Paolo Giordano Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/paolo-giordano/ un blog di approfondimento culturale Sat, 22 Oct 2016 19:32:02 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=7.1 https://minimaetmoralia.it/wp-content/uploads/2025/07/cropped-cropped-309290503_464034925751050_1790831071097755281_n-32x32.jpg Paolo Giordano Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/paolo-giordano/ 32 32 Un pomeriggio con Paolo Giordano. I colori di una narrazione https://minimaetmoralia.it/interviste/intervista-paolo-giordano/ https://minimaetmoralia.it/interviste/intervista-paolo-giordano/#respond Sat, 14 Jun 2014 05:00:34 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=21277 Questa intervista è apparsa su Sul Romanzo.

di Pierfrancesco Matarazzo

È un pomeriggio di luce e vento sottile, quello in cui mi dirigo verso la sede romana dell’Einaudi per intervistare Paolo Giordano. Non ci sono uccelli in volo. Almeno non ne vedo, nemmeno un piccione o un gabbiano, la cui vista non viene mai risparmiata alle macchie di turisti che si spingono fuori dalla metropolitana di Ottaviano per entrare in uno stato (Il Vaticano) dai confini invisibili e dai tesori inestimabili. Forse c’è davvero troppa gente per un uccello del paradiso. Tiro un sospiro e salgo le scale che mi portano a un corridoio stretto e una sala riunione zeppa di libri come di prammatica. Paolo Giordano ha già gli occhi puntati su di me. Hanno la stessa consistenza del cielo romano, per un attimo ti costringono a cercarvi qualcosa dentro.

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Questa intervista è apparsa su Sul Romanzo. (Fonte immagine)

di Pierfrancesco Matarazzo

È un pomeriggio di luce e vento sottile, quello in cui mi dirigo verso la sede romana dell’Einaudi per intervistare Paolo Giordano. Non ci sono uccelli in volo. Almeno non ne vedo, nemmeno un piccione o un gabbiano, la cui vista non viene mai risparmiata alle macchie di turisti che si spingono fuori dalla metropolitana di Ottaviano per entrare in uno stato (Il Vaticano) dai confini invisibili e dai tesori inestimabili. Forse c’è davvero troppa gente per un uccello del paradiso. Tiro un sospiro e salgo le scale che mi portano a un corridoio stretto e una sala riunione zeppa di libri come di prammatica. Paolo Giordano ha già gli occhi puntati su di me. Hanno la stessa consistenza del cielo romano, per un attimo ti costringono a cercarvi qualcosa dentro.

Dopo aver letto il suo libro Il nero e l’argento vi troverete spesso a guardare il cielo. Mentre camminate per strada, in bicicletta o anche in auto, se siete fra i fanatici del tettuccio trasparente (ed io lo sono). Ciò che cercherete, anzi ciò che vi augurerete di non avvistare mai, è un uccello dal piumaggio azzurro e la coda bianca «filamenti di cotone arricciati al fondo come ami da pesca». Un uccello che la signora A., personaggio cardine del romanzo di Paolo Giordano, ha incontrato e da allora nulla è stato più uguale a se stesso. Una donna ostinata, saldata alle sue certezze (più da offrire agli altri che da tenere per sé), un riparo sicuro per la famiglia costituita dall’io narrante, sua moglie Nora e il loro figlio Emanuele, «un albero antico dal tronco così largo da non riuscire a circondarlo con tre paia di braccia».  Una quercia che all’improvviso ha iniziato a oscillare, mostrando alle braccia che la cingevano, un lato di se stessa che nessuno, fino a quel momento, aveva voluto osservare.

Mi piacerebbe iniziare la nostra chiacchierata con Paolo Giordano proprio dal personaggio della signora A., per chiedergli perché ha dovuto creare questo personaggio e quanta della sua inconsapevole capacità di solidificare le incertezze altrui ha mai ritrovato in una persona reale.

Una signora A. c’è stata davvero nella mia vita e mi ha accudito, come ha fatto la signora A. nel romanzo con la famiglia dell’io narrante. Una figura e un legame di cui non ho compreso la profondità fino a che non sono venuti meno. Si possono trovare tanti tipi di sostegno pagando, ma trovare una persona che non sia solo un aiuto tecnico operativo, ma fornisca un supporto più ampio, che sappia creare per te un luogo protetto, è molto difficile. E quando avviene, sembra essere del tutto casuale e non sapresti come ricrearlo. Anche la mia signora A. era vedova, come il personaggio che ho creato e sentivo che se non avessi usato la scrittura avrei rischiato di perderla. Era importante lasciare una traccia.

L’esigenza di lasciare una traccia è un tema molto presente nel suo libro, questa necessità cui tutti tendiamo eppure spesso decidiamo di trascurare.

Sì, sa essere anche molto cattiva. Tutti ci siamo trovati o ci troveremo ad assistere alle lotte fra i parenti, dopo la scomparsa del “caro estinto”, per accaparrarsi i suoi oggetti, anche i più inutili, oggetti di cui non si percepisce il valore intrinseco, ma solo quello materiale. Spesso si combatte solo per l’appropriazione della memoria di una persona. Lì si scatena una parte tremenda dell’animo umano. Volevo che fosse un monito anche per me stesso. Per prepararsi a disporre una memoria di se stessi che non sia affidata alla casualità.

Penso subito all’io narrante che scopre, molto dopo la morte della signora A.,  all’interno di un mobile che lei gli ha lasciato in eredità, dei ritagli di giornale. Allora prova a metterli in connessione per capire qualcosa di più del mondo interiore di quella donna e pensa che quello stesso lavoro lo potranno fare anche i suoi discendenti e magari darsi una spiegazione diversa, ma cosa troveranno fra le sue cose? Un disco fisso di un PC che non riusciranno a leggere.

Ricordo che ero nel mio studio. Mi sono fermato a osservare ciò che avevo intorno. E ho pensato: cosa si capirebbe di me se in un momento non esistessi più e tutto rimanesse nelle “mani” degli oggetti che ho posseduto? Cosa capirebbero di me gli altri? Allora ho cominciato a riflettere sulla mia volontà di essere cremato, sul fatto che non vado mai in un cimitero, che non credevo in questo rituale. E mi sono chiesto: è davvero questo che vorresti? Forse quell’idea del contatto materiale fra i vivi e i resti di qualcuno è più forte e utile di quanto pensavi.

Qualche mese fa ero a Londra. Ero in visita al cimitero di Bunhill Fields a Islington, oggi completamente inglobato nel territorio urbano. Esemplificativo di un approccio anglosassone molto diverso dal nostro. E mentre mi avvicinavo alla tomba di William Blake, nel mio pellegrinaggio personale, osservavo le famiglie che facevano i pic-nic all’interno del parco del cimitero, una signora che dipingeva, qualcuno che appoggiava una piantina di rose gialle alla base della tomba di Blake. Intorno a me c’era vita, giunzione fra vita e morte, fra vita e ricordo molto forte.

A me è capitato di andare a passeggiare a Montparnasse, anche lì in piena città, alla ricerca di alcune tombe eminenti. Non ho provato angoscia, ma serenità, forse anche il non sentirsi recintato all’interno di un luogo che nessuno vorrebbe vedere o visitare, come accade spesso in Italia, ti cambia la prospettiva. Probabilmente il rapporto con la fine della nostra vita sarebbe un po’ più sano se avessimo questo approccio verso il luogo che testimonia la fine altrui.

La morte (e la sua gestione da parte dei vivi) è uno dei temi fondanti del romanzo, non soltanto perché da essa si parte e con essa si chiude la narrazione È presente in ogni capitolo, nel futuro-passato della signora A., nella scelta degli oggetti che ha condensato nella sua casa, nello studio del pittore che va a trovare, nelle menti della famiglia che attorno alla signora A. si stringe. Qualcosa che nemmeno l’«antico buon senso» della signora A. sembra riuscire a confinare in una delle scatole nere che ci portiamo gelosamente dietro nella nostra testa. Un tema che era presente anche nei suoi precedenti romanzi, ma che qui ci è apparso più forte e diffuso, costringendo l’autore a esporsi di più nei confronti del lettore.

Questo è un libro molto più riflessivo dei precedenti. Ciò dipende anche dalla prima persona usata per la narrazione. Questo costringe a mettersi maggiormente in discussione, a focalizzare la storia molto più su se stessi rispetto a un classico impianto narrativo in terza persona. Per me è un esperimento. La prima persona ha qualcosa di vagamente ricattatorio. Ha una potenza sua che spinge subito il lettore in prima linea e facilita anche l’arte “manipolatoria” dell’autore. È un’arma di grandissima potenza che devo ancora testare. Ecco perché ho scelto una forma di racconto breve per questo romanzo. Per avvicinarmi a essa con circospezione.

Leggendo Il nero e l’argento, ho avuto l’impressione che i capitoli di cui si compone il suo romanzo potessero essere letti anche come singoli racconti, tanto che a un certo punto, ho deliberatamente saltato cinquanta pagine e ho letto il capitolo intitolato Lo spaventapasseri. Come gli altri capitoli, sembra essere costruito su una specifica emozione, che è offerta al lettore attraverso il filtro dell’io narrante e dei suoi ricordi. Pur essendo integrato nella storia, ha un suo compimento anche all’interno delle sei pagine che lo compongono. Questo rende il ritmo del romanzo molto fluido anche se costruito esclusivamente su una serie di aneddoti emozionali all’interno della mente dell’io narrante e quindi potenzialmente più difficile da seguire. Era il suo intento fin dall’inizio?

Questa è stata una cosa abbastanza sorprendente. La mia idea iniziale era di creare un unico flusso di pensieri, senza interruzioni, senza capitoli. Poi, a un certo punto, ho deciso di provare a spezzarlo e questo ha cambiato molto il passo della narrazione. Per due anni ho preso solo appunti su questa storia senza scriverne. Anche nel periodo in cui ho seguito il decorso della malattia di questa persona, prendevo costantemente appunti, non solo su quello che mi raccontava la mia signora A. ma anche sulle riflessioni nate dalle sue parole. Da questi appunti poi sono partito, scoprendo in essi molto più di me che della signora A. Ci sono dei libri in cui sei spinto a continuare dall’esigenza di scoprire un’evoluzione. Qui l’evoluzione della storia è tradita nel primo paragrafo. Questo è un racconto che vive nel “durante” della scrittura, nel movimento.

La signora A. ha tenuto fede per tutta la sua vita a un proprio sistema di regole etiche e morali, dal quale non sembra essersi mai staccata, nemmeno alla fine, nemmeno quando poteva essere giustificabile da sé e dagli altri. Regole che le hanno imposto privazioni e decisioni contrarie alla soddisfazione personale. Questo almeno è il punto di vista del marito di Nora. Sembra voler dire al lettore che tanta costanza e tenacia, sebbene ammirate e necessarie agli altri per non perdersi, non giovano a chi le mette in pratica.

La signora A. è una figura stolida. Ha un sistema di credenze e convinzioni immutabili e non ragionate. È l’antitesi del pensiero critico del narratore. Questo voler mettere in discussione sempre tutto, tipico della nostra generazione, può diventare a sua volta un limite. Fa diventare indecisi, in perenne difficoltà, incapaci di trasferire a un figlio un sistema di certezze. E così s’invidia chi questo sistema di certezze e credenze le aveva, perché molte cose sarebbero più facili. Ma nello stesso momento la mancanza di preparazione a ciò che nelle sue certezze non è compreso, porta la signora A. a sgretolarsi in un attimo. La domanda qui è: dov’è la vera forza d’animo? Nell’essere monolitici e incrollabili o nel mettere costantemente in dubbio i nostri riferimenti?

In un articolo di Lev Grossman sul Time dedicato ai computer quantistici (ossia capaci di lavorare in contemporanea su più analisi di dati, sovrapponendole e integrandole, e non come avviene per i computer attuali in maniera lineare, un passaggio alla volta), si fa intravedere un futuro a velocità impensabile, in cui i PC saranno sempre più vicini al sistema di ragionamento umano, ossia multicanale, capaci di elaborare una teoria e il suo esatto contrario in pochi secondi, cercando poi di sovrapporle per decidere quale sia la più adatta a uno specifico contesto, sostituendosi sempre di più all’uomo. È un po’ quello che lei ha fatto nel suo libro. L’io narrante si interroga e si allena al dubbio, arrivando a esaminare, in contemporanea, teorie discordanti e a ritenerle entrambe valide.

La scrittura può lavorare su più fronti. Si può scrivere partendo dalla meccanica newtoniana: si decide un obiettivo, uno schema e si seguono tutti i passi per arrivarvi. Oppure si può procedere in maniera quantistica, lasciando che il flusso libero probabilistico ti porti alla soluzione. Una soluzione che molto probabilmente non avevi in mente all’inizio, come avviene nel mio libro. In fisica c’è la teoria del moto browniano, un moto disordinato di molecole che si muovono autonomamente e che ti possono portare a raggiungere diversi obiettivi e situazioni. Quindi sì, è interessante questo punto di vista. Quando s’inizia a scrivere qualcosa di nuovo e non ci s’ingabbia in un’idea, il processo assomiglia molto alla fisica quantistica, la trama e i personaggi ti spostano di qua e di là alla ricerca di una soluzione. La scrittura si è sempre evoluta nel tempo, cambiando e adeguandosi al contesto. Oggi ci sono mille forme più immediate e invitanti d’intrattenimento rispetto al libro, soprattutto per chi non è già un amante della lettura. Penso che la narrativa debba evolvere e che sia importante che gli autori si interroghino su questo tema, cercando di innovare. Io mi chiedo spesso come conciliare il “mio” modo di narrare con l’attuale modo di leggere. Ma non penso ci sia una ricetta univoca, bisogna sperimentare.

Ci racconta come funziona il suo processo creativo? Isolamento? Metodicità nella scrittura? Necessità di scadenze serrate? Libertà nei tempi e nei modi? Cosa fa funzionare meglio Paolo Giordano scrittore? E fa leggere le sue bozze a qualcuno (editor a parte)?

Io prendo per lunghissimo tempo appunti, anche per anni, senza scrivere nulla. Poi c’è un giorno in cui decido di cominciare a scrivere. Scrivo tutti i giorni. Mi inchiodo alla scrivania e tutto il resto viene azzerato. Sto solo scrivendo. Non posso pensare né fare altro. 

Quanto tempo ha impiegato a scrivere questo libro?

Sei mesi molto densi, in cui non c’è stato spazio per null’altro. Entro in uno stato fortemente ossessivo e mi piace. È il momento più bello di questo mestiere, vivi in due mondi contemporaneamente.

Se dovesse convincere una persona che non ama leggere a entrare in libreria e a investire quindici euro in un libro cosa gli direbbe?

Io non consiglio libri, se non ad personam. Quando la conosco e ho intuito i gusti di una persona, allora consiglio. Non penso che esista una lettura imprescindibile per tutti. Dipende dalle persone e dal momento che stanno vivendo.

E il suo primo acquisto librario? Quando ha comprato per la prima volta un libro.

Il primo libro che ho deciso di andare a comprare è legato all’infanzia. Avevo avuto una lite con i miei genitori. Era da giorni che avevo visto nell’edicola del paesino di montagna in cui eravamo in vacanza una di quelle edizioni illustrate per ragazzi, il cui protagonista era un grosso ratto. Per calmarmi i miei mi portarono fuori e ottenni quel libro. Se devo pensare a un libro feticcio, penso a Infinite Jest di Wallace.

Vorrei concludere l’intervista con una domanda sul Premio Strega. Come si prospetta la sfida? Interessante?

Sono libri molto diversi. Il che rende difficile la scelta. Sembra quasi di dover fare delle scelte di campo che di romanzo. Non ho trovato libri sperimentali. Sono tutti caratterizzati da una forte idea di fondo, con una struttura classica.

Grazie per il suo tempo.

Grazie a voi.

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La guerra secondo Paolo Giordano https://minimaetmoralia.it/libri/recensione-il-corpo-umano-paolo-giordano/ https://minimaetmoralia.it/libri/recensione-il-corpo-umano-paolo-giordano/#comments Thu, 10 Jan 2013 15:59:06 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=12256 Questa recensione è uscita sul numero di dicembre dei Quaderni del Teatro di Roma.

Gli accampamenti militari “si assomigliano l’un l’altro, i soldati pure, vengono istruiti ad assomigliarsi”, scrive Paolo Giordano nel suo ultimo romanzo, Il corpo umano (Mondadori, pp. 312, euro 19). Anche i soldati da lui raccontati si assomigliano: tutti vivono dei conflitti irrisolti, tutti abitano nel buio della notte  tra il tramonto della gioventù e l’alba dell’età adulta, nella terra di nessuno tra il “non più” e il “non ancora”. A tutti spetta il compito di decidere cosa vogliono diventare, che tipo di uomini essere, come prendere il mano il proprio destino, quale posto occupare nel mondo. I loro drammi esistenziali, le difficoltà ad affrontare il decisivo passaggio che li renderà adulti si snodano in un luogo molto particolare, all’imbocco della valle del Gulistan, uno dei distretti della provincia meridionale afghana di Farah, nella base militare “Ice”, “un recinto di sabbia esposto alle avversità”. I soldati descritti ne Il corpo umano vivono in un contesto di guerra, dunque. Ma il loro baricentro è altrove, lontano, ostinatamente ancorato alle fragilità esistenziali, immerso nella vita quotidiana, succube di diffidenze ed esasperazioni emotive e sentimentali.

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Questa recensione è uscita sul numero di dicembre dei Quaderni del Teatro di Roma.

Gli accampamenti militari “si assomigliano l’un l’altro, i soldati pure, vengono istruiti ad assomigliarsi”, scrive Paolo Giordano nel suo ultimo romanzo, Il corpo umano (Mondadori, pp. 312, euro 19). Anche i soldati da lui raccontati si assomigliano: tutti vivono dei conflitti irrisolti, tutti abitano nel buio della notte  tra il tramonto della gioventù e l’alba dell’età adulta, nella terra di nessuno tra il “non più” e il “non ancora”. A tutti spetta il compito di decidere cosa vogliono diventare, che tipo di uomini essere, come prendere il mano il proprio destino, quale posto occupare nel mondo. I loro drammi esistenziali, le difficoltà ad affrontare il decisivo passaggio che li renderà adulti si snodano in un luogo molto particolare, all’imbocco della valle del Gulistan, uno dei distretti della provincia meridionale afghana di Farah, nella base militare “Ice”, “un recinto di sabbia esposto alle avversità”. I soldati descritti ne Il corpo umano vivono in un contesto di guerra, dunque. Ma il loro baricentro è altrove, lontano, ostinatamente ancorato alle fragilità esistenziali, immerso nella vita quotidiana, succube di diffidenze ed esasperazioni emotive e sentimentali.

Si prenda uno dei protagonisti principali, il tenente Alessandro Egitto: abituato a tenersi da parte, “uno spettatore, prudente e scrupoloso: un eterno secondogenito”, Egitto è alle prese con “certi antichi conflitti privati” da cui non riesce a liberarsi. Per farlo, per “tenere a distanza ogni genere di affanno e coinvolgimento emotivo”, ricorre metodicamente agli psicofarmaci, di cui è ormai assuefatto, perché nascondono “una grande, burrosa piacevolezza”, simile a quella che gli deriva dall’autocommiserazione. Ha cominciato a prenderli qualche giorno dopo la morte del padre Ernesto, medico come lui, attaccato alla figlia Marianna in modo ossessivo e patologico, tanto da spingerla a rendersi “impenetrabile a chiunque”. Il tenente Egitto vorrebbe “scavare una trincea tra passato e presente”, ma non ci riesce, perché la vischiosità di questa storia familiare arriva perfino nel Gulistan. Neanche questa sua ennesima, tacita fuga gli consente di “riposare, di scomparire”. Le pillole che trangugia lo aiutano, ma i fantasmi del passato, le conferme del suo torpore e della sua indolenza continuano a inseguirlo, per incarnarsi in Irene Sammartino, una donna con cui tempo addietro ha avuto una breve storia d’amore conclusa senza che lei se ne rassegnasse del tutto, arrivata in quel posto sperduto “come un cavallo di Troia che il destino ha introdotto nottetempo nel suo nascondiglio”.

In quello stesso nascondiglio vive i suoi tormenti il maresciallo René, soldato esperto, “due volte in Libano, poi il Kosovo”, uomo fragile e indeciso, “abituato a indirizzare gli istinti erotici, a indirizzarli al pari dei suoi arti, delle armi da fuoco”, ma incapace di orientare i propri sentimenti. Già spogliarellista, ora che è un militare in carriera René continua a fare il gigolò, più che per piacere o per necessità a causa di quella forza inerziale che gli impedisce di “immaginare una versione nuova di sé”. Nel corso degli anni ha imparato a gestire il peso del comando, a sopportare le conseguenze “di avere nelle proprie mani il destino di ventisette uomini”, ma alla vigilia della partenza per la missione afghana si trova schiacciato da un interrogativo: ha senso condividere un figlio con “una donna che conosce appena, anzi non conosce affatto, una donna più vecchia di lui di quindici anni, una che lo paga per godere del suo corpo?”. In Afghanistan, il maresciallo René cerca risposta alle sue domande più intime, come fa l’inquieto caporalmaggiore Roberto Ietri, inseguito dal demone dell’insoddisfazione, che gli fa desiderare “troppe cose e sempre quelle che non può avere, quelle passate o, peggio ancora, quelle che non arriveranno mai”. Tra queste, la voglia di affrancarsi dalla sua verità scabrosa, il fatto che “non è mai stato con una donna, non nel modo che lui definisce completo”, oltre che di liberarsi dall’abbraccio soffocante ed eccessivamente premuroso della madre. Per tutti e tre, e per molti altri personaggi che costellano il romanzo di Paolo Giordano, i drammi privati, individuali, vissuti in solitudine, troveranno una soluzione ora tragica ora favorevole grazie alla tragedia collettiva, pubblica. In altre parole, grazie alla guerra, a quei venti chilogrammi di esplosivo su cui salta in aria “il Lince guidato da Salvatore Camporesi…..dilaniando i passeggeri a bordo, tutti tranne uno”. Subito dopo l’attentato, quando il caporalmaggiore Cederna è ancora intento a raccogliere brandelli sanguinanti dei suoi colleghi, il maresciallo René decide finalmente di tenere il figlio; subito dopo l’attentato, Roberto Ietri muore, nel momento stesso in cui afferma la sua virilità eroica, cercando di salvare un uomo rimasto ferito; subito dopo l’attentato, di fronte alla Commissione disciplinare che gli imputa la responsabilità di aver mandato in missione un soldato debilitato dall’intossicazione alimentare, il tenente Alessandro Egitto abbandona il suo torpore, rinuncia alle sue fughe, per assumersi “la piena responsabilità dell’accaduto”.

Sta qui la chiave di volta del romanzo di Paolo Giordano: la guerra come momento di passaggio, come ponte tra le età, come elemento che conferisce densità di significato e trasparenza a ciò che altrimenti sarebbe intangibile, opaco e insensato. Ma sta qui anche la sua debolezza: l’attentato appare una scorciatoia narrativa, un espediente per segnare l’ingresso dei personaggi nell’età adulta. Più in generale, la stessa ambientazione in un contesto bellico appare come un pretesto per “redimere” caratteri altrimenti irredimibili, perché assuefatti al loro squilibrio emotivo.

A differenza dei veri romanzi di guerra, qui la guerra non è che un palcoscenico, una semplice scenografia – predisposta con cura ed efficacia – per allestire una messa in scena ben riuscita. Quelli descritti da Paolo Giordano non sono veri soldati, ma ragazzi comuni travestiti con l’uniforme militare: pur volendosene emancipare (si veda l’intervista di Antonio Gnoli su La Repubblica del 15 ottobre 2012), per costruire le sue storie lo scrittore torinese attinge ancora all’universo familiare da “interno borghese” del suo primo romanzo, La solitudine dei numeri primi.

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Se i reading sono pieni di gente che sta male. Come devastare la vita culturale italiana dal basso https://minimaetmoralia.it/editoria/se-i-reading-sono-pieni-di-gente-che-sta-male-come-devastare-la-vita-culturale-italiana-dal-basso/ https://minimaetmoralia.it/editoria/se-i-reading-sono-pieni-di-gente-che-sta-male-come-devastare-la-vita-culturale-italiana-dal-basso/#comments Wed, 19 Dec 2012 09:39:50 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=12077 Questo pezzo è uscito su Orwell.

I grandi editori sono il male della della letteratura, e con loro la grande distribuzione, i grandi quotidiani, le grandi librerie. Noi nobili lettori forti e operatori culturali locali non abbiamo alcun dubbio: è colpa loro se la gente preferisce giocare con l’iPad invece che leggere Calvino; è colpa loro se le piccole librerie chiudono e in classifica ci vanno i romanzi mediocri.

Il primo paragrafo di questo pezzo è stato scritto dalla celestiale omelia collettiva che sale dai cuori della brava gente che ama la cultura (compresi chi scrive e chi legge questo pezzo). Questa omelia collettiva è giustificata se espressa dai lettori; diventa però spocchiosa e deresponsabilizzante in bocca agli operatori culturali locali: che avendo dalla loro parte la ragione, spendono il più delle volte un capitale psichico collettivo in “eventi letterari” brutti e noiosi.

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Questo pezzo è uscito su Orwell.

I grandi editori sono il male della della letteratura, e con loro la grande distribuzione, i grandi quotidiani, le grandi librerie. Noi nobili lettori forti e operatori culturali locali non abbiamo alcun dubbio: è colpa loro se la gente preferisce giocare con l’iPad invece che leggere Calvino; è colpa loro se le piccole librerie chiudono e in classifica ci vanno i romanzi mediocri.

Il primo paragrafo di questo pezzo è stato scritto dalla celestiale omelia collettiva che sale dai cuori della brava gente che ama la cultura (compresi chi scrive e chi legge questo pezzo). Questa omelia collettiva è giustificata se espressa dai lettori; diventa però spocchiosa e deresponsabilizzante in bocca agli operatori culturali locali: che avendo dalla loro parte la ragione, spendono il più delle volte un capitale psichico collettivo in “eventi letterari” brutti e noiosi.

Sono dieci anni che presento libri miei e altrui nelle librerie e nelle associazioni culturali e direi che due volte su tre la presentazione è organizzata male. Ora: nonostante le major, lo scambio diretto tra autori e lettori è regolato per lo più dai piccoli operatori culturali che invitano gli autori in uno spazio preciso, inevitabilmente locale, a incontrare i lettori. Questo esercito di librai e operatori culturali, però, costringe ogni giorno in tutta Italia una massa di amanti dei libri a sedere scomoda in stanze illuminate male, microfonate male, per ascoltare presentatori incompetenti che rendono gli scrittori invitati ancora più noiosi di quanto già non siano (siamo). I lettori stanno lì come a quelle messe lunghe lunghe, in chiese brutte, senza canti gregoriani. E come per le messe, la noia si giustificherebbe con la sostanza inscalfibile dell’evento letterario in sé.

Varie volte sono andato a dei reading in cui non è venuto nessuno per la prima ora, poi con calma sono arrivati uno o due amici dell’organizzatore e siamo finiti a parlare del libro attorno a un tavolo. In una di queste occasioni, l’organizzatore ha letto un suo racconto. In una presentazione recente, parte di una rassegna, la libraia mi ha presentato senza aver letto alcun mio libro. Mi ha fatto una serie di domande generiche sull’ispirazione, i maestri, e sullo stato della scena letteraria. Il mio primo reading doveva già farmi capire l’andazzo. In epoca meno recessiva di questa, nel 2003, presi un aereo col mio editore per andare a Palermo in un pub specializzato in birre belghe che aveva deciso di darsi un tono letterario. Portammo o facemmo spedire decine di copie del romanzo. Ci sistemarono su un divano al centro del locale. I tavolini erano su piani rialzati, il locale era pieno. Non era previsto un presentatore, nessuno dei proprietari aveva letto il libro. L’editore decise di presentarmi lui. Gli diedero un microfono, io gli dissi Ma non sono venuti per il libro, lui disse Ma non importa, intanto cominciamo poi vedrai che si voltano. Non posso dimenticare quella serie di ragazzi e ragazze che sentendo parlare il mio editore si voltano per darci le spalle e continuare la conversazione. Terrorizzato, rispondo a monosillabi alle domande dell’editore. Non ricordo com’è finita, forse ho letto un pezzo del romanzo. I proprietari, comunque, non avevano invitato nessuno; come per scusarsi dissero: Ma c’era il trafiletto sul giornale.

La posizione di sciatteria assoluta riscontrata nella buona maggioranza dei casi potrebbe avere a che fare con una visione cartesiana della cultura. La cultura è tutto ciò che è della mente: il contesto non conta. Arrivano editor e scrittori e critici con i loro cervelli inestesi, il resto sono dettagli, sarebbe futile occuparsene. Ne esce fuori una vita culturale approssimativa, tutta votata al sentimento, due cuori e una capanna, quelle scene dickensiane che si vedono verso le sette di sera passando davanti a una libreria: dieci figure ingobbite e timidamente sorridenti, anelanti, che guardano due o tre relatori neon-cianotici. Se per caso entri, senti le voci nei microfoni, cavernose, monotone, che girano un po’ a vuoto – ogni tanto una risata, poi una lettura con voce accurata. È questa, e non le pile di libri di Paolo Giordano, la vera faccia della letteratura.

Gli operatori culturali locali procedono forti della loro ragione, con quello spirito del “fare cultura”, del “purché si legga”.

A questo punto, vorrei stabilire, dopo essermi consultato con molti colleghi, una serie di richieste che gli scrittori potrebbero fare come condizione per partecipare a un reading. Potete ritagliarlo e attaccarlo sulla bacheca della libreria o associazione culturale. A sua volta lo scrittore invitato a presentare il suo libro può spedire all’associazione o alla libreria le sue richieste:

– Il Libraio o l’Organizzatore (L/O) devono aver letto il libro che si presenta o da cui si legge. In alternativa, deve averlo fatto un loro Delegato.

– L/O devono scriversi su un foglio gli elementi principali di biografia e bibliografia per introdurre l’autore. Se è presente un altro scrittore in veste di presentatore, oppure un critico, dovrà essere presentato con la stessa cura. Così gli avventori sapranno chi hanno davanti.

– L/O devono sincerarsi che microfono e amplificazione siano adatti al luogo della presentazione. Si può presentare senza microfono solo se l’ambiente è raccolto.

– Le luci: non da supermercato. È difficile concentrarsi.

– Il grosso del pubblico deve provenire dal tessuto sociale e culturale, perfino comunitario, creato dalla libreria o associazione culturale. La volontà di creare un tessuto sociale e culturale deve precedere il desiderio di creare eventi culturali. L’evento culturale dev’essere un tassello di un progetto, di un processo.

– L/O non devono aspettarsi che l’autore porti il pubblico. L’autore non è un piazzista.

– L/O, o il loro delegato, devono avere un’idea della struttura dell’incontro, che dev’essere fatta a misura del tessuto umano e sociale della libreria o associazione – del quale lo scrittore invitato sarà nella gran parte dei casi all’oscuro. L/O devono avere un’idea della lunghezza dell’incontro, e soprattutto devono avere un piano per impedire all’autore, o (NB!) al critico che eventualmente lo presenti, di parlare per mezz’ora di fila senza interruzione.

– L/O devono sapere che tipo di pubblico hanno davanti, visto che è il loro: un pubblico che può sopportare un’ora, mezz’ora o dieci o cinque minuti di lettura.

– L/O devono mediare tra l’autore e il pazzo che fa la domanda di rito sugli UFO o sulla massoneria.

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Il meglio di Pagina3: settimana dal 3 al 7 dicembre https://minimaetmoralia.it/cultura/il-meglio-di-pagina3-3-7-dicembre/ https://minimaetmoralia.it/cultura/il-meglio-di-pagina3-3-7-dicembre/#respond Fri, 07 Dec 2012 14:30:48 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=11913 Questa rubrica è in collaborazione con Pagina 3, la rassegna stampa culturale di Radio3. Tutti i venerdì minima&moralia selezionerà gli articoli più significativi tra quelli letti ogni mattina in radio dai conduttori di Pagina 3 e ve li segnalerà. In questo modo cercheremo di offrire una panoramica su quello che è stato il dibattito culturale italiano nel corso della settimana. Il conduttore del mese di dicembre è Nicola Lagioia. Un ringraziamento particolare a Radio3 e a Marino Sinibaldi.

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Questa rubrica è in collaborazione con Pagina 3, la rassegna stampa culturale di Radio3. Tutti i venerdì minima&moralia selezionerà gli articoli più significativi tra quelli letti ogni mattina in radio dai conduttori di Pagina 3 e ve li segnalerà. In questo modo cercheremo di offrire una panoramica su quello che è stato il dibattito culturale italiano nel corso della settimana. Il conduttore del mese di dicembre è Nicola Lagioia. Un ringraziamento particolare a Radio3 e a Marino Sinibaldi.

Lunedì 3 dicembre:

• Taranto, la città di ferro. Articolo di Franco Arminio su doppiozero.com

• Il fronte degli scrittori. Perché oggi gli autori italiani tornano a raccontare la guerra. Articolo di Andrea Bajani, la Repubblica, p. 58.

Ascolta il podcast dell’intera puntata – Il brano di oggi è  It might as well be spring nella versione di Bill Frisell e Fred Hersh

 

Martedì 4 dicembre: 

• Estratti dalle Pagine Corsare di Pier Paolo Pasolini sul rapporto Stato-Chiesa. Anche su pasolini.net

• Il ritorno di Mina. Da Presley a Porter, ecco le grandi canzoni della nostra America. Articolo di Paolo Giordano, il Giornale, p. 32.

Ascolta il podcast dell’intera puntata – Il brano di oggi è Black and Tan Fantasy di Duke Ellington, interpretata da Thelonious Monk

 

Mercoledì 5 dicembre:

• Orlando Cruz, il pugile gay: “Metto ko i pregiudizi”. Articolo apparso su Der Spiegel, Il Fatto Quotidiano, p. 15.

• Lettera di un maestro al maestro Rossi Doria “Fino a 8 anni scuole libere dai computer”. Appello di Franco Lorenzoni su Repubblica.it

Ascolta il podcast dell’intera puntata – Il brano di oggi è Preludio in Re Minore di Esbjorn Svensson

 

Giovedì 6 dicembre:

• Il futuro ricomincia da noi. E dal whisky di Glasgow. Intervista a Ken Loach di Arianna Di Genova, il manifesto, p. 3.

• Brubeck, idolo bianco del jazz. Articolo di Marco Molendini, Il Messaggero, p. 27.

Ascolta il podcast dell’intera puntata – Il brano di oggi è Dont’ worry about me di Dave Brubeck

 

Venerdì 7 dicembre:

• Niemeyer, l’architetto che amava le curve. Articolo di Gianni Riotta, La Stampa, p. 26.

• Lo scrittore e il ribelle. Nobel contro Nobel. Articolo di Giampaolo Visetti, la Repubblica, p. 46.

Ascolta il podcast dell’intera puntata – Il brano di oggi è The Mother di Ketil Bjornstad

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Ancora sulla cinquina #3 La letteratura da sindrome da stress post-traumatico https://minimaetmoralia.it/letteratura/ancora-sulla-cinquina-3-la-letteratura-da-sindrome-da-stress-post-traumatico/ https://minimaetmoralia.it/letteratura/ancora-sulla-cinquina-3-la-letteratura-da-sindrome-da-stress-post-traumatico/#respond Mon, 02 Jul 2012 13:52:58 +0000 http://www.minimaetmoralia.it/?p=8548 Se fosse vero quello che ormai da un decennio a questa parte un po' di critici vanno sostenendo, ossia che letteratura italiana, tutta chiacchiera e noir, soffra di mancanza di un reale trauma (vedi per es. Senza trauma di Daniele Giglioli) di esperienza (vedi per es. La letteratura dell'inesperienza di Antonio Scurati o Autoreverse dell'esperienza di Filippo La Porta), di autenticità (vedi per es. le riviste come Il primo amore o Lo straniero e i rispettivi mentori Carla Benedetti e Goffredo Fofi), dovremmo ragionare sul perché questa cinquina di candidati allo Strega diano invece a un lettore, forte o debole che sia, un'impressione diversa. Il silenzio dell'onda, Qualcosa di scritto, Il tempo di mezzo, La colpa, Inseparabili raccontano storie di scampati, di sopravvissuti proprio a una lesione, a cui sono legati a filo doppio: lasciarsela alle spalle vuol dire far morire una parte molto consistente di sé, attraversarla rischia di imprigionarli come in delle sabbie mobili. Come ne usciranno?

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Se fosse vero quello che ormai da un decennio a questa parte un po’ di critici vanno sostenendo, ossia che letteratura italiana, tutta chiacchiera e noir, soffra di mancanza di un reale trauma (vedi per es. Senza trauma di Daniele Giglioli) di esperienza (vedi per es. La letteratura dell’inesperienza di Antonio Scurati o Autoreverse dell’esperienza di Filippo La Porta), di autenticità (vedi per es. le riviste come Il primo amore o Lo straniero e i rispettivi mentori Carla Benedetti e Goffredo Fofi), dovremmo ragionare sul perché questa cinquina di candidati allo Strega diano invece a un lettore, forte o debole che sia, un’impressione diversa. Il silenzio dell’onda, Qualcosa di scritto, Il tempo di mezzo, La colpa, Inseparabili raccontano storie di scampati, di sopravvissuti proprio a una lesione, a cui sono legati a filo doppio: lasciarsela alle spalle vuol dire far morire una parte molto consistente di sé, attraversarla rischia di imprigionarli come in delle sabbie mobili. Come ne usciranno?

Proprio per questo se uno desidera conoscere i fragilissimi protagonisti di questi romanzi, deve accettare la costitutiva plasticità di personaggi più simili a fantasmi che galleggiano sulla realtà che a esseri di carne; e sobbarcarsi insieme a loro dei riti di passaggio lunghi e sfibranti. In questo lento tempo interstiziale, le loro storie si articolano come degli spazi limbici, apertissimi interrogativi, bolle. Per dire: Roberto, maresciallo dei carabinieri in congedo del romanzo di Carofiglio, perché lo troviamo a naufragare come un flâneur psicofarmacologizzato per una Roma ridotta a un pretesto? E cos’è che spinge il giovane Trevi a affidarsi senza rete alle bizze della “pazza” Laura Betti tra commemorazioni tragicomiche in morte di Pasolini e trasferte in Grecia a cercare di esaudire un’iniziazione che somiglia a una vacanza esistenziale? Oppure chi è veramente per Marcello Fois questo Vincenzo, figlio di nessuno che a fatica accetta il suo cognome, la sua origine e finirà per meravigliarsi della sua stessa indole feroce? E Samuel, minore dei due “inseparabili” fratelli Pontecorvo della saga famigliare di Piperno, perché subisce per anni questa esistenza dimidiata: invisibile al fratello maggiore, alla madre, al padre, e capiremo alla fine anche a noi lettori? E infine come possono farcela a crescere Estefan, Martino e Greta, i ragazzini inventati da Lorenza Ghinelli, ipertraumatizzati, mentalmente instabili, per colpe appunto che non hanno capito se hanno commesso o meno?
Se volessimo dare di questo panorama-campione un’interpretazione psicanalitica, dovremmo aver cura di rintracciare prima i dettagli medici che sono profusi dagli scrittori; i romanzi contemporanei sono pieni di diagnosi psichiatriche, nomi di equilibratori dell’umore, e anche questi non fanno eccezione (fateci caso, le coppie per Carofiglio o Piperno o Ghinelli si formano come per Carlo Verdone o Woody Allen: chiacchierando di Prozac e psicosi…). Se invece fossimo in vena di sociologismi d’accatto, la risolveremo con la storia della liquidità baumaniana, e via così: che le identità che conosciamo sono così contradditorie non ce l’ha suggerito innanzitutto la letteratura, con i suoi Hyde e Jekyll, e le sue Madame Bovary? Ma è sintomatico come invece tutti e cinque questi scrittori – ognuno con i suoi mezzi, ma ognuno dotato di una sua idea ben precisa (leggi: sia consapevole che artificiosa) di cosa vuol dire costruire un romanzo – sembrino trovarsi di fronte un dilemma più complesso: cosa accade quando la ferita si cronicizza? Se la vita, per fare un esempio, scorre e nulla cambia. Se quel “tempo di mezzo” si prolunga all’infinito? Se “la pazza” Laura Betti assomiglia sempre di più al personaggio da lei interpretato in Teorema di Pasolini, una specie di santa sospesa tra la vita e la morte? Se il destino dell’amartema che ha trascinato con sé i Pontecorvo come i ragazzini della Ghinelli non soltanto non va a sfumare nell’oblio, ma divora ai fianchi, addirittura si ripete, si accanisce?
Non c’è una grande possibilità di azione o di reazione, se la condizione emotiva condivisa è quella di una sindrome da stress post-traumatico. A questo ci sta abituando sempre di più la letteratura contemporanea. Per giocare in casa, basta citare altri fortunati personaggi “stregati” degli anni passati: il Pietro Paladini di Caos calmo che sceglie di abitare la panchina davanti alla scuola della figlia dopo la morte improvvisa della moglie, o i due ragazzi Alice e Mattia della Solitudine dei numeri primi che a volersi bene non ce la faranno proprio, tetanizzati da indicibili shock infantili. (Ed è interessante come attraverso questa stessa lente si possano leggere anche La scomparsa di Lauren Armstrong di Gaia Manzini o La logica del desiderio di Giuseppe Aloe, candidati Strega perduti nella selezione della cinquina.)
Dunque la questione rimane: questi cinque romanzi candidati di quest’anno come la risolvono la drammatizzazione, l’evoluzione dei personaggi? Anche qui, sembrano immaginarla in un modo molto simile, la soluzione alla magia che condanna gli uomini a un limbo in cui si rimane inchiodati solo al proprio dolore. L’amuleto che rompe il cattivo incantesimo è in tutti e cinque i libri un un pezzo di scrittura, documento o romanzo che sia. O come scrive Trevi in copertina, “qualcosa di scritto”. Per il Trevi neanche trentenne sarà proprio il manoscritto di Petrolio, utile a accompagnarlo in un rito di conoscenza che lo porterà a diventare uno scrittore e a non rimanere per sempre orfano dei maestri novecenteschi come il padre-fantasma Pasolini. Per Samuel Pontecorvo sarà una lettera che troverà nella tasca della giacca del padre a dargli la possibilità di emanciparsi dalle interpretazioni autopunitive di tutta la famiglia. Per Vincenzo il documento che certifica che lui è un Chironi e che lui porge ai suoi parenti ritrovati come un viatico per poter essere accolto nel nuovo consesso sociale. Per Roberto sarà una biografia di Shakespeare che gli servirà per trovare un pretesto per parlare con la donna con cui, dopo anni di paresi anaffettiva, sta ricominciando a pensare di poter avere una relazione. Per Estefan saranno le scritte sui muri, che lui ogni volta che la sua testa viene invasa dagli incubi, si premura di sfiorare, come fosse una liturgia apotropaica.
E così se uno pensa a come nella crisi dell’editoria, nella perdita di autorevolezza della critica, il Premio Strega sia ancora una specie di cerimoniale fiabesco che permette di trasformare i libri in best-seller e dei semplici narratori in Autori con la maiuscola, allora in questa fede quasi magica per quel che può fare la scrittura ha anche la possibilità di vederci un desiderio inconscio che basti una votazione nel ninfeo di Valle Giulia per regalarci quel rito di passaggio verso l’adultità della letteratura di cui abbiamo una nostalgia sfrenata.

[Questo pezzo è uscito il 1 luglio sull’inserto domenicale del Sole 24ore]

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Rushdie a Tirana https://minimaetmoralia.it/letteratura/rushdie-a-tirana/ https://minimaetmoralia.it/letteratura/rushdie-a-tirana/#comments Tue, 08 May 2012 09:10:47 +0000 http://www.minimaetmoralia.it/?p=7719 Pubblichiamo un articolo di Alessandro Leogrande sulle reazioni della comunità musulmana alla notizia della pubblicazione in Albania delle opere di Salman Rushdie. Una versione più breve di questo articolo è uscita su «La Lettura» del «Corriere della Sera».

Pubblicare Salman Rushdie a Tirana è un atto di coraggio. Nel ventennale della fatwa khomeinista del 1989 contro l'autore dei Versetti satanici, Christopher Hitchens notò come questa, oltre ad aprire un nuovo fronte di guerra contro la libertà d'espressione su scala globale, aveva creato uno straordinario collante nell'islam radicale e ultraconservatore, divenendo un detonatore sempre pronto a esplodere, nei luoghi più disparati, anche nel XXI secolo.

Quanto sta accadendo in Albania in questi giorni lo conferma ampiamente. Arlinda Dudaj, giovane direttrice della omonima casa editrice, la più importante e dinamica del paese, ha reso noto in una intervista rilasciata sul quotidiano “Shiqptarja” di aver acquistato i diritto dei Versetti satanici. Dudaj è una casa editrice che traduce molto. Ha pubblicato José Saramago, Cormac McCarthy, Stieg Larsson, gli italiani Roberto Saviano, Paolo Giordano, Fabio Geda... Il suo maggior successo editoriale è Kurban, autobiografia politica di Edi Rama, leader dell'opposizione contro la deriva “bielorussa” del sistema-Berisha. Nell'ultimo mese, oltre a mandare in libreria To the End of the Land di David Grossman, Dudaj ha pubblicato L'incantatrice di Firenze dello stesso Rushdie e annunciato la pubblicazione, nei prossimi mesi, del suo “memoir” Joseph Anton e congiuntamente dei Versetti satanici, sinora mai tradotti in albanese.

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Pubblichiamo un articolo di Alessandro Leogrande sulle reazioni della comunità musulmana alla notizia della pubblicazione in Albania delle opere di Salman Rushdie. Una versione più breve di questo articolo è uscita su «La Lettura» del «Corriere della Sera».

Pubblicare Salman Rushdie a Tirana è un atto di coraggio. Nel ventennale della fatwa khomeinista del 1989 contro l’autore dei Versetti satanici, Christopher Hitchens notò come questa, oltre ad aprire un nuovo fronte di guerra contro la libertà d’espressione su scala globale, aveva creato uno straordinario collante nell’islam radicale e ultraconservatore, divenendo un detonatore sempre pronto a esplodere, nei luoghi più disparati, anche nel XXI secolo.

Quanto sta accadendo in Albania in questi giorni lo conferma ampiamente. Arlinda Dudaj, giovane direttrice della omonima casa editrice, la più importante e dinamica del paese, ha reso noto in una intervista rilasciata sul quotidiano “Shiqptarja” di aver acquistato i diritto dei Versetti satanici. Dudaj è una casa editrice che traduce molto. Ha pubblicato José Saramago, Cormac McCarthy, Stieg Larsson, gli italiani Roberto Saviano, Paolo Giordano, Fabio Geda… Il suo maggior successo editoriale è Kurban, autobiografia politica di Edi Rama, leader dell’opposizione contro la deriva “bielorussa” del sistema-Berisha. Nell’ultimo mese, oltre a mandare in libreria To the End of the Land di David Grossman, Dudaj ha pubblicato L’incantatrice di Firenze dello stesso Rushdie e annunciato la pubblicazione, nei prossimi mesi, del suo “memoir” Joseph Anton e congiuntamente dei Versetti satanici, sinora mai tradotti in albanese.

La reazione islamica, in quello che fino a vent’anni fa era costituzionalmente l’unico stato ateo al mondo, non si è fatta attendere.

Ermir Gjinishi, leader della comunità islamica albanese, ha subito detto che la pubblicazione del libro è una provocazione inaccettabile per il mondo musulmano: “Offende il profeta e il corano, e creerebbe inutili tensioni in Albania”. Su posizioni più radicali Roald Hysa del Forum musulmano: “Salman Rushdie è uno scrittore mediocre che ha scritto cose molto offensive”: A suo dire Dudaj intende solo commercializzare tali offese: “Non è possibile calpestarci in questo modo. Noi siamo contrari al rogo dei libri, non siamo certo l’Inquisizione. Tuttavia non possiamo escludere che qualche credente possa sentirsi autorizzato a compiere atti estremi. Non garantiamo nulla.”

L’intuizione di Hitchens sembra materializzarsi davvero. Vent’anni sono passati invano. Nel luglio del 1991 Ettore Capriolo, traduttore del libro in italiano, venne pugnalato nella sua casa milanese. Fortunatamente sopravvisse all’attentato, a differenza del  traduttore giapponese, Hitoshi Igarashi, che venne ucciso a Tokyo pochi giorni dopo. L’editore norvegese William Nygaard venne invece ferito a colpi d’arma da fuoco nell’ottobre del ’93.

Oggi come ieri, le intimidazioni contro editori e traduttori di Rushdie partono immediatamente al solo annuncio della pubblicazione, mesi prima dell’uscita effettiva in libreria, creando una condizione di tensione crescente. Ma oggi più di ieri l’odio e gli insulti si moltiplicano in rete, nei commenti anonimi intrisi di offese maschiliste contro l’editrice “blasfema”. Arlinda Dudaj afferma molto lucidamente: “Il problema non è l’islam, ma l’islamismo politico che pretende di governare ogni aspetto della vita, e di ridurre l’intera società alla sua interpretazione. Invece ogni autorità (religiosa, politica, culturale, economica) deve poter essere criticata. È questo il senso di una società moderna, libera da autoritarismi. E se vogliamo farne parte, dobbiamo tenerne conto.”

Sullo sfondo si delinea uno scontro culturale tra due Albanie: una colta, laica, cosmopolita e una avvitata intorno alle sue tradizioni, a presunte “radici” riscoperte negli anni del post-comunismo. Ma il caso-Rushdie funziona anche come cartina al tornasole delle trasformazioni interne all’Islam albanese, nell’unico paese europeo in cui il 70% della popolazione si definisce musulmano. Chiaramente si sta delineando una frattura. Da una parte c’è un islam tradizionale, blandamente conservatore, di derivazione ottomana. Dall’altra ci sono alcune nuove moschee finanziate dagli stati del Golfo. Sono queste il luogo di ritrovo dei filo-arabi, tendenzialmente più giovani, e potenzialmente sedotti dalla retorica radicale. In un paese in rapida trasformazione sociale e culturale, il caso-Rushdie (di cui ormai si parla in tutte le tv e su tutti i giornali) li sta facendo uscire allo scoperto.

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L’Ikea del romanzo https://minimaetmoralia.it/estratti/likea-del-romanzo/ https://minimaetmoralia.it/estratti/likea-del-romanzo/#comments Tue, 14 Dec 2010 09:14:18 +0000 http://www.minimaetmoralia.it/?p=3448 Il brano che segue è tratto da un saggio dal titolo Lo stile Ikea. Su Moccia e gli altri, in uscita su «Il Ponte», 12, 2010.

Di Gianluigi Simonetti

È nella terra di confine tra racconto di consumo e Midcult che lavorano a pieno ritmo i laboratori in cui si clonano i best-seller. Bianca come il latte, rossa come il sangue di Alessandro D’Avenia sembra progettato a tavolino per occupare una posizione intermedia tra gli ultimi libri di Moccia e il romanzo di Giordano

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Il brano che segue è tratto da un saggio dal titolo Lo stile Ikea. Su Moccia e gli altri, in uscita su «Il Ponte».

Di Gianluigi Simonetti

È nella terra di confine tra racconto di consumo e Midcult che lavorano a pieno ritmo i laboratori in cui si clonano i best-seller. Bianco come il latte, rosso come il sangue di Alessandro D’Avenia sembra progettato a tavolino per occupare una posizione intermedia tra gli ultimi libri di Moccia e il romanzo di Giordano, restando sul medesimo terreno tematico (evidentemente cruciale): anche qui, una storia d’amore tra adolescenti borghesi in una grande città italiana [1]. Significativa in tal senso già la scelta della copertina, chiaramente ispirata al ritratto femminile della Solitudine dei numeri primi, però scremato di ambiguità sessuale, semplificato e come normalizzato. E infatti il compromesso è soprattutto tonale: tra la gelida atonia di Giordano e l’euforia massificata di Moccia, D’Avenia opta per un vitalismo giovanilistico che si imbatte nella tragedia – la leucemia che stronca la giovanissima Beatrice, di cui è innamorato il protagonista Leo. Eppure il dramma, dopo una pausa di riflessione, serve a confermare la speranza e a rinnovare l’amore, che si trasferisce su Silvia, promossa da amica ad amante nel finale del libro. C’è quindi la problematicità e l’impatto col negativo del libro di Giordano, ma anche il lieto fine e la gioia di vivere di Moccia, in un impianto pensato coerentemente per contenere molti luoghi comuni sui giovani e sulla società, ma stavolta in una versione umanistica, ricca di buoni sentimenti, strategicamente opposta alla stereotipia consumistica e pubblicitaria offerta dai romanzi mocciani. Da quel modello, implicitamente stigmatizzato, è tratta la situazione di partenza del libro: la quotidianità di un protagonista sedicenne, disinteressato alla cultura e ostile alla scuola, attratto invece dagli oggetti di consumo, dai valori guerrieri del branco, dalla velocità come condizione esistenziale. Stando così le cose l’itinerario del protagonista, sui solidi binari del Bildungsroman, sarà quello di un progressivo distacco dai falsi miti adolescenziali, fino al rovesciamento della posizione iniziale e alla conquista di una forma di maturità umanistica. La quale viene conseguita soprattutto attraverso l’azione di tre controspinte, ‘culturali’ in senso ampio:

a) L’amore, innanzitutto, opposto al consumo. A differenza che in Moccia, i sentimenti non sono fusi alle merci, ma le combattono, come l’autenticità combatte i desideri indotti (eppure in D’Avenia i sentimenti, come le merci, si esprimono attraverso un segno esteriore – un tatuaggio, una firma; hanno bisogno di esibirsi per dimostrare che esistono):

Ci sono firme e firme. Se ti compri la Fred Perry, i Dockers, le Nike…Quelle sono firme che ti porti sulle cose e prima o poi le cambi, le butti, le perdi…Certo, ti fanno sentire migliore, ma poi passano. E ci sono altre firme. Quelle che porti sul cuore. Quelle firme ti dicono chi sei veramente e per chi sei veramente. Sul cuore io ho la firma di Beatrice tatuata (BR, 113).

«Solo quando abbiamo tatuato sulla faccia qualcosa di cui ci vergogniamo cominciamo ad avere una faccia reale» (BR, 148).

b) La famiglia, molto diversa dall’asettico laboratorio descritto da Giordano, ma anche dalla palestra consumistica ritratta da Moccia. Leo sogna una famiglia unita come quella dell’Elefante – il signore conosciuto in ospedale dopo l’incidente di moto; ma è un desiderio di circostanza, perché la famiglia di Leo in effetti è già unita, solidale e affettuosa nei confronti del ragazzo, severa e inflessibile solo quando serve, quando cioè occorre esercitare una corretta disciplina: padre e figlio sanno che le punizioni fanno parte del gioco, per questo non si scontrano mai. Il risultato è appunto un ideale di famiglia insieme protettiva e avventurosa, burbera e comprensiva, conservatrice e libertaria – secondo quel modello di contraddizione senza ambivalenza che proprio con Moccia abbiamo imparato a riconoscere.

c) La scuola, polo decisivo in un libro che ideologicamente si cementa attorno alla difesa della pedagogia umanistica (D’Avenia, ricordiamolo, insegna in un liceo classico). I professori di Bianca come il latte – soprattutto quello di lettere (detto il Sognatore), ma anche quello di religione (detto Gandalf) – si distaccano nettamente tanto dagli omologhi di Moccia, tristi e vagamente sadici, quanto da quelli di Giordano, indifferenti e remoti. In D’Avenia sono innanzitutto straordinari campioni di umanità (in questo sovrapponibili al padre di Leo): sorridenti e sicuri di sé, hanno occhi che brillano di fervore, e fissano quelli dei ragazzi senza mai abbassarsi, in una competizione che ha in palio la conquista dell’autorevolezza e del rispetto reciproco:

Gli brillano gli occhi. Quando lo saluto, mi sbaglio e lo chiamo Sognatore. Ride e aggiunge che lo sa che lo chiamo così. Se ne va e io mi mordo le labbra perché al Sognatore va bene tutto, anche i soprannomi. Chi l’ha detto che per avere autorità bisogna essere antipatici? (BR, 92).

È l’esempio dei professori che permette a Leo di invertire i ruoli, e, alla fine, di accedere alla maturità:

«Si è fatto tardi» dice il Sognatore mentre faccio un salto evolutivo di almeno duemila anni./ Mi guarda dritto negli occhi./«Grazie della compagnia, Leo. E grazie soprattutto di quello che mi hai regalato stasera»./ Non capisco./ «Regalare il proprio dolore agli altri è il più bell’atto di fiducia che si possa fare. Grazie per la lezione di oggi, Leo. oggi il prof sei stato tu» (BR, 149).

E in effetti il miracolo alla fine si compie: la cultura doma la barbarie e la invita a identificarsi con lei («Mi fa rabbia ammetterlo…Io voglio essere come un supplente sfigato di storia e filo» – BR, 92). I valori tirati in ballo sono quelli del vecchio liceo classico, eppure la velocità, l’intensità e l’energia della metamorfosi sono quelle delle spettacolari trasformazioni ‘in diretta’ caratteristiche del sistema dei media, e in particolare del reality show: una sintesi bizzarra tra la Scuola d’Atene e il Grande fratello (“Sono nato il primo giorno di scuola, cresciuto e invecchiato in soli duecento giorni”: così recita la quarta di copertina della prima edizione del romanzo). Non una lunga e faticosa costruzione del sé attraverso la lenta assimilazione di valori umanistici, ma un apprendimento immediato, esibito, la cui forma smentisce il proprio stesso contenuto: del resto in Bianca come il latte, come negli ultimi romanzi di Moccia, abbondano le citazioni aforistiche, che della “culturalizzazione istantanea” (Labranca) rappresentano il suggello formale. La metamorfosi risulta non solo rapida e spettacolare, ma anche facile e indolore: che tutto sarebbe finito nel migliore dei modi potevamo indovinarlo già all’inizio, dal momento che fin dalla sua prima apparizione il professore di lettere esprime i valori che contano con la fermezza degli eroi, senza paura di scontrarsi con lo scetticismo di Leo («Prof, a me sembrano tutte chiacchiere»):

«Grazie alla libertà possiamo diventare qualcosa di diverso da quello che siamo. La libertà ci consente di sognare e i sogni sono il sangue della nostra vita, anche se spesso costano un lungo viaggio e qualche bastonata. “Non rinunciare mai ai tuoi sogni! Non avere paura di sognare, anche se gli altri ti ridono dietro” così mi disse mio nonno, “rinunceresti a essere te stesso”. Ancora mi ricordo gli occhi brillanti con cui sottolineò le sue parole» (…)/ Al prof brillano gli occhi mentre parla delle gesta di piccoli uomini diventati grandi grazie al loro sogno, alla loro libertà (BR, 20-21).

Ogni cosa collima: i valori attribuiti alla scuola – libertà e sogno – coincidono di fatto con quelli promossi dalla famiglia: l’attesta il padre di Leo, altra figura autorevole del romanzo, giustificando un’assenza da scuola del figlio:

«Sai, Leo, anche io ho marinato la scuola una volta. Avevano appena regalato la Spider decappottabile al fratello di un mio compagno di classe, e quella mattina si andava al mare a provarla. Mi ricordo ancora il mare che copriva i nostri discorsi urlati e quell’ago a motore che tagliava l’aria come un fuso. E poi il mare. E tutta quella libertà del mare che sembrava nostra. Gli altri chiusi dentro le quattro mura di scuola e noi lì, veloci e liberi. Mi ricordo ancora quell’orizzonte ampio e senza punti di riferimento, in cui solo il sole faceva da limite all’infinito. In quel momento capii che ciò che conta di fronte alla libertà del mare non è avere una nave, ma un posto dove andare, un porto, un sogno, che valga tutta quell’acqua da attraversare» (BR, 180).

Ma libertà e sogno (e velocità), l’abbiamo visto, sono anche i pilastri ideologici dei romanzi di Moccia. Certo, sul piano dei contenuti espliciti D’Avenia, a differenza di Moccia, distingue tra sogni progressisti, durevoli, e sogni consumistici, effimeri – questi ultimi sono quelli di Niko, l’amico di Leo che resta al di qua del cambiamento («Meglio avere i sogni alla Niko, quelli sicuri, quelli che ti compri. Mi vado a comprare le scarpe nuove, le Dreams, almeno il sogno lo porto ai piedi e lo calpesto», BR, 60); eppure non sfugge quanto il progressismo di D’Avenia sia inconsapevolmente impregnato, nei valori supremi, dalle spore di quel consumismo onirico senza mediazioni e senza intoppi che dovrebbe essere il suo nemico giurato. La formula del Sognatore – «In questa classe magari ci sono il prossimo Dante o Michelangelo….magari potresti essere tu!” – non è poi così lontana dall’«impossible is nothing» che legittima i sogni dei personaggi di Moccia: in entrambi i casi è l’espressivismo individualistico, l’identità mutevole, insomma il principio di piacere del consumo a imporsi sul principio di realtà.
Che le analogie profonde sopravvivano dietro le opposizioni di superficie lo dimostra a maggior ragione un confronto stilistico. Nel suo libro D’Avenia opta per una focalizzazione interna, che lo spinge ad attribuire al narratore la ‘voce’ e il punto di vista sul mondo di un sedicenne. Rispetto alla focalizzazione zero dei romanzi di Moccia, solidale ai personaggi, si tratta di una scelta di distanziamento e di mediazione: Leo si assume la responsabilità della lingua – gergale – che lo contraddistingue socialmente e culturalmente; l’autore organizza il racconto tenendosi lontano dalla mischia, esprimendo semmai il proprio punto di vista attraverso le parole di personaggi adulti e autorevoli come i professori. D’Avenia avrebbe potuto mostrare la crescita di Leo attraverso una trasformazione non solo ideologica, ma anche linguistica: l’approdo alla maturità avrebbe potuto consistere nel conseguimento di un linguaggio diverso, omologo a un nuovo e più mediato punto di vista sul mondo. Di fatto nel romanzo il passaggio dalla barbarie alla civiltà è abbozzato in forma di abiura del gergo del branco; la maturità è fatta coincidere con l’uso corretto del congiuntivo:

Per stare nel gruppo si può rinunciare al congiuntivo, ma per parlare in italiano no. (…) Se voglio diventare scrittore devo imparare a usare il congiuntivo. Certo il congiuntivo non è necessario per vivere, ma grazie a lui si vive meglio: la vita si riempie di sfumature e possibilità (BR, 201).

Ma la lingua di Leo non cambia nel corso del libro – spia di una evoluzione che in effetti risulta superficiale, irrisolta, poco credibile. Non solo; fin dall’inizio il linguaggio del protagonista si mostra eterogeneo: ai numerosi ed ingombranti elementi gergali si mescolano interventi che lasciano intravedere la coscienza linguistica dell’autore: “«Ok Silvia, rispetto la tua privacy, ma sappi che puoi sempre contare su di me»” (BR, 98); “Tutta la sua figura è una promessa di felicità” (BR, 172). L’autore vorrebbe ma non sa differenziarsi dal personaggio; esattamente come vorrebbe ma non sa proporgli una vera alternativa culturale.
Succede così che un romanzo fortemente ‘a tesi’, difensore della Bildung e della tradizione umanistica, si riveli contaminato alla radice da quella cultura di massa che intende arginare; contaminato non soltanto nella coscienza dei personaggi, il cui orizzonte culturale resta, come in Moccia, integralmente pop (cinema, musica, fumetti), ma in quella stessa dell’autore – nonostante i nobili riferimenti metaletterari che addobbano la cornice del libro (la dialettica tra la passione per una Beatrice e l’amore per una Silvia, di per sé allusiva alla tradizione poetica italiana). Alla fine, le contraddizioni di D’Avenia sono le stesse di Moccia, ed analoghi sono perfino i limiti artigianali: lo scarso controllo delle metafore (“Sei pallido come la schiuma del tuo cappuccino” – BR, 72); il ricorso involontario ai cliché (la contrapposizione schematica tra calcio e studio); la platealità e a volte l’assurdo di molte situazioni narrative:

Dopo avermi lasciato straripare per almeno un quarto d’ora (dietro il fuoco della rabbia si nasconde almeno il doppio di acqua salata..), il Sognatore rompe il silenzio che segue a un pianto, come il silenzio della sabbia dopo un temporale violento./ «Ti racconto una storia.» (BR, 147)

Il sintomo che la narrativa di Moccia rappresenta è davvero tale, se ne ritroviamo le tracce in opere che proprio a Moccia vorrebbero reagire: segno che una parte della narrativa che si scrive oggi, indipendentemente dalle sue più o meno buone intenzioni – e al di là degli esercizi dichiaratamente sperimentali, o dei capolavori – tende a ricalcare, magari in modo inconscio, le forme rassicuranti dell’intrattenimento mediatico, derogando ai suoi tradizionali, specifici modi di conoscenza del mondo: “dire quello che solo un romanzo può dire”, secondo la formula di Hermann Broch ripresa da Kundera. Il vecchio mito romantico della profondità, della serietà e dell’anticonformismo dell’arte si rovescia così nel loop della comunicazione: mettere in scena ciò che già si sa, ciò che tutti sanno – o credono di sapere. Accelerando il ritmo degli eventi, enfatizzandoli, rendendoli glamour – ma anche assottigliandone gli spessori. Una letteratura dal design democratico, amica del potere, che ci arreda la vita col minimo costo e col minimo sforzo.

[1] A. D’Avenia, Bianca come il latte, rossa come il sangue, Milano, Mondadori, 2010 (BR).

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In nome di cosa continuiamo a sentirci migliori? https://minimaetmoralia.it/cultura/in-nome-di-cosa-continuiamo-a-sentirci-migliori/ https://minimaetmoralia.it/cultura/in-nome-di-cosa-continuiamo-a-sentirci-migliori/#comments Sat, 13 Jun 2009 11:04:42 +0000 http://minimaetmoralia.wordpress.com/?p=40 Che cos’è il potere? Se un giorno mio figlio dovesse rivolgermi questa domanda, dilaniato dagli scrupoli, finirei per dargli una risposta evasiva. Per evitare condizionamenti di qualsiasi genere, formulerei un aforisma prêt-à-porter, un esercizio pedagogico interlocutorio in attesa che cresca: Il potere, figliolo, è la cosa che cerca in tutti i modi di impedire la tua espressione personale e professionale, qualunque cosa o persona ti scelga come nemico. Inventerei qualcosa del genere, senza fare nomi e senza chiamare in causa i massimi sistemi. E comunque eviterei accuratamente di prospettargli la possibilità di cambiare le cose. A questo mio figlio che non esiste ancora cercherei infondere disillusione a priori. Quella che io, durante la mia infanzia, non ho avuto. Perché ho sempre saputo da che parte stare fino a che non è arrivato il futuro.

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[pubblicato su Diario]

Che cos’è il potere? Se un giorno mio figlio dovesse rivolgermi questa domanda, dilaniato dagli scrupoli, finirei per dargli una risposta evasiva. Per evitare condizionamenti di qualsiasi genere, formulerei un aforisma prêt-à-porter, un esercizio pedagogico interlocutorio in attesa che cresca: Il potere, figliolo, è la cosa che cerca in tutti i modi di impedire la tua espressione personale e professionale, qualunque cosa o persona ti scelga come nemico. Inventerei qualcosa del genere, senza fare nomi e senza chiamare in causa i massimi sistemi. E comunque eviterei accuratamente di prospettargli la possibilità di cambiare le cose. A questo mio figlio che non esiste ancora cercherei infondere disillusione a priori. Quella che io, durante la mia infanzia, non ho avuto. Perché ho sempre saputo da che parte stare fino a che non è arrivato il futuro.

Nato nella metà degli anni Settanta, faccio parte di una generazione cresciuta sotto l’ombrello di troppe certezze e che, per contrappasso, si è trovata risucchiata nei buchi neri di un’incertezza cosmica. Fin dalla più tenera età sono stato indottrinato, ma in un modo naturale, involontario, visto che non ci potevano essere dubbi su quale fosse la verità e dove risiedesse. A cinque anni leggevo Repubblica e Paese Sera seduto in braccio a mio padre. E più o meno a quell’età ho imparato la fondamentale distinzione tra bene (sinistra) e male (destra, centro, religione, Andreotti).

Mi tornano in mente le domeniche, quando ascoltavamo Banana Republic, il live del mitico tour De Gregori – Dalla del 1979, mentre nel nostro appartamento venivano celebrate rievocazioni ufficiali della contestazione. Ero fiero che i miei genitori, come dicevano loro, avessero fatto il Sessantotto e che mia madre avesse partecipato ai gruppi femministi di autocoscienza e che per un certo periodo avesse distribuito Lotta Continua all’università. Mi piaceva sentire quelle storie, che mi facevano venire voglia di tornare indietro nel tempo per contribuire alla causa a modo io, o anche solo per poter dire di esserci stato. A quattordici anni ero lo spettatore della Notte della Repubblica che tifava contro Sergio Zavoli.

D’estate andavamo in campeggi sulla costa greca frequentati esclusivamente da gente di una certa frangia. Erano giornalisti del Manifesto, insegnanti universitari con fantomatici trascorsi nei Nap, psichiatri antistrutturalisti che avevano fatto i candidati nelle liste di Democrazia Proletaria. Sentivo come il privilegio di essere parte di un’elite di migliori. I peggiori non li avevo mai visti. Ma immaginavo si nascondessero nel potere, la forza oscura che aveva impedito all’utopia di avverarsi.

Agli inizi degli anni Novanta ero abbastanza grande per assistere coi miei occhi alla stagione del cambiamento. L’implosione del potere reazionario che per cinquant’anni aveva tenuto in pugno l’Italia stava lasciando enormi spazi vuoti che sarebbero stati riempiti con dosi massicce di speranza. A Napoli, la mia città, l’elezione di Antonio Bassolino fu salutata come un momento di profondo rinnovamento, una specie di rivoluzione elettorale che avrebbe persino spinto qualcuno a intonare The times They’re a-Changin’. Se ci penso adesso, è incredibile come nella figura di un uomo di apparato – un uomo che avrebbe fatto dell’esercizio del potere la propria ragion d’essere politica – si concentrassero un miscuglio di aspettative così campate in aria. Di certo nessuno si aspettava il sovvertimento del sistema capitalista, ma nelle persone che conoscevo, nei miei genitori e nei loro amici, potevo intravedere un luccichio negli occhi, un senso di risarcimento per tutte le battaglie perse, le delusioni, le soddisfazioni che il potere aveva loro negato. Quella elezione, insieme ad altre, fu anche una specie di rimborso generazionale. E quindi, ancora una volta, un investimento di illusioni, fatto di quel tipico sentimento di speranza estraneo alla realpolitik che, in modo del tutto incongruo, continua, anche oggi ma più flebilmente, a percorrere lo spirito di certe manifestazioni del Pd o della sinistra radicale. Si percepisce negli inni di Fossati che risuonano, nelle bandiere che sventolano quando qualche oligarca ancora ben voluto sale sul palco di una piazza, nell’abbigliamento dei ragazzi, figli di famiglie di sinistra, passate senza soluzione di continuità dal culto di Marcuse a quello di Dario Franceschini.

Quando qualche volta mi capita di parlare con i miei genitori e i loro amici, sessantenni delusi ed estranei a qualsiasi tipo di partecipazione che veleggiano sulle acque calme delle gratificazioni spirituali ed enogastronomiche, e affronto la delicata questione del giudizio su ciò che di buono la loro generazione ha fatto, finisco quasi sempre per litigare con tutti. La loro versione della storia non mi convince, continua ad assomigliare troppo a una fiaba senza lieto fine dove i buoni avrebbero potuto vincere se non fosse stato per i cattivi (che hanno sempre la meglio). Quello che rimprovero loro è il sottrarsi a qualsiasi ammissione di responsabilità. Di solito mi rispondono che almeno ci hanno provato a fare le battaglie che andavano fatte e hanno comunque contribuito a migliorare il Paese, mentre noi – la generazione di cui faccio parte – non abbiamo neanche tentato di fare qualcosa. La mia obiezione è che il senso di quelle battaglie va letto alla luce di cosa è successo dopo. E, sotto questa luce, le famose battaglie non sembrano avere avuto molto senso se si pensa all’Italia berlusconiana o alla condizione disperatamente priva di prospettive che la maggior parte dei miei coetanei si trova ad affrontare. Sono anche loro – la generazione dei Veltroni, dei D’Alema, dei Cacciari, baby boomer passati dalle più ambiziose utopie al pragmatismo prussiano – ad avere lasciato ai propri figli quest’Italia, un luogo brado e senza futuro dove vige la legge del più forte e l’ingiustizia sociale è una prassi consolidata.

Qualche tempo fa, proprio nel corso di uno di questi rendez-vous intergenerazionali, sfinito da una discussione su Berlusconi come unica causa dei nostri guasti, mi sono messo a urlare: «Siete degli ingenui». Qualcuno mi ha urlato di rimando: «Allora spiegacelo tu cos’è il potere».

Ho capito che il problema era il diverso significato che stavamo attribuendo alla parola. Pur continuando a identificare in modo quasi automatico la parola potere con l’immagine del volgare imprenditore brianzolo tirato e abbronzato mentre passeggia con la bandana a Porto Cervo, il mio modo di relazionarmi al potere aveva cessato di essere un fatto puramente astratto. Avevo conosciuto un potere familiare e insospettabile, elegante e colto, che in qualche modo aveva demolito le mie ultime certezze.

Per fare capire ai miei genitori e ai loro amici cosa cercavo di dire, avrei potuto consigliare la lettura delle Lettere a nessuno di Antonio Moresco, quadro avvilente, tragico, grottesco del potere culturale italiano, uscito nel 1991 per Bollati Boringhieri e di recente ristampato da Einaudi. È un libro in cui, attraverso appunti, stralci e lettere, Moresco racconta pezzi della sua vita, dagli anni Settanta, Ottanta, fino al momento della rinascita come scrittore celebrato e odiato, stimato e villipeso. La parabola delinea in modo preciso e disperato un’estenuante lotta donchisciottesca contro il potere. Dapprima, con l’impegno politico in un gruppuscolo della sinistra extraparlamentare – una vita di stenti, delusioni, frustrazioni, e fiducia mal riposta – e poi, con i tentativi di fare leggere i suoi scritti, o quantomeno di farsi ascoltare, da alcuni illustri esponenti della cultura italiana (i nessuno del titolo). Quali che siano il contesto storico e lo scenario, Moresco appare sempre come una formichina alle prese con cose titaniche e impossibili da combattere. Ma le sue lettere a Giovanni Raboni, Maria Corti, Goffredo Fofi e il fastidio o – nel migliore dei casi – il silenzio che riceve in cambio danno esattamente la misura di come le articolazioni del potere siano multiformi e mascherate. Ne esce fuori il ritratto di un Paese dove pubblicare un libro senza uniformarsi alla logica dominante – la logica delle amicizie e delle leccate di culo, dei libri scritti per andare incontro al gusto del pubblico – può risultare utopistico come realizzare una nuova rivoluzione d’ottobre.

Leggendo mi è venuto da pensare che per chi non si adegua all’esistente è sempre dietro l’angolo il rischio di fare la parte del martire. Così come lo diventa Moresco, la cui figura nel corso della lettura assume proprio la forma di un martire laico che a un certo punto si convince della sua santità. Ma bisognerebbe ribaltare la prospettiva, perché, parafrasando un vecchio adagio di sinistra, è proprio questo il caso in cui il personale deve diventare politico.

In Italia la cultura continua a essere un campo sostanzialmente di sinistra – l’ultimo settore monopolizzato dalla sinistra – ma se si volesse descrivere onestamente lo stato attuale dell’industria culturale con lo stesso grado di severità che impieghiamo per descrivere la situazione politica, si potrebbe utilizzare una lista di aggettivi simili: disastroso, dittatoriale, populista, ambiguo.

Anche qui siamo nel regno delle diseguaglianze e del conformismo, dello sfruttamento e della doppia morale. Siamo in un sistema che non è in grado di riconoscere a un testo un adeguato valore economico, a meno che l’autore di quel testo non sia uno scrittore di successo che abbia già sfondato il mercato. Nello stesso tempo abbiamo un mercato che dimostra una grande ostilità nei confronti dei prodotti difficili e quindi – da un punto di vista letterario, cinematografico, televisivo – finisce per scommettere sempre sul sicuro, sull’opera media. Viviamo, peraltro, una sindrome da trincea, in ragione della quale finiscono per essere privilegiati gli autori e le opere schierati aprioristicamente, rispetto agli sguardi obliqui, dissonanti, disturbanti, realmente anticonformisti.

La mia esperienza, che del resto è simile a quella delle persone che conosco e che fanno il mio stesso lavoro – e che quindi non è martirologica ma sistemica – delinea il quadro di una cultura autoritaria, forte con i deboli e in definitiva non libera. Innanzitutto perché lavorare nel campo della cultura – nei giornali, nelle case editrici – molto spesso, a meno di non essere scrittori di best seller, significa abituarsi a non essere pagati, oppure a essere pagati a piacere, il che è un terribile sintomo di come la cultura stessa sia considerata un optional, una ginnastica mentale per gente ricca di famiglia, qualcosa di cui in definitiva si può anche fare a meno.

E poi ci sono le case editrici – assolutamente di sinistra – sempre più assetate di libri «freschi» e «divertenti», che possano «stuzzicare il lettore» senza essere «troppo pesanti». E che dunque a quest’atmosfera nazionale che – ne sono certo – si spingerebbero a definire plumbea, opprimente, fascistoide, volgarmente incolta, offrono la risposta dell’Intrattenimento, della volatilità, della facilità spacciata per cultura sopraffina. Che poi è la logica che guida manifestazioni come lo Strega, l’unico premio letterario al mondo dove a essere ricompensata non è la qualità o l’eventuale novità di un testo, ma la sua vendibilità.

Infine i metodi della cooptazione, che sono ancora una volta praticati attraverso lottizzazioni, corsie preferenziali, conoscenze, adulazioni. Letteralmente impossibile realizzare la normalità di essere ricevuti da chicchessia a seguito di invio del curriculum. Lo stesso Moresco, che in un celebre articolo scritto qualche anno fa, intitolato La restaurazione e fonte di molte polemiche sui blog letterari, diceva cose simili, ha giustamente fatto notare che mentre è pacifico sostenere che l’Italia sia un paese affetto da una «intossicazione delle forme economico-politiche e democratiche», non lo è altrettanto sostenere che quest’intossicazione riguardi anche la cosiddetta cultura.

Deve essere per colpa di questa cecità che a un tratto ho incominciato a sviluppare un odio viscerale per i miti mediatici della sinistra contemporanea. Propugnatori della qualità come Fabio Fazio e Roberto Benigni e Giovanni Floris e Serena Dandini. Ognuno a suo modo ha coltivato la propria arcadia televisiva, ritenendosi esente da qualsiasi contagio, e continuando la sua opera di pedagogia delle masse. Nessuno di loro ammetterebbe di essere stato inoffensivo, o addirittura funzionale alla macchina del potere. Eppure ci dev’essere un motivo se in questo cosiddetto ventennio berlusconiano hanno continuato a lavorare, a percepire stipendi milionari, a occupare il loro spazio di potere, stabilendo cosa dovesse essere letto (Paolo Giordano), ascoltato (Giovanni Allevi), visto (Ferzan Ozpetek) – ancora intrattenimento spacciato per elevato nutrimento che soltanto loro sanno offrire – e proteggendo le loro reti di amicizie, e identificando nella destra la causa di tutti i mali, o esercitando sulla sinistra un giudizio dolcemente critico, bonario e di prammatica, come un rimprovero paterno.

Tutte queste persone di sinistra si troverebbero senz’altro d’accordo sul fatto che l’Italia sia oppressa da un’odiosa forma di potere, ma ancora una volta qual è il loro contributo? Perché nessuna di queste persone si preoccupa di misurare le proprie responsabilità? In nome di cosa continuiamo a sentirci migliori?

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