padri Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/padri/ un blog di approfondimento culturale Sat, 22 Oct 2016 16:50:42 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=7.1 https://minimaetmoralia.it/wp-content/uploads/2025/07/cropped-cropped-309290503_464034925751050_1790831071097755281_n-32x32.jpg padri Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/padri/ 32 32 Agassi e Open https://minimaetmoralia.it/libri/in-cerca-di-un-padre/ https://minimaetmoralia.it/libri/in-cerca-di-un-padre/#comments Wed, 14 Sep 2011 08:59:21 +0000 http://www.minimaetmoralia.it/?p=5173 Pubblichiamo una recensione di Francesco Longo, uscita sul Riformista, dedicata a Open, la biografia che Andre Agassi ha scritto insieme al premio Pulitzer J.R. Moehringer.

«E se questo fosse il momento della verità e io mi rivelassi un impostore?». Quando non si vive la propria vita, quando si ignorano i propri desideri e non si conosce se stessi, l’unica scialuppa di salvataggio è vivere la vita che gli altri si aspettano da te, scegliere l’ipocrisia, la finzione e le bugie. La coscienza però non regge il bluff a lungo, ad un certo punto scalcia, tira pugni dall’interno fino a quando la propria identità non sorge come un’alba. Si risorge sempre però da un cumulo di ceneri. Non si diventa se stessi, infatti, senza un percorso interminabile, fatto di bivi che sfuggono alla vista, di sbandate, di soste dolorose, e di tratti sfinenti in cui si attraversano deserti pieni di miraggi e molte notti fredde e oscure.

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Pubblichiamo una recensione di Francesco Longo, uscita sul Riformista, dedicata a Open, la biografia che Andre Agassi ha scritto insieme al premio Pulitzer J.R. Moehringer.

«E se questo fosse il momento della verità e io mi rivelassi un impostore?». Quando non si vive la propria vita, quando si ignorano i propri desideri e non si conosce se stessi, l’unica scialuppa di salvataggio è vivere la vita che gli altri si aspettano da te, scegliere l’ipocrisia, la finzione e le bugie. La coscienza però non regge il bluff a lungo, ad un certo punto scalcia, tira pugni dall’interno fino a quando la propria identità non sorge come un’alba. Si risorge sempre però da un cumulo di ceneri. Non si diventa se stessi, infatti, senza un percorso interminabile, fatto di bivi che sfuggono alla vista, di sbandate, di soste dolorose, e di tratti sfinenti in cui si attraversano deserti pieni di miraggi e molte notti fredde e oscure.

Quando Andre Agassi era ancora nella culla, il padre gli aveva appeso sulla testa delle palline da tennis e lo incoraggiava a colpirle con una racchetta da ping-pong che gli aveva fissato al polso. Gli costruì un drago – una macchina che sparava palline da tennis – col quale Agassi trascorse l’infanzia. Poi, fu spedito lontano da casa, alla Nick Bollettieri Tennis Academy, una prigione per ragazzi prodigio svezzati a disciplina, allenamenti tennistici e violenze da college, tra l’odore disgustoso di bucce di arancia delle colline circostanti. Nessuno ha mai chiesto ad Agassi se voleva giocare a tennis, lo sport in cui parli da solo, lo sport identico al pugilato, ma in cui non puoi neanche abbracciarti all’avversario prima di cadere sfinito. Se qualcuno glielo avesse chiesto, avrebbe forse sentito questa risposta: «Odio il tennis, lo odio con tutto il cuore, eppure continuo a giocare, continuo a palleggiare tutta la mattina, tutto il pomeriggio, perché non ho scelta. Per quanto voglia fermarmi non ci riesco».

La biografia di Agassi si intitola Open (Einaudi) ed è la rivelazione di un’anima. Le 500 pagine descrivono una parabola più simile a quella disegnata da San Giovanni della Croce, che non a quelle che lampeggiano nei memoir delle celebrity. Open è un romanzo di formazione impossibile perché racconta la crescita di una identità negli anni in cui la società dei disvalori negava la possibilità di un progresso interiore, abbagliando i giovani con promesse di felicità scadenti, e con quei trofei luccicanti che, in un giorno di ira, Agassi distruggerà nella sua casa di Las Vegas. È proprio spinto dal desiderio di liberarsi del «vuoto» (spirituale, familiare, generazionale) che Agassi decide di rivedere la sua vita, scrivendo questa biografia vertiginosa, appassionante e in molti punti commovente.

La vita di Agassi è di rara ambiguità e tensione emotiva. C’è sempre una distanza tra ciò che fa e ciò che sente. Tra il non voler fare il tennista e la lancinante consapevolezza di non saper discernere dentro se stesso un desiderio più autentico: «Gli dico che sono contento del ranking, che è una bella sensazione essere il migliore possibile. È una bugia. Non è affatto ciò che provo. È ciò che vorrei provare. È ciò che ci aspetta che provi, quello che mi dico di provare. Ma in realtà non provo niente».

È evidente, fin dalle prime pagine, che Open sia un libro sul padre e sulla paternità. Un’investigazione su cosa significa essere se stessi. Nessuno può ribellarsi contro un padre violento fino a quando, e ad Agassi capiterà, non si abbia scoperto una banale realtà, quella che il prodigio di Las Vegas registra con queste parole: «Sto diventando mio padre». Il padre, un direttore di sala di casinò, scappato dall’Iran con un passaporto falso, è un mostro che minaccia gli automobilisti con la pistola: «L’ultimo posto dove vorrei essere, a parte il campo da tennis, è in auto con mio padre».

Agassi diventa intanto un giovane talento. Spartisce col fratello il bottino dei primi tornei. Allineano le banconote, le impilano, le accarezzano. Poi i tornei diventano più importanti. Vola nella capitali del mondo, straccia gli avversari, viene stordito da sconfitte insopportabili. Combatte sulla terra rossa parigina, tira granate sull’erba verde di Wimbledon, sbarca a New York. Si incontra in campo con dei giganti. McEnroe alla conferenza stampa dopo il match dice: «Ho giocato con Becker, Connors e Lendl, nessuno mi ha mai tirato una risposta così forte». Agassi compra una corvette bianca e guarda film horror. Compra un Hummer e guarda film horror. I montepremi e la fama aumentano sempre di più. Passano gli anni. La ribellione giovanile (gli orecchini vistosi, un torneo vinto in jeans) si manifesta adesso in nuove provocazioni, i giornalisti gli sparano addosso, gli danno del punk, gli danno del clown, dicono che è un truffatore; eppure i grandi sponsor lo corteggiano, la gente lo adora, la gente si vuole vestire come Andre Agassi (l’unico che non vorrebbe essere Andre Agassi è Andre stesso). Resiste come può alle autorità, continua a fare esperimenti con la sua identità. Diventa una star. Lo invitano ai party, conosce Barbra Straisand e mangia una pizza nel suo ranch, incontra Brooke Shields, la diva di Laguna blu e di Friends, che poi sposerà. Ma appena può, torna nella sua Las Vegas (dove vive ancora oggi, con la sua seconda moglie Steffi Graff). Durante tutti gli anni di scontri sui campi, con i suoi fantasmi che si chiamano Pete Sampras o Boris Becker, ciclicamente desidera solo lasciare tutto, fantastica di ritirarsi, anche se sta scoprendo qualcosa di cruciale. Sa che «anche ritirarmi non risolverebbe il mio problema fondamentale, non mi aiuterebbe a capire che cosa voglio fare della mia vita». Quindi continua inesorabilmente a giocare, diventa il numero uno del mondo, gli infilano al collo la medaglia d’oro delle Olimpiadi di Atlanta del 1996. Più vince tutto, più cresce la sua voglia di perdere, di abbandonare il tennis. Cerca un padre, cerca l’amore della sua vita.

Saranno le tempeste di sabbia di Las Vegas, gli stadi che esplodono e i colpi di scena, ma Open è una grande epopea dal sapore letterario. Un’avventura nella coscienza, una sonda che tocca le corde più profonde dell’intimità. Il premio Pulitzer J.R. Moehringer ha aiutato Agassi nella stesura del libro, affilando le confessioni di un campione sullo stile di un Bret Easton Ellis in gran forma. Per ora è il miglior libro del 2011.

Droghe, menzogne, vizi. Più l’anima si batte il petto, più si coglie la richiesta di perdono. E insieme, arriva inevitabile la scoperta che se tutto ciò che possiede lo rende infelice è perché nella vita si ha più gioia nel dare che nel ricevere. Questa evangelica verità è riformulata da Agassi così: «È l’unica perfezione che esiste, la perfezione di aiutare gli altri».

Nel 1991 Andre Agassi vinse Wimbledon. Telefonò al padre che stava a Las Vegas e aveva seguito il match in tv. Ecco il racconto: «Lui non parla. Non perché dissenta o disapprovi, ma perché sta piangendo. Lo sento indistintamente che tira su col naso e si asciuga le lacrime e so che è fiero di me, ma è incapace di esprimerlo. Non posso biasimarlo perché non sa come dire ciò che ha nel cuore. È una maledizione di famiglia». Ecco il campione, ecco la letteratura, ecco l’uomo.

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Il voto dei giovani https://minimaetmoralia.it/approfondimenti/il-voto-dei-giovani/ https://minimaetmoralia.it/approfondimenti/il-voto-dei-giovani/#respond Wed, 07 Sep 2011 10:01:24 +0000 http://www.minimaetmoralia.it/?p=5111 Questo articolo è uscito nel numero di agosto dello Straniero.

di Giorgio Fontana

Numeri che parlano
Il tema del voto giovanile ai referendum del 12 e 13 giugno scorsi è piuttosto caldo, ed è stato affrontato con maggiore o minore precisione da diverse testate. Più che la domanda diretta attorno al merito dei risultati (la vittoria è arrivata grazie ai giovani italiani?)

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Questo articolo è uscito nel numero di agosto dello Straniero.

di Giorgio Fontana

Numeri che parlano
Il tema del voto giovanile ai referendum del 12 e 13 giugno scorsi è piuttosto caldo, ed è stato affrontato con maggiore o minore precisione da diverse testate. Più che la domanda diretta attorno al merito dei risultati (la vittoria è arrivata grazie ai giovani italiani?), mi sembra interessante decodificare la retorica che si è creata attorno a questo argomento, e porre una questione più profonda: in quale ideale si riconosce un votante giovane e meno smaliziato (o disilluso)?

In ogni caso, è sempre bene partire dalle cifre. I dati forniti da Termometropolitico.it (basati su statistiche di instant poll Emg) testimoniano uno straordinario 64% di affluenza per i giovani sotto i 25 anni, mentre il resto degli elettori under 65 si attesta attorno al 60% circa (con un 62% per le persone fra i 45 e 54 anni). Riportati così, tuttavia, i numeri non parlano ancora una lingua chiara. Occorre metterli a confronto: ad esempio con quelli delle elezioni politiche del 2008 (sempre grazie a Termometropolitico.it, con lo studio sociodemografico Itanes). Tre anni fa, la fascia 18-24 anni rispose con un’affluenza ridicola: 8,47%.
D’accordo, si trattava di un’adunanza pubblica di carattere diverso: ma questo non basta a spiegare una sproporzione del genere. Ecco dunque la vera domanda preliminare: perché questo totale mutamento di tendenza?

Il web, ma non solo il web
Una risposta spicciola è: nel 2008 i social network – almeno in Italia – non erano ancora diffusi come nel 2011. Certo. Ma questo sembra sottintendere l’equazione giovani = social network = il referendum è stato deciso dal “popolo della rete” (espressione di una superficialità immane).
Il blogger ed esperto di comunicazione Enrico Sola ha fatto qualche conto per riportare il tema sulla terra: ricordando ad esempio che gli utenti italiani di Twitter sono circa 350 mila – tutt’altro che grandi numeri, specie se paragonati a quelli mastodontici della televisione.
Eppure l’hype è stato così folle che anche un intellettuale di primo livello come Marco Belpoliti ha potuto iniziare un articolo così: “Twitter, il Davide informatico, ha sconfitto il Golia dei network televisivi? Sembrerebbe proprio di sì. La vittoria nei referendum è stata segnata dal passaparola dei 140 caratteri che hanno scandito il passaparola virale.” (“La Stampa”, 14 giugno 2011).
Se sgombriamo un attimo il campo dalle esagerazioni – il cibo preferito dalle testate nostrane – vediamo come sì, la rete ha senz’altro influito positivamente, ma non è certo sulle sue spalle che si regge per intero questo successo. Eppure, come nota anche Sola, c’è una sensazione. C’è la sensazione chiara che il web abbia veicolato qualcosa e giocato un suo ruolo. E questo è probabilmente vero: così come è vero che qualcosa è cambiato a strati geologici assai più profondi della sociologia facile da social network. Si sono usati tutti i mezzi possibili, dal digitale all’analogico, dalle foto su Facebook al passaparola di strada, per raggiungere il risultato.
Una risposta più meditata alla domanda sulla mobilitazione giovanile, allora, sembra essere questa: perché, rispetto a solo poco tempo fa, la prospettiva puramente individualista del berlusconismo ha cominciato a sgretolarsi. Complice una serie di fattori – la presenza di reti sociali, la stanchezza verso una certa retorica, e forse anche l’esempio delle rivoluzioni arabe – la visione privatista della cosa pubblica non è stata sufficiente ad arginare l’entusiasmo.

Uno sguardo più a fondo
Bene, premesse chiarite, risultati messi in chiaro, champagne stappato e bevuto per il gran ritorno dei giovani alla vita politica. Ora però credo sia necessario affondare ulteriormente lo sguardo. Perché dietro questo successo innegabile e straordinario si agitano ancora molte ombre, e una su tutte: la questione dell’ingiustizia narrativa.
Mi spiego. Il problema del voto consegnato da un giovane italiano non sta tanto nel gesto (la rinnovata coscienza civica è evidente): sta nel destino del voto stesso. Io scelgo, ma perché dovrei poi sentirmi raccontare come parte di un “popolo della rete” o di una “generazione precaria”, o ammannito da un discorso veltroniano-dalemiano che puzza di polvere lontano un miglio? Io voto, ma non so quale classe dirigente saprà raccogliere e valorizzare la mia fiducia.
Senz’altro, la caratteristica chiave del referendum stava proprio nel portare la democrazia diretta in campo: nessuno doveva farsi carico di nulla, la decisione spettava alla maggioranza. Ma oltre a ciò, l’enorme afflusso alle urne ha testimoniato anche il bisogno indispensabile di una democrazia indiretta in grado di dare voce reale a quelle persone, al di là dell’evento. Una democrazia rappresentativa di qualità, insomma. Credo sia infatti superficiale ridurre questo straordinario risveglio ai temi, pure molto urgenti, di acqua, nucleare e legittimo impedimento: il grande evento è stato il quorum, non la vittoria dei no (su cui bene o male si era tutti convinti). In altri termini: soprattutto per tutta la fetta generazionale più giovane, il referendum non è stato solo una chiamata alle urne, ma lo specchio di un più complesso momento di ritorno al civismo. Un “no” convincente alle sirene del berlusconismo.
Resta da capire se questa primavera italiana sia in grado di diventare estate: svecchiando una volta per tutte la percezione stessa della politica italiana. Resta da capire se qualcuno, in alto, se ne farà carico e sappia intendere quale meravigliosa possibilità si trova davanti.

Il pericolo della discesa semantica
Torniamo insomma sempre lì, alla questione delle élites, ma con una sfumatura ulteriore: e cioè il fatto che, voto o non voto, risultato o non risultato, la generazione precedente alla mia detiene comunque il potere ufficiale della narrazione. La versione della storia è nelle sue mani: e chi racconta oggi decide non solo del presente (questo è scontato) ma anche dell’idea del futuro.
Una nota: so che il concetto di “narrazione”, specie con la curvatura à la Vendola che ha preso negli ultimi periodi, può suonare irrimediabilmente vago. Ma tutto quello che intendo per padronanza della narrazione è quello di avere in mano l’agenda setting e mantenere a senso unico il dialogo o il conflitto. Nel concreto, il dominio degli organi informativi e di influenza sull’opinione pubblica, la sovranità sulla dirigenza politica ed economica, e la possibilità di ignorare o (peggio ancora) svilire, un qualsiasi racconto di tenore diverso.
Questo significa che difficilmente i giovani riescono a proporre la propria storia in modi realistici e critici. Possono accedere alle forme derivate e locali di narrazione: qualche inchiesta, qualche testimonianza, un blog. Ma la gestione del racconto è in mano ai “padri”, e generalmente i padri hanno una visione:
a. conservatrice (il vizio del mancato ricambio e la mancanza di comprensione);
b. sottilmente ipocrita (perché di fondo temono le nuove leve: quindi va bene denunciare la situazione dei giovani, ma le strategie in grado di cambiarla sono proibite);
c. comunque paternalistica (per forza: sono padri).
Questa combinazione crea una storia banale in cui, come dicevo sopra, i problemi scompaiono in un mare di indeterminatezza e termini-slogan.
Il discrimine dei padri è di trovare le parole giuste per descrivere una situazione statica che non riescono a penetrare emotivamente. Così elaborano manifesti, scrivono libri, moltiplicano gli editoriali sui quotidiani.
Ma questo non fa che nascondere ulteriormente il problema. Lo porta indietro, in un processo di discesa semantica continua e sempre più violenta – parlare del parlare del parlare, commentare sul commentare sul commentare – finché i fatti, la realtà nuda e cruda, la violenza sociale, l’amarezza, il dolore, non scompaiono dall’orizzonte delle cose.
Persino il racconto della mia situazione è inefficiente – penso alle inchieste che proprio in questi giorni affollano le pagine dei quotidiani (siamo tornati al precariato come unica categoria epistemica), non porta a nulla: la macchina narrativa si ingolfa ancora prima di partire. Ed è questo che ora, ora in particolar modo, ora che c’è questo fermento, bisogna evitare.

I tempi stanno cambiando
Arriviamo così all’ultima torsione. L’ingiustizia narrativa diventa un problema per la democrazia stessa: se il racconto viene piegato alle esigenze della classe dirigente, allora l’idea stessa di una società che si muove insieme – che lavora per definire una qualche idea di bene comune – è messa in discussione. Come si diceva sopra: Io voto, ma poi? Io faccio il mio dovere, ma chi custodirà i custodi, che non sembrano in grado di recepire questo verbo elettrico, in continua mutazione, questa situazione tanto più simile a una fiamma che non a una pietra – qualcosa da lasciare ardere e non da scolpire?
La generazione che ha votato in massa alle urne è la stessa che viene quotidianamente narrata in una maniera obliqua e inefficace, al massimo compassionevole: mentre nulla, nei fatti, cambia. Di fronte a questo, sembra ovvio aspettarsi un desiderio di rivolta violenta. Ma l’Italia non è un paese che sa convogliare queste energie in un autentico moto rivoluzionario: non ha una tradizione di questo tipo né il suo presente sembra assecondarlo. Altrove, inoltre, cercavo di sostenere che c’è una buona matrice etica di fondo che impedisce il ricorso alla violenza.
Il desiderio di rivolta si traduce allora in un disagio sotterraneo, in una “introiezione del conflitto” (come la chiama Christian Raimo): dai concetti della politica si deve passare a quelli della psicanalisi – e questo, per quanto possa suonare affascinante, è un grave problema per lo stato di salute di un popolo. Di fronte a questo rischio di avvilimento collettivo – tutti risentiti, tutti depressi, tutti incapaci di trasformare la rabbia in futuro – il risultato referendario è stata una boccata d’aria fresca. Anzi, direi che è stata ancora più importante la gioia profonda con cui nelle strade, nelle piazze e sul web questa vittoria è stata salutata: l’idea stessa che si possa essere contenti in quanto collettività. Una forma di entusiasmo che rompa gli argini del proprio, minuscolo giardino. Non ricordo niente di simile negli ultimi anni.
Certo il berlusconismo non è un mostro che si uccide così, con un singolo colpo d’ascia, una sola dimostrazione pubblica di unità. Occorre molto altro per smaltirne le tossine – presenti in eguale misura a destra e a sinistra. Ma se si doveva iniziare da qualche punto, questo è un ottimo punto. E allora: nell’attesa che qualcuno si decida a raccogliere queste energie rinnovate, questo slancio che nel momento peggiore ha dato prova di esistere, questa lucidità, questa bellezza – nell’attesa di un mea culpa generale da parte della sinistra italiana, che fare?
Ho una modestissima proposta. La rivoluzione che per motivi storici, o morali, o tecnici, non sembra possibile per le strade, andrebbe coltivata in ogni gesto, da chi si è mosso in prima persona, senza aspettare altri esempi dall’alto né limitarsi all’azione politica.
Nell’attesa di qualcuno che meriti tutta la nostra fiducia, non rimane che essere ancora più diritti noi stessi: ancora più parresiastici, ancora più raccolti e coraggiosi. Di fronte all’etica della menzogna, inseguire soltanto la verità. Di fronte allo schiaffo, non porgere alcuna guancia. Di fronte alla mielosa retorica del volemose bene e all’ipocrisia di chi sa essere forte unicamente con i deboli, reagire con l’onestà e l’intransigenza (la sana intransigenza di chi non cede ai ricatti e alle compravendite – l’intransigenza di Gobetti).
La frase “i tempi stanno cambiando” è confortante, ma da sola rischia di appiattirsi a uno slogan, come se il mero corso degli anni bastasse a recare una trasformazione.Ci sono molte colpe di cui può macchiarsi una società, ma una delle più tristi è quella di tradire la fiducia di chi verrà dopo. Lasciare che il voto di un ventenne di oggi si disperda nel vuoto, che questa bellezza passi invano, è la riedizione contemporanea di tale colpa. Dovremo evitarla, ora, con qualsiasi mezzo.

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La formazione passa per la via del Fallimento https://minimaetmoralia.it/societa/la-formazione-passa-per-la-via-del-fallimento/ https://minimaetmoralia.it/societa/la-formazione-passa-per-la-via-del-fallimento/#comments Wed, 16 Mar 2011 12:55:53 +0000 http://www.minimaetmoralia.it/?p=3981 Il problema che contraddistingue il nostro tempo consiste nel come riuscire a preservare la funzione educativa propria del legame familiare di fronte a una crisi sempre più radicale e generalizzata del discorso educativo. Come vi può essere educazione – e dunque formazione – se l’imperativo che orienta il discorso sociale s’intona perversamente come un «Perché no?» che rende insensata ogni esperienza del limite? Come si può introdurre la funzione virtuosa del limite

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Il problema che contraddistingue il nostro tempo consiste nel come riuscire a preservare la funzione educativa propria del legame familiare di fronte a una crisi sempre più radicale e generalizzata del discorso educativo. Come vi può essere educazione – e dunque formazione – se l’imperativo che orienta il discorso sociale s’intona perversamente come un «Perché no?» che rende insensata ogni esperienza del limite? Come si può introdurre la funzione virtuosa del limite – funzione che assegna un senso possibile alla rinuncia e che rende possibile l’unione di Legge e desiderio – se tutto tende a sospingere verso l’apologia cinica del consumo e dell’appagamento senza differimenti? Come può il legame familiare non cedere sulla sua funzione educativa, sul suo essere il luogo elettivo della trasmissione del desiderio e della soggettivazione, se il discorso sociale dominante esalta l’aggiramento della castrazione come perno della nuova morale iperedonista? Come è possibile sostenere la funzione formatrice della rinuncia e del limite quando l’assenza o il declino dei riferimenti normativi all’Ideale finisce per rendere la rinuncia al godimento pulsionale immediato sempre più insensata?

La difficoltà in cui versa ogni discorso educativo è doppia: per un verso è difficoltà ad assumere con responsabilità la differenza generazionale introducendo il potere simbolico dell’interdizione. Per un altro è difficoltà a trasmettere il desiderio da una generazione all’altra; è difficoltà nel dare testimonianza di cosa significhi desiderare.

I compiti della funzione paterna

L’assenza di conflittualità come fattore imprescindibile della formazione è uno dei sintomi maggiori del legame familiare e del legame sociale ipermoderno. Il nuovo disagio della giovinezza non è più segnato dall’Edipo, non si produce dal conflitto tra le generazioni, dalla tragedia dell’usurpazione, dal carattere trasgressivo del desiderio che infrange la Legge. Il disagio della giovinezza prodotto dal discorso del capitalista è un disagio legato a un effetto di intasamento e di intossicazione generato dall’eccesso di godimento e dal declino della funzione simbolica della castrazione. La clinica dei cosiddetti nuovi sintomi mostra bene come il problema dell’attuale disagio della giovinezza non sia tanto quello del conflitto tra il programma della pulsione e quello della Civiltà, tra l’immaginazione del desiderio e il peso opprimente della realtà, tra le ragioni dei figli e quelle dei padri, ma di come accedere all’esperienza del desiderio.

Questa difficoltà di accesso al desiderio ha certamente a che fare, come abbiamo visto, con l’egemonia incontrastata del discorso del capitalista e con l’evaporazione del padre che da essa scaturisce. Ma ha anche molto a che fare con un’assenza di adulti, con una caduta della differenza generazionale e della responsabilità che essa comporta.

Una mia giovane paziente raccontava tutto il suo disagio (e il suo godimento inconscio) nel dover sostenere il padre che, separatosi dalla madre quando lei aveva solo 2 anni, esige di essere consolato ogni volta che le sue storie d’amore finiscono nel nulla. Un’altra giovane paziente bulimica che rubava nei supermercati mi parlava della difficoltà di trovare un argine simbolico sufficientemente solido in grado di frenare la sua corsa rovinosa del godimento. Il suo problema non era quello di raggiungere il godimento della trasgressione per la via dell’aggiramento clandestino della Legge, ma come poter risvegliare la Legge paterna dal suo sonno sconsiderato, di come poter essere vista rubare da qualcuno che avrebbe assunto finalmente la responsabilità di fermare la sua deriva pulsionale.

La crisi attuale dell’operatività dell’ordine simbolico coincide con la crisi del potere di interdizione, ma anche con la difficoltà della trasmissione del desiderio da una generazione all’altra, coincide con la capacità degli adulti di fornire una testimonianza su come si possa esistere senza voler suicidarsi o impazzire, sulla capacità di rendere questa esistenza degna di essere vissuta. È il doppio compitodella funzione paterna. Essere chiamati a introdurre un «No!» che sia davvero un «No!» (un mio paziente tossicomane si lamentava di non aver mai incontrato un «No!» di questo genere) e, al tempo stesso, saper incarnare un desiderio vitale e capace di realizzazione. Perché questo doppio compito è oggi così difficile da sostenere?

Il dono di una generazione all’altra

Soffermiamoci su almeno due grandi nuove angosce dei genitori di oggi. La prima è relativa all’esigenza di sentirsi amati dai loro figli. Questa esigenza è inedita e ribalta la dialettica del riconoscimento: non sono più i figli che domandano di essere riconosciuti dai loro genitori, ma sono i genitori che domandano di essere riconosciuti dai loro figli. In questo modo la dissimmetria generazionale viene ribaltata. Per risultare amabili è necessario dire sempre «Sì!», eliminare il disagio del conflitto, delegare le proprie responsabilità educative, avallare il carattere pseudodemocratico del dialogo. In questo modo si produce una collusività patogena tra questo «Sì!» perpetuo e il «Perché no?» perverso che ispira il discorso sociale dominante.

La clinica psicoanalitica mostra che senza l’esperienza del limite, l’esperienza stessa del desiderio viene fatalmente aspirata verso un godimento di morte. Lo abbiamo ripetuto più volte. Resta indispensabile che qualcuno – al di là delle differenze di genere e anche al di là del legame di sangue perché, come usava ripetere spesso l’ultimo Lacan, «qualunque cosa» può porre in esercizio la funzione paterna – si assuma il peso dell’atto di introdurre la castrazione simbolica. Considerando però che in questo atto di interdizione è già in gioco un movimento di donazione. Perché la Legge che il padre incarna, senza pensare mai di esaurirla nella sua persona, non si manifesta affatto come una pura negazione repressiva, ma come ciò che sa rendere possibile il desiderio. È il problema della trasmissione: una generazione deve donare all’altra, insieme al senso del limite, la possibilità dell’avvenire, il desiderio come fede nell’avvenire.

La seconda grande angoscia dei genitori di oggi è quella legata al principio di prestazione. Lo scacco, l’insuccesso, il fallimento dei propri figli sono sempre meno tollerati. Di fronte all’ostacolo la famiglia ipermoderna si mobilita, più o meno compattamente, per rimuoverlo senza dare il giusto tempo al figlio di farne esperienza. Le attese narcisistiche dei genitori rifiutano di misurarsi con questo limite attribuendo ai figli progetti di realizzazione obbligatoria. Ma, come ha scritto Sartre, se i genitori hanno dei progetti per i loro figli, i figli avranno immancabilmente dei destini… e quasi mai felici. Avere un figlio senza difetti, capace di prestazione, riflette le angosce narcisistiche dei genitori. Il fallimento della trasmissione può essere legato a un’esigenza di clonazione, di immedesimazione nel proprio discendente, di ripetizione dello stesso destino. Era ciò che accadeva nell’epoca edipica del disagio della giovinezza. Ma può accadere anche che esso si produca come effetto di un’assenza di atti simbolici, come accade nel tempo ipermoderno. In questo caso non avremo l’investitura fallica, la clonazione, il carattere sacro dell’identificazione – «Diventa come me!» – ma un’esigenza superegoica di efficienza. Non conta tanto la clonazione, ma la necessità di occultare ogni imperfezione. I genitori di oggi sono terrorizzati dalla possibilità che l’imperfezione possa perturbare l’apparizione del loro figlio come ideale. È un nuovo mito della nostra civiltà: dare ai figli tutto per poter essere amati; coltivare il loro essere come capace di prestazione per scongiurare l’esperienza del fallimento. Ne consegue che i nostri giovani non sopportano più lo scacco perché a non sopportarlo sono innanzitutto i loro genitori. Il principio di prestazione ipermoderno è un principio di affermazione dell’io. Ma siamo sicuri che il successo dell’io si accompagni alla soddisfazione?

Elogio del fallimento

La psicoanalisi non tesse affatto l’elogio della prestazione. Il lavoro dell’analisi è antagonista al narcisismo dell’apparizione, a quel successo dell’io che abbaglia e cattura i giovani di oggi. L’esperienza dell’analisi punta piuttosto a scorticare l’involucro narcisistico dell’immagine per porre il soggetto di fronte alla verità del proprio desiderio. Tutto nell’esperienza analitica mira a ridurre i falsi prestigi dell’io, come si esprimeva Lacan. La psicoanalisi non sostiene il culto ipermoderno della prestazione, ma tesse l’elogio del fallimento. Essa raccoglie i resti, i residui, le vite di scarto; lavora sulle cause e sulle vite perse. Per fare lo psicoanalista bisogna amare le cause perse… Ma cosa significa tessere un elogio del fallimento? Il fallimento non è solo insuccesso, sconfitta, sbandamento. O meglio, è tutto questo: insuccesso, sconfitta e sbandamento, ma è anche il suo rovescio. Il fallimento, secondo Lacan, è proprio del funzionamento dell’inconscio. La sua definizione di atto mancato è tutta un programma: un atto mancato è il solo atto riuscito possibile. Perché? Perché è un atto mancato per l’io, ma è riuscito per il soggetto dell’inconscio. Lo stesso accade in una sbadataggine o in un lapsus. Il fallimento è uno zoppicamento salutare dell’efficienza della prestazione. E, in questo senso, la giovinezza è il tempo del fallimento o, meglio, è il tempo dove il fallimento dovrebbe essere consentito. È quel tempo che esige il tempo del fallimento, dell’errore, dell’erranza, della perdita, della sconfitta, del ripensamento, del dubbio, dell’indecisione, delle decisioni sbagliate, degli entusiasmi che si dissolvono e si convertono in delusioni… del tradimento e dell’innamoramento…

Perdersi è necessario

I giovani sono esposti al fallimento perché la via autentica della formazione è la via del fallimento. Lo insegnava Hegel e lo insegnano i testi biblici, prima della psicoanalisi. È il fratello più giovane che, nella celebre parabola evangelica, chiede al padre la sua parte di eredità in anticipo per dissiparla nel godimento più ottuso. La formazione è erranza, discontinuità, incontro, rottura del familismo. C’è sempre nel cammino di una vita una caduta da cavallo, un incontro con la terra, un faccia a faccia con lo spigolo duro del reale. In questo senso i giovani sono più esposti alla malattia dell’inconscio. Perché ci sia incontro con la verità del desiderio è necessario smarrirsi, fallire, perdersi. Chi non si è mai perduto non sa cosa sia ritrovarsi… Ecco perché Lacan diceva di contare solo su di loro, sui giovani, e su di essi poneva la sua speranza per l’avvenire della psicoanalisi. I giovani sanno perdersi come nessun altro… Sanno perdersi e ritrovarsi… Ma è fondamentale la presenza degli adulti perché questo avvenga. Sono necessari una casa, un legame, un’appartenenza perché l’erranza dia i suoi frutti. È necessario che i genitori sappiano tollerare le angosce di questo andirivieni.

Il nostro elogio del fallimento sovverte drasticamente l’illusione del discorso del capitalista: «il fallito è l’oggetto», afferma Lacan. Questo significa che l’oggetto non si presenta come ciò che può colmare la «mancanza a essere» che abita il soggetto, ma che l’incontro con l’oggetto è strutturalmente marcato da una condizione fallimentare. L’oggetto è sempre fallito, è sempre insoddisfacente, è sempre un vuoto, una lacuna. La pulsione non si chiude su di esso, ma deve farne il giro. L’oggetto è fallito perché non è mai raggiunto, perché si raggiunge solo la sua ombra. È questo il fondamento della teoria lacaniana dell’inesistenza del rapporto sessuale. L’essere umano è condannato a fronteggiare il sesso senza possedere la chiave per decifrarne il mistero. Se nel mondo animale questa chiave è inscritta biologicamente, determinata geneticamente, valida universalmente, per l’essere umano non c’è alcuna natura che la regoli.

Una nuova forma di schiavitù

Cosa è il disagio della giovinezza nella civiltà dominata dal discorso del capitalista e dalla sua «libertà immaginaria», dalla libertà del godimento che in realtà è una manifestazione del Super-io, ovvero dell’istanza che nega ogni forma possibile di libertà, che rende schiavi? Questa libertà non è il lievito del desiderio, per usare un’immagine evangelica, ma una nuova forma di schiavitù che rigetta ogni forma di responsabilità.

Il discorso della psicoanalisi è antagonista a quello del capitalista perché la psicoanalisi denuncia l’oggetto come fallito, mentre il discorso del capitalista ne sostiene il potere feticistico, idolatrico, anche se astutamente ne sfrutta l’inconsistenza. Schierarsi dalla parte del fallimento dell’oggetto, del fallimento del rapporto sessuale, del fallimento proprio del soggetto dell’inconscio, è la sola possibilità per provare a far sorgere di nuovo il desiderio e la sua Legge.

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Passare il testimone https://minimaetmoralia.it/approfondimenti/passare-il-testimone/ https://minimaetmoralia.it/approfondimenti/passare-il-testimone/#comments Thu, 16 Dec 2010 09:28:09 +0000 http://www.minimaetmoralia.it/?p=3476 Questo articolo è uscito sul Sole 24 Ore.

di Nicola Lagioia

Il mese scorso, il governatore della Banca d’Italia Mario Draghi ha individuato nel precariato uno dei motivi dello stallo del sistema-Italia. Al suo allarme, ha fatto eco quello di molti rappresentanti del nostro mondo politico. È difficile non pensare che – a livello istituzionale – venga certificato con ritardo ciò che per determinate categorie anagrafiche risulta sin troppo vero da anni sul piano sociale, privato, e perfino oniric

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Questo articolo è uscito sul Sole 24 Ore.

Alcuni mesi fa, il governatore della Banca d’Italia Mario Draghi ha individuato nel precariato uno dei motivi dello stallo del sistema-Italia. Al suo allarme, ha fatto eco quello di molti rappresentanti del nostro mondo politico. È difficile non pensare che – a livello istituzionale – venga certificato con ritardo ciò che per determinate categorie anagrafiche risulta sin troppo vero da anni sul piano sociale, privato, e perfino onirico (ho l’impressione che una classe dirigente formatasi in tempi di fantasia al potere soffra oggi di un grave deficit immaginativo rispetto alla sostanza di cui sono fatti i sogni che popolano stabilmente le notti di un precario). E tuttavia, se nei palazzi dell’economia e della politica per tastare il polso alla realtà c’è bisogno delle cifre, le quali spesso arrivano quando il danno è compiuto – i dati del Fmi elaborati da “El Pais” ci hanno recentemente collocati al penultimo posto nel mondo per crescita decennale –, questo succede anche perché i più danneggiati dal guasto che ora si muove verso le fasce alte delle dichiarazioni Irpef hanno pochissime occasioni per farsi ascoltare. Senza lavoro, senza figli, senza voce: il protagonismo di almeno due generazioni di italiani si è polverizzato in questo modo all’alba del XXI secolo.

Sull’Italia come teatro del ricambio generazionale più lento d’Europa si discute da tempo senza risultati, e ora un libro di Pier Luigi Celli (ex dg della Rai, ex direttore delle risorse umane di Omnitel, Olivetti, Eni, Enel, attuale direttore generale della Luiss) si propone di rilanciare il dibattito attraverso un’ammissione di colpa. Il libro si intitola La generazione tradita, e parte dal presupposto che l’Italia degli over 50 abbia trascurato quello che forse è il primo dovere di un buon padre di famiglia: passare ai figli il testimone in modo responsabile.
Dirò subito che – a lettura ultimata –, questo tentativo di raccontare il tradimento di una generazione ad opera delle precedente con l’intenzione dichiarata di porvi riparo, certifica in realtà la propensione di una classe dirigente composta da persone della stessa formazione culturale del suo autore a perpetrare il tradimento finché sorte non la separi dalla plancia del comando. Il vizio di base del volume (che per comodità definirò: “paternalismo di Crono”) era presente in forma minore nell’occasione che l’ha generato. Nel novembre del 2009 Celli pubblicò su Repubblica una lettera aperta al figlio neolaureato in cui gli consigliava di abbandonare l’Italia perché in un paese che calpesta il merito non c’è spazio per i talenti di buona volontà. La lettera scatenò una prevedibile polemica. Tra chi disapprovò l’arte di abbandonare la nave, fu Benedetta Tobagi ad avere la sensibilità di far notare quanto sarebbe stato salutare se la discussione fosse stata innescata dalla penna di un figlio e non da quella di un padre. La generazione tradita soffre nel grande stile di 134 pagine il difetto di quella lettera di un paio di cartelle: l’ansia fagocitatrice di ricoprire tutti i ruoli.
Il libro di Celli parla di giovani ma non parla mai davvero a loro (a creare la distanza è il paternalismo di frasi come “se si dedica loro tempo e attenzione, non è raro scoprire in questi giovani una consapevolezza che impressiona”), parla di come farli uscire da una situazione di minorità ma poi sembra anelare all’eterna dilazione di questo momento: noi li abbiamo traditi, – sembra il suo paradossale leitmotiv – noi ci dogliamo di questo tradimento (noi cioè ne siamo gli unici testimoni, dal momento che loro a causa nostra non hanno voce), e soprattutto soltanto noi adesso saremo in grado di salvarli, come si evince dal capitolo del libro dedicato al congedo della generazione dei padri dalla vita lavorativa (anche questo rimandato sine die) e significativamente intitolato “Farsi carico: un buon modo di chiudere in bellezza”.

Ma perché chi non è riuscito a dare ai propri figli un mondo migliore di quello che ha ricevuto dovrebbe togliere a questi ultimi persino la soddisfazione di provare a salvarsi da soli? Nella mancata risposta a questa domanda, risiede il secondo grave difetto d’impostazione di questo libro. La generazione tradita è pieno di teorie su come uscire dall’impasse in cui ci troviamo. Si tratta perlopiù di consigli su abiti mentali da indossare (le imprese dovrebbero recuperare un’anima, l’università non dovrebbe essere lasciata agli accademici, ecc.) Ma se davvero si vuole mettere la propria esperienza al servizio delle nuove generazioni, non sarebbe più istruttivo puntare più sui propri errori che sui propri auspici? Non: figlio mio, alleniamoci a pensarla in questo modo (ancora l’ansia di interpretare i ruoli altrui); bensi: questi, in modo molto pratico, sono tutti gli errori in cui sono caduto, se sarai più bravo di me riuscirai a evitarli. Mi sarei aspettato questo, da chi appartiene a una classe dirigente che ha evidentemente fallito, se il nostro paese negli ultimi dieci anni ha perso posizioni su posizioni per ciò che riguarda sia l’economia che l’istruzione, per tacere del disastro politico. E invece l’unica soddisfazione – una sorta di rimosso che torna a galla – si rinviene nella parte del libro in cui si dice: “eppure, anche a dispetto di tutti i tentativi di tirarla in lungo il più possibile, il fine carriera arriverà, indigesto”. Ecco. Ciò che l’Italia chiama “indigestione”, per un mondo più maturo è solo “l’ordine naturale delle cose”.

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