Paolo Benvegnù Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/paolo-benvegnu/ un blog di approfondimento culturale Sun, 20 Oct 2024 15:19:52 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=7.1 https://minimaetmoralia.it/wp-content/uploads/2025/07/cropped-cropped-309290503_464034925751050_1790831071097755281_n-32x32.jpg Paolo Benvegnù Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/paolo-benvegnu/ 32 32 E tutto si trasforma: Piccoli Fragilissimi Film Reloaded https://minimaetmoralia.it/musica/e-tutto-si-trasforma-piccoli-fragilissimi-film-reloaded/ https://minimaetmoralia.it/musica/e-tutto-si-trasforma-piccoli-fragilissimi-film-reloaded/#comments Sun, 20 Oct 2024 10:32:48 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=54308 Il termine inglese reloaded sta a significare ricaricato. Si ricaricano i distributori di caffè, le macchine, le armi, le pagine web. Talvolta anche i cuori malmessi e ancor più raramente i dischi. Ma come si ricarica un disco che ha segnato un passaggio fondamentale nella storia del rock italiano? Un disco che ha tracciato una […]

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Il termine inglese reloaded sta a significare ricaricato. Si ricaricano i distributori di caffè, le macchine, le armi, le pagine web. Talvolta anche i cuori malmessi e ancor più raramente i dischi. Ma come si ricarica un disco che ha segnato un passaggio fondamentale nella storia del rock italiano? Un disco che ha tracciato una linea netta e lucidissima nel modo di approcciare lo stile cantautorale? A vent’anni di distanza dalla sua pubblicazione, lo scorso 11 ottobre, Piccoli Fragilissimi Film di Paolo Benvegnù torna a girare sul piatto e lo fa con una ritrovata intensità, frutto dell’aver recepito la potenza incondizionata di quelle undici tracce anomale e scheggiate di brulicante passione. Benvegnù, mastro artigiano del verso e decostruttore di abissi e linee melodiche, nel 2004 per il suo esordio solista dopo lo scioglimento degli Scisma, era stato capace di riscrivere un piccolo e prezioso vocabolario per non smarrirsi nelle private stanze del mondo canzone.

Il disco, pubblicato dalla sempre più brillante Woodworm e distribuito da Universal Music Italia, vede la produzione dello stesso Benvegnù – fresco vincitore della Targa Tenco per il miglior album con È inutile parlare d’amore, e del sodale Luca “Roccia” Baldini, per una versione reloaded che suona come “un’opera che scava a ritroso nel tempo con mani nuove e ancor più esperte, seppur più consumate, senza tradire l’originale ma dando nuova linfa e un fascino diverso ai brani, e diventa un progetto collettivo grazie a preziose e inaspettate collaborazioni”. Lo stesso Benvegnù racconta la natura di questo lavoro:

Un disco di racconti di frammentazione, volontà, liberazione e rimpianto. Come fosse una ricerca sul passato personale e comune. Velluto e sale sulle ferite. 2024. Piccoli fragilissimi film – Reloaded. Esistono ancora quei pensieri? E le ferite? Le assenze, le presenze, i danni ricevuti e provocati, sono serviti a qualcosa? Allora, solo le voci ed i suoni dell’altro possono rimarginare le ferite, completare le pagine, verificare le appartenenze. E finalmente si potrà capire. Se è stato il passato a divenire il futuro. Oppure se il futuro aveva già scritto il passato. Oggi è una giornata magnifica. La realtà non è che la somma di milioni di realtà adiacenti. Piccoli fragilissimi film – Reloaded non è una summa di canzoni con ospiti. È una ricerca individuale e collettiva sul respiro di ogni umano. Del suo desiderio. Delle sue inettitudini, dei suoi timori. E, come la lotta per la vita, è un crudelissimo inno alla gioia.

Benvegnù ricorda a tutti di essere sempre stato un fuoriclasse, con la sua lingua che appartiene tanto al regime della poesia quanto a quello della prosa, uno che adesso sembra godersi lo spettacolo messo in scena da altri – amici, amanti, frequentatori delle stesse dimensioni oniriche – con la solita umiltà che lo ha sempre contraddistinto. Perché se c’è qualcosa che manca al suo disco reloaded è proprio la superbia dell’autore. Le canzoni contenute in Piccoli Fragilissimi Film continuano a dimostrare una resistenza e una grazia che siamo soliti ritrovare a metà carriera, in quei dischi che banalmente appelliamo come definitivi; e si può essere così definitivi, come solchi profondi nella terra, con un disco d’esordio? Che peso possiamo dare oggi a questo riuscitissimo tentativo di rilettura di un album che era già seminale, anarchico, sbavato, erotico vent’anni fa? Piccoli Fragilissimi Film, con la sua compatta e terragna coscienza, rimane un brandello di eternità, nell’unione di canzoni che catturano al volo, per trattenerci lì col cuore schiantato. Canzoni alle quali, negli anni, non ho mai smesso di rivolgermi. Non solo per trovare risposte ma per formulare sempre nuove domande.

Dieci anni fa, in occasione di un’intervista seminotturna nel giardino del Cage Theatre, chiesi a Benvegnù cosa sognasse di fare quando era bambino e lui mi confessò che da piccolo era fermo, “come un albero”. Ho sempre pensato che in quella risposta, così cinematografica e lucida, albergasse molto delle intuizioni primigenie del suo cantautorato cardiaco, da sempre figlio della maturità di uomo che riconosce se stesso e tutto ciò che è stato, che combatte con le proprie paure e vive di parole, perché non può farne a meno. E quell’albero oggi lo ritrovo in chiusura di Piccoli Fragilissimi Film Reloaded, che è un fiume che scorre inesorabile, un fiume che solca un paesaggio, cattura il mondo e ce lo restituisce mutevole, più misterioso di quello che abbiamo abitato sinora. Ecco, è proprio nella chiusura del disco, affidata al distillato psych-jazzy di Isola Ariosto, che Paolo racconta la sua trasformazione in un albero, flessuoso, in mezzo ai ricordi di un passato lontano, autobus arancioni, domeniche gelate, siccità e uragani. Paolo Benvegnù è qui una cattedrale, un altissimo edificio dal quale il mondo abbraccia stagioni e illumina ancora una volta eroici paladini come Orlando, perché tutto è un mistero da non rivelare. E questo mistero che ci attira, oltre a offrire undici rivisitazioni della tracklist originale con duetti sempre a fuoco, regala appunto tre brani che non hanno mai fatto parte di un disco di Benvegnù: Preferisci i silenzi, vecchia conoscenza per chi segue il cantautore lombardo da molti anni, brano ultralunare che non ha trovato spazio nella scaletta dell’edizione originale del disco e che qui gode della presenza preziosa di Giulio Casale degli Estra. Natura totalmente inedita invece per Le gioie minime in coppia con Irene Grandi e Isola Ariosto, in tandem con Max Collini, oltre otto minuti a metà tra spoken word e divertissement, quasi un richiamo a quel capolavoro sempre poco citato che fu Giornalismo (recuperatela!).

E restano misteri, profondissimi e antichi, gli undici brani in cui Benvegnù offre un’attenzione armonizzata non solo al brano ma soprattutto all’ospite che lo prende per mano, sorprendendo spesso per la scelta di una vocalità che nell’altro non conoscevamo, o semplicemente, alla quale non eravamo abituati. Dinanzi ai brani di questo disco, capace di riappropriarsi della lingua, dei contenuti e delle politiche, gli undici artisti ospiti disvelano uno sguardo aperto e viscerale nell’approcciare un brano altrui. Penso alla curiosità geometrica del cantato di Giovanni Truppi che rende Il sentimento delle cose un passaggio sacro, penso al solenne minimalismo con cui Piero Pelù accarezza Fiamme, al vigore quasi garage di Aimone Romizi che mostra l’altra faccia di Suggestionabili, da sempre inno brutalista della dialettica emotiva, alla morbida disperazione di Motta che in Brucio smuove qualcosa più grande di noi, nel miracolo del respiro dell’altro, penso anche al coraggio della felicità con cui Veronica Lucchesi canta È solo un sogno, alla beatificazione notturna e pagana di Appino su Only for you, o ancora alla malinconica sospensione che Dente offre a Quando passa lei fino alla splendida scoperta dello sguardo di Lamante in Catherine, brano dalla prospettiva femminile in cui sopraffazione, disperazione e gioia traducono il nucleo di un incantesimo che si sfalda e diviene realtà. Forse perché, molto banalmente, le cose belle a distanza di anni e toccate dalle giuste anime, non possono che crescere.

Nelle scelte che fa, nella grazia che non accenna a perdere, nella cortese eleganza con cui lascia spazio all’altro, Benvegnù resta uno degli ultimi intellettuali vecchia maniera, con la capacità di sporcare la propria anima e la propria intelligenza del nucleo essenziale di quello che si appresta a raccontare: è uno sconquasso emotivo, mentale, intellettuale irradiato nel corpo e poi nelle piccole, fragilissime selezioni di chi ancora oggi, dopo vent’anni, scrive riconoscendo il miracolo della bellezza nella complessità magmatica della vita. E sono le canzoni, queste sante, blasfeme, canzoni con i loro stimoli, i loro slanci, le combinazioni di lingue e linguaggi, i loro spazi affettivi, sono sempre le canzoni a tornare prepotentemente nelle nostre esistenze, nella dialettica tra silenzio e parola-musica. Paolo Benvegnù coglie lo scavo e la tensione vibrante dell’osmosi tra la musica e le sonorità dell’esistenza dando corpo al più grande romanzo cinematografico del cantautorato degli anni duemila, una contemplazione che canta la sontuosità del linguaggio, che è musica, che è suono, che è luce, che è il fatto visivo del nostro essere piccoli, fragilissimi film.

 

Foto in copertina ©Antonio Viscido

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L’ultimo dei marziani https://minimaetmoralia.it/estratti/david-bowie/ https://minimaetmoralia.it/estratti/david-bowie/#comments Mon, 11 Jan 2016 16:30:40 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=12341 In questa triste giornata ripubblichiamo un testo scritto da Nicola Lagioia come prefazione di L'ultimo dei marziani, un libro-antologia su David Bowie curato da Leo Mansueto e pubblicato da Caratterimobili qualche tempo fa. Il libro raccoglie scritti di Pierpaolo Capovilla, Morgan, e una serie di contributi da parte di musicisti come Manuel Agnelli, Paolo Benvegnù, Garbo, Cristiano Godano, Tricarico, Massimo Zamboni, Federico Fiumani e altri ancora.

Di marziani provenienti da marte ne avevo visti già parecchi. Ma i marziani venuti dalla terra furono un’assoluta novità. Così, se il viaggio di 2001 Odissea nello spazio può finire con una camera da letto dove sperimentiamo la sensazione di trovarci faccia a faccia con noi stessi, è solo quando Ziggy Stardust si ricorda di essere stato un europeo che la parabola iniziata nel 1967 tocca, dieci anni dopo, il suo primo vero apice.

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In questa triste giornata ripubblichiamo un testo scritto da Nicola Lagioia come prefazione di  L’ultimo dei marziani, un libro-antologia su David Bowie curato da Leo Mansueto e pubblicato da Caratterimobili qualche tempo fa. Il libro raccoglie scritti di Pierpaolo Capovilla, Morgan, e una serie di  contributi da parte di musicisti come Manuel Agnelli, Paolo Benvegnù, Garbo, Cristiano Godano, Tricarico, Massimo Zamboni, Federico Fiumani e altri ancora.

Di marziani provenienti da marte ne avevo visti già parecchi. Ma i marziani venuti dalla terra furono un’assoluta novità. Così, se il viaggio di 2001 Odissea nello spazio può finire con una camera da letto dove sperimentiamo la sensazione di trovarci faccia a faccia con noi stessi, è solo quando Ziggy Stardust si ricorda di essere stato un europeo che la parabola iniziata nel 1967 tocca, dieci anni dopo, il suo primo vero apice.

Questo per dire che il David Bowie da me più amato è quello della trilogia berlinese. “Low”, “Heroes” e “Lodger” sono tre gemme torbide e stranamente luminose che esprimono un’impossibile “lontananza del qui” meglio di qualunque spider from Mars. La mia impressione è che, prima di trasferirsi a Berlino dopo un periodo piuttosto turbolento, David Bowie avesse cercato con troppo estro e volontà di far credere al mondo intero di essere un extraterrestre. Magari a un certo punto se ne era addirittura convinto, ma è solo quando si pianta nel cuore d’Europa che, proprio malgrado, lo diventa. È come se la “marzianità” a cui aveva aspirato esercitandosi con tanta dedizione si fosse incubata in lui al di là delle proprie stesse pianificazioni, decidendo di sbocciare in via del tutto autonoma nel luogo simbolo del Novecento.

Non potendo credere alla buona coscienza di JFK, è solo ascoltando la prima volta “Heroes” o “Sound and Vision” che ho avuto voglia di aprire la finestra per sussurrare “Ich bin ein Berliner”.

Come mai delle strazianti storie d’amore all’ombra del muro o le psicosi di un uomo chiuso a chiave in una stanza suonano più credibili e toccanti se a raccontarle è un alieno algido e distante anziché un normale essere umano col proprio carico di dolore rovesciato ai nostri piedi? La spiegazione che mi sono dato è che il mondo, a partire da un certo punto, sia diventato un posto talmente invivibile, cinico, spietato e grossolano che i nostri sentimenti più autentici, per non morire, sono stati costretti a trasferirsi altrove. Smaterializzatisi da una parte, si sono rifugiati pressoché intatti in una fredda galassia ideale che è poi il luogo da cui Bowie decide di parlarci. Stabilirsi nella città che in poche manciate d’anni aveva visto il cabaret e Kurt Weil, gli espressionisti e i roghi dei libri, le camicie brune e i bombardamenti, l’erezione del muro e l’esplosione delle controculture, significava allora (nel 1977) posizionarsi nel luogo insieme più vicino e più distante dove immaginare un approdo per fare i conti col proprio disordine. È solo sulla cuspide di un simile paradosso (vestire i panni di un terrestre sprofondato esistenzialmente negli abissi del proprio pianeta, in quel centro della terra vero e proprio che fu Berlino durante la guerra fredda) che David Bowie può parlare a nome delle nostre zone più nascoste e delicate.

I capolavori non sono mai del tutto il frutto di una forza di volontà, né di un talento sia pure enorme. Così è successo che Bowie, per scrivere i suoi, ha avuto bisogno di una città. “Ricordo quei giorni in cui potevo andarmene in giro per Berlino senza essere riconosciuto per la strada, a piedi o in bicicletta, lo ricordo come un periodo di assoluta libertà”, dirà il cantante molti anni dopo parlando della sua vita berlinese. Solo che quello fu per Bowie anche un periodo di angoscia, rinascita, travaglio e strana speranza in un futuro che non sarebbe potuto mai arrivare. La trilogia berlinese è molto più di un geniale travestimento. È il cuore siderale dell’Europa che decide di parlare con la voce del più bianco dei suoi orfani.

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Letture d’autore: Brunori Sas https://minimaetmoralia.it/interviste/letture-dautore-brunori-sas/ https://minimaetmoralia.it/interviste/letture-dautore-brunori-sas/#comments Wed, 04 Nov 2015 16:30:40 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=28971 (fonte immagine)

Si firma Brunori Sas, ma è nato Dario Brunori trentotto anni fa in provincia di Cosenza. Nel 2009 ha fatto il suo esordio nel panorama cantautorale italiano con “Vol. 1”, che gli è valso il Premio Ciampi (“miglior debutto discografico dell'anno”) e il Premio Tenco (“autore emergente”). Sono seguiti “Vol. 2 – Poveri Cristi” nel 2011 e “Vol. 3 – Il cammino di Santiago in taxi” nel 2014 che, pur mantenendo un'attitudine indipendente, ne hanno accresciuto la popolarità al punto da trasformare il recente tour teatrale in un grande successo di pubblico. Dopo Federico Fiumani , Paolo Benvegnù e Cristiano Godano, anche Dario Brunori ci parla del suo rapporto con la narrativa.

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Si firma Brunori Sas, ma è nato Dario Brunori trentotto anni fa in provincia di Cosenza. Nel 2009 ha fatto il suo esordio nel panorama cantautorale italiano con “Vol. 1”, che gli è valso il Premio Ciampi (“miglior debutto discografico dell’anno”) e il Premio Tenco (“autore emergente”). Sono seguiti “Vol. 2 – Poveri Cristi” nel 2011 e “Vol. 3 – Il cammino di Santiago in taxi” nel 2014 che, pur mantenendo un’attitudine indipendente, ne hanno accresciuto la popolarità al punto da trasformare il recente tour teatrale in un grande successo di pubblico. Dopo Federico Fiumani, Paolo Benvegnù e Cristiano Godano, anche Dario Brunori ci parla del suo rapporto con la narrativa.

Quando hai iniziato a leggere romanzi?

Intorno alla quarta elementare. Il primo libro è stato Il richiamo della foresta o forse Oliver Twist, o Ventimila leghe sotto i mari, non ricordo bene. Ricordo però che la lettura, soprattutto serale, mi eccitava tantissimo. Era un momento della giornata che aspettavo con trepidazione, forse perché, a quell’età, rappresentava uno dei pochi momenti di intimità e beata solitudine.

I romanzi letti in adolescenza ti toccavano più o meno dei romanzi letti oggi?

Da adolescente i romanzi mi catapultavano in un altrove che mi consolava del fatto di vivere in un piccolo paesino di poche centinaia di anime. Mi nutrivo di storie altrui e vivevo altre esistenze, molto più interessanti della mia. Insomma era una lettura di evasione e di fantasia. Oggi leggo con occhio più analitico e mi lascio affascinare dagli autori che riescono a darmi una chiave di lettura nuova della realtà circostante.

Hai abitudini o tic particolari quando leggi? Sottolinei, scrivi, fai le orecchie alle pagine?

No, anzi cerco in modo maniacale di preservare il libro e di mantenerlo intatto. Soffro terribilmente per le orecchie o quelle volte che i fogli si stropicciano o si macchiano di acqua o di caffè. Mi prende così male che vorrei comprarne un’altra copia. Adoro mettere il naso in mezzo alle pagine ogni tanto e annusare la carta.

Ti sei mai sentito spinto a scrivere una canzone dalla lettura di un romanzo?

Sì, ma non sono mai riuscito a tirarne fuori qualcosa di buono. L’unico pezzo che si riferisce ad uno scritto è «Pornoromanzo», contenuto nel mio ultimo album. L’ho scritto ispirandomi a Lolita dopo aver visto il film di Kubrick, quindi non vale, almeno finché non leggerò il romanzo.

Credi che letteratura e musica abbiano diversi motivi ispiratori?

Penso che rispondano a necessità differenti: la musica è più come la fotografia, la letteratura come una pellicola cinematografica.

Che tipo di emozioni – e in che misura diverse – musica e letteratura riescono a dare a chi ascolta o a chi legge?

Per quanto mi riguarda, la musica muove la parte emotiva inconscia, tira fuori qualcosa di cui non ho netta consapevolezza e che non riesco ad esprimere nel mio quotidiano. Volendo distinguere grossolanamente l’uomo in tre parti (istintiva, emotiva, razionale) e considerando che ognuna di queste parti ha a sua volta tre declinazioni in essa, direi che la musica tocca il lato emotivo della mia parte emotiva. Mentre la letteratura stimola il lato emotivo della mia parte razionale.

Qual è il personaggio letterario con cui sei maggiormente entrato in sintonia?

Moscarda di Uno, nessuno e centomila. In effetti, dal suo personaggio avevo tratto una canzone che poi ho modificato allontanandomi dall’ispirazione iniziale.

C’è un personaggio letterario femminile di cui ti sei innamorato?

No, perché non entro nella storia in modo così profondo. Piuttosto mi posso innamorare dell’autrice.

Un classico che non ti è mai andato giù?

I demoni di Dostoevskij. L’ho preso in mano almeno quattro o cinque volte. Niente, ad un certo punto lo mollo e inizio a leggere altro.

C’è un autore che ha raccontato la Calabria in modo efficace?

Senza dubbio Corrado Alvaro: Gente in Aspromonte è un gioiellino che mi ha toccato e commosso, e soprattutto mi ha aiutato a comprendere meglio l’origine di un certo modo di essere umani.

Quali sono i tuoi tre romanzi preferiti?

Uno, nessuno e centomila di Pirandello, un romanzo che ha messo in crisi una serie di certezze su cui poggiava la mia esistenza interiore e ha stimolato in me una ricerca introspettiva sfociata poi nello studio delle filosofie orientali e delle scuole russe dei primi del Novecento (Gurdjieff, Ouspensky).

La filosofia nel boudoir di De Sade, perché mi ha concesso il lusso di praticare l’autoerotismo in chiave intellettuale.

I demoni di Dostoevskij perché rappresenta il mio limite di lettore: quando lo leggerò con piacere sarò un uomo migliore.

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Letture d’autore: Paolo Benvegnù https://minimaetmoralia.it/interviste/letture-dautore-paolo-benvegnu/ https://minimaetmoralia.it/interviste/letture-dautore-paolo-benvegnu/#comments Mon, 19 Jan 2015 15:04:48 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=25059 La prima puntata di Letture d'autore è qui. (Fonte immagine)

Da alcune settimane è uscito “Earth Hotel”, ultimo luminoso approdo di una ricerca musicale ed esistenziale mai doma. Dopo “Piccoli fragilissimi film” (2004), “Le labbra” (2008), “Hermann” (2011), il nuovo disco solista conferma come sia difficile, in Italia, trovare un autore più generoso, puro e indipendente di Paolo Benvegnù. 

Che tipo di lettore sei?

A volte costante, a volte molto pigro. Quando trovo qualcosa che mi prende, arrivo a fissarmi e ad andare avanti per mesi con la stessa lettura o lo stesso autore.

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La prima puntata di Letture d’autore è qui. (Fonte immagine)

Da alcune settimane è uscito “Earth Hotel”, ultimo luminoso approdo di una ricerca musicale ed esistenziale mai doma. Dopo “Piccoli fragilissimi film” (2004), “Le labbra” (2008), “Hermann” (2011), il nuovo disco solista conferma come sia difficile, in Italia, trovare un autore più generoso, puro e indipendente di Paolo Benvegnù. 

Che tipo di lettore sei?

A volte costante, a volte molto pigro. Quando trovo qualcosa che mi prende, arrivo a fissarmi e ad andare avanti per mesi con la stessa lettura o lo stesso autore.

A che età hai iniziato a leggere?

Be’, ricordo che il primo libro che ho letto è stato “Tom Sawyer”, a sei anni. Avevo uno di quei febbroni infantili e fu la prima volta che vidi a casa mia un libro che non fosse l’enciclopedia del cucito di mia madre o una delle altre enciclopedie più classiche che sarebbero servite ai figli per studiare, un must dell’epoca. Tornando a casa, mio padre, non so per quale motivo, mi comprò “Le avventure di Tom Sawyer”. Fu un viaggio bellissimo,sarà che ero mentalmente turbato dalla febbre infantile e che era la prima volta che leggevo così ampiamente senz’altra possibilità che leggere, ma mi piacque tantissimo e da lì iniziai lentamente ma inesorabilmente a leggere.

Il romanzo che ti ha segnato di più durante l’adolescenza?

“I miserabili” di Victor Hugo. Lo lessi perché un mio compagno delle medie mi disse che c’era un personaggio che si chiamava Monsignor Bienvenu. Allora dissi, cavolo, ci sarà un’assonanza tra Benvegnù e Bienvenu! Scoprii che non c’era nessuna assonanza perché il Monsignor Bienvenu era un personaggio rettissimo, con una grande decisione vero il bene, io invece sono l’ambiguità fatta persona. Però il libro mi colpì molto. Devo dire che a colpirmi fu lo scenario storico, oltre alle vicende personali, e quelle quindici pagine sulla battaglia di Waterloo ancora me le porto dietro. Non dico di conoscerle a memoria, ma ne sento ancora il calore, sento le urla, gli spari… Per crescere più consapevole, credo che basterebbe davvero, da giovane, leggere un libro così, o anche un libro come “Tom Sawyer”, che a suo modo è intriso di abissi e di ruggine. Se leggi cose così da piccolo, la smetti da subito di pensare di essere un assassino. Come fai di fronte alla bellezza e alla paura che provi nella mostruosità? Leggere dà veramente dei margini alla propria identità. Se da piccolo si leggono dei libri, si fa teatro, o più semplicemente ci si prende cura di un animaletto, si riesce più facilmente a trovare questi margini.

Il senso del limite che si sta sempre più perdendo…

Esatto! Ormai il limite è inesplorabile.

I tuoi tre romanzi preferiti in assoluto?

Innanzitutto “Il mare verticale” di Giorgio Saviane. È quello che ha una potenza evocativa, un senso dell’intreccio e della ciclicità che mi hanno veramente colpito. Non pensavo, prima di leggerlo, che nella narrativa italiana ci fosse qualcosa di così misconosciuto e così potente. Poi, “I miserabili” e “Il Maestro e Margherita” di Bulgakov.

Nel 2004 aprivi il tuo esordio solista proprio con un brano intitolato “Il mare verticale” e ricordo che, dopo averti incontrato prima di un concerto alla Fortezza da Basso di Firenze ed aver parlato a lungo di Saviane con te, recuperai in un negozietto di libri usati “Eutanasia di un amore”. “Eutanasia” non è però tra i tuoi titoli preferiti, giusto? E come ti spieghi che i romanzi di Saviane siano sempre fuori catalogo?

Sì, “Eutanasia di un amore” è il libro di uno scrittore che ha trovato una formula che funziona e non si fa scrupoli ad usarla. Lui ne era consapevole, lo so benissimo. Per cui non mi piace. Quel libro, tra l’altro, ha venduto un milione di copie. Il fatto che invece un libro di formazione enorme come “Il mare verticale” sia fuori catalogo è davvero irreale. È di un’importanza capitale, per riuscire a trovare al meglio ciò che è necessario, ciò che è superfluo e ciò che serve per andare dal reale all’immaginario. Saviane, però, era un po’ un cane sciolto e un grande trombatore di qualsiasi cosa gli capitasse e, un po’ come Pasolini, è stato messo in un angolo. Anzi, Pasolini forse non sono riusciti più di tanto a metterlo in un angolo, vista l’ampiezza della sua opera. A Saviane è successa un po’la stessa cosa che è successa nel cinema ad uno come Elio Petri, che ha veramente fatto dell’impegno nell’arte la propria vita. Petri era scomodo e l’hanno messo in un angolo. Nessuno si ricorda che ha vinto un Oscar e una Palma d’Oro a Cannes.

Il tuo ultimo album è concepito come un hotel. Una delle sue stanze è occupata da Stefan Zweig. Come mai?

Il perché è “Novella degli scacchi”, grande affresco del Novecento e dell’esplorazione dell’uomo verso se stesso e verso l’altro. In più, cosa che mi piace molto, Stefan Zweig incarna nella sua biografia il vero Novecento, ovvero un uomo che lascia il suo Paese per via delle leggi razziali e decide di farla finita insieme a sua moglie a quindicimila chilometri di distanza perché non riesce a tollerare una diversità così ampia rispetto alla sua radice. Praticamente, la stessa cosa che fa il suo carnefice, la stessa cosa che fa Hitler. Quindi, al di là del discorso prettamente letterario, di ciò che ho letto e di ciò che ho sentito specialmente in “Novella degli scacchi”, ma anche in alcuni brani di “Notte fantastica”, è proprio questo paradosso a colpirmi: nella mostruosità e nel sublime siamo uguali.

Come mai, invece, hai inserito la voce dello psicoanalista Jacques Lacan alla fine del brano “Piccola pornografia urbana”?

Sono le letture che ho fatto in questi ultimi anni, anche perché consigliato in tal senso. Quanto è consolante Lacan quando dice che l’uomo è il suo linguaggio! Adoro l’essere meravigliosamente sardonico di Lacan mentre cerca di dare delle risposte all’impossibile. Lo stesso discorso vale per Proust, o per Sartre ancora di più. Quanto è consolante che delle menti così straordinarie vogliano dare un senso a ciò che è insensato! Ecco perché, passando da Minkowski, passando da Jaspers, passando da Lacan e passando anche da Freud, alla fine sono arrivato a Cioran e Ceronetti, che sono il mio doppio in questo momento. Nella prosa ritrovo certe cose in Céline. E’ come se Céline, scrivendo, dicesse “sono un animale pensante spregevole, anche magico alle volte, ma sempre nello spregevole”. Il mio sublime è la miseria. Non dovremmo guardarci un pochettino di più in questo modo nel riflesso narcisistico?

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Paolo Benvegnù e la metafisica https://minimaetmoralia.it/musica/paolo-benvegnu-earth-hotel/ https://minimaetmoralia.it/musica/paolo-benvegnu-earth-hotel/#comments Fri, 21 Nov 2014 11:30:43 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=24235 È uscito da qualche giorno Earth hotel, il nuovo disco del più metafisico dei nostri cantautori contemporanei, Paolo Benvegnù. Ho scritto più metafisico (ma sotto cieli immensi/c’è una terra da spartire), ma ci sono altri superlativi che si possono spendere per il Benvegnù cantautore: ha il tocco il più sensibile (chi avesse dei dubbi può scioglierli in canzoni come Nel silenzio, o Andromeda Maria, o la recentissima Orlando); è di sicuro dotato di una certa ambizione lirica (si vedano soprattutto i testi del penultimo album, Hermann) pur essendo di un’umiltà a volte imbarazzante (per capire cosa intendo basta assistere ai suoi concerti, scambiare due chiacchiere con lui o soltanto leggere/ascoltare le interviste e così via); vive da qualche tempo in provincia, ma è decisamente il meno provinciale tra i suoi colleghi (per intenderci: nelle sue canzoni niente spleen bignardifriendly o raccordoanularecentrici).

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È uscito da qualche giorno Earth hotel, il nuovo disco del più metafisico dei nostri cantautori contemporanei, Paolo Benvegnù. Ho scritto più metafisico (ma sotto cieli immensi/c’è una terra da spartire), ma ci sono altri superlativi che si possono spendere per il Benvegnù cantautore: ha il tocco il più sensibile (chi avesse dei dubbi può scioglierli in canzoni come Nel silenzio, o Andromeda Maria, o la recentissima Orlando); è di sicuro dotato di una certa ambizione lirica (si vedano soprattutto i testi del penultimo album, Hermann) pur essendo di un’umiltà a volte imbarazzante (per capire cosa intendo basta assistere ai suoi concerti, scambiare due chiacchiere con lui o soltanto leggere/ascoltare le interviste e così via); vive da qualche tempo in provincia, ma è decisamente il meno provinciale tra i suoi colleghi (per intenderci: nelle sue canzoni niente spleen bignardifriendly o raccordoanularecentrici).

Con il suo gruppo scrive e arrangia brani che saltano con grazia da dimensioni acustico/intimiste fino ad esplosioni psichedeliche. E un’ultima cosa, ormai una specie di ritornello, ma è vero, lo giuro!: è decisamente il più sottovalutato cantautore italiano degli ultimi dieci anni. Ed è anche strano, perché gliene chiedono conto in un’intervista su tre, come se la risposta dovesse darla lui. Dal 2004 ha pubblicato quattro album che, per tenersi bassi, sono, ecco, mediamente solidi, con pezzi di una bellezza davvero rilucente – Cerchi nell’acqua, Il mare verticale, Johnny and Jane. Alle sue spalle, poi, come un fuoco che resta acceso sullo sfondo di una spiaggia continuando a emanare luce man mano che ci allontaniamo – la breve e densa avventura con gli Scisma, amatissima band della wave italiana anni ‘90. Quando ai concerti gli capita di suonare Tungsteno o Rosemary’s plexiglas, il pubblico esplode. Merito degli anni che passano, ma anche dell’impatto ancora fresco e sorprendente di quelle canzoni.

(Ah, per essere chiari e togliere un po’ di piombo: è anche il cantautore che più ama cazzeggiare. Gli è capitato di inserire nei suoi set una mini cover di Alejandro di Lady Gaga. L’effetto è buffo. Quando è in vena, non fa altro che prendersi in giro. Voglio dire, ai suoi concerti ci si diverte. Qualche anno fa si stava esibendo in un piccolo Festival estivo in Puglia. Il tempo era scaduto, gli orari, i permessi e così via. E allora scese dal palco e continuò a cantare e suonare praticamente per strada, insieme al fido Andrea Franchi, per un gruppetto di una cinquantina di persone. Fu la parte migliore del concerto. Suonava quello che gli chiedevano, o quello che gli veniva in testa.)

I detrattori gli rimproverano qualche eccesso lirico di troppo, la letterarietà ostentata degli ultimi dischi. Ecco che s’abbatte l’accusa più spietata: “intellettuale!” Come dicevano in quel film, “troppe note”.

Di sicuro, Paolo Benvegnù chiede qualche sforzo all’ascoltatore, senza per questo scadere nella pretenziosità più tronfia. La ricompensa sta nella ricchezza delle sue storie e nella convinzione che nel suo cantautorato non ci siano soluzioni ai problemi del mondo – una cosa che ha contraddistinto per anni una certa autorialità “impegnata” – ma domande, riflessioni, suggestioni oniriche, vite da raccontare. Tra Hermann e Earth hotel ricorrono e s’inseguono i fantasmi di Sartre, Stefan Zweig, Achab, eccetera; nel palazzo che s’innalza fino all’ultimo piano del mondo convivono solitudini e interrogativi – e alla fine del percorso ancora domande da rivolgere alla notte e nella notte. C’è anche spazio per l’ironia irregolare di Nuovosonettomaoista, o per la surrealtà metropolitana/apocalittica di Avenida silencio (La città come un branco/Roma è morta in un giorno/Shangai brucerà).

Mi è capitato di leggere una recente conversazione tra Jonathan Franzen e Daniel Kehlmenn; parlano delle possibilità del romanzo “filosofico”: messa così su due piedi, una questione indubbiamente serissima; ma una cosa, tra quelle sostenute da Franzen, mi sembra tornare utile a proposito di Benvegnù e dei suoi testi, se spostiamo l’asse del suo discorso dal romanzo al cantautorato. Dice Franzen che “il trucco per fare un romanzo filosofico è dare a queste domande una forma narrativa, in modo che non appaiano come domande ma come interrogativi che sorgono in modo spontaneo”… Esattamente quello che ha fatto Benvegnù nel suo Earth hotel.

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Dal 6 al 10 agosto ricordarsi l’importanza di essere piccoli https://minimaetmoralia.it/musica/dal-6-al-10-agosto-ricordarsi-limportanza-di-essere-piccoli/ https://minimaetmoralia.it/musica/dal-6-al-10-agosto-ricordarsi-limportanza-di-essere-piccoli/#respond Mon, 06 Aug 2012 14:00:41 +0000 http://www.minimaetmoralia.it/?p=8932 di Azzurra D'Agostino

"Vola alta, parola, cresci in profondità."

M.Luzi

Quando si dice che la poesia non ha seguito. Quando ci si chiede se i testi per le canzoni sono o non sono poesia. Quando ci si lamenta che non ci sono più i cantautori di una volta. Quando si sostiene la politica del 'grande evento'. Quando si discute se meglio la città o meglio la provincia. Quando si soffre per i tagli alla cultura. Quando la cultura viene considerata intrattenimento, hobby, spreco. Queste e altre questioni su cui meditare sono affrontate in forma pratica all'interno di un piccolo festival che si svolge all'estrema periferia d'Italia, ovvero i piccoli borghi arroccati sulle cime degli Appennini. Per questo si chiama "L'importanza di essere piccoli", perché proprio nel piccolo, nel minuscolo, cerca di porre delle domande e, allo stesso tempo, di vivere un'esperienza che renda queste domande ricordo personale e materia viva di riflessione.

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di Azzurra D’Agostino

“Vola alta, parola, cresci in profondità.”

M.Luzi

Quando si dice che la poesia non ha seguito. Quando ci si chiede se i testi per le canzoni sono o non sono poesia. Quando ci si lamenta che non ci sono più i cantautori di una volta. Quando si sostiene la politica del ‘grande evento’. Quando si discute se meglio la città o meglio la provincia. Quando si soffre per i tagli alla cultura. Quando la cultura viene considerata intrattenimento, hobby, spreco. Queste e altre questioni su cui meditare sono affrontate in forma pratica all’interno di un piccolo festival che si svolge all’estrema periferia d’Italia, ovvero i piccoli borghi arroccati sulle cime degli Appennini. Per questo si chiama “L’importanza di essere piccoli”, perché proprio nel piccolo, nel minuscolo, cerca di porre delle domande e, allo stesso tempo, di vivere un’esperienza che renda queste domande ricordo personale e materia viva di riflessione.

La prima edizione, con Bobo Rondelli che ha duettato con Franco Loi, e con Emidio Clementi dei Massimo Volume che ha fatto un reading dal poeta Robert Lowell, e con Mariangela Gualtieri, i Virginiana Miller e tanti altri, è stata un piccolo miracolo. Non solo per il numero di persone, perché non è il numero la vera misura. Ma per il modo sia dell’ascolto che della realizzazione di tutto l’insieme. Signore e signori che hanno cucinato per tutti, ragazzi che si sono passati parola, poeti e musicisti che si sono conosciuti e ascoltati, piccoli scambi artistici, di relazioni, di generi, l’apertura verso linguaggi che la televisione e i canali ufficiali non propongono – e che invece, si scopre, al contrario di quanto vogliano farci credere, toccano le persone. Dunque si è deciso di andare avanti.

Quest’anno “vola alta parola, cresci in profondità”, è il verso di Mario Luzi scelto per la seconda edizione de “L’importanza di essere piccoli”, dove il seme del tarassaco che si sta per staccare è la metafora di una vita semplice ma carica di senso che vola alta nei campi e poi attecchisce nei prati crescendo in profondità.  Un’onda e una diffusione che con questo festival è anche della parola: quella lieve e abissale della poesia e della musica, caparbia nel mettere radici e lieve nel lasciarsi trasportare dal vento.

Francesco Guccini, Paolo Benvegnù, Perturbazione, Andrea Appino di Zen Circus, Vivian Lamarque, Franco Buffoni, Valentino Zeichen, Giuliano Scabia, Carlo Maver sono solo alcuni degli ospiti che dal 6 al 10 agosto soffieranno e diffonderanno poesia e musica in frazioni spesso trascurate dalle traiettorie turistiche usuali, ma che sono scorci di paesaggi bellissimi, nel fresco verde di castagneti secolari.

L’ingresso agli spettacoli del 6, 7, 8, 10 agosto è libero (prenotazione consigliata).

Per il seminario “camminante” di Giuliano Scabia (9 agosto) il costo di partecipazione, compreso di libro, è di 12 euro (prenotazione obbligatoria)

Per informazioni: www.sassiscritti.wordpress.com | sassiscritti@gmail.com

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