Paola Soriga Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/paola-soriga/ un blog di approfondimento culturale Fri, 03 Mar 2017 22:21:57 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=7.1 https://minimaetmoralia.it/wp-content/uploads/2025/07/cropped-cropped-309290503_464034925751050_1790831071097755281_n-32x32.jpg Paola Soriga Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/paola-soriga/ 32 32 John Cheever e Roma https://minimaetmoralia.it/approfondimenti/john-cheever-e-roma/ https://minimaetmoralia.it/approfondimenti/john-cheever-e-roma/#comments Wed, 04 Jun 2014 14:55:32 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=21232 È uscito il nuovo numero di Nuovi Argomenti dove, tra le altre cose, si può trovare Granturismo, una bella sezione curata da Francesco Longo con contributi di Annalena Benini, Filippo Bologna, Stefano Adami, Paola Soriga, Massimo Palma, Giulio Silvano e Fabio Stassi. Pubblichiamo il pezzo di Francesco Longo su Cheever e l'Italia e vi invitiamo a comprare e a leggere la rivista. (Fonte immagine)

«Dopo essermi interrogato per tanti mesi sulla profondità e la genuinità del mio amore per l’Italia, dopo aver immaginato tante volte questa scena, me ne sto sul ponte di poppa, fissando le scogliere lungo la costa: tutto scivola via e scompare con la stessa insignificanza e rapidità di un castello di carte.» La sensazione di un mondo che scivola verso l’oblio invade John Cheever quando, dopo quasi un anno trascorso a Roma, i motori della nave lasciano il porto di Napoli per riconsegnarlo all’America.

L’idea che il suo periodo in Italia sia giunto a un grande tramonto risulterà però un inganno dei sensi. I suoi mesi non spariranno affatto senza lasciare traccia, anzi, un immaginario nuovo affiorerà presto nella sua produzione artistica. A Cheever non soltanto capiterà di tornare col pensiero al suo soggiorno a Roma – sono sufficienti delle nuvole colorate di arancio «entrando a New York in macchina nel crepuscolo piovoso», perché il pensiero torni alla capitale italiana –; ma è soprattutto nella stesura dei racconti che riemergerà la terra assolata, lo stile di vita semplice, le donne seducenti, il paesaggio dolce e sciatto e l’ambigua mentalità mediterranea, tutto ciò che gli parve venisse inghiottito dall’orizzonte nell’atto di salpare.

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È uscito il nuovo numero di Nuovi Argomenti dove, tra le altre cose, si può trovare Granturismo, una bella sezione curata da Francesco Longo con contributi di Annalena Benini, Filippo Bologna, Stefano Adami, Paola Soriga, Massimo Palma, Giulio Silvano e Fabio Stassi. Pubblichiamo il pezzo di Francesco Longo su Cheever e l’Italia e vi invitiamo a comprare e a leggere la rivista. (Fonte immagine)

L’Italia: un castello di carte

«Dopo essermi interrogato per tanti mesi sulla profondità e la genuinità del mio amore per l’Italia, dopo aver immaginato tante volte questa scena, me ne sto sul ponte di poppa, fissando le scogliere lungo la costa: tutto scivola via e scompare con la stessa insignificanza e rapidità di un castello di carte.» La sensazione di un mondo che scivola verso l’oblio invade John Cheever quando, dopo quasi un anno trascorso a Roma, i motori della nave lasciano il porto di Napoli per riconsegnarlo all’America.

L’idea che il suo periodo in Italia sia giunto a un grande tramonto risulterà però un inganno dei sensi. I suoi mesi non spariranno affatto senza lasciare traccia, anzi, un immaginario nuovo affiorerà presto nella sua produzione artistica. A Cheever non soltanto capiterà di tornare col pensiero al suo soggiorno a Roma – sono sufficienti delle nuvole colorate di arancio «entrando a New York in macchina nel crepuscolo piovoso», perché il pensiero torni alla capitale italiana –; ma è soprattutto nella stesura dei racconti che riemergerà la terra assolata, lo stile di vita semplice, le donne seducenti, il paesaggio dolce e sciatto e l’ambigua mentalità mediterranea, tutto ciò che gli parve venisse inghiottito dall’orizzonte nell’atto di salpare.

I mesi romani non trascorsero diversamente dalla sua condotta americana. Cheever arriva a Roma nel 1957 con la moglie Mary, la figlia Susan (Susie) di quattordici anni e il figlio Benjamin (Ben) di nove. Il terzo figlio, Federico, nascerà proprio in un ospedale a Roma (Susan e Benjamin diventeranno scrittori, Federico sarà professore di diritto all’università).

Come sempre, anche durante il soggiorno italiano, Cheever è sopraffatto da sentimenti ambivalenti: oscilla tra fitte di gioia e assalti di tristezza, stati d’animo che vengono alterati dal continuo ricorso a bicchieri di gin e di whisky. Esattamente come avveniva nel mondo provinciale che si è lasciato alle spalle, l’autore che un anno prima ha pubblicato The Wapshot Chronicle è attraversato da crisi di insicurezza e passioni incontenibili, sempre alla ricerca di «un equilibrio fra lo scrivere e il vivere».

È sufficiente, per capire la contraddittorietà delle fazioni che si danno battaglia nella sua anima, osservare ciò che appunta nel diario proprio il giorno seguente alla nascita del figlio Federico. Cheever va e torna dall’ospedale in autobus. Una volta a casa, è consapevole di non aver mai amato così un bambino, eppure gli basta nulla perché i suoi assilli si accendano e lo portino altrove: «e mentre guardo giù in strada dal balcone bramo la libertà dei giovani maschi sulle decappottabili che vanno giù a Ostia a scatenare l’inferno, e noto che un uomo può ricevere quasi tutto ciò che il mondo ha da offrire e continuare ugualmente a desiderare altro».

Neanche Roma, dunque – col suo cielo incantevole, col vento gelido che fa muovere le foglie, traboccante d’arte e con un passato da scoprire in ogni rovina – riesce a sedare i suoi tormenti. «La prima notte a Roma vado a piedi sulla scalinata di piazza di Spagna. Sono un po’ deluso. Ma trovo le persone bellissime e non camuffate, come a casa. Le ragazze incantevoli e gli uomini belli, galanti. Quando vedo un americano non sembra altrettanto ben integrato né altrettanto ben vestito. Non siamo una nazione di guardoni però sembriamo introspettivi.»

Agli occhi di Cheever, Roma si manifesta soprattutto nei corpi attraenti dei suoi abitanti. Nel cuore della notte si sveglia preda di preoccupazioni senza nome. Non si contano le volte che scrive: «uscendo da Palazzo Doria verso le cinque o le sei – il tumulto di una grande città al calare della sera – sono preoccupatissimo e ho un bisogno lancinante di bere qualcosa»; oppure: «sono le quattro e sono a Roma e voglio da bere».

Non sarebbe John Cheever se non fosse scosso da ogni dettaglio della realtà, se non fosse pungolato da voglie vergognose e se non ormeggiasse continuamente su isole di serenità assoluta dove godere momenti di beatitudine. Roma non è una vacanza e non è un periodo di lavoro. Roma è uno specchio: «forse questo viaggio da un paese a un altro getta una luce troppo indiscreta sulla struttura raffazzonata della mia vita».

Com’è dunque questa Roma che si schiude sotto i passi di uno dei maggiori scrittori americani di racconti del Novecento? Quali furono le prime impressioni? «La gente – scrive sui taccuini – parla di Roma come noi parlavamo del campo scout: la odierai per le prime due settimane poi non vorrai andartene più. Quindi la cosa più intelligente da fare è lasciar passare queste tempeste di estraneità e vedere come si sta fra due settimane o un mese.»

Per uno scrittore straniero, il viaggio in Italia è sempre anche un momento di riflessione sull’arte, sul passato della civiltà e indirettamente sulle origini della cultura a cui appartiene. Ai tempi di Cheever, il mito del viaggio in Italia alla ricerca della bellezza è diventato però esso stesso un monumento di cui essere spettatori. Sono emblematiche, a questo proposito, le frasi che si leggono nei diari, pubblicati da Feltrinelli nel volume intitolato Una specie di solitudine (tradotto da Adelaide Cioni, 2012).

Com’è capitato a tutti gli scrittori che intrapresero il Gran Tour, anche in Cheever abita un senso di stupore verso l’antica Roma, seppure non cristallino e quasi mai immediato. Nel momento in cui sta per risuonare dentro di lui la sublimità, sopravviene sempre qualche elemento di distrazione:

Quanto alle rovine, il rappresentate di rotative americano venuto in aereo per un convegno di otto ore dice, nel bar di questo albergo scalcagnato: «Cristo, qui si vede proprio da dove veniamo tutti quanti: cioè il senso del passato è pazzesco». Ma non è sempre facile sentirlo. I libri turistici, le guide, i nostri amici e conoscenti, e persino gli sconosciuti ci invitano a soccombere di fronte al senso del passato, ma il presente allora? In piedi dentro il Pantheon rimango impressionato dalla cupola, ma i bambini mi tirano per la giacca e mi chiedono di comprare dei pasticcini o di portare a casa uno degli splendidi gatti che poltriscono sotto il portico. Andando a incontrare E: alle Terme di Caracalla in un crepuscolo piovoso, entro brevemente a guardare gli ammassi colossali di mattoni poi osservo dei ragazzini che provano dei colpi a calcio in un campetto. Mi interessano molto di più loro.

Ecco che già ai primi contatti, il fascino delle rovine sfugge per le troppe interferenze. Una via paradossalmente più autentica, forse, per accedere ai richiami millenari, è farsi allora spettatore non solo del paesaggio che evoca epoche remote, ma dei fantasmi dei pellegrini culturali dei secoli più recenti.

E così, sulle tracce di quanti si misero in cerca della classicità, Cheever diventa un osservatore di secondo grado:

Io e Ben passiamo accanto al Foro che, con l’erba verde che ancora cresce tra le pietre, sembra due volte una rovina: una rovina dell’antichità e un monumento alla tenerezza che provavano i viaggiatori del diciottesimo secolo e diciannovesimo secolo, poiché non vediamo soltanto i fantasmi degli antichi romani ma vediamo anche i fantasmi di signore con il parasole e uomini con la barba e bambini che giocano in cerchio.

I fantasmi che ancora si aggirano orientano lo sguardo di Cheever che altrimenti risulterebbe inadatto a sintonizzarsi con le voci più polverose. A volte, il suo atteggiamento pare addirittura scettico, sfacciatamente sordo davanti alla vertiginosa e suadente illusione di poter toccare la Storia: «al Colosseo dico a Ben che i cristiani venivano divorati dai leoni, anche se credo che non sia vero. Mi colpisce la mole delle arcate esterne, eppure non vengo colto dal senso del passato in maniera altrettanto diretta di quando mi sono trovato nell’ufficio contabilità di Portsmouth. Ci sforziamo di sentire la presenza degli antichi romani, poi accarezziamo un gatto randagio».

Tornato in America, Cheever scriverà racconti per tutta la vita. Storie brevi e potenti che hanno avuto la forza di raccontare la classe media che si stava formando e l’America intera che cercava la sua identità. Sarà anche lui, insieme a Richard Yates, Harold Brodkey o Raymond Carver, a influenzare tutti gli scrittori che in seguito racconteranno i sobborghi, le città e la vita delle coppie che le abitano.

Streeter è un americano a Roma. Sente la necessità di imparare l’italiano. Tra scuole di lingua e insegnanti troppo avvenenti, i primi tentativi sono fallimentari finché non incontrerà Kate Dresser, anche lei americana. Streeter «adorava la camminata serale dal suo ufficio, poco oltre il Pantheon, alla casa di Kate». Tra i lati positivi del suo «esilio», Streeter prova un esaltante senso di libertà e «un’accresciuta consapevolezza della bellezza di ciò che ogni giorno poteva ammirare».

Streeter è il protagonista del racconto di Cheever che si intitola The bella lingua, in cui Roma profuma tanto di caffè quanto di incenso. Per Streeter le rovine della Roma repubblicana e imperiale sono disorientanti e inafferrabili, «ma tutto sarebbe stato più chiaro quando avrebbe saputo parlare l’italiano». Se si potesse giudicare da questo racconto, per Cheever esisteva forse un nesso strettissimo tra la conoscenza della lingua e la capacità di integrarsi in una cultura.

Addirittura, descrivendo una gita, sostiene il narratore che Streeter «non era in grado di capire una sola parola. Questo lo portò alla convinzione che egli, parimenti, non era in grado di capire il paesaggio».

La fortuna di Streeter è l’incontro con Kate e suo figlio Charlie, giovane amante del baseball. Presto il racconto cambia tono. Sta per arrivare in Italia uno zio che vuole prendere Charlie e riportarlo in America e Kate è angosciata. The bella lingua è un’occasione per raccontare la Roma che Cheever ha conosciuto e infatti Streeter fa lunghe camminate. Una domenica, passeggia all’infinito tra lo sferragliare dei tram, le persone con i pacchetti di dolci in mano, un incidente stradale, un funerale: «accanto alla tomba di Augusto notò un ragazzo che chiamava un gatto e gli offriva qualcosa da mangiare. Era uno delle migliaia di milioni di gatti che vivono tra le rovine dell’antica Roma e che mangiano rimasugli di spaghetti». Ancora gatti e rovine, come nei taccuini: forse un ricordo autobiografico?

Arrivato a casa, Streeter: «si versò un po’ di whisky e acqua in un bicchiere e uscì in balcone. Ammirò il calare della notte e le luci nelle strade che via via si accendevano. Fu preso dallo sconforto. Non voleva morire a Roma». Whisky in balcone, un altro ricordo autobiografico?

Lo zio George arriva a Napoli. Si mette in viaggio verso Roma. Nel percorso viene truffato («inveì di rabbia contro i ladri, pronunciò parole cariche d’odio contro l’Italia e contro tutta la sua popolazione di ladri, suonatori d’organetto e muratori») riproponendo una specie di topos letterario circa la tratta Roma-Napoli, visto che di incidenti nel percorso scrisse già Petrarca.

Kate chiede a Streeter di stare a casa quando arriverà lo zio, il cui impatto con Roma è ruvido: «Roma era brutta – scrive Cheever – o perlomeno lo era la periferia: tram e negozi di mobili a prezzo ridotto, strade che si ripiegavano su se stesse e appartamenti in cui nessuno vorrebbe vivere». «“Ecco, ecco Roma,” disse la guida. Ed era proprio così.»

Arrivato da Kate, George è disgustato: «“Questo paese è immorale,” disse lo zio George sedendosi in una delle sedie dorate. “Non ero nemmeno arrivato che mi hanno rubato quattrocento dollari e poi passeggiando per le strade qui a Roma non ho visto altro che statue di uomini senza vestiti. Nulla addosso!”». La conclusione è scontata: «“Voglio che tu e tuo figlio torniate a casa con me”».

Meno scontato è il finale del racconto, ed è impossibile non chiedersi con quale personaggio si identificò di più Cheever. Il figlio di Kate accetta subito la proposta dello zio, vuole lasciare l’Italia e andare in America. Cheever a Roma avvertì forse questo richiamo? La madre lo fulmina: «Come puoi avere nostalgia dell’America?». Cheever a Roma provò forse quest’impossibilità di avere nostalgia dell’America? Il figlio lotta, insiste, spiega: «Qui mi sento sempre estraniato. Tutte le persone per strada parlano una lingua diversa». La madre tuona: «La nostalgia di casa non esiste». Ecco un esempio classico di come nei racconti di John Cheever la tensione cresca fino a esplodere a volte in conflitti drammatici, con valori che conflagrano uno contro l’altro.

«Charlie, l’Italia ti mancherà» minaccia la madre. Cheever in America provò nostalgia per l’Italia? Il figlio sferra il colpo per ucciderla: «Mi mancheranno i capelli neri nel piatto».

Dopo aver ferito la madre ed essere corso a consolarla, il racconto si chiude. Qualche giorno dopo, Streeter torna a prendere la sua lezione di italiano, il figlio è partito: «E mentre si domandava se lei avrebbe menzionato Charlie o zio George, Kate si complimentò per i progressi fatti e lo incoraggiò a completare I promessi sposi e a comprare una copia della Divina Commedia».

Sono tanti, suggestivi e tutti interessanti, i volti con cui Roma si affaccia nei racconti di Cheever. Nella prima pagina della Duchessa, si legge: «Non era la Roma delle guide turistiche ma la Roma di oggi, il cui fascino non è certo dato dal Colosseo al chiaro di luna o da Piazza di Spagna bagnata da un acquazzone improvviso, ma dallo struggersi di una grande e antica città che, confusa, soccombe sotto la spinta del cambiamento». È in questo stesso racconto che le figure femminili si sciolgono nella città, che ora le incornicia e ora le esalta: «Ovunque l’avrebbero considerata bella, ma a Roma i suoi occhi azzurri, il suo pallido incarnato e i suoi capelli pieni di luce erano qualcosa di straordinario». Roma e le donne che vi abitano – il racconto è ambientato tra gli anni Trenta e Quaranta – sono a tal punto inscindibili che condividono un destino comune: «Sembrava che su quella donna affascinante, come in molto di ciò che ammirava di Roma, incombesse la minaccia dell’obsolescenza».

Nel racconto Una donna senza patria un americano e un’americana si incontrano al bancone di un bar dentro un hotel di Via Veneto, Roma è una terra in cui è impossibile mettere radici, la loro conversazione è appena iniziata quando lui dice a lei: «Ci sono giorni in cui non sento parlare una parola di americano decente. Si figuri che certe volte me ne sto in camera mia e mi parlo da solo per il piacere di sentire il suono della nostra lingua». Torna dunque il senso di estraneità dovuto alla differenza linguistica. Altre volte, come in Clementina, Roma è nobiliare e principesca.

Fu inevitabile, per il Cheever scrittore rientrato in America, tornare con la letteratura al porto di Napoli. E ripercorrere con la scrittura narrativa proprio il momento della partenza della nave che si stacca per tornare oltreoceano. L’occasione gli si presentò nella stesura del racconto che si intitola Boy in Rome, i cui personaggi vanno da Roma (qui descritta come una città in cui non si sente il rumore della pioggia: «mentre ero a letto quella notte, nella città in cui la pioggia non fa rumore») a Napoli. «Partimmo per Napoli quello stesso giorno, la nave per l’America salpava la mattina seguente: salutammo e seguimmo con lo sguardo le cime cadere nell’acqua non appena la nave cominciò a muoversi.»

Qui, rispetto ai taccuini, la prospettiva è dunque ribaltata. Il punto di vista non è di chi è a bordo in partenza e guarda la costa, ma di chi è a terra e osserva la nave che sta per prendere il largo. Scrive Cheever:

il porto di Napoli era ormai un fiume di lacrime, erano sempre tanti quelli che si commuovevano ogni volta che un’imbarcazione si staccava dal molo con il suo carico di emigranti. Mi domandai ancora una volta che tipo di sensazione avrei provato ad andarmene da qui e pensai agli amici di mia madre che non facevano altro che parlare di quanto amassero l’Italia, tanto che qualcuno, ascoltandoli avrebbe potuto immaginare che la penisola avesse più la forma di una donna nuda che di uno stivale.

Dopo averlo vissuto sulla propria pelle, Cheever fa sì che il protagonista si chieda cosa proverà nel lasciare l’Italia a bordo di una nave. Ed ecco che quel lontano timore che aveva vissuto in prima persona – la paura che tutto precipitasse nell’oblio – e che aveva registrato nei taccuini, trova, in un secondo momento, una forma letteraria: «Ne avrei sentito la mancanza, mi chiesi, o tutto si sarebbe sgretolato in un istante, crollato come un castello di sabbia? Tutto sarebbe scivolato via in un baleno e caduto nell’oblio?».

È la stessa identica immagine. L’Italia è un castello che si dissolve. Le traduzioni italiane suonano leggermente diverse, «castello di carte» nel diario, e «castello di sabbia» nel racconto Boy in Rome (tradotto da Leonardo Giovanni Luccone, uscito per la prima volta nel 1960 sulla rivista «Esquire», e contenuto nei Racconti, Feltrinelli 2012). Nella versione inglese invece c’è quasi una sovrapposizione: nei diari si legge «I stand at the stern deck, staring at the clile along the coast; it all slips and falls away as insignificantly and swiftly as a card house» e nel racconto Boy in Rome: «Would I miss it, I wondered, or would it all slip away like a house of cards, would it all slip away and be forgotten?».

Ma se la sensazione espressa nei diari può essere ancora vagamente autentica, la versione letteraria pare in confronto inevitabilmente una domanda retorica. L’uomo Cheever credette che l’esperienza italiana potesse svanire, il Cheever scrittore dovrebbe sapere che non è questa la realtà e potrebbe rassicurare il suo personaggio. Invece lo mette nella condizione di dubitare: tutto si sgretolerà?

L’Italia, per Cheever, non si sarebbe affatto sgretolata, né sarebbe caduta nell’oblio, ma sarebbe stata riedificata in America, mattone su mattone, parola su parola. Forse già nel viaggio di ritorno, Roma si sarebbe preparata nella testa di Cheever a diventare letteratura. Di certo, i suoi racconti avrebbero imitato la vita, e quell’inclinazione a credere che tutto ciò che fugge via possa essere recuperato con la nostalgia, il grande sconfinato magazzino dove tornano in piedi tutti i castelli di carte.

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Ancora su “Bellas mariposas” https://minimaetmoralia.it/cinema/ancora-su-bellas-mariposas/ https://minimaetmoralia.it/cinema/ancora-su-bellas-mariposas/#comments Thu, 16 May 2013 16:43:01 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=14394 Nel mondo del giornalismo culturale, dove spesso ormai alle recensioni si preferiscono le segnalazioni e le anticipazioni, una delle cose che non accade praticamente mai è che si parli due volte dopo dello stesso oggetto, e questo è tanto più vero se questo oggetto è una cosa piccola, un film indipendente, un libro uscito in […]

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Nel mondo del giornalismo culturale, dove spesso ormai alle recensioni si preferiscono le segnalazioni e le anticipazioni, una delle cose che non accade praticamente mai è che si parli due volte dopo dello stesso oggetto, e questo è tanto più vero se questo oggetto è una cosa piccola, un film indipendente, un libro uscito in sordina, etc… Anche per questo postiamo qui un altro articolo su uno dei più bei film di quest’anno. Se non l’avete fatto, andatelo a vedere, anche perché è facile che ne continueremo a parlare.

di Paola Soriga

Cate ci crede davvero che la luna la possa ascoltare, che da là in alto arrivi a sentire la sua voce di ragazzina affacciata alla finestra di un appartamento sgangherato in un palazzone di periferia.

Ha dodici anni e vive con una sorella piccola, una più grande che lavora la notte eppure è ancora bella come un angelo, e i suoi due bambini. Nell’appartamento, i letti uno sull’altro, ci sono anche il fratello più grande che la adora e, come lei, vuole fare il cantante, quello più piccolo, che si fa l’ultima dose di eroina a letto, prima di dormire, un altro che è un romantico e gioca a pallone e poi Tonio, che pensa solo alle donne e vuole uccidere “Gigi del quinto piano l’innamorato mio”. Il padre ha una pensione di invalidità anche invalido non è e non fa niente tutto il giorno, se non salire sugli autobus per strusciarsi addosso alle ragazze, mentre la madre è disabile davvero ma ugualmente lavora a casa e fuori. Cate parla guardando dritta negli occhi, e dallo schermo viene forte la disperazione che lei sa trasformare in forza.

Con ironia e grazia, Bellas Mariposas, il nuovo film di Salvatore Mereu, racconta la storia di una ragazzina che conosce le percosse della vita eppure sa mantenere l’incanto, la storia di un quartiere difficile, isolato anche fisicamente dal resto della città, la storia di questa città che è Cagliari allagata di luce. Cate e Luna, che sono “come sorelle e più che sorelle”, la mattina del 3 agosto “giorno dell’ammazzamento di Gigi”, se ne vanno a nuotare al Poetto, la spiaggia cittadina che con i suoi stabilimenti ricrea le separazioni sociali della città, tiene lontani i ricchi dai poveri, da quelli dei paesi. Arrivano la mattina alle nove, quando ci sono “soltanto mamme con bambini piccoli – i maschi si svegliano tardi”, e il mare le salva dalle mura svilenti in cui vivono, il mare che le accoglie ed è grembo trasparente che protegge, “quando nuoto dimentico casa quartiere futuro mio babbo il mondo – dovevo nascere pesce.” Se ne vanno per le strade deserte di Cagliari, i sandali sull’asfalto bollente e il bianco delle mura e le torri, a mangiare gelati e rispondere ai maschi, che anche se loro ancora sono piccole “e non c’è niente da vedere o da nascondere”, comunque le scocciano. I loro corpi normali, di adolescenti un po’ brutte e un po’ belle, protetti da un costume olimpionico, che è “come una corazza da guerriera”, la battuta sempre pronta, una trovata sfrontata. Vivono con madri e sorelle sfruttate e stanche, ma capaci di cantare e preparare un sugo speciale quando sono felici. Attorno a loro si muovono pigri gli uomini, legati a una cultura che esalta il sopruso e la violenza, l’assenza di parole per spiegare e raccontare. Tranne pochi. Per questo Cate è vergine e l’uomo se lo sceglierà dopo, quando sarà già una rock star, “come Marco Carta, che è sardo come noi”.

I personaggi del film, quasi tutti interpretati da attori non protagonisti che il regista ha saputo guidare e seguire, e che guidano noi nel loro difficile mondo, sono capaci di creare risate e tenerezza. Bravissime le due protagoniste, Sara Podda e Maya Mulas, ma anche gli altri, come Luciano Curreli, che interpreta il padre di Cate, e la piccola Giulia Coni, che è Luisella nel film. Tutti parlano quel garbuglio di italiano e cagliaritano che determina l’ironia, la leggerezza, fuor di retorica e senza crudezza, delle cose, che sono loro a essere crude, e bastano da sole.

Così è anche l’omonimo racconto lungo di Sergio Atzeni, da cui è tratto il film, pubblicato da Sellerio dopo la morte dello scrittore, annegato a 43 anni nel mare di Carloforte, nel 1995. L’ultimo libro di un autore che di Cagliari ha saputo raccontare, per primo, particolarità e contraddizioni, a partire da quel mare da cui è circondata, barriera che isola ma anche porta verso il mondo, che il mondo include in un meticciato lontano da ogni idea o mito di purezza identitaria o linguistica. Atzeni che ha cantato il groviglio di terre che si sono incontrate nella nostra, Cagliari che abbaglia, che ha una bellezza capace di stregare, anche quando respinge, e che appare all’improvviso vera e viva, nelle pagine di Atzeni, e diventa di tutti, entrando nei romanzi, nei libri in cui non era ancora stata, per anni nascosta dalla narrazione di una Sardegna interna, arcaica e immobile nei gesti e nei pensieri.

Bellas Mariposas è al cinema da poco più di un mese e soltanto in poche sale, a Roma al cinema Alcazar, in Sardegna in varie sale che non sono, come succede di solito per le piccole produzioni, le sale piccole dei cinema d’essai, ma quelle dei nuovissimi multisala, capaci di attirare un pubblico vasto e vario, perché per la Sardegna questo è un film importante, chissà che non lo diventi anche per il resto d’Italia, in cui arriverà presto. Il produttore, Gianluca Arcopinto, che già aveva lavorato nell’isola assieme a Mereu per Sonetàula, ha scritto che non basta fare un film sardo per avere successo in Sardegna, ed è vero, Bellas Mariposas, girato con pochi soldi e molta cura, sta dimostrando di essere in grado di arrivare lontano. È anche il primo film di Mereu di ambientazione cittadina, in un quartiere, Sant’Elia, che aveva conosciuto, due anni fa, girando Tabajone, un film documentario realizzato da ragazzini delle scuole medie, soprattutto figli di immigrati. Prima, invece, si era misurato con le storie della sua Barbagia e colpisce una scena di Bellas Mariposas, assente nel libro, in cui la madre di Cate spegne la tv che Luisella guarda mentre fa colazione, un programma di balli e canti sardi che la irrita, e la irrita perché “sembra che la Sardegna sia solo Nuoro, e a Iglesias, e a Cagliari, cosa siamo?”. Una battuta che, nel suo essere esemplare di questo aspetto della poetica atzeniana, l’aver dato cioè dignità letteraria a una parte di Sardegna un po’ fuori dal mito, considerata sempre troppo poco sarda, e che ha aperto la strada alla generazione successiva di narratori, come Milena Agus e Francesco Abate, mostra l’ironia del regista nuorese. Nel film Cagliari si mostra allo spettatore attraverso scorci dei quartieri antichi e di quelli moderni, luci accese e vento, e un impasto linguistico che è quello della quotidianità, niente è enfatico, l’identità passa attraverso l’amore per lo scherzo e la comicità, incroci e gomitoli di storie e parole. Così gli attori del film portano i loro accenti e le loro espressioni, alveare di voci come alveare è il quartiere, gli appartamenti piccoli dentro palazzoni enormi, fra campi di erba ingiallita dal sole, su una collina da cui si vede il mare, che dà quiete alle vite schiacciate e impotenti. Ambientato ai giorni nostri, quasi vent’anni dopo quindi rispetto al libro, mantiene lo stesso nome fittizio per il quartiere, che viene chiamato Santa Lamenera ma è in realtà Sant’Elia, quasi un altro protagonista della storia. Un set naturale che, come alcune favelas di Rio de Janeiro, si trova in uno dei punti più belli della città, periferia di dolore in cui non si entra se non si conosce qualcuno, o se non si ha da comprare il fumo o la coca. Non è stato semplice neanche girarlo, questo film, occorreva esseri attenti a ogni inquadratura, non sbagliare a girare la macchina da presa per le strade o i sottoscala, non filmare per caso le persone sbagliate.

Da qui prima o poi se ne andranno, Cate e Luna, che hanno sempre gli stessi pensieri e sanno che una sera d’estate può arrivare una strega a leggere il futuro nelle mani, che le giornate possono finire in modi imprevedibili e che la luna tonda dell’estate le può ascoltare e portare lontano. “E Luna ha detto Le nostre labbra sembrano farfalle. Ho risposto Anche noi sembriamo farfalle. Luna ha detto Bellas mariposas. E ci siamo addormentate.”

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Le letteratura, Roma, la resistenza, le donne, la storia, Paola Soriga https://minimaetmoralia.it/letteratura/le-letteratura-roma-la-resistenza-le-donne-la-storia-paola-soriga/ https://minimaetmoralia.it/letteratura/le-letteratura-roma-la-resistenza-le-donne-la-storia-paola-soriga/#comments Thu, 08 Mar 2012 10:12:18 +0000 http://www.minimaetmoralia.it/?p=6907 In questi giorni è uscito il romanzo di Paola Soriga, «Dove finisce Roma». Lo leggeremo e ne riparleremo. Ma la cosa interessante intanto è capire cosa implica scrivere oggi un piccolo romanzo storico.

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In questi giorni è uscito il romanzo di Paola Soriga, «Dove finisce Roma». Lo leggeremo e ne riparleremo. Ma la cosa interessante intanto è capire cosa implica scrivere oggi un piccolo romanzo storico.

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