Paolo Albani Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/paolo-albani/ un blog di approfondimento culturale Wed, 14 Nov 2018 09:46:56 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=7.1 https://minimaetmoralia.it/wp-content/uploads/2025/07/cropped-cropped-309290503_464034925751050_1790831071097755281_n-32x32.jpg Paolo Albani Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/paolo-albani/ 32 32 I sogni di un digiunatore. Le visioni instabili di Paolo Albani https://minimaetmoralia.it/altro/sogni-un-digiunatore-le-visioni-instabili-paolo-albani/ https://minimaetmoralia.it/altro/sogni-un-digiunatore-le-visioni-instabili-paolo-albani/#comments Wed, 14 Nov 2018 09:46:32 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=38646 Pubblichiamo un pezzo uscito su Robinson, l'inserto culturale di Repubblica, che ringraziamo.

Un ragazzo e una ragazza sorpresi a fare l’amore dentro una casella postale – e la scoperta che «la piaga delle coppie abusive che trovano rifugio nelle caselle postali»si diffonde per tutto il Paese; oppure le vicissitudini dell’uomo che, abbandonato dalla compagna, commissiona a un pittore decine di trompe-l’œil della donna amata per disseminarli nella casa in cui viveva col suo amore; o ancora lo strano caso di Calogero S., grande mangiatore di olive, che ritrovandosi un giorno con un alberello nello stomaco finisce per esibirsi come Uomo-Ulivo sotto il tendone del Circo Castellani; e poi il racconto dell’esistenza quaresimale di Giovanni Succi, a fine ’800 tra i più celebri artisti del digiuno: interrogato sulla sua attività onirica, Succi dichiarò che mai una volta aveva sognato qualcosa da mangiare (perché in realtà ciò che il digiunatore desidera non è il nutrimento ma la sua stessa fame).

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Pubblichiamo un pezzo uscito su Robinson, l’inserto culturale di Repubblica, che ringraziamo.

Photo by Jonas Verstuyft on Unsplash

Un ragazzo e una ragazza sorpresi a fare l’amore dentro una casella postale – e la scoperta che «la piaga delle coppie abusive che trovano rifugio nelle caselle postali»si diffonde per tutto il Paese; oppure le vicissitudini dell’uomo che, abbandonato dalla compagna, commissiona a un pittore decine di trompe-l’œil della donna amata per disseminarli nella casa in cui viveva col suo amore; o ancora lo strano caso di Calogero S., grande mangiatore di olive, che ritrovandosi un giorno con un alberello nello stomaco finisce per esibirsi come Uomo-Ulivo sotto il tendone del Circo Castellani; e poi il racconto dell’esistenza quaresimale di Giovanni Succi, a fine ’800 tra i più celebri artisti del digiuno: interrogato sulla sua attività onirica, Succi dichiarò che mai una volta aveva sognato qualcosa da mangiare (perché in realtà ciò che il digiunatore desidera non è il nutrimento ma la sua stessa fame).

Quelle raccontate da Paolo Albani in I sogni di un digiunatore – e altre instabili visioni (Exòrma) sono microavventure lunari, improvvisi disorientanti, cristallizzazioni di immagini limpidamente folli. Da appassionato «perlustratore dilettante di vicende umane», ad Albani stanno a cuore le pieghe più minute dei fatti, i rivoli laterali dei ragionamenti, le più improbabili diramazioni della fantasticheria (e dunque le più indispensabili), le aporie del senso e i cul-de-sac che non solo non chiudono ma al contrario spalancano possibilità immaginative inesplorate.

Un’attitudine, questa, che per Albani – che è anche performer e poeta visivo – è strutturale. Da anni, un libro dopo l’altro – da I mattoidi italianiIl complesso di Peeperkorn. Scritti sul nullaDizionario degli istituti anomali del mondo– Albani concentra la sua attenzione sui suffissi che deformando rivelano, sulle lacune, sulle bizzarrie organizzate, non su quanto discende da un’intenzione chiara e consapevole ma sull’involontario e sull’accidentale: le scorie, i rimasugli, il truciolato che ogni esistenza ininterrottamente genera.

Su tutto ciò che non si sa, o che si sa in modo parziale, o meglio instabile. Perché laddove ignoriamo,per esempio, il meccanismo che fa accendere una lampadina, la nostra immaginazione è autorizzata a inventare che si accenda a partire da un impulso erotico, e che allora «quando una lampadina si fulmina vuol dire che ha raggiunto l’orgasmo, l’acme del piacere luminescente e si addormenta nel buio che lei stessa, bruciandosi, crea intorno a sé».

Una conoscenza fantastica, certo, ma la conoscenza del mondo per via letteraria è sempre un nitidissimo miraggio. È quella conoscenza, spericolata e visionaria, che permette ad Albani di chiarirci che a volte la bibliomania può irreparabilmente evolvere in bibliofagia, che il Vero Libraio non è chi consiglia i libri già pubblicati o in arrivo ma quelli che devono essere ancora concepiti dai loro autori, oppure che, applicando agli scrittori la legge del contrappasso, a Proust toccherà essere imprigionato in una fabbrica svizzera di orologi, Mario Rigoni Stern – in divisa da alpino – viene conficcato in un eterno ferragosto a Riccione e Giorgio Manganelli è condannato a vagare per trattorie sempre deserte.

E dunque prendiamoci cura delle nostre sviste, dialoghiamo fittamente con tutti i nostri errori, setacciamo quegli inesauribili giacimenti che sono i cosiddetti pensieri oziosi, diamo fiducia a tutto ciò che non sappiamo, alla massa enorme dell’incomprensibile. Del resto, scriveva proprio Manganelli in Centuria, «Dove non si capisce si è prossimi al centro, dove si capisce si è all’estrema periferia».

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Teorie, apostrofi e ippocentauri: i matti da inventare https://minimaetmoralia.it/libri/recensione-mattoidi-italiani-paolo-albani/ https://minimaetmoralia.it/libri/recensione-mattoidi-italiani-paolo-albani/#respond Tue, 27 Nov 2012 09:44:46 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=11728 Questo pezzo è uscito su Repubblica. (Immagine: Simon Prades.)

Se ne stanno seduti al tavolino di un bar, impegnati a prendere appunti in un angolo in penombra, ogni tanto un’occhiata veloce alla porta d’ingresso – il nemico ci ascolta. Oppure in metropolitana, lo sguardo inchiodato a compulsare le pagine di un libro, la mano che traccia schemi sui bordi stropicciati, ogni segno un’abrasione. Al ritorno a casa si chiudono in una stanza e scrivono. Settimane, mesi, anni. A volte una vita intera per mettere insieme l’opera definitiva. A quel punto la spediscono a qualcuno che avrà il dovere di riconoscerla e di diffonderla. Negli archivi delle case editrici ci sono castelli di fogli pieni di intuizioni decisive, di rivelazioni ultime. Il senso del mondo – no, dell’intero universo – concentrato in un centinaio di pagine e miracolosamente rivelato ai nostri occhi.

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Questo pezzo è uscito su Repubblica. (Immagine: Simon Prades.)

Se ne stanno seduti al tavolino di un bar, impegnati a prendere appunti in un angolo in penombra, ogni tanto un’occhiata veloce alla porta d’ingresso – il nemico ci ascolta. Oppure in metropolitana, lo sguardo inchiodato a compulsare le pagine di un libro, la mano che traccia schemi sui bordi stropicciati, ogni segno un’abrasione. Al ritorno a casa si chiudono in una stanza e scrivono. Settimane, mesi, anni. A volte una vita intera per mettere insieme l’opera definitiva. A quel punto la spediscono a qualcuno che avrà il dovere di riconoscerla e di diffonderla. Negli archivi delle case editrici ci sono castelli di fogli pieni di intuizioni decisive, di rivelazioni ultime. Il senso del mondo – no, dell’intero universo – concentrato in un centinaio di pagine e miracolosamente rivelato ai nostri occhi.

Gli attori di tutto ciò – gli autori dell’opera – sono perfetti allevatori di solitudini, coltivatori di sterminati isolamenti. E sono miti, silenziosamente febbrili, ordinariamente imprevedibili: sono i mattoidi. Coloro che inventano lingue universali, immaginano nuove religioni, escogitano cure mediche, approntano macchinari maestosamente incapaci di funzionare. Uno dei loro ultimi avvistamenti ufficiali, tra fine anni ’70 e primi anni ’80, risale a Portobello. Ogni settimana figure strabilianti per serietà e ostinazione affermavano, davanti a un Enzo Tortora sobriamente ironico, la necessità improcrastinabile della loro nuova scoperta.

Ad aggiornare quello scenario – o meglio a conferirgli articolazione e struttura – è Paolo Albani che con I mattoidi italiani (Quodlibet) ci consente prima di tutto un cambiamento prospettico. Da un repertorio che si incarica di ricomporre in forma unitaria la scena frantumata di centinaia di pensatori che si sono confrontati con diversi territori del sapere (senza la rete di salvataggio di una preparazione adeguata, da kamikaze della conoscenza) potremmo infatti attenderci l’indulgere continuo nell’ammiccamento complice tra compilatore e lettori. Albani invece non sottolinea una differenza antropologica tra lo sciagurato intelletto mattoide e il nostro, privilegiato, che quell’intelletto stravagante riconosce e giudica; non si rifugia, proteggendoci, nel noi e loro, risolvendo il suo lavoro in un catalogo di bizzarrie: semmai, procedendo tassonomico e senza commenti (consapevole che la sostanza tragicomica di questo inventario emergerà strutturalmente attraverso la mera elencazione), ci mette nelle condizioni di pensare che noi è loro, noi siamo loro, intuendo che in ognuno di noi – quelli intelligenti, i sagaci, i brillanti – è sempre presente e vigile un lampo di acuta limpidissima ottusità.

Al contempo, registrando l’esistenza di microcorrenti di pensiero (raramente condiviso da qualcuno al di là del loro creatore) che, sviluppandosi tra il secondo ’800 e gli anni ’60 del ventesimo secolo, vanno dall’armonismo al tu-sei-me-ismo, dall’usiologia al misticateismo, dall’agerasia al filopresentaneismo, Albani compone un catalogo delle diverse possibili declinazioni del registro apodittico. Al mattoide è del tutto estranea qualsiasi forma di esitazione; l’acribia è il suo endoscheletro, la concentrazione il suo destino. Del resto, quando ci si cimenta con la teoria secondo cui è nodale, nella produzione linguistica, ridurre tutto al minimo rinunciando alle consonanti doppie, omettendo alcune vocali laddove non indispensabili e ricorrendo all’apostrofo per risparmiare sillabe (Carlo Cetti, Teoria del brevismo, 1946), oppure si postula la possibilità, scientificamente dimostrata, di generare un ippocentauro facendo accoppiare un uomo con una giumenta (Achille Casanova, Dottrina delle razze, 1861), o ancora si chiarisce come compiere il giro del mondo in un giorno (Quinto Ogliotti, Nuovo progetto per fare il giro del mondo in 24 ore, 1897), la voce non potrà che essere monomaniacalmente seria e ogni frase risplendere come una sentenza.

Leggendo le evoluzioni del pensiero di questi «figli del limo» – per citare Raymond Queneau, uno dei numi tutelari del libro di Albani – possono venire in mente le antimacchine dello scultore svizzero Jean Tinguely, per esempio quelle che si scuotono sgangherate nella Fontana Stravinskij accanto al Centre Pompidou di Parigi. Improduttive, tragiche, ridicole: puro moto irrelato da una funzione e da un senso. Qualcosa di simile a certi movimenti delle nostre gambe che si producono semi-inconsapevoli mentre stiamo leggendo o conversando. Dinamismi anomali, frammenti cinetici, ripetizioni motorie. Perché la vita mattoide alligna in ogni corpo; se non si manifesta in forma di discorso, se non si trasforma nel progetto di avvolgere una gallina in una salvietta per suggere dal suo interno, tramite una cannula, il contenuto nutritivo dell’uovo che contiene (un «eroico ricostituente» a detta di Francesco Becherucci, Memoria, 1887), allora il nostro indistruttibile bisogno di sperpero diventa movimento.

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