Palermo dal cielo Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/palermo-dal-cielo/ un blog di approfondimento culturale Tue, 06 Nov 2012 17:24:33 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=7.1 https://minimaetmoralia.it/wp-content/uploads/2025/07/cropped-cropped-309290503_464034925751050_1790831071097755281_n-32x32.jpg Palermo dal cielo Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/palermo-dal-cielo/ 32 32 Palermo è l’elefante https://minimaetmoralia.it/fotografia/palermo-e-lelefante/ https://minimaetmoralia.it/fotografia/palermo-e-lelefante/#comments Thu, 06 Jan 2011 15:01:30 +0000 http://www.minimaetmoralia.it/?p=3596 Questo articolo è apparso su Repubblica.

di Giorgio Vasta

La storia è nota. Un giorno il re ordina al ministro di riunire in una piazza tutti coloro i quali, nel regno, sono ciechi dalla nascita. Il ministro esegue, il re raggiunge la piazza, comanda che venga introdotto un elefante e invita i ciechi ad avvicinarsi e toccare l’animale.

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Questo articolo è apparso su Repubblica.

La storia è nota. Un giorno il re ordina al ministro di riunire in una piazza tutti coloro i quali, nel regno, sono ciechi dalla nascita. Il ministro esegue, il re raggiunge la piazza, comanda che venga introdotto un elefante e invita i ciechi ad avvicinarsi e toccare l’animale. A quel punto chiede che cos’è un elefante. Il cieco che ha toccato le orecchie dice che un elefante è un ventaglio ruvido e spesso, quello che ha toccato una zampa dice che un elefante è una colonna, chi ha toccato le zanne dice che è una lancia, il cieco che ha toccato la coda dice che è una cordicella.
Ovvero: ogni punto di vista ci consente una lettura delle cose e contemporaneamente, se non ci preoccupiamo di immaginarne altre, a quella lettura ci inchioda.

Palermo dal cielo (Lussografica 2010, prefazione di Paolo Portoghesi), il volume fotografico di Giuseppe Anfuso – “architetto volante” catanese da anni residente a Roma – è una straordinaria occasione per schiodarsi dalla percezione consueta di Palermo e reinventarne un’altra, tanto fisicamente inedita (la città sorvolata in uno spazio aereo “in deroga al vigente divieto”, come specificato all’inizio del libro) quanto psicologicamente – e, direi, epistemologicamente – in grado di spalancare una conoscenza della città che costringe a una riconsiderazione complessiva.

Palermo dal cielo è dunque, di fatto, la scoperta di un’ulteriore percezione dell’elefante (che, tra parentesi, è l’animale simbolo di Catania).

Perché il valore di questo libro, la sua delicatissima potenza, sta proprio nel dimostrare come una città che ad altezza occhi è – per me – il luogo dell’inerzia e della rassegnazione, una città vinta e abbandonata a se stessa (senza, fra l’altro, nessuna particolare sofferenza, anzi con una specie di torpido compiacimento), possa diventare, modificato drasticamente l’angolo visuale, qualcosa che a uno stato d’animo cupo, censorio e mai minimamente indulgente è capace di collegare un sentimento di tutt’altro segno, un’improvvisa tenerezza per gli spazi e le morfologie cittadine, per la percezione molecolare delle cose, per quella specie di gloria contorta che sta a volte dentro la miseria.

È chiaro che quanto appena detto, come già evidenziato, corrisponde a una prospettiva del tutto personale. Alla mia specifica percezione dell’elefante.

Palermo è la città nella quale ho vissuto per ventisei anni e nella quale non vivo più da quattordici (anche se forse, in una specie di filigrana, continuo a vivere a Palermo senza più abitarci). La mia esperienza della città – la città d’origine e dunque, a tutti gli effetti, l’origine – è contrastata e contraddittoria. Nel corso degli anni il rancore primigenio si è radicalizzato diventando ideologia. Il problema è che il rancore è uno spazio psicologico labirintico. È un vagare ostile, un aggirarsi senza andare. E inoltre il rancore – che pure può essere un motore straordinario – è autotrofo, si nutre di sé, dunque è potenzialmente inesauribile.

Un libro come Palermo dal cielo – un catalogo visivo costruito attraverso dieci itinerari aerei che coprono l’intero territorio cittadino – è un modo per arrestare il girovagare a vuoto nel labirinto, intravedere una direzione e far esistere un movimento vivo e fertile, qualcosa di simile all’andare, al venir fuori dal rancore.

Palermo, vista dal cielo, è un colpo di scena mite, la rivelazione di un’armonia che diversamente, percorrendo la città immersi nelle sue strade, risulta impensabile. Infatti in una prospettiva planimetrica, o meglio stereometrica, Palermo appare tersa, persino logica, effetto di un pensiero che ha saputo saldare nel tempo la razionalità di un progetto – il cardo e il decumano che si intersecano nella sintesi curvilinea dei Quattro Canti, l’intelligenza formale della Fontana di piazza Pretoria, l’impianto a raggi concentrici, al contempo limpidissimo e misterioso, di Villa Giulia – a un territorio che tende di continuo a fare eccezione a ogni criterio organizzativo – le vie strette e circonvolute di quell’arcaico cervello palermitano che è il mercato della Vucciria (uno cervello eternamente crivellato, le macerie come locale monumento all’inerzia amministrativa), i resti del Castellammare (distrutto nel 1922, una specie di rimosso che nelle foto di Anfuso ritorna visibile), la struttura concentrazionaria dello Zen, l’espansione incontrollata di quelle che in Zero maggio a Palermo Fulvio Abbate chiama le “zone nuove”.

In una nota Giuseppe Anfuso chiarisce di non aver voluto proporre immagini strumentali a un’esaltazione della scenografia urbana, nessuna intenzione di teatralizzare lo spazio; semmai – sulla scorta dei grandi cartografi del passato che si affidavano al disegno e a un’incredibile capacità di astrazione – ha voluto fondare la sua ricognizione sul bisogno etico di leggere Palermo attraverso fotografie “piatte e acritiche”, sulla necessità di fabbricare uno sguardo che riesce sì a farsi struggimento, ma per sottrazione, tenendo il giudizio sotto controllo. Un sentimento, potremmo dire, che nasce da una programmatica desentimentalizzazione.

A uno sguardo a volo d’uccello – se non addirittura satellitare; di più: extraterrestre – Palermo è dunque una città normale (e appunto, proprio in misura di questa normalità, struggente). Modificando la prospettiva spaziale Palermo dal cielo sovverte prima di tutto la percezione del tempo, ripristina la storia e conferisce a questi spazi una strana composta classicità, una possibilità di rispetto, scioglie il rancore in tenerezza e inventa un altro senso, una nostalgia (non tanto del passato quanto del futuro).

In fondo al gruppo di ciechi che circondano l’elefante ce n’è uno che è rimasto qualche passo indietro. All’ordine del re si sporge anche lui in avanti, allunga un braccio, apre la mano, brancola per un poco e infine stringe tra le dita un pugno d’aria: il suo elefante – le fotografie di Giuseppe Anfuso, il mio elefante – è il vuoto. Palermo è sentire la mancanza.

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