Paolo Repetti Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/paolo-repetti/ un blog di approfondimento culturale Thu, 26 Oct 2017 09:38:23 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=7.1 https://minimaetmoralia.it/wp-content/uploads/2025/07/cropped-cropped-309290503_464034925751050_1790831071097755281_n-32x32.jpg Paolo Repetti Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/paolo-repetti/ 32 32 Ricordando Severino Cesari https://minimaetmoralia.it/interviste/i-ventanni-di-stile-libero/ Thu, 26 Oct 2017 09:35:56 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=31206 Severino Cesari ci ha lasciato ieri notte. Lo ricordiamo riproponendovi questa intervista uscita originariamente su Repubblica per i vent'anni di Stile Libero, la collana fondata assieme a Paolo Repetti.

di Gregorio Botta

Sono la strana coppia dell'editoria italiana, gli ex ragazzi terribili che violarono il sacro tempio dell'Einaudi con giovani scrittori, disc jockey, epistolari amorosi rubati alla rete, videocassette, comici, persino con "Striscia la Notizia".Sono passati vent'anni, mille titoli pubblicati, 17 milioni di copie vendute.

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Severino Cesari ci ha lasciato ieri notte. Lo ricordiamo riproponendovi questa intervista uscita originariamente su Repubblica per i vent’anni di Stile Libero, la collana fondata assieme a Paolo Repetti.

di Gregorio Botta

Sono la strana coppia dell’editoria italiana, gli ex ragazzi terribili che violarono il sacro tempio dell’Einaudi con giovani scrittori, disc jockey, epistolari amorosi rubati alla rete, videocassette, comici, persino con “Striscia la Notizia”.Sono passati vent’anni, mille titoli pubblicati, 17 milioni di copie vendute.

Paolo Repetti e Severino Cesari, direttori editoriali di Stile Libero, possono legittimamente festeggiare. Il primo è conosciuto per essere un aggressivo manager, smaliziato stratega della comunicazione, un surfista dei social, tanto estroverso da aver scritto un libro sulla sua leggendaria ipocondria. L’altro è invece un riservato, sottile intellettuale, di solito schivo e silenzioso, che iniziò il mestiere curando la cultura del manifesto e pubblicando un libro- intervista con Giulio Einaudi: un “geologo della letteratura”.

La domanda è: come diavolo avete fatto a restare affiatati per vent’anni, in un mestiere che di solito è un’assoluta monocrazia?

Cesari: “La verità è che siamo complementari. Io non potrei mai fare alcune cose che fa Paolo: non voglio avere nulla a che fare con i soldi, per esempio, darei qualsiasi cifra a tutti. E poi non abbiamo mai litigato, mi fido di lui. Nella vita è un indeciso cronico, (basta vederlo davanti a un menù al ristorante), ma non lo è sui libri. Quando discutiamo a un certo punto lui scarta di lato e propone una scelta inaspettata. In quel momento cambia persino voce: sembra abitato da un daimon.
E in questo mestiere bisogna essere ispirati”.

Repetti: “È vero, siamo come il giorno e la notte. Severino ha il cellulare quasi sempre spento, io se non ricevo trenta chiamate al giorno mi deprimo. Lui ha un rapporto profondo con gli autori e con i testi, è il custode della casa, la vestale del tempio. Io sono quello che esce a procacciare la selvaggina. Ma nelle scelte editoriali Severino è spericolato quanto me”.

D’accordo, siete il gatto e la volpe. Partiamo proprio dalla spericolatezza che vi ha unito. Galeotta fu Theoria, la casa editrice dove vi incontraste: era destinata a fallire, ma fu un po’ la culla di Stile libero.

Repetti: “Sì. Era il periodo dei giovani scrittori: erano diventata una categoria estetica. Ma eravamo stanchi di vederceli soffiare man mano che raggiungevano un minimo di successo: sembravamo l’Atalanta della Juve”.

E così vi chiamò Einaudi.

Severino: “Avevamo preparato una lista: accanto ai giovani scrittori volevamo lanciare anche libri di saggi e varia che tracciassero una mappatura contemporanea dei nuovi saperi. In realtà era solo un fogliettino: Ammaniti, Vinci, Lucarelli e qualche altro. Il primo a chiamarci, in verità fu Ferrari, alla Mondadori, ma alla fine preferimmo l’Einaudi: per noi era il mito, l’adoravamo”.

Non foste accolti con grandi applausi.

Severino: “Ancora sento il gelo di quella riunione al famoso tavolo ovale. Ci fu un certo silenzio, qualcuno chiese: “Ah, Lucarelli chi?” Ma avevano una ricerca di mercato che diceva che il loro lettore stava invecchiando. E ci fu data fiducia. Giulio Einaudi ci appoggiava assolutamente, anche se silenziosamente. E poi Ernesto Franco, Giorgio Cavagnino e più tardi Enrico Selva Coddè ci hanno sempre sostenuto e ci hanno lasciato tutta la libertà che volevamo “.

Gli presentaste un progetto culturale un po’ irriverente… 

Repetti: “Noi sentivamo un cambiamento nell’aria. Sapevamo – anche se allora non era così chiaro come ora – che la crisi del Moderno riguardava anche l’editoria. Era finita l’autorevolezza delle élite e della tradizione letteraria. E di conseguenza della critica. Il canone novecentesco cadeva e con esso la pedagogia e la cattedra dell’autore. La nuova scrittura si presentava come una forma di surf onnivoro sul presente, libera dall’ossequio per i padri del passato. L’enciclopedia di riferimento dei giovani autori era eclettica: si erano formati sui classici, certo, ma nel loro universo c’erano anche fumetti, tv, cinema, videogiochi”.

Severino: “Il libro – e dunque l’editore – non era più centrale nella trasmissione del sapere. Una volta era l’albero da cui discendeva tutto. Ma già allora non c’era più, c’erano una serie di cespugli, una struttura rizomatica. Noi abbiamo cominciato a fare editoria percependo questa linea di faglia. Il nostro programma era trovare l’energia di questa frontiera, cercare un lettore nuovo, figlio di questa rottura.

Cercavamo libri possibili che ancora non c’erano. Barthes diceva che il signore sta nei trivi e nei quadrivi: noi cercavamo là. Ammaniti ha iniziato scrivendo Fango, e noi sentivamo in lui una potenza innovativa fortissima oltre a un dominio della forma. Era un cannibale, oggi è diventato un classico, un long seller letto a scuola, e siamo orgogliosi che sia successo anche grazie a noi”.

D’accordo, però qualche titolo di cui vergognarsi l’avete pubblicato… 

Repetti: “Vergognarsi no, ma diciamo che del libro del dj Albertino (1997) non vado fierissimo. E facemmo anche errori clamorosi: per esempio abbinare al saggio di Antonio Ricci sulla tv, che era una chicca, una videocassetta con il meglio di Striscia la Notizia.
Una follia. Però è vero che giocavamo anche con l’effimero: pubblicammo un epistolario d’amore uscito sul web tra due ragazzi. Molti storsero il naso. Paolo Fossati ci disse: bene, siamo passati da Jacopo Ortis a Norman e Monique. E anche con Gioventù cannibale ci dissero che esageravamo. Ma confesso che avevamo deciso di approfittare anche delle levate di scudi. Le polemiche ci facevano gioco: era saggio cavalcarle”.

Si, sappiamo che Stile libero padroneggia bene il marketing. E “gioventù cannibale” fu un grandissimo slogan. Ma dietro c’era qualcosa di reale? Non ne è rimasto molto…

Repetti: “Nego nel modo più assoluto: non era un’operazione di marketing, era pura editoria. È nella logica delle antologie segnalare una tendenza: che poi non tutti gli autori rimangano a galla è fisiologico. Quella raccolta è stata un successo perché raccoglieva la narrazione di un’antropologia inedita, squinternata, border line, che si affacciava per la prima volta sulle pagine di un libro, ma corrispondeva a qualcosa di reale”.

Severino: “Pensa che all’inizio la raccolta doveva chiamarsi Spaghetti splatter, ma con quel titolo quanti lettori avrebbe avuto? Solo quando trovammo il nome “gioventù cannibale”, che era una citazione di Andrea Pazienza, decidemmo di uscire. Ecco, in fondo il marketing fu tutto qui”.

Stile libero è decollata con loro, assieme ai comici e alla saggistica. Poi c’è stata la fase delle videocassette, con il clamoroso successo della Smorfia, di Benigni, il Vajont di Paolini, il teatro di Dario Fo e tanti altri. Infine è arrivata la fase del noir. Che oggi domina le classifiche: possibile che la letteratura esista solo nel segno della crime story?

Repetti: “È vero, su 10 libri di letteratura 5 sono legati al noir. Siamo nella fase della definitiva affermazione del crime italiano, che ha raggiunto una sua maturità e originalità. È facile capire perché: la nostra storia è piena di misteri irrisolti, siamo giocoforza appassionati di complotti. Il noir racconta un pezzo importante della nostra storia e del nostro Paese. Così si spiega il successo di autori come de Giovanni, De Cataldo. Per non parlare di Carofiglio. O di Nesbo, per gli stranieri.

Però abbiamo grandissimi risultati anche con la non fiction: basta pensare a Open di Agassi o a Così è la vita di Concita De Gregorio. La ricerca letteraria è molto più difficile oggi: ma non è certo un motivo per rinunciare alla qualità di autori come Giorgio Falco o Vitaliano Trevisan. Il nostro è un mestiere alchemico: bisogna miscelare ricerca e mercato “.

Quando siete nati, a maggio di 20 anni fa, nella top ten, guidata da Baricco con Seta, figuravano persino due libri di poesia (Kavafis e Leopardi). È vero che c’erano anche Giobbe Covatta e Maria De Filippi, ma erano gli unici due intrusi, tutto il resto era pura letteratura. Oggi abbiamo due autori youtuber e due libri di diete: i non-libri sono raddoppiati. Sugli scaffali regnano titoli leggeri e pop. Avete vinto, la vostra profezia ha trionfato. Fin troppo.

Repetti: “Io trovo questo un elemento di maturità dell’industria culturale italiana. Le classifiche dell’estero sono, se non peggio, come le nostre. Dobbiamo capire che è cambiato tutto. C’è un conformismo del gusto che trionfa e cresce. Un tempo c’erano i grandi bestseller mondiali. Ma oggi sono nati i gigaseller: fenomeni come Harry Potter, le Sfumature. Siamo in un altro mondo. Oggi vince il mainstream dell’intrattenimento globale “.

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Divagazioni di un non cinéphile dopo la visione di “Non essere cattivo” di Caligari https://minimaetmoralia.it/approfondimenti/caligari-repetti/ https://minimaetmoralia.it/approfondimenti/caligari-repetti/#comments Fri, 16 Oct 2015 14:00:49 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=28755 di Paolo Repetti

All’uscita del cinema mando un sms a Nicola Lagioia “Che bello Non essere cattivo! Ma perché è così bello? Baci, Rep” e lui “Non lo so manco io, ma è bello. Ciao Rep”. Mi fido di Nicola, lui sa tutto e sa anche quando è giusto fare un passo indietro e non sapere troppo.

Intanto la sala. Il Mignon, a Roma, è gremito; rimangono fuori una ventina di persone. E si capisce subito che quelli in sala non sono venuti per caso a passare due ore. Siamo tutti abbastanza informati. Parliamo di Caligari, della sua morte, di Mastandrea che ce l’ha messa tutta per finire il film. Insomma la parolina “culto” fa capolino tra i discorsi. Siamo lì per assistere a un film, certo, ma anche a un tipo di evento un po’ sacro, così raro al cinema, oggi. E infatti all’inizio cerco di ritrovare un’innocenza da spettatore qualsiasi, ma mentre scorrono le prime sequenze mi chiedo il motivo di tanta attesa, come se ogni inquadratura dovesse contenere l’epifania di un talento per tanto tempo trascurato e la cui rivelazione era riservata a una piccola cerchia di adepti.

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di Paolo Repetti

All’uscita del cinema mando un sms a Nicola Lagioia “Che bello Non essere cattivo! Ma perché è così bello? Baci, Rep” e lui “Non lo so manco io, ma è bello. Ciao Rep”. Mi fido di Nicola, lui sa tutto e sa anche quando è giusto fare un passo indietro e non sapere troppo.

Intanto la sala. Il Mignon, a Roma, è gremito; rimangono fuori una ventina di persone. E si capisce subito che quelli in sala non sono venuti per caso a passare due ore. Siamo tutti abbastanza informati. Parliamo di Caligari, della sua morte, di Mastandrea che ce l’ha messa tutta per finire il film. Insomma la parolina “culto” fa capolino tra i discorsi. Siamo lì per assistere a un film, certo, ma anche a un tipo di evento un po’ sacro, così raro al cinema, oggi. E infatti all’inizio cerco di ritrovare un’innocenza da spettatore qualsiasi, ma mentre scorrono le prime sequenze mi chiedo il motivo di tanta attesa, come se ogni inquadratura dovesse contenere l’epifania di un talento per tanto tempo trascurato e la cui rivelazione era riservata a una piccola cerchia di adepti.

Poi, finalmente, mi abbandono alle immagini, ma è una forma di abbandono brechtiana, vigile, perché questo film non vuole farmi dimenticare di me stesso. Chiede in punta di piedi una partecipazione critica, tachicardica, anche perché è un potentissimo generatore di immagini, ma non ha una vera storia. Non è fiction con i climax e gli anticlimax, non ambisce alla macchinetta narrativa dove tutto funziona e la mano degli sceneggiatori chiede l’approvazione. Qui la mano non si vede: o meglio è il risultato di un sublime nascondimento, quasi l’assoluta padronanza della materia – la conoscenza esatta, antropologica di quel reale – fosse di gran lunga sufficiente a creare una storia non-storia.

Ridotta a una scheda, la storia è quella del fortissimo legame tra due amici che si conoscono dall’infanzia. Sotto il sole grigio e ostinato di Ostia, tra baracche fatiscenti e interni di case tutte uguali, con la cucina-tinello e il tavolo da pranzo con la tovaglia a fiori plastificata, Vittorio e Cesare passano le giornate in una specie di ozio anfetaminico, tra piccoli colpi, spaccio di ecstasy e consumo di coca. I tossici, quelli veri, gli eroinomani, sono ormai ai margini, reietti, ombre residuali, inermi vestigia di un’epoca che non c’è più. Le donne sono le donne dei capi, sboccate e succubi, seguono il percorso dei maschi, ma un passo a lato. A meno che non siano madri o fidanzate cui affidare un’emancipazione ambigua, ricattatoria. Vittorio, tra i due, è quello che cerca di emendarsi dal tempo di un’infanzia infinita che comincia a gettare ombre lugubri sulla sua vita e rimane impigliato nel purgatorio dei manovali a cottimo. Ogni speranza di riscossa sembra negata.

La città, Roma, è lontana, assente, una metropoli che sembra separata da Ostia da un oceano. Il destino di Cesare pare invece segnato da un cromosoma guasto. È vitale, ribelle, bullo, ma i suoi sogni di riscatto sono solo l’altra faccia ghignante di una maschera votata alla tragedia. Una tragedia ludica, come ludico può essere il corteggiamento infantile della propria distruzione. Eppure il riassunto della storia non ci dice nulla dell’effetto di verità che il film produce negli spettatori. Non si tratta di realismo. Meno che mai di verismo.

Avevo visto qualche giorno prima, affittandolo sulla apple tv, il precedente film di Caligari L’odore della notte, uscito nel 1998. Ero rimasto sedotto da una specie di rozza espressività autoriale. Una rozzezza conquistata sul campo, frutto, mi era sembrato, di tantissimo cinema, anche americano, ingoiato e digerito per raggiungere effetti di stile propri. Insomma tutto il contrario di un’ingenuità da outsider. Già lì, insomma, la mano di un maestro. In Non essere cattivo l’effetto di verità raggiunge un apice struggente, che toglie il respiro. Lascio ai critici e ai teorici del cinema capire come esso si produca.

Bravura degli attori – un Luca Marinelli, per esempio, che dà a Cesare una profondità impensabile per un personaggio che resta intrappolato nella sua visceralità fisiologica. Sapienza della regia. Una conoscenza perfetta, precisa e ironica al tempo stesso, della materia narrata. Non so. Mi viene in mente, all’improvviso, un verso di Cerami in Addio Lenin: “Mai dormono le madri e in ciò sono uguali alla povertà”. Come se questi versi potessero essere una sorta di iscrizione sepolcrale alla bellezza del film. Alla sua autenticità, al suo valore poetico.

Poi, fuori dal cinema, storditi ed entusiasti, si cerca di circoscrivere ciò che abbiamo appena visto, di catalogarlo, di farlo nostro. E vengono fuori, inevitabili, i confronti con Pasolini. È giusto che sia così. Eppure. Il cinema di Pasolini, unico e inimitabile, a me è sempre sembrato, nella sua fedeltà filologica e creaturale, la proiezione di un teorema algebrico, l’astrazione vivissima di un intellettuale con una forte valenza ideologica. Sperimentale anche in una storia “realista” come Accattone, dove la valenza cristologica e religiosa attraversa ogni fibra della pellicola. Sul limitare di un irreversibile cambiamento antropologico, Pasolini vive ancora nella storia e può volgere indietro lo sguardo. E cercare, sia pure nel peccato, un’innocenza perduta. In Caligari, no. L’orizzonte è schiacciato sul presente, in una ripetizione eterna, asfissiante.

Non la libertà. Ma neanche una “via di uscita”.

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“Siamo adolescenti di cinquant’anni che bazzicano nel caos”: intervista a Aldo Nove https://minimaetmoralia.it/interviste/siamo-adolescenti-di-cinquantanni-che-bazzicano-nel-caos-intervista-a-aldo-nove/ https://minimaetmoralia.it/interviste/siamo-adolescenti-di-cinquantanni-che-bazzicano-nel-caos-intervista-a-aldo-nove/#comments Mon, 10 Nov 2014 14:24:30 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=24252 Seguo Aldo Nove da diversi anni, oramai, ed era da un po' che volevo proporgli un'intervista a tutto tondo, per certi versi generalista, che trattasse i più disparati argomenti e provasse a indagarlo sia in quanto autore, sia – nei limiti del possibile – in quanto essere umano. Dunque ho provato a fargliela, quest'intervista, e abbiamo parlato di tante cose, dalla forma mentis del Medioevo alla dieta Dukan. Siamo partiti, però, da Tutta la luce del mondo, il suo ultimo romanzo edito da Bompiani.

Io: Dunque Aldo, sei passato da un'autobiografia romanzata, che era La vita oscena, a un vero e proprio romanzo biografico, che è Tutta la luce del mondo, seppur quest'ultimo sia filtrato, con le dovute licenze, dal punto di vista di un bambino, il nipote di San Francesco. Ho l'impressione che questo sia stato e sarà un passaggio importante della tua carriera. Mi spieghi come ci sei arrivato? È stata una scelta, oppure è venuto in mondo spontaneo?

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Seguo Aldo Nove da diversi anni, oramai, ed era da un po’ che volevo proporgli un’intervista a tutto tondo, per certi versi generalista, che trattasse i più disparati argomenti e provasse a indagarlo sia in quanto autore, sia – nei limiti del possibile – in quanto essere umano. Dunque ho provato a fargliela, quest’intervista, e abbiamo parlato di tante cose, dalla forma mentis del Medioevo alla dieta Dukan. Siamo partiti, però, da Tutta la luce del mondo, il suo ultimo romanzo edito da Bompiani.

Io: Dunque Aldo, sei passato da un’autobiografia romanzata, che era La vita oscena, a un vero e proprio romanzo biografico, che è Tutta la luce del mondo, seppur quest’ultimo sia filtrato, con le dovute licenze, dal punto di vista di un bambino, il nipote di San Francesco. Ho l’impressione che questo sia stato e sarà un passaggio importante della tua carriera. Mi spieghi come ci sei arrivato? È stata una scelta, oppure è venuto in mondo spontaneo?

Aldo Nove: Spero di fare sempre passaggi importanti nella mia ricerca. È stata una scelta venuta in modo spontaneo. Mi sembra un po’ la domanda del ci fa o ci è. Direi tutte e due le cose assieme. Nel senso che ho scelto uno dei possibili indirizzi o sviluppi. Più che altro, il problema mio, o il pregio, non lo so, è che ho molti interessi e passioni, mi piace il linguaggio in tutte le sue forme possibili, tant’è vero che scrivo sia in poesia che narrativa. Sono laureato in filosofia, forse la filosofia è la mia passione principale, ma anche la storia. Inoltre mi occupo anche di media, di canzoni. Diciamo che con San Francesco, uomo del medioevo, scrittore di poesie, cantante, una figura anomala, se vogliamo, ho messo assieme diverse cose che mi interessavano, e ho seguito un percorso di ricerca.

Io: Certo. È anche vero, però, che tutti i tuoi romanzi precedenti, in un modo o nell’altro, erano delle perfette sintesi del mondo contemporaneo. Quant’è stato difficile, quindi, calarsi in un personaggio e in un mondo come quello di San Francesco? Hai avvertito, approcciandoti ad esso, un qualche tipo di timore reverenziale?

Aldo Nove: Sicuramente avvertivo un timore reverenziale nei confronti di San Francesco, infatti l’idea era quella di scrivere il libro in prima persona, come se io fossi San Francesco, ma poi l’idea è fallita e ho trovato questo escamotage che mi è piaciuto molto, l’idea del possibile punto di vista del nipote di San Francesco, un personaggio reale che ho scoperto in documenti notarili del tredicesimo secolo. Quindi, San Francesco visto attraverso gli occhi di un bambino che è anche suo parente, perché è il figlio del fratello. Si tratta sempre di interpretare, di interpretare quello che vediamo e sentiamo. Ci siamo sempre noi come filtro. Sono io, io come scrittore, che filtro quello che vedo nel contemporaneo, ma è stato così anche per il Medioevo. Alla fine, siamo sempre noi stessi a dover interpretare le cose.

Io: Hai avuto qualche difficoltà nel ricreare a parole un’epoca distante come quella del Medioevo? Intendo proprio difficoltà pratiche…

Aldo Nove: Sì, ma le difficoltà sono anche gli stimoli. Ho letto tantissimi libri. Mi sono trovato di fronte a una mentalità completamente diversa. In filosofia della scienza si chiama “cambio di paradigma”. Fra come pensiamo noi e come pensavano gli uomini del Medioevo, sicuramente c’è un abisso, un abisso talmente grande che non ho idea di quanto possa essere colmato. Per questo, prima ti dicevo che si tratta sempre della nostra interpretazione. Poi c’è la lingua del Medioevo, sia il latino che l’italiano grezzo, molto efficace, potente. Mi sono innamorato dei fioretti di San Francesco quando avevo, non so, dieci anni, poi li ho letti più volte, credo tre. Li ho letti un’altra volta intorno ai trent’anni, poi li ho riletti adesso, per scrivere il libro. C’è anche tutta la potenza della mitologia, l’aspetto magico del pensiero medievale, che poi sarebbe esploso ancora di più nel Rinascimento. È tutto collegato con tutto. Noi, adesso, abbiamo una visione delle cose molto frammentata, siamo dispersi in un caos di informazioni in cui c’è davvero di tutto, da Rubio (si riferisce, qui, alla mia precedente intervista per minima&moralia) a me a Valentina Nappi. È tutto scollegato, no? L’uomo medievale, invece, aveva una visione molto sintetica, molto unitaria del mondo e delle cose. Questo non vuol dire né che sia migliore né che sia peggiore, era sicuramente diversa e, appunto, unitaria.

Io: Che rapporto hai con la fede?

Aldo Nove: (Resta in silenzio per circa dieci secondi) …

Io: Quindi?

Aldo Nove: Era questa la mia risposta. Nel senso che c’è un grosso problema di linguaggio e di comunicazione intorno a questo argomento. Nel senso che se ne occupano in pochi, e chi lo fa seriamente, oggi, lo fa comunque in maniera molto frammentata. Non saprei bene con che parole risponderti. Dipende da cosa intendi per fede.

Io: Intendevo proprio la fede in generale, intesa nel senso più ampio possibile, possibilmente riferendoci a te come individuo.

Aldo Nove: Per te cos’è la fede?

Io: Penso che la fede sia quella cosa che non ho. Quella che hanno provato a inculcarmi a catechismo ma non ha mai attecchito.

Aldo Nove: Appunto. La ricerca spirituale di un individuo adulto, se c’è, non ha a che fare con quello che ci hanno insegnato a catechismo.

Io: (Ridendo) Ma io l’avevo chiesto a te!

Aldo Nove: Il fatto è che non si può rispondere a questa domanda. Si può rispondere soltanto in senso esteriore, ovvero nel modo più banale e degradante possibile. In pratica l’italiano medio, o meglio, novantanove italiani su cento, che sono cattolici o anticattolici per finta, dato che alla fine non gliene potrebbe fregare di meno, semplicemente parlano di aderire o meno a una visione superficiale della religiosità. Questo sia l’ateo che il teista o l’agnostico. Quindi non rispondo a questa domanda, perché sarebbe comunque fuorviante.

Io: Dovrei riformulare la domanda, come gli avvocati in tribunale.

Aldo Nove: Sì, potresti riformularla in modo molto molto preciso e specifico. Se rispondessi adesso, alla domanda generica, creerei in chi legge dei riferimenti al suo immaginario e non al mio. Se la fede è quella dell’italiano medio, intesa nel senso di andare a messa o quelle robe lì, no, io non ce l’ho. Io ho un rapporto con la spiritualità.

Io: In realtà, ho lasciato la domanda molto generica perché volevo che fossi libero di interpretarla. Ero conscio che questo sarebbe stato un campo minato.

Aldo Nove: Sì, lo è a priori, ma lo è proprio a livello linguistico.

Io: Torniamo un po’ indietro. Questa è una domanda apparentemente banale, ma che a volte può avere dei risvolti profondi. Quando hai capito che nella vita volevi scrivere? C’è stato un momento preciso?

Aldo Nove: L’ho capito a sei o sette anni. A scuola ero bravissimo a fare i pensierini, la maestra li leggeva sempre a tutta la classe. Ero molto timido, balbettavo, avevo problemi a parlare, però mi veniva bene scrivere. Poi mi piaceva, siccome ero timido, starmene per i cavoli miei a leggere. Quindi, leggere e scrivere, leggere e scrivere. Allora da grande volevo fare lo scrittore, perché non esiste il lettore come lavoro, no? Però mi sarebbe anche piaciuto fare il lettore.

Io: Non hai mai dubitato di questa cosa, dai sei anni in poi? Tu sapevi che saresti diventato uno scrittore?

Aldo Nove: Sì, ero molto determinato. Non ho quasi mai avuto ripensamenti. Forse a quindici anni mi sarebbe piaciuto fare il pornoattore…

Io: Be’, potevi provarci. Dovremmo proporti a Valentina Nappi!

Aldo Nove: Eh, falle vedere qualche mia foto. (Ridendo) In un confronto diretto con Rocco Siffredi, comunque, non avrei gli argomenti.

Io: (Rido). Senti, ai tempi di Superwoobinda eri stato etichettato come uno degli appartenenti alla Gioventù Cannibale. Cos’è rimasto, se è rimasto qualcosa, dell’Aldo Nove di quel periodo?

Aldo Nove: Mah, molto. Cioè, la definizione cannibale era stata un’invenzione di Paolo Repetti e Severino Cesari, dell’Einaudi. Innanzitutto, c’era proprio quest’aspetto del cannibalico, del divorare tutto. E poi c’era questo bisogno – che è stato intercettato dall’Einaudi, quando ha fatto quell’antologia che è  diventata un caso letterario – e insomma, c’era stato questo bisogno di raccontare un presente che si era trasformato e di cui in letteratura non c’era ancora traccia. Santacroce, Ammaniti, Scarpa, io… pur non conoscendoci, pur avendo storie diverse, eravamo giovani e avevamo voglia di raccontare un presente che era diverso da quello che si trovava nella narrativa di allora. Molto diverso, tranne forse per quanto riguarda Tondelli, che alla fine degli anni ’80 si era messo a fare delle ricognizioni sul presente. Se pensi che l’antologia era uscita, credo, intorno al ’95…

Io: È uscita nel ’96, sì.

Aldo Nove: Eh, ’92 mani pulite, ’94 primo governo Berlusconi. Era un momento molto delicato e complesso. Nuovo, nella storia d’Italia. Eravamo tutti abbastanza storditi dal fenomeno del berlusconismo. Tra l’altro, nessuno avrebbe immaginato che sarebbe durato vent’anni o più. Era un mondo strano quello che raccontavamo, no?

Io: Sì, molto, anche se io ero ancora piccolo. Non avevo neanche dieci anni, quando è uscita quell’antologia.

Aldo Nove: Tutti noi pensavamo che fosse qualcosa di provvisorio. Purtroppo, invece, la Gioventù Cannibale ha vinto, ha indicato un tipo di realtà che poi è stata quella che è dilagata, e non è una realtà stupenda. Anzi, è una realtà psicotica.

Io: Che ne è stato, invece, della Gioventù Cannibale in sé, anche come movimento, ora che quel presente è diventato passato? Hai ancora rapporti con gli altri autori?

Aldo Nove: Non è mai stato un movimento. La grossa differenza fra noi e il Gruppo 63 è che noi non siamo mai stati un movimento. Cioè, io sono amico personale di Tiziano Scarpa e Niccolò Ammaniti. Ma, al di là del conoscersi come persone, non c’è mai stato un lavoro teorico in comune, o un vero e proprio confronto, se non nell’occasionalità dell’amicizia. Non c’è stato nessun movimento cannibale.

Io: Andiamo avanti con la tua bibliografia. Con Puerto Plata Market, per certi versi, hai proseguito il filone di Superwoobinda. Il tuo linguaggio era, passami il termine, quello della gente comune, degli scambisti, dei malati di pornografia, di televisione, delle casalinghe annoiate che volevano andare a letto con Magalli, eccetera. Oggi, nel 2014, questi soggetti sono cambiati? Se sì, in che modo?

Aldo Nove: Eh, si sono standardizzati. Da realtà emergente, sono diventati una realtà standard. Non so se hai visto Videocracy, che inizia con questi filmati con le donne con le tette di fuori, nelle televisioni private, di notte, e ai tempi era una cosa recente. Quindi sesso, merci, cioè, venivamo fuori da tutto un travaglio, gli anni ’60, gli anni ’70, e poi erano emerse queste cose. Oggi invece c’è la crisi – economica, innanzitutto. Voglio dire, non si può più reggere quel mondo lì, che era anche un mondo di sciupio, di consumismo, che oggi è riservato a pochi. Quindi c’è sicuramente un cambiamento in atto, mi sembra un mondo molto confuso e spaventato.

Io: Cosa hanno rappresentato per te, nella tua vita, gli elementi di cui parlavo prima? Mi riferisco a cose come la pornografia, la televisione, perfino il cibo industriale, che tornava molto nei tuoi romanzi.

Aldo Nove: Erano cose che mi circondavano.

Io: Ti circondavano o ti facevi circondare?

Aldo Nove: Entrambe le cose. Ero in un acquario e l’acqua era quella.

Io: Li vivevi come elementi ansiogeni oppure ansiolitici?

Aldo Nove: Anche qui, entrambe le cose. La pornografia è sia ansiogena che ansiolitica. Perché crea una sorta di dipendenza masturbatoria e artificiosa, allucinata. A un certo punto, dagli anni ’70 fino agli anni ’90, è esploso tutto questo immaginario merceologico, commerciale, di un benessere fra virgolette alla portata di tutti. Da una parte era fascinoso, dall’altro anche pericoloso. Pericoloso nel senso che la mia generazione, come direbbe il mio amico Danilo Masotti, a cui voglio molto bene, è formata da “adultolescenti”, un termine che ha coniato lui. C’è questa adolescenza da cui non si esce molto bene, anche per via della situazione economica e politica. Siamo adolescenti di cinquant’anni che bazzicano nel caos.

Io: Con Amore mio infinito, invece, ti sei un po’ discostato da quanto fatto in precedenza. È come se all’interno del tuo linguaggio fosse esploso una specie di nucleo poetico. Ti sei fatto più serio, in qualche modo. Com’è avvenuto questo cambiamento? È successo davvero, oppure è solo una mia fantasia?

Aldo Nove: Mah, io cambio sempre. Con Amore mio infinito, per la prima volta, c’è stato un guardarsi dentro. C’era il tema dell’innamoramento, dell’amore, ma sempre nel contesto precedente. In Amore mio infinito, se ricordo bene, c’è una frase che dice “Due quando si amano mangiano insieme il Biancorì”. Dicevo una cosa di questo genere. Il contesto era lo stesso, ma con l’aggiunta dell’innamoramento. L’amore c’è sempre stato. C’era ai tempi di Dante, ai tempi di…

Io: (Interrompendolo) C’è stato in tutti i tempi, direi.

Aldo Nove: Be’, direi di sì. Bisognerebbe andare a vedere prima dell’Homo sapiens. La gloria di colui che tutto move. Dante, quelle robe lì…

Io: Quant’è stato difficile scrivere La vita oscena? In un certo senso, hai dato in pasto ai lettori le tue vicende personali. Come ti ha fatto sentire questa cosa?

Aldo Nove: È stato pesantissimo, però era una prova a cui tenevo molto. Ci ho messo molti molti molti anni per riuscire a scriverlo. Quando poi ho trovato l’equilibrio sufficiente per farlo, allora sono partito piuttosto speditamente, cercando di essere il più lucido e conciso ed utile possibile.

Io: Quanto c’è di vero ne La vita oscena? Riusciresti a darmi una percentuale?

Aldo Nove: Credo che in qualunque biografia ci siano elementi di invenzione, sennò diventa un’anamnesi, una roba da cartella clinica. Però c’è molta verità, direi un 80%.

Io: Adesso tutti conoscono la tua storia. Non dev’essere stato semplice sentirsi pronti per una cosa del genere.

Aldo Nove: Eh, te l’ho detto, c’è voluta una quindicina di anni.

Io: Dai, alleggeriamo un po’ i toni. Com’è stata, in generale, l’esperienza del film tratto da La vita oscena?

Aldo Nove: Bella. Mi è piaciuto il tipo di lavoro che ha fatto Renato De Maria. Poi, io sono un suo grande fan. Paz! è uno dei film che ho amato di più.

Io: Com’è stata, in particolare, l’esperienza al Festival di Venezia? Si trattava, credo, della prima proiezione pubblica. Eri agitato?

Aldo Nove: È stato bello, ma abbastanza stomachevole. Nel senso che c’era un ambiente molto teso, molto artefatto, mondano. Umanamente, però, è stata un’esperienza ricca, in bilico fra la mia interiorità e un contesto così ipermondano. L’ho vissuto abbastanza male, eppure è stato un male interessante, è stata una sfida anche questa. La Riccobono però è molto bella!

Io: (Ridendo) Be’, non dovevi andare a Venezia per capirlo!

Aldo Nove: No, ma io l’avevo già vista sul set!

Io: Ah, ecco. Mi chiedevo, appunto, come vivesse una persona timida, anche introversa come te, queste esperienze estemporanee nel jet set.

Aldo Nove: Le ho vissute con curiosità. Mi sono sempre sentito un infiltrato, anche in televisione, da Costanzo a Marzullo. Anche a Ballarò, quest’anno. Mi sento sempre uno che non c’entra, però sono curioso.

Io: Quando vai in televisione, quindi, non ti viene una crisi d’ansia due minuti prima di entrare in scena?

Aldo Nove: Credo che mi salvi molto l’autoironia. Un po’ mi viene la crisi d’ansia, ma un po’ mi viene anche da ridere. Allora mi aiuta molto la seconda.

Io: Questa, tendenzialmente, è una domanda che faccio a tutti. Com’è la tua giornata tipo, ammesso che tu ne abbia una?

Aldo Nove: Mi sveglio fra le 07:30 e le 09:30. Faccio colazione con la crusca d’avena. Leggo, studio, mangio, vedo gente. Scrivo. Cerco di andare a letto relativamente presto, che per me significa mezzanotte. Difficilmente, però, mi addormento prima delle 03:00, perché leggo.

Io: Dormi pochissimo, allora.

Aldo Nove: Eh, cinque o sei ore a notte, sì. Ma faccio anche la dormitina al pomeriggio, un’oretta, così alla fine diventano sette.

Io: Quindi non passi mai giornate nell’ozio, nella trance demotivazionale più assoluta.

Aldo Nove: Non mi sono mai annoiato. Ho avuto un sacco di problemi nell’esistenza ma certo non mi sono mai annoiato. Era Truffaut, no?, a cui bastavano un tot. di libri alla settimana, un tot di film alla settimana per non annoiarsi. Anzi, io ho sempre l’ansia. Mi sembra di avere in arretrato migliaia di libri da leggere, e ogni giorno se ne aggiungono. Uguale i film, e cose da vedere e da fare.

Io: Qual è il tuo rapporto coi social? Su Facebook sei molto attivo, i tuoi status sono molto seguiti.

Aldo Nove: Mi trovo molto meglio su Facebook, rispetto a Twitter, per la banale questione delle 140 battute. Ho bisogno di più spazio, infatti Twitter è molto più in auge in ambito giornalistico. Su Facebook si possono fare anche degli esperimenti linguistici, e poi mi interessa molto l’interattività, cioè il fatto di come si sviluppa il thread. Immaginare che il thread possa anche essere una specie di testo collettivo. Spesso si creano dei thread molto affascinanti, soprattutto quando l’argomento è scherzoso, giocoso, leggero.

Io: Quante ore passi al giorno su Facebook?

Aldo Nove: Mah, una.

Io: Soltanto? Bravo, hai molta disciplina.

Aldo Nove: Lo tengo sempre acceso. Lo uso quasi come un taccuino. Se mi viene in mente una frase, anziché scriverla su un quaderno o su un file, la scrivo su Facebook. Poi, ogni tanto, controllo e vedo che si è formato un thread. Quindi, complessivamente, a colpi di cinque minuti, raggiungo l’oretta al giorno, ma non credo di più.

Io: Continuiamo con l’alleggerimento dei toni. Quando ti ho incrociato al Salone del Libro, ho visto che hai perso un sacco di chili. Ora sei pronto per la copertina di GQ.

Aldo Nove: Mancano un po’ di addominali e poi ci siamo, potrò incontrarmi con la Nappi e sfoggiare, al di là delle dimensioni non-rocchiche, la mia prestanza fisica.

Io: Che tipo di dieta hai fatto? La Dukan?

Aldo Nove: Bravo. Io sono molto cannibale, quindi andava bene per me.

Io: Però sembra che non faccia benissimo…

Aldo Nove: Mah, più o meno. Se la fai per diversi anni, muori, perché ti mangia il fegato. Assumere molte proteine, specialmente di origine animale, è piuttosto intossicante. Se lo fai ma per un tempo limitato e prendi delle contromisure, dovresti riuscire a non intossicarti.

Io: Hai fatto anche dello sport, abbinato alla dieta?

Aldo Nove: Mi sono imposto di fare venti minuti al giorno di camminata, sempre. Questo è il massimo dello sport reale che riesco a fare. Poi posso giocare ai videogiochi di tennis.

Io: Chiudiamo con la domanda di rito. Come vedi, ad oggi, la situazione dell’editoria italiana?

Aldo Nove: Madonna, questa sì che è una domanda difficile. (Ridendo) Altro che la fede! È un momento di cambiamento epocale, peggio di Gutenberg. È talmente potente il cambio del mezzo – e il mezzo è importantissimo, nell’editoria – che non saprei cosa dire. Sicuramente, è molto più difficile identificare le cose buone. C’è più quantità, più accessibilità ai tesi. Ci sono meno soldi e c’è meno cura. Tanta quantità e poca qualità. Come si risolverà cosa, proprio non lo so.

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Editoria, mercato e dibattito culturale: intervista a Paolo Repetti https://minimaetmoralia.it/editoria/intervista-a-paolo-repetti/ https://minimaetmoralia.it/editoria/intervista-a-paolo-repetti/#comments Mon, 23 Jun 2014 07:07:13 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=21636 Quale sarà il futuro del libro e del dibattito culturale? Pubblichiamo un'intervista di Francesco Pacifico a Paolo Repetti, ideatore con Severino Cesari della collana Stile libero di Einaudi. L'intervista è uscita su Orwell, inserto culturale di Pubblico, il quotidiano di Luca Telese chiuso a dicembre 2012. 

Cosa pensi di «Orwell»? 

Mi piace molto la scelta di «Orwell» di fare un supplemento culturale non di recensioni o di pararecensioni, ma di commenti che potevano stare da «Aut aut» a una fanzine, con un gruppo di scrittori e intellettuali giovani e una discussione culturale che, per quanto a volte sia ironica e paradossale, non è frutto di un atteggiamento fintamente antagonistico come quello de «Il fatto quotidiano». Ovvero andare a vedere il complotto, svelare gli arcani segreti, cosa c'è dietro, cosa fanno gli editori. Ma appunto c'era un attacco di discussione culturale.

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Quale sarà il futuro del libro e del dibattito culturale? Pubblichiamo un’intervista di Francesco Pacifico a Paolo Repetti, ideatore con Severino Cesari della collana Stile libero di Einaudi. L’intervista è uscita su Orwell, inserto culturale di Pubblico, il quotidiano di Luca Telese chiuso a dicembre 2012. (Fonte immagine)

Cosa pensi di «Orwell»? 

Mi piace molto la scelta di «Orwell» di fare un supplemento culturale non di recensioni o di pararecensioni, ma di commenti che potevano stare da «Aut aut» a una fanzine, con un gruppo di scrittori e intellettuali giovani e una discussione culturale che, per quanto a volte sia ironica e paradossale, non è frutto di un atteggiamento fintamente antagonistico come quello de «Il fatto quotidiano». Ovvero andare a vedere il complotto, svelare gli arcani segreti, cosa c’è dietro, cosa fanno gli editori. Ma appunto c’era un attacco di discussione culturale.

Mi piace molto questo «attacco» perché si sarebbe potuto dire che da un’esperienza che nasceva da TQ poteva venire invece proprio quel tipo di atteggiamento.

Invece per fortuna non l’ho trovato. I pezzi potevano anche essere di critica culturale, però non con quell’atteggiamento fintamente minoritario da «vi diciamo noi la verità perché siamo fuori». Quindi c’era la sensazione, dal punto di vista di uno che sta dentro una casa editrice grossa e si confronta col mercato in modo piuttosto violento, di poter colloquiare.

Quindi non uno spazio che produce recensioni.

Partiamo da una sensazione abbastanza ovvia. Tre o quattro anni fa «il manifesto» fece una serie di interventi contro l’industria culturale, il mercato, le pagine dei giornali. Avevo trovato che quelle cose fossero espresse con un tono insopportabilmente minoritario e nostalgico, come se tutta la critica e la cultura derivate dalla Scuola di Francoforte si fossero ridotte oggi a un rimpianto per la perdita dell’aura. Mettendo da parte Benjamin – perché quello è un discorso tecnico molto giusto – la sensazione è che si guardino il presente e il futuro sempre solo in termini di perdita di qualcosa che prima c’era e adesso non c’è più: le librerie non sono più quelle di una volta dove c’era il libraio che ti consigliava il libro, i giornali non danno più spazio, gli editori fanno soltanto libri per il mercato. Cioè la perdita dell’aura come unica chiave di lettura dell’antagonismo e questa cosa mi fa venir voglia di dire: «Ragazzi, antagonismo culturale significa togliere spazio al mercato, non lamentarsi perché il mercato esiste». Perché il mercato esiste.

Ho quest’idea del mercato come entità acefala, senza altra ideologia che non sia semplicemente quella della conquista di spazi. Il mercato, dovunque trova un ostacolo, cerca di abbatterlo per creare degli spazi. Questa è la sua logica ed è inutile lamentarsi che sia fatto in questo modo perché alternativa al mercato non c’è. A meno che non ci si inventi una pianificazione di tipo sovietico, l’antagonismo culturale significa conquistare spazi dentro il mercato e opporsi cercando di togliere spazi a quella logica che tende semplicemente a crescere, a ingrandirsi e a espandersi.

In un certo senso quello che abbiamo cercato di fare con Orwell è stato togliere lo spazio del «che giornale leggi il sabato mattina? quello che ti fa la recensione preconfezionata o quello che ti spara l’entusiastico volo pindarico su un certo argomento?» 

Ma infatti in una situazione in cui il mercato, come sappiamo, è obiettivamente in crisi, è meglio non simulare un finto «esser fuori» oppure giocarsi la logica nostalgica della lamentela, perché non ci sono più gli spazi di una volta, e accettare di poter discutere semplicemente.

Siamo anche autori che pubblicano con editori come Einaudi, Mondadori, Rizzoli.

Il problema di quella che può essere chiamata appunto controcultura o tentativo di andare contro una logica puramente espansiva di mercato non appartiene soltanto a chi sta «fuori». È un problema che ci poniamo anche noi che stiamo all’interno di grandi gruppi editoriali. Attraversa tutto il mondo editoriale.

E come, nel tuo caso, con l’esperienza prima di Theoria e poi di Stile Libero?

Intanto ho la sensazione che siamo in un momento in cui quello che sta vincendo è la logica di un grande mainstream dell’intrattenimento globale. All’interno di questa logica ci sono i romanzi più complessi e le schifezze create dai libroidi. Però tutto quanto è nel segno dell’intrattenimento. Lo si nota molto negli Stati Uniti che sono ancora oggi il modello vincente nell’intrattenimento, dove non è più vero che esistono le grandi major multinazionali e poi gli indipendenti. Ormai le grandi major usano milioni di etichette indipendenti per portare la creatività dentro questo mainstream globale.

È anche un modello economico che funziona di più perché il rischio lo si dà agli indipendenti. Nel cinema è andata così negli ultimi vent’anni. 

Soprattutto nel cinema, ci sono decine e decine di piccole aziende di grande creatività – nel senso buono del termine – che vengono messe in relazione e in rete dentro questa logica dell’intrattenimento. Per cui anche la cultura alternativa diventa mainstream e intrattenimento.

È difficile allora trovare spazi alternativi dove le cose non siano considerate solo intrattenimento. 

Sì. Noi adesso usiamo categorie un po’ vecchiotte, legate all’avanguardia, qualcosa che rompe il linguaggio, che rompe gli schemi letterari, gli schemi di percezione di un oggetto culturale. Non voglio fare l’elogio dell’antagonismo tout court né un discorso nostalgico, però se penso alla formazione che potevamo avere noi da ragazzi, sui testi della grande saggistica di Roland Barthes, Foucault…

Che è quella su cui ci si forma anche adesso… 

Sì, però vedo che oggi gli ideologi del nostro tempo sono vissuti, passivamente ma in pieno, e i loro nomi sono Bezos, Zuckerberg e Steve Jobs. L’ideologia materiale non è fatta dalla controcultura ma da dei guru che hanno deciso, attraverso la tecnologia e non solo, i modi in cui noi stabiliamo le relazioni, la cornice dentro cui ci muoviamo.

Quindi l’intrattenimento collegato al problema della velocità? Vince questa idea perché è veloce. 

Non è soltanto veloce. Se il linguaggio che tu usi nei social network, utilizzando un’applicazione, o andando a comprare un libro, è creato da questi tre grandi gruppi, è ovvio che questi sono determinanti a livello ideologico. Ad esempio Steve Jobs ha creato un’estetica della nostra possibilità di accedere alla musica, ai video, ma non è soltanto un’estetica perché diventa un modello molto imperialistico di fruizione. Nel caso dei social network, Zuckerberg ha creato una dimensione di condivisione sociale che non esisteva e ha imposto un modo. Per noi editori, Bezos sta determinando la fine del modello di industria culturale come eravamo abituati a pensarlo. Quella fine è ormai nei fatti, ma da qui a subire passivamente l’idea che qualcuno metta i libri a un prezzo assolutamente inferiore a quello che gli editori possono fare e ha una capacità di distribuzione di una rapidità immediata…

Cioè rischia di diventare l’unico editore?

Per gli editori c’è uno spazio enorme all’interno di questa crisi, però è ovvio che, se lo si lascia fare, più che l’unico editore, Bezos diventa lui stesso editore e distributore di libri. A partire dalla nascita di Amazon, le conseguenze sono state tante, tra cui la chiusura di un’enorme catena di librerie. Sono tutti processi che hanno a che vedere con la tecnologia. Ma non con la tecnologia di per sé, quanto con il modo in cui è utilizzata e manipolata. Non dico che non bisogna comprare i libri da Amazon perché sono rapidissimi ad arrivare, costano poco e c’è un’offerta enorme. Però questo meccanismo in atto non può non innescare una riflessione per chi fa questo lavoro. Fino a poco tempo fa l’editore poteva controllare tutto il processo della catena del libro, dal manoscritto alla possibilità di colloquiare con l’autore, dalla stampa alla pubblicazione e all’accesso in libreria. Amazon, con il virtuale (l’ebook) e, in misura minore, con la carta, ci sta dimostrando che possiamo andare verso un mondo dove l’editoria, come Bezos stesso ha detto, è ininfluente. È il concetto di smaterializzazione del libro, per cui non esiste più l’oggetto con le rese, i magazzini, le librerie come posto dove si va fruire.

Hai detto che c’è un grande spazio per l’editoria. Quale sarebbe? 

Penso che la ricchezza dell’editore sarà sempre di più negli autori che ha e nella capacità di far sentire agli autori che la mediazione del marchio editoriale è un elemento non traducibile. Si può fare a meno della distribuzione in libreria probabilmente, ma non del filtro editoriale, dell’appartenenza a una certa comunità. Si ripropone il tema della cultura: se hai un progetto culturale – e ovviamente per progetto culturale intendo anche la capacità di un editore di far sentire che un autore è importante dentro quel progetto – il suo libro dentro quel marchio ha una sua visibilità e una diversa possibilità di essere recepito.

La messa in un contesto è fondamentale. È la prima cosa che fanno anche le riviste, a un livello più microscopico. Stile Libero ha avuto sempre questa caratteristica di cercare uno spazio in cui si potessero fare delle cose commerciali, delle cose strambe e degli autori solidi, che non fossero completamente scollegati da stramberie. 

Stile Libero, in questo suo dialogo continuo col mercato – perché è evidente che ce l’abbiamo e con «dialogo» intendo l’importanza che noi diamo al fatto di stare dentro al mercato – nasce da un’idea di Giulio Einaudi. Quando noi proponemmo Stile Libero come una specie di «scoperta di nuove scritture giovanili», «scoperta dei generi» o, come si diceva all’epoca, di «commistione» fra diverse cose pensavamo a una collana autonoma. Invece lui disse: ve la faccio fare ma i libri di Stile Libero usciranno dentro ai Tascabili Einaudi. Infatti trovavi nella stessa numerazione Primo Levi, McEwan e il libro delle camerette dei giovani, che è il primo che abbiamo pubblicato. E questo ci obbligava a tirature molto più alte, al confronto con un mercato molto più intenso perché eravamo in una collana a 13.000 lire. Lui ci ha buttati direttamente nell’acqua fredda. Einaudi era un editore che ha sempre fatto la distinzione tra l’editoria sì e l’editoria no. L’editoria di catalogo e quella dei cosiddetti bestseller, del libro usa e getta, creato dal marketing. In realtà questo è vero ma la sua attenzione al pubblico era enorme, se pensi all’operazione che fece con La storia della Morante, mettendo a 2000 lire un libro di 500 pagine. È qualcosa che oggi chiameremmo una grande operazione di marketing. Stile Libero nasce con questa caratteristica fin dall’inizio. Ci siamo sempre mossi tra ricerca di nuovi stili, di nuovi talenti, di nuove possibilità espressive. E anche di cercare di ribaltare quella rigidità tra la letteratura di serie A e la letteratura di serie B che c’era quando siamo entrati, imponendo autori considerati all’epoca «di genere». Per esempio Carlo Lucarelli poteva essere considerato all’inizio un autore non da Einaudi. Stiamo parlando di vent’anni fa.

Parlando di dieci anni fa, Elmore Leonard era un autore che prima non era stato considerato. 

Sicuramente.

Potrà fare l’editore un catalogo in cui c’è sia editoria no che editoria sì insieme. O il bestseller diventerà una prerogativa non dell’editore? 

In astratto nessuno sa cosa diventa editoria di catalogo e cosa no. I «libroidi» di cui parlava Gian Arturo Ferrari nascono già all’inizio con il marchio dell’editoria dei celebrity books. Poi nei celebrity books puoi trovare una chicca come Open di Agassi. Però adesso è sempre più difficile fare una distinzione netta. Noi possiamo pubblicare buoni libri, continuare a fare ricerca di autori, in un catalogo in cui convivono Mariapia Veladiano e Antonella Lattanzi con Jo Nesbø e Joe Lansdale. Ciò non toglie che quando questi libri entrano nella grande discussione letteraria e nel mercato, sono comunque vissuti come prodotti. In questo momento non si avverte più quella sensazione che io avevo fino a dieci, quindici anni fa in cui l’editoria di cultura aveva un suo linguaggio e dei paratesti che lo accompagnavano.

Dei suoi tempi anche. 

Quando io sono entrato a lavorare in questo mondo una cosa era evidente. Se avevi un critico letterario dell’autorevolezza di Calvino o di Pasolini, che pubblicava una recensione in quello che oggi è considerato lo spazio più sfigato di tutti i giornali, l’elzeviro, e che all’epoca era considerato uno spazio privilegiato dove scrivevano appunto Moravia, Calvino e Pasolini, avevi fatto il marketing del libro.

E poi il libro come si trovava, dove si trovava? 

Il libro si trovava in libreria con facilità. Ovviamente era inferiore il livello di rotazione, però era diverso soprattutto il sistema di diffusione, di amplificazione del libro che era molto più lento.

Paradossalmente oggi l’ebook risolve questo problema perché mantiene il libro in una situazione di molto maggiore reperibilità. Quello era un momento storico in cui esisteva una sorta di gerarchia verticale dell’uno, il grande critico, che parlava ai molti, che ascoltavano e decidevano. Adesso questa cosa si è completamente polverizzata. Non c’è l’uno che parla ai molti, ma una chiacchiera globale cha va dalle riviste ai blog, alle persone che scrivono sui social network.

Quali sono i modi in cui vi rendete conto che un libro non sta morendo? 

I modi purtroppo sono legati al fatto che lo si vede vivo all’interno delle vendite, però il discorso è un po’ più ampio. Nel momento in cui viene distrutta quella gerarchia verticale del critico che parla a un gruppo sociale che gli riconosce una autorevolezza e c’è questa sorta di dispersione nella chiacchiera globale, è ovvio che i valori letterari che si fondavano su una pedagogia – perché questo era, il riconoscimento di una pedagogia nel senso migliore del termine – non esistono più. Trionfa la logica del più forte, la capacità di imporre un libro attraverso eventi, che non sono più la singola recensione. Nel momento in cui il critico non ha più autorevolezza la recensione diventa come le asole delle giacche quando non servivano più i bottoni, ci sono ma non hanno più una autentica e reale funzione di guida.

Quali sono questi eventi adesso? 

La prima cosa che ci si chiede è: come ottenere lo spazio massimo? Il che significa anticipazioni, interviste, pezzi sui settimanali. La pura e semplice funzione critica che una volta decideva del destino di un libro – ricordo che si leggeva Geno Pampaloni sul «Giornale» e si decideva cosa leggere, cosa funzionava e cosa no – oggi manca. Non per questo si può dire che è finita la letteratura, perché la letteratura non è finita affatto. Semplicemente i modi in cui i libri guadagnano il loro terreno appartengono a una finta critica. Sono modi di amplificazione che puntano su quella che chiamo critica da showman, critici che danno 10 o 0 in pagella.

Come se il critico stesso dovesse imporsi in maniera spettacolare e il libro-intrattenimento imponesse un critico-intrattenitore? 

Sì. D’altra parte, non più di sei anni fa, Lavagetto scrisse un libro che si chiamava Eutanasia della critica contro la critica. Quello che uno si aspetterebbe dagli intellettuali e dai nuovi critici letterari non è una lamentela sul fatto che i giornali non danno più gli stessi spazi e non dedicano più la stessa attenzione al discorso critico, ma inventarsi nuove forme di autorevolezza come fece il Gruppo 63 nei confronti della letteratura precedente. Loro non si limitarono a criticare le Liale del loro tempo, ma conquistarono spazi critici, di ascolto e visibilità dentro le case editrici, dentro la televisione, dentro i giornali. È un discorso che anche i TQ hanno cercato di fare, con una logica un po’ troppo nostalgico-lamentosa.

Sempre più nostalgica via via che si perfezionava. 

Lavoro nell’editoria dall’86 e ho come riferimento autobiografico tre momenti in cui mi è sembrato di aver incrociato qualcosa che si è imposto non solo per la vendita di copie ma sul piano culturale. La prima volta è stata la generazione di quelli che noi abbiamo pubblicato da Theoria (Marco Lodoli, Sandro Veronesi, Sandro Onofri ecc).

Quando ancora c’erano pochi esordienti.

Quando le cose hanno una loro visibilità e si impongono come una necessità anche perché esiste un pubblico che ha interesse a scoprire nuovi autori. Si era creato il concetto del «giovane scrittore», un’entità che oscillava tra i 18 anni e i 45 di Tabucchi, che all’epoca era ancora considerato un giovane scrittore. Il «giovane scrittore» veniva messo in tutti pezzi ed era diventato una categoria estetica.

Questo dipendeva da Tondelli o era cambiato qualcosa socialmente?

Dipendeva dal fatto che è stata la prima generazione di scrittori che sono tornati senza nessun tipo di senso di colpa alla narrazione e alla narrativa dopo la neoavanguardia.

Erano giovani più nello stile che nell’età? 

In quel periodo giovani lo erano davvero. Marco e Sandro avevano sui 28-29 anni. Erano scrittori che avevano un’enciclopedia di riferimento del tutto interna alla letteratura italiana novecentesca. Pur esprimendo una novità, erano dentro una tradizione letteraria.

Un secondo momento in cui ho sentito la percezione di un fenomeno che emergeva è stato con l’antologia Gioventù cannibale e tutto il discorso sui Cannibali, che fu ferocemente accolto da una certa critica e poi invece entusiasticamente appoggiato da una certa altra critica. Ho la sensazione che lì invece ci fosse una rottura antropologica del modello di scrittore, un taglio netto rispetto alla generazione precedente. Per quanto diversi tra loro – Niccolò Ammaniti e Aldo Nove sono completamente diversi – in quel momento c’era una sorta di «corrispondenza di amorosi sensi» tra loro che consisteva in una critica feroce all’universo delle merci, in Aldo Nove in modo particolare. E quindi il ricorso a un linguaggio che attingeva alla commedia demenziale oppure, nel caso di Aldo Nove, a personaggi un po’ decerebralizzati. Il discorso della violenza, tipico dei Cannibali, mi sembrava fosse un contenuto del tutto ininfluente rispetto al discorso dell’estetica della merce.

I romanzi della merce americani che non abbiamo recepito.

Un terzo momento è stato quello della scoperta di un gruppo di scrittori definiti – io non amo questa definizione – scrittori noir (Lucarelli, De Cataldo, Carlotto) che io definirei autori di romanzi sociali neri. Si è fatto un gran parlare del noir italiano, ma gli autori che sono veramente emersi sono questi. Invece di scimmiottare un certo tipo di romanzo thriller americano, hanno cominciato a mettere le mani, anche con ricerche di carattere storico, dentro al mistero italiano, che rispetto al mistero americano ha la caratteristica di non essere mai risolto. Hanno saputo rinnovare un patto di fiducia con i lettori. Il lettore ha capito che dentro queste commedie sociali nere c’era un pezzo di racconto del paese che sarebbe andato perduto senza la loro letteratura. Come tutti i fenomeni – come è successo agli stessi Cannibali – è diventato anche questo un genere stereotipato, di autori che, più che utilizzare gli stereotipi, venivano utilizzati dallo stereotipo senza rendersene conto. E lì nasce una sorta di manierismo del noir che è un elemento che conosciamo tutti.

Mi interessava il rinnovamento nel modo di guardare gli italiani. Il secondo e il terzo fenomeno possono sembrare di importazione. 

Io invece lo escludo. Nel racconto Vivere e morire al Prenestino Ammaniti utilizzava degli stilemi presi dalla commedia americana, ma dentro una realtà linguistica e un’antropologia assolutamente caratteristiche dell’Italia. Li riconosco come scrittori autentici. Erano postmoderni nel vero senso della parola, si servivano della tradizione come uno che entra in un supermercato e sceglie delle merci per poterle utilizzare poi a cena. C’era un’abolizione della tradizione diacronica della letteratura.

D’altra parte la scelta era tra quello e l’essere seppelliti dalla tradizione. 

Infatti io riconosco in loro una capacità progressiva ed evolutiva.

Problema della lingua. Differenza tra inglese e italiano.

Mi viene in mente un’immagine. Lo scrittore che scrive nella lingua in cui hanno scritto Jane Austen, Dickens, Kipling nell’Ottocento e i romanzieri novecenteschi che conosciamo ha a disposizione uno strumento che è come una chitarra appoggiata su un divano. Più o meno la si riesce a suonare, anche se non benissimo. Mentre invece l’italiano è più simile a un clavicembalo, manda suoni che richiamano la tradizione del melodramma, dell’ermetismo e della lirica. E quindi è un’operazione molto più difficile.  Voi scrittori state tentando uno svecchiamento della lingua, con l’uso del parlato, la paratassi ecc. La difficoltà di aderire al parlato che ha un italiano è maggiore.

Per esempio il romanzo americano è possibile perché c’è stato Whitman. Ha fatto qualcosa di così sensuale, immateriale, che era già rock’n’roll. 

In fondo in inglese si utilizza una lingua che non è molto diversa se si tratta di Shakespeare o di hip hop. Da noi invece c’è una stratificazione legata al fatto che siamo stati fino a poco tempo fa una letteratura elitaria, sostanzialmente poetica e la cui massima espressione del Novecento è stata non il romanzo ma il melodramma. Questo inconsciamente determina che tu vieni usato da quella lingua se non la controlli bene. Da qui deriva la difficoltà di trovare un parlato italiano che non suoni manieristico, stereotipato o di imitazione delle traduzioni americane. Però mi pare che negli ultimi trent’anni siano stati fatti dei passi da gigante.

Noi, rispetto a inglesi e americani, non abbiamo quella specie di conformismo virtuoso. Bisognerebbe fare una specie di laboratorio su cos’è l’italiano. Abbiamo accettato che lo si usi più tranquillamente, ma questo non vuol dire che l’italiano sia cambiato nei problemi che pone. Non avendo una borghesia rigorosa come nel Nord Europa o negli Stati Uniti, noi abbiamo sempre una lingua complessata che quando diventa borghese si vergogna e fa un passo indietro. 

È il problema della lingua innamorata di se stessa, dell’autocompiacimento di una certa letteratura italiana che si spaccia per letterarietà quando invece non è detto che le due cose siano nello stesso percorso.

Dipende sempre dalla paura di non avere delle «buone maniere» nella scrittura. I grandi modelli italiani offrono molto meno un canone dei grandi modelli americani.

Se ci pensi la questione della lingua è stata totalmente messa fuori dal dibattito culturale.

Da una parte c’è chi l’ha elevata a divinità assoluta (Cortellessa) al punto che è quasi inutilizzabile e dall’altra parte il nulla, cioè le recensioni spettacolari. 

Lo spazio che l’intellettuale ha oggi per aggredire questa materia è legato alla possibilità di parlarne senza questa distinzione manichea.

Una delle caratteristiche del mercato di quest’ultimo anno e mezzo è il crollo dei tascabili, che sono una specie di bancomat dell’editoria. Il motivo per cui l’editoria soffre in termini di identità e di fatturato è stato che tutte le collane tascabili sono diminuite. È un paradosso. In un momento di crisi economica ci si aspetta che il lettore si orienti di più verso il libro che costa meno invece che verso il libro che costa di più. Invece no. Sono state date tante spiegazioni: l’avvento dell’ebook, il modello Newton Compton con la tascabilizzazione delle novità.

L’altro giorno ho letto un pezzo di Gilles Lipovetsky. Lui dice: «Nulla arresterà la smodata inclinazione dei consumatori per le novità e questo perché si tratta di una tendenza che affonda le radici in fenomeni strutturali di detradizionalizzazione della cultura e l’avvento di una economia fondata sull’innovazione perpetua». La novità è un elemento attrattivo e ha fascino di per sé. Viviamo in culture che non hanno più memoria storica, ma vivono in un eterno presente. Questo ha influito anche sulla percezione della novità come l’unico elemento che ha un mana attrattivo per il lettore.

L’unico elemento che vince è la novità che un attimo dopo non esiste più. 

È esattamente quello che dice, la novità è novità in quanto in perpetuo cambiamento rispetto al resto. Se esce un nuovo romanzo di McEwan ho un gruppo di lettori che vogliono avere quella novità. Non hanno più voglia di spendere 13-14 euro per un libro che è uscito da venti, trenta, quarant’anni. Secondo me è una spiegazione più forte dell’ipotesi della tascabilizzazione delle novità e dell’abbassamento del prezzo di copertina. Il discorso che gli ebook abbiano potuto erodere spazio a questo tipo di editoria in Italia ancora non può essere vero perché il mercato degli ebook è esattamente l’1 per cento.

Sarebbe bello immaginare una possibilità per i giornali, e non solo, di raccontare i libri con una autorevolezza di gusto, visto che manca quella critica. Una delle cose vincenti dei 50 libri di Baricco è stata questa: non aver utilizzato una categoria estetica che non fosse quella dei libri che aveva in libreria.

Sui giornali si parla invece molto dei nuovi comportamenti legati all’universo tecnologico dell’essere connessi.

Un libro non è più un libro, ma un contenuto dentro un’applicazione. Tutto questo è vero e sta modificando dalle fondamenta il nostro mestiere. Non mi pare vero invece che tutto questo stia già influenzando o finirà per influenzare l’atto creativo degli scrittori. Non ho ancora sentito nessuno scrittore dire: mi è venuta in mente un’idea perché…

A parte i racconti su twitter.

Mi sembrano fenomeni assolutamente residuali. Le categorie creative ed estetiche con cui gli autori continuano a scrivere sono quelle del libro, dal Cinquecento a oggi: saggistica, narrativa, romanzo, poesia. Le forme espressive non sono state modificate. Per ora mi pare che l’atto creativo non sia stato minimamente intaccato da questo punto di vista.

Forse ci vorrà più tempo? 

Sì, ma allo stato attuale si legge secondo categorie che sono quelle del libro.

Una cosa che comincia ad avere influenza è l’idea che la lettura sia in un percorso di contiguità e continuità dentro un’attività che può essere mandare una mail, guardare lo smartphone, leggere le notizie, commentare un libro mentre lo leggi.

Non è davvero in continuità, quanto piuttosto un’alternativa. 

Il rischio è che non diventi alternativa e che sia dentro un percorso di contiguità e continuità, implica per le nuove generazioni una minore capacità di assorbimento e di attenzione a delle gerarchie di complessità. L’essere connessi è una droga e credo che attivi dei neuroni per cui ogni volta che digiti qualcosa hai una scarica di adrenalina positiva, molto diversa dalla scarica di adrenalina positiva che è più lenta nel tempo e consiste nella capacità di appropriarsi di una grammatica esistenziale, quella propria del libro.

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Ricordando David Foster Wallace / 2 https://minimaetmoralia.it/approfondimenti/ricordando-david-foster-wallace-2/ https://minimaetmoralia.it/approfondimenti/ricordando-david-foster-wallace-2/#respond Thu, 12 Sep 2013 11:45:17 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=15449 Questo articolo è uscito sulla rivista Tradurre. (Foto: Giovanni Giovannetti)

di Norman Gobetti

Moriva, il 16 dicembre 1991, Pier Vittorio Tondelli. Prolifico operatore culturale, oltre che amatissimo scrittore, Tondelli aveva fondato nel 1990, insieme ad Alain Elkann ed Elisabetta Rasy, il quadrimestrale di letteratura «Panta». Dopo la morte di Tondelli, nel comitato editoriale di «Panta» subentrò lo scrittore statunitense Jay McInerney, che nel 1993 curò un numero dedicato ai nuovi narratori americani. Il volume presentava i racconti di quindici autori all’epoca quasi tutti inediti in Italia, fra cui Jennifer Egan, Jeff Eugenides, Mark Leyner, Donna Tartt e William T. Vollmann, tradotti da scrittori italiani come Michele Mari, Sandra Petrignani, Claudio Piersanti, Sandro Veronesi e Valeria Viganò. Fra gli altri c’era anche, nella versione di Edoardo Albinati, un racconto dal titolo Per sempre lassù. Nella sua introduzione, McInerney scriveva a proposito dell’autore di quel racconto: «Uno sperimentatore postmodernista [...] furiosamente creativo. [...] Le sue ambientazioni e le sue strategie narrative sono varie, ma sempre attualissime» (McInerney 1994, 14). Sono probabilmente le prime parole mai pubblicate in Italia a proposito di David Foster Wallace.

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Questo articolo è uscito sulla rivista Tradurre. (Foto: Giovanni Giovannetti)

di Norman Gobetti

Acqua in bocca, ovvero Tradurre l’infinito. David Foster Wallace in Italia

La vita è come il tennis vince chi serve meglio
Infinite Jest
(traduzione di Edoardo Nesi, Grazia Giua e Annalisa Villoresi, p. 1144)

Moriva, il 16 dicembre 1991, Pier Vittorio Tondelli. Prolifico operatore culturale, oltre che amatissimo scrittore, Tondelli aveva fondato nel 1990, insieme ad Alain Elkann ed Elisabetta Rasy, il quadrimestrale di letteratura «Panta». Dopo la morte di Tondelli, nel comitato editoriale di «Panta» subentrò lo scrittore statunitense Jay McInerney, che nel 1993 curò un numero dedicato ai nuovi narratori americani. Il volume presentava i racconti di quindici autori all’epoca quasi tutti inediti in Italia, fra cui Jennifer Egan, Jeff Eugenides, Mark Leyner, Donna Tartt e William T. Vollmann, tradotti da scrittori italiani come Michele Mari, Sandra Petrignani, Claudio Piersanti, Sandro Veronesi e Valeria Viganò. Fra gli altri c’era anche, nella versione di Edoardo Albinati, un racconto dal titolo Per sempre lassù. Nella sua introduzione, McInerney scriveva a proposito dell’autore di quel racconto: «Uno sperimentatore postmodernista […] furiosamente creativo. […] Le sue ambientazioni e le sue strategie narrative sono varie, ma sempre attualissime» (McInerney 1994, 14). Sono probabilmente le prime parole mai pubblicate in Italia a proposito di David Foster Wallace.

Poco più che trentenne, Wallace era all’epoca uno scrittore di ottime speranze. Aveva esordito venticinquenne, nel 1987, con un romanzo ambizioso, The Broom of the System, che aveva conquistato molti lettori e aveva ricevuto un’accoglienza critica perplessa ma affascinata, di cui resta emblematica la recensione sul «New York Times» dell’autorevolissima Michiko Kakutani, secondo cui il giovane romanziere aveva sì talento da vendere, però «il problema è che spesso troviamo presunzione invece che vera intelligenza, verbosità invece che eloquenza» (Kakutani 1986; traduzione mia). In seguito Wallace aveva pubblicato su svariati periodici – da «Fiction» a «Harper’s», da «Playboy» alla «Paris Review» – una serie di racconti in gran parte confluiti nel 1989 in Girl with Curious Hair, e si stava anche affermando come saggista, con recensioni per i quotidiani più importanti («New York Times», «Washington Post», «Los Angeles Times» e altri), lunghi articoli per riviste su temi che andavano dalla narrativa contemporanea al tennis alla televisione e, nel 1990, un volume sul rap, Signifying Rappers: Rap and Race in the Urban Present, scritto insieme a Mark Costello.

In Italia era praticamente sconosciuto. Poi uscì su «Panta» la traduzione di Forever Overhead (in seguito incluso in Brief Interviews with Hideous Men e destinato a diventare un piccolo classico) e c’è chi dice di esserne rimasto folgorato. Edoardo Nesi racconta: «Sin dalla prima pagina mi parve che Per sempre lassù fosse il Racconto Degli Anni 90, straordinariamente capace com’era di catturare – in diretta – una specie di “sfiorato” zeitgeist di quegli anni inafferrabili, e di farlo senza volere» (Nesi 1996). E ancora, diversi anni dopo: «Io lo capii subito che Wallace era di un’altra categoria rispetto a tutti. Fin da Per sempre lassù, il suo primo racconto pubblicato in Italia. Su “Panta”. Fu quel miracoloso “Ciao” alla fine…» (Consonni 2011).

Il ghiaccio era rotto e, poco più di un anno dopo, uscì da Theoria Nuovi narratori americani. Racconti della Post-generation, una selezione di nove racconti, tradotti da Cristiana Mennella e tratti dall’antologia curata da Michael Wexler e John Hulme Voices of the Xiled, che comprendeva anche, di Wallace, Ragazzina dai capelli curiosi. Cristiana Mennella, all’epoca a inizio carriera (aveva appena esordito, sempre per Theoria, con i Marginalia di Poe), negli anni successivi si sarebbe affermata come traduttrice proprio di nuovi narratori americani (fra cui Saunders e Vollmann), ma non avrebbe più avuto occasione di lavorare su Wallace, che, ricorda oggi divertita, all’epoca le era sembrato «un poco fuori di testa» (Mennella 2012).

Nel giro di pochi anni Girl with Curious Hair sarebbe stato tradotto altre due volte, da Francesco Piccolo per Einaudi e da Martina Testa per minimum fax. Quest’ultima ebbe in seguito modo di raccontare quanto la lettura di Nuovi narratori americani l’avesse colpita, e avesse anche rappresentato per lei il primo incontro con Wallace:

Quando lessi Nuovi narratori americani non sapevo chi era David Foster Wallace, non avevo letto Infinite Jest, non immaginavo che quello sarebbe diventato il mio libro di culto per eccellenza, non immaginavo che Wallace stesso sarebbe diventato il mio autore di culto e uno dei miei esseri umani preferiti sulla faccia della terra; non mi sognavo neanche che sarei diventata una traduttrice e un’editor (non sapevo neanche cosa volesse dire, editor), tantomeno che avrei tradotto lui. E a dire il vero, il racconto di David Foster Wallace contenuto nell’antologia […] non era neanche fra i miei preferiti. Era la storia di un ricco psicolabile iperviolento, e mi sembrava che l’autore non fosse altro che un Bret Easton Ellis più cerebrale e sborone (Testa 2006).

Nella nota biografica che precedeva il suo racconto, Wallace veniva presentato così: «Sta lavorando a qualcosa di lungo per Little, Brown & Co. che ha tutta l’aria di non essere pronto per la scadenza, non è mai stato, in nessun luogo, per nessun motivo in ritardo con qualcosa, ragion per cui è un po’ fuori fase, attualmente» (Wexter e Hulme 1995, 39). Il qualcosa di lungo sarebbe diventato Infinite Jest.

Negli Stati Uniti a quel punto David Foster Wallace era considerato the next big thing, il Nuovo Grande Scrittore che tutti attendevano. Come ha ricordato David Lipsky a proposito dell’ambiente dell’editoria newyorkese, Wallace aveva «fatto sì che un’intera città di editor e scrittori bercianti, sgomitanti e pronti a gambizzare chiunque, si innamorasse di lui perdutamente» (Lipsky 2011, 16). Il 1º febbraio 1996 Infinite Jest era in libreria: 1079 pagine, 388 note, e in copertina un cielo ingombro di nuvole che lasciava presagire tutto fuorché una lettura serena. Anche questa volta le recensioni non furono unanimamente positive. Michiko Kakutani scrisse che Wallace era «uno scrittore dal talento virtuosistico che sembra in grado di fare qualunque cosa», però scrisse pure che a tratti il romanzo sembrava «una scusa per fare sfoggio del suo talento e svuotare la sua mente irrequieta» (Kakutani 1996; traduzione mia); e piuttosto simile fu il verdetto di Jay McInerney (McInerney 1996). Ma Infinite Jest si conquistò subito un nutrito seguito di ferventi ammiratori, veri e propri fan che in breve tempo ne fecero un libro di culto nel senso più pieno della parola. Ne è segno fra molti il fatto che il sito The Howling Fantods, interamente dedicato alle opere di Wallace, venne fondato nel marzo 1997, quando l’utilizzo di massa di internet era ancora agli albori (il dominio Google, ad esempio, fu registrato solo sei mesi dopo, il 15 settembre 1997).

Mentre nella maggior parte delle nazioni europee Infinite Jest veniva subito liquidato come intraducibile (in Germania il libro sarebbe uscito solo nel 2009; in Francia non è ancora uscito ed è annunciato per il 2014), l’Italia fu uno dei primi paesi a drizzare le antenne, e nel giro di qualche mese diversi editori si misero sulle tracce dei libri di Wallace. Fra le case editrici interessate, una fra le candidate più plausibili pareva la Fanucci, dove Luca Briasco e Mattia Carratello stavano fondando la collana «Avant Pop», il cui primo titolo, pubblicato nel settembre 1998, fu l’antologia a cura di Larry McCaffery Schegge d’America. Nuove avanguardie letterarie. Era la terza raccolta uscita in Italia nel giro di pochi anni a includere un racconto di Wallace, in questo caso Tri-Stan: I Sold Sissee Nar to Ecko (nella traduzione di Piergiorgio Nicolazzini e Maria Cristina Pietri), anch’esso destinato a confluire nel 1999 in Brief Interviews with Hideous Men. Nella sua articolata rassegna in appendice all’edizione italiana dell’antologia, McCaffery parlava anche di Girl with Curious Hair, descrivendolo come uno dei libri più esplicitamente Avant Pop della nuova letteratura americana (McCaffery 1998, 405-6); ci si poteva quindi aspettare di trovare Wallace accanto a Vollmann e a Philip Dick nel futuro catalogo della nuova collana di Fanucci, ma non andò così.

Marco Cassini, il direttore commerciale di minimum fax, ricorda: «“Compralo, compralo che te lo fottono”, mi consigliava anni fa con fraterno afflato, all’uscita di un reading di Ian McEwan, Sandro Veronesi”» (Cassini 2003). E fu all’uscita del reading di Ian McEwan al primo Festivaletteratura di Mantova che Sandro Veronesi chiese a Susanna Basso di tradurre Infinite Jest per la neonata Fandango (Basso 2012). Domenico Procacci aveva infatti acquistato i diritti italiani di entrambi i romanzi di Wallace, Infinite Jest e The Broom of the System. Sul piatto restava la raccolta di racconti Girl with Curious Hair. Come ha raccontato Cassini sul sito della casa editrice (Cassini 2003), minimum fax aveva firmato nel giugno 1997 un contratto per i diritti italiani del libro. Nonostante ciò, nel settembre 1998 uscì da Einaudi Stile libero (allora al secondo anno di vita) La ragazza con i capelli strani, in una traduzione firmata da Francesco Piccolo da cui mancavano tre dei dieci racconti: John BillyHere and There e Westward the Course of the Empire Takes Its Way. La spinosa situazione si risolse solo cinque anni più tardi, quando, in seguito a un accordo stipulato fra minimum fax e l’agente di Wallace, Einaudi ritirò dopo trenta mesi il suo libro dal commercio, e da minimum fax uscì La ragazza dai capelli strani in una nuova, più puntuale traduzione di Martina Testa che ripristinava i racconti mancanti.

Nel frattempo minimum fax aveva pubblicato altri quattro libri di Wallace: nel settembre 1998 Una cosa divertente che non farò mai più (traduzione di Gabriella D’Angelo e Francesco Piccolo) e nel maggio 1999 Tennis, tv, trigonometria, tornado (e altre cose divertenti che non farò mai più) (traduzione di Vincenzo Ostuni, Christian Raimo e Martina Testa) – cioè la raccolta di saggi del 1997 A Supposedly Fun Thing I’ll Never Do Again smembrata in due volumi -, nel giugno 2000 Il rap spiegato ai bianchi – cioè Signifying Rappers nella traduzione di Martina Testa e Christian Raimo – e nell’aprile 2001 (nella traduzione di Martina Testa) Verso occidente l’impero dirige il suo corso, cioè il racconto lungo (o romanzo breve) Westward the Course of the Empire Takes Its Way non incluso nella traduzione di Martina Testa/Einaudi di Girl with Curious Hair.

Ricorda Martina Testa:

Ecco come sono diventata una traduttrice: nel 1998 ho comprato A Supposedly Fun Thing… in una libreria internazionale di Roma: il primo pezzo mi ha lasciata interdetta, il secondo mi ha tenuta sveglia quasi per tutta una notte, il libro intero mi ha esaltata come forse non aveva mai fatto nessun altro libro prima di allora; io e un mio amico abbiamo sentito dire che una casa editrice cercava un traduttore proprio per quel libro; non avevamo esperienza; gli abbiamo chiesto di farci provare; ci hanno fatto provare; la prova gli è piaciuta (Testa 2008).

Martina Testa divenne poi, oltre che una delle principali traduttrici di Wallace, anche la direttrice editoriale di minimum fax, e i libri di quella casa editrice diedero un contributo fondamentale alla diffusione di David Foster Wallace in Italia, ma il pezzo forte, quello più atteso, restava Infinite Jest.

Nell’autunno del 1997 Susanna Basso aveva ricevuto il libro. Aveva subito pensato, ricorda oggi (Basso 2012), di non potersi concedere il lunghissimo tempo e la dedizione assoluta che le parevano necessari per tradurlo, e l’aveva proposto, riservandosi di farne poi la revisione, a Grazia Giua, all’epoca una traduttrice giovane ma non priva di esperienza, che aveva accettato.

Così, per nove mesi, assistita da Susanna Basso in un ruolo che oggi definisce da coach (Giua 2012), Grazia Giua (che anni dopo sarebbe diventata editor Einaudi) si dedicò anima e corpo a una traduzione che la assorbì completamente e la pose di fronte a «insidie sconfinate». Oltre a essere mastodontico – Wallace disse una volta che ai commessi delle librerie sarebbe toccato aiutare chi lo comprava a caricarlo in macchina (Bruni 1996) – il libro era scritto in una lingua enormemente complessa, che costrinse la traduttrice non solo ripercorrere le funambolesche evoluzioni di una sintassi acrobatica, ma anche a impadronirsi di una miriade di lessici iperspecialistici:

Centinaia di pagine di appunti, centinaia, molte, di mail. E i libri: compendi di fisica, di matematica, manuali sul tennis e sul football americano, volumi sulla droghe, sintetiche e no, il Physician Desk Reference e il prontuario farmaceutico (carpito a un sospettosissimo farmacista), dizionari del cinema e di qualunque altra cosa. E i colloqui infiniti e meravigliosi con gli informant, di ogni ordine grado e professione, dai due lati dell’oceano. Non tutto mi è servito, e di certo non mi è bastato, ma ricordo la sensazione – ossessiva, immagino; delirante, mi dicevano – di vagare per scaffali, vetrine, palestre, strade, mondo, e pensare, sempre, eh sì, questo mi può servire, questo lo troverò, in qualche momento, a qualche punto, e allora mi servirà (Giua 2008).

Il romanzo però prima o poi sarebbe dovuto uscire, e ben presto si creò uno scollamento fra le esigenze della traduttrice, cui sembrava necessario dedicare a quel lavoro un tempo e una cura maggiori di quelli concessi dal suo contratto, e quelle dell’editore, Domenico Procacci, e del direttore della collana «Mine vaganti» in cui il romanzo sarebbe uscito, Sandro Veronesi, che non ritenevano di poter rimandare la pubblicazione di un libro così atteso. Nel giro di qualche mese lo scollamento sfociò in una rottura e, dopo aver tradotto le prime 385 pagine con relative torrenziali note, Grazia Giua fu rimpiazzata da un’altra giovane traduttrice, Annalisa Villoresi, e dallo scrittore Edoardo Nesi.

Una delle rarissime testimonianze di Annalisa Villoresi sul proprio lavoro al romanzo si trova in un articolo pubblicato dal «Tirreno» il 23 dicembre 2000 in occasione dell’uscita del libro:

«Non è stato facile restituire in italiano lo slang e il particolare stile letterario di Wallace – racconta la co-traduttrice – soprattutto per me che ero alla prima esperienza». Trentacinque anni, madre di due gemelle di 5, Villoresi è subentrata alla precedente traduttrice romana [sic, ma Grazia Giua non è romana], lavorando da marzo del 1998 fino ad agosto di quest’anno per circa sei ore al giorno. «Avevo smesso di lavorare per stare con le mie figlie ma ora, dopo questa esperienza, spero di avere altre occasioni. Non credevo che sarei riuscita a tradurre un romanzo così complesso in così poco tempo». Lo stesso Nesi definisce «sorprendente» il risultato e aggiunge: «Annalisa è stata bravissima, ha fatto un grande lavoro soprattutto con notevole e costante impegno». Lo scrittore imprenditore pratese, che deve a Procacci anche la realizzazione del suo primo film Fughe da fermo nelle sale a marzo, si è occupato della “ripulitura” (Bernacchioni 2000).

Da parte sua, così racconta Edoardo Nesi:

Pur potendomi appoggiare a una prima traduzione di Annalisa Villoresi e Grazia Giua, tradurre in italiano Infinite Jest mi è costato l’inverno e la primavera e l’estate 2000, e per varie ragioni: l’estrema complessità della trama che si supera e si ripiega e si rincorre continuamente; le dozzine di vividissimi personaggi e le loro complesse interazioni; la lingua ricchissima dell’autore, le lunghe dissertazioni tennistiche e farmacologiche e chimiche e cinematografiche con uso continuo di termini specialistici; la frequente coniazione di nuove parole in americano; l’uso di prefissi greci legati a oscuri termini medici; la decisione di non aggiungere note di traduzione non assolutamente necessarie per via delle moltissime pagine di note al testo già scritte dall’autore; la presenza nel romanzo di numerosissimi refusi d’autore poiché ben pochi dei personaggi sanno parlare o persino pensare in un inglese corretto (Nesi 2001).

Intanto, nel novembre 1999, da Fandango era arrivato in libreria La scopa del sistema, il primo romanzo di Wallace, in un’edizione che si segnalava, oltre che per la bella illustrazione di Gianluigi Toccafondo in copertina, per una quarta genialmente essenziale, appena tre parole: «Mi manca chiunque». La traduzione era di Sergio Claudio Perroni, che oggi ricorda i mesi dedicati a lavorare su quella scrittura «di straordinaria intelligenza» come un periodo molto felice, una delle pochissime occasioni nella sua carriera (già all’epoca ben avviata) in cui l’estrema difficoltà non fu per lui «una rottura di scatole» ma «un enorme piacere» (Perroni 2012). E poi, il 10 dicembre 2000, dopo più di tre anni di lavorazione complessiva, finalmente uscì Infinite Jest. All’interno del volume la traduzione era accreditata a «Edoardo Nesi con la collaborazione di Annalisa Villoresi e Grazia Giua», ma in copertina c’era scritto: «Traduzione di Edoardo Nesi». Da quel momento nel parlare comune Nesi sarebbe stato il traduttore di Infinite Jest.

Nel giro di due o tre anni appena, giusto gli anni di fine millennio, in Italia Wallace era così passato dallo status di sconosciuto a quello di autore di primo piano, sebbene ancora letto solo da un pubblico di nicchia, con ben otto volumi usciti fra il settembre 1998 e l’aprile 2001. L’apice di questa fulminea consacrazione fu probabilmente la lettura integrale di Infinite Jest (una non-stop di 72 ore) organizzata da Fandango al cinema Politecnico di Roma fra il 15 e il 17 dicembre 2000, quando, fra l’apertura di Alessandro Baricco e la chiusura di Fernanda Pivano, a leggere il romanzo si alternarono decine e decine di persone, celebri o meno.

Ancor più sorprendente è dunque, soprattutto col senno di poi, che fino ad allora fra i traduttori di Wallace ben pochi fossero professionisti affermati. Edoardo Nesi, che stava mietendo i primi successi come romanziere, aveva tradotto solo cinque libri (di Malcolm Lowry, Michael Hornburg, Buster Keaton, Stephen King e Quentin Tarantino), e dopo Infinite Jest non avrebbe quasi più tradotto. Quanto allo scrittore e sceneggiatore Francesco Piccolo (che aveva firmato La ragazza con i capelli strani per Einaudi e, insieme a Gabriella D’Angelo, Una cosa divertente che non farò mai più per minimum fax) non aveva tradotto nessun altro libro e non ne avrebbe tradotti altri. Martina Testa, che invece come traduttrice avrebbe poi fatto molta strada, era allora alle primissime armi (il che non le aveva impedito di meritare e vincere insieme a Christian Raimo il Premio Procida – Isola di Arturo per Il rap spiegato ai bianchi, un libro decisamente arduo da rendere in italiano), e alle primissime armi erano anche Raimo e Ostuni.

Le eccezioni erano Sergio Claudio Perroni – che aveva già in curriculum una ventina di romanzi, di autori come Highsmith, Ellroy, Vonnegut, Houellebecq e Moody – e soprattutto Ottavio Fatica, che aveva alle spalle una lunga esperienza con classici della stazza di Kipling, Stevenson, Conrad, James e molti altri. Ma forse Fatica, quando nel 1999 Paolo Repetti di Einaudi «Stile libero» affidò a lui e Giovanna Granato Brief Interviews with Hideous Men, non trovò Wallace particolarmente nelle proprie corde, perché riservò per sé solo pochi racconti e lasciò gli altri alla co-traduttrice, che oggi ricorda:

C’è un episodio significativo di com’è stato per me tradurre Wallace. Mentre lavoravo al primo racconto, La persona depressa, all’improvviso è saltato il computer e si è cancellato tutto. E io, come nulla fosse, ho subito ricominciato da zero. Tradurre quel racconto aveva prodotto in me questa sensazione di abbandono totale. Si trattava di lasciarsi travolgere dal vortice della sua scrittura, abbassare le difese, lasciarsi andare e, semplicemente, seguire la luce chiarissima che emanava dalle sue pagine (Granato 2013).

Quel libro comprendeva anche un racconto che all’epoca a Fatica e Granato parve intraducibile, Datum Centurio. Così, come era già accaduto nel caso di La ragazza con i capelli strani, e come purtroppo spesso accade nelle edizioni italiane di raccolte di racconti straniere, si decise di tralasciarli (e, di conseguenza, per non alterare troppo la struttura del libro, di tralasciare anche la Breve intervista n. 59 e Tri-Stan, già uscito nell’antologia di Fanucci Schegge d’America), una scelta da cui fra l’altro si evince come all’epoca Wallace non avesse ancora quello statuto di classico contemporaneo che oggi ci appare scontato.

Esauritasi così l’intera backlist, negli anni fra il 2002 e il 2007 il ritmo delle uscite rallentò. Furono però gli anni in cui, come ricorda Martina Testa, in Italia la fama dello scrittore si consolidò:

All’inizio c’è stato un lentissimo crescendo di attenzione. Nei primi anni Duemila, per dire, la raccolta di saggi Tennis, tv, trigonometria, tornado si vendeva così poco che a un certo punto rischiammo di doverne macerare qualche centinaio di copie. A partire dalla nostra edizione della Ragazza dai capelli strani (2003), che andò subito molto bene, ci è sembrato che l’interesse del pubblico crescesse, anche nei confronti degli altri titoli, che infatti, nel corso degli anni, non sono mai andati fuori catalogo. Probabilmente è stato in quel periodo che si è verificato il fatidico “passaparola dei lettori” (Gregorio 2011).

Fu in questo periodo che Einaudi riuscì ad aggiudicarsi le nuove uscite – nel 2004 la raccolta di racconti Oblivion, tradotta da Giovanna Granato come Oblio, e nel 2006 la raccolta di saggi Consider the Lobster, tradotta da Adelaide Cioni e Matteo Colombo come Considera l’aragosta – e ad acquistare i diritti di Infinite Jest e della Scopa del sistema (che non erano stati rinnovati a Fandango), per poi ripubblicare i due romanzi nella collana «Stile libero Big» rispettivamente nel 2006 e nel 2008, senza apportarvi alcuna correzione o modifica. Presso la casa editrice di divulgazione scientifica Codice uscì invece nel 2005 Tutto, e di più, la traduzione (di Giuseppe Strazzeri e Fabio Paracchini) dell’impegnativo saggio di logica matematica Everything and More: a Compact History of Infinity.

Wallace aveva ormai, grazie a Infinite Jest ma forse ancor più a La scopa del sistema, un’affezionata platea di lettori italiani, e non a caso fu proprio in Italia che lo scrittore fece una delle sue rarissime apparizioni al di fuori degli Stati Uniti, intervenendo nel 2006 – insieme a Nathan Englander, Jeffrey Eugenides, Jonathan Franzen e Zadie Smith – al festival Le conversazioni a Capri, organizzato da Antonio Monda. Ricordò in seguito Martina Testa, che in quell’occasione fu la sua interprete:

Continuava a dire che eravamo vecchi amici (anche se in realtà ci eravamo incontrati solo due o tre volte, e detti poco più che ciao). Mi dava pacche sulle spalle, mi abbracciava, mi scroccava sigarette con un sorriso imbarazzato (aveva smesso di masticare tabacco, ma ancora non poteva fare a meno della nicotina) e mi chiedeva di stargli vicino; una volta, quando mi sembrava di aver combinato un disastro nel fare da interprete a un altro autore, si mise subito a rassicurarmi del fatto che ero andata benissimo. Nonostante si facesse un gran parlare di quanto era a disagio in mezzo alla gente, in realtà aveva un calore e una dolcezza che sarebbero rari da trovare in chiunque – figuriamoci poi in un genio, o nel tuo scrittore preferito (Testa 2008).

Era la fine di giugno – scrisse diversi anni dopo Antonio Monda – nell’atmosfera rilassata del festival Le conversazioni a Capri, e nessuno, neanche tra i più intimi, poteva immaginare che quel viaggio avrebbe rappresentato uno degli ultimi momenti di serenità della sua esistenza destinata a spezzarsi tragicamente due anni dopo (Monda 2011).

E in effetti, quando il 12 settembre 2008 lo scrittore fu trovato dalla moglie Karen Green impiccato nel patio della loro casa di Claremont, in California, furono in molti a sentirsene personalmente feriti. Come scrisse all’epoca Nicola Lagioia:

Il suicidio di David Foster Wallace ha lasciato scioccata un’intera generazione di lettori. Al di là dei coccodrilli e del tran tran dignitosamente ordinario di una breve commemorazione mediatica, le autostrade telematiche sono state rapidamente invase da messaggi pieni di sgomento e di dolore autentico. Sui siti internet, nei blog, nei forum di discussione e poi, fuori dalla rete, nelle conversazioni tra appassionati (spesso molto giovani) di letteratura contemporanea: «è morto uno di noi…», «lo sentivo vicino come un fratello…», «adesso mi sento persino più solo di prima…», «si può provare tanto dispiacere per una persona che non si è mai frequentata fuori dalla pagina?» (Lagioia 2008).

Un’impressione confermata dalla testimonianza di Tommaso Pincio:

Vengo a sapere che David Foster Wallace si è impiccato. […] Poco dopo squilla il telefono. Un amico vuole commentare il fatto. Siamo entrambi sconcertati, affranti. Nessuno dei due può dire di aver conosciuto Wallace, eppure ci è naturale parlarne come di una persona cara (Pincio 2011, 108).

E se lettori e critici si sentirono toccati così nell’intimo dalla morte improvvisa di uno scrittore che sentivano insolitamente vicino, tanto più si sentirono chiamate in causa le persone che avevano tradotto, editato o pubblicato i suoi libri. Data l’intricata storia editoriale di Wallace in Italia, non stupisce che più d’uno si sia sentito in quel momento di poter rivendicare una sorta di primogenitura, o comunque un legame privilegiato con lo scrittore scomparso. In un paginone interamente dedicato a Wallace, ad esempio, l’«Unità» affiancava, sotto il poco felice titolo La maratona della memoria, una serie di trafiletti commemorativi. Procacci, direttore editoriale di Fandango, dichiarava: «Non l’ha mai saputo, D.F.W., e ormai non lo saprà mai, ma una piccola casa editrice, la nostra, la Fandango Libri, è nata per pubblicare un suo lavoro, il monumentale Infinite Jest» (Procacci 2008); e a fianco Veronesi:

Io credo che Infinite Jest sia il più grande romanzo che sia stato scritto nel dopoguerra. […] Averne fortemente voluto la traduzione, aver fondato una casa editrice, con Procacci, praticamente a questo scopo, rappresenta probabilmente il mio più alto merito letterario; averne organizzato la lettura integrale, nel dicembre del 2000, al Politecnico di Roma, una delle cose più belle che abbia fatto nella vita (Veronesi 2008);

e Cassini, direttore commerciale di minimum fax: «Eravamo i primi folli editori al mondo a voler pubblicare un suo libro al di fuori dell’America e infatti ne comprammo i diritti per cinquecentomila lire» (Cassini 2008). Anche Fernanda Pivano parlò di lui, sul «Corriere della Sera», come di «un altro amico, dolce, fragile e generoso che se ne va», inserendolo in una sorta di genealogia di scrittori suicidi suoi amici, da Pavese a Hemingway a Wallace (Pivano 2008). Martina Testa scrisse sul sito di minimum fax:

Nessuno è stato altrettanto difficile e gratificante. Su nessuno mi sono impegnata con tanto amore. Ogni volta che ho tradotto qualcosa di suo, gli ho mandato delle domande. Lui rispondeva con riluttanza, era in difficoltà, continuava a dire che una certa storia era impossibile da tradurre in maniera dignitosa e fedele – il che a volte mi faceva venire da piangere; e poi scriveva pagine intere per spiegarmi una singola parola o una singola frase, e concludeva dichiarando la sua totale fiducia nelle mie capacità di traduttrice – il che, di nuovo, mi faceva venire le lacrime agli occhi (Testa 2008).

Come negli Stati Uniti, anche in Italia si tennero eventi in sua memoria, il principale dei quali si svolse il 12 ottobre (a un mese dalla morte) al Teatro Ghione di Roma. In quell’occasione si ritrovarono tutti gli editori italiani di Wallace (minimum fax, Fandango, Einaudi e Codice), molti suoi traduttori e diversi scrittori che si consideravano suoi «compagni di strada». Cominciò poi, come inevitabilmente capita in casi simili, una nuova fioritura di edizioni italiane. Minimum fax, che proprio in quel momento stava celebrando il quindicennale della casa editrice con la speciale collana «I Quindici», nel 2008 ripubblicò in questa nuova veste, arricchita da una grafica molto curata e da nuovi apparati ed «extra», La ragazza dai capelli strani (con Brave persone in appendice, un estratto da quello che in seguito sarebbe diventatoIl re pallido), nel 2009 Burned Children of America (un’antologia di nuovi narratori americani, uscita la prima volta nel 2001, che si chiudeva con il racconto di Wallace Incarnazioni di bambini bruciati, da cui il titolo) e nel 2010 Una cosa divertente che non farò mai più. Seguirono le nuove edizioni di tutti i libri di Wallace nei «Sotterranei».

Einaudi alle riedizioni affiancò alcuni inediti. Uno degli ultimi testi scritti da Wallace era una conferenza, un commencement address (ossia una prolusione) pronunciato di fronte ai neolaureati del Kenyon College il 15 maggio 2005. Qualche mese dopo la morte dell’autore, la Little, Brown & Co. (che a partire da Infinite Jest era diventata la casa editrice di Wallace) lo aveva pubblicato col titolo This Is Water. Some Thoughts, Delivered on a Significant Occasion, about Living a Compassionate Life. In quel volumetto a ogni singola frase del breve e intenso discorso era riservata un’intera pagina, così che le parole dell’autore venivano a trovarsi circondate da grandi spazi bianchi, una sorta di aura che trasmetteva al lettore la sensazione di avere fra le mani un testo sapienziale, o magari, come ebbe a scrivere Zadie Smith, «un librettino di self-help da leggere al cesso» (Smith 2010, 378).

L’insolita scelta editoriale della Little, Brown & Co. si inseriva in quella che qualcuno definì la «beatificazione» di David Foster Wallace (Salis 2011), uno scrittore che, se agli esordi era stato considerato un epigono dei postmodernisti, un ironico acrobata delle parole (Bajani 1999), col tempo si era spostato sempre più verso una concezione morale, se non esplicitamente spirituale, della letteratura (un’evoluzione già ben compresa nel 1998 da Mattia Carratello nella sua lucidissima postfazione a La ragazza con i capelli strani), e che proprio per questo aveva suscitato nei suoi lettori un coinvolgimento così viscerale. In un articolo su «Slate», Nathan Heller si era chiesto perché Wallace ispirasse una tale devozione nei suoi ammiratori, e al termine di un’approfondita analisi delle sue opere si era risposto:

È stato l’intellettuale del 21° secolo che ha insegnato ai lettori a provare sentimenti, lo scrittore che ha spiegato come sia possibile vivere in modo ricettivo e umano senza rinnegare una cultura pesantemente, eminentemente critica (Heller 2011; traduzione mia).

Anche Tim Jacobs, su «Rain Taxi», aveva azzardato una risposta: «Non era Gandhi e non è morto per i vostri peccati, ma i concetti di servizio e di sacrificio personale, soprattutto nell’ambito della scrittura, li prendeva palesemente sul serio» (Jacobs 2008-2009; traduzione mia).

In questo contesto Einaudi «Stile libero» preferì non incoraggiare ulteriormente una lettura di Wallace che molti ritengono fuorviante, o comunque dannosa. Wallace era sì un genio, precisa ad esempio Martina Testa, ma

penso che connotarlo come una specie di unicum, di “monstrum”, di prodigio sia inopportuno, non giovi alla percezione che il pubblico ha di lui, gli faccia più male che bene, e personalmente non vorrei contribuire ad alimentare in nessun modo l’aura quasi mitica che ormai lo circonda (Testa 2012).

Sulla stessa posizione Giovanna Granato, la traduttrice di This Is Water: «È un errore farne un culto perché non era l’immagine che lui voleva dare di sé» (Granato 2013). La casa editrice italiana decise dunque di far uscire, in concomitanza col primo anniversario della morte dell’autore, il discorso intitolato Questa è l’acqua in un omonimo volume, curato da Luca Briasco, che recuperava anche cinque racconti, perlopiù giovanili, ancora inediti in Italia (e tuttora uncollected negli Stati Uniti), fra cui il primo in assoluto mai pubblicato da Wallace (nel 1984), Il pianeta Trillafon in relazione alla Cosa Brutta, in cui lo scrittore raccontava l’insorgere della depressione e della dipendenza dai farmaci.

C’era però in cantiere un inedito ben più importante. Alle Conversazioni a Capri Wallace aveva letto un brano di prosa chiamato Estratto senza titolo da un qualcosa di più lungo che ancora non è neanche lontanamente scritto (pubblicato all’epoca in una plaquette con a fronte una traduzione di Martina Testa). Quel brano era poi stato ritrovato, insieme a centinaia di altre pagine, sulla scrivania di Wallace il giorno del suo suicidio (Max 2009; Pietsch 2011). Quelle pagine erano il dattiloscritto incompiuto di quello che avrebbe dovuto diventare il suo terzo romanzo e, dopo un lungo e complesso lavoro di riordinamento e collazione da parte di Michael Pietsch (l’editor di Little, Brown & Co. che già aveva lavorato a Infinite Jest), sarebbero uscite nel 2011 col titolo The Pale King. Einaudi affidò anche questo libro a Giovanna Granato, che ricorda:

La difficoltà più superficiale, ma molto fastidiosa è stata dover cercare tantissimi riferimenti, cosa che porta via un sacco tempo. Invece non è difficile la struttura della frase, perché la sua scrittura, per quanto complessa e piena di meandri, non è mai ambigua, è lucida e solida. Le sue architetture verbali sono di una solidità mostruosa. Il difficile è restituire il grandissimo spessore che si cela sotto quelle che possono anche apparire storielle in cui non succede niente di che. Le strutture sono ripetitive ma leggere e limpidissime, la difficoltà sta sotto, nella fittissima rete dei riferimenti che danno un senso profondo al tutto. Affrontare la lunghezza delle frasi è solo una cosa muscolare. Basta allenarsi, fare un respiro profondo e buttarsi nel vortice. La sua scrittura non dà grandi margini di movimento, perciò devi per forza essere letterale. È tutto troppo solido, non si lascia scalfire (Granato 2013).

In questo caso però, racconta ancora la traduttrice, c’era una difficoltà più profonda:

Lavorare al Re pallido è stato come mettere le mani nella carne viva, dovendo affrontare in molte parti un testo “sporco”, non ancora ripulito dall’autore con la sua solita cura maniacale. Mi capitava di provare un imbarazzo da voyeur, come trovandomi a vedere quello che lui non avrebbe voluto farci vedere, il corpo nudo della sua scrittura. È stato pesantissimo dal punto di vista psicologico. Anche perché in passato Wallace non aveva mai scritto in modo così nudamente autobiografico. È stato come camminare costantemente sui confini di un territorio in cui non mi sembrava giusto entrare, intrattenendo con l’autore un rapporto personale, mentre non deve essere così. Per questo ho cercato di avere il massimo rispetto del testo, trattandolo non tanto come un romanzo, ma come un documento. Perciò, dove la scrittura è sporca, è stata lasciata sporca. In questo caso la resa è stata ancora più letterale del solito, e mi sono data la regola di non correggere anche laddove evidentemente Wallace in un secondo tempo sarebbe intervenuto. Ad esempio, di solito la punteggiatura è meravigliosa, perfetta, chiarissima. In questo caso invece a volte non lo era, ma non è stata toccata. In questo l’Einaudi, e soprattutto Alessandra Montrucchio, che ha fatto la revisione e mi ha aiutata nelle ricerche sui termini tecnici, mi hanno sostenuta molto (Granato 2013).

Con Il re pallido può dirsi conclusa la grande stagione editoriale di David Foster Wallace in Italia, sebbene altre nuove uscite ci siano state e continueranno probabilmente a esserci. Nel 2012 da Einaudi è stato pubblicato, ancora in una traduzione di Giovanna Granato, e con grande successo, Il tennis come esperienza religiosa, che raccoglie due reportage, uno inedito in Italia, Democrazia e commercio agli US Open, e uno, già uscito nel 2010 da Casagrande in una traduzione di Matteo Campagnoli, dal titolo Roger Federer come esperienza religiosa. Per il 2013 sono annunciate diverse novità di non poco conto: Ogni storia d’amore è una storia di fantasmi, ovvero la prima biografia di Wallace, scritta da D. T. Max e tradotta da Alessandro Mari; la traduzione di Giovanna Granato dei saggi uncollectedpubblicati nel 2012 da Little, Brown & Co. col titolo Both Flesh and Not; una nuova edizione di Brevi interviste con uomini schifosi che finalmente recupera i tre racconti mancanti; una nuova edizione del Re pallido (negli «Einaudi Tascabili») che presenta in appendice le quattro nuove scene inserite nel paperback dell’edizione statunitense; e infine una nuova edizione di Infinite Jest in cui sono stati corretti i numerosi refusi presenti nelle edizioni cartacee (solo in e-book, un assaggio di quella che sarà l’edizione speciale per il ventennale del libro nel 2016).

Da minimum fax invece è in uscita la traduzione delle Conversations with David Foster Wallace curate da Stephen J. Burn (2012), una raccolta delle non molte ma preziose interviste rilasciate nel corso degli anni da Wallace, fra cui, essenziali e citatissime, quelle di Larry McCaffery per la «Review of Contemporary Fiction» (1993) e di Laura Miller per «Salon» (1996). Resta da tradurre la tesi di laurea in filosofia del 1985 Fate, Time, and Language: An Essay on Free Will (Columbia University Press, 2010), e ben poco altro.

Oggi, a vent’anni dalla prima comparsa di un suo testo in Italia, e a cinque dalla morte, la popolarità e l’influenza David Foster Wallace nel nostro paese non accennano a diminuire. Lo dimostrano, oltre alle molte nuove uscite annunciate, la nascita nell’aprile 2011 del sito Archivio David Foster Wallace Italia e la pubblicazione di alcuni saggi critici e libri di interviste (Pennacchio 2009; Lipsky 2011; Susca 2012; Karmodi 2012), nonché di un «diario del dolore» scritto subito dopo la sua morte (Infinite Loss di Salvatore Toscano, 2009). E se è certamente vero che la sua scomparsa tragica e prematura ha contribuito a trasformare lo scrittore in una sorta di personaggio leggendario – e non è certo la prima volta che succede: basti pensare, senza scomodare le rockstar, al caso per certi versi analogo di Roberto Bolaño, e da noi a Sergio Atzeni o, fra i traduttori, Angelo Morino -, non si può non riconoscere che, se per tanti lettori e scrittori del nostro paese Wallace è diventato un punto di riferimento, il merito va anche ai traduttori. Ci troviamo di fronte a un felice paradosso: un autore che molti consideravano intraducibile (e che si considerava intraducibile) è stato non solo tradotto ma tradotto con grandissima fortuna.

I termini della sfida li aveva spiegati lui stesso nell’intervista rilasciata a «Salon» in occasione dell’uscita di Infinite Jest:
Il progetto che vale la pena portare avanti è fare della roba che mantenga la ricchezza e il coraggio e la difficoltà emotiva e intellettuale dell’avanguardia, roba che costringa il lettore ad affrontare le cose invece di ignorarle, ma farlo in modo tale che sia anche piacevole da leggere. Allora il lettore sente che qualcuno sta parlando con lui invece di mettersi in posa (Miller 1996; traduzione mia).

È una sfida che, nonostante le tortuosità, e talvolta le ambigue opacità, delle vicende editoriali di David Foster Wallace in Italia, i traduttori hanno vinto.

 

L’elenco completo delle traduzioni italiane e dei riferimenti bibliografici è sul sito della rivista Tradurre

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