Paolo Bassotti Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/paolo-bassotti/ un blog di approfondimento culturale Thu, 22 Feb 2018 12:36:36 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=7.1 https://minimaetmoralia.it/wp-content/uploads/2025/07/cropped-cropped-309290503_464034925751050_1790831071097755281_n-32x32.jpg Paolo Bassotti Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/paolo-bassotti/ 32 32 Combattimento al cinema – Intervista a Nanni Cobretti de “i 400 Calci” https://minimaetmoralia.it/cinema/combattimento-al-cinema-intervista-nanni-cobretti-de-400-calci/ https://minimaetmoralia.it/cinema/combattimento-al-cinema-intervista-nanni-cobretti-de-400-calci/#respond Thu, 22 Feb 2018 14:00:33 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=36298 “Ho aperto un blog perché pensavo che sarebbe stato uno sfogo di un mese”, racconta Nanni Cobretti parlando dei 400 Calci, pagina web dedicata all'horror e al cinema d'azione. “Una di quelle cose semi-situazioniste che partono fortissimo, fanno scena per un po' e poi si spengono”. Invece di sparire nel nulla, dal 2009 a oggi il blog non solo si è affermato come punto di riferimento per gli appassionati del genere, ma ha anche fornito alla critica e al comune spettatore un'infinità di nuovi spunti per riflettere sul cinema. È ancora sensata la distinzione tra film di serie A e serie B? È possibile un giudizio oggettivo sul valore di una pellicola? Esiste un cinema di puro intrattenimento, ed è lecito sminuirlo solo per le sue finalità? Nanni Cobretti e gli altri autori dei 400 Calci sembrano rispondere già coi loro nomi d'arte, che mescolano senza troppi riguardi cultura pop e cinema d'essai: Stanlio Kubrick, George Rohmer, Cicciolina Wertmüller... Anche la loro scrittura ha un'anima duplice, e accosta una competenza da accademici a uno stile leggero dai tratti autobiografici, incurante di ogni formalità, talvolta ostentatamente comico.

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“Ho aperto un blog perché pensavo che sarebbe stato uno sfogo di un mese”, racconta Nanni Cobretti parlando dei 400 Calci, pagina web dedicata all’horror e al cinema d’azione. “Una di quelle cose semi-situazioniste che partono fortissimo, fanno scena per un po’ e poi si spengono”. Invece di sparire nel nulla, dal 2009 a oggi il blog non solo si è affermato come punto di riferimento per gli appassionati del genere, ma ha anche fornito alla critica e al comune spettatore un’infinità di nuovi spunti per riflettere sul cinema. È ancora sensata la distinzione tra film di serie A e serie B? È possibile un giudizio oggettivo sul valore di una pellicola? Esiste un cinema di puro intrattenimento, ed è lecito sminuirlo solo per le sue finalità? Nanni Cobretti e gli altri autori dei 400 Calci sembrano rispondere già coi loro nomi d’arte, che mescolano senza troppi riguardi cultura pop e cinema d’essai: Stanlio Kubrick, George Rohmer, Cicciolina Wertmüller… Anche la loro scrittura ha un’anima duplice, e accosta una competenza da accademici a uno stile leggero dai tratti autobiografici, incurante di ogni formalità, talvolta ostentatamente comico.

I migliori articoli dei 400 Calci diventano ora il Manuale di cinema da combattimento, edito da Magic Press, un libro che propone anche numerosi inediti, le cruente illustrazioni di David Genchi, e le prefazioni di Leo Ortolani e Roy Menarini. Inizio la mia conversazione con Nanni Cobretti proprio chiedendogli del suo rapporto con il cosiddetto “cinema alto”, il cinema “non calcistico”, per utilizzare il tipico gergo del blog.

“Come regola generale trovo che il cinema sia sprecato per raccontare cose che possiamo vedere tutti i giorni, tipo gente che si innamora o che litiga in cucina. È come usare un machete per spalmare la Nutella. Per il resto non saprei, non mi piace pregiudicare categorie in blocco, è più una questione di atteggiamento: mi piace chi osa, mi piace chi ha il fuoco dentro, mi piace chi non si vergogna, mi piace chi non si sente superiore agli spettatori. Per me in generale non è tanto una questione di dire che i classici della vecchia critica fanno schifo, quanto di dire “occhio che c’è un sacco di roba che avete ingiustamente maltrattato che vale altrettanto”. Ha fatto più per il cinema un singolo calcio di Van Damme che quasi tutti i film con Meryl Streep”.

Leggendo il blog e il libro, risulta evidente l’importanza di un immaginario ben preciso, condiviso in tempo reale da quelli nati nella seconda metà degli anni settanta e nei primi anni ottanta. Un immaginario che continua a essere dominante nella cultura popolare, a forza di remake, sequel e ammiccamenti. È ipotizzabile una nuova stagione così fertile a livello di novità capaci di imporsi sul grandissimo pubblico, oppure un nuovo pop è fuori discussione per via della fruizione troppo frammentata?

Secondo me sì, è quello che sta succedendo da anni con la Marvel. Ci siamo sempre vantati del fatto che i blockbuster degli anni ’80, oltre ad essere costosi e di successo, fossero anche realmente belli, nel senso che c’era gente che sapeva curare le storie e non solo gli effetti speciali. Per quanto i “supereroi in pigiama” possano suscitare perplessità (in me per primo), la direzione netta in cui vanno da sempre è proprio quella di una scrittura più solida che li farà invecchiare molto più lentamente. Credo che rimarranno nei cuori di chi sta crescendo adesso. Non è sempre stato così, da Independence Day in poi per tutti gli anni ’90 i colossal sono stati davvero sfoggio vuoto di effetti speciali ora scaduti e poco altro.

Che cosa ne pensi del possibile tramonto della fruizione collettiva dei film in una sala cinematografica? Per molti ormai ha senso andare al cinema solo se il film sembra meritare il grande schermo: una rivincita del cinema fatto di immagini e stupore. Allo stesso tempo il fatto che molti film escano direttamente su piccolo schermo (come l’ultimo di Jackie Chan, arrivato su Netflix) rimanda a una sigla molto cara agli appassionati di cinema d’azione: DTV.

Ho paura che la tendenza sia quella, e qui a Londra si stanno già attrezzando per fornire esperienze deluxe che vadano aldilà della semplice visione di un film, offrendo di tutto, da pizza e birra in omaggio col biglietto, fino al karaoke sui musical e a veri e propri ambienti immersivi. Però ne soffro, perché i film-evento tendono a uniformarsi e per l’appunto si finisce per sperimentare solo nei DTV, o nei film che costano talmente poco da permettere di rischiare distribuzioni avventurose. Il mio più grande dispiacere riguarda i film di arti marziali: negli anni ’80 se eri Van Damme e sfondavi coi film a basso costo ti portavano a Hollywood e ti testavano subito da protagonista, oggi se sei Scott Adkins e tiri calci acrobatici mai visti ti mettono al massimo a prendere pugni in faccia dalla controfigura di Benedict Cumberbatch in Dr. Strange.

Mi viene in mente una scena con John Travolta gangster appassionato di cinema in Get Shorty. Va a vedere per l’ennesima volta L’infernale Quinlan, e a fine proiezione si guarda intorno per cercare facce di altri spettatori che abbiano amato il film tanto quanto lui. Forse la forza dei 400 calci è stata anche quella di aver creato una comunità, con tanto di film seguiti in contemporanea – ognuno nella propria stanza – e commentati in diretta su twitter. Quali altri risultati vorresti raggiungere coi 400 calci? Pensi che in questi ultimi anni sia migliorata la comprensione del cinema d’azione da parte della critica?

Una cosa a cui tenevo molto, e che ha influenzato il nostro linguaggio, era andare in direzione opposta a certa critica accademica e renderci il più possibile comprensibili, accessibili, inclusivi, possibilmente pure divertenti, senza ovviamente sacrificare la sostanza. Cerco di riflettere questo anche nelle iniziative che scegliamo di portare avanti. Oltre a pubblicare un libro abbiamo inaugurato una collana di fumetti, e spero in questo modo di raggiungere posti in cui magari neanche il libro arriva. Per il futuro, in generale, l’idea è sfondare fuori dal web a ogni occasione meritevole che ci si dovesse presentare.

Per quanto riguarda la comprensione del cinema action, sono molto contento di come stanno andando le cose. Come picco dell’influenza – che ovviamente non pretendo essere diretta – dello spirito dei 400 Calci sulla critica generalista, non posso non citare l’accoglienza trionfale verso The Raid e soprattutto Mad Max: Fury Road, entrambi grimaldelli tramite i quali tante persone hanno scoperto le potenzialità, anche narrative, del cinema d’azione. Anche un film come Dunkirk è una conseguenza di questa mentalità, e pensare che viene da uno solitamente verboso come Christopher Nolan. La strada rimane lunga, ma i frutti si vedono.

Ho apprezzato molto la decisione di inserire nel libro la stroncatura di Birdemic, film appositamente brutto, e pertanto privo di qualunque qualità possa avere un film genuinamente brutto. Che cosa ne pensi della sempre più diffusa fruizione ironica dell’intrattenimento, del fatto che in tanti non guardino i film per goderseli, ma per prendere parte al discorso, o perfino solo per capire i meme?

È un pezzo che ci tenevo molto a inserire, perché difendo strenuamente l’idea che un film possa essere bello anche al di là dei problemi tecnico/grammaticali, ma che ci debba essere comunque un minimo di sincerità. Mi sono capitate (purtroppo) altre serate simili a quelle che descrivo nel pezzo su Birdemic, fatte di gente che inizia a ridere senza motivo a ogni virgola che gli appare vagamente fuori posto, ignorando il contesto: è qualcosa che non ha nulla a che fare con la passione per il cinema, è gente che si ubriaca prima di entrare e va con lo stesso spirito con cui vai agli show di stand-up comedy o allo stadio. Che a me di base piace, intendiamoci, finché il tifo sfegatato crea un’aria di partecipazione e coinvolgimento, ma non quando è cieco e automatico. In quel caso è solo triste. Forse il distacco ironico è l’evoluzione di quando negli anni ’90 eri “cool” se eri depresso e non te ne fregava niente di niente. Io ne faccio uso ma, come ogni cosa, va contenuto e non può andare a scapito della sostanza.

Parliamo dei fumetti dei 400 Calci. È un’idea nata da te o dai disegnatori? Quali sono stati i vostri punti di riferimento nel realizzarla?

L’idea è di Roberto Cirincione. Proponendomela ha sfondato una porta aperta: sarò masochista, ma non vedevo l’ora di iniziare a fare qualcosa di mio e ricevere critiche invece che farne. A lui piaceva l’idea di una collana di genere come si faceva una volta, tipo gli Action Comics su cui nacque Superman, poi la cosa si è evoluta ed è diventata un semplice e libero “I 400 Calci presenta”, pubblicato da Magic Press. All’interno di questo concetto ci siamo sentiti liberi di fare quello che volevamo, purché le storie riflettessero il tipo di film che apprezziamo sui 400 Calci. È già uscito Last Kaiju, che si ispira a Pacific Rim, agli X-Men e ai vecchi tokusatsu stile Ultraman o Megaloman, e più avanti uscirà Colpo Basso, un buddy cop stile Arma letale o L’ultimo boyscout, ma il 30% più pazzo.

Su chi scommetti per il futuro? Tra vent’anni quali giovani attori e registi potrebbero meritare di essere inseriti nelle “basi”?

A livello di attori le scommesse facili sono su Scott Adkins, Iko Uwais e Tony Jaa, anche se in questo momento è difficile prevedere per loro un successo che superi quello della nicchia di appassionati. Oggi Hollywood sta confinando nell’action le vecchie star di una volta, da Liam Neeson a Keanu Reeves, e non ne coltiva di nuove. A livello di autori, fra quelli già affermati mi fido di Peter Berg e David Ayer, se la smettono di infognarsi il primo con le storie vere ultra-patriottiche e il secondo in operazioni equivoche come Suicide Squad e Bright. Fra i meno affermati tengo d’occhio Chad Stahelski e David Leitch, S. Craig Zahler, Lynn Ramsay, Julia Ducorneau. Adam Wyngard, Mike Flanagan, Can Evrenol, Steven Kostanski. E ovviamente Gareth Evans, anche se dopo The Raid 1 e 2 puoi pure passare il resto della vita a girare commedie romantiche e il tuo posto fra i più grandi non te lo leva nessuno.

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Preferisco l’insalata – La musica rock e il Great American Songbook https://minimaetmoralia.it/approfondimenti/musica-rock-e-il-great-american-songbook/ https://minimaetmoralia.it/approfondimenti/musica-rock-e-il-great-american-songbook/#respond Wed, 10 Jan 2018 13:30:45 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=35917 di Paolo Bassotti

Il giovane punk scende le scale di un elegante teatro, acclamato dal pubblico in abito da sera. Canta My Way, tardo successo di Frank Sinatra, calcando la mano su un'interpretazione comunque caricaturale. Canta come una rana che volesse scoppiare, come una parodia dell'Elvis di Las Vegas, come se con una sola performance, ridendo in faccia all'ultimo sipario, potesse demolire quel monumento all'ego di Sinatra, e con esso l'intero concetto di intrattenimento per adulti. Applausi, urla di gioia. Il giovane punk tira fuori una pistola e uccide qualche spettatore entusiasta a caso, mostra le due dita (all'inglese) e se ne va.

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di Paolo Bassotti

Il giovane punk scende le scale di un elegante teatro, acclamato dal pubblico in abito da sera. Canta My Way, tardo successo di Frank Sinatra, calcando la mano su un’interpretazione comunque caricaturale. Canta come una rana che volesse scoppiare, come una parodia dell’Elvis di Las Vegas, come se con una sola performance, ridendo in faccia all’ultimo sipario, potesse demolire quel monumento all’ego di Sinatra, e con esso l’intero concetto di intrattenimento per adulti. Applausi, urla di gioia. Il giovane punk tira fuori una pistola e uccide qualche spettatore entusiasta a caso, mostra le due dita (all’inglese) e se ne va.

Il film si chiama La grande truffa del rock’n’roll ed è l’ultimo atto della parabola dei Sex Pistols, l’estremo tentativo del manager Malcolm McLaren di ricavare soldi e scandalo dalla sovversione del music business. Il cantante Johnny Rotten se n’è andato dalla band da un pezzo, nauseato. Quando il film esce, nella primavera del 1980, Sid Vicious, il ragazzo che ha massacrato My Way e il suo pubblico, è già morto da più di un anno.

Nel regolamento di conti iconoclasta del punk, anche la bella canzone di una volta deve essere fatta fuori. I Sex Pistols dicono di odiare i Pink Floyd, figuriamoci Paul Anka.

Dall’altra parte dell’oceano, nel 1977, i Voidoids di Richard Hell registrano una cover altrettanto sgangherata di una canzone di Frank Sinatra: All the Way, pezzo da Oscar del suo film Il jolly è impazzito. Richard Hell è il padre del look punk, il primo a trasformare il nichilismo di strada in un abbigliamento provocatorio, con tanto di scritta “per favore ammazzatemi” sulla maglietta strappata. Sid Vicious affronta My Way con aria di sfida, Richard Hell canta All the Way come un cane bastonato, arrendendosi di fronte a un inarrivabile mondo di veri uomini, soldi e lavoro, buone maniere e grandi sentimenti. Il messaggio è lo stesso: cancelliamo tutte queste bugie e riprendiamoci la musica.

Non è la prima volta che i bambini rock cercano di sbarazzarsi dei loro antenati. Bob Dylan racconta di aver iniziato a scrivere per reagire a (How Much is) That Doggie in the Window? e a tutto un mondo di canzoni onnipresenti che non raccontavano niente di lui e della sua vita. Il rock’n’roll è nato come atto di ribellione a Tin Pan Alley, ai compositori di mestiere e agli interpreti inamidati. Come è possibile che lo stesso Bob Dylan abbia pubblicato negli ultimi tre anni ben dieci facciate di vinile dedicate al repertorio di Frank Sinatra?

Tutti quanti voglion fare i crooner. Le nomination ai Grammy Awards 2018 nella categoria Best Traditional Pop Vocal Album dimostrano quanto oggi il genere sia affollato, mettendo assieme una compagnia tanto eterogenea da essere quasi surreale: accanto a Dylan e al suo torrenziale “Triplicate” troviamo infatti il maestro Tony Bennett, il disco natalizio di Sarah McLachlan, il revival alla vaniglia di Michael Bublé, e perfino un album swing dell’autore dei Griffin, Seth MacFarlane.

Il rapporto tra figli e padri è sempre stato complesso, ambivalente, e se il recupero degli standard può apparire una moda di questi ultimi anni, di certo non è una novità.

Partiamo da Elvis, come è generalmente saggio fare. Elvis è un Prometeo contraddittorio: porta il fuoco del rock’n’roll all’America e contribuisce all’invenzione dei giovani, trasformando in musica pop la ribellione di Marlon Brando e James Dean. Allo stesso tempo è da subito un puro prodotto da showbiz, e lui stesso non ha alcuna intenzione di recidere il legame con la musica per gli adulti. L’idea di bel canto cara a Elvis parte dal gospel e dal country per spingersi fino a Caruso: comprende tutto, senza esitazioni. Nel suo primo album Elvis propone Blue Moon di Rodgers e Hart. Nel terzo, “Loving You” del 1957, incide True Love, scritta l’anno precedente da Cole Porter per le voci di Bing Crosby e Grace Kelly, star del musical Alta società.

Nel cast del film c’è anche Frank Sinatra, ed è simbolico che la prima apparizione televisiva di Elvis al ritorno dal servizio militare in Germania sia in uno special condotto da Ol’ Blue Eyes. È il maggio del 1960: malgrado lo smoking, Elvis si ricorda ancora di essere un’icona sexy mentre canta Stuck on You, ma quando duetta con Sinatra pare già di vederlo a Las Vegas. I due si scambiano le canzoni, Elvis prende Witchcraft, Frank gioca con Love Me Tender, mentre la base swing è tanto accogliente da essere quasi lounge. “Lavoriamo allo stesso modo”, ridacchia Sinatra presentando il duetto, “ma in campi differenti”.

Per quanto siano rivoluzionari, anche i Beatles sanno trovare posto alla nostalgia per le musiche dei loro ricordi. Alla fine dell’Album Bianco, quasi come un premio per chi ha attraversato indenne Revolution 9, mettono la consolatoria Good Night, con un arrangiamento orchestrale tanto carico e accorato da essere allo stesso tempo omaggio e parodia, e la affidano alla buona volontà della fragile voce di Ringo. L’orchestra di George Martin accompagna il batterista anche in “Sentimental Journey”, primo album solista non sperimentale di uno dei Beatles. Il disco esce nel marzo del 1970, e presenta una selezione di standard scelti tra i brani preferiti della mamma di Ringo, da Night and Day a Bye Bye Blackbird. Malgrado il successo di vendite, l’album viene visto soprattutto come un divertimento privato di una delle pop star più celebri al mondo. “Sentimental Journey” rappresenta invece – già dal titolo – un modello originale che verrà ripetuto all’infinito da altri artisti: il viaggio nella musica della propria infanzia. Un’idea che sfrutteranno mille nomi celebri dalle voci più o meno educate: chi è bravo può mettersi in mostra, chi ha evidenti limiti, come lo stesso Ringo, può contare comunque sulla tenerezza e sulla buona volontà. Non ha di questi problemi uno dei migliori amici dei Beatles, Harry Nilsson, che nel 1973 con “A Little Touch of Schmilsson in the Night” offre un esempio impeccabile di “album di standard inciso da un artista pop/rock”.

Per una pop star registrare un album di classici può essere un espediente per rilanciare la propria carriera, approfittandone magari per guadagnare credibilità. L’hanno fatto Robbie Williams e George Michael, e più di recente Lady Gaga, che per legittimarsi agli occhi di una parte del pubblico è ricorsa a un’imprevedibile alleanza con Tony Bennett. La pratica è però talmente diffusa che sta diventando sinonimo di fondo del barile. Rod Stewart ha ripetuto il trucco per anni, come un prestigiatore che continua a fare a pezzi la propria assistente, prima di ricordarsi di essere stato un autore e interprete per nulla banale.

Come evitare il rischio del furbo esercizio di stile, come nobilitare l’impresa? Alcuni artisti stanno dando un senso nuovo alla riscoperta del passato, anteponendo alla nostalgia la necessità di scrivere una mappa delle proprie influenze, con l’intenzione di conservare e divulgare un patrimonio artistico che ritengono essenziale. Quando nel 1978 Willie Nelson propose “Stardust”, con brani di compositori come Irving Berlin e i fratelli Gershwin, alla Columbia lo presero per pazzo. Quarant’anni dopo, l’approccio di Nelson è la stella polare per altri instancabili esploratori. Nel 2017 abbiamo avuto “Versatile” di Van Morrison e il già citato “Triplicate” di Bob Dylan, opere profondamente coerenti con la storia dei due artisti.

Nel 1995 in molti si stupirono di vedere Bob Dylan ospite dello show per gli ottant’anni di Frank Sinatra, al quale dedicò una commovente Restless Farewell arrangiata per orchestra, ma la sua presenza era già allora perfettamente in linea col suo percorso; del resto lo stesso scalpore l’aveva suscitato negli anni Sessanta la sua collaborazione con Johnny Cash, all’epoca considerato un emblema del country più conservatore.

C’è un abisso tra chi cerca di apparire cool con poco sforzo imitando malamente il Rat Pack e chi fa rivivere il Great American Songbook per capire se stesso e la propria storia. “A volte mi chiedo perché passo le mie notti solitarie a ripensare a una canzone”, diceva il testo di Stardust. La differenza la fa sempre il motivo.

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