossimo – solo un dito indice puntato sui ritardi eventuali del suo editore, quando l’editore s’è allontanato ritornando per un momento al banchetto – del suo nuovo romanzo tradotto. (Quasi Salman Rushdie azzardasse – nel delirio egocentrico di chi scrive era già questa la prefigurazione – solo a partire dalla percezione di una semiafasìa ipocomunicativa, anche un’incapacità di lettura dell’inglese scritto).

E infine… … … Ma cos’è questa voce che s’accampa nel cielo di Roma come un mantra, come un sibilo, un verso di una canzone di Ormus Cama, l’ultima speranza per tutti i bambini della mezzanotte ormai in arrivo? “Ai dinc det Mìdnaitt Cìldren is de best novel ov de zecond alff ov de tuèntitt senturii…”. Alla fine della Festa, è una frase vera.

[E in aggiunta sfilacciata; considerando che il podio privato è condiviso da Mastro DFW – e che di là dal tempo, perché i conti tornino anche se in modo iperbolico o spiraliforme, IJ può essere considerato a tutt’oggi ‘de best novel ov de first alff ov de XXIth senturii’…] [Per dire]. [E senza in questo caso sciogliere gli acronimi; per non disturbare, evidentemente – chi scrive e lettori esclusi].

 

E, Ora (scritto rigorosamente dopo):

Io non credo in esaltazioni artistiche che non siano primariamente soggettive e totalizzanti, è chiaro. Dopotutto, l’arte è eloquente in sé. Certo, ci sono anche persone che non sono d’accordo con chi scrive: e questo è il bellodella vita dei giorni.

Io li capisco.

Dopotutto, basta affidarsi a quel che si legge in

Est, Ovest [dall’edizione Oscar Mondadori 1999 (1994; 1997) autografata da Salman Rushdie (peraltro identica, fatta eccezione per la firma di Salman Rushdie, appunto, all’edizione di Est, Ovest non autografata da Salman Rushdie), traduzione di Vincenzo Mantovani, p. 57] [dal racconto Yorick, per la precisione] ―

«[…] perché è vero che gli uomini provano lo stesso piacere nell’annientare sia la terra sopra la quale stanno mentre vivono sia la sostanza (la carta, cioè) sulla quale possono rimanere, resi immortali, una volta che questa stessa terra sia sopra la loro testa anziché sotto i loro piedi; e che l’inventario completo di queste strategie di distruzione riempirebbe più pagine di quante me ne sono concesse… […]». [Appunto.]

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Eels’ Rider https://minimaetmoralia.it/musica/eels-rider/ https://minimaetmoralia.it/musica/eels-rider/#comments Tue, 09 Sep 2014 05:00:41 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=23188 L’antefatto del viaggio e del concerto dàta un paio di giorni prima dell’arrivo a Fiesole. Quando, in libreria, ho visto di persona – testimone volontario – Gianni Bisiach prima assecondare poi canticchiare Series of Misunderstandings. Mentre lo stereo tracciava la canzone rimbalzando tra i libri, Bisiach ha cominciato con un mormorìo di conferma, poi – decisamente stregato dalla carillonesca andatura oscillante della canzone – ha tenuto il tempo in una versione privatissima e concentrata dell’uuh-uuh-uh fiabesco di Mark Oliver Everett («… if i could do just one thing / set the clock back many years ago…»). Poi ha pagato i libri ed è uscito, sorridendo con tutta probabilità al mondo di fuori con una nuova dose interiore di fraintendimenti pieni di sole.

Scendo dalla macchina con calma, sono a meno di ottanta chilometri di autostrada da Firenze e sono solo le cinque del pomeriggio. Voglio godermi mentalmente quel po’ di spiccioli di Toscana vera che mi toccano in sorte in quest’afa e in questo sole occidentale che da un’ora e mezza mi batte a picco sul neo del braccio sinistro. Bruciando tutta la pelle chiara che trova, in una folgore rossa di lentiggini e di biancore avvizzito a fuoco lento. La solita storia che si ripresenta ogni estate, contabile e spietata come un morto in casa che fa gli scherzi dietro la porta a vetri; quasi una dermatite da contratto.

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L’antefatto del viaggio e del concerto dàta un paio di giorni prima dell’arrivo a Fiesole. Quando, in libreria, ho visto di persona – testimone volontario – Gianni Bisiach prima assecondare poi canticchiare Series of Misunderstandings. Mentre lo stereo tracciava la canzone rimbalzando tra i libri, Bisiach ha cominciato con un mormorìo di conferma, poi – decisamente stregato dalla carillonesca andatura oscillante della canzone – ha tenuto il tempo in una versione privatissima e concentrata dell’uuh-uuhuh fiabesco di Mark Oliver Everett («… if i could do just one thing / set the clock back many years ago…»). Poi ha pagato i libri ed è uscito, sorridendo con tutta probabilità al mondo di fuori con una nuova dose interiore di fraintendimenti pieni di sole.

Scendo dalla macchina con calma, sono a meno di ottanta chilometri di autostrada da Firenze e sono solo le cinque del pomeriggio. Voglio godermi mentalmente quel po’ di spiccioli di Toscana vera che mi toccano in sorte in quest’afa e in questo sole occidentale che da un’ora e mezza mi batte a picco sul neo del braccio sinistro. Bruciando tutta la pelle chiara che trova, in una folgore rossa di lentiggini e di biancore avvizzito a fuoco lento. La solita storia che si ripresenta ogni estate, contabile e spietata come un morto in casa che fa gli scherzi dietro la porta a vetri; quasi una dermatite da contratto.

Da un po’ mi si nutre dentro una curiosa sensazione di stordimento, di ricerca di paesaggi e di verde oltre il parabrezza; è tutto un canticchiare e mormorare che va dalla linearità leggera di un testo di Pino Daniele («mo sta carenn’ na stella / fa’ ‘mbress’ a ce penzà… / qual è ‘a cosa cchiù bella ca vulisse? / … io te vulesse accà») al flamenco roco e giullaresco di un Nuti d’antan: «… ‘sse l’hai ‘vvista camminare / e con quel passo da ‘vverbàle / … e non c’è sguardo che reggeva / e ‘llei coi fianchi commovéva…». Anche se, adesso che fermo la macchina ed esco, il piglio con cui intono «… the laugh that floats on a summer night / that you can never quite recall…» ha più a che fare con l’ottone crepuscolare di Chet Baker che con le derive crooner di Frank Sinatra.

È l’autogrill di Montepulciano Ovest. Il parcheggio sembra in qualche modo trasudare asfalto tutt’intorno: come se l’asfalto fosse un qualche profumo dimenticato dell’infanzia che una divinità minore a forma di betoniera ha deciso di ricordarti, ricordarti, ricordarti, ricordarti; con rumore di cloppiti-cloppete e inconfondibile retrogusto acido di incidente stradale. Stanno ristrutturando le basi del ponte di metallo e vetro che attraversa l’A1 da una parte all’altra lasciando sempre quella sensazione irrisolta di disorientamento. (A chi non è capitato mai di sbandare da un lato all’altro dei sensi di marcia, entrare a oriente, magari, e uscire a occidente? Con pànico da perdita, smarrimento da furto dell’automobile e curioso jamais vu da luogo incognito; tutto prima di capire di essere dalla parte opposta del proprio cammino; vettori sballottati tra le traiettorie invisibili dell’ozono in vìsita nemmeno fossimo tutti gregari in fuga dal bosone di Higgs). Più che un ponte vero e proprio – vàtti a fidare della psicosi – i ponti autostradali mi sono sembrati sempre le gambe allargate e tridimensionali di qualche gigante o gigantessa invisibili dai fianchi in su. Un po’ come se la madre di Gargantua fosse stata progettata dallo stesso designer di Ciao, l’omino cubico portafortuna di Italia 90; forse la peggior mascotte calcistica di tutti i tempi.

Percezione del reale, lo riconosco, che al tempo stesso rende l’idea descritta e getta però una luce oscura sul mio mondo interiore (visto che questa, poi, è solo la punta dell’iceberg…).

Alla mia sinistra Montepulciano, poi il serpente grigio dell’autostrada, quindi – tre? Quattro chilometri in linea d’aria? – sebbene nascosto dalle siepi svagate dell’autogrill e dalle costruzioni della pompa di benzina, Valiano. Il paese di mio padre. Trenta chilometri di raggio puntando da lì e mi si riassumono in folio decine di generazioni da qualsiasi linea, matriarcale o patriarcale che sia.

Mia nonna, in questo momento – la madre di mia madre – è a casa sua, a Piegaro; poco oltre il confine nominale con l’Umbria; probabilmente sta provando il suo apparecchio acustico nuovo e,  sempre con tutta probabilità, ha già causato qualche danno tecnico permanente, nella sua smania curiosa di capire quello che la serve. Ancora non sa che tra sette mesi, giorno più giorno meno; in febbraio: forse anche lo stesso giorno di compleanno del suo amatissimo marito (morto sempre troppo presto nel cuore ultimo del Novecento, dopo sessantacinque anni di vita insieme cominciata nell’infanzia delle stesse colline). Diventerà bisnonna.

Quel Gran Cazzaro di Benvenuto Cellini – titanico Cazzaro: tanto da far inviperire costantemente i suoi contemporanei perché alle smargiassate e alle fandonie evidenti univa anche affermazioni straordinarie («il Perseo lo faccio in una colata sola», per dire); che poi, però, a maggior gloria del suo genio, realizzava. In questo diventando insieme Millantatore Palese e Impossibilitato a essere smentito («… ma come sarebbe che non è vero? Ahah… Che rifacciamo come con il Perseo?»). Trasformando così i fiorentini in tanti minuscoli salieri alle prese con un genio inattacabile.

Quel Gran Cazzaro di Benvenuto Cellini, si diceva, ha dedicato buona parte del II capitolo del Libro I della sua inarrivabile Vita (fosse anche solo per quel verso dal sonetto proemiale “che molti io passo, e chi mi passa arrivo”) per edificare le fondamenta fittizie della sua genealogia. Fondendola con le sorti stesse della sua città di nascita. «Troviamo scritto innelle croniche fatte dai nostri Fiorentini molto antichi et uomini di fede, secondo che scrive Giovanni Villani, sì come si vede la città di Fiorenze fatta a imitazione della bella città di Roma, e si vede alcuni vestigi del Collosseo e delle Terme». E, poco dopo, con questo chiudendo (per bocca di uno dei figli più grandi della Firenze rinascimentale) l’annosa questione delle controversie estetiche sulla primazia tra le città: «Che questo fussi così, benissimo si vede e non si può negare; ma sono ditte fabbriche molto minore di quelle di Roma» (lo so, lo so: tutte storie; ma è più forte di me: sono dominato dalla mia origine e natura romanesco-piegarese-poliziana; con Siena bianconera sullo sfondo). Comunque― quello che ci riguarda puntualmente in questa digressione celliniana comincia da qui in poi (mi affido, come per i passi precedenti, a Benvenuto Cellini, La Vita, a cura di Lorenzo Bellotto, Parma, Fondazione Bembo-Guanda, 1996, pp. 10-12).

Quello che le fece fare dicono essere stato Iulio Cesere [così, qui, nel testo] con alcuni gentili uomini romani, che, vinto e preso Fiesole, in questo luogo edificorno una città, e ciascuni di loro prese a•ffare uno di questi notabili edifizii. Aveva Iulio Cesare un suo primo e valoroso capitano, il quali si domandava Fiorino da Cellino, che è un castello il quali è presso a Monte Fiasconi a dua miglia. Avendo questo Fiorino fatti i suoi alloggiamenti sotto Fiesole, dove è ora Fiorenze, per esser vicini al fiume d’Arno per comodità dello esercito, tutti quelli soldati et altri, che avevano a•ffare del ditto capitano, dicevano: «Andiamo a Fiorenze», sì perché il ditto capitano aveva nome Fiorino, e perché innel luogo che lui aveva li ditti sua alloggiamenti, per natura del luogo era abbundantissima quantità di fiori. Così innel dar prencipio alla città, parendo a Iulio Cesare, questo, bellissimo nome e posto a•ccaso, e perché i fiori apportano buono aùrio, questo nome di Fiorenze pose nome alla ditta città; et ancora per fare un tal favore al suo valoroso capitano, et tanto meglio gli voleva, per averlo tratto di luogo molto umile, et per essere un tal virtuoso fatto da•llui.

Ora. Quel che m’ha sempre impressionato – perché se la trascrizione filologicamente accurata è frutto di un tempo aggiuntivo trascorso, la riflessione mi si rinsalda dentro mentre salgo la collina che dal cuore basso di Firenze mi porta, per l’appunto, a Fiesole: il cammino di Cesare e dei suoi luogotenenti celliniani fatto al contrario, in sostanza – non è soltanto il piglio con cui Benvenuto s’appropria di un nome, di una città, di un finto avo e per soprammercato narrativo lo lega a filo doppio con Giulio Cesare. È la tracotanza etimologica con cui legittima e sostiene a oltranza (una ragazza in motorino m’ha indicato il curvone esatto dopo il primo ponticello: m’ingarbuglio sempre un po’ con la segnaletica; ed è tanto che non torno a Fiesole) la bontà delle sue ricostruzioni contro qualsiasi pretesa linguistica accessoria esterna (il genio di Benigni a Troisi; quando, illustrate le meccaniche del treno, alla chiusa di Leonardo – «allora anche il caminetto va…?» – Benigni replica con un quesito fondamentale: che è poi, non mi stancherò mai di ribadirlo, quello dell’artista: «ah già… Perché i’ caminetto non va?»). Perché se fin qui – almeno fino al primo slargo di piazza Mino da Fiesole, con il vigile, gentile, che mi indica la scesa verso il parcheggio, appena dopo l’entrata del Teatro Romano (per l’appunto)― fino a qui, si diceva, Benvenuto s’è lasciato andare alla narrativa di finzione più giocosa e senzarete, assommando dati fittizi a suggestioni possibili; è con i righi successivi che si arriva all’inveramento. Quella capacità di trasformare la realtà immaginata e uno tra i tanti universi possibili nell’unico universo plausibile al momento della lettura. «Quel nome» (Firenze, naturalmente) «che dicono questi dotti inmaginatori et investigatori di tal dipendenzie di nomi, dicono per essere fluente a l’Arno; questo non pare che possi stare, perché Roma è fluente al Tevero, Ferrara è fluente al Po, Lione è fluente alla Sonna, Parigi è fluente alla Senna; però hanno nomi diversi et venuti per altra via». Chapeau, don Benvenuto. Ché sennò poi ridite quella cosa del Perseo anche con me.

Ho parcheggiato in via delle Mura Etrusche con un senso vago di appartenenza – non saprei dire con precisione se a queste mura di sassi o agli Etruschi, in realtà. Ogni volta con incastonato nella memoria quel grido protettivo e – per me – plurivoco di Nino Manfredi-Marino in Straziami ma di baci saziami: «nelle Marche c’erano l’Etruschi… e ai Romani je l’hanno date spesso e volendtieri…». (Citazione che alla fine, anche come mònito di appartenenza, mi apparenta di nuovo più ai sassi di cui queste roccaforti sono fatte, prima ancora che a un’idea di territorio; più una fratellanza minerale e pietrosa che un guizzo poligenetico a ritroso che si testimoni nel suo nulla di fatto).

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M’inèrpico – sudatissimo nell’apposito vestito grigio estivo da bluesman: indossato in occasione del concerto: come per tutte le mie fìsime c’è sempre un qualche prezzo salato da pagare – su per le scale che mi riporteranno nel centro e nel primo culmine di Fiesole, all’entrata del Teatro Romano.

Quando varco la soglia mi accorgo che la transenna d’entrata è sbarrata; e presidiata dall’archetipo del custode seduto. Un uomo vestito di scuro; una sessantina d’anni. Gli occhi vispi, neri; e la mascella salda di chi non si lascerà mai abbindolare né corrompere – ipotizzando gli estremi delle possibilità di interazione – alzando la sbarra prima del tempo. L’entrata è alle otto. Anche il Museo, oggi, sottostà ai dettami musicali di questo geniale cinquantenne dalla zazzera inconfondibile e dalla barba nerissima alta sulle guance. Siamo invecchiati tutt’e due in sequenza, Mr Everett, dai tempi di Beautiful Freak. Non lo dico, ma qualcosa del mio silenzio distratto dovrebbe aver colpito il custode; perché mi ripete, sorridendo, otto.

Con questa preziosissima nota ipofelliniana mi rivolgo al bar; quello sì, aperto. E decido di battezzarmi nel cuore della Fiesole indie rock ordinando una beck’s in bottiglia da portarmi via, a passeggio. Ed è quando esco che una visione tardotrinitaria s’abbàrbica al primo sorso e al tetto basso del bar. In quest’ordine.

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Mugugno «i can’t look at the rocket launch / the trophy wives of the astronauts / and i won’t listen to their words / ‘cause i like―birds…». Penso, uscendo, che dal 2000 – anno di fine scambiato per inizio; giubileo di chiusura di millennio e data talmente ieratica da risultare, al suo raggiungersi, noiosa e da sempre predestinata ai cascami delusi del “…tuttoqui?” – l’anno di Daisies of the Galaxies (e quindi di Flyswatter, The Sound of Fear, It’s a Motherfucker, Selective Memory, giusto per dare qualche nome alle cose) mi sono passate dentro e intorno almeno quattro vite. Se non dipiù, a essere sinceri. Poi, tutto dipende dal modo in cui decido di contarle (attraverso i traslochi? O per le cosevere che sono rimaste alla fine di ogni periodo? La qualità delle parole imparate? Il numero di lutti trascorsi? Tutti i giorni d’amore ― perduto o ritrovato quasi non importa nemmeno, da qui, mentre batto le dita sulle dita del tempo ch’è passato: ché il ritmo sempre di amore tratta; e in questo caso anche il punto interrogativo si dilegua, lasciando scontrare il periodo con l’oggettività reclusa della parentesi).

Alla fine penso che la cosa più chiara, e precisa, l’ha detta Indiana Jones a nome e per conto di un’intera umanità in fuga. «Non sono gli anni, amore. Sono i chilometri».

Pochi passi in trànsito ed eccomi di nuovo in piazza Mino da Fiesole. Scultore quattrocentesco per cui il Vasari incorse nello stesso errore del critico corrotto di Fantasmi a Roma (quando attribuisce il quadro notturno di Gassman-Caparra al Caravaggio). Parlando di un fantomatico Mino del Reame invece del nostro Mino di Giovanni Mini da Póppi. Ora risarcito da una targa con piazza (o viceversa: a seconda di quel che si guarda).

Mentre mi dirigo verso quello che ho già identificato come un pub irlandese da attesa – la sportina nera di cotone con dentro i documenti, qualche carabattola da viaggio; l’ultimo, preziosissimo cd deluxe completo di bonus disc degli (ma sarebbe più corretto scrivere di) Eels, The Cautionary Tales of Mark Oliver Everett: con tanto di biglietto per il concerto nascosto nel libretto dei testi; un Faulkner anch’esso da viaggio; la prima edizione italiana della biografia romanzata di Mark Oliver Everett, Rock, Amore, Morte, Follia e un paio di altre sciocchezze che i nipotini dovrebbero sapere: giusto per adempiere ai miei doveri di Eta Beta compresso – l’attenzione si ferma (lei proprio: la mia attenzione: una donna discinta e generosa che mi precede dall’esterno in ogni epifania) davanti a una scritta reiterata sulla saracinesca di quella che potrebbe essere un’edicola momentaneamente chiusa.

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C’è qualcosa di risolutivo e di rivelatorio, in questa scritta. Soprattutto: nella sua letterale ricorsività. E così decido di portarmela con me per il resto della serata. Sono le sei e mezza, più o meno. Mi rendo conto – prima ancora di raggiungere il “pub irlandese di Fiesole” – che devo fare una telefonata. Sempre con quella strana sensazione insieme stordita e perplessa che mi precede fino dal casello di Fiano Romano. Come se gli innamorati di Peynet fossero sulle mie tracce da ore armati di AK-47.

Telefono a mia Cugina-Sorella Samanta. Sono ventiquattr’ore che mi freno, portato su e giù da venti famigliari incerti e fuorvianti.

La notizia da non lasciar trapelare va tenuta sotto il vuoto pneumatico dell’incertezza per qualche tempo. Ma non è chiara la quantificazione esatta, del tempo. Fare finta di non sapere nulla. Sì. Ma con chi? Questo dondolìo è figlio naturale di una telefonata tra sorelle (mia zia e mia madre, nella sostanza). Riferitami da mia madre con quel solito, deresponsabilizzante criterio di non-privazione della libertà, da un lato; e però sciagurata previsione delle conseguenze in caso di errore di valutazione, dall’altro lato. Una scatola di indecisione mirata recapitata dal cellulare con ancora su i fiocchi della premessa e delle conseguenze a tenerne su il contenuto a forza di spiegazioni sfilacciate, divagazioni che premiano l’orpello sulla sostanza, ammissioni defatiganti vestite da possibilità in agguato; cenni altalenanti che non confermano né smentiscono.

In soldoni, fuori dalla complicata comunicazione al tempo stesso inclusiva e deviante della mia larghissima famiglia: mia cugina Samanta è incinta e io non ho capito se posso già saperlo, se me lo devono annunciare lei e Fabio – di là dall’endemica incapacità di silenzio del binomio madre-zia che in effetti è già stato in grado di veicolarmi la notizia con passaggio di consegne sotto l’ègida della discrezione – o se il problema è solo ed esclusivamente retrodatare la priorità dell’annuncio per nostra nonna (presto bisnonna, attualmente ignara); da qui negli anni, fingendo di essere stati tutti secondi nel ricevere l’annuncio rispetto a lei. La matriarca. (Che, sempre se la conosco bene, a questo punto del pomeriggio dovrebbe avere già risolto i problemi con l’apparecchio acustico; definitivamente rotto e quindi riposto nella sua apposita scatola a sua volta riposta nel comodino meno rintracciabile del canterano).

Insomma. Telefono violando il silenzio entro le prime ventiquattr’ore. Sono la persona più discreta almeno-d’Europa: lo potrei garantire attraverso testimoni; ma non quando mi scontro con il delirio incontrollato degli affetti.

Tutta la concitazione prelinguistica e postverbale che ci prende al telefono è già nel passato; come fosse un ricordo di cui s’è deciso di tenere memoria prima ancora di vederlo completato nel presente. Le parole, mentre parlavamo, ci hanno preceduti o seguiti rincorrendo un bersaglio che siamo poi noi due; le nostre vite così come sono arrivate fino a questo pomeriggio di luglio. Il telefono si ferma e riparte spesso, preda di una qualche mancanza di campo che interferisce sulla balbuzie diffratta del quarto d’ora che passiamo a chiacchierare di altro – io con la birra quasi finita in mano, lei distante meno chilometri di quelli che di solito ci separano e alle prese con una delle novità caratterizzanti una vita. (Almeno, da quando il pianeta ha storia di sé). L’ultima interruzione mi costringe a un sms già brillo. «Non c’è segnale. Ma la o lo vizierò come poche persone al mondo. Ps è appena passata una donna bellissima. Dacché mi ricordo, un ottimo auspicio».

La donna che in qualche modo mi guida inerzialmente verso il pub – venti minuti per venti metri, tutta la telefonata: un caso unico che non mi sia imbarcato in una delle mie camminate chilometriche – è davvero molto bella. Ma capìtemi: è più una constatazione di bellezza presente che una traccia di desiderio: anche perché la donna molto bella – perdipiù un cànone in contrasto, in realtà, con quelle che sono le mie fascinazioni di sempre: aerea, troppo magra; solo gli occhi chiari a ricordarmi un innamoramento preistorico della prima adolescenza – è accompagnata. Da un uomo ugualmente bello, attenzione: e si nota dai gesti vicini e però non ostentati, dalle coreografie che li sfiorano mentre cercano il posto al tavolo: che c’è una complicità sedimentata dagli anni, una compresenza reciproca anche quando non si guardano. Loro si siedono, io noto che il nome del pub è J. J. Hill e cerco di capire chi sia e a quale eventuale storia dell’Irlanda faccia capo il nome; mi sfilano accanto un uomo decisamente meno bello dell’uomo ugualmente bello – che gli sorride, lo invita al tavolo cui lui e la donna molto bella si sono appena seduti – insieme con la sua (presumibilmente) compagna incinta di almeno otto mesi. Mi sembra la conferma di quello che penso da sempre; ovvero che spesso in realtà vediamo solo quello che stiamo cercando di vedere.

Epperò l’immagine che campeggia sul muro del locale vanìfica tutte le certezze acquisite. E quasi mi fa pensare di andarmene sùbito; una sorta di senso di colpa che cade dall’alto quasi fosse il padre di Carmela Soprano che precìpita dal tetto inquadrato dalla finestra mentre suo nipote Anthony Jr suona la batteria.

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Paolo Conte a parte – l’uomo per cui Vincenzo Cerami (la persona che per prima mi ha spiegato cos’è, l’inveramento: per tràmite di un suo tema con il professor Pier Paolo Pasolini) celebrava l’idea stessa che esistesse il pianoforte: “perché così può essere suonato da Paolo Conte”, per l’appunto – il mio animo coppiano di fondo (il Campionissimo vs Ginettaccio; il Laico che si fa dannare dall’opinione pubblica per la sua Dama Bianca vs il Cattolicissimo Devoto) m’imporrebbe quasi di cercare rifugio da una così sbandierata, smascherata, insostenibile, maleindirizzata fede ciclistica. Mi dico però due cose. Uno. Che il mio amore per Coppi – costante, breriano – non può vacillare per così poco (anche perché Ponte a Ema è a dieci chilometri da Fiesole; tuttora il Ginaccio è enfant du pays): e mi viene in aiuto ancora Nuti (e ancora Cerami; che con Giovanni Veronesi la sceneggiatura di Tutta colpa del Paradiso l’hanno scritta), quando rasserena il figlio nel dormiveglia contro i mostri del buio e del sonno: «… noi sai i’ cche si fa? Zitti zitti si mangia la bicicletta di Fausto Coppi…». E due. Che dal 14 febbraio del 2004, comunque, il mio amore per il ciclismo in sé non riesce più a essere fideistico, e umorale, e sanguigno, e montagnoso così com’è stato per anni; e – perché gl’incanti, quando sono ricordati, procedono di régola per accumulo – prodigioso e assoluto e irripetuto e accogliente almeno fino al 4 giugno del 1999; con un solo, breve e miracoloso ritorno di fronte alla meraviglia guascona del 17 luglio del 2000, a Courchevel. Esattamente a quattordici anni da adesso, mi dico.

Sicché entro, prendo da bere e mi siedo al tavolo fuori. A pochi metri dal naso in salita del Ginaccio.

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Ho portato con me Requiem per una monaca (Requiem for a nun). Tradotto da Fernanda Pivano. Forse il capolavoro meno considerato tra tutti i capolavori di Faulkner. Sono di nuovo all’inizio dell’Atto secondo: La cupola d’oro (Inizio era la parola). Nel pieno della costruzione del tribunale, di Jackson; nel cuore giallograno di Yoknapatawpha. E di nuovo, ancora, anche in questa rilettura, mi colpisce la distanza da cui William Faulkner prende la mira per la descrizione. «Alle origini era già stata decretata questa protuberanza tondeggiante, questa pustola dorata, già prima e al di là del chiaroscuro fumoso, del miasma senza tempo senza stagione senza inverno non di acqua o di terra o di vita ma di tutto insieme, inestricabile e indivisibile; quella poltiglia ribollente quello strato di semi quel grembo materno, un’unica tumescenza furiosa, un unico padre e madre, un’unica vasta eiaculazione da incubazione già proliferante in un unico fango ribollente di letame dal celestiale Banco di Lavoro sperimentale; quell’unico strisciare e procedere seminatore imprimendo mastodontiche impronte di tre dita sulle fasce fumose di verde del carbone e del petrolio, al di sopra del quale le teste dei rettili dal cervello grande come un pisello curvavano l’aria greve sferzata dalla loro pelle».

Cos’è questo, mi dico, di nuovo, se non lo sguardo di un dio creato già assente? Lo stesso che – entrambi uomini del Sud, due sud diversi ma ugualmente dominati da un sole ghiacciato e asfissiante – guida Terrence Malick in The Tree of Life. Probabilmente uno dei film assoluti della storia del cinema: sicuramente un film assolutamente faulkneriano almeno nei termini del Requiem. «Poi il ghiaccio, ma ancora questa protuberanza, questa pustola-cupola, questo sepolto emisfero a mezza palla; la terra barcollò, spingendo nel buio il lungo fianco continentale, trascinando in alto sotto la calotta polare quel grembo equatoriale furioso, mentre la cappa del freddo emetteva nel vuoto intatto e immacolato un ultimo suono, un grido, una minuscola accusa molteplice già smorzata e poi nient’altro, la terra cieca e muta che continuava a rotare, chiudendo il cerchio della lunga orbita astrale registrata, gelata, senz’acqua, ma ancora c’era questo splendore delicato, questa scintilla, questa briciola dorata dell’eterna aspirazione umana, questa cupola d’oro predisposta e inespugnabile, questo piccolo barlume di feto più resistente del ghiaccio e più duro del gelo». Cos’è, tutto questo, se non le intrusioni del silenzio nella vita dei personaggi di Malick? Il càrdine del cielo che si mostra di qua dalla vista: e intanto ferma il tempo e lo ghiaccia. Lo sguardo di un dio che non prevede l’uomo inventato da un’umanità che esiste veramente e che s’è inventata dio per farsi guardare. «La terra barcollò di nuovo, rammollendosi; il ghiaccio a velocità infinitesimale, ripulendo le valli, segnando le colline, scomparve; la terra si inclinò ancora per retrocedere dal bordo del mare con un bordo merlettato di gusci di crostacei in linee di contorno rientrate come le spire concentriche nel tronco segato che dicono l’età dell’albero, dirigendosi sempre più a sud dentro al sud che procedeva a ritroso verso quel bagliore muto e invitante nella prateria continentale confluente, rivelando alla luce e all’aria la vasta pagina intatta semicontinentale per il primo graffio di registrazioni ordinate ― una fabbrica-laboratorio che copriva ciò che sarebbero stati venti stati, fondati e ordinati allo scopo di produrne uno». L’oltrespazio che diventa oltretempo; la stessa America con il complesso – e però anche la grandeur vitalistica – dell’ultimo arrivato, del parente che s’è arricchito e che però è niente (la terra sotto le unghie, la puzza di sudore), niente rispetto al sussiego rinascimentale con cui si affastellano i continenti che l’attorniano: nati dalle stesse ere ma di migliori natali; insieme disprezzando e invidiandole quel silenzio preistorico su cui poggia, inguardata, come nei primi accenni del tempo: «il succedersi regolare calmo delle stagioni, della pioggia e la neve e il ghiaccio e il disgelo e il sole e la siccità ad aerare e addolcire il suolo, la confluenza di cento fiumi in un unico vasto padre di fiumi che recava il terriccio fertile, il fertile limo, sempre più a sud, incidendo le rupi perché reggessero la lunga marcia delle città fluviali, allagando i bassopiani del Mississippi, seminando il fertile terriccio alluvionale strato su strato primaverile, sollevando di centimetri e metri, di anni e secoli la superficie della terra che col tempo (non lontano, ormai, a misurarlo in confronto a questa lunga cronaca anonima) avrebbe tremato al passaggio dei treni come quando il gatto attraversa il ponte sospeso». La grandeur vitalistica e il silenzio di dio, “più a sud che si può”, ma sempre sotto lo scudo verde di quel “futuro orgiastico che anno per anno indietreggia davanti a noi”. La luce verde sul molo di Daisy quando ancora non è prevista; o dopo che il deserto ghiacciato e polveroso ha sbiadito tutta la luce nello scialbo opaco di un cartoccio di granturco.

Nel tavolo accanto al mio – mi sto sbrigando a finire la seconda birra (terza se si conta la beck’s: ma perché essere così analitici, poi?) – si sfalda una coppia (ovvero: lei se ne va e lascia il posto a un lui che si accomoda e parla amabilmente con il rimasto: una staffetta tra amici; non ho nessuna lacerazione da passione non corrisposta: almeno; non mi sembra di interpretarne i segni in alcun segno). Il nuovo arrivato e l’amico parlano di calcio. Basta poco e mi rendo conto che sa tutto (realmente tutto: come se fino a cinque minuti prima fosse stato sintonizzato su una qualsiasi radio sportiva o su un satellitare dedicato; o al telefono con qualche giornalista della Gazzetta o del Corriere dello Sport) delle acquisizioni della Roma. E ne parla con la c’alata fiorentino-fiesolese (se c’è una minima variazione diastratica la sento tutta cadere dall’alto di Fiesole sulla conca parvenu dell’antica – ma meno antica di Fiesole: teste anche Cellini, ormai lo sappiamo – Fiorenza.

Con i suoi endecasillabi perfetti – della maturità? Della giovinezza? Ancora è tutto incerto; ma poi, vìa, non è in sé incerta l’età stessa in cui può scattare il meccanismo ridicolo e ripetitivo dell’amore (anche quando viene semplicemente finto in versi)? – Boccaccio ha fotografato sette secoli fa (nella quinta ottava del Ninfale-per-l’-appunto-fiesolano; ora e di séguito con la grafia curata di Armando Balduino) questo sfondo rinascimentale a forma di colline e di boschi e di verde e sfumature ombrate di luce (verde) che circonda e cade dall’alto in un unico abbraccio, di là dal Teatro Romano. «Prima che Fiesol fosse edificata / di mura di steccati o di fortezza, / da molta poca gente era abitata: / e quella poca avea presa l’altezza / de’ circustanti monti, e abandonata / istava la pianura per l’asprezza / della molt’acqua ed ampioso lagume, / ch’a pie de’ monti faceva un gran fiume». Ancora la luce verde che mi segue e mi perseguita come il migliore – e il più perseverante – dei làsciti dell’infanzia.

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Come ai tempi del Boccaccio, quando arrivo e scendo verso le gradinate il Teatro è ancora abitato da molta poca gente. Sul palco, c’è già quello che scoprirò essere il “duo d’appoggio” al tour europeo (ma non solo, confido: mi dispiacerebbe privarle di un giro del mondo) degli – “ma sarebbe più giusto dire di” – Eels.

Sono – ma questo lo capirò dopo, a fineserata; dopo una veloce frequentazione dello stand di magliette, cd, poster e merchandising sparso da concerto – le Daughters of Davies. Sono due ragazze inglesi (le possibilità quasi illimitate degli slittamenti temporali); una cantante bruna (Fern Davis, se non mi sbaglio) e una cantante bionda (Adrienne Davis; sempre se non mi sbaglio). Molto serene e felici di essere qui, mi pare; la cantante bionda (Adrienne?) suona la chitarra acustica e la cantante bruna (Fern?) accompagna, fa il controcanto, segna il tempo e lo conferma. Alle volte si sovrappongono in un’armonia da ballata che, se le incasella da sùbito in un genere, ribadisce che quel genere lo sanno rifare bene; anche con un certo piglio da performer consumate – nonostante: anche questo è motivo di fascino, insieme con la luce del sole ancora tenue e però vìgile, le persone che si muovono tra le gradinate, l’atmosfera a mezzavia tra il chiuso e il parlottìo di un locale jazz e l’aperto senza margini della conca in cui la Toscana s’inverdisce: come se nel paesaggio leonardesco dietro Monna Lisa cambiasse la luce a mano a mano che trascorre il giorno― nonostante la ancora-giovane-esperienza di performer, si diceva. Un piglio che vuole essere trascinante e alla fine ci riesce.

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Sono entrambe ragazze piene di salute e di gioia di stare qui, i vestiti leggeri e bamboleschi sopra i pantaloni neri stretti fino ai polpacci: sembrano studentesse di college alla consegna dei diplomi, appena prima di indossare la toga e il tocco; ed è per questo, probabilmente, che il loro folk-soulrock rivisitato, gli accordi di ballata, certe sfumature postmorrisette e il riguardo coinvolgente con cui, comunque, si rivolgono al pubblico già arrivato: tutto concorre a un’empatia di gruppo che riguarda i gironi del Teatro ancora semivuoti.

Gli applausi confermano e proteggono l’esibizione delle Dod – continuano ad autodefinirsi in questo modo, anche per questo mi risulta difficile catalogarle da sùbito – finché non si arriva alla fine, intorno alle otto e cinquanta, più o meno. Così. La bruna (Fern?) si ferma, prende un cd e un dvd da una borsa e dichiara che si tratta del loro lavoro, della prima produzione: e che questi sono gratis per noi.

Scende veloce correndo sulle scarpe basse (ballerine? Non saprei dire se si tratta del modello standard; comunque le ricordano) fino a una delle prime file, alla sinistra del palco.

Riceve il dono un ragazzo con cappello e zaino (ancora indossati, entrambi: sebbene sia già seduto al suo posto da parecchio). Poi Fern (res sunt consequentia nominum, da qui in poi) risale sul palco, canta un’ultima canzone con sua sorella. Il ragazzo ripone i suoi doni nello zaino; poi ri-indossa lo zaino e si gode l’ultimo pezzo. Io mi dico che, privo del dono gratuito, non posso ancora sapere al concerto di quale duo ho assistito.

Quando le Dod se ne vanno e cominciano i preparativi per il concerto degli – “ma sarebbe più giusto scrivere di” – Eels, dalle casse partono versioni strumentali di grandi classici. Prima I can’t stop loving you. Yesterday. Everybody Loves Somebody, sempre strumentale. Il che mi fa di nuovo – è una congruenza di vecchia data, per me – assimilare l’immagine che mi sono fatto negli anni (del carattere, della sua reale personalità, delle sue pulsioni, del suo io recondito più segreto e vero: tutte le illazioni de loinh che da sempre ogni artista ispira a chi segue la sua opera) di Mark Oliver Everett a quella ultima (ma non domata) di un altro dei miei miti più puri e assoluti, Andy Kaufman. E penso soprattutto a quel lieve chiamarsi fuori da sé, ipotizzando – meglio: fingendo – per pochi istanti, pochi minimi momenti cruciali di felicità, che la vita come la vediamo – perché l’effetto si perderebbe, senza la consapevolezza inconclusa dell’artista – è fatta davvero di Clarence Odbody che ci salvano dal fiume ghiacciato, di disneyland amorose dove coppie di anziani cotonati (sia lei che lui) accompagnano i nipotini a conoscere Pippo. Lasciandoci dimenticare per un momento, per un istante soltanto, che per quanto sia da sempre considerato il film ottimista per eccellenza, La vita è meravigliosa non ha un lieto fine classico: perché il cattivo – dal nome peraltro ora doppiamente immortale di Henry Potter – non viene punito (né scoperto, attenzione!) da niente e da nessuno. O facendoci perdere di vista le delazioni maccartiste del baffettatissimo Walt. Paradossalmente riservandoci un ancor più triste risveglio, magari, dopo l’iniezione feromonica di benessere e di serenità che il gesto estetico ci ha sollecitato. Un po’ come festeggiare con Kaufman a latte e biscotti sul piazzale del Carnegie Hall e dimenticarsi – per un momento, un brillìo nel tepore ovattato della realtà – della sua prossima morte trentacinquenne.

Quando arriva la muzak di Garota de Ipanema – anche se credo che Mark Oliver Everett la pensi The Girl from Ipanema – un tecnico che sembra un membro degli ZZ Top attraversa il palco seguito da un Gigante in pinocchietti e calzini; che si muove risoluto, indica, parlotta e decide.

L’ultimo brano di sottofondo sono i Beatles senzavoce di She Loves You. La luce del mondo s’è affievolita; e permette lo sfumare di qualche effetto di entrata. C’è il buio naturale giusto; e la giusta luce naturale: quando Mark Oliver Everett – ma sarebbe più giusto scrivere gli Eels – entra dalla sinistra di chi guarda. E si siede al piano verticale tra gli applausi, mentre i musicisti prendono posto.

È nella sua fase gentleman. Dimenticàtevi del Mr E dei tempi di Souljacker (con l’uscita americana dell’album posticipata di sei mesi al marzo del 2002 perché il look barbutissimo e coperto e infelpato e nascosto del buon Mark era troppo disturbante, a pochi giorni dall’Attentato alle Torri); ma anche del barbuto dandy alle prese con il corteggiamento di Padma Lakshmi ai tempi di Hombre Lobo, del tourista in tuta acetata o del bardo in berretto di Wonderful, Glorious.

Ha il vestito grigio chiaro, la camicia pure chiara e la cravatta scura allentata il giusto. I capelli corti e la barba che gli rifinisce il viso quasi espandendosi sugli zigomi in un effetto rassicurante di imperfezione. Suona l’intro che potrebbe essere una versione live di What I’m At ma io sono preso a cercare di fotografare il momento con la mia decrepita fuji-finepix jz 14 mega pixels che di solito uso per “gli appunti”. E quindi: la musica mi investe con la perentorietà acustica di questa millenaria conchiglia amplificatrice, ma quasi non ci faccio caso, perso come sono a fissarmi una qualche traccia per il futuro in arrivo; qualcosa da conservare per i nipoti. L’intro si conclude, Mark Oliver Everett si alza, va al microfono al centro del palco – dovrebbe avere anche un fermacravatte sulla cravatta a nodo corto: noto un barlume in risposta a uno dei riflettori – e comincia a cantare. Spiazzandomi.

When You Wish Upon a Star. E la voce – questo tono che somiglia a grafite temperata nel jack daniel’s, una gamma di svariazioni che passa dal cupo e morbido alla resa graffiata a filo di stecca – mi passa tutto intorno e addosso come quello che è. Un momento quotidiano che non si ripeterà; il motivo per cui Carmelo Bene ci ha insegnato a dimenticare l’immedesimazione nell’atto di essere agìti mentre quel-che-arte-dovrebbe-nonessere sul palco si deflagra: fino ad annullarsi in un’assenza silenziosa. Su dreams-caàm-truuu. Sul levare finale: decido che l’ultima foto tentata, poco prima dell’arrivo di Mark Oliver Everett – “ma sarebbe più corretto scrivere degli Eels” – al microfono, è anche l’ultima foto della serata: almeno finché dura la musica. Mi metto la macchina fotografica in tasca, circondato dalle lucciole rabdomantiche degli smartphone, e mi godo il concerto degli Eels.

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Dopo The morning al piano («… in the morning / yesterday is just a dream /out the window / take a look at all you see /baptized by the sun /go on and have some fun / why wouldn’t you want to have / the greatest day?»), eccolo sùbito tornare al microfono, al centro, lasciarsi vestire della chitarra e attaccare con il nuovo figlio, The Cautionary Tales (propriamente ‘le filastrocche pedagogico-protettive’). Il brano più che significativo Parallels. Dopotutto – come sfólgora nell’incipit del II capitolo del suo Rock, Amore, Morte, Follia e un paio d’altre sciocchezze che i nipotini dovrebbero sapere (per penna di Clara Nubile): «Sono il figlio di un umile meccanico. Un meccanico quantistico. Mio padre, Hugh Everett III, autore della Teoria dei molti mondi, era un uomo tranquillo» –  Mark Oliver Everett, per l’appunto, è anche il figlio di Hugh Everett III («… and i know you’re out there somewhere / and i know that you are well / looking for an answer / but only time can tell / parallels…»).

Come di solito succede nei concerti, i primi brani sono un lancio nel vuoto, una frenesìa immediata che si offre veloce agli occhi dei presenti e che stabilisce un patto e un riconoscimento univoco. A questa prima smania in sequenza segue l’avvicinamento: la natura performativa si fa studiatamente amichevole e l’energia – nel senso etimologico di ἐνέργεια, di ‘capacità di compiere una qualche fatica’ – si stabilizza e si orienta. Dopo Parallels, Mark Oliver Everett si presenta.

E quel che dice, sornione, riguarda il tempo, l’antichità, Fiesole, la musica, lo stordimento amoroso; i ponti sospesi che, nello spazio, travàlicano le autostrade e il Bosforo, i passi tra uno scoglio e l’altro sulla costa occidentale dell’Irlanda, corrono sugli euro e però non possono unire Scilla e Cariddi, di là dagli sforzi congiunti di tutte le mafie. E che, nel tempo, producono questo effetto disorientante – ma sarebbe il caso di scrivere, forzando le stesse strutture portanti del lessico, disoccidentalizzante – in Mark Oliver Everett. Quando, semplicemente, si affaccia su questa traccia dei millenni in muratura e spiega; appena dopo la captatio facile e però divertita con cui in qualche modo si scusa “di non avere ancora imparato l’italiano”. «Da dove vengo le cose hanno al massimo cent’anni». E rimarca. «I’m amazing… … I’m fuckin’ amazin’… I’m from Los Angeles». E ci becchiamo tutti (almeno: se non mi sbaglio); e ce lo becchiamo mormorato e però evidente, orgoglioso e timido insieme – in qualche strano modo faulkneriano, per quel misto di ironia e di fierezza che nasconde – un bel “fuck ya, sir” che fa da controcanto alle grida isolate di compiacimento.

Fino a un caparbio «Are You Ready to Rock?» – insieme con i fumetti e il jazz (teste Lisa Simpson) una dei Grandi Segni Novecenteschi della cultura nordamericana – il cui uuh non troppo netto del pubblico ci riserva il semi-scherno dell’«Uh… Are You Ready to SoftRock?…». E – sempre se non capisco male – lo “sweet-soft-pornorrock” che ci meritiamo è Mansions of Los Feliz. «Well it’s a pretty bad place outside this door / i could go out there but i don’t see what for…».

Arrivano Le Margherite delle Galassie – o sono anche Perle, chissà? magari stando a qualche gioco lontanissimo e profumato – insieme con A Line in the Dirt. Ma i toni neri di «she locked herself in the bathroom again / so i’ve been shutting down the lights /and i don’t know if i’ll never go back again /i’m drivin’ straight into the night» in qualche modo preparano la piccola, onirica liberazione del cautionary tale Where I’m From: «three ghosts and i sitting on the couch last night / catching up on all the time / it’s been a while since we got together / and you know that it’s often on my mind». E basta un esegeta al minimo degli sforzi per trovare in quei ‘tre fantasmi’ la morte improvvisa del padre, il suicidio della sorella (in qualche modo dedicataria dell’immenso Electro-Shock Blues) e la morte della madre per cancro. Tutte cose che Mark Oliver Everett racconta nel suo Things The Grandchildren Should Know (questo l’unico titolo originale, di là dall’innesto di Rock, Amore, Morte e Follia dell’edizione italiana). E che non a caso si conclude con uno struggente appello ai lettori che – pur nella sua rigorosa struggenza – non cede nulla alla retorica ottimistica dei redenti. «A quanto pare, nella mia famiglia non siamo destinati a vivere a lungo. Ma io sono ancora vivo. Forse sono un’eccezione. Forse no. Forse vivrò fino a cent’anni. Forse avrò dei nipoti. Forse riuscirò a scrivere la seconda parte di questo libro. Non si può mai sapere. Io non so cosa succederà dopo. E nemmeno voi».

Dopo una dolcissima, appassionata versione di It’s a Motherfucker (ma è tipico di Mark Oliver Everett, “anche se sarebbe più giusto scrivere degli Eels”, saltellare ossimoricamente nei testi e tra le musiche), un ancora più appassionato confronto tra il piano e il new gentleman in Lockdown Hurricane («don’t you see it? / we’re goddamn fools / we always had to break the rules…»); finché l’intera Band riscrive per il nostro immediato piacere All the beatiful Things (con il mantra universale «you’d be my only friend in the world / well you could just be my girl»).

Ed è alla fine della canzone che MOE comincia a istrioneggiare definitivamente: baci schioccanti al pubblico e ai musicisti, baci dai musicisti; poi, in sequenza, i capisaldi di Grace Kelly Blues e di Fresh Feelings, una rockbluesatissima I like birds e una semireggata My Beloved Monster (da Shrek in poi, comunque, continua ad apparentarsi più con l’esordio sfolgorante di Beautiful Freak che con il pur sempre naturale, indimenticabile accordo e accompagnamento del meraviglioso, gandolfiniano grassone verde). Riprende l’ultimo album con una delle canzoni più belle, Mistakes of My Youth. E penso che il mio attaccamento a questo brano riguarda la genialità monosillabica di quel my. Non ‘errori di gioventù’: ma un’assunzione di responsabilità, una rastremazione dall’infinito incolpevole all’individuo che-ognuno-di-noi-è come ratifica, anche, dell’affezione per tutti gli errori che ci hanno portato qui e reso quello che siamo. Anche perché chi è che può nascondersi? «In the final moments / i hope that i know that i tried / to do the best i could…».

Mark Oliver Everett “suona le campane”, viaggia per il palco. Si fa sostituire al piano e intona Gentleman’s choice fino allo splendore rauco di «the world has no room for my kind». Poi dice due cose fondamentali. Una è l’iterazione fonico-magica di «Sì, bellissimo…». Dovrebb’essere una combinazione che esalta i non-parlanti italiano come lingua madre; mi ricordo di un amico spagnolo che ripeteva lo stesso sintagma illuminandosi. La seconda ha a che fare con la bellezza di essere qui; una sorta di inno nei confronti di tutti i loser cui MOE – ma sarebbe più giusto scrivere gli Eels – ha dedicato un operaomnia di una dozzina di album, più o meno. Così, quando attacca di nuovo al piano i propositi finali di Where I’m going, quasi una ripresa in musica dell’explicit autobiografico («Can’t say i know what will happen tomorrow / i can’t say i know if it’s joy or sorrow / i can’t say how long i’ll stand at the line that i’m toeing / but i’ve got a good feeling ‘bout where I’m going…»), sono ormai sciolto e parte integrante di questa notte fiesolana. Mi ritrovo nella musica che traspira tutt’intorno al verdebuio e alle luci fumose che partono dal palco. E sono talmente intronato di bellezza e commozione che quasi non mi rendo conto, immediatamente, di quel che Mark Oliver Everett e l’intera Band stanno facendo. Si abbracciano. In quello che è uno dei gesti più caratterizzanti e rappresentativi del mio modo di offrirmi agli affetti. Una serie di abbracci plateali cui fa séguito la discesa nella cavea di tutti i musicisti, Mark Oliver Everett in testa. Ed ecco che accade: MOE abbraccia, ricambiato, quelli delle prime gradinate. E io, imbambolato dalla teatralità ciarlatana del gesto, dal pur onorevole basso del mio biglietto Platea – Primo Settore, Fila F, Posto 21 – davvero non sono in grado di passare sulle teste degli astanti per abbracciare gli Eels. Non faccio in tempo a ricordarmi di Benigni che cammina sulle spalle di Spielberg per andare a prendere l’Oscar dalle mani di Sophia Loren che già tutti – Mark Oliver Everett, la Band – sono di nuovo sul palco. «All’inizio sembra divertente, ma poi ti accorgi che potrebbe essere solo pericoloso», è più o meno la glossa degli Eels. Naturalmente, non in italiano.

I like The Way this is going («I don’t care about the past»), 3 speed, Last Stop This Town e il concerto è ufficiosamente finito. Ha bisogno di quel rito – necessario, fondamentale, appagante, indispensabile tanto al pubblico quanto all’artista – della richiesta plaudente di bis.

E succede che – come nelle migliori tradizioni – Mark Oliver Everett e la Band (ma a questo punto è corretto scrivere gli Eels) ci accontentano.

La prima resa è That Look You Give That Guy. E qui – di là dalla puntuale immedesimazione di ognuno di noi, di là dalla consapevolezza estetica e dalle menzogne che anche il più fortunato degli amanti possa millantare – Fiesole risuona di nostalgia e di quello che Busi ha chiamato per tutti «il dolore che abbiamo creduto di soffrire da giovani».

La seconda canzone mi ferisce di splendore; perché è una delle due cover più belle di Can’t Help Falling in Love che abbia mai sentito. E quando MOE ci accarezza dal palco insistendo sulla tenuta delle velari, si concretizza nell’aria estiva un aggettivo condiviso, prezioso, che nessuno di noi evoca ma che è tangibile, e luminoso. Come l’idea della Malesia per Salgari; come i Caraibi sognati grazie ai film sui pirati – anche se non ci siamo stati mai.

La chiusura, va da sé, è un poscritto. E visto che Mark Oliver Everett lo sa, ci regala un’altra, ultima cover. Arrangiata paradossalmente in modo-molto-50’s: ma come se Lynch e James Ellroy si fossero accordati per un’esibizione rasserenante dopo un massiccio intervento corale fatto di codeina.

Turn On Your Radio. Un commiato decisivo. «I don’t know where i’m goin’ / now that i’m gone / i hope the wind that’s blowin’ /helps me carry on». Poi, nonostante gli applausi, il concerto finisce davvero.

When The Music’s Over forse c’è tempo per un’ultima foto.

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La notte fiesolana si stende in due diverse sfumature di nero appena puntinato dalle luci delle case. Boschi e cielo sono un telone distinguibile a stento, nella vallata che si dispiega partendo dal parapetto accanto al museo; qualche decina di metri più su del Teatro. Il 17 luglio si avvicina alla fine. E penso – cammino verso la macchina, Fiesole è invasa dal vociare sparso degli eelsiani in gita – che un anno fa, esattamente un anno fa― è morto ancora troppo giovane Vincenzo Cerami.

Penso anche che un giorno di musica gli avrebbe fatto piacere. Lo rivedo, in questo buio appena illuminato dai lampioni, nella luce che gli brilla dentro nelle sue foto di ragazzo, sempre piene di sole e di estate. E credo di sapere, anche, cosa mi avrebbe detto: proprio qui, proprio ora. «Se ancora non lo sai, la mia Roma ha soffiato alla tua Juventus Juan Manuel Iturbe». E so per certo che ne avrebbe riso.

 

 

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